mercoledì 18 ottobre 2017

Caso Weinstein: perché ringraziare Asia Argento La sua testimonianza può aprire strade di libertà e consapevolezza. Nessuno può giudicare chi tace una violenza sessuale o denuncia dopo vent'anni.di Cristina Obber

«Mi sentivo forte ma ho scoperto di non esserlo». Così ha detto Asia Argento durante l'intervista a Carta Bianca ricordando la violenza subita da Harvey Weinstein, sottolineando come a 21 anni non sia facile avere una reale consapevolezza di sé e comprenderne i limiti. Se pensiamo che a quell'epoca era appena stata approvata la modifica del codice penale che dichiarava lo stupro un reato contro la persona e non contro la morale pubblica, non si fatica a rendersi conto quante violenze taciute abbiano popolato il nostro paese, oltre al resto del mondo.

#QUELLAVOLTACHE
L'hastag #Quellavoltache lanciato dalla scrittrice Giulia Biasi sta riempiendo il web di testimonianze da parte di donne che hanno subito molestie in vari ambiti, non solo nel mondo del lavoro, e che non hanno denunciato. È una rivendicazione che rappresenta un'affermazione personale oltre che una rivoluzione collettiva, resa possibile dal dibattito pubblico sulla violenza maschile contro le donne che negli anni recenti ha aperto la strada a una maggiore consapevolezza del suo significato e maggiori strumenti per il suo riconoscimento.


PASSI AVANTI E PASSI INDIETRO
Siamo nel 2017 ma per molti è difficile collocare un rapporto orale non voluto in una camera d'albergo, dove si è entrate volontariamente, sotto l'ombrello della violenza sessuale. I distinguo tra lo stupro e la molestia sul lavoro, tra la violenza psicologica e quella economica non hanno senso perché il denominatore comune della violenza è il diritto che un uomo si arroga di esercitare un potere su una donna e la difficoltà di quella stessa donna di riconoscere su di sé l'entità della violazione. Questo perché una società che quel potere al maschile lo riconosce e lo promuove dentro casa come nel mondo del lavoro, nei cartelloni pubblicitari come nei programmi tivù, di fatto lo legittima.
La cultura che colpevolizza le donne è ancora fortemente stigmatizzante e per questo nelle vittime a prevalere è spesso il sentimento di vergogna. Così si tace la violenza da parte di una persona che conosciamo e da cui non ce la aspettiamo. Se ad aggredirci è uno sconosciuto, la propria non responsabilità è chiara, non ci lascia dubbi. Se invece si tratta di un capufficio, un amico, un vicino di casa, un insegnante, ancora i confini tra la sua responsabilità e quella della vittima sono offuscati.
Lo dimostrano gli attacchi ad Asia Argento di tante donne giudicanti e prive di rispetto per un dolore che per il solo fatto di non conoscerlo non le legittima ad ignorare. Lo dimostrano i commenti di tante donne che, per il solo fatto di essere state forti e di aver saputo reagire di fronte a tentativi di abuso, si sentono altrettanto giudicanti per un probabile e sconfinato desiderio di sentirsi 'migliori'. Senza sapere - o perlomeno provare a capire - che dietro quello scoprire di non essere forti c'è un abisso di disistima a cui si reagisce nei modi più diversi.

PERCHÉ NON DENUNCI?
Perchè non denunci? Nella testimonianza che mi ha dato nel libro Non lo faccio più lo spiega bene Veronica quando ricorda lo stupro subito nel campus universitario da tre suoi amici.

La cosa strana è che io continuo a vergognarmi di me e non di Mattia, e non di loro. Non mi sconvolge quello che hanno fatto gli altri, mi sconvolge quello che ho fatto e quello che non ho fatto io.

Perché non denunci? A me viene da ridere quando sento le interviste e dicono così. Sono tutti bravi a parole. Parlano dello stupro come una denuncia facile da fare. Se non li conosci, l'hai subita e basta. Quando ti capita che la violenza te la costruisci anche tu, quando interagisci con le persone che poi ti violano, quando ti capita di vivere con loro prima, è molto diverso.

Non ho denunciato. Perché un po' me lo meritavo, questo sentivo, colpevoli loro, colpevole io. Non l'ho fatto. Non sono stata consapevole di me. Noi rimaniamo persone. E in quanto persone abbiamo l'istinto di prenderci la responsabilità di quanto accade. La responsabilità diventa l'unica arma che abbiamo, io me lo ricordo perfettamente il meccanismo: se noi possiamo essere responsabili almeno di qualcosa di quello che ci è capitato, questo ci dà il potere e l'illusione di pensare che allora avremo il potere anche di impedire che ci ricapiti.

