mercoledì 13 dicembre 2017

Cosa resta del diritto se magistrati autorevoli giocano con il potere (maschile)? di Antonella Anselmo

Nel Bel Paese, quello delle consorterie, dei gruppi di pressione, delle caste mancava solo questa notizia: magistrati di assoluta autorevolezza in posizioni apicali per l’accesso alla magistratura e per la difesa delle dignità delle donne che, organizzati in vere e proprie sette, piegavano le loro alte funzioni a scambi sessuali e comportamenti intimi imposti. Il volto più miserevole e vergognoso del potere: quello che infanga istituzioni democratiche chiamate a garantire lo Stato di Diritto.
Mi chiedo che speranza hanno le nostre battaglie giudiziarie per l’eguaglianza di genere, per la dignità delle donne, per la tutela della persona, per il rispetto delle Istituzioni. Persino future magistrate, con un bagaglio di cultura giuridica adeguato, si sentono spinte ad accettare regolamenti e contratti che sono un’offesa profonda alla dignità di apparati pubblici e delle persone che ne ricoprono ruoli di responsabilità. Mi auguro che le notizie di questi giorni siano smentite come neve al sole da indagini accurate dei massimi organi di autogoverno della magistratura.
Rimane l’amara riflessione: sembra dilagare l’immagine di una gestione del potere pubblico saldamente in mani maschili che necessita di fidelizzare le donne entro “circoli ristretti e potentissimi” barattando i loro servigi sessuali o la loro intimità per accedere alla “sfera pubblica”, ancora tanto agognata, nonostante i saldi principi di eguaglianza della nostra Carta Costituzionale. Non solo la sfera privata diviene parte dell’immagine pubblica ma la forza del potere si misura sulla sua assurdità e spregiudicatezza. La capacità di ricatto per l’accesso alla funzione pubblica diviene la unità di misura. E con queste logiche di accesso ci si chiede quali siano le garanzie di una buona amministrazione della giustizia. E fa male scoprire che la Rivista Diritto e Scienza si sia occupata anche di “equilibrio di genere”.
http://27esimaora.corriere.it/17_dicembre_12/cosa-resta-diritto-se-magistrati-autorevoli-giocano-il-potere-maschile-47da2e4c-df72-11e7-b8cc-37049f602793.shtml

martedì 12 dicembre 2017

Nello specchio del Time di Ida Dominijanni,

“Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione che è solo all’inizio. Non sappiamo quale sarà il suo impatto finale. Quanto sarà esteso, quanto sarà profondo, se ci sarà un contraccolpo. La vera prova di questo movimento sarà la sua capacità di cambiare la realtà delle persone per le quali dire la verità è troppo minaccioso”. Più ancora della scelta del Time di incoronare “persona dell’anno” le donne che hanno acceso la miccia del me too colpisce la sua motivazione. Indizio di un discorso pubblico che non teme il cambiamento ma lo incoraggia, non diffida delle donne ma vi si affida, e sa che le due cose – donne e cambiamento – oggi come oggi vanno insieme o non vanno: no women no change, se non è spinto dalla libertà femminile il cambiamento sociale si blocca. Cieche e sorde sono quelle società che si ostinano a non capirlo.

È il contrario, esatto e speculare, di come il me too è stato commentato nel mainstream mediatico italiano. Là porte spalancate alla presa di parola delle donne, qua un muro di diffidenza. Là approvazione, qua disapprovazione sociale. Là ascolto, qua discredito: parlano vent’anni dopo ma intanto ci hanno fatto carriera, si inventano tutto senza sporgere regolare denuncia in tribunale, non sanno distinguere fra un’avance e una molestia, finiranno con l’eliminare l’erotismo dall’esperienza umana. Misoginia – maschile e femminile – a pioggia, contro qualunque evidenza: ancora l’altra mattina, di fronte alla copertina del Time, qualcuno sentenziava in prima pagina che si tratta certamente di un ripiego, e qualcuna gli faceva eco in tv che il Time era chiaramente a corto di idee e se l’è cavata così.

Vale la pena allora di leggerla con attenzione e di usarla come uno specchio, la motivazione del settimanale americano. Che valorizza il movimento collettivo e ormai planetario del me too senza dimenticare che il coraggio della presa di parola è sempre individuale, e che dunque le donne che hanno parlato vanno nominate, e ringraziate, una per una. Ricorda che tutto è cominciato da Hollywood e dal sistema dei media – “due industrie che vivono fianco a fianco, in una bolla co-dipendente” –, ma non separa le attrici dello star system dalle donne comuni, perché ciò che accadeva nella stanza di Weinstein accade anche nel retrobottega di un ristorante o in un qualunque ufficio. E paragona l’entità del cambiamento culturale in corso a quello innescato dai grandi movimenti che scossero l’America e il mondo alla fine degli anni sessanta: non si sa dove arriverà, ma intanto il treno è partito.

