mercoledì 21 giugno 2017

Femminicidio: tante parole, ma lo Stato chiude i centri antiviolenza di Lidia Baratta

Sempre sul filo del rasoio, allo stremo per mancanza di fondi, sostenuti per lo più dai volontari, ad alcuni non resta che chiudere. E tutti sono in attesa del Piano nazionale antiviolenza

Dopo l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la ragazza di 22 anni bruciata viva a Roma dal suo ex fidanzato, sono intervenuti tutti. Politici e non. Come succede sempre davanti a un femminicidio (60 dall’inizio del 2016), nel polverone dell’indignazione si invitano le donne a denunciare e a non sottovalutare i compagni violenti. Poi però cala il silenzio, mentre i centri antiviolenza di tutta Italia annaspano, ancora in attesa dei finanziamenti statali del 2013-2014. Sempre sul filo del rasoio, allo stremo per mancanza di fondi, sostenuti per lo più dai volontari, ad alcuni non resta che chiudere.

I primi centri antiviolenza (Cav) in Italia risalgono alla fine degli anni Ottanta. Oggi, in base alla mappatura – non completa – del Dipartimento per le pari opportunità, che gestisce il numero per le richieste di aiuto 1522, tra Cav, sportelli e case rifugio si arriva intorno a 450 nomi. Ma una rilevazione sistematica dei diversi tipi di servizi ancora manca. La rete Wave, Women against violence Europe nel suo ultimo rapporto ha censito in Italia 140 centri antiviolenza e 73 case rifugio, sottolineando la presenza di diverse iniziative di raccolta dati. Tutte parziali. E solo da poco è partita la prima indagine nazionale sui modelli dei centri antiviolenza in Italia. Secondo un calcolo dell’Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto letto per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ce n’è meno un migliaio: ne servirebbero ancora 6mila.

Molti dei centri esistenti hanno storie ventennali, e svolgono un ruolo centrale nella prevenzione di quei femminicidi. In queste strutture, sempre sull’orlo dello sfratto, le operatrici offrono supporto legale e psicologico durante la denuncia, rispondono al telefono 24 ore su 24 per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell’ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. E con le case rifugio, danno anche ospitalità alle donne in pericolo che non possono più tornare a casa dai compagni violenti. Ogni anno da queste stanze passano circa 14.000 donne. Ma a queste strutture non è mai stato riconosciuto il ruolo che meritano. Basti pensare che secondo i dati Istat, il 12,8% delle donne che subiscono violenza non sapeva nemmeno dell’esistenza dei centri. La cui sopravvivenza, il più delle volte, è affidata al lavoro delle volontarie, legate a progetti sporadici di finanziamento e soprattutto alla sensibilità più o meno spiccata degli enti locali verso il tema.

In queste strutture, sempre sull’orlo dello sfratto, le operatrici offrono supporto legale e psicologico durante la denuncia, rispondono al telefono 24 ore su 24 per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell’ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. E con le case rifugio, danno anche ospitalità alle donne in pericolo che non possono più tornare a casa

A Roma, a poche ore dal femminicidio di Sara Di Pietrantonio, a lanciare l’allarme è stato il “Centro comunale antiviolenza Donatella Colasanti e Rosaria Lopez”, attivo dal 1997 a sostegno delle donne vittime di violenza e maltrattamenti. Da qui sono passate quasi 9mila donne, di cui trecento hanno trovato ospitalità insieme ai figli. Ma mentre la Capitale è in preda alla campagna elettorale, il centro è a rischio chiusura. Lo scorso 13 maggio è arrivato l’avviso di sgombero. «Sulla base delle informazioni ricevute», racconta Oria Gargano, presidente della cooperativa BeFree, che gestisce il servizio, «abbiamo appreso che l’edificio intero non è di competenza comunale, ma di proprietà della Regione Lazio». Che ora reclama somme importanti per i vent’anni di occupazione dei locali. Somme che il Comune non può sostenere. E l’unica soluzione prospettata è quella della chiusura della struttura. Il bando di affidamento scade il 30 luglio: se entro questa data non si troverà una soluzione, non resterà che dire addio a tutto. E oltre allo storico centro, rischiano di estinguersi anche gli altri servizi antiviolenza della Capitale. «Il motivo è che con il nuovo decreto legislativo che regola gli appalti pubblici non è possibile emanare bandi per il rinnovo dell’affidamento o le proroghe», spiega Gargano. «In realtà tutta Italia sta facendo bandi e proroghe, ma a Roma con il commissario è tutto immobile. Per questo aspettiamo che arrivi il nuovo sindaco». E nell’attesa è stata lanciata una petizione sulla piattaforma Change.org.