È importante sapere di avere potere. È importante sapere di essere responsabili. Non complici, ma responsabili. La responsabilità tua è l'unico modo che hai per sapere che se la prossima volta non darai confidenza, se non sarai ingenua, se starai attenta, allora non ti capiterà. È indispensabile, quando ti capita in questo contesto. È un concetto del cazzo ma la pensi così.

UN PESO PORTATO PER ANNI
«È stato un peso che ho portato per vent'anni» ha detto ancora Asia Argento. Il processo di liberazione dal senso di colpa inizia quando si denuncia perché è il momento in cui si dà un nome alle cose, ci si rende conto di non avere responsabilità. Che siano due, dieci o 20 gli anni che ci vogliono a raggiungere la consapevolezza di non avere nulla di cui vergognarsi poco importa. Ricordo una giudice 60enne che durante un'intervista sugli stupri tra minori mi raccontò un episodio di abuso subito a dieci anni da parte di un compaesano che la fermò mentre tornava a casa in bicicletta. Le infilò la mano sotto la gonna, lei si divincolò e scappò ma non ne parlò mai con nessuno. Ripensare a quella mano tra le mutandine la fece scoppiare in un pianto, e parlammo del peso di quel dolore mai dimenticato, del rimpianto per essere stata zitta ed essersi quindi resa complice di un uomo orribile.

LA SCUOLA INSEGNI A NON RASSEGNARSI

Nei miei incontri nelle scuole parlo molto apertamente dello stupro e ipotizzo con le ragazze delle situazioni per indagare la loro propensione alla denuncia. Se non si tratta dello sconosciuto nel parcheggio quelle che si dichiarano pronte a denunciare sono una minoranza. Alla vergogna si aggiunge la comprensione del comportamento maschile perché l'idea che l'uomo abbia un istinto animale difficile da controllare è molto diffusa anche tra gli adolescenti. Si giudicano tra loro a volta per l'abbigliamento, gli atteggiamenti, l'ubriacatura. Come se mettere di fronte a un ragazzo una ragazza disponibile a flirtare o con una minigonna legittimasse un'aggressione.
Se ipotizzo l'ingresso nell'aula magna di un ragazzo nudo, bellissimo e sorridente, nessuna dice di sentirsi in diritto di accarezzarlo. È il corpo femminile quello 'a disposizione', quello che viene percepito come separato dalla persona, dalla testa e dai sentimenti. Un corpo da consumare, per quel maschio che continua ad essere compreso e quindi assolto nel suo ruolo di predatore.
La minoranza delle ragazze che si dichiara consapevole del diritto alla denuncia si divide tra poche coraggiose senza titubanze e molti «Non denuncerei perché non mi crederebbero» e «non è facile denunciare perché sai che non c'è giustizia» e cose così. Va da sé che quando leggiamo le statistiche sulle violenze e gli abusi le cifre vanno moltiplicate per dieci. Va da sé che quando diciamo che a scuola ci sono altre priorità rispetto alla violenza sessuale significa che non abbiamo idea che tra quei banchi apparentemente sereni ci sono silenzi e vergogne che rimarranno pesi e diventeranno rimpianti.
Ci sono ragazze che già stanno imparando a minimizzare anche un insulto, una carezza indesiderata, a tollerare uno stalker. Le bambine e le ragazze crescono nel disvalore di sé e si preparano alla rassegnazione dei pesi da portare. Per questo l'obiettivo del dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi sul maschile, sull'immaginario del predatore vorace con cui crescono pensando sia naturale, innato, ineluttabile. Che legittima anche il femminicidio, in cui la preda viene uccisa.

BISOGNO DI SOLIDARIETÀ
Il dibattito oggi è su Asia Argento, nello scandalo Parioli era sulla spregiudicatezza delle ragazzine, sulla prostituzione ci si scanna anche all'interno del femminismo, sulle scelte o meno delle donne senza concentrarsi sulla domanda sempre più avida di uomini sempre più violenti e sempre più giovani.
In questo contesto culturale la testimonianza di Asia Argento è importante per aprire strade di libertà e consapevolezza. Cosa importa se la sua denuncia arriva dopo vent'anni? C'è un tempo che qualcuno ha stabilito per passare da vittima a colpevole? Se è vero che le sono arrivate tante critiche è anche vero che in tantissime e tantissimi le hanno dimostrato solidarietà e stima, tra cui l'associazione Telefono Rosa che certamente di violenza e omissioni ha grande conoscenza ed esperienza. Ed è su questa solidarietà tra persone che dobbiamo ricostruire alleanze tra esseri umani contro i soprusi e le violenze che incontriamo nelle nostre relazioni personali e professionali. Su questo coraggio di raccontare la propria sofferenza e la propria debolezza. Per smettere di tacere. Per rimettere al centro la possibilita di un cambiamento.
Grazie Asia.