Non solo. L’editoriale del Time accosta acutamente il risveglio della parola femminile a quello del giornalismo americano. L’una e l’altro, osserva, avevano rischiato di essere messi a tacere dall’elezione di un presidente che un giorno si vantava delle sue prodezze sessuali con le donne e l’altro si scagliava contro giornali e giornalisti. E invece l’una e l’altro si sono ritrovati alleati nel portare sussurri e bisbiglii alla luce del dibattito pubblico. Accadde esattamente la stessa cosa qualche anno fa in Italia, quando alcune donne squarciarono il velo del sistema berlusconiano di scambio fra sesso e potere e furono sostenute da voci femminili e maschili del giornalismo indipendente, solo che allora nessuno ringraziò nessuna “per aver dato voce ai segreti, per aver trasformato i whisper network in social network, per aver spinto tutti a smettere di accettare l’inaccettabile” come fa adesso il Time, e i risultati si vedono oggi che Berlusconi torna restaurato al centro della scena politica e tutti sono convinti che a farlo fuori nel 2011 sia stato lo spread e non le donne.

Infine, il Time non si risparmia un cenno autocritico. La consuetudine di segnalare la “persona dell’anno”, spiega, è legata a una concezione della storia imperniata sul ruolo dei grandi uomini, una concezione che oggi appare eclatantemente anacronistica. Dietro quel ruolo e quella grandezza – esplicitiamo il concetto – c’è il dominio dell’uomo bianco, patriarcale, occidentale, oggi traballante e indifendibile. Il che non impedisce, da questa parte dell’Atlantico, di battezzare una nuova forza politica di sinistra “Liberi e uguali”, sottintendendo la continuità di quella storia, di quel ruolo, di quell’universale maschile esclusivo ed escludente. Sono gaffe che capitano quando una società e un sistema politico non sanno vedere dove sta il cambiamento, e perciò stesso se lo precludono.
https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2017/12/08/specchio-time-copertina-donne

lunedì 11 dicembre 2017

Libere e differenti davvero, ma anche presenti; è possibile un partito delle donne?

Nel suo post “libere e differenti ma fuori dalle istituzioni e dalla politica?”, che invitiamo a visitare e a commentare, Laura Cima constata che le “alternative” a sinistra restano maschili, e si interroga su come superare un immobilismo politico e femminile in cui ci sentiamo impantanate.