Il caso romano, però, non è isolato. C’è chi, come Maria Luisa Toto, presidente del centro antiviolenza “Renata Fonte” di Lecce, qualche anno fa è stata costretta addirittura a fare lo sciopero della fame per non dover chiudere. Il Centro “Roberta Lanzino” di Cosenza, attivo dal 1988, nel 2010 si è visto costretto a chiudere la casa rifugio, quando il sostegno economico della provincia è venuto meno. «Ora le donne che hanno necessità di allontanarsi da casa, le mandiamo in altre strutture della Calabria», dice Antonella Veltri, responsabile del centro e consigliere di Dire (Donne in rete contro la violenza), che raccoglie 75 associazioni in tutta Italia. E in assenza di fondi regionali e comunali, il sostegno alle donne vittime di violenza si fa “a progetto”. «Viviamo di progetti, soprattutto comunitari», racconta Antonella, «e tramite l’autofinanziamento». La struttura è una delle poche in Italia in cui le operatrici sono tutte volontarie. Le due ragazze che gestiscono in segreteria vengono pagate solo quando si vince qualche progetto. Per il resto il lavoro è tutto gratuito. Il Comune di Cosenza, come molti altri, ha firmato il protocollo tra Anci e Dire in cui le amministrazioni locali si impegnano a sostenere i centri antiviolenza della rete. Ma, nonostante i proclami, molto spesso la lotta alla violenza di genere resta solo sulla carta. Secondo i calcoli di Dire, solo un terzo dei centri italiani è aiutato da convenzioni pubbliche con gli enti locali.

«Se non fosse per l’autofinanziamento e le donazioni private molti centri sarebbero già morti», commenta Manuela Ulivi, membro del consiglio nazionale di Dire e presidente della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi). «I soldi pubblici sono pochi e arrivano in ritardo». Quando arrivano.

La legge 119 del 2013 sul femminicidio aveva previsto l’erogazione di 10 milioni all’anno per i centri antiviolenza. Ma, tralasciando il fatto che il budget messo a disposizione nei primi anni è più basso (poco più di 16 milioni), la prima tranche del 2013-2014 è stata trasferita alle regioni solo nell’autunno del 2014. E di questi soldi, una volta arrivati nelle casse regionali, nella maggior parte dei casi si è persa traccia. In Lombardia, ad esempio, ai centri antiviolenza e alle case rifugio non è stato distribuito ancora un euro. In Calabria a fine 2015 è arrivata solo la prima tranche.

In assenza di fondi regionali e comunali, il sostegno alle donne vittime di violenza si fa “a progetto”. E nella maggior parte dei casi è lasciato tutto sulle spalle delle volontarie
Senza dimenticare, poi, che a conti fatti, solo 2 milioni di questo tesoretto dovrebbero essere in teoria distribuiti ai centri già esistenti: gli altri sono destinati a realizzare nuove strutture o creare reti istituzionali per la lotta alla violenza di genere. Ma, come ha documentato Actionaid, di trasparenza nella distribuzione dei fondi ce n’è ben poca: a novembre 2015 solo per dieci amministrazioni era possibile consultare la lista delle strutture beneficiarie dei fondi, di cui solo cinque – Veneto, Piemonte, Sardegna, Sicilia e Puglia – avevano pubblicato online i nomi di ciascuna struttura e i fondi ricevuti.

