venerdì 28 aprile 2017

Invito a una festa speciale per mamme (e papà)

Per la Festa della mamma, quest'anno vogliamo fare un dono speciale alle mamme [ed ai Papà]:
incontriamo
 la Dott.ssa Riccarda Zezza,autrice con Andrea Vitullo del  libro“  MaaM - La Maternità è un Master”, che ci racconterà in modo innovativo la maternità [e la paternità responsabile]“occasione di crescita straordinaria che porta con sé nuove energie e abilità essenziali anche per la vita professionale”.



mercoledì 26 aprile 2017

Uccise, torturate, stuprate: le donne partigiane che pochi ricordano di Fabio Zanuso

Hanno salvato ebrei, fatti fuggire gli uomini durante i rastrellamenti. I nazi-fascisti infierivano su di loro
 
Carla era un’infermiera alquanto atipica, curava, cuciva, correva, rischiava.
Non era armata, come Tina, una sua compagna, che in bicicletta percorreva le stradine fra Treviso e Padova, per portare radio ricetrasmittenti, a continuo rischio cappio, e che un giorno decise di farsi dare un passaggio da un camion di nazisti, aggirandoli con la scusa di avere un sacco di libri pesanti dentro la valigia.
Nello stesso periodo Adriana riparava i ricercati dalla gestapo, e quando la banda Koch la catturò, questa donna bellissima fu “stesa su un letto di chiodi e battuta con un arnese che serviva per il camino, persi tutti i denti, mi spaccarono quasi tutte le costole, ma io non parlai, per otto giorni non parlai…. Ah, scordavo, mi strapparono anche tutti i capelli, ma io non parlai”.
Quelle che andavano sui monti si occupavano di tutto, quelle che restavano in citta’ si occupavano di tutto.
Ines, Gina e Livia restarono in città, e si inventarono la prima forma di resistenza pacifica; appena avevano il sentore che nel paese limitrofo le Ss stavano organizzando una rappresaglia, davano l’allarme, tutti gli uomini abbandonavano l’abitato, e loro, donne bellisssime, si schieravano di fronte alle loro case, tenendosi per mano, aspettando i tedeschi cantando le canzoni che di norma si sentivano nelle risaie. Tutte senza armi.
Paola lavorava al Comune, a stretto contatto con i fasci, e riusciva a far sparire centinaia di stati famiglia bollati come “di razza giudia”, alcuni li bruciava, altri li faceva falsificare, Fam. Goldstein diventava Fam. Bianchi, e così salvò migliaia di esseri umani facendoli transitare per i valichi svizzeri, salvo poi essere impiccata in pubblica piazza.
C’era Clorinda, combattente, che venne catturata, stuprata, azzannata dai cani della gestapo, torturata dal capo nazi, infine impiccata pure lei.
Alla fine di queste donne bellissime rimase poco o nulla, si contarono in circa diecimila le vittime deportate, torturate, seviziate e macellate come bovini, talune si salvarono, e a parte casi rarissimi (leggi Nilde Iotti e Tina Anselmi), tornarono a fare i lavori di casa fra le mura domestiche, continuarono a fare la vita di prima, lavare, cucinare, badare, crescere i figli, accudire il focolare, senza che nessuno dicesse loro grazie.
Su 70mila donne bellissime solo 18 furono insignite di medaglia al valore, e null’altro.
Dopo il 25 aprile vi furono le sfilate nelle città liberate, prima gli alleati, poi i gruppi partigiani composti dagli uomini, in fondo alla parata le donne bellissime, solo alcune e non sempre, dato che persino il Pci all’epoca considerava scostumato far sfilare una donna che era stata sui monti con gli uomini, e le medesime venivano insultate dalle donne che non avevano mosso un dito, al grido di “puttane” quando andava bene, e questo comportamento ignobile fece sì che le storie uniche e irripetibili di questo meraviglioso esercito di eroine finisse irrimediabilmente nel dimenticatoio.
Io non vi ho mai conosciute, care Compagne, ma vi avrei sposate tutte.
Mi sento come pervaso da un senso di latente colpevolezza, da uomo mi sento corresponsabile di questo abnorme insulto perpretato per decenni, vi porgo le mie scuse, per quanto possano servire, care donne bellissime.