Alla domanda: “cari maschi di Liberi e Uguali perché avete escluso le donne?” lei stessa tenta di rispondere:
“perché le amiche delle formazioni che si sono riunite sotto lo stesso tetto almeno fino alle prossime politiche”, scrive, “hanno lasciato i loro leader maschi a guidarle senza fiatare, e questi devono farsi rieleggere per esistere. O sbaglio? Naturalmente (sul Manifesto) Fratoianni cerca di recuperare interloquendo con Norma Rangeri e Nadia Urbinati e, tirando in mezzo Nudm, la Colau e Olympe de Gouge, giura di essere “pronto a fare collettivamente la sua parte”. Ma se lasciamo solo uomini nelle istituzioni, siamo contente che gestiscano tutti i nostri soldi come gli pare e che non facciano mai passare leggi che ci interessano? (…) Almeno recuperiamo la petizione alla Camera dei Comuni nel 1832 d di Mary Smith: ”No taxation without representation”, principio già presente nella Magna Charta (1215) [e molto prima ancora! aggiungiamo noi, sancito nel 42 A.C. dalla storica orazione di Ortensia, cancellata dalla storia, ndr] e facciamo lo sciopero delle tasse.
Poi valutiamo se iscriverci ai circoli anarchici e lavorare per far cadere lo Stato… Perché il nuovo partito più a sinistra del Pd ci riporta a prima della rivoluzione francese e non ci dice nemmeno come pensa di garantirci almeno l’habeas corpus - visto che, come risponde candidamente un partecipante “il maschile ci include” linguisticamente parlando; ma, gli ho ricordato, in tutto il mondo ci stupra, ci riempie di botte e ci uccide, oltre ad escluderci dalla cittadinanza”.
Il riepilogo che poi fa Laura Cima (a cui di nuovo rimandiamo), sulle lotte femministe degli anni Settanta, dice molto sulla capacità che hanno avuto le donne di cambiare le cose e di essere “protagoniste, nonostante il riflusso, della grande rivoluzione pacifica del Novecento che ha cambiato totalmente costumi e società”.
Ma allora appunto tumultuavano in tutte le scuole e le fabbriche ambiti di aggregazione quotidiana fisica, e non solo virtuale, e ancora non si erano cristallizzate, fra le donne, metodologie di lavoro omologhe a quelle degli uomini, con l’eterno corredo di sabbia negli ingranaggi che producono le relative rivalità.
La semplice e umile proposta fatta dallo strumento della politicafemminile [con l’invito che trovate qui] dal 2013 tenta di introdurre il concetto di un metodo nuovo (come quello abbozzato dalla breve esperienza di lavoro di Josefa Idem, e subito stroncato), senza il quale non si va da nessuna parte.
Il metodo del riconoscersi reciproco e di fare tesoro di tutto il lavoro delle altre donne, anziché ignorarlo (o addirittura svilirlo), in una sorta di coazione a ripetere del silenziare maschile.
Moltissime donne si sono abilitate a scrivere in autonomia e direttamente, su questo strumento orizzontale che si dà il compito di rilanciare tutte, di aiutare a fare girare idee e far conoscere i singoli ambiti di impegno di quelle che sono disposte ad usarlo, ma poi in pochissime lo sfruttano; e questo è solo uno, fra tanti esempi che si potrebbero fare, per non parlare astrattamente.
Tornando a Laura Cima: lei conclude che, poiché le ministre giovani e non, cooptate da Renzi, non hanno di certo migliorato la situazione del nostro paese, del loro partito e neanche di Renzi stesso, “non aspettiamo più nessun Ulisse che ci conduca in un mondo più giusto perché sappiamo che non esiste. E allora cosa aspettiamo a prendere il coraggio che le nostre sorelle nordiche hanno avuto dando vita a Feminist initiative? che donne di movimento come Ada Colau e professioniste affermate come Manuela Carmena, hanno mostrato, assumendosi la responsabilità di guidare le due più grandi città spagnole? visto che non è solo di pari opportunità che abbisogna il nostro paese ma di protagonismo di femministe capaci di guidare processi di cambiamento in Italia”. 
Vero; non solo in Svezia e in Norvegia ci provano, ma anche in Danimarca un partito femminista ha recentemente debuttato, per esempio; servirebbe forse un “partito delle donne” anche in Italia, capace di fare, finalmente, qualcosa di totalmente nuovo. Cosa aspettiamo, chiedi, cara Laura; forse di capire che per fare cose nuove serve anche un nuovo metodo.
Tutte le donne e le associazioni (e anche questo blog) hanno sostenuto con forza nonunadimeno dal suo primo apparire; ma, anche qui, vediamo il metodo un tantino autistico che appare sempre il solito. Qual è la differenza? molto dialogo con i maschi delle realtà di ultra-sinistra e con l’universo queer, ma nella pratica moltissime donne se ne sentono escluse perché lo trovano impositivo: perché dà la linea.
Peraltro, una linea troppo fiduciosa riguardo a posizioni presentate come “libertarie”, su argomenti cruciali come la prostituzione e la GPA, senza sviscerarne i pericoli che al movimento delle donne sono sempre stati chiari (vedi ad esempio gli insegnamenti di Françoise Héritier, saltati a piè pari, come tanti altri della storia del femminismo).
Per quelle che hanno voglia di avvedersene, benché a nonunadimeno aderiscano in tante, pare che ancora di più si perdano per strada: in mille rivoli di commenti spiegano il perché ma lamentano anche di non  ricevere risposte; invece sarebbe il caso di iniziare a parlare anche di questo.
Tornando al nocciolo: crediamo serva un metodo inedito capace di declinare una nuova inclusività; che sappia che la determinazione nelle lotte non deve implicare per forza ideologia e violenza, ma anzi il contrario: generosità e tenerezza, parole che ai più fanno ridere. Fa ridere soprattutto quelli che non sanno che il contrario della paura non è il “coraggio”, ma l’amore.
Ma chi ha coscienza profonda di come, davvero, si produce la realtà dei fatti (e dunque della Storia e della biologia stessa), non ride; sa anche che - parlando in termini filosofici e perché no, quantistici, la realtà è prodotta da energie sottili molto più complesse di quanto appare in superficie. Le verità invisibili agli occhi. E' un'ovvietà che in qualunque situazione di carenza si debba contrapporre quello che manca, e non aggiungere quello che abbonda. E’ in virtù di ciò che i Lepen, i Trump e i trumpettini de noàntri, i salvini meloni & co, sono i perfetti alleati degli estremisti islamici.
Dunque in un mondo che brucia di calore e di violenza serve alimentare la corrente dell’indulgenza e dell’unione, della cura per ogni più piccola cosa che ha vita nel mondo, azzerare le risse; specie fra chi vuole cambiare. Contrapporre, in positivo, azioni nuove, ma poggiando su questo solido terreno.
Astratto? può darsi; o forse per niente. Si decida qualche donna, che abbia la personalità e la convinzione per farlo, a lanciare un partito al femminile capace di trasmettere questo: senza aspettare nessuno, come invitasse tutte e tutti a una festa chi-c’è-c’è-e-chi-non-c’è-non-c’è - e chissà, forse vedremmo che qualcosa di mai visto può diventare concreto.
https://politicafemminile-italia.blogspot.it/2017/12/libere-e-differenti-davvero-ma-anche.html

domenica 10 dicembre 2017

libere e differenti ma fuori dalle istituzioni e dalla politica?

