domenica 20 maggio 2018

Un governo che aiuterà le mamme (a restare fuori dal 21° secolo) scritto da Riccarda Zezza

Non so se avremo un governo, ma di sicuro in Italia non mancano i contratti. Ed ecco come l’ultimo contratto, prodotto dall’alleanza Cinque Stelle Lega, tratta il tema “conciliazione vita-lavoro” in Italia.

“Occorre introdurre politiche efficaci per la famiglia, per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati. Inoltre, è necessario prevedere: l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa, per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”.

Poche righe, ma sintomatiche di un modello mentale e di governo ben preciso.
1) Le politiche per la famiglia riguardano solo ed esclusivamente le donne: è a loro infatti che devono consentire “di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro” ed è solo la loro indennità che deve essere “innalzata” (chissà come , visto che in Italia abbiamo uno dei congedi di maternità più ricchi d’Europa, che secondo molti studi arriva a disincentivare la partecipazione paterna); chi se ne importa se nel resto del mondo si parla ormai di condivisione dei carichi di cura, congedo parentale e di paternità: l’Italia è e resta il “paese delle mamme”.

2) Torna il vecchio concetto, tanto caro a Mussolini, di “premiare le maternità” una volta concluse (qualunque cosa questo significhi), ma solo “per le donne che rientrano al lavoro”: così le decine di migliaia che il lavoro lo hanno perso proprio a causa della maternità perdono anche “il premio” – per non parlare del riconoscimento che questo Paese non riesce a dare alle donne che hanno figli e cercano lavoro, e non hanno diritto nemmeno a un posto negli asili nido, quindi affari loro riuscire a cercarlo, quel lavoro, senza il tempo né la possibilità di creare contatti, andare ai colloqui e formarsi.

3) Ma no, direte voi, hanno anche messo un incentivo per le aziende a “tenersi le mamme”: sono infatti previsti “sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”… le aziende vengono quindi premiate come virtuose se non licenziano le madri, come se si accettasse implicitamente che questo invece avvenga, e vengono premiate perché “mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”: le parole sono importanti, e mantenere vuol dire letteralmente provvedere al sostentamento di donne che, evidentemente, non possono più farlo da sé.

Grazie, buon governo, che ti prendi cura delle mamme meritevoli, e ti interessi acciocché possano continuare a tenere sulle proprie spalle l’intero carico della “conciliazione”. Grazie per il premio alla fertilità, che limita e delimita in stretti recinti l’immaginazione su ciò che essere donna significa, sul senso di avere una famiglia per uomini e donne. E infine, grazie per voler incentivare le aziende a “caricarsi” parte del peso che comporta avere una mamma in ufficio, per il bene nostro e di tutta la nazione.

E’ di qualche giorno fa l’ultimo Rapporto OCSE sulla parità di genere. I Paesi nord europei hanno aumentato il proprio PIL di percentuali fra il 10 e il 20% in 50 anni grazie all’aumento dell’occupazione femminile. Un aumento di reddito pro capite che va dai 1.550 euro della Finlandia ai 9.000 euro della Norvegia. Ma immagino che questo, all’Italia, non serva.
http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2018/05/18/un-governo-che-aiutera-le-mamme-a-restare-fuori-dal-21-secolo/

venerdì 11 maggio 2018

Perché le vittime di stupro spesso non si ribellano. Una risposta neuroscientifica. Paola Giannetakis

Il comportamento umano è caratterizzato da diverse forme di adattamento fisiologico e psicologico. La coercizione sessuale può produrre una forma di adattamento nella vittima sia esso direttamente correlato alla violenza che ad altre condizioni non direttamente relate ad esso (Fanselow, 1994), neurobiologicamente esistono delle evidenze che dimostrano che determinati meccanismi precedono e si antepongono al controllo di sè stessi in circostanze di pericolo. Per anni si è creduto che rientrasse nelle modalità oggettive a disposizione della vittima di rispondere ad un attacco, oggi si delinea uno scenario sostanzialmente caratterizzato da fattori precipitanti parzialmente determinati biologicamente che diventano pervasivi e dominanti in assenza di una opportuna educazione alla difesa di se stessi in circostanze di estremo pericolo.