martedì 25 aprile 2017

Marisa Rodano: un 25 aprile di ieri. E quello di oggi.Conversazione con Marisa Rodano, ricordando il ruolo delle donne nella Lotta di Liberazione inserito da Tiziana Bartolini

“Un 25 aprile che mi è rimasto nel cuore è quello del 1995 quando l’Udi, nel cinquantesimo anniversario, dedicò tutta la giornata alle tante donne che ebbero ruoli di primissimo piano durante la Lotta di Liberazione dal nazifascismo”. È la risposta ‘a caldo’ di Marisa Rodano, classe 1921 e una vita per la politica, alla sollecitazione a raccontarci uno tra i tanti 25 aprile che ha vissuto. “Con quella giornata si volle sottolineare l’importanza delle donne, un contributo che ha avuto un peso sia numerico sia in relazione alle responsabilità affidate loro. È stata una reazione alle celebrazioni che ricordavano solo alcune figure femminili, soprattutto quelle cadute, ma ignoravano volutamente le tante e tante partigiane che sono state protagoniste della Resistenza e che vi hanno partecipato attivamente e in vario modo. Penso alle staffette, ma non solo”.
È il tema della rimozione storica che colpisce le donne, mistificazione che queste ultime devono continuamente contrastare, anche per quanto riguarda gli eventi più recenti. La trasmissione della nostra Storia, e dei suoi valori, è il fondamento della nostra democrazia. E se la memoria collettiva è precaria, quella delle donne è costantemente sotto la minaccia di una erosione che sembra difficilmente  contrastabile. Dal 25 aprile di oltre venti anni fa a quello odierno. Marisa Rodano passa a raccontare un incontro cui ha partecipato la settimana scorsa a Trecastelli, un paese in provincia di Ancona. “È stato commovente ascoltare i pensieri e le poesie degli studenti e delle studentesse delle scuole medie e superiori sulla Liberazione. Le insegnanti li avevano preparati, anche con un filmato sull’esperienza di alcuni partigiani in Piemonte tra cui Marisa Ombra, e si capiva che loro comunicavano lo stupore di chi ha fatto una scoperta. Del resto a casa non si trasmette questa memoria e per fortuna la scuola un po’ colma questo vuoto”.
Ci incuriosisce sapere cosa le hanno chiesto, questi giovani, e anche cosa ha distillato dalla sua lunga esperienza politica una donna che è stata consigliera comunale a Roma, parlamentare - oltre che europarlamentare - e che ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Camera dei deputati, prima donna in Italia. "Ho spiegato il grande ruolo delle donne durante la Resistenza, che senza di loro la Resistenza non si sarebbe fatta. Ho ricordato che fu una donna a portare l’ordine di insurrezione al Comitato di Liberazione di Bologna; ho raccontato alcuni episodi: per esempio di come la moglie del direttore del carcere di Regina Coeli abbia fatto uscire Pertini e Saragat con un falso ordine di scarcerazione. Poi ho parlato loro del ruolo dei Gruppi di Difesa della Donna e del Manifesto con le prime rivendicazioni per la parità salariale e la tutela della lavoratrici madri. Ho spiegato che dalla partecipazione alla Resistenza è nato il diritto del voto alle donne”.
Devono capirlo, i giovani, che la Liberazione è stata la lotta per la conquista della democrazia in Italia e, per le donne, il primo passo verso la conquista di diritti fondamentali loro negati e non ancora ottenuti fino in fondo. Quello delle donne è un cammino sempre in essere, è un traguardo mai raggiunto pienamente o definitivamente. Qual è il senso, oggi, della parola Resistenza o Partigiano, secondo Marisa Rodano? “Stiamo attraversando un periodo molto, molto brutto. Talvolta ho l’impressione di vivere tensioni e premesse analoghe a quelle del 1939, sento il pericolo dello scoppio di un’altra guerra… Oggi una nuova Resistenza richiede per prima cosa ricostruire un progetto di società, poi di spiegare alla gente che bisogna associarsi perché si possono fare cose buone solo se si è uniti mentre invece c’è troppo individualismo, la terza cosa da fare è ricostituire i valori della giustizia e della libertà”.
Speravamo che le donne sarebbero state una risorsa, ma vediamo donne di potere in cui non ci riconosciamo. Che ne pensa? “Molte donne si comportano come gli uomini: hanno perso la capacità di essere sé stesse e nella vita pubblica hanno smarrito il loro bagaglio culturale e di sentimenti, la capacità di affermare una diversità. Considero questa realtà una tra le tante cose negative di questo momento. Rimango convinta, però, che bisogna battersi perché le donne abbiano ruoli paritari in ogni luogo in cui si decide. È l’obiettivo che perseguiamo come Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, aggregazione di associazioni di cui faccio parte”. E che di cui è una delle fondatrici, aggiungiamo noi. Non solo per amore di precisione.