Sono giorni di depressione e ribellione alternati questi, per una vecchia politica femminista come me.
Uno dei tanti commenti facebook di questi giorni, tra il varo di liberi e uguali e il ritiro di Montanari e Pisapia, mi ha riportato indietro di anni: Ritanna Armeni si è chiesta: “forse alle donne la politica non interessa… l’autoesclusione al momento è più forte della misoginia che pure c’è. Le donne non sono presenti nei partiti e nel dibattito pubblico perché scelgono istintivamente e programmaticamente di fare altro. E perchè non hanno tempo per le cose inutili e la politica oggi è, tutto sommato, abbastanza inutile. Da qui sarebbe bene  cominciare  a discutere.” Le sue parole hanno sollevato una cinquantina di commenti  deprimenti, compresi attacchi di donne alla Boldrini, o il suggerimento di esprimere il massimo di autonomia fondando una corrente in un partito di sinistra. Personaggi noti, come la Palombelli, che nelle sue conduzioni televisive non brilla mai, qui commenta sostenendo che nei talk show non sente cose interessanti da donne, o come Tiziana Maiolo che saluta positivamente il fatto che sia passato di moda “collocare a tutti i costi qualche donna nelle alte sfere”. Solo Striscia rossa fa una domanda ovviamente rimasta senza risposta: “cari maschi di LeU perché avete escluso le donne? “Se vuole le rispondo io: perché le amiche delle formazioni che si sono riunite sotto lo stesso tetto almeno fino alle prossime politiche (ma già più di cento militanti di Sel hanno firmato un manifesto e se ne sono andati) hanno lasciato i loro leader maschi a guidarle senza fiatare, e questi devono farsi rieleggere per esistere. O sbaglio? Naturalmente oggi sul Manifesto Fratoianni cerca di recuperare interloquendo con Norma Rangeri e Nadia Urbinati e, tirando in mezzo Nudm, la Colau e Olympe de Gourge, giura di essere “pronto a fare collettivamente la sua parte”.

Io a caldo ho condiviso il post di Armeni ponendo questa domanda: “ma se lasciamo solo uomini nelle istituzioni noi, che le tasse le paghiamo o le evadiamo molto meno, siamo contente che gestiscano tutti i nostri soldi come gli pare e che non facciano mai passare leggi che ci interessano come quella del cognome materno o contro il femminicidio o lo ius soli, etc.?”

 Almeno recuperiamo la petizione alla Camera dei Comuni nel 1832 d di Mary Smith: ” No taxation without representation”, principio già presente nella Magna Charta (1215) e facciamo lo sciopero delle tasse. Poi valutiamo se iscriverci ai circoli anarchici e lavorare per far cadere lo Stato. Perchè se il nuovo partito più a sinistra del Pd ci riporta a prima della rivoluzione francese e non ci dice nemmeno come pensa di garantirci almeno l’habeas corpus visto che, come mi ha risposto candidamente un partecipante” il maschile ci include” linguisticamente parlando, ma, gli ho ricordato che in tutto il mondo, ci stupra, ci riempie di botte e ci uccide, oltre che escluderci dalla cittadinanza.

Più di quarantanni fa quando a Torino le femministe hanno occupato un bel numero di consultori per fare self-help imparando a guardarsi negli occhi e i genitali, ad usare lo speculum, aiutando a procurarsi anticoncezionali ed aborto, parlando delle violenze subite e facendo autocoscienza con le immigrate appena arrivate a Torino che parlavano il loro dialetto ma erano totalmente in sintonia con noi, quando abbiamo occupato per una settimana il Sant’Anna, la clinica più grande d’Europa, costringendo tutti, dai primari alle ostetriche a fare assemblee con noi e le “pazienti” che a quel punto hanno smesso di esserlo, quando abbiamo occupato i locali dell’ex manicomio femminile per farci la casa delle donne o quando abbiamo lavorato con 1500 operaie e lavoratrici per raggiungere la licenza media nei nostri corsi di 150 ore dove si faceva anche autocoscienza,  quando a Torino le femministe facevano tutto questo in barba alla libreria delle donne di Milano che, elaborando la fondamentale teoria della differenza ci spiegava che la politica prima non era quella di essere cittadine della Repubblica e “non credere di avere diritti” sanciva la separazione, è vero che noi non ci preoccupavamo di andare nelle istituzioni a fare le leggi in nostro favore ma lì c’erano ancora le ex partigiane che lo facevano per noi, le nostre madri costituenti che ci aprivano le porte della magistratura e delle altre professioni riservate ai maschi, ci scrivevano la legge sulla tutela delle lavoratrici madri, la riforma del diritto di famiglia, sulle pari opportunità nel lavoro, sul servizio pubblico nazionale al posto delle mutue private, chiudevano i manicomi, introducevano il divorzio e l’aborto e i consultori pubblici, lavoravano per trasformare in legge quello che noi ci eravamo prese.