Spesso si chiede ad una vittima di stupro o di violenza sessuale se ha urlato, se si è difesa, se ha cercato di ribellarsi. Domande che spesso di fronte ad una negazione producono giudizi negativi conducendo ad una pregiudizievole conclusione e cioè che la vittima era consenziente. La vittima ha gradito la violenza o quantomeno non ha fatto nulla per evitarla. La forma di colpevolizzazione che ne segue appare evidente, la stessa colpa si distribuisce tra aggressore e vittima. La difesa, l’attiva resistenza, appaiono indispensabili componenti dello stupro che sembra non essere più stupro dal momento che la vittima non gli ha opposto la giusta resistenza. La normale attesa opposizione, quella dettata dal senso comune di chi, per sua fortuna, non è mai stato vittima di uno stupro.
Senza tralasciare l’importanza delle componenti culturali e sociali all’interno delle rispettive dimensioni e influenze sul comportamento umano, ci limitiamo a discutere degli aspetti neuroscientifici relativi al comportamento delle vittime. Una ricerca conclusasi in Svezia ha messo in luce che cosi come alcune specie animali, tipicamente predate, anche le vittime di stupro e violenza sessuale manifestano una reazione di congelamento nel momento in cui subiscono questo tipo di aggressione. Delle 298 donne oggetto dello studio il 70% ha manifestato una forma di immobilità tonica ed il 48% una forma estrema dello stesso (Möller, Söndergaard, and Helström, 2017). Questo congelamento è una forma di paralisi temporanea che viene definita immobilità della tonicità. La TI è una forma di paralisi involontaria che coinvolge l’intero corpo e produce anche incapacità di parlare (Möller, Söndergaard, and Helström, 2017).
Pensiamo ad alcune specie animali che di queste paralisi temporanee hanno fatto una capacità di sopravvivenza, trattasi di una forma di di difesa strategica evolutiva di tipo adattogeno vincente. Quando nessun’ altra difesa è possibile quella di fingersi morti o iporeattivi resta l’ultima possibilità. Questa possibilità non segue ad una fase decisionale valutativa ma è parte della conoscenza del cervello che si attiva in modo autonomo come nella gran parte delle circostanze del nostro esistere.
Tutti conosciamo la risposta attacco o fuga (fight-flight) in risposta a stimoli che sono percepiti come pericolo imminente di minaccia alla propria sopravvivenza. Ma esiste anche una seconda tipologia di risposta detta fight-freeze che descrive un differente scenario in relazione a come si può reagire di fronte alla percezione di un pericolo di cui si ha la consapevolezza essere superiore alle nostre capacità di risposta, questa risposta conduce ad un congelamento determinando una paralisi.
Questa risposta nasce dalla necessità di sopravvivere quando si entra in contatto con i predatori, e si attiva quando c’è un contatto fisico, una forte paura e l’impossibilità di fuggire.
La paralisi indotta dallo stupro appare prevalere in un gran numero di donne vittime di stupro che sono state studiate con l’obiettivo di determinare se esistesse una relazione tra le dinamiche dell’evento traumatico e le successive conseguenze psicologiche.
Nella modalità fight or flight il cervello attiva le aree dedicate al controllo motorio che possa consentire di scappare o combattere, ma quando questa modalità non è possibile i programmi di immobilità si attivano e producono una paralisi temporanea.
Il sistema di risposta abbassa i livelli di energia e vengono prodotte sostanze in grado di mitigare il senso di paura e dolore grazie al rilascio degli oppiacei endogeni come l’endorfina che producono uno stato analgesico.
Né esseri umani né animali possono controllare questi meccanismi.L’esecuzione delle risposte defensive alla paura e alla percezione di minacce sono fondamentali per la sopravvivenza (Fanselow, 1994), queste risposte appartengono ad una gamma di possibili comportamenti  complessi che possono essere di tipo attivo o passivo, tali comportamenti possono essere innati o appresi (Zhang et al., 1990; Bandler et al., 2000; Wang et al., 2015). Le componenti delle reti neurali cerebrali coinvolte includono corteccia prefrontale, ippocampo, amigdala, ipotalamo e subsezioni del grigio periacqueduttale (PAG) (Tovote et al., 2015; Furlong et al., 2016). Le reti che controllano le risposte innate alla paura e alla minaccia  sono collocate nelle regioni dorsali del PAG mentre quelle di risposte apprese si collocano nella regione ventrale. Nella fattispecie delle risposte di congelamento (freezing) va sottolineanto che queste possono appartenere sia ad un comportamento innato che appreso.