lunedì 17 aprile 2017

Siamo sicure che per essere donne occorra essere Superdonne? di Silvia Vegetti Finzi

E’ sempre con grande dolore che il mondo apprende la morte di una donna e di una mamma che lascia orfano un figlio di 9 anni. In questo caso si tratta di Carmen Chacòn, una figura straordinaria nella storia dell’emancipazione femminile. Nata con una grave malformazione cardiaca, è stata capace di percorrere la straordinaria carriera che l’ha portata a essere la prima donna nominata “ministra della difesa”, nella storia della Spagna e dell’umanità. Tutti la ricordiamo mentre giovane e bella, vestita di una camicetta bianca che rivela la sua gravidanza avanzata, passa in rassegna un reparto dell’esercito che la onora della presentazione delle armi. Anche dopo questo importante incarico, Carmen non ha mai abbandonato la lotta politica. Ed è giusto e doveroso riconoscere la forza e il coraggio con cui ha trasformato una inferiorità fisica in superiorità sociale. Credo che la sua testimonianza colpirà tutte le donne che, col femminismo, hanno rivendicato la parità dei generi, la specificità della loro identità sessuale e il diritto all’autodeterminazione. Ma poiché questo messaggio giungerà a tutte , alle ragazzine che stanno leggendo un libro di grande successo, come Bambine disobbedienti, alle adolescenti in cerca di figure ideali e alle giovani che chiedono conferma dei loro diritti, vorrei suggerire, a costo di essere impopolare, un momento di riflessione. Siamo sicure che per essere donne occorra essere Superdonne? Che l’eroismo personale sia sempre e comunque una virtù, anche quando coinvolge la vita di un figlio?
Nulla ci garantisce che Carmen non sarebbe morta lo stesso, anche se avesse fatto l’impiegata o la sarta, ma non è della persona che sto parlando, quanto della sua icona. L’elogio dell’onnipotenza è sempre pericoloso ma in modo particolare per una generazione, i cosiddetti nativi digitali, soggetta alle lusinghe della Rete, ove la vita simulata, ove tutto è possibile, prende spesso il posto della vita reale. Mentre i successi scolastici, artistici e professionali delle donne stanno trovando il riconoscimento che meritano, scivola sempre più nell’ombra l’altro versante dell’identità femminile, la maternità. Ne sono una riprova il calo delle nascite, l’incremento della sterilità, l’uso abituale di contraccettivi, non preventivi ma posticipati rispetto al rapporto sessuale. Non sappiamo più attendere, scrive Baumann, perché il presente è diventato l’unica dimensione del tempo: vogliamo tutto e subito.
Il rifiuto del limite impedisce di scegliere nella misura in cui ogni scelta comporta di stabilire delle priorità e di rinunciare a delle possibilità. Ma la maternità, idealizzata a parole è poi ostacolata nei fatti. Molte giovani donne si pongono il problema quando suona l’allarme dell’orologio biologico, ma anche allora non hanno esperienze di bambini piccoli, immagini che prefigurino il percorso materno, precognizioni del nascituro, parole per dire un desiderio che proviene dall’inconscio e chiede di essere riconosciuto e valorizzato. La donna che desidera essere madre ha bisogno, per accogliere, di essere accolta. Ma in una società competitiva non c’è posto per sentimenti materni, spesso scambiati per debolezza e inefficienza. Abbiamo bisogno di penombra e di silenzio per ritrovare ciò che manca a una identità compiuta e a una vita armoniosa. I valori femminili non sono migliori di quelli maschili, sono solo diversi e dobbiamo trovare il coraggio di dichiararlo per dare, come diceva un vecchio slogan, “alle donne la forza delle donne”.
http://27esimaora.corriere.it/17_aprile_11/siamo-sicure-che-essere-donne-occorra-essere-superdonne-43ed0332-1e92-11e7-a4c9-e9dd4941c19e.shtml