Ieri sera sono andata alla presentazione di un libro sul ’68 di Paolo Brogi, che Anna Bravo, unica donna tra i relatori ha definito un bel libro di maschi eterossessuali; sembrava uno di quei raduni di reduci con la lacrima all’occhio che rimpiangevano i bei giorni e si chiedevano come mai i giovani non facevano più politica come loro e perché non erano riusciti, loro così bravi, a coinvolgerli dal momento del riflusso ad oggi. La preoccupazione dell’autore era che nel cinquantenario si sfatasse la fake news che da allora li vuole terroristi o figli di papà. Paolo Hutter adolescente in quegli anni ma già finito in carcere in Cile, si chiedeva perché gli adolescenti di oggi non hanno richiesto a gran voce lo jus soli per i loro compagni di classe che non hanno la cittadinanza. Viale ricordava che si, poi le donne sono comparse in politica con le lotte per l’aborto, quasi dieci anni dopo. Nessuno rispondeva ad Anna e ricordava per esempio la prima manifestazione di sole donne a Roma per l’aborto attaccata dalla cellula di Cinecittà, guidata da Erri De Luca che avrebbe voluto prenderne la testa o  Rimini, dove le donne alleate agli operai contro il servizio d’ordine e la dirigenza avevano costretto Lotta Continua a sciogliersi. Ho ricordato di come molte di noi, avessimo incominciato a riconoscerci nel femminismo parecchi anni prima, quando La Lonzi aveva pubblicato sputiamo su Hegel e noi avevamo tradotto articoli e Noi e il nostro corpo delle femministe bostoniane, imparando anche da loro la pratica dell’autocoscienza e del self-help, la messa in discussione della medicina e di tutto il patriarcato e i suoi autoritarismi.  La trasformazione in partiti extraparlamentari aveva chiuso il periodo di rivolte e lotte iniziate nel ’68 ma noi donne siamo state protagoniste, nonostante il riflusso,  della grande rivoluzione pacifica del Novecento che ha cambiato totalmente costumi e società.

Abbiamo elaborato e scritto tante intuizioni importanti, dato valore alle relazioni e alle emozioni, fatto iniziative continue su tanti temi fondamentali rispetto al lavoro, al welfare, alla sanità,trasformato il femminicidio e la violenza da delitto d’onore a delitto contro la persona, fatto sparire il matrimonio riparatore, rilanciato l’ecofemminismo in Italia dopo Cernobyl e vinto il referendum contro il nucleare, denunciato traffici illegali, corruzioni e inquinamenti rimettendoci anche la vita, ma costantemente siamo state cancellate come si faceva anche nel libro e ieri sera.

Oggi, continuando a curare le ferite inflitte dalla violenza e dall’arroganza di maschi vecchi e nuovi, continuando a ritessere la tela come Penelope, non aspettiamo più nessun Ulisse che ci conduca in un mondo più giusto perché sappiamo che non esiste. E allora cosa aspettiamo a prendere il coraggio che le nostre sorelle nordiche hanno avuto dando vita a feminist initiative, che donne di movimento come Ada Colau e professioniste affermate come Manuela Carmena, hanno dimostrato assumendosi la responsabilità di guidare le due più grandi città spagnole, visto che non è solo di pari opportunità che abbisogna il nostro paese ma di protagonismo di femministe capaci di guidare processi di cambiamento e in Italia, le ministre giovani e non, cooptate da Renzi, non hanno di certo migliorato la situazione del nostro paese, del loro partito e neanche di Renzi stesso.
http://www.lauracima.it/lauracima_it/libere-e-differenti-ma-fuori-dalle-istituzioni-e-dalla-politica/