 Le vittime di stupro manifestano tale risposta quando dai canali sensoriali l’informazione trasmessa si traduce in “essere senza scampo”. Una forma dissociativa fisica, psicologica ed emotiva dalla situazione.
Ulteriore conseguenza è la risposta psicologica post trauma, le vittime si colpevolizzano di non aver avuto la forza di reagire, di opporsi, questo in ambito clinico è dimostrato dalla forte correlazione tra questa tipologia di risposta e la presenza di Disturbo da Stress Post Traumatico. La correlazione tuttavia non determina una causalità, se la paralisi temporanea e quindi il congelamento sono molto comuni questo dipende dai meccanismi di difesa cerebrali innati tipici sia dell’essere umano che di molte specie animali.
Da un punto di vista giuridico le implicazioni di queste conferme scientifiche possono essere notevoli poiché tradurre un comportamento attraverso la corretta comprensione delle risposte fisio-psicologiche significa saperlo contestualizzare in modo appropriato.
Da un punto di vista morale e sociale forse prima di esprimersi bisognerebbe aver vissuto determinate esperienze, nessuna persona desidera essere violata cosi brutalmente nel profondo. Nessuna. Cosi come a nessun animale piace essere divorato vivo.
Biasimare un comportamento senza conoscerne la vera natura rende colpevoli quanto coloro che la violenza l'hanno commessa. Colpevoli almeno moralmente.
http://analisicriminale.unilink.it/perche-le-vittime-stupro-spesso-non-si-ribellano-risposta-neuroscientifica/