Nel frattempo, i centri antiviolenza sono costretti a vedersela con le magagne degli enti locali. E come spesso accade in Italia, dipende tutto dai territori. Se a Roma il centro antiviolenza si trova al centro di uno strampalato contenzioso tra Comune e Regione, a Milano è stata l’amministrazione provinciale a sottrarre un immobile al Cadmi per la necessità di vendere i propri, fare cassa ed estinguere i debiti. E in un periodo di vacche magre per i bilanci degli enti locali, fondi, bandi e progetti scarseggiano. Molto, certo, dipende anche dalle regioni. Molte si sono dotate di leggi regionali per contrastare la violenza di genere. Ma anche qui i fondi messi a disposizione sono pochi e non sempre vengono effettivamente distribuiti. La Lombardia, ad esempio, stanzia ogni anno un milione, distribuito per tutti i servizi, dagli sportelli legali alle case di accoglienza fino alla sanità. E alla fine i soldi arrivano con il contagocce. Stessa cifra è messa a disposizione nel Lazio. In Piemonte, dove a febbraio 2016 è stata approvata una nuova legge regionale, si stanziano 500mila euro l’anno. Ma in molti casi le risorse variano con il variare delle condizioni dei malandati bilanci regionali. In Calabria, ad esempio, nonostante la regione si sia dotata nel 2007 di una legge contro la violenza sulle donne, la spesa da destinare ai centri antiviolenza è stata messa a bilancio solo due volte. «Quarantamila euro suddivisi tra diversi centri, in cui confluiscono anche luoghi che poco hanno a che fare con la violenza sulle donne», spiega Antonella Veltri.

Sullo sfondo, il tanto declamato Piano nazionale contro la violenza sulle donne è fermo in chissà quale cassetto di chissà quale palazzo romano. Approvato dal consiglio dei ministri, l’8 marzo in Gazzetta ufficiale è stato pubblicato un avviso pubblico della presidenza del Consiglio che prevede lo stanziamento di 12 milioni di euro per i progetti di sostegno alle donne vittime di violenza. Ma nessuno degli addetti ai lavori ha saputo più nulla. D’altronde, fino al 10 maggio, giorno di consegna della delega alle Pari opportunità alla ministra Maria Elena Boschi, il governo non aveva neppure un rappresentante delle questioni di genere. Più che altro era andato avanti per deleghe. Dopo l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la Boschi è intervenuta su Facebook ribadendo – tra le altre cose – che «il governo ha istituito la commissione che dovrà valutare i progetti di attuazione del piano antiviolenza».

Il tanto declamato Piano nazionale contro la violenza sulle donne è fermo in chissà quale cassetto di chissà quale palazzo romano. D'altronde, fino al 10 maggio, giorno di consegna della delega alle Pari opportunità alla ministra Maria Elena Boschi, il governo non aveva neppure un rappresentante delle questioni di genere

Ma in attesa che il piano antiviolenza si concretizzi, nella maggior parte dei centri si cercano altre fonti di finanziamento. Che arrivano, in molti casi, da benefattori privati (il più delle volte benefattrici) e aziende. O anche dal cinque per mille: nell’ultimo elenco dei beneficiari disponibile, le associazioni contro la violenza sulle donne sono una trentina, con incassi che difficilmente però superano i 2mila euro. Così i centri si arrangiano come possono. Una menzione speciale va fatta alla Chiesa Valdese, che distribuisce parte del suo otto per mille a numerosi progetti pratici riguardanti i centri antiviolenza di tutta Italia: nel 2014 ha destinato cifre dai 12 ai 30mila euro a sette strutture, da Nord a Sud. Ma, con l’affitto da pagare (soprattutto per le case rifugio, che non sempre vengono messe a disposizione gratuitamente dagli enti locali), le bollette in scadenza e la benzina per andare su e giù, solo in pochi casi si riesce a pagare qualche stipendio. «Ma una continuità ci deve essere», dice Manuela Ulivi. «I percorsi con le donne vanno organizzati in modo strutturato. C’è bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei centri antiviolenza con il proprio assetto». Eppure nella realtà, molto del lavoro che si svolge nei Cav è volontario. Nel centro per le donne maltrattate di Milano, ci sono 12 persone fisse e 50 volontari. «Con i fondi che abbiamo non potremmo mai pagare 60 persone», dice Ulivi. Anche perché, è bene precisarlo, tutti i servizi offerti dai centri antiviolenza sono gratuiti. Un vero servizio pubblico, insomma.