http://www.letteradonna.it/it/articoli/punti-di-vista/2017/10/18/caso-weinstein-perche-ringraziare-asia-argento/24533/

martedì 17 ottobre 2017

Asia Argento: “È un orco, mi ha mangiata. La cosa più sconvolgente? I tanti attacchi dalle donne” L’attrice replica alle accuse e rivela: gli stupri di Weinstein furono due. “Perché non ho denunciato prima? Tenevo troppo alla mia carriera” di Gianmaria Tamaro

«La cosa più sconvolgente sono le accuse delle donne italiane, la criminalizzazione delle vittime delle violenze». La voce è rotta dall’emozione ma ferma, sicura. Sceglie le parole con cura, una per una. Ogni tanto trema per la rabbia e la frustrazione. Asia Argento è appena tornata in Italia. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta del New Yorker in cui ha denunciato di essere stata violentata da Harvey Weinstein, uno dei più potenti produttori di Hollywood, aveva deciso di rimanere in silenzio. Ma le polemiche che l’hanno travolta, mettendo in dubbio la veridicità della sua testimonianza e la sincerità dei suoi sentimenti, l’hanno convinta a tornare a parlare. Per questo motivo ora racconta e si racconta, non risparmiandosi sui dettagli di uno degli scandali sessuali più gravi che hanno mai colpito il mondo dello spettacolo. «Cercare di ricostruire quello che è successo vent’anni fa è stato difficilissimo, credetemi. Mi sono messa in gioco in prima persona e ho fatto in modo che anche altre donne potessero parlare».
 
Chi è Harvey Weinstein e quali sono le accuse
 
Perché ha deciso di rivelare questa storia a distanza di tanti anni? 
«Non sono l’unica che ha deciso di parlare adesso. Hanno parlato tutte ora. “Perché non avete parlato prima?”, ci chiedono. Perché Harvey Weinstein era il terzo uomo più potente di Hollywood. Ora è diventato il duecentesimo e il suo potere e la sua influenza si sono sensibilmente ridotti».

Non pensa che parlare prima avrebbe evitato che altre donne subissero come lei? 
«Prima non c’erano stati scandali sessuali come quello di Bill Cosby. E se avessimo parlato allora, noi donne non saremmo state credute. Saremmo state trattate come delle prostitute. Come, tra l’altro, sta succedendo qui in Italia: una cosa di cui mi dispiace tremendamente».

Che cosa l’ha ferita maggiormente? 
«Non ho ricevuto nessuna critica per il mio comportamento in nessun altro Paese. Ci sono amici che mi mandano articoli usciti in tutto il mondo, in cui nessuno si permette di fare “victim blaming”, di colpevolizzare le vittime. Nessuno all’estero. Guardi invece che cosa stanno facendo in Italia contro noi vittime».

E lei come reagisce? 
«Oggi sono in grado di sopportarlo. Se avessi detto vent’anni fa quello che ho detto oggi, probabilmente non mi sarei più ripresa. Sarei caduta in depressione. E sarebbe stato addirittura peggio di quello che poi mi è successo. Mi creda: dopo quel giorno, non sono più stata la stessa persona».

Come ha vissuto questi anni di silenzio? 
«Avevo ventuno anni quando è successo. Sa quanto tempo mi ci è voluto prima di capire? Anche se ne parlavo con amici e con amiche, con i fidanzati, questa è una cosa che tenevo seppellita. Una vergogna incredibile, mi creda. Mi ci sono voluti anni per capire che ero una vittima. E per tutto il tempo mi sono sentita colpevole di non essere scappata via, di non aver avuto la forza di dire no».

Si sente ancora in colpa per questo? 
«Io mi sono opposta dieci, cento, mille volte a Harvey Weinstein. Mi ha mangiata. Un orco in mezzo alle gambe è un trauma. Io ero una ragazzina. Questa è una cosa che ricordo ancora oggi. Una visione che mi perseguita. Non c’è bisogno di legare le donne, come dice qualcuno, perché ci sia violenza».
 
Che cosa temeva che le potesse accadere, in caso di denuncia all’epoca dei fatti? 
«La violenza che io ho subito risale al 1997. In Italia, solo un anno prima lo stupro era diventato crimine contro la persona e non solo contro la morale. Pensi se avessi parlato allora. Come avrei potuto? E poi sì, era per la mia carriera! Un tempo io ci tenevo tantissimo alla mia carriera. Ero giovane e anche io avevo i miei sogni. Non volevo niente da Weinstein, ma non volevo nemmeno che mi distruggesse».