giovedì 10 maggio 2018

ALLE DONNE PIACE SOFFRIRE? Spunti per una Rivoluzione

L’altro giorno mi aggiravo in un supermercato Coop, quando sono finita in un reparto giocattoli: macchinine, trattori e robot per i maschi, e addestramento alla bellezza per le femmine. C’erano delle bambole ispirate alla tipologia “barbie”, in una fascia di prezzo molto più economica dell’originale (appena 7,00 €); mi ha colpita come un pugno allo stomaco la magrezza delle gambe, che ho associato all’istante a quella dei corpi consumati dalla fame degli internati nei lager nazisti. Erano rimaste solo la pelle e le ossa. La bambola è una sorta di barbie-lager, il cui scopo sembra sia quello di normalizzare nella mente delle bambine la magrezza estrema.barbie_frida_kahlo_Sulla magrezza e la bellezza stereotipata della vera Barbie si è già detto di tutto; oggi la Mattel asseconda la crescente ondata di “orgoglio femminile” con la produzione di 17 bambole ispirate a figure di donne famose: sembra voler mutuare in una “versione bambola” i contenuti  del libro di successo mondiale “Storie della buona notte per bambine ribelli”. Se da un lato è positivo raccontare la storia di donne “vincenti”, dall’altra permane lo stereotipo della magrezza, una specie di ossessione anche per la Mattel: per esempio la bambola ispirata a Frida Kahlo ha braccia simili a stecchini, il collo sottilissimo, e sarei curiosa di vedere sotto i vestiti coloratissimi se il corpo è sempre quello della Barbie classica. Dovrebbe riportare tutte le cicatrici di Kahlo, dall’incidente che le devastò il corpo agli interventi che subì, per insegnare alle bambine e ai bambini la tenacia, e che la bellezza di un essere umano non risiede nella “perfezione” del suo corpo. Così le giovani generazioni capirebbero che Kahlo per esprimere sé stessa attinse anche a quel dolore, trasformandolo in arte. Ma è più probabile che si desideri raccontare una storia diversa, quella di un corpo magrissimo e “perfetto”, là dove invece ci furono disabilità e molta sofferenza. Mi chiedo anche dove siano finiti i baffetti di Frida: una censura di ceretta si è abbattuta sul viso della bambola, non sia mai che poi le giovani donne diventino tutte come Clark Gable.
Ma torniamo alle bambole con le gambe filiformi: il produttore avrà deciso di costruire le gambe prive di muscoli e grasso per risparmiare sulla plastica, approfittando della moda della magrezza? Quello che possiamo vedere è la rappresentazione di una giovane donna affetta da anoressia, il cui corpo assomiglia in modo inquietante a quelli ritratti nelle foto in mostra sui siti internet Pro-Ana, come questa pubblicata in un articolo de Il Fatto Quotidiano: benché la bambola si presenti come una sportiva con tanto di tavola da surf, sfoggia cosce spolpate sino all’osso, e ginocchia che davvero rievocano i poveri corpi martoriati nei lager nazisti.
Dubito che una donna con una figura ridotta a scheletro sia in grado di fare una rampa di scale, figuriamoci surfare sulle onde del mare. La bambolina non è però tutta anoressica, la testa è normale: se fosse tutta anoressica avrebbe un viso emaciato e orbite scavate, 20180416_180506invece sorride con improbabili denti bianchissimi. Ci sta dicendo che la magrezza non fa male ma rende felici, si può persino praticare uno sport: glielo vogliamo mettere bene in testa alle bambine che quando saranno giovani donne dovranno sempre esibire il proprio corpo magrissimo ed essere perennemente affamate? Glielo vogliamo insegnare subito che per essere “belle” (il primo obiettivo nella vita di una donna) non devono avere né muscoli né grasso? Con un corpo così una persona stenta a sopravvivere, ma questo però alle bambine non glielo diciamo, che sennò poi si spaventano.
Queste bambole sono destinate alle vostre figlie, in modo che imparino subito ad essere deboli: come dice Naomi Wolf “[…] a cultural fixation on famele thinness is not an obsession about female beauty, but an obsession about female obedience. Dieting is the most potent political sedative in women’s history; a quietly mad population is a tractable one”, ovvero “la fissazione culturale sulla magrezza femminile non è un’ossessione sulla bellezza femminile, ma un’ossessione sull’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico nella storia delle donne; una tranquilla e squilibrata popolazione è una popolazione docile”, (Naomi Wolf, The Beauty Myth: How Images of Beauty Are Used Against Women, 1990). La società vuole donne depotenziate: la magrezza estrema spegne la sessualità e la vitalità, la fame permanente conseguente alla privazione di cibo offusca l’istinto; al corpo è concesso il solito ruolo marginale di oggetto sessuale passivo, con genitali glabri e piccole labbra modellate chirurgicamente, donne condannate ad essere eterne bambine: vulnerabili, remissive e ubbidienti. Così mai nulla cambierà al mondo, nessuno vedrà mai che cos’è una donna non addomesticata dalla cultura.
A proposito della forma del corpo, Clarissa Pinkola Estés dice:
“Avere molto piacere in un mondo pieno di tanti tipi di bellezza è una gioia della vita cui ogni donna ha diritto. Sostenere un unico tipo di bellezza è come essere inosservanti della natura. […] Non può esistere un unico tipo di seno, di circonferenza, di pelle. […] Se i disordini dell’alimentazione coatti e distruttivi che distorcono le misure e l’immagine del corpo sono reali e tragici, per la maggior parte di donne non sono la norma. Per lo più le donne sono alte o basse, grasse o magre, semplicemente perché hanno ereditato le caratteristiche fisiche dagli avi, vicini o lontani. Giudicare o malignare sulla fisicità ereditata da una donna produce generazioni di donne ansiose e nevrotiche.”
E ancora:
“I giudizi severi e perentori sull’accettabilità del corpo creano una nazione di ragazze alte ingobbite, di donne basse sui trampoli, di donne formose vestite a lutto, di donne magrissime che cercano di gonfiarsi come rane e di varie altre donne che non abbandonano il loro nascondiglio. Distruggere l’istintiva affiliazione di una donna con il suo corpo al naturale la froda della fiducia e la induce a perseverare nel dubbio se è una brava persona o no, e a basare la stima di sé su come appare e non su quel che è”.
Come nei dei cartoni animati I Barbapapá ormai abbiamo gli strumenti per assumere la forma che vogliamo, così noi abusiamo di diete, chirurgia estetica, botulini, siliconi e cosmetici, per trasformarci in stereotipi. Dice Pinkola Estés:
“Il concetto di corpo in quanto scultura, proprio della nostra cultura, è sbagliato. Il corpo non è un marmo. Non è questo il suo fine, che è piuttosto proteggere, contenere, sostenere e infiammare lo spirito e l’anima che alberga, essere un deposito per la memoria, colmarci di sentimenti, cioè il supremo nutrimento psichico”. (Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”, Sperling&Kupfer, capitolo 7 “Il corpo giocoso: la carne selvaggia”).
La magrezza imperante negli stereotipi è la negazione di quello che Pinkola Estés definisce il “corpo numinoso”, della sua natura sacra. L’anoressia è un disturbo alimentare che viene di solito associato al benessere dei paesi più sviluppati, soprattutto rilevandone l’assenza nei paesi più poveri di Africa e America Latina, o la presenza molto bassa nei paesi di cultura araba: associarlo al benessere ha la funzione di colpevolizzare la donna perché sottintende “sei fortunata, hai tutto quello che vuoi e ti fai venire queste paturnie estetiche?”; la verità invece è che la maggiore incidenza di questa malattia si manifesta nei paesi nei quali le donne sono più libere, perché è semplicemente il prezzo da pagare per l’emancipazione; Naomi Wolf sottolinea nel preziosissimo “Il mito della bellezza” che la bellezza femminile continua ad essere percepita in modo metafisico, quando invece è il prodotto di una cultura, di esigenze di mercato e soprattutto di politica.
Il fascino della magrezza contiene una contraddizione assurda. Se essere snella equivale ad essere desiderabile, il digiuno diventa una forma di autolesionismo in previsione di una improbabile gratificazione sessuale: infatti essere sottopeso comporta alcune conseguenze che impediranno l’espressione di una sana sessualità, ossia il calo della libido, accompagnato dalla sparizione del ciclo mestruale e dalla riduzione del volume del seno, a causa del deficit di ormoni femminili; il corpo si mette “in riserva”, deve dosare le energie per sopravvivere e la sessualità non è indispensabile a questo scopo. La riproduzione potrebbe essere persino fatale. Si accompagnano al quadro clinico dell’anoressia altri gravi danni: alle ossa, con osteopenia e osteoporosi, la  caduta dei capelli, il danneggiamento dei denti (soprattutto in presenza di vomito autoindotto), la pelle secca, la bradicardia, l’ipotensione, la fragilità di unghie e capelli, l’atrofia muscolare. Altre importanti complicanze sono:
Anemia;
Problemi cardiaci;
Problemi gastrointestinali;
Danni renali;
Danni a carico del cervello e dei nervi periferici;
Depressione e/o ansia persistenti;
Disturbi della personalità e disturbi ossessivi-compulsivi;
Dipendenza da alcol o altre sostanze
Morte.
Soffrono di anoressia circa 3 milioni di persone in Italia, il 95% sono donne. È sempre più bassa l’età dell’esordio, vista la pressione sociale sulle bambine. La fascia più critica è quella dai 15 anni ai 25: seconda causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali, la prima tra le ragazze (OMS). Può esordire anche prima, a 10-11 anni.
La dieta ovviamente non riguarda solo le giovani tra i 12 e i 25 anni con disturbi dell’alimentazione: senza arrivare all’estremo dell’anoressia, la dieta è un ergastolo, una condanna per quasi tutte le donne di cultura occidentale, in perenne lotta con la bilancia e in conflitto con la propria immagine nello specchio; più o meno per tutta la vita le donne sperimentano un permanente senso di inadeguatezza estetica: l’intelligenza e le energie femminili sono dirottate sull’aspetto fisico sino da bambine, l’aderenza agli stereotipi diventa fondante per la loro autostima e si realizza così il disinnesco delle potenzialità femminili, come racconto in “Alle donne piace soffrire?”.
Sono all’ordine del giorno le notizie di donne morte sotto i ferri durante interventi per cambiare la forma del loro corpo, come pure gli episodi di body-shaming, il bullismo verso le persone sovrappeso, e qualche giorno fa una giovane per questo motivo si è tolta la vita.  Mi piacerebbe che Coop, che parla spesso di etica, non vendesse prodotti che possono indurre giovanissime consumatrici ad assimilare standard estetici ispirati ad una malattia grave come l’anoressia: il fenomeno di questo disturbo dell’alimentazione è sicuramente molto complesso e non può essere ridotto neanche alle sole pressioni dei canoni estetici, ma il peso di questi è indiscutibile.20180421_120239
Sarebbe opportuno che ai consumatori fossero proposti giochi innovativi che sviluppino l’intelligenza e le attitudini dei giovanissimi, al di fuori degli stereotipi di genere. Non chiedo Barbie Cellulite e Ken Beer Belly, domando solo di non castrare le giovani menti inculcando il mito della bellezza/magrezza nelle bambine e il mito della forza nei bambini, stereotipi che producono la società squilibrata nella quale viviamo.  20180421_120207Oggi ero in stazione e ho visto esposti nella vetrina di un tabaccaio alcuni giochi: per i maschi è prevista azione, forza, coraggio e violenza; per le bambine addestramento alla maternità, beauty e lavori di casa: un bel mini-mocio per lavare i pavimenti, scope, detersivi, così impari subito qual è il tuo posto. Non importa se le donne ormai diventano astronaute, ingegnere, architette, avvocate, scienziate, ministre, ecc., la società ci prova sempre e comunque a ridimensionare le nostre ambizioni. Ma come diceva Pier Paolo Pasolini T’insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.