venerdì 14 aprile 2017

Il femminismo spiegato ai bambini di Cecilia Falcone

Dal libro Cara Ijeawele di Chimamanda Ngozi Adichie, 4 idee per insegnare la parità ai nostri figli.

"Mamma, cos'è una femminista?". Una femminista è una persona che considera le femmine e i maschi importanti allo stesso modo. Si potrebbe rispondere così, coinvolgendo in un abbraccio entrambi i generi. Un modo inclusivo per avvicinare bambini di tutte le età al delicato concetto di parità. E per allontanarli dallo stereotipo con cui siamo cresciuti noi, quello della femminista arrabbiata che odia gli uomini. Se una bambina - o volesse il cielo, un bambino! - oggi pone questa domanda è perché si guarda intorno: il femminismo ha assunto i toni del glamour, le popstar più seguite inneggiano al Girl power e sulle t-shirt ricompaiono gli slogan di 40 anni fa. È il momento di sfruttare la leggerezza mainstream e la loro curiosità per approfondire e rieducare, da subito.
 È appena uscito in libreria
 Cara Ijeawele. Quindici consigli per crescere una bambina femminista (Einaudi), di Chimamanda Ngozi Adichie.
Lei è la scrittrice nigeriana che con l’intervento Dovremmo essere tutti femministi al TED ha elevato l’attenzione al tema. Il nuovo lavoro nasce come lettera a un’amica che le chiede consigli sulla formazione da dare alla sua bambina. In pratica, è un manuale di autoconsapevolezza, di femminismo contemporaneo. Che possiamo riassumere in questi quattro punti. 1. Siamo tutti, maschi e femmine, individui. Ma i ruoli di genere che ci inculcano dai primi anni di vita ci impediscono di sviluppare a pieno le nostre potenzialità e aspirazioni. Salta agli occhi con i giochi: quelli che tradizionalmente riguardano i bambini sono legati alla conquista, all’esplorazione, alla libera fisicità. Per le bambine ci sono le bambole e molte più regole, finalizzate all’essere brave, ordinate, obbedienti. Cresciamo soffocate dall’idea di “come dovrebbe essere” una ragazza. Vi ritrovate? Una femminista è chi lotta per evitare che le donne di domani (e anche noi) si trovino costrette in queste caselle.2. Piuttosto va stimolata la fiducia nelle loro capacità, esaltata l’importanza di cavarsela da sole. Inizieranno da piccole conquiste, come riparare un trenino. E leggeranno tanto per comprendere il mondo, allenarsi a esprimersi e capire chi vogliono diventare (se di romanzi non vogliono saperne, la Adichie suggerisce un trucco: pagarle. Pochi spiccioli, che si rivelano un super investimento).3. Attraverso le parole riconosceranno anche le insidie che si nascondono nella lingua e che plasmano il modo di vedersi ed essere viste. Se tante di noi hanno mal sopportato di dover prendere il cognome del marito, vale la pena considerare anche le implicazioni degli appellativi Signorina e Signora. Un chiaro esempio di disparità che a una bambina va spiegato, lo capirà facilmente. Un uomo, sposato o no, rimane Signor. Lo status sociale di una donna invece con il matrimonio cambia. Una femminista è chi lo contesta. E avverte: sposarsi può essere un’esperienza felice, ma non è l’aspirazione a cui una donna deve tendere per essere riconosciuta.4. L’obiettivo di una femmina - che coincide con quello di una femminista - è «essere pienamente se stessa, onesta e consapevole della pari umanità degli altri», come sintetizza la Adichie. Può essere bella, senza la schiavitù dei canoni. Può essere gentile, senza l’ansia di compiacere, ricordando che il suo consenso è importante. Può e le si augura di amare! Nella coscienza che darsi emotivamente è un atto reciproco. Le verrà naturale se crescerà circondata da esempi positivi di donne, da ammirare per la loro forza e il loro ruolo “alternativo” nel mondo. E da uomini in gamba. Quelli per cui viene voglia di chiedere: Cos’è un femminista?
http://www.marieclaire.it/Lifestyle/bambini-scuola-giochi-viaggi/Femminismo-spiegato-ai-bambini-Chimamanda-Ngozi-Adichie

martedì 11 aprile 2017

Violenza sulle donne, il ddl sull’ “omicidio di identità da Angela Carta

In questi giorni sono stati resi noti gli ultimi dati Istat relativi alla violenza di genere.

È difficile restare impassibili di fronte ai numeri presentati: oltre 4,5 milioni di donne hanno dichiarato di aver subito violenze di varia natura, come stupri e rapporti sessuali non desiderati, mentre 8,3 milioni di donne hanno confessato di esser state psicologicamente vessate dal partner o dall’ex. Dalla svalutazione su più livelli all’isolamento, l’obiettivo è privare la donna delle risorse pratiche ed emotive che potrebbero aiutarla ad emanciparsi da un contesto di violenza, considerando inoltre che proprio dalla denigrazione può nascere quel senso di colpa che rende complesso il percorso di uscita da una relazione tossica e determinante il ruolo svolto sul territorio dai centri antiviolenza e dalle associazioni di primo ascolto.

Ci sono stati tuttavia casi particolarmente eclatanti, nei quali oltre ad intervenire il desiderio di sottomettere la donna è subentrata una concreta volontà di annullarne ogni percezione fisica, ovvero di sopprimerne l’identità. Mi riferisco in particolar modo a quanto accaduto a Lucia Annibali e Gessica Notaro, aggredite con l’acido da quelli che erano stati loro partner e letteralmente derubate della propria fisionomia. I loro percorsi hanno previsto una lenta rinascita tanto fisica – attraverso dolorosi interventi chirurgici – quanto psicologica, per affrontare la vita con rinnovata grinta e per trasformare una dolorosa esperienza in un utile insegnamento per tutti noi.

Il ddl Puppato, anche se in tante hanno firmato e contribuito alla sua stesura, propone proprio la nascita di una nuova fattispecie di reato all’interno del Codice Penale, con l’introduzione degli artt. 577-bis, 577-ter e 577-quater che rivisitano la materia e la innovano, alla luce delle dinamiche complesse della violenza di genere e degli intenti nascosti dietro attacchi di tal portata.
Di seguito, alcune delle novità apportate alla materia da questo disegno di legge:
– una pena non inferiore ai 12 anni di reclusione per danni inflitti volontariamente, che siano essi parziali o totali;
– un incremento della pena da un terzo alla metà se il reato viene commesso da un coniuge, ex coniuge, convivente e/o parte dell’unione civile, da un ascendente o da un discendente;
– perdita di ogni diritto agli alimenti e alla successione;
– sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte;
– possibilità, in caso di condanna, di godere di benefici di pena solo sulla base di un’osservazione scientifica della personalità per almeno un anno.
Tralascio in questa sede alcuni aspetti interessanti, legati in particolar modo al monitoraggio della casistica e ai progetti previsti in ambito scolastico, poiché meriterebbero riflessioni più mirate, ma quello che è importante sottolineare è l’intento di restituire dignità e rispetto a chi subisce violenze, evidenziando l’intenzionalità dell’azione e la necessità di punire adeguatamente il reato.

