sabato 23 marzo 2019

«Ha detto basta, non ha urlato» Accusata di calunnia per aver denunciato lo stupro di Elisa Sola

«Quando ho sentito che lo assolvevano, è come avere subito violenza una seconda volta. Sono stata a casa cinque giorni a piangere. Mi sono sentita vuota. Adesso la cosa che mi fa più male è non essere stata capita da quelle giudici». Non trattiene le lacrime Laura, la giovane donna che lavora alla Croce rossa che deve fare i conti con le motivazioni di una sentenza che definisce “inverosimili” le sue accuse di stupro nei confronti di un ex collega perché, per fermarlo, gli avrebbe detto “solo basta”, senza “gridare” o “tradire emotività”. Dopo aver ascoltato il dispositivo della corte, Laura era svenuta. Fuori dall’aula. L’avevano soccorsa i colleghi venuti a darle supporto e l’ex moglie dell’imputato, in fase di divorzio, che l’aveva abbracciata prima che crollasse a terra. Oggi Laura è seduta nello studio della sua legale, Virginia Iorio, che sfogliando le carte non si trattiene: «Questa è una sentenza d’altri tempi. Questo processo non può prescindere dal profilo psicologico della vittima. Si è dato per scontato che tutti abbiamo le stesse reazioni in situazioni simili. Ha dell’incredibile».

«Vorrei mettere dieci donne in una stanza – spiega la legale - davanti a un trauma. Tutte e dieci reagiranno in modo diverso. Mi viene il sangue agli occhi: creare uno stereotipo di comportamento come quello che ha fatto questa sentenza. È come dire, noi siamo abituate a una tipologia e da lì non ci stacchiamo». Laura piange. Non riesce a parlare anche se si capisce che vorrebbe dire molte cose. A un tratto ammette: «Ora non denuncerei più. Chi me l’ha fatto fare. Lui c’era in aula, quel giorno in cui ho dovuto raccontare tutto. Quelle sei ore non passavano più». Ed è stato un successo, per l’avvocato Iorio, portare Laura davanti a un collegio. «Perché quando è arrivata da me la prima volta era come adesso – spiega – non riusciva a parlare e piangeva. Con grande sforzo ha avviato un percorso con una psicologa e ha tirato fuori delle cose. Ignorare il pregresso e la valenza del suo carico emozionale mi fa restare allibita».

«Laura sta affrontando con la psicoterapeuta la rimozione dei traumi del suo passato», aggiunge Iorio. «E allora io dico – precisa – è ovvio che alcuni dettagli li ricorda male, ma c’è una totale carenza di pathos in questa sentenza. Qui siamo di fronte a una donna che non aveva il coraggio di dire nulla, che lo ha trovato e che adesso si ritrova indagata per calunnia». Quest’ultima parola fa ripiombare la crocerossina in un fiume di lacrime. Ma la legale la guarda negli occhi e le dice: «Ascoltami, nessuno mi potrà mai fermare, se non la revoca del tuo mandato. Il pm sta scrivendo l’appello, andiamo avanti fino in Cassazione. Io combatterò fino alla fine, puoi starne certa». Laura pensa al fatto che non è da sola: i colleghi della Croce rossa hanno assistito a ogni udienza del procedimento. «Sono la mia famiglia», e le scappa un sorriso. Al processo d’appello poi, se si farà, Laura non dovrà più deporre. Glielo ricorda l’avvocato, per tranquillizzarla. Si tratta soltanto di aspettare. Resta una grande amarezza, comunque andrà a finire. Virginia Iorio riflette a voce alta: «E poi ci meravigliamo perché le donne tacciono di fronte alle violenze?». Laura ricorda l’otto marzo appena passato: «In questi giorni ho visto tanti cartelloni delle donne che subiscono violenze. Mi è venuta in mente la cosa dei 90 giorni. Ma tu non puoi quantificare un tempo. Magari io ci metto tanto a trovare il coraggio di denunciare, di dire, per quello che mi è successo».
https://27esimaora.corriere.it/17_marzo_23/ha-detto-basta-non-ha-urlato-accusata-calunnia-aver-denunciato-stupro-sviene-la-sentenza-accanto-lei-moglie-dell-imputato-30ec215c-0f8b-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml?cmpid=SF020103COR&f

venerdì 22 marzo 2019

«Il marito l’avrebbe uccisa lo stesso». Tolto il risarcimento ai figli di Marianna Manduca di Giusi Fasano

È la resa. È lo Stato che alza bandiera bianca e in una sentenza scrive, in sostanza, che l’omicidio di Marianna Manduca non poteva essere evitato. È lo Stato che ammette l’inammissibile, e cioè che qualunque cosa il sistema Giustizia avesse fatto per intercettare le esigenze di lei, lui — suo marito — l’avrebbe comunque uccisa. Una specie di vittima predestinata, Marianna. E, dodici anni dopo la sua morte, oggi diventano più vittime di quanto lo siano mai stati anche i suoi tre figli, ancora tutti minorenni. A loro il verdetto di primo grado aveva concesso un risarcimento perché la magistratura non aveva fatto abbastanza per proteggere la mamma. A loro adesso la sentenza d’appello chiede di restituire tutto. È lo Stato (formalmente la presidenza del Consiglio) che chiede i soldi indietro a tre orfani.