“La dieta è il più potente sedativo politico nella storia delle donne”, e affamate non si può fare la Rivoluzione.
https://alledonnepiacesoffrire.wordpress.com/2018/04/21/il-gioco-dellanoressia/

martedì 8 maggio 2018

La Cesano e il sud ovest Milano che corrono sono contro la violenza alle donne

 In marcia con lo slogan “Tante gambe, un solo cuore contro la violenza”. Intervista a Bruna Brembilla, presidente del Circolo Donne Sibilla Aleramo, e al Sindaco Simone Negri, sul centro antiviolenza del territorio
Cesano Boscone, 6 maggio 2018 - Una bella giornata di sole ha accompagnato stamane i numerosi e le numerose atlete della città e del territorio per la marcia non competitiva organizzata dal Circolo donne Sibilla Aleramo insieme all’associazione Running club cesanese, con l’adesione delle associazioni Auser di Cesano Boscone e Ventunesimo Donna di Corsico. Presenti anche i rappresentanti di diverse associazioni del territorio, come il presidente del Rione La Corte, Massimo Mainardi, l'Incontro, Futuro in Comune e il Cizanum.
Punto di partenza e di arrivo il cortile di Villa Marazzi mentre il percorso due percorsi, uno di quattro chilometri per le famiglie e i bambini e uno di dieci per i podisti, si è svolto per i bellissimi parchi cesanesi, in questi giorni in fiore.
I fondi, raccolti grazie alle numerose iscrizioni, saranno devoluti al centro antiviolenza della Piano di Zona, rivolto ai Comuni del Sud Ovest Milano (Cesano Boscone, Corsico, Trezzano S/N, Buccinasco, Assago, Cusago).

Ventunesimodonna Corsico

Prima della partenza il saluto e il messaggio del Circolo Donne Sibilla Aleramo a tutti i partecipanti: “Lo scopo – sottolinea la presidente del Circolo, Bruna Brembilla – è sensibilizzare la cittadinanza sul grave problema della violenza contro le donne. Crediamo che avere consapevolezza del problema sia il primo passo da fare. Pertanto la nostra marcia pacifica, ma di denuncia, attraverserà i quartieri del paese”.
Prima della partenza il saluto e il messaggio del Circolo Donne Sibilla Aleramo a tutti i partecipanti: “Lo scopo – sottolinea la presidente del Circolo, Bruna Brembilla – è sensibilizzare la cittadinanza sul grave problema della violenza contro le donne. Crediamo che avere consapevolezza del problema sia il primo passo da fare. Pertanto la nostra marcia pacifica, ma di denuncia, attraverserà i quartieri del paese”.
Pieno appoggio dell'Amministrazione Comunale a questa iniziativa; al via erano presenti  il Sindaco, Simone Negri, l'Assessore allo Sport, Salvatore Gattuso, l’assessore alle pari opportunità Paola Ariis, la vice Sindaco Mara Rubichi, che hanno salutato i partecipanti sensibilizzandoli al tema in quanto i dati, diffusi dall’Istat, sono ancora allarmanti e serve una presa di coscienza continua della popolazione.
http://www.mi-lorenteggio.com/news/60572

lunedì 7 maggio 2018

Lo Stato di Diritto si infrange contro la fine del patriarcato di María-Milagros Rivera Garretas

Una sera delle feste di San Fermín del 2016, cinque maschi, presunti uomini, autodenominati “Il branco”, spinsero una ragazza in un portone di Pamplona, la violentarono in gruppo e filmarono la loro prodezza. Si sentivano tanto impunibili come alcuni magistrati, presunti uomini anch’essi, li hanno giudicati essere l’altro ieri.

Poche ore dopo aver saputo della sentenza, molte donne e alcuni uomini sono usciti in strada e hanno espresso la loro indignazione e il loro dissenso per una sentenza che non ha condannato i cinque maschi per stupro ma per cosiddetti “abusi sessuali”. Non sono andate a manifestare in posti qualsiasi ma di fronte a edifici che rappresentano lo Stato. Hanno subito capito che non era un tribunale qualunque ma lo Stato di diritto stesso che si scontrava, infrangendosi, contro la libertà femminile e contro la dignità e la grandezza che ogni donna ha per il fatto di esserlo. Come accade molto nei momenti radianti (Chiara Zamboni) della storia delle donne, un avvenimento così importante come questo, che lo Stato si infranga contro la libertà messa al mondo dalla fine del patriarcato, ha avuto il suo lato ridicolo: uno dei tre giudici che firmano la sentenza aveva chiesto l’assoluzione del branco dei maschi con l’argomento che non c’era stato stupro perché i delitti erano stati commessi in un ambiente “di baldoria”. L’estate scorsa, mia nipote di cinque anni mi chiese, a cena, «Nonna, perché ci sono uomini che non sono donne?» Forse è per questo: perché una bambina di oggi può essere, a quanto pare, più sensata di un magistrato.

È insensato che il Diritto distingua tra stupro e abusi sessuali. In questa distinzione si infiltrava il patriarcato per lasciare impunita la violenza contro le donne. È il varco malignamente previsto da alcuni perché altri (a volte, altre) interpretino i delitti contro le donne secondo il diritto ma non secondo giustizia.

Quelli e quelle che oggi giudicano, dentro o fuori dai tribunali, avvalendosi di sottigliezze come questa, sono, a mio parere, presunti uomini. Non fanno onore al loro sesso. Lo dico perché questa volta è accaduta nei mass media una rivoluzione simbolica. I giornalisti si sono divisi chiaramente e senza prevaricazione tra gli uomini che, riconoscendo autorità femminile, hanno saputo dire basta all’insensatezza, e i presunti uomini che hanno titubato, timorosi di attentare contro lo Stato di diritto, o si sono crogiolati nella sentenza che ha lasciato impunito, negandolo, lo stupro. Le giornaliste, da parte loro, si sono divise anch’esse, al punto che, in alcuni casi, davanti alle loro prime tre parole titubanti, molte donne abbiamo spento nauseate il “dispositivo”, non importa se chi parlava era di destra, di centro o di sinistra. Non ne possiamo più di presunti uomini.

Che lo Stato di diritto si infranga contro la fine del patriarcato è un avvenimento decisivo ed enorme, conseguenza del cambiamento radicale della politica del sesso messo al mondo dalle donne, una per una e giorno per giorno nel mondo intero durante gli ultimi cinquant’anni. Trasformando la relazione con noi stesse, con le altre e con gli uomini, abbiamo rivoluzionato la società e lasciato allo scoperto la insensatezza del Diritto in tutto ciò che ha a che vedere con il corpo femminile. Il Diritto è la grande costruzione maschile che sosteneva il patriarcato. Finalmente è riuscita a sconfiggerlo la libertà femminile. Godiamo della nostra rivoluzione!


(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 3 maggio 2018. Testo originale: El Estado de Derecho se estrella contra el final del patriarcado, Duoda, 28/04/2018, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/219/)
http://www.libreriadelledonne.it/lo-stato-di-diritto-si-infrange-contro-la-fine-del-patriarcato/

venerdì 27 aprile 2018

Dimissioni neo mamme: è boom, in 25 mila costrette a lasciare il lavoro

Dimissioni neo mamme: in venticinquemila hanno dovuto rinunciare al loro lavoro per occuparsi dei propri figli e per conciliare la vita privata con il lavoro.

Lo dicono i dati dell’Ispettorato del Lavoro. La fotografia è l’ennesimo colpo alla gender equality. Alla democrazia, potremmo osare.

Neo mamme in difficoltà: il lavoro o i figli, la scelta più difficile
Quando i dati arrivano alla conclusione che 25 mila neo mamme sono costrette a lasciare il lavoro, nonostante la recente legge contro le “dimissioni in bianco”, il problema è davvero al suo culmine. E se il benessere di una società si vede dalla sua popolazione, dal numero di nascite e  dalla sua demografia, non è più rinviabile un intervento politico. Le donne non devono trovarsi a scegliere tra lavoro e maternità. “Valori che appartengono non solo alle donne, ma all’intera collettività” Uomini compresi. Lo dichiara Loredana Taddei, Responsabile Nazionale delle Politiche di Genere della Cgil, intervistata da noi di WWI.

Come commenta i dati delle dimissioni neo mamme?
La relazione del Ministero del Lavoro è l’ennesima conferma che le politiche di conciliazione e di pari opportunità oggi non sono in grado di garantire un reale sostegno alle donne. E anche all’economia del Paese. Abbiamo denunciato, con Cisl e Uil, nei mesi scorsi, la crescita esponenziale delle dimissioni neo mamme. Fenomeno che il Rapporto dell’Ispettorato del Lavoro del 2016 non ha smentito. Delle 29.879 donne che si sono licenziate, 24.618 hanno addotto motivazioni legate alla difficoltà di assistere i figli e di conciliare la vita privata con il lavoro.

Come se lo spiega?
E’ un numero enorme che rende evidente come, fra le tante problematicità storiche del mercato del lavoro, quella di genere sia particolarmente grave. I dati confermano anche che fare figli in Italia è una questione privata e che troppo spesso per le lavoratrici la maternità diventa non solo un ostacolo al rientro al lavoro, ma anche al percorso di crescita professionale. Parliamo di demansionamento e di isolamento, fino a provocarne le dimissioni. Determinando così condizioni di discriminazione e di povertà per le donne, oltreché per le famiglie monoreddito con prole e di conseguenza per i minori.

Forse a mancare è anche il monitoraggio degli esiti legislativi?
Si, il dato elevato sulle dimissioni neo mamme mette anche in evidenza la necessità che il Ministero del Lavoro rafforzi il monitoraggio del fenomeno. Nonché la valutazione degli esiti relativi agli interventi legislativi introdotti per contrastare le cosiddette dimissioni in bianco. Non è più rinviabile un intervento politico che permetta alle donne di non essere costrette ancora oggi a dover scegliere tra lavoro e maternità, come se non fosse un valore per l’intera collettività.

Come si riducono le differenze nel lavoro?
A partire da quelle salariali, è fondamentale la contrattazione collettiva. Lo dimostra che dove è più ampia la copertura contrattuale le differenze tra uomini e donne sono minori. E’ necessario cambiare il mercato del lavoro e stoppare la crescita selvaggia dei contratti precari.

Ci sono stati dei segnali positivi sul lavoro femminile nel nostro Paese?
Al momento gli unici segnali di miglioramento riguardano le donne nei vertici aziendali, aumentate significativamente. Soprattutto grazie ad un obbligo di legge, la L.120/2011. Che prevede l’aumento progressivo di nomine femminili negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate. Le donne sono passate dal 15% del 2013 al 30% nel 2016, che però registra soltanto 17 amministratrici delegate. Mentre le imprese a guida femminile sono in percentuale ancora solo il 21,8%. Insomma, sono pochissime le donne che occupano poltrone veramente importanti. Tutto questo ci dice che non più rinviabile un impegno concreto. A partire da politiche mirate per creare occupazione, per aumentare servizi e tutele sociali, per strutturare politiche di conciliazione. Possibilmente tutte coordinate tra loro.
http://winningwomeninstitute.org/news/dimissioni-neo-mamme-e-boom/