Certo, i soldi pubblici non possono essere distribuiti indiscriminatamente. Anche perché «finché non sono arrivati i fondi della legge sul femminicidio del 2013, eravamo in pochi a battagliare», dicono tutti. Dopodiché, sportelli, centri e iniziative di ogni tipo (anche delle grandi associazioni) sono spuntati come i funghi, candidandosi per accedere ai finanziamenti. In ogni regione i nomi sono lievitati. «La qualità dei servizi offerti nei centri è fondamentale», dice Manuela Ulivi, «stiamo parlando delle vite delle persone: se sbagli intervento il rischio è che le donne tornino nella violenza o che diventino loro stesse il capro espiatorio». Ma, nonostante molte storiche associazioni chiedano maggiori verifiche sulle competenze dei candidati a ricevere i finanziamenti, nella distribuzione dei fondi di solito non si va oltre la valutazione dei progetti sulla carta.

Finché non sono arrivati i fondi della legge sul femminicidio del 2013, erano in pochi a battagliare. Dopodiché, sportelli, centri e iniziative di ogni tipo (anche delle grandi associazioni) sono spuntati come i funghi, candidandosi per accedere ai finanziamenti

mercoledì 14 giugno 2017

Cara Giusy Nicolini, il tuo impegno per aiutare i più deboli non lo dimenticheremo Grazie, perché se fare politica è quello che hai fatto tu, allora "politica" è ancora una bella parola di Claudia Sarritzu

E' una vittoria netta quella di Salvatore detto Totò Martello che, con 1.566 voti, ridiventa sindaco di Lampedusa e Linosa dopo quindici anni. Secondo arrivato è Filippo Mannino che andrà all'opposizione e che ha raggiunto il traguardo dei 1.116 voti.

Ma la notizia è un'altra.

Terza e fuori dall'amministrazione il sindaco uscente, Giusi Nicolini che con 908 voti non è riuscita ad avere consiglieri di opposizione.

Nicolini è stata molto più di un sindaco, molto più del primo cittadino di una piccola comunità. Ha personificato l'accoglienza, è stata la prima e l'ultima madre al confine con l'inferno. Ha allargato le sue braccia e ha accolto tutti: donne, bambini nati e no, madri che avevano perso i figli, padri a cui è stata strappata la famiglia, giovani in cerca di un futuro. Ha accolto i cadaveri, troppi. Ha seppellito corpi e ha onorato le loro anime con lacrime sincere e fiori galleggianti sul mare. L'Unesco per tutto questo le ha assegnato il premio per la Pace. A ottobre scorso Nicolini è stata anche una delle quattro donne "simbolo dell'eccellenza italiana" che ha accompagnato il premier Matteo Renzi alla Casa Bianca per la cena con l'ex presidente degli Stati Uniti, Obama.

Ha segnato la Storia di questa epoca fatta di emigrazione di massa. Di tragiche attraversate sul Mediterraneo, ha lottato per i suoi concittadini e non ha mai fatto sentire ospiti indesiderati chi lì a Lampedusa era sbarcato per disperazione. E' stata per tutti gli anni di mandato in trincea con l'umanità. In prima linea a combattere contro la morte più terribile, quella di chi non avrà neppure un nome sulla tomba. Di chi dal caso è stato condannato all'oblio.

Non entro nelle dinamiche interne, forse non si è occupata a dovere delle cose piccole di Lampedusa, quelle per cui un Sindaco viene eletto. Se gli elettori l'hanno bocciata un motivo c'è. Ma Lampedusa non è un paese qualsiasi, è una porta che divide la parte del mondo in cui è bello nascere da quella in cui è meglio non vivere. Quella porta Giusi l'ha aperta.

