martedì 7 aprile 2015

Dove ci siamo rintanate? di Simona Sforza

Questo post nasce dall’esigenza di porre qualche domanda. Tutto nasce dall’ennesima manifestazione dei movimenti No-Choice a Milano, dal titolo “NO194 per l’abrogazione referendaria della legge 194″ (qui). Per l’ennesima volta, in occasione di questo corteo che sfilerà per la città, si sono organizzati I sentinelli per una contro-manifestazione. Io li ringrazio per il loro sostegno alla causa in difesa della 194, ma questa è anche l’occasione per fare qualche riflessione. Non che manchino le mobilitazioni e i progetti di donne per le donne, penso ad esempio a Consultoria Autogestita, ma manca un respiro più ampio, che sappia abbracciare un gran numero di persone, che sappia fare informazione, approfondimento, insomma diffusione di consapevolezza tra le donne. Non mi aspetto i grandi numeri, ma almeno che si incominci a recuperare una progettualità comune, a piccoli passi, tornando a rioccuparci delle nostre questioni, in modo più assiduo e meno frammentario.
Mi chiedo, a quando una mobilitazione delle donne sui diritti delle donne?
Io questa mancanza la sento. Non so voi, ma mi sento orfana. Orfana perché non c’è una rete di riferimento tra donne, ognuna sembra rintanata nella propria dimensione personale, reale o virtuale, estesa al massimo alla cerchia delle proprie amicizie. Orfana perché ultimamente ho chiesto a una politica del mio partito, che siede in direzione nazionale, di organizzare iniziative sistematiche e periodiche sulla 194 e sul macigno dei numeri dell’obiezione di coscienza. Risposta: “le abbiamo fatte”, ma tutto sommato non servono, quindi sembrerebbe un approccio da abbandonare. Quindi il silenzio è la soluzione?! Ricordo che la 194 è stata sostenuta anche da una base esterna, donne che hanno appoggiato la legge, che si sono fatte sentire. Forse non è più tempo di mobilitazioni? Dobbiamo seguire un iter istituzionale e sperare che questo vada a buon fine? Non sarebbe il caso di farci sentire comunque, a cadenze periodiche, e magari attivarci perché quella volontà politica che al momento manca (così si dice, ho l’impressione che a volte sia un alibi) si crei? Personalmente non ci sto ad assumere una posizione rinunciataria. Le cose si cambiano insieme, se vogliamo investire in sinergie positive e fruttuose. Altrimenti sono solo chiacchiere. Io e altre ci siamo e siamo a disposizione. I No-choice scelgono di organizzarsi e noi ci frammentiamo e ci disperdiamo? Siamo così certe che la nostra società attuale abbia anticorpi a sufficienza per bocciare la loro campagna referendaria abrogativa della 194? Oppure possiamo e dobbiamo sensibilizzare le donne che poco sanno fino a che non vivono sulla propria pelle i risultati di anni di disinvestimento nei consultori pubblici e laici, di obiezioni di struttura e di strane linee guida divergenti (vedi l’obbligo di prescrizione per la pillola del giorno dopo e non per quella dei 5 giorni dopo)? Dobbiamo tornare a curare l’aspetto comunitario, superare le grida e gli slogan, superare i messaggi e gli annunci da campagna elettorale perenne, dobbiamo tornare ad occuparci della sostanza, della riflessione, che non può essere ridotta alla mera piazza virtuale. Il Web serve a collegare velocemente le persone, ma per affrontare la complessità occorre qualcos’altro. Dobbiamo tornare a guardarci in faccia, riunirci periodicamente e invitare tutte a sentirsi parte del progetto. Non è stato fatto tutto e anche se così fosse, oggi potremmo perderlo di nuovo, anzi qualche diritto è già incrinato. Dobbiamo tornare ad essere “scomode”, come ho più volte detto. Scomode significa porre domande nuove, complesse, critiche, restare lì senza mollare, pretendere risposte serie e non pannicelli caldi. Significa essere intrecciate tra di noi, sì donne originali, ognuna con la propria personalità e individualità, ma capaci di un discorso unitario che amplifichi le istanze di ognuna, e renda significativa la nostra voce. Non significa ammazzare la molteplicità dei femminismi di oggi, semplicemente occorre recuperare una capacità di incidere sulla politica, facendo politica, occupando gli spazi pubblici o privati, riempendoli della nostra prospettiva, altrimenti quello spazio sarà vuoto o mancherà del nostro sguardo sulle cose e sui temi che più ci coinvolgono. Manca una voce ferma e presente, capace di mobilitarsi costantemente e che non venga ingurgitata da un certo modo di far politica per annunci e offerte imbellettate. Perché non costruire proposte strutturate per una società e un’economia a misura anche di donne? Non ci ascolta nessuno perché siamo disperse. Non ci siamo. Non siamo riconoscibili come interlocutrici, non siamo in grado di incidere sulla politica istituzionale perché per prima cosa rifuggiamo dal tessere un dialogo costruttivo tra di noi. Piuttosto alcune di noi preferiscono abbracciare una collaborazione con gli uomini, a volte altamente pericolosa e difficile da gestire senza ricadere in pratiche vecchie di secoli. Di cosa abbiamo timore, di non farcela, che il lavoro tra donne sia inutile e improduttivo? Abbiamo paura di sembrare fuori dal mondo, quel mondo dipinto a immagine e somiglianza maschile? La soluzione non è partecipare ai tavoli intellettualoidi politici, entrare nelle maglie della politica istituzionale appuntandosi sulla giacca l’etichetta femminismo, questo è veramente un gioco sporco se lo si fa per puro opportunismo e si è disposti a dimenticarsene una volta raggiunto l’obiettivo personale. Questo non è femminismo, è semplicemente strumentalizzare una galassia di movimenti a fini personali. Cerchiamo di non cadere nella trappola.
Ultimamente ho la sensazione che anche l’attivismo sia diventato un prodotto commerciale come un altro. L’esserci come campagna pubblicitaria del sé, per cui è importante apparire, comparire con il proprio volto, con il proprio nome ecc. L’attivismo per gonfiare il proprio ego e giustificare il proprio vuoto di idee. L’attivismo e la partecipazione personale come etichette di un grande mercato in cui anche gli ideali sono merce, business, ingurgitati da una macchina propagandistica e autoreferenziale. L’esserci non per convinzione e impegno personali per una causa, ma finalizzato a una affermazione del sé e come garanzia di un trampolino, perché no, anche professionale. Vi risulta? Tutto fa brodo, e il femminismo non è immune da questi personaggi. Purtroppo.

Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole rischiamo di essere assorbite da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.

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