Fabrizio Lombardo, ex capo di Miramax Italia, nega di averla portata da Harvey Weinstein, come lei invece sostiene. 
«Lombardo è un bugiardo. Ci sono tantissime prove e tantissimi testimoni che ribadiscono che quello che ho detto io è vero. La sua è una bugia: chi gli crede? Ho i suoi messaggi ed erano intimidatori: come può sostenere che me li ha mandati per sbaglio? Voleva dirmi che sono una pazza e una prostituta. Con quei messaggi voleva mettermi paura e farmi credere che nessuno mi avrebbe presa sul serio».

Dopo il primo incontro in un hotel in Costa Azzurra, lei iniziò una relazione con Weinstein? 
«Questa è un’assurda falsità. Una bugia orrenda. Io non ci sono stata insieme cinque anni dopo quella violenza, come insinua qualcuno».

Weinstein cercò di contattarla ancora? 
«Alcuni mesi dopo quella violenza, quando ancora doveva uscire B. Monkey, Weinstein continuava a contattarmi, sì. Continuava a scrivermi e a cercarmi. Mi offriva pellicce e appartamenti. Ricordo che venne a Roma e mi propose di incontrarci per discutere delle strategie per pubblicizzare il film».

Lei accettò? 
«Lo incontrai nella camera di un albergo, nel salottino. Con lui c’era una sua assistente. Ricordo che vedendola mi sentii sollevata. Dopo un po’, però, l’assistente se ne andò e successe di nuovo la stessa cosa. Weinstein mi fu di nuovo addosso. Allora mi sentii doppiamente in colpa. Perché mi ero fidata una volta di troppo. Io non volevo. Non mi piaceva. Quando lui iniziò a toccarmi, era come se potessi vedere dall’esterno quello che succedeva. Come se quella ragazza non fossi io».

Qual era l’atteggiamento di Weinstein nei suoi confronti? 
«Se sente la registrazione pubblicata dal New Yorker, il modo in cui parlava alle donne, scoprirà che cambiava costantemente tono: passava dall’essere un bambino frignone a imporre con violenza quello che voleva. Aveva mille personalità. Mille. E cercava quella che funzionava di più con te. Weinstein era un predatore seriale. L’ha fatto con centinaia di donne. Se lo scandalo non è uscito prima, è perché lui insabbiava tutto. Ha pagato non solo donne, ma anche giornali e giornalisti».

Come cambiò il suo comportamento, nei confronti di Weinstein? 
«L’unico mio potere, dopo quella violenza, era non accettare nessun regalo. Era non andare a nessun provino che mi veniva offerto. Io sognavo di diventare la più grande attrice e di vincere il premio Oscar. Erano i sogni di una ragazzina, l’ho detto. “Che bello – pensavo dopo aver girato il film B. Monkey – adesso potrò lavorare all’estero”. Allora amavo il mio lavoro e ci tenevo. E prima di avere figli era tutto quello in cui credevo. Dopo Weinstein non ho più creduto in niente che riguardasse il mio lavoro».

Quindi vi incontraste altre volte? 
«Prima di risponderle, mi permetta di ribadirlo ancora una volta: la nostra non era una relazione. Non scherziamo. Non pensiamola nemmeno per un istante questa cosa. Tantissime volte sono riuscita a scappare e a evitarlo. Ero con amiche e lui riusciva a entrare negli alberghi e a trovarmi. Una notte, ricordo, venne a bussare alla porta della mia stanza e io ebbi paura. Al Festival di Toronto volle vedermi a tutti i costi; io lo incontrai insieme a una mia amica e lui si mise a piangere. Come un bambino».

In una scena del suo primo film da regista, “Scarlet Diva”, il personaggio che lei interpreta subisce delle avances. Le viene chiesto di fare un massaggio. Era un modo per raccontare la sua storia? 
«Quando nel 2002 uscì negli Stati Uniti “Scarlet Diva”, Weinstein lo vide e mi contattò. Prima mi fece i complimenti e si comportò come un amico, poi mi disse: “Ho visto il tuo film! Che ridere!”. Aveva paura che dicessi pubblicamente che in quella scena, quella in cui mi viene chiesto un massaggio, era a lui che mi riferivo. Ma non l’avrei detto».

Perché? 
«In quel momento, era impensabile fare un film del genere in cui denunciavo non solo quello ma anche altri abusi che avevo subito. Avevo solo 23 anni. Parlarne apertamente mi faceva paura: non volevo sentirmi dire che ero stata debole, che ero stata incapace di difendermi. Io volevo credere in ogni modo di essere una persona diversa».

Nessuno le chiese mai se quella scena si riferisse a una sua vera esperienza di vita? 
«Mi è successo varie volte. E io ogni volta rispondevo di sì. Ma nessuno poi l’ha riportato. L’ho raccontato ad amici attori, produttori, giornalisti; l’ho detto anche ad amici che non lavoravano in questo ambiente. Ma nessuno ha fatto niente. Per me, certo, ma anche per tutte le altre donne».

Poi però ha deciso di farsi avanti in prima persona: come mai? 
«Quando mi ha chiamato Ronan Farrow del New Yorker, ho iniziato a raccontargli la mia storia ma solo in via confidenziale e anonima. Sono stata la prima a farlo. Non ce la facevo più. Mi sono consultata con il mio fidanzato e con altre persone a me vicine. Tutti mi hanno incoraggiato. Dopo aver raccontato la mia storia, ho detto a Ronan di dirlo anche alle altre attrici e modelle, e di specificare che avevo deciso di acconsentire alla pubblicazione del mio nome».

Che cosa è successo a quel punto? 
«Il giorno dopo Farrow mi ha richiamato dicendomi che anche altre donne, spinte dal mio racconto, avevano deciso di farsi avanti. E questo mi sembra importante. Prima non ci era stata data nessuna possibilità. C’era un’omertà assoluta su quest’uomo. Appena ho potuto, appena ci è stata data l’opportunità, tutte noi abbiamo denunciato».

In Italia non tutti la pensano così. Non tutti le credono. Non tutti stanno dalla sua parte. 
«La cosa più sconvolgente è che ci sono anche donne tra queste persone. Donne che stanno scrivendo contro di me. Donne che mi stanno denigrando. E questo è grave. Perché sono sicura che anche tante tra queste donne hanno vissuto o anche solo visto cose del genere. E ora fanno finta di niente. Mi accusano di esserci stata».

La accusano anche di aver firmato la petizione a favore di Roman Polanski, indagato per pedofilia. 
«Roman Polanski fu arrestato in Svizzera. Io non conoscevo la faccenda fino in fondo. Ammetto la mia ignoranza. Fui contattata dal Festival di Cannes. Mi dissero che c’era una petizione e che tutti stavano firmando perché quello che aveva fatto questo giudice a Polanski era contro i diritti di ogni individuo. Io firmai e solo dopo mi sono informata. Ammetto la mia colpa».

Si è pentita? 
«Mi ero fidata e mi sono sbagliata. C’erano tantissimi colleghi coinvolti e che avevano firmato. Io non avevo letto bene il caso. E poi Polanski era uno dei miei registi preferiti. Lo ripeto: mi fidai, sbagliando. E di questo mi sono profondamente vergognata. E ora mi vergogno ancora di più. Nessuno mi costrinse, voglio precisarlo. Ma mi fidai. E oggi dico pubblicamente che vorrei non averlo mai fatto».

Dopo essersi fatta avanti insieme alle altre donne e aver raccontato quello che le è successo, cosa spera che accada? 
«L’unica cosa in cui ora spero, anche dopo aver rivissuto questa terribile esperienza ed essere stata insultata nel mio Paese - e solo nel mio Paese! - è che ci sia un risveglio tra quelle di noi che hanno subito. Che sempre più donne dicano basta. Ora questi uomini, questi mostri, dovranno avere paura così come noi, ogni volta che li abbiamo incontrati, che siamo rimaste da sole con loro, ne abbiamo avuta».

Anche la torinese Ambra Gutierrez vittima di Weinstein: l’audio in hotel

http://www.lastampa.it/2017/10/15/italia/cronache/un-orco-mi-ha-mangiata-la-cosa-pi-sconvolgente-i-tanti-attacchi-dalle-donne-hUwq9t9TFgRHkmcjU8yhAL/pagina.html




martedì 10 ottobre 2017

Ius soli. La scuola chiama. Noi condividiamo, diffondiamo e indossiamo un fiocchetto tricolore

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese. Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e Costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo - che sono legge dello stato - sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Il testo della lettera-Appello degli insegnati
Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento. 
Le e gli insegnanti ed educatori che operano in diverse realtà, associazioni, gruppi o scuole possono aderire all’appello collegandosi ad Appello degli insegnanti per lo ius soli e lo ius culturae.

Abbiamo anche creato il gruppo Facebook “INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA”.  Chiamiamo tutti a collaborare e cooperare per costruire una campagna di largo respiro che parta dalle scuole.