In mezzo all'egoismo dei grandi della terra, lei piccola è stata titanica nel ribadire che "la mia terra" è "La Terra" e che tutti hanno il diritto di spostarsi e scappare dalla morte.

Grazie, perché se fare politica è quello che hai fatto tu, allora "politica" è ancora una bella parola. Spero ti attendano sfide più grandi. C'è bisogno di grandi donne.
http://www.globalist.it/politics/articolo/2000511/cara-giusy-nicolini-il-tuo-impegno-per-aiutare-i-pia-deboli-non-lo-dimenticheremo.html

martedì 13 giugno 2017

Schedare e identificare le donne maltrattate con il codice fiscale? Scontro tra 18 centri antiviolenza e Regione Lombardia di Giovanna Pezzuoli

Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare: è in estrema sintesi il messaggio che diciotto centri anti-violenza lombardi sul totale di 29 accreditati lanciano alla Regione con un doppio, articolato «no» alla cosiddetta schedatura delle donne vittime di maltrattamenti e a una gestione scorretta dell’Albo regionale.
Tutte le associazioni di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza, che oggi conta 80 adesioni in Italia), da Bergamo a Casalmaggiore, da Lodi a Mantova, da Lecco a Sondrio e a Pavia, concordano con la presa di posizione della Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano, dichiarando l’intenzione di battersi contro il progressivo impoverimento delle pratiche anti-violenza, «in antitesi con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul e dall’Intesa Stato -Regioni del novembre 2014». E sottoscrivono una lettera aperta alla Giunta regionale, discussa ieri mattina in un incontro pubblico nella sede di via Piacenza 14. Spiega l’avvocata Manuela Ulivi, presidente di Cadmi: «Al tavolo regionale anti-violenza siamo state ascoltate molto poco, più che altro ci hanno buttato addosso le loro decisioni. I responsabili della Regione sono andati a Roma al Ministero, elencando i 29 centri lombardi e chiedendo i fondi, più di 3 milioni. Ma da dare a chi? Il 28 aprile, nonostante le nostre obiezioni, hanno deliberato che all’Albo regionale, oltre ai centri storici, possono iscriversi enti o associazioni in grado di dimostrare di avere operatori (al maschile!), che abbiano maturato un’esperienza almeno triennale (addio ai 5 anni richiesti da noi) nella gestione di centri anti-violenza o sedi decentrate». E prosegue: «Questo significherebbe accreditare non luoghi bensì persone, messe sullo stesso piano dei centri storici. E svalorizzare tutto quello che abbiamo fatto, smentendo peraltro l’intesa del 2014 che contemplava una metodologia di accoglienza basata sulla relazione fra donne».
La seconda contestazione riguarda la raccolta dei dati, che è sicuramente importante, anzi indispensabile, ma non dovrebbe prevedere la tracciabilità del percorso di sostegno, un «fascicolo donna», comprensivo del codice fiscale. «Su questo punto non cederemo mai – insiste Manuela Ulivi –, che fine farebbe infatti il fascicolo? Mettiamo che una donna in un momento di grave depressione ricorra all’alcool, agli psicofarmaci o commetta atti di autolesionismo, per noi si tratta solo di una condizione temporanea, ma se inserisco questi dati nel fascicolo, verrebbero poi utilizzati dai servizi sociali, dal medico curante, dai tribunali, con un serio pericolo per le donne. Da 30 anni le ascoltiamo, cercando di garantire loro riservatezza e anonimato. Questo sarebbe solo un modo per screditarle, soprattutto se ci sono figli che potrebbero venire affidati al coniuge maltrattante…». Dunque nessun pregiudizio contro la raccolta dei dati, attività che i centri hanno sempre svolto. Ma individuando codici alternativi all’identificazione tramite il codice fiscale, una soluzione per preservare la riservatezza delle donne al tempo stesso garantire le informazioni necessarie. Nel 2016 sono stati forniti alla Regione dai centri D.i.Re lombardi dati su 5.224 donne, là dove molti enti e ospedali non l’hanno ancora fatto.
Di diversa opinione Alessandra Kustermann, responsabile del Soccorso violenza sessuale della clinica milanese Mangiagalli, che è d’accordo sulla questione dell’anonimato ma non ritiene che venga violato inviando i dati in Regione: si tratta di una pratica, usata anche per i dati sanitari, che infatti non vengono divulgati. «C’è la tendenza a rendere il maltrattamento un problema sanitario - denuncia Mimma Carta del Ca.do.m, Centro aiuto donne maltrattate di Monza -, ma anche se la donna è diventata debole, fragile, non per questo deve essere trattata a livello psichiatrico». Una strategia che secondo Marisa Guarneri, presidente onoraria di Cadmi, è in atto da qualche anno: fare diventare i centri-antiviolenza simili alle Asl, un po’ come è accaduto per i consultori svuotati dai contenuti originari ma poi rimessi in piedi «con parole nostre ma altri obiettivi». «Per fortuna la Regione è più chiara: l’accoglienza diventa “presa in carico”, segretezza e anonimato sono spariti. E il piano nazionale anti-violenza? Forse non lo vedremo mai, visto che svanisce per l’ennesima volta a causa delle nuove elezioni. La strategia del governo non è di lotta alla violenza, ma di contenimento».
Significativi i dati che riassume Gabriella Sberviglieri dell’Associazione E.O.S. di Varese: la violenza costa allo Stato 17 miliardi all’anno, ma le risorse messe a disposizione a livello nazionale sono state 20 milioni per il biennio 2015/16 e una seconda tranche di 19 milioni per il 2017/18. Il trasferimento di risorse dallo Stato alle Regioni prevedeva un 10% ai centri anti-violenza, un altro 10% alle case rifugio, il 30% destinato alla creazione di nuovi centri e il rimanente 50% a progetti di sostegno regionali. «La Regione Lombardia utilizza i nostri fondi per politiche progettuali e poi li vincola - osserva Gabriella -. Inizialmente il sistema ORA (Osservatorio Regionale Anti-violenza) non aveva incontrato obiezioni ma adesso se non si ricorre a professionalità specifiche, dal legale allo psicologo, rischia di andare perduta tutta la fase dell’accoglienza e dell’ospitalità. Ancora più pericolosa è la creazione dell’Albo, con l’anti-violenza che potrebbe diventare un business per alcuni che vogliono solo ricevere finanziamenti».
http://27esimaora.corriere.it/17_giugno_06/schedare-identificare-donne-maltrattate-il-codice-fiscale-scontro-18-centri-antiviolenza-regione-lombardia-6c894648-4ad9-11e7-a140-d6776138ac8b.shtml