sabato 9 dicembre 2017

L’8 DICEMBRE SI FESTEGGIA LA SOTTOMISSIONE DELLA DONNA DI JONATHAN BAZZI

Domani è l’8 dicembre e non si lavora. Le scuole sono chiuse, il weekend si allunga. Festeggiamo, ci piaccia o no, il dogma dell’Immacolata Concezione. Italia, fine 2017: ci fermiamo tutti per ricordarci che Maria è una donna migliore delle altre. Il prototipo di tutte le mamme dell’umanità è nata senza peccato originale. Holy Mary, la madre di Dio, è la “tutta santa”, la pura, l’incontaminata. Non conoscerà mai il piacere: morirà vergine. Nell’immaginario collettivo, il fenomeno dell’Immacolata Concezione è infatti confuso – e non a caso – con un altro dogma mariano, quello della Verginità perpetua. Nel cristianesimo, donne e sessualità sono in antitesi e, grazie a questo, noi domani non andiamo al lavoro.
C’è uno spazio – una frattura – tra la Madonna e Maria di Nazareth: la prima è un personaggio costruito dalla teologia maschilista per subordinare il femminile e mortificarlo, negando alla donna una serie di cose, tra cui il diritto al piacere e al dominio sul suo stesso corpo. Il personaggio storico ha molto poco a che fare con ciò che progressivamente la Chiesa gli ha proiettato addosso. Che modello di femminilità hanno avuto davanti le nostre nonne, e le nonne delle nostre nonne, quando si inginocchiavano in Chiesa a pregare? Che rapporto tra i sessi hanno metabolizzato attraverso la narrativa insegnata loro dai preti? Se non è stata la Chiesa a creare la subalternità femminile, certamente ha senso dire che l’ha legittimata attraverso la spiritualità.
Fermandosi un attimo a pensare, sembra incredibile: il giorno dedicato al concepimento senza peccato di Maria è (ancora) festa nazionale. L’Italia è uno Stato laico col calendario costellato di festività cattoliche. E se alcune, come il Natale o la Pasqua, sono ormai diventante anche altro, rivestite di connotati commerciali e affettivi – i regali, le canzoni, le decorazioni, lo shopping – altre sono motivate solo e unicamente dalla tradizione religiosa, e peraltro dal suo volto più antimoderno e reazionario. Con l’Immacolata Concezione si festeggia infatti una delle radici dell’immaginario sessuofobico e misogino del cattolicesimo: la Chiesa, nel corso dei secoli, ha amplificato e irrobustito le tendenze patriarcali già presenti nella società, a scopo politico, ovvero di controllo sociale. Allo scandalo del femminile, già stigmatizzato a suo tempo con la favola di Eva – Adamo fu di fatto una vittima – si è continuato a reagire: la donna doveva essere addomesticata.
Molti elementi del cattolicesimo sono stati fissati addirittura molti secoli dopo la morte di Cristo: è solo nel 1854 che viene fissato da Pio IX il dogma dell’Immacolata Concezione. La bolla Ineffabilis Deus decide che Maria è stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Non tanto perché se lo meritasse – tutte le donne dei racconti del cattolicesimo sono funzioni semi-mute di un progetto tutto al maschile e non è che meritino granché: il corpo di Maria deve nascere e mantenersi immacolato per ospitare Gesù. Un’incubatrice incontaminata, insomma. Molto più antico è invece il dogma della Verginità Perpetua: lo si trova già nei Padri della Chiesa e viene ufficializzato nel 553, al secondo Concilio di Costantinopoli. Maria è rimasta vergine prima, durante e dopo la nascita di Gesù. I fratelli di Cristo nominati dai Vangeli sarebbero allora, in realtà, cugini o fratellastri: per gli ortodossi sono i figli del precedente matrimonio di Giuseppe.
L’arte a lungo è stata usata per indottrinare le masse, si sa. La seconda metà dell’Ottocento offre anche spunti per una piccola riflessione iconografica: è infatti anche il periodo in cui il modo di rappresentare la Madonna si impoverisce, e alla grande. Nelle statue e nelle immaginette cattoliche il corpo della Madonna viene coperto, in un modo che nulla ha da invidiare alla tradizione islamica: strati di stoffa annullano del tutto l’anatomia femminile. Vengono occultate le forme dei fianchi e dei seni, e persino i capelli. Di naturale le Madonne moderne al massimo presentano un giglio bianco come emblema della loro soprannaturale purezza. Mai più nessuna Madonna che allatta o che compie azioni quotidiane, mai più immagini concrete e persino carnali come quelle delle Madonne-matrone del Medioevo e del Rinascimento raffigurate sul prato e in cucina, vestite con gli abiti contemporanei. La Madonna diventa eterea, debiologicizzata, asessuata, suora volante. Arriva dal cielo, sopra a una nuvola, tutta bianca, celeste o colori pastello, in stile ectoplasma – il bianco non faceva parte fin a quel momento dell’iconografia mariana.
Il dogma dell’Immacolata Concezione è strettamente collegato al modello principale di questo vero e proprio restyling: le apparizioni di Lourdes, che diventano appunto anche modello visivo, canone estetico. Nel 1858 alla pastorella Bernadette appare, nella grotta del suo paese, una “signora vestita di bianco”. “Io sono l’Immacolata Concezione”, Maria dice a Bernadette e con quella manifestazione eccezionale, la rappresentazione della Madonna cambia. Definitivamente. Anche un’altra famosa apparizione mariana del periodo, quella, anzi quelle di Fatima (1917), si presenta, tra miracoli e profezie, collegata al dogma della purezza originaria di Maria: la Vergine si annuncia ai baby veggenti parlando di “Cuore Immacolato”. Virgin Mary non sta neanche più sull’altare, si allontana a dismisura, diventando la regina purissima discesa del Cielo.  Il femminile cristiano si conferma ispirato ai nuovi ideali di castità: la Madonna insegna alle donne come essere angeli obbedienti.
Siamo ormai alle porte del Novecento, la società inizia a scalpitare, la modernità avanza e il femminile viene ulteriormente amputato, neutralizzato. È questo il periodo in cui si affermano, a raffica, le “martiri della verginità”: nel 1902 Maria Goretti, undici anni, viene uccisa a pugnalate. Un vicino di casa la vuole stuprare, lei si ribella e si lascia ammazzare (viene santificata nel 1950 da Pio XII). Ma di icone del genere la santa Chiesa ne produce parecchie: Antonia Mesina, Pierina Morosini, Teresa Bracco, tutte proclamate beate non per la loro testimonianza di fede (come avveniva in passato), ma per il semplice fatto di aver difeso la loro purezza. Queste “morte di verginità” lanciano un’ombra inquietante sulla cultura dello stupro italiana: l’uomo naturalmente aggredisce e la donna naturalmente subisce e, se è santa, se vuole meritarsi il Paradiso e la gloria degli altari, dev’essere pronta a pagare con la vita. Il modello di virtù femminile cristiana instillato da queste favole tragiche prevede un esito morale oscuro: per essere come la Madonna devi essere pronta a morire.
Il valore sociale e politico di tutto ciò risulta più chiaro se si pensa che la vicenda di Maria Goretti fu strumentalizzata dal regime fascista per celebrare, soprattutto tra i contadini, l’ideale della donna modesta e umile. Queste icone celesti e terrene create dal clero hanno modellato per decenni l’immagine del femminile a colpi di simboli e dogmi in cui il tanto caro appello alla natura non è mai contato granché. Anzi, come mostra bene l’antropologo Francesco Remotti nel suo Contro natura (Laterza, 2008) la Chiesa, all’occasione, in realtà se n’é sempre fregata della natura. È naturale il celibato dei preti? È naturale la monogamia “finché morte non vi separi”? Era naturale l’appello di Cristo affinché i seguaci abbandonassero tutto – genitori, mogli e figli – per seguirlo? La “naturalità” del corpo e della sessualità è stata tatticamente rimossa e negata quando c’era da modellare lo storytelling ai fini del progetto ecclesiastico e del controllo sociale. “Natura” e “contro natura” sono dispositivi retorici, il più delle volte usati proprio contro l’autodeterminazione delle donne.
C’è un patrimonio simbolico condiviso – un inconscio collettivo direbbe Jung, una circolazione virale di meme possiamo dire noi: i modi di pensare sociali, comunitari non nascono dal niente. L’accanimento che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni nei confronti dei costumi e della moralità femminile – dove il bersaglio un giorno si chiama “Tiziana Cantone”, un altro “Asia Argento”, un altro ancora “studentesse di Firenze aggredite dai carabinieri a cui viene così bene non credere” – ha cause e radici dotate di coordinate culturali precise. Per quanto oggi in Chiesa non ci vada più quasi nessuno, anni e anni di influenza dei miti cristiani hanno prodotto effetti indiretti e secondari iper-sedimentati. Ci piaccia o no, per un paio di millenni Maria ha dettato lo stile delle donne cristiane, e non solo. I giudizi e i pregiudizi arrivano soprattutto da qui, dalla decostruzione strategica del corpo e dell’autonomia femminile.
L’Immacolata Concezione e la Verginità perenne della Madonna hanno contribuito alla messa in clandestinità del desiderio femminile: pensiamo anche un po’ a questo durante il lungo weekend offerto dall’8 dicembre. Se per molti è così facile dare della prostituta a una donna è anche perché abbiamo alle spalle una sfilza di Madonne e Marie Goretti.
http://thevision.com/cultura/8-dicembre/