Lettera dei docenti universitari/e
 Come docenti universitari/e vogliamo prendere una chiara posizione sulla legge in discussione al Senato della Repubblica che introduce alcune tutele minime per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei minori.
 Si tratta di una proposta di legge che riconosce il valore fondante della scuola per costruire il pieno sviluppo di ciascuna persona e l’effettiva partecipazione di tutte e tutti all’organizzazione sociale , culturale, politica ed economica dell’Italia.
Non approvare questa legge significherebbe alimentare il razzismo che attraversa la nostra società.
Noi che lavoriamo nelle università, l'ultimo livello del percorso di studi, pensiamo che le nostre studentesse e i nostri studenti che sono nati in Italia da genitori stranieri o sono arrivati in Italia da minori e qui hanno frequentato le scuole debbano aver il diritto di ottenere la cittadinanza.
È inaccettabile costringere dei giovani a diventare “stranieri per legge” al compimento dei diciotto anni, facendoli cadere nella morsa burocratica dei permessi di soggiorno e nella minaccia di non poter più vivere nel paese in cui hanno vissuto da sempre o da tanto e importante tempo.
Nelle aule universitarie nessuno deve sentirsi straniero/a, tutte e tutti devono poter studiare con la stessa speranza di futuro.
Sosteniamo quindi l’appello delle/gli insegnanti della scuola e organizzeremo negli atenei italiani iniziative per promuovere l'approvazione della legge.

lunedì 25 settembre 2017

28 .9.2017 ore 18,30 al Pirellone, piazza Duca d'Aosta Milano. Noi ci saremo, vi aspettiamo sotto lo striscione di ventunesimodonna



Mi hai stufato di lunanuvola di Maria G. Di Rienzo

Dico a te, “La Repubblica”.

Il 15 settembre pubblichi un articolo dal titolo “La violenza delle coppie giovani, oltre una ragazza su dieci aggredita prima dei 18 anni” che presenta “uno dei pochi studi condotti nel nostro Paese sul tema, condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.
“Di questo e temi collegati si parlerà – prosegue il pezzo – il 13 e 14 ottobre a Rimini in un convegno organizzato dal Centro studi Eriksson, dal titolo ‘Affrontare la violenza sulle donne – Prevenzione, riconoscimento e percorsi d’uscita’ nel quale una parte consistente sarà rappresentata dalla discussione della Teen dating violence, la violenza da appuntamento tra adolescenti e della violenza nelle giovani coppie. Si tratta, sottolineano gli organizzatori del convegno, di situazioni di violenza non facili da individuare e comprendere per le stesse ragazze che ne sono vittime, coinvolte da quello che dovrebbe essere il ‘primo amore’, ma che con l’amore e il rispetto che deve accompagnarlo non ha nulla a che fare.”
L’articolo contiene l’intervista a una delle relatrici, la psicologa Lucia Beltramini, che spiega: “Negli ultimi anni le riflessioni e gli interventi sul tema della violenza contro le donne e le ragazze hanno ottenuto maggiore diffusione e visibilità, e la volontà di realizzare interventi preventivi (…) Tali interventi non possono però prescindere da un’attenta analisi di quello che è il contesto sociale e culturale nel quale ragazzi e adulti si trovano a vivere, un contesto ancora fortemente permeato, anche a livello mediatico, da modelli stereotipati di maschile e femminile e rapporti tra i sessi poco improntati alla parità.”
Ma la conclusione a cui il testo sembra arrivare è che la colpa sia delle femministe: “Uno dei problemi maggiori nell’affrontare il fenomeno è la necessità di spiegare ai ragazzi che quanto stanno vivendo è violenza, non normalità, poiché spesso tali atti non sono riconosciuti come violenza e inaccettabili. In particolare, comportamenti di dominazione e controllo sono scambiati per segni di interessamento e amore. “Non vuole che parli con altri perché sono sua, ci tiene a me”, si sente dire alle ragazze, frasi che fanno chiedere dove siano finite le battaglie femministe nelle quali al centro si poneva ben altro concetto, quel “io sono mia” fondamento dell’autodeterminazione.”
Repubblica, assieme a una valanga di altri giornali e pubblicazioni ci hai triturato le ovaie per anni con concetti quali “la fine del femminismo”, “l’inutilità del femminismo nella società moderna”, “gli errori del femminismo”, “l’obsoleto femminismo che non capisce/vede…. (aggiungi il termine che preferisci)”, “il nuovo femminismo della scelta”, “prostituzione e pornografia sono manifestazioni del femminismo” eccetera.
Dove sono finite le lotte femministe? Non sono finite. Stiamo ancora lottando. Ma se non volete vederci non ci vedrete, è molto semplice. Per esempio, TUTTA la legislazione che in Italia riguarda diritto di famiglia, divorzio, interruzione volontaria di gravidanza, accesso ai diritti civili per le donne, violenza di genere si è generata da quelle stesse lotte. Se avessimo aspettato la buona volontà dei politici e dei governanti a quest’ora nella redazione de “La Repubblica” le donne presenti sarebbero unicamente quelle che puliscono gli uffici o preparano il caffè. Non occorre che ci diciate “grazie”, ma almeno smettete di sputarci in faccia. Maria G. Di Rienzo
https://lunanuvola.wordpress.com/2017/09/16/mi-hai-stufato/

domenica 24 settembre 2017

“Non vogliamo più morire. Ascoltate le donne e i Centri Antiviolenza”.Comunicato di D.i.Re-Donne in Rete contro la violenza.