mercoledì 7 giugno 2017

SCUSE UFFICIALI PER DARYA SAFAI, SUBITO!

Vorremmo sapere quale reato hanno contestato all’attivista per i diritti umani Darya Safai e chi ha intenzione di risarcire il danno arrecatole mentre manifestava pacificamente e con pieno diritto come tutti gli altri tifosi presenti all’Adriatic Arena in occasione dell’incontro di volley Italia-Iran.
Ennesima figuraccia, sottolineata da Michele Serra su Repubblica di oggi, di una città che si vuole “smart” me che non riesce a garantire nemmeno i più elementari diritti di libera espressione sanciti oltretutto dalla stessa legge.
Per i “le forze dell’ordine” pesaresi forse ci sono due pesi e due misure per manifestare:
Le Sentinelle in piedi che offendono le persone Lgbt non possono essere avvicinate nemmeno a dieci metri, e vengono protette coi loro deliri da un ampio cordone poliziesco,
Casa Pound che imbratta di notte non viene attenzionata,
invece una donna sola che regge uno striscione per ricordare, con estrema dignità, la situazione delle donne sportive in Iran, viene strattonata e portata via come fosse una delinquente.
VERGOGNA!
Michele Serra ha ragione: esigiamo delle scuse e il risarcimento per lo striscione strappato in pezzi! Facciamo un appello affinché vengano subito presentate delle scuse alla signora Safai, per questo episodio inaccettabile.