giovedì 7 dicembre 2017

Violenza sessuale, legge da cambiare di Dacia Maraini

Una legge che stabilisce un limite di sei mesi per denunciare una violenza sessuale è una legge ingiusta. Basta studiare la cronaca per capire che si tratta di un regolamento da rifare. Da cosa nasce questo limite? Probabilmente dal timore che qualcuno possa approfittare di una memoria lontana, non provabile, per eseguire una vendetta. Capisco la preoccupazione ma qualsiasi legge può essere utilizzata per fini impropri. Il fatto è che la memoria di un abuso sessuale è talmente dolorosa e umiliante, che ferma spesso le vittime. La cronaca ci dice che la violenza contro i più deboli può diventare un trauma. Certo bisogna distinguere fra molestia e violenza sessuale. Uno stupro ha ben altro peso di una mano sul sedere, eppure le due cose sono legate da una abitudine culturale all’abuso. Ma perché le donne non reagiscono correndo a denunciare l’abusatore? Qui entra in gioco la strategia del predatore che è più sottile di quanto si pensi. Chi vuole dominare e approfittare sviluppa un’abilità a volte prestigiosa, fatta di raggiri, di recite teatrali, di dolcezze inattese per ottenere ciò che lo salverà da ogni denuncia: trasformare l’abusato in complice. E di solito ci riesce, utilizzando un’astuta strategia: convincere l’abusato che in fondo è stato lui a volere la violenza. Penso a quei ragazzi dei collegi religiosi che si sono tenuti dentro l’esperienza della prepotenza traumatica per quindici, venti anni, finché non sono riusciti a capire che la vittima, anche quando non denuncia ma subisce passivamente la violenza e accetta la regola del silenzio, non ha colpe.
È solo una persona chiusa dentro una trappola, come una mosca nella rete di un ragno sapiente che lo uccide lentamente. Ho fatto l’esempio degli abusati maschi perché la gente è più pronta a capire, mentre contro le giovani donne che non denunciano subito si alzano le grida degli untori. Eppure, pensateci, nessuno, di fronte a una rapina, chiede alla vittima se è stata complice, se ha provato piacere. Invece, di fronte a uno stupro, l’argomento principe è proprio questo: hai goduto? sei stato partecipe? Insomma siamo ancora di fronte al vecchio brutale detto romano «Vis cara puellae», ovvero «la forza piace alle vergini». Comunque il molestatore di solito è un uomo narcisista, ma anche fragile e bisognoso di ribadire e rafforzare la propria autorità umiliando il più debole. Il sesso c’entra poco o niente. Non è l’eros che guida questi uomini, ma il bisogno di ferire, assoggettare l’altro, che li rende sicuri di fronte a se stessi.
http://27esimaora.corriere.it/17_dicembre_04/violenza-sessuale-legge-cambiare-8f56b0d0-d92b-11e7-a3a8-44c429ca235a.shtml