Il presupposto è che il viso sia lo strumento attraverso il quale si fissano le basi per la comunicazione e l’interazione con gli individui: cancellarne ogni tratto distintivo mina il riconoscimento di sé, ma anche il riconoscimento da parte degli altri, vanificando quel lungo percorso di crescita e costruzione dell’identità che dura tutta una vita.
Proposte concrete come questa– al di là di slogan elettorali e politici – possono rivelarsi un buon deterrente e porre solide basi per la prevenzione della violenza sulle donne.
http://www.dols.it/2017/03/31/violenza-sulle-donne-il-ddl-sull-omicidio-di-identita/

lunedì 10 aprile 2017

E’ “femminicidio” per 85 donne uccise su 100. I dati shock della Giustizia

L’85% delle donne uccise in Italia sono vittime proprio “in quanto” donne, non per altre ragioni. L’incredibile percentuale l’ha fornita il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nel corso del suo intervento al convegno degli ordini degli avvocati romagnoli, a Forlì.

L’analisi statistica è frutto di ricerca estesa a tutti i casi di omicidio preterintenzionale che vedono come vittime le donne basata sulle circostanze che emergono dalla lettura delle sentenze e, proprio per questa ragione, era nella disponibilità del Guardasigilli, che è anche candidato alla segreteria del Pd.

“Su 417 casi di sentenze esaminate nell’arco temporale che va dal 2012 al 2016, 355 ossia l’85% dei casi sono classificabili come femminicidio, sono cioè donne uccise da uomini in quanto donne”, ha sottolineato Orlando.

Non ci sono differenze tra Nord e Sud, centro e periferia. I più violenti con le donne, oltretutto, sono gli italiani. “La distribuzione geografica è sostanzialmente omogenea, la nazionalità conferma la prevalenza di soggetti italiani, gli stranieri sono coinvolti nel 25% dei casi come autori e nel 22,4% come vittime”, ha confermato il ministro.

Un dato simile fu diffuso già nel 2010 dalla Polizia e allora il ministro dell’Interno, che era il leghista Roberto Maroni, protestò. Aggiunge Orlando: “Nel 55,8% dei casi tra autore e vittima esisteva una relazione sentimentale. Se aggiungiamo una relazione di parentela raggiungiamo il 75% dei casi in cui la vittima viene uccisa in un ambiente familiare, teoricamente in un ambito protetto e sicuro che spesso invece si rovescia nel suo contrario”.

Il “femminicidio”, che è regolato dal 2009 con una serie di aggravanti, è frequentemente un atto particolarmente efferato. “Quello che più colpisce sono le modalità con cui viene commesso il delitto”, ha aggiunto Orlando, “dal momento che non siamo solo in presenza di esecuzioni rapide con armi da fuoco, ma spesso di casi in cui l’uomo sfoga sulla donna una furia inaudita”.

Non è un “semplice” omicidio come quelli della criminalità organizzata, ma, dice il Guardasigilli, se è possibile, ancora peggio: “Quasi mai i colpi inferti sono uno o due, spesso ‘ un accanimento e spesso la morte arriva dopo una violenza brutale compiuta a mani nude o con qualunque mezzo a portata di mano”.

http://instante.it/2017/04/04/femminicidio-donna-la-colpa-dell85-delle-vittime-numeri-shock-della-giustizia/