https://femminismi.wordpress.com/2017/06/04/scuse-ufficiali-per-darya-safai-subito/

sabato 3 giugno 2017

E' successo nuovamente...Ed anche vicino a noi. Parole scagliate come pietre contro donne che fanno politica

                                                                Quando 
Sindache, Sindaci, Vicesindaci, 76 in tutta la Lombardia, siglano il Protocollo per l'accoglienza di migranti sul proprio territorio e succede che vengano ricoperte di insulti [lettere anonime, minacce di morte e di stupro, volgarità che non ripetiamo ma rintracciabili sui socialmedia, ] sole tre donne: Mara Rubichi, vicesindaco di Cesano Boscone, Monica Chittò, Sindaca di Sesto San Giovanni, Siria Trezzi, Sindaca di Cinisello Balsamo.
                                                                 Quando 
molti candidati e molte candidate stanno volantinando a Sesto San Giovanni in campagna elettorale e solo una donna, Marinella Maioli,viene aggredita fisicamente
                                             
                                         Vuol dire che siamo alle solite
siamo di fronte ad atti di intollerabile violenza nei confronti delle donne [in questa circostanza contro le donne che fanno politica] che vengono colpite in quanto donne, non giudicate per le loro azioni politiche che possono certamente essere non condivise e criticate.
                           
            Diamo la nostra solidarietà alle donne vicine a noi 
ed a tutte quelle donne in Italia e nel mondo che vengono quotidianamente violentate verbalmente, fisicamente, psicologicamente, economicamente. Nel privato e nel pubblico, per motivi personali e per motivi politici tutti riconducibili ad una causa: il sessismo che permea le società.

Corsico 2 giugno 2017

Festa della Repubblica Italiana e dell'ingresso in politica delle donne italiane che hanno votato per la prima volta il 2 giugno 1946.

venerdì 2 giugno 2017

2 giugno, ecco le donne che hanno fatto la Repubblica di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi


Dalle 21 Costituenti alle prime donne ministro, passando per Sindaci, Presidenti della Camera, Segretarie di partiti e pioniere della politica che hanno aperto la strada alla parità di genere nelle istituzioni

L’Italia è una Repubblica fondata… sulle donne. Inutile girarci attorno, anche se non riconosciute, visto il gap persistente nello loro partecipazione alla vita pubblica ed economica del paese, sono loro la vera ossatura di questa nazione. E lo furono anche nel corso della storia, partecipando alle lotte d’indipendenza e a quella partigiana, ma anche dovendo lottare per vedersi riconosciuto il più universale di tutti i diritti: quello di poter votare ed essere attrici del proprio destino.  In principio furono le suffragette, un ristretto gruppo di donne istruite e combattive che nel primo ‘900 lottò strenuamente per ottenere l’estensione del suffragio alle donne italiane. Il debito di riconoscenza verso figure come Lidia Poet, Anna Kuliscioff, Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Sibilla Aleramo e Giacinta Martini Marescotti, pioniere della parità di genere in Italia, è oggi ampiamente riconosciuto, perché senza di loro, forse, quel 2 giugno di 71 anni fa, le donne si sarebbero ritrovate ancora escluse dalla possibilità di votare e accedere al Parlamento.

Certo la strada è stata lunga, e l’elezione delle 21 Costituenti nel 1946 non ha risolto il ritardo italiano della presenza femminile nelle istituzioni, se ancora oggi certe cariche restano appannaggio maschile. Ma la presenza tra gli scranni di Montecitorio delle Costituenti ha segnato un vero spartiacque nella storia del nostro Paese e le 21 donne entrate all’Assemblea sono diventate un simbolo dell’emancipazione femminile. Quasi tutte laureate, provenienti da tutta la penisola, in maggioranza sposate, insegnanti, giornaliste, sindacaliste, casalinghe, spesso con un passato partigiano, militanti comuniste, socialiste, democristiane e in un caso del movimento dell’Uomo Qualunque: per tutte, l’Assemblea Costituente rappresentò l’occasione irripetibile di migliorare giuridicamente la condizione della donna nella società italiana.