martedì 5 dicembre 2017

Vittime o sopravvissute? di Giulia Zoli,

“Il linguaggio non è solo un’istituzione sociale o uno strumento di comunicazione, ma anche un elemento centrale nella costruzione delle identità, individuali e collettive (…). Consapevoli che le lingue mutano e si evolvono, proviamo a rendere il nostro linguaggio inclusivo per avere nuove parole per raccontarci e per modificare i nostri immaginari”. Comincia così il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere del movimento femminista Non una di meno. Un impegno che richiama anche noi giornalisti al dovere di scegliere con cura le parole.
Non una di meno ha indetto una grande manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne per il 25 novembre a Roma. Cominciamo dunque col chiederci: abbiamo le parole giuste per definire le donne che hanno subìto violenze? È giusto chiamarle “vittime”? O dovremmo parlare di “sopravvissute”?
L’uso di sopravvissuta al posto di vittima si è fatto strada negli ambienti femministi a cominciare dagli anni settanta e si è affermato sempre di più fino a raggiungere i mezzi d’informazione, soprattutto nei paesi di lingua inglese. Dopo aver definito per anni “vittime” le donne che avevano subìto violenze, un termine scelto anche per guadagnare sostegno alla loro causa, i movimenti femministi hanno sentito il bisogno di sbarazzarsi di questa parola triste e sminuente e hanno cominciato a parlare di “sopravvissute” per evidenziare la volontà delle donne di reagire e di riprendere in mano la loro vita. La parola vittima, spiegano, implica impotenza, passività, e quindi l’idea che la donna abusata sia danneggiata, debole, da compatire, e intrappolata in questa condizione per sempre. Sopravvissuta invece suggerisce uno sviluppo, assegna alla donna un ruolo attivo, trasmette l’idea che sia libera e abbia il controllo della sua vita, e che stia combattendo – a livello giuridico o personale – contro la violenza subita.
La parola ‘vittima’ rischia di cristallizzare in status quella che è una condizione estemporanea
Nelle aule di tribunale tuttavia, poiché lo stupro e la molestia sessuale sono reati, le donne che hanno subìto violenza in genere continuano a essere chiamate “vittime”. D’altra parte, ci sono donne che preferiscono così: non è scontato che tutte siano sempre o debbano sempre essere delle sopravvissute, capaci cioè di reagire o nelle condizioni di farlo.
La Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) invita a scegliere tra i due termini valutando le circostanze. Nel suo decalogo per descrivere in modo corretto la violenza sulle donne, pubblicato nel 2008 e adottato nel 2016 anche dal Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti italiano, si legge: “Le persone colpite da questo genere di trauma non necessariamente desiderano essere definite ‘vittime’, a meno che loro stesse non usino questa parola. Le etichette possono fare male. Un termine che descrive più accuratamente questa realtà è ‘sopravvissuta’”.
In Italia un’indicazione più recente arriva da una nota alla prefazione di Relazioni brutali, di Elisa Giomi e Sveva Magaraggia. Giomi è docente di sociologia della comunicazione e dei media e di media and culture all’università Roma Tre, Magaraggia insegna metodi di ricerca qualitativa all’università di Milano-Bicocca. Il libro, appena pubblicato dal Mulino, è una densa indagine sul modo in cui oggi i mezzi d’informazione, il cinema, la tv, la letteratura e la musica rappresentano la violenza contro le donne e delle donne, ed è dedicato al movimento femminista Non una di meno. “In questo volume”, scrive Giomi, “il termine ‘vittima’ viene utilizzato soprattutto quando l’esito della violenza è stato fatale. Ove possibile, preferiamo ‘donna che subisce/ha subìto violenza’, giacché ‘vittima’ rischia di cristallizzare in status quella che è una condizione estemporanea. Se parliamo del fenomeno in generale, senza riferimenti a casi specifici, impiegheremo ‘vittima/sopravvissuta’, che valorizza la capacità di superare le violenze”.
L’Ifj mette l’accento sull’effetto che le parole possono avere sulle persone di cui parliamo, Giomi e Magaraggia sul tipo di realtà che le parole restituiscono: entrambi i princìpi sono validi per orientarci nelle nostre scelte. Senza mai smettere di interrogare la realtà che abbiamo di fronte.
Le persone non sono solo sopravvissute o solo vittime, possono essere entrambe le cose. “Il problema di essere vittima è che mi sentivo responsabile”, ha detto Asia Argento a Ronan Farrow, l’autore dell’articolo del New Yorker che ha contribuito a svelare gli abusi di Harvey Weinstein. “Perché, se fossi stata una donna forte, gli avrei dato un calcio nelle palle e sarei scappata. Ma non l’ho fatto. Perciò mi sentivo responsabile”.
Chissà se oggi, dopo che le donne di mezzo mondo hanno reagito alle notizie di quegli abusi inondando il web di denunce e storie personali e conquistando uno spazio pubblico senza precedenti, Asia Argento si sente ancora una vittima. La sua determinazione fa pensare più a una sopravvissuta.
https://www.internazionale.it/bloc-notes/giulia-zoli/2017/11/24/donne-violenza-vittime-sopravvissute