12 denunce
Marianna, 32 anni, vita e famiglia a Palagonia, in provincia di Catania, fu uccisa a coltellate il 3 ottobre del 2007 da suo marito, Saverio Nolfo, poi condannato a 21 anni di carcere. Lei aveva firmato 12 denunce contro di lui: d’accordo. Nelle ultime aveva spiegato che lui si era presentato con un coltello e che le minacce di sempre erano diventate tangibili: va bene. Era un uomo pericoloso e le aveva promesso di ammazzarla: certo. Ma «ritiene la Corte» che a nulla sarebbe valso sequestrargli il coltello con cui l’ha uccisa «dato il radicamento del proposito criminoso e la facile reperibilità di un’arma simile». Nemmeno «l’interrogatorio dell’uomo avrebbe impedito l’omicidio della giovane donna», scrivono i giudici. Tutt’al più lui avrebbe capito «di essere attenzionato dagli inquirenti». Men che meno avrebbe avuto effetto una perquisizione a casa sua per scovare il coltello mostrato a lei minacciosamente.
In pratica, «ritiene la Corte», che «l’epilogo mortale della vicenda sarebbe rimasto immutato».

La sentenza d’appello
Ventuno pagine di sentenza per descrivere il senso di totale impotenza della magistratura (in quel caso la Procura di Caltagirone) davanti alle suppliche di aiuto di Marianna. E per smentire la decisione di primo grado che invece aveva parlato di «grave violazione di legge con negligenza inescusabile» nel «non disporre nessun atto di indagine rispetto ai fatti denunciati» e nel «non adottare nessuna misura per neutralizzare la pericolosità di Saverio Nolfo». Il giudizio d’appello, invece, sostiene che la Procura fece il possibile date le leggi del momento (ancora non c’era la legge sullo stalking). Dice che — è vero — non eseguì la perquisizione e quindi non sequestrò il coltello, ma le due non-azioni, appunto, non sarebbero bastate a sc ongiurare il peggio. Per i maltrattamenti e le minacce di morte era previsto anche allora l’arresto (quello sì che avrebbe scongiurato il delitto) ma i comportamenti di Nolfo non furono interpretati all’epoca, e non lo sono in questa sentenza, come gravi: «Non consentivano l’applicazione della misura cautelare». Nemmeno quando lui accolse Marianna mostrandole un coltello a serramanico con il quale finse di pulirsi le unghie.

Una sentenza sconvolgente
Nessuna responsabilità significa niente risarcimento, «e se la Cassazione non rivedrà il giudizio per i miei figli sarà la rinuncia al futuro che avevano sperato, per esempio all’università» si tormenta Carmelo Calì, il cugino di Marianna che, già padre di due figli, subito dopo l’omicidio adottò i suoi tre bambini senza averli mai conosciuti prima. È suo il nome che figura nella causa contro la presidenza del Consiglio. I suoi avvocati, Licia D’Amico e Alfredo Galasso, si dicono «sconcertati» e parlano di una magistratura che «dovrebbe riflettere su questa permanente tendenza all’autoassoluzione». Fa sentire la sua voce anche Mara Carfagna, che definisce la sentenza «sconvolgente» e scrive: «La Corte d’Appello dice agli orfani e a tutti noi che quel femminicidio non poteva essere evitato, denunciare i violenti è vano». Per Marianna andò esattamente così: dodici denunce. Tutto vano.
https://27esimaora.corriere.it/19_marzo_21/orfani-femminicidio-il-marito-l-avrebbe-uccisa-stesso-tolto-risarcimento-figli-marianna-01ef7ba0-4c16-11e9-a6a1-94a4136b05dd.shtml?fbclid=IwAR0YAOaxHrGc-3HG53o2niIE1cyiGv-a0_usTe65ieQfC2taImJn_tb2gjA

giovedì 21 marzo 2019

Una petizione per fermare il Congresso internazionale delle famiglie di Cristina Obber