Entrarono in Parlamento e lavorarono alla stesura della Costituzione come la conosciamo ancora oggi, dando ognuna un contributo specifico e aprendo la strada alle future deputate della Repubblica italiana e in generale a tutte le donne intenzionate ad affermarsi professionalmente nei vari ambiti della società, istituzionali e non. La Costituente sarà per alcune di loro solo la prima tappa di una brillante carriera politica, basti pensare, per citarne solo alcune, a Nilde Jotti, presente in Parlamento fino al 1999 e prima donna a diventare Presidente della Camera, ad Angela Guidi Cingolani, primo sottosegretario nel settimo governo da De Gasperi, o ancora ad Angelina Merlin, autrice della legge che abolì la prostituzione e prima senatrice della Repubblica.

Accanto alle Costituenti, il dopoguerra farà crescere un’intera generazione di protagoniste della vita politica, un lungo elenco di personalità femminili che si snoda dall’alba della Repubblica ai giorni nostri, da Tina Anselmi a Camilla Ravera, da Adelaide Aglietta a Irene Pivetti, da Rosa Russo Jervolino a Emma Bonino, fino a Laura Boldrini e Federica Mogherini. Senza dimenticare il contributo delle donne nel resto delle istituzioni,  dalla giustizia all’università, dalle amministrazioni locali all’esercito, anche se restano ancora spazi inaccessibili e alte cariche finora prerogativa maschile, prima tra tutte quelle di Premier e Presidente della Repubblica.
http://www.iodonna.it/attualita/appuntamenti-ed-eventi/2017/06/01/2-giugno-ecco-le-donne-che-fecero-la-repubblica/

martedì 23 maggio 2017

39 anni di 194 di May C.

Accadde in Italia 39 anni fa: il 22 Maggio 1978 viene approvata la Legge 194 che regolamenta l’interruzione volontaria di gravidanza a 90 giorni dal concepimento.

Una legge che nasce dal sangue delle 20.000 donne morte ogni anno a seguito di aborti clandestini e del milione che vi sopravviveva, da decenni di lotte politiche femministe per il diritto di decidere sul proprio corpo.

La 194 abroga le precedenti norme del fascista codice Rocco, che puniva l’aborto con pene da uno a cinque anni di reclusione per reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”, si propone di salvaguardare ‘il valore sociale della maternità’ e disciplinare la pratica dell’aborto, riconosciuto come diritto.

Le contestazioni e l’ostruzionismo del mondo cattolico e conservatore caratterizzano da subito l’applicazione della legge, ponendo una serie di ostacoli alle donne che vogliano avvalersi del nuovo diritto: da veri e propri interrogatori volti ad indagare le ragioni dell’aborto, all’estensione del diritto all’obiezione di coscienza, dal rifiuto della leva obbligatoria al personale medico e paramedico. Pressioni che non diminuiscono ma anzi culminano, tre anni dopo, nel referendum abrogativo del maggio 1981 proposto dal Movimento per la vita, che gli elettori rifiutano con uno schiacciante 68%.

Nel 2017, mentre il numero di aborti in Italia è quasi dimezzato è allarmante il numero di aborti clandestini, circa 20.000 casi annui, 70% dei quali riguarda cittadine italiane e resta altissimo il numero di obiettori fra il personale medico e paramedico, quasi un 70% che va dai dirigenti sanitari ai farmacisti.

Come leggiamo nel report del tavolo salute di Non Una Di Meno: “L’obiezione di coscienza alla IVG si pone come mezzo per sabotare la certezza della realizzazione del diritto della donna a interrompere la propria gravidanza, e dunque come ostacolo al diritto di autodeterminazione delle donne”.
Sono passati quasi quarant’anni e il diritto all’aborto resta tutt’altro che riconosciuto e garantito, e il rispetto della legge 194 non è che il punto di partenza per renderlo effettivo.
http://www.dinamopress.it/news/39-anni-di-194