La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha respinto e giudicato inammissibile il ricorso del Governo Italiano contro la condanna del marzo scorso per il caso di Elisaveta Talpis. E’ un caso che fa storia e di grande rilevanza giuridica e politica.
Nel marzo scorso la Corte aveva condannato l’Italia per non aver agito adeguatamente nel proteggere una donna e il figlio dalla violenza del marito, che alla fine aveva ucciso il ragazzo e tentato di assassinare la moglie. A ricorrere a Strasburgo, nel 2014, era stata proprio Elisaveta Talpis che, prima della tragedia, aveva denunciato invano le violenze del marito. La Corte ha riconosciuto che Elisaveta Talpis è stata oggetto di discriminazione in quanto donna e che la sua denuncia è stata sottovalutata. A presentare il ricorso a nome di Elisaveta Talpis era stata nel 2014 l’avvocata Titti Carrano, Presidente di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, Associazione che raccoglie 80 Centri Antiviolenza in tutta Italia, con l’avvocata Sara Menichetti. "La sentenza è definitiva – dichiara l’avvocata Titti Carrano – e ha una rilevanza enorme anche perché cade in un momento in cui in Italia accadono numerose e efferate violenze sulle donne e femminicidi. Invece di ricorrere contro la sentenza della Corte il nostro Governo avrebbe dovuto assumersi le responsabilità del caso e correggendo un sistema di protezione che è evidentemente inadeguato come la governance del Piano Nazionale antiviolenza. Questa sentenza mette il nostro Governo di fronte alla necessità di riconoscere questa inadeguatezza e rimediare”.
Il Governo italiano ha un comportamento ambiguo,  ha dichiarato ancora l’avvocata Titti Carrano: “Da una parte a parole dichiara di combattere la violenza sulle donne e la ritiene inaccettabile, ma poi ha presentato ricorso per un riesame alla Grande Camera sulla sentenza Talpis, quasi rivendicando come corrette proprio quelle azioni che sono state condannate dalla Corte e hanno avuto un esito tragico”.
L’attuale Piano Nazionale contro la violenza ancora una volta considera i Centri Antiviolenza meri esecutori, disconoscendo la loro esperienza, saperi, capacità di scelta e operatività. Le donne che vogliono uscire dalla violenza e salvarsi la vita e si rivolgono alle forze dell’ordine, alla magistratura, ai servizi sociali, troppo spesso sono inascoltate e vanno incontro a nuove violenze e alla morte. Nei Centri Antiviolenza nessuna viene lasciata sola. E’ fondamentale che i Centri siano riconosciuti come cardine del sistema che combatte la violenza maschile nella prevenzione e nella protezione.
La sentenza di Strasburgo dimostra che questo Governo è molto lontano dalla volontà di entrare nel merito del fenomeno strutturale della violenza maschile sulle donne, e del resto neppure una parola è stata spesa da Palazzo Chigi in questi giorni di grande allarme dell’opinione pubblica per stupri e femminicidi, gli ultimi due particolarmente atroci perché hanno trovato la morte due ragazzine, Noemi Durini e Nicolina Pacini, nonostante la famiglia avesse cercato di salvarle denunciando la violenza e la persecuzione da parte di chi poi le ha assassinate.
La Presidente della Camera Laura Boldrini, invece, dimostra il suo impegno costante contro la violenza sulle donne, sollecitando azioni efficaci. Nonostante lei stessa sia oggetto di violenza, minacce e misoginia, Laura Boldrini rende visibile la straordinaria forza delle donne e la volontà di vincere con le altre questa battaglia.
https://www.cooperativaeva.com/2017/09/21/non-vogliamo-pi%C3%B9-morire-ascoltate-le-donne-e-i-centri-antiviolenza/

sabato 23 settembre 2017

Da Nicolina Pacini a Gloria Pompili: i femminicidi che svelano l'ipocrisia dei media Televisioni e stampa non trattano le vittime allo stesso modo: se sono adolescenti si pubblicano foto che le ritraggono sorridenti. Se invece sono prostitute, due foto possono bastare. E poi si passa oltre. di Cristina Obber

Nicolina era una ragazzina molto bella, lo sappiamo perché tutte le testate, a cominciare dall’Ansa, ne annunciano la morte pubblicandone i selfie probabilmente scaricate dal suo profilo Facebook, compreso quello in cui tira fuori la lingua scherzosamente. Nonostante sia morta. Nonostante sia minorenne.
Dovrebbe bastare questo secondo dettaglio a preferire una narrazione più asciutta, più rispettosa e pudica e meno a caccia di click. La stessa cosa è avvenuta per Noemi Durini, anche lei 15enne, uccisa da un fidanzato violento a Lecce, anche lei splendida nel suo sorriso di adolescente. I suoi selfie spensierati ci inducono a dimenticare che il suo corpo è finito sul lettino di un obitorio.
Niente foto invece - o molto poche, molti hanno preferito dare la notizia utilizzando un’immagine di una volante dei carabinieri o la classica foto di una ragazza che si copre il volto con la mano - per Gloria Pompili, 23 anni, uccisa di botte su una provinciale del litorale romano dalle persone che la sfruttavano facendola prostituire.
Le foto di Gloria non ci sono perché quando a morire sono le prostitute la macchina mediatica mette la prima, al massimo la seconda, poi parcheggia. Donne di serie B per la stampa e per tutti noi che ci passiamo a fianco, invisibili da vive, invisibili da morte; senza storia, dunque senza volto, appunto. Le foto di Gloria non ci sono anche perché i suoi occhi tristi sono tutto fuorché accattivanti, niente sguardi ammiccanti, niente pose sexy, niente di niente. Quella foto con gli occhi tristi in cui si intravedono i volti dei suoi bambini è straziante e porta con sé le contraddizioni di un paese che si affanna a indossare il vestito della festa nascondendo sotto il tappeto il suo degrado.
Che ci sia un talk show che abbia voglia, sì voglia, desiderio, slancio, di raccontarci la sua storia, di interrogarsi sul degrado che circonda tante esistenze sulle strade del nostro bel paese perché continuiamo a considerare normale e ineluttabile che gli uomini abbiano il diritto di pagare per avere rapporti sessuali che sono violenze senza grida, stupri senza difesa di tantissime ragazze, anche minorenni di 14 o 15 anni? È un tabù chiedersi perché gli uomini si fanno complici di un sistema di sfruttamento che non si mette in discussione in virtù del fatto che è vecchio come il mondo come ci si sente dire spesso? La violenza è antica, dunque non si tocca. Ma perchè? La storia di Gloria ci interessa, la storia di Gloria ci riguarda.
Ma a chi importa davvero delle ragazze?
A Chi l’ha visto? , forse, che sulla scomparsa di Noemi ci ha buttato in pasto - sul servizio pubblico - uno degli spezzoni più trash della tivù del dolore?
A chi importa delle ragazze se la cosa che accomuna Nicolina, Noemi e Gloria è che si tratta di morti che si sarebbero potute evitare se in questo paese si smettesse di sottovalutare la violenza maschile contro le donne, se si decidesse di cambiare rotta?
Sia Noemi che Nicolina sono state uccise nonostante ci fossero state delle denunce alle forze dell’ordine. Gloria è stata uccisa dopo ripetute violenze subite per cui non ha sporto denuncia, così come non ha chiesto aiuto chi la conosceva e ne era a conoscenza. Per rassegnazione, per ignoranza, per paura, perché non sempre si sa a chi rivolgersi? Non lo sapremo mai ma poco conta adesso.
A chi importa delle ragazze se a Francesco Mazzega, il femminicida che a luglio ha ucciso Nadia Orlando, 21 anni, il Tribunale del Riesame di Trieste ha concesso gli arresti domiciliari?
La presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato un appello alle forze politiche affinché si approvi un provvedimento che aumenti le tutele per le donne in situazioni di rischio e rafforzi le misure di interdizione contro gli uomini violenti, sottolineando inoltre la necessità di intervenire sulla prevenzione che può avvenire solo a scuola e in famiglia.
Ci auguriamo che il governo Gentiloni, sordo fino ad oggi a tutte le richieste che arrivano dalla società civile, dall’attivismo femminista, dai centri antiviolenza, si assuma le responsabilità che gli competono. Anzi, competerebbero, perché qui il condizionale ci sta tutto.
http://www.letteradonna.it/it/articoli/punti-di-vista/2017/09/21/da-nicolina-pacini-a-gloria-pompili-i-femminicidi-che-svelano-lipocrisia-dei-media/24309/