Non le manda a dire Mauro Bonato, dimessosi da capogruppo Lega Nord a Verona per protestare contro il Congresso mondiale delle famiglie che si prepara a radunare nella città veneta, dal 29 al 31 marzo 2019, molti esponenti del mondo cattolico più integralista (tra cui il russo Dmitri Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità), i ministri Matteo Salvini, Lorenzo Fontana e Marco Bussetti. Appuntamento, che per altro, ha anche ricevuto i patrocini del ministero della Famiglia e le disabilità, della Regione Veneto e della provincia di Verona. Patrocini che hanno imbarazzato il governo, tra annunci di ritiro e smentite (il 20 marzo il ministro Lorenzo Fontana ha smentito la revoca), dopo che il movimento All Out ha lanciato una petizione che ne chiedeva il ritiro e che in pochi giorni ha raccolto più di 100 mila firme. «Fontana e Pillon vogliono riportarci al Medioevo», ha detto Bonato, che teme ripercussioni sul voto alle elezioni europee di maggio 2019, in un'intervista pubblicata sul quotidiano Il Dolomiti. Il due volte parlamentare nella Lega Nord dagli Anni '90 ora ne parla come di «un altro partito»: all'epoca non si intrometteva nelle scelte delle persone, invece oggi «ti dice chi ti devi sposare» e le donne vorrebbe «mandarle a casa a fare la calza» (visione condivisa dal tanto discusso Congresso). Ne ho parlato con Yuri Guaiana, attivista milanese che nel 2017 fu arrestato a Mosca dove si trovava per consegnare al procuratore generale le firme raccolte sempre con All Out contro le torture delle persone omosessuali in Cecenia.

DOMANDA. Iniziamo raccontando cos'è e cosa fa All Out.
RISPOSTA. È un movimento che mobilita migliaia di persone ovunque lavorando a stretto contatto con organizzazioni e attivisti locali, per costruire un mondo in cui nessuno debba sacrificare la propria libertà, parte della propria vita o rinunciare alla propria dignità a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere o di quella della persona che ama.

Come vi muovete?
Utilizziamo tattiche creative, online e offline, per attirare l'attenzione sulle iniziative, dal condividere dei contenuti a fare una donazione per finanziare un’azione, dal partecipare a una protesta di strada a firmare una donazione.

Come nel caso del Congresso mondiale delle famiglie.
Esatto. Appena è stato annunciato, abbiamo iniziato subito a lavorare su una campagna per mostrare chi sono e cosa sostengono alcuni dei relatori invitati. Alcune tra le maggiori associazioni che lavorano per i diritti umani nel mondo lo hanno definito un ‘gruppo d’odio’, ma moltissime persone in Italia non li conoscono e quindi ne sottovalutano il pericolo, le conseguenze che avrà sulle vite di tutte e tutti noi. Ci è sembrato importante dire agli italiani chi è atteso a Verona insieme ai nostri ministri.

Questo oltre alla petizione dunque.
L’idea è nata appunto quando è emerso che la Presidenza del Consiglio (attraverso il Ministero della Famiglia e della Disabilità), la Regione Veneto e la Provincia di Verona, avevano concesso il loro patrocinio che il Comune di Verona compariva tra gli sponsor. Insieme a 25 associazioni italiane ed europee, l'abbiamo lanciata per chiedere a tutte le Istituzioni italiane di non sostenere questa conferenza e di togliere tutti i patrocini.

Il Congresso riguarda una minoranza del mondo cattolico molto integralista, come mai tanta attenzione?
Perché accanto a loro spiccano evangelicali americani e ortodossi russi che non sono affatto minoranze nei loro Paesi d’origine e dispongono anche d’ingenti risorse grazie alle quali sono riusciti ad influenzare in maniera consistente l’approvazioni di leggi in diversi Stati. Io credo che in Italia non ci sia ancora consapevolezza dei rischi che corriamo e che il livello di attenzione non sia ancora sufficientemente alto.

Intanto si è fatto sentire anche il gruppo Donne per la Chiesa che ha contestato il ddl Pillon e parlato di uso strumentale della religione.
È chiaro che alcuni dei relatori presenti al Forum facciano un utilizzo politico della religione che offende la fede di molte persone, cosa che mi hanno confermato tante amiche e tanti amici credenti. Probabilmente l’episcopato cattolico se ne rende conto e preferisce adottare una certa prudenza.

Cosa intendi?
Mi limito ad osservare che, a parte le uscite del segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin (che ha dichiarato: «Siamo d’accordo nella sostanza, non nelle modalità», ndr), e della diocesi di Verona (che si astiene dal prendere parte al conflitto politico «su di un tema che, ritiene, non meriti il linguaggio violento e ideologico di questi giorni», ndr) sembra esserci una certa freddezza attorno a questa kermesse. Diversamente da quanto dimostrato da alcune Istituzioni italiane, che dovrebbero rappresentare tutti i cittadini e che, invece, fanno a gara a rilasciare patrocini.

Tu hai scritto il libro Il lungo ‘inverno democratico’ nella Russia di Putin (Diderotiana Editrice) in cui si parla dei legami tra l'ex Paese sovietico e il Congresso mondiale delle famiglie. Cosa pensi di questa alleanza?
Che sia molto pericolosa. La Russia è stata condannata più volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per violazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Lo sapevi che l’idea di organizzare questo tipo di eventi è nata proprio da loro nel 1995?

Non lo sapevo, ma non mi stupisce. Come sappiamo è atteso anche il presidente russo della Commissione patriarcale.
Sì, e puoi immaginare le sue posizioni sulle donne e la maternità. Ma il relatore che meglio incarna i rapporti tra una certa Italia, una certa Russia e l'evento di Verona è Alexey Komov che, oltre a essere rappresentante regionale del Forum, è stato ospite al congresso della Lega nel 2013 e, in seguito, è stato anche nominato presidente onorario dell’associazione di matrice leghista Lombardia-Russia.

Inquietante. Forse Salvini non ne parla pubblicamente per non perdere voti.
Sì, credo che molti elettori leghisti, se sapessero, alle europee farebbero scelte diverse.

Si è dimesso contestando proprio queste posizione il capogruppo della Lega Nord a Verona.
Mauro Bonato ha preso una posizione pubblica molto coraggiosa. Tra l’altro ha anche riconosciuto l’opportunità della nostra petizione.

Anche Di Maio ha preso le distanze da Salvini sul Congresso, l’ha definito «La destra del sfigati». ‘Sfigati’ non ti sembra riduttivo?
Lo è. Credo, però, che se Di Maio vuole davvero prendere le distanze dovrebbe convincere il governo, di cui è autorevole esponente, a ritirare il patrocinio.

Cosa che, ricordiamo, chiedono anche le 100 mila persone che in pochi giorni hanno firmato la petizione. Cosa ti senti di dire a chi non l'ha ancora fatto.
Che dobbiamo unirci per dire a gran voce che quel Congresso e quella concezione della famiglia non ci rappresentano, che non vogliamo tornare indietro. Una firma è un piccolo sforzo ma importantissimo, per il bene di tutte e di tutti.
https://www.letteradonna.it/it/articoli/conversazioni/2019/03/20/congresso-mondiale-delle-famiglie-verona-2019-petizione-yuri-guaiana/27878/?fbclid=IwAR0tnW98LjZtz41Z1niFWyVU0XtR_julLKFeRT9IaMpigw5qHmDAq8DZTzE

mercoledì 20 marzo 2019

L'Università di Verona contro il congresso sulla famiglia: «Tesi dei relatori prive di fondamento scientifico» Cristin Cappelletti

L' ateneo ha preso le distanze dall'evento pro-family di fine marzo. Più di un centinaio di professori hanno criticato le posizioni anti-scientifiche dei relatori del congresso. Riccardo Panattoni, Direttore del Dipartimento di Scienze umanistiche, ha parlato a Open delle ragioni dell'iniziativa

Circa 160 docenti dell'Università di Verona hanno deciso di prendere posizione contro il Congresso Mondiale della Famiglia che si terrà nella città veneta il prossimo 29-30-31 marzo. «Come Dipartimento di Scienze Umane, insieme a molti altre e altri docenti, ricercatori e ricercatrici dell’ateneo tutto e di tutte le aree disciplinari, ci facciamo promotori di una presa di posizione critica in merito allo svolgimento del Congresso Mondiale delle Famiglie», si legge nel comunicato. Dopo le dimissioni del capogruppo della Lega dal consiglio comunale di Verona, anche l'università di Verona ha deciso di farsi avanti.
L'ateneo prende di mira diverse posizione esposte da alcuni relatori che parteciperanno all'evento, tra cui l'affermazione del creazionismo, l’idea che la natura abbia assegnato a uomini e donne differenti destini sociali e diverse funzioni psichiche, che identificano automaticamente la donna in un ruolo riproduttivo e di cura o la promozione delle “terapie riparative” per le persone omosessuali al fine di “ritornare” alla condizione armoniosa dell’eterosessualità: «Tali posizioni vengono affermate come fondate scientificamente, ma in realtà la ricerca internazionale non è mai giunta a questo tipo di esiti e li ha anzi smentiti in diverse circostanze».
A sostenere l'iniziativa anche il Rettore dell'Università di Verona Nicola Sartor: «Bene ha fatto il dipartimento di Scienze umane, assieme ad altri docenti, ricercatrici e ricercatori di ateneo, a sottolineare come le tematiche proposte nel convegno e le posizioni degli organizzatori siano, a oggi, prive di fondamento e non validate dalla comunità scientifica internazionale». A raccontare a Open la decisione dell'Università di Verona Riccardo Panattoni, direttore del Dipartimento di Scienze umanistiche.

Da dove nasce questa decisione?
«L'idea è nata all'interno di una discussione del Dipartimento di Scienze umane di cui io sono il direttore. I temi su cui il congresso interviene sono quelli sui cui facciamo ricerca. È nata naturalmente una discussione interna. Da questa discussione abbiamo pensato che fosse necessario fare un documento per prendere le distanze dai presupposti scientifici su cui gli esponenti del congresso si basano per portare avanti le loro affermazioni. Ci sembrava importante fare un gesto dell'università pubblica, un gesto che chiarisca alla propria città e ai cittadini la posizione dell'università.
Ci sembrava opportuno sottolineare le distanze di una comunità internazionale scientifica e ribadire come le prove portate dai relatori a sostegno delle loro tesi siano state ampiamente smentite e siano considerate inapplicabili. Abbiamo fatto un documento e l'abbiamo fatto firmare singolarmente perché l'università è una comunità di singoli docenti che liberamente possono esprimersi. C'è stata una risposta da tutte le aree: medica, scientifica, economica, giuridica»,

Cosa criticate?
«In particolare lo statuto di scientificità che viene portato avanti dal Congresso. Si possono creare delle situazioni e dei momenti incentrati su posizioni religiose, ideologiche, ma non si può prescindere dal presupposto scientifico e lasciare che gli spazi pubblici della città siano dedicati a questi eventi perché sarebbe un inganno verso i cittadini.
Se in questa città c'è un'università, l'università si deve fare garante di segnalare qual è la posizione scientifica effettiva su questi temi, senza entrare in nessuna polemica, nè ideologica e nè politica, sul ruolo che deve avere il sapere: il sapere è depositato nei luoghi dove la ricerca si svolge».

È stata fatta una richiesta di uso di spazi universitari per il congresso?
«Sì. A dicembre l'organizzazione del convegno aveva chiesto all'università di concedere alcune aule, ma il Rettore aveva preso posizione rifiutando di dare questi spazi perché non era un evento che potesse svolgersi dentro le aule universitarie. Non siamo soltanto una cittadella, ma siamo parte della città. Il problema non è soltanto difendere gli spazi interni, abbiamo pensato che fosse importante riaffermare la presenza e l'importanza di un'università che appartiene alla città».

Avete ricevuto l'appoggio anche del Rettore?
«Assolutamente sì. È stato un appoggio molto spontaneo quello del Rettore: è partito dal basso, dalla discussione, e pian piano ha assunto una forma istituzionale attraverso il dipartimento. Si è rafforzato grazie al sostegno di molti docenti fino a che non ha assunto una forma istituzionale.
Come ateneo ci interessava sottolineare la nostra estraneità da quei presupposti e non avallare dibattiti politici che avrebbero indebolito la nostra posizione che ha a che fare con i contenuti, con un risvolto epistemologico ben preciso. Ci auguriamo che chi governa il Paese si rivolga all'università, ai luoghi di ricerca dove esistono i presupposti scientifici per portare avanti un'azione di governo. Volevamo che l'università ritornasse a essere un luogo capace di prendere posizioni critiche».

Sullo stesso tema
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Congresso delle famiglie, Di Maio: «Più che di destra chi tratta le donne così è uno sfigato»
Lo striscione dell'Università di Verona contro il Congresso delle Famiglie: «No a intolleranza e discriminazione»
https://www.open.online/primo-piano/2019/03/18/news/universita_di_verona_contro_il_congresso_sulla_famiglia-173263/?fbclid=IwAR1ojfLS5k1gSDjDtjTDDchuoD00g0uB99yqOahP5jbw7MbPEBS8rlIPNN8

martedì 19 marzo 2019

PROMULGARE LEGGI CONTRO LA SODOMIA. ABROGARE TUTTE LE LEGGI CHE PERMETTONO IL DIVORZIO. ECCO IL PROGRAMMA DEL CONGRESSO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

Il Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona si rifà ad Agenda Europa.

Agenda Europa è una strategia estremista, nata nel 2013, che critica i passi in avanti ottenuti grazie all’approvazione di leggi a favore dei diritti umani. Gli obiettivi del manifesto sono quelli di “Ristabilire l’Ordine Naturale”. Il meeting delle famiglie è infatti un appuntamento organizzato anche dai partecipanti di Agenda Europa.Quanto riportato in questo articolo è stato preso dal documento scritto da Neil Datta, Segretario del Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione lo Sviluppo (European Parliamentary Forum on Population Development EPF), il quale riporta il programma di Agenda Europa. La traduzione è a cura di Cinzia Ballesio, Gabriella Congiu, Enrica Guglielmotti di “Se Non Ora Quando? Comitato di Torino“.

Abbiamo deciso di riassumervi i punti salienti di Agenda Europa. L'agenda si divide in "Leggi da abrogare/temi da proibire", "Leggi da adottare" e "Azioni non legislative".

Leggi da abrogare/temi da proibire:
Abrogare leggi su unioni tra persone dello stesso sesso e civili
Abrogare tutte le leggi che permettono il divorzio
Abrogare tutte le leggi che permettono l’adozione da parte di omosessuali
Vietare la vendita di tutti i contraccettivi farmaceutici
Vietare contratti che includano forniture per aborto, contraccettivi e sterilizzazione
Vietare diagnostiche prenatali
Vietare la Fecondazione in vitro (IVF)

Leggi da adottare:
Leggi contro la sodomia
Leggi che rendano più difficile il divorzio
Favorire il matrimonio (tasse e leggi sociali)
Leggi per proibire la “propaganda omosessuale”
Legalizzare lo studio privato a casa in tutti I paesi
Obiezione di coscienza per medici e farmacisti (affinché il rifiuto della cura sia un diritto legale)
Divieto di aborto nel diritto nazionale ed in quello internazionale
Convenzione internazionale per proibire qualsiasi uso di cellule staminali umane
Convenzione internazionale per proibire l’eutanasia

Azioni non legislative:
Cancellare qualsiasi finanziamento a favore di LGBT e dell’aborto nei Programmi di Assistenza Pubblica
Rivedere i programmi di educazione sessuale in aderenza al manifesto per l’Ordine Naturale
Sostenere risoluzioni contro la maternità surrogata a livello di Parlamento Europeo e Consiglio d’Europa
Enfatizzare gli aspetti di “scelta” della sodomia
Evidenziare il costo delle leggi contro la discriminazione per l’economia nazionale
Criticare le azioni intentate dai sostenitori delle leggi contro la discriminazione (ad esempio ILGA)
Leggi le dichiarazioni dei partecipanti: «Chi sostiene l'aborto è un cannibale»

Ecco il link completo del manifesto: Ristabilire l'Ordine Naturale

https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=7481927899308882462#editor/target=post;postID=7721957177203061060

lunedì 18 marzo 2019

6 MILIONI DI DONNE HANNO SUBITO VIOLENZE DA UN UOMO. MA IN ITALIA FINISCONO IMPUTATE LORO. DI ANTONELLA SERRECCHIA

In Italia il dibattito sulla magistratura varca spesso le soglie dei tribunali per entrare nella pubblica piazza, specialmente quando le sentenze toccano la politica. Tendenzialmente, le posizioni si dividono in due: quando la sentenza di colpevolezza o l’avviso di garanzia raggiungono il politico in cui ci riconosciamo o a cui ci sentiamo vicini, i commenti virano sul garantismo più assoluto – o peggio sul complotto dei togati; quando invece l’imputato è l’esponente della parte avversa, allora questi diventano intoccabili, le sentenze non si possono commentare e il potere giudiziario non può essere messo in discussione. Non scatenano però lo stesso pathos nell’agorà politica le sentenze che con la politica non hanno nulla a che vedere, ma che dicono molto sulla nostra società: le sentenze per stupro.

In Italia le donne che nel corso della propria vita hanno subìto almeno una forma di violenza di genere (fisica o sessuale) si stima siano più di 6 milioni, e quasi 1 milione e 400 sono state vittima di stupro o di tentato stupro. Ma le denunce sono tra il 6 e il 12% del totale e le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono state meno di 50mila; in generale, la percentuale di donne vittime di abuso che chiedono aiuto va dall’1% al 4% circa. Il 30% di loro non ne parla con nessuno.
Come mai? Le spiegazioni sono tante. La principale è che, nella maggior parte dei casi, la persona abusante è un familiare o uno stretto conoscente, e questo rende comprensibilmente molto più complesso per la vittima denunciare. Inoltre, la violenza sessuale è un tipo di violenza particolarmente subdolo, che umilia la vittima a tal punto da indurla a pensare che sia meglio dimenticare piuttosto che rivivere il trauma subìto. Anche perché, spesso, la vittima viene spinta a a pensare che sia stata colpa sua, che sia legato a come si è comportata, come era vestita, dove si trovava e con chi. Questa forma di colpevolizzazione viene talmente introiettata che spesso è la donna stessa a giudicarsi per quello che ha subìto, e quindi si vergogna persino a confidarsi, anche per paura di non essere creduta; sentimenti come questi riguardano il 7% delle donne. La matrice e il peso culturale di queste ragioni diventano tema politico quando l’assenza di credibilità a cui sono condannate le donne si trasforma in una sentenza di tribunale. Perché è anche di questo genere di cose che bisognerebbe discutere quando si parla di magistratura distorta, faziosa e prevenuta: un Paese in cui la donna non si sente sicura a denunciare una violenza perché non ha fiducia nelle forze dell’ordine e nella giustizia, teme di non essere creduta, o peggio ancora sbeffeggiata, è un Paese in cui la legge non è uguale per tutti. E questo è un problema di cui la politica deve occuparsi.

Negli ultimi giorni si è discusso molto delle motivazioni che hanno spinto la Corte di appello di Ancona ad annullare la sentenza di primo grado che aveva condannato due ragazzi per aver violentato una coetanea dopo averla indotta a bere e assumere droghe. Il racconto della giovane, che le giudici hanno definito negli atti “la scaltra peruviana”, è stato ritenuto inattendibile perché “Non è possibile escludere che sia stata proprio lei a organizzare la nottata ‘goliardica’”. Perdipiù, aggiungono le togate, all’imputato “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo ‘Vikingo’, con allusione a personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.
Queste parole possono portare a una serie di lecite supposizioni. La prima è che il ragionamento delle giudici sia stato viziato da un preconcetto su chi potesse essere considerato attendibile e chi no. Fa riflettere come, in un Paese in cui la furbizia è ritenuta virtù, la “scaltrezza” di una donna sia intesa come volontà di raggirare l’uomo per fini personali (quali poi, non è dato sapere). Ma da dove potrebbe nascere il pregiudizio? Non certo dal fatto che è giovane; anche gli imputati lo sono. E nemmeno dal fatto che sia straniera, visto che i ragazzi sono suoi connazionali. Rimane quindi una sola possibilità, il fatto che sia una donna. Anzi, peggio, una donna non sufficientemente avvenente e quindi priva di credibilità nel momento in cui dichiara di aver subìto violenza.
La seconda deduzione che si può fare è che le giudici che hanno firmato tali motivazioni non abbiano ben chiaro che cosa sia la violenza sessuale, ovvero un atto di sopraffazione per stabilire la propria superiorità sulla vittima e umiliarla, che con l’avvenenza o l’attrazione non c’entra assolutamente nulla. L’ennesima riprova di quanto sia ancora necessario parlare di violenza di genere in una società che crede di aver superato tutti i pregiudizi solo perché sulla Carta c’è scritto che siamo tutti uguali.
E non dovrebbe nemmeno essere necessario sottolineare il genere delle giudici: dobbiamo superare una volta per tutte la retorica secondo cui il maschilismo sarebbe una piaga che può colpire esclusivamente un uomo che ha superato i cinquant’anni, che soffre di disfunzione erettile e che non ha altro da fare che starsene tutto il giorno col gomito appoggiato sul bancone di un bar. Il problema è che interessa anche persone giovani, istruite, che magari si dimostrano inclusive sotto altri punti di vista. Persone che dovrebbero, anche grazie alle proprie esperienze di vita e alla possibilità di essersi trovate nelle stesse situazioni, avere la sensibilità e l’acume per riconoscere e analizzare la realtà. E allora può trattarsi dell’operaio e della manager, dell’imprenditore e della sindacalista. Anche le donne possono comportarsi in maniera maschilista e contribuire a rafforzare gli stereotipi di genere.
Se parole simili a quelle scritte dalle giudici di Ancona le avessimo sentite sull’autobus o al bar, ci saremmo fatte l’ennesima risata amara. Il fatto che siano state messe nero su bianco su un provvedimento giudiziario è molto più grave. E infatti la Corte di cassazione ha annullato la sentenza, e il Ministero ha annunciato che farà le dovute verifiche. Bene, si potrebbe dire. Una storia che si avvia verso il lieto fine. E invece no, prima di tutto perché le conseguenze della doppia violenza che ha dovuto subire – dagli stupratori e dalla Corte di appello – la ragazza se le dovrà portare dietro per il resto della vita. In secondo luogo, perché sentenze del genere non sono così rare, e soprattutto non sempre vengono annullate, gli autori sanzionati e l’opinione pubblica risvegliata (seppure solo per qualche ora).
È un problema anche politico se dei giudici scrivono che una quattordicenne era “sessualmente più esperta di quanto ci si può aspettare da una ragazza della sua età” e quindi il patrigno quarantenne che l’ha stuprata ha diritto al riconoscimento dell’attenuante. È un problema anche politico se un tribunale decide che un uomo che violenta una 18enne, dopo che questa è stata indotta a bere da altri, ha commesso un atto meno grave perché non ha partecipato alla fase preparatoria. È un problema anche politico se una donna che ha subìto uno stupro di gruppo da parte di 6 uomini viene trattata durante il processo come fosse lei l’imputata, inquisita per le sue abitudini sessuali e le mutande che è solita portare. È un problema anche politico se un condannato in primo grado e reo confesso di femminicidio si vede riconoscere uno sconto di pena di 14 anni perché “in preda a una tempesta emotiva determinata dalla gelosia”; ed è un problema anche politico perché succede in continuazione: è di ieri la notizia di un uomo che si è visto riconoscere l’attenuante per aver ucciso la compagna in preda alla “delusione”. Di oggi quella che un assassino si è visto dimezzare la pena perché, secondo la giudice che ha espresso la condanna, l’uomo ha agito “sotto la spinta della gelosia ma come reazione al comportamento della donna, del tutto incoerente”. È un problema anche politico perché sembra che da quel Processo per stupro – il documentario del 1979 che mostrò all’Italia come le vittime di violenza diventassero improvvisamente imputate una volta varcata la soglia del tribunale – non sia passato nemmeno un giorno.
Secondo i dati Istat, nel 2017 in Italia sono stati denunciati 15mila atti di violenza (maltrattamenti in famiglia, atti persecutori, percosse e violenze sessuali) sia su donne che su uomini: l’81% delle vittime erano donne. Sempre secondo i dati Istat, le condanne per violenza sessuale, maltrattamento in famiglia e stalking sono poco meno di 7mila, ovvero meno della metà. In carcere sono finiti 3.154 uomini per il reato di stupro, 2.294 per maltrattamenti in famiglia, 950 per stalking, 220 per percosse. Quando si tratta di partner o ex partner abusanti, solo il 2% viene condannato. Sono tanti dati, diversi e non assoluti, ma che insieme contribuiscono a dipingere un quadro piuttosto chiaro.
Ora, possiamo continuare a credere che la violenza di genere non esista, che il gender pay gap non esista, che le donne siano “scaltre”, che il femminicidio sia un’invenzione delle “femminazi” così come il bias nella ricerca o nell’istruzione. Possiamo continuare a credere che la nostra società offra pari opportunità a una bambina e a un bambino della stessa classe ed età. Possiamo farlo – e ancora per poco, speriamo – in un bar, in un discorso tra amici, nello spogliatoio. La forma mentis che è stata plasmata dalla cultura patriarcale in molti contesti è diventata più discreta e silenziosa e subdola, mentre si è alzata la voce di chi ha problematizzato la società per come era ed è impostata. Ma non è sparita e non sparirà domani. Quello che non possiamo accettare oggi però è che serpeggi in un’aula di tribunale, dove dovremmo essere e sentirci tutti tutelati allo stesso modo. Altrimenti viene messo in dubbio uno dei principi fondamentali della Democrazia e questo non possiamo permettercelo. Quindi, la prossima volta che si parlerà dei problemi della magistratura, per una volta, mi piacerebbe sentir parlare anche di questo.
https://thevision.com/attualita/6-milioni-donne-violenza/

sabato 16 marzo 2019

Violenza sulle donne: gelosia, delusione, risentimento? Sono aggravanti non attenuanti! Mila Spicola Insegnante, pedagogista e scrittrice

Altra sentenza pericolosissima per i diritti delle donne e per il contrasto alla violenza sulle donne a Genova. Un pubblico ministero aveva chiesto una pena di 30 anni per un uomo che aveva ucciso la compagna: la colpì con diverse coltellate al petto dopo aver scoperto che non aveva mantenuto la promessa di lasciare l'amante.

Il giudice, per questo, ha concesso le attenuanti generiche e lo ha condannato a 16 anni. Nella motivazione della sentenza si legge che l'uomo ha ucciso la propria compagna perché mosso "da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento". Qua non si tratta di mettere in discussione sentenze, ma di attivare una riflessione collettiva di tipo culturale. Va fatto e subito, prima che si torni indietro senza che ce ne rendiamo conto.

In virtù di quale ragionamento la violenza sulle donne debba considerare come attenuanti motivazioni apparentemente emotive, ma che in realtà prendono le mosse profonde da presupposti discriminanti che pensavamo superati?

In virtù di quale ragionamento tali motivazioni discriminanti non sono considerate come aggravanti? In virtù di quale ragionamento ciò non accade per altri tipi di violenza?

Gelosia, delusione, risentimento, emotività sono aggravanti, non attenuanti. E proprio su quelle aggravanti, sul fatto che nascono da convinzioni e mentalità maschiliste, reazionarie, ahimè sembrerebbe diffuse anche nei luoghi della Giustizia, dovremmo concentrarci, sul riconoscerle come tali, sul prevenirle, in sede educativa, per eliminarle, per condannarle, in sede penale, non per assecondarle. Per rafforzare la consapevolezza e la forza degli individui contro la violenza.

E invece, sul piano educativo abbiamo un ministero dell'Istruzione a guida leghista che ha completamente eliminato qualunque progetto o promozione nelle scuole dell'educazione al rispetto delle differenze (ricordo che tale azione risponde a due leggi, il decreto del 2013 approvato a contrasto della violenza sulle donne e la legge 107 che ha introdotto l'educazione al rispetto delle differenze, oltre che, ovviamente all'articolo 3 della Costituzione italiana) e che per prima volta il Miur non ha celebrato l'8 marzo.

E sul piano culturale e collettivo ogni giorno arrivano segnali di passi indietro sui temi della discriminazione di genere, sentiamo di patrocini ufficiali di istituzioni della Repubblica, quali sono i ministeri, di convegni che accettano e promuovono posizioni discriminanti.

Che il clima culturale su questi temi stia cambiando è sotto gli occhi di tutti, che poi si traduca in sentenze quanto meno bizzarre a fronte di delitti gravissimi è poi preoccupante. Ma anche basta con questo Medioevo culturale che avanza sulla pelle delle donne anche nel nostro Paese.

Il rischio fondato è che così facendo si favorisca, piuttosto che contrastarla, la violenza sulle donne e che peggioriamo invece di progredire. Beh, no. Per tornare alla sentenza di Genova, la delusione di un uomo a fronte di un tradimento non può essere un'attenuante per un omicidio. Come non può esserlo la gelosia, il risentimento, il turbamento emotivo. Vale per l'uomo e vale per la donna
https://www.huffingtonpost.it/mila-spicola/violenza-sulle-donne-gelosia-delusione-risentimento-sono-aggravanti-non-attenuanti_a_23691271/?ncid=other_twitter_cooo9wqtham&utm_campaign=share_twitter&fbclid=IwAR1ztRQ16WTkShEK_1nqz3zk5