venerdì 18 gennaio 2019

La Cassazione precisa: bigenitorialità non significa dividere il figlio a metà di Alessandro Simeone

La Repubblica.it       16 gennaio 2019 
La Corte di Cassazione ha ribadito che quando i genitori si lasciano il figlio ha il diritto di godere dell’apporto di entrambi ma non con l’imposizione rigida del “metà tempo a testa”, come invece prevederebbe il Ddl Pillon.

Con una recente decisione, la Corte di Cassazione, ribadendo numerose sue precedenti pronunzie, ha specificato che quando i genitori si lasciano il figlio ha il diritto di godere dell’apporto di entrambi (il c.d. diritto alla bigenitorialità).
La Cassazione, che, è bene ricordarlo, sono i giudici più importanti e “alti in grado” in Italia, ha anche precisato che il diritto del minore alla bigenitorialità non è il diritto dei genitori a spartirselo a metà secondo i propri capricci o logiche, tipiche di molte coppie “scoppiate”, di vendetta trasversale.
Questo non vuole dire che sia vietato prevedere che, in caso di rottura della coppia genitoriale, il figlio possa passare metà tempo con un genitore e metà con l’altro. Sarebbe però sbagliato, secondo questa e altre, numerosissime, decisioni, fissare come regola generale quella del metà tempo: ogni famiglia e ogni bambino costituiscono un mondo a parte, con singolarità, storie, abitudini e specificità che devono essere rispettate anche, e soprattutto, se i genitori si lasciano.
In alcuni casi la parità temporale è la soluzione ideale – pensiamo a due genitori che abitano vicini che hanno orari di lavoro simili o complementari – in altri no. Si tratta di un’interpretazione della norma in linea con quello che succede nella maggior parte dei paesi occidentali e che rispetta i diritti dei figli come stabiliti in tantissime Convenzioni internazionali che anche l’Italia ha firmato.
D’altra parte, anche se qualcuno fatica a capirlo, i bambini non sono proprietà dei genitori che se li possono dividere a fette come le torte: il tempo di Salomone è finito da un pezzo.

L’autore è Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre
http://www.senonoraquando-torino.it/2019/01/17/la-cassazione-precisa-bigenitorialita-non-significa-dividere-il-figlio-a-meta/?fbclid=IwAR2W5JhJRxlDiagT7svwXhqCFHTCGbB3ArgE5L7Hr2oZo52WYJW2AeLEGjA

giovedì 17 gennaio 2019

Il business degli affidi dei minori raccontato da un ex giudice.8 GENNAIO 2019L'AGENDA DELLE DONNE, IL BLOG DI PATRIZIA CORDONE.

Indigenza, difficoltà varie, separazioni? Ecco pronta la macchina della giustizia con gli affidi dei minori presso le case-famiglia ed altri istituti spesso senza plausibili ragioni obiettive ed addirittura senza nessuna supervisione amministrativa delle attività di questi centri, mangia-soldi pubblici: questo é il resoconto di un ex giudice del tribunale dei minori di Bologna, F. Morcavallo.

prologo  di Patrizia Cordone gennaio 2019 ©L’Agenda delle Donne, il blog di Patrizia Cordone. Diritti d’autore riservati.

Li chiamano affidi, ma troppo spesso sono uno scippo. Il più osceno business italiano: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia.

Sembra un uomo pensoso e forse triste, Francesco Morcavallo. Se davvero lo è, il motivo è una sconfitta. Perché, malgrado una battaglia durata quasi quattro anni, non è riuscito a smuovere di un millimetro quello che ritiene un «meccanismo perverso» e insieme «il più osceno business italiano»: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia.

Dal settembre 2009 al maggio 2013 giudice presso il Tribunale dei minorenni di Bologna, Morcavallo ne ha visti tanti, di quei drammatici percorsi che iniziano con la sottrazione alle famiglie e finiscono con quello che lui definisce l’«internamento» (spesso per anni) negli istituti e nelle comunità governati dai servizi sociali. Da magistrato, Morcavallo ha combattuto una guerra anche culturale contro quello che vedeva intorno a sé. Ha tentato di correggere comportamenti scorretti, ha cercato di contrastare incredibili conflitti d’interesse. Ha anche denunciato abusi e qualche illecito. È stato a sua volta colpito da esposti, e ne è uscito illeso, ma poi non ce l’ha fatta e ha cambiato strada: a 34 anni ha lasciato la toga e da pochi mesi fa l’avvocato a Roma, nello studio paterno. Si occupa di società e successioni. E anche di diritto della famiglia, la sua passione.

Dottor Morcavallo, quanti sono in un anno gli allontanamenti decisi da un tribunale dei minori «medio», come quello di Bologna? Sono decine, centinaia?
Sono migliaia. Ma la verità è che nessuno sa davvero quanti siano, in nessuna parte d’Italia. Lo studio più recente, forse anche l’unico in materia, è del 2010: il ministero del Lavoro e delle politiche sociali calcolava che al 31 dicembre di quell’anno i bambini e i ragazzi portati via dalle famiglie fossero in totale 39.698. Solo in Emilia erano 3.599. Ma la statistica ministeriale è molto inferiore al vero; io credo che un numero realistico superi i 50 mila casi. E che prevalga l’abbandono.

L’abbandono?
Quando arrivai a Bologna, nel 2009, c’erano circa 25 mila procedimenti aperti, moltissimi da tanti, troppi anni. Trovai un fascicolo che risaliva addirittura al 1979: paradossalmente si riferiva a un mio coetaneo, evidentemente affidato ancora in fasce ai servizi sociali e poi «seguito» fino alla maggiore età, senza interruzione. Il fascicolo era ancora lì, nessuno l’aveva mai chiuso.

E che cos’altro trovò, al Tribunale di Bologna?
Noi giudici togati eravamo in sette, compreso il presidente Maurizio Millo. Poi c’erano 28-30 giudici onorari: psicologi, medici, sociologi, assistenti sociali.

Come si svolgeva il lavoro?
I collegi giudicanti, come previsto dalla legge, avrebbero dovuto essere formati da due togati e da due onorari: scelti in modo automatico, con logiche neutrali, prestabilite. Invece regnava un’apparente confusione. Il risultato era che i collegi si componevano «a geometria variabile». Con un solo obiettivo.

Cioè?
In aula si riuniva una decina di giudici, che trattavano i vari casi; di volta in volta i quattro «decisori» che avrebbero poi dovuto firmare l’ordinanza venivano scelti per cooptazione, esclusivamente sulla base delle opinioni manifestate. Insomma, tutto era organizzato in modo da fare prevalere l’impostazione dei servizi sociali, sempre e inevitabilmente favorevoli all’allontanamento del minore.

E lei che cosa fece?
Iniziai da subito a scontrarmi con molti colleghi e soprattutto con il presidente Millo. Le nostre impostazioni erano troppo diverse: io sono sempre stato convinto che l’interesse del minore debba prevalere, e che il suo restare in famiglia, là dov’è possibile, coincida con questo interesse. È la linea «meno invasiva», la stessa seguita dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Gli altri giudici avevano idee diverse dalle sue?
Sì. Erano per l’allontanamento, quasi sempre. Soltanto un collega anziano la vedeva come me: Guido Stanzani. Era magistrato dal 1970, un uomo onesto
e serio. E anche qualche giudice onorario condivideva il nostro impegno: in particolare lo psicologo Mauro Imparato.

Che cosa accadeva? Come si aprivano i procedimenti?
Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di allontanamenti dalle famiglie per motivi economici o perché i genitori venivano ritenuti «inadeguati».

Che cosa vuol dire «inadeguato»?
Basta che arrivi una segnalazione dei servizi sociali; basta che uno psicologo stabilisca che i genitori siano «troppo concentrati su se stessi». In molti casi, è evidente, si tratta di vicende strumentali, che partono da separazioni conflittuali. Il problema è che tutti gli atti del tribunale sono inappellabili.

Perché?
Perché si tratta di provvedimenti formalmente «provvisori». L’allontanamento dalla famiglia, per esempio, è per sua natura un atto provvisorio. Così, anche se dura anni, per legge non può essere oggetto di una richiesta d’appello. Insomma non ci si può opporre; nemmeno il migliore avvocato può farci nulla.

Tra le cause di allontanamento, però, ci sono anche le denunce di abusi sessuali in famiglia. In quei casi non è bene usare ogni possibile cautela?
Dove si trattava di presunte violenze, una quota comunque inferiore al 5 per cento, io a Bologna ho visto che molti casi si aprivano irritualmente a causa di lettere anonime. Era il classico vicino che scriveva: attenzione, in quella casa molestano i figli. Non c’era nessuna prova. Ma i servizi sociali segnalavano e il tribunale allontanava. Un arbitrio e un abuso grave, perché una denuncia anonima dovrebbe essere cestinata. Invece bastava a giustificare l’affido. Del resto, se si pensa che molti giudici onorari erano e sono in conflitto d’interesse, c’è di che capirne il perché.

Che cosa intende dire?
Chi sono i giudici onorari? Sono psicologi, sociologi, medici, assistenti sociali. Che spesso hanno fondato istituti. E a volte addirittura le stesse case d’affido che prendono in carico i bambini sottratti alle famiglie, e proprio per un’ordinanza cui hanno partecipato.

Possibile?
A Bologna mi trovai in udienza un giudice onorario che era lì, contemporaneamente, anche come «tutore» del minore sul cui affidamento dovevamo giudicare.

Ma sono retribuiti, i giudici onorari?
Sì. Un tanto per un’udienza, un tanto per ogni atto. Insisto: certi fanno 20-30 udienze a settimana e incassano le parcelle del tribunale, ma intanto lavorano anche per gli istituti, le cooperative che accolgono i minori. È un business osceno e ricco, perché quasi sempre bambini e ragazzi vengono affidati ai centri per mesi, spesso per anni. E le rette a volte sono elevate: ci sono comuni e aziende sanitarie locali che pagano da 200 a oltre 400 euro al giorno. Diciamo che il business è alimentato da chi ha tutto l’interesse che cresca.

È una denuncia grave. Il fenomeno è così diffuso? Possibile che siano tutti interessati, i giudici onorari? Che tutti i centri d’affido guardino solo al business?
Ma no, certo. Anche in questo settore c’è il cattivo e c’è il buono, anzi l’ottimo. Ovviamente c’è chi lavora in modo disinteressato. Però il fenomeno si alimenta allo stesso modo per tutti. I tribunali dei minori non scelgono dove collocare i minori sottratti alle famiglie, ma guarda caso quella scelta spetta ai servizi sociali. Comunque la crescita esponenziale degli affidi e delle rette è uguale per i buoni come per i cattivi. E c’è chi ci guadagna.

Per lei sono più numerosi gli istituti buoni o i cattivi?
Non lo so. A mio modo di vedere, buoni sono quelli che favoriscono il contatto tra bambini e famiglie. Ce ne sono alcuni. Io ne conosco 2 o 3.

Ma, scusi: i giudici onorari chi li nomina?
Il diretto interessato presenta la domanda, il tribunale dei minori l’approva, il Consiglio superiore della magistratura ratifica.

E nessuno segnala i conflitti d’interessi? Nessuno li blocca?
Dovrebbero farlo, per legge, i presidenti dei tribunali dei minori. Potrebbe farlo il Csm. Invece non accade mai nulla. L’associazione Finalmente liberi, cui ho aderito, è tra le poche che hanno deciso d’indagare e lo sta facendo su vasta scala. Sono stati individuati finora un centinaio di giudici onorari in evidente conflitto d’interessi. Li denunceremo. Vedremo se qualcuno ci seguirà.

Quanto può valere quello che lei chiama «business osceno»?
Difficile dirlo, nessuno controlla. In Italia non esiste nemmeno un registro degli affidati, come accade in quasi tutti i paesi occidentali.

Ipotizzi lei una stima.
Sono almeno 50 mila i minori affidati: credo costino 1,5 miliardi l’anno. Forse di più.

Torniamo a Bologna. Nel gennaio 2011 accadde un fatto grave: un neonato morì in piazza Grande. Fu lì che esplose il conflitto fra lei e il presidente del tribunale dei minori. Come andò?
La madre aveva partorito due gemelli dieci giorni prima. Uno dei due morì perché esposto al freddo. Che cosa era successo? In realtà la famiglia, dichiarata indigente, aveva altri due bambini più grandi, entrambi affidati ai servizi sociali. Il caso finì sulla mia scrivania. Indagai e mi convinsi che quella morte era dovuta alla disperazione. I genitori avevano una casa, contrariamente a quel che avevano scritto i giornali, ma ne scapparono perché terrorizzati dalla prospettiva che anche i due neonati fossero loro sottratti.

E a quel punto che cosa accadde?
Il presidente Millo mi chiamò. Disse: convochiamo subito il collegio e sospendiamo la patria potestà. Risposi: vediamo, prima, che cosa decide il collegio. Millo avocò a sé il procedimento, un atto non previsto da nessuna norma. Allora presentai un esposto al Csm, denunciando tutte le anomalie che avevo visto. E Stanzani un mese dopo fece un altro esposto. Ne seguirono uno di Imparato e uno degli avvocati familiaristi emiliani.

Fu allora che si scatenò il contrasto?
Sì. Fui raggiunto da un provvedimento cautelare disciplinare del Csm. Venni accusato di avere detto che nel Tribunale dei minori di Bologna si amministrava una giustizia più adatta alla Corea del Nord, di avere denigrato il presidente Millo. Fui trasferito a Modena, come giudice del lavoro. Venne trasferito anche Stanzani, mentre Imparato fu emarginato. Nel dicembre 2011, però, la Cassazione a sezioni unite annullò quella decisione criticando duramente il Csm perché non aveva ascoltato le mie ragioni, né aveva dato seguito alle mie denunce.

Così lei tornò a Bologna?
Sì. Ma per i ritardi del Csm, anch’essi illegittimi, il rientro avvenne solo il 18 settembre 2012. Millo nel frattempo era andato via, ma non era cambiato gran che. Fui messo a trattare i casi più vecchi: pendenze che risalivano al 2009. Fui escluso da ogni nuovo procedimento di adottabilità. Capii allora perché un magistratro della procura generale della Cassazione qualche mese prima mi aveva suggerito di smetterla, che stavo dando troppo fastidio a gente che avrebbe potuto farmi desistere con mezzi potenti.

Sta dicendo che fu minacciato?
Mettiamola così: ero stato caldamente invitato a non rompere più le scatole. Capii che era tutto inutile, che il muro non cadeva. Intanto, in marzo, Stanzani era morto. Decisi di abbandonare la magistratura.

E ora?
Ora faccio l’avvocato. Ma lavoro da fuori perché le cose cambino. Parlo a convegni, scrivo, faccio domande indiscrete.

Che cosa chiede?
Per esempio che i magistrati delle procure presso i tribunali dei minori vadano a controllare i centri d’affido: non lo fanno mai, ma è un vero peccato perché troverebbero sicuramente molte sorprese. Chiedo anche che il Garante nazionale dell’infanzia mostri più coraggio, che usi le competenze che erroneamente ritiene di non avere, che indaghi. Qualcuno dovrà pur farlo. È uno scandalo tutto italiano: va scoperchiato.

fonte dell’articolo: il settimanale “Panorama”, M. Tortorella, 11 novembre 2013

prologo di Patrizia Cordone gennaio 2019 ©L’Agenda delle Donne, il blog di Patrizia Cordone. Diritti d’autore riservati.
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mercoledì 16 gennaio 2019

Il femminismo fa bene anche agli uomini di Monica Lanfranco

Ci sono giorni nei quali è difficile non scoraggiarsi per come vanno le cose in Italia, soprattutto riguardo al livello di superficialità e sottovalutazione del sessismo e della banalizzazione della violenza maschile sulle donne, nelle parole così come nei fatti, dallo sport al mondo della comunicazione alla politica, senza risparmiare nessun ambito, sinistra compresa.

Eppure, poco distante da qui, nella mediterranea e ‘caliente’ penisola iberica, (non quindi in Canada o in Uruguay) c’è un leader politico che non teme di nominare la parola che tanto astio e livore scatena nei social nostrani appena emerge: femminismo. Veramente?

Questo matto si chiama Pablo Iglesias, ha quarant’anni (come età in mezzo tra Di Maio e Salvini), è deputato al parlamento spagnolo per Podemos, partito che ha fondato nel 2014 e del quale è segretario.

Anzi, lo era fino a qualche giorno fa. Perché da fine dicembre, terminato il periodo di allattamento, Irene Montero, sua compagna e mamma di due gemelle nate nel luglio scorso, ha preso il suo posto alla guida di Podemos, mentre lui ha iniziato a usufruire del 50% di congedo parentale previsto dalla legge, e tornerà al lavoro solo a fine marzo. In una recente intervista rilasciata su youtube che ha superato le 50 mila visualizzazioni, realizzata in un contesto molto informale come nel suo stile, il politico risponde alle domande dello psicoanalista Jorge Aleman nel programma Punto de emancipation e senza esitare dice di essere femminista e di credere che esista una mascolinità femminista, perché il femminismo è una proposta politica universale, quindi rivolta anche agli uomini.

“Il movimento delle donne non si riduce solo alla rivendicazione dell'eguaglianza -spiega il leader di Podemos - è molto di più. È l'antidoto più forte contro i movimenti reazionari. Le donne sono il carburante che alimenta un nuovo movimento repubblicano in Spagna, che sarà femminista o non sarà. Il femminismo è l’avanguardia delle conquiste sociali a livello mondiale”.

In Spagna le settimane di congedo parentale per i padri sono 4, pagate al 100% e prese dal 75% dei padri. E in Italia? Quattro giorni in tutto, più uno facoltativo da ‘detrarre’ da quello materno: a tanto ammonta il congedo di paternità retribuito per i padri italiani (fino all'anno scorso erano appena di due giorni). Nonostante l'esiguità del periodo concesso per stare vicino alla neomamma e ai bambini o bambine solo il 30% dei lavoratori dipendenti ne usufruisce. La media europea dei giorni di congedo riservati ai padri (nella forma di congedi di paternità o congedo parentale a loro uso esclusivo e retribuito) è di ben otto settimane.

Uno dei problemi, dal mio punto di vista, rispetto alla paternità per gli uomini giovani è anche la scarsità di modelli ai quali fare riferimento. In Svezia il fotografo Johan Bavman ha lanciato il progetto fotografico Swedish Dads, nel quale ha raccolto immagini di uomini comuni alle prese con la quotidianità di cura dei figli e delle figlie: perché c’è bisogno di immagini maschili diverse da quelle, spesso imbarazzanti, che ancora ammorbano l’immaginario legato alla incompatibilità degli uomini con lo spazio della cura. Vi eravate persa, per esempio, la pubblicità del noto snack?

Attenzione a pensare che questo irritante e offensivo ritratto maschile sia un retaggio del passato: lo scorso anno, in una scuola superiore nel nord, oltre la metà dei ragazzi di una quarta classe ha asserito con convinzione che le ragazze sono per natura portate verso la maternità, mentre loro non saprebbero che sentimenti provare verso un bambino o una bambina. Perché l’uomo è per natura portato verso altre cose: il lavoro, fare i soldi, le attività muscolari, le moto.

Le riflessioni di Iglesias sembrano arrivare da un altro pianeta: “Sarei arrogante se dicessi che ho risolto i miei problemi con il patriarcato. Ogni uomo ha dentro di sé un machista, e non possiamo cavarcela dicendo che siamo il prodotto di una storia culturale della quale non siamo responsabili. Dobbiamo assumerci, ognuno di noi, la nostra responsabilità per decostruire questa situazione e vivere questo cambiamento nella pratica”. Già: forse, in Spagna però.

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=26514

martedì 15 gennaio 2019

Quante torte in faccia alle donne che lavorano... Ma una via di fuga c’è di Daniela Poggio

Ho letto la lettera affidata al Corriere della Sera La 27Ora da Anna, la mamma che giustamente rivendica il suo diritto a “non fare le torte” in seguito alla poco felice risposta della maestra “Ognuno ha le sue priorità”, e mi ha colpito il modo in cui questa storia ha incrociato il mio passato e il mio presente. Oggi il Corriere pubblica un ampio pezzo sul tema con interventi importanti sia sul caring familiare e l’esigenza di rendere i figli indipendenti, sia sul difficile - anzi impossibile - equilibrio per una donna tra cura della famiglia e lavoro. Ho deciso di condividere alcune riflessioni perché gli ultimi anni della mia vita sono stati davvero un vero “de profundis”.

Da manager che siede in comitati esecutivi da quando ha 34 anni so bene cosa voglia dire delegare o abdicare ad alcuni aspetti della cura familiare. Ho avuto la mia prima figlia a 33 anni e insieme il mio primo incarico come direttore comunicazione di una multinazionale. A 36 anni, insieme al secondo figlio, è arrivato un nuovo incarico, più importante. Mi sentivo (e sono) una donna fortunata. Grazie a genitori giovani e disponibili, una famiglia stabile e il fatto di potermi permettere una tata, ho potuto tenere insieme tutti i pezzi di me, le mie identità: madre, manager, figlia, moglie. Le ho citate nell’ordine in cui le ho vissute e per il quale ad un certo punto ho pagato un prezzo molto alto. Anche con una malattia. Girata la boa dei 40 anni mi sono separata, uno scenario che mai avrei pensato avrebbe caratterizzato la mia vita, e ho dovuto fare i conti con un senso di colpa di gran lunga più profondo di quello di non aver fatto una torta, o di aver saltato una riunione a scuola, o il saggio finale di judo di mio figlio (tutte cose che mi sono capitate!).

Con due bimbi di 5 e 8 anni ho dovuto ridisegnare me stessa, sapendo che questo avrebbe avuto un impatto anche sulla loro vita. E naturalmente sul loro papà. Ne avevo il diritto?

Il mio matrimonio è stato celebrato da Don Gino Rigoldi, che durante la predica parlò anche della importanza per un coppia di restare tale. Disse esplicitamente che una coppia non deve mai smettere di fare l’amore. Un prete parlava esplicitamente di sesso! L’ultima volta che l’ho incontrato, con gli occhi un po’ bassi, gli ho detto che anche se allora mi sembrava di aver capito, in realtà forse non avevo capito proprio bene.

L’equilibrio non è più un atto eroico o di presunzione, ma una esigenza della mia nuova famiglia
Sull’altare del lavoro e del caring familiare, e del “posso farcela a fare tutto”, ho fallito come custode e guardiana della famiglia, ma soprattutto come custode della coppia. Oggi so che non dobbiamo sottovalutare la nostra tenuta emotiva e psicologica, soprattutto quando esposte a pressioni importanti. Negli ultimi due anni della mia vita non ho modificato le mie priorità, ma ho modificato profondamente me stessa.

L’equilibrio non è più un atto eroico o di presunzione, ma una esigenza della mia nuova famiglia, che richiede più amore di prima. Resto un’appassionata manager, ho allargato lo spettro delle mie iniziative, scrivo finalmente, insegno ai giovani all’Università. E mi sono progressivamente riappropriata di alcuni aspetti della mia femminilità che consideravo perduti. Ad esempio, nella casa a Parigi dove vivo con il mio nuovo compagno quando il tempo ce lo concede, ho riscoperto il piacere di fare le famose torte. Ho scoperto che sono brava, molto brava a cucinare il risotto, i gnocchi e le lasagne. Amo svegliarmi e occuparmi della pulizia e dei piccoli lavori domestici, continuo a non stirare bene ma lo faccio con allegria. Detesto lavare i piatti e amo detestarlo. Ho scoperto l’amore per gli animali e ho due gatti. E da quest’anno sono rappresentate di classe nella scuola di mia figlia. E... vi assicuro che anche le maestre hanno le loro priorità! E guai a toccarle! Gestire i genitori è la cosa più complicata del mondo ma mi ha reso felice, soprattutto coinvolgere famiglie che erano più lontane anche a cause delle barriere culturali. Sono quelle che mi hanno dato la più grande soddisfazione. Tutto questo sta facendo bene a me. Questo equilibrio nel mio femminile sta curando le mie ferite, e mi sta aiutando a sentirmi più completa.

Penso che non dobbiamo creare eroi o eroine né in senso né nell’altro. Ma dobbiamo lavorare a una società che consenta a ogni donna di riconciliare il caring familiare con la necessità di lavorare (il 33% della donne lascia il lavoro dopo il primo figlio) o con il legittimo desiderio di emancipazione e realizzazione professionale (in Italia l’occupazione femminile è intorno al 48%). Insomma una donna deve poter decidere se vuole fare le torte o no. Per se stessa, non per gli altri.

In un Paese moderno questo significa lavorare a politiche che riducano il pay gap, che supportino le donne nel loro ruolo di care giver sia verso i figli sia, quando viene il momento, verso i genitori anziani, attraverso una radicale revisione del sistema di agevolazioni fiscali. Dobbiamo lavorare con le scuola alla differenza di genere, alla educazione degli insegnamenti, alla bi-genitorialità, intesa come reciproco riconoscimento di doveri, e non di diritti come in Italia si vorrebbe far passare in uno dei peggiori disegni di legge degli ultimi decenni in discussione in questi mesi. Dobbiamo stringerci intorno alle giovani donne. Passare loro il testimone delle nostre conquiste ma anche dei nostri fallimenti. Dobbiamo far vivere la sorellanza. Anche per questo e con questo in mente oggi sono con altre donne fantastiche alla Camera dei Deputati per parlare di cosa concretamente possiamo fare per arrivare ad una prima parità di genere, dove ogni genere porti le sue specificità e i suoi tratti distintivi.
https://27esimaora.corriere.it/19_gennaio_14/quante-torte-faccia-donne-che-lavorano-ma-via-fuga-c-e-c19c6a88-1806-11e9-bb76-cdaf0ebcabd2.shtml?fbclid=IwAR37jITLawd1oKFyHtJEyOGX9L_tDTsKVLrL8HmHVG3rs1LCU3jhclrcpPU

lunedì 14 gennaio 2019

Non sono una mamma che fa torte ma la scuola non mi condanni Anna S.

Quest’anno il Natale mi ha portato una fetta di stress del tutto inaspettata. A due settimane dalla tradizionale festa natalizia con recita della scuola materna del mio bambino, l’orario viene anticipato di circa due ore, alle 14. Faccio presente che mi sarà impossibile partecipare a causa dei miei impegni professionali (come me, del resto, non pochi altri genitori) ed un’insegnante mi risponde che «ognuno ha le sue priorità».
Ho dovuto lottare giorni per metabolizzare quella piccola frase infelice (che al singolo ho già perdonato, ben sapendo che gli incidenti di percorso capitano a tutti), ma non è stato facile, ingigantita com’era dalla frustrazione di sapere quale delusione avrebbe provato mio figlio per l’assenza della mamma. Di più: per me è stata come un ferro caldo posato su una ferita aperta; un dolore acuito dalla consapevolezza della sua ingiustizia e dall’amarezza per la sua provenienza: la scuola pubblica, in cui tanto ho creduto e voglio continuare a credere.

Così ho deciso di scriverne e, facendolo, ho detto ad alta voce una cosa che non avevo mai osato dire neanche a me stessa. Nel mio faticoso percorso di conciliazione fra un lavoro molto impegnativo e la condizione di madre di due bambini piccoli, mi sono finora sentita molto più ostacolata ed appesantita, che non aiutata, dalle istituzioni educative pubbliche a cui (peraltro al primo fine di venirne appunto coadiuvata, non trattandosi ancora di scuola dell’obbligo) ho affidato i miei figli. Sia ben chiaro: al netto, anche qui, delle qualità dei singoli, anche meravigliose.

Dunque, negli ultimi anni - e da un certo punto al raddoppio, avendo due figli ravvicinati - ho fronteggiato: iniziative varie disseminate in tutto l’anno (feste, laboratori, merende) aperte ai genitori (anche con coinvolgimenti particolarmente pressanti, dall’esibizione canora previe prove alle corse nei sacchi alla richiesta di torte fatte in casa), fortunatamente spesso in orari che mi consentivano anche di non fare partecipare i miei piccoli, facendoli prelevare dalle tate, affinché non restassero delusi dalla mia assenza; ma anche altre (magari proprio quelle cruciali, come appunto il Natale) organizzate in orari proibitivi di piena frequenza, talora persino la mattina; costanti “compiti a casa” (non ovviamente ai bimbi di età prescolare, ma) ai genitori, dai costumi fai-da-te alle raccolte di foto alla costruzione di oggetti eccetera. Il tutto, naturalmente, affiancato alle irrinunciabili attività istituzionali, quali inserimenti, colloqui con gli educatori e riunioni di classe.

Speravo di tirare un po’ il fiato con l’acquisizione di una prima autonomia corporea e sociale dei miei figli, ma mi sbagliavo. La fatica dell’accudimento che prima era solo fisica ha lasciato il posto ad una fatica sempre più mentale quando, con la frequenza di nidi e materne, ho preso atto di essere una mamma diversa e meno presente nella vita dei miei bambini rispetto alla maggioranza delle altre mamme, che vanno a prendere i bambini all’uscita, che si conoscono fra loro e conoscono tutti i compagni dei figli, che preparano le torte per le merende, che organizzano lodevolissime iniziative benefiche e non mancano mai a nessuna festicciola dell’asilo. Sono persino arrivata a vacillare in alcune delle mie convinzioni più profonde, ad esempio quella che per essere una brava madre non è necessario saper fare una torta.

Confesso che in qualche momento, particolarmente stanca e demoralizzata, mi sono chiesta quanto ancora fossi in grado di reggere e, soprattutto, quanto ancora dovessero pagare i miei figli per il mio lavoro; e da qualche parte della mente è baluginata, anche se per un impercettibile istante, la tentazione di smettere di lavorare. Quindi so bene, ora, quante volte e con quanta insistenza in più questi pensieri debbano affacciarsi alla mente di donne che fanno lavori meno belli del mio, oltre che magari poco pagati. E capisco bene, ora, quelle che alla fine cedono, in tutto o in parte (mettendosi cioè, potendo, a lavorare meno); per poi subito, magari, buttarsi a capofitto nel ruolo di supermamme, cucinando torte per la scuola e finendo così per alimentare il circolo vizioso del senso di inadeguatezza delle altre. (Beh, ovviamente, ci sono anche le supermamme e superlavoratrici insieme che hanno la mia sconfinata ammirazione; ma vi prego, per la mia autostima, fatemi continuare a credere che siano una minoranza).

E la scuola? Non mi sono ancora affacciata a quella dell’obbligo, il mio primogenito la inizierà a settembre. Forse troverò un mondo completamente diverso da quello che ora sto pungolando. Ma non nascondo di essere preoccupata, specie vedendo che mio figlio sembra ormai dare per scontato che i compiti scolastici si facciano con un “grande” (preferibilmente, è ovvio, la mamma). Ecco, se la scuola di oggi è quella di cui si dà un assaggio negli asili, io faccio fatica a riconoscermici.
Sarò rigida e certamente di parte (o forse anche svogliata, se mi si vuole accusare), ma l’infinita gratitudine per la scuola pubblica, che mi ha portata ad essere e a fare ciò che sono e ciò che faccio ora, in totale autonomia e senza aiuti familiari di alcun tipo, ha basi solide e ricordi che contrastano con il modello “partecipato” che con disagio sto vivendo. Al di là, è ovvio, dei singoli casi umani, l’unico vero supporto che veniva richiesto alle famiglie dall’istituzione scolastica erano la fiducia piena ed il profondo rispetto per i suoi rappresentanti. Altro che genitori che danno del tu agli insegnanti, sminuendone così, anche agli occhi dei figli, autorità e autorevolezza; che fanno i mattacchioni alle feste ma sono pronti ad aggredire la maestra se ha sgridato il bambino.

Certamente il nuovo corso deve avere dei meravigliosi vantaggi educativi. Io però so altrettanto per certo che questa rafforzata richiesta di partecipazione familiare (oltretutto male amalgamata alla rigidità organizzativa degli orari) fa paradossalmente a pugni con la mutata composizione delle famiglie, sembrando adattarsi a un’epoca di mamme tutte casalinghe o, almeno, fortemente coadiuvate da nonni ancora in forze o altri familiari in grado di accudire i più piccoli: non si accorge tra l’altro la scuola che, soprattutto in certe realtà urbano-italiche (ben altra è l’età media delle primipare in paesi più avanzati sulla parità di genere..), le mamme sono sempre meno giovani, e quindi anche sempre più sole nell’accudimento dei figli? E pensa onestamente la scuola che un impegno di partecipazione così grande venga ripartito equamente fra i due genitori? Non pensa che ad impegnarsi di più sarà inesorabilmente chi dei due ha il lavoro meno remunerativo? O semplicemente chi dei due, per convenzione sociale, verrà guardato meno storto al lavoro se si assenta spesso per le attività scolastiche dei figli? O semplicemente chi sa, fisiologicamente, di rivestire il più importante ruolo parentale nei primi anni di vita del figlio, e si sente quindi più in dovere di esserci?

Non ritiene, la scuola, che suonino come un po’ beffardi tutti quegli inviti politicamente corretti ai “genitori”, senza distinzione di genere, quando poi (sparo numeri secondo la mia limitata esperienza) sono donne l’85% dei presenti alle riunioni dei genitori ed il 99% dei rappresentanti e degli altrimenti più impegnati nelle varie attività “di raccordo scuola-famiglia”? (Invece negli occasionali momenti ludici – e non è un caso, vero mamme? – i papà possono anche arrivare ad essere un buon 40% del totale). E, se si considera che anche quasi tutti gli insegnanti, quantomeno dei più piccoli, sono di genere femminile, non ritiene la scuola che si stia continuando a perpetrare nelle menti dei nostri bambini l’accostamento infanzia – doveri femminili? E cosa pensa la scuola – per tornare alla mia storia inziale – delle mamme che hanno assunto impegni magari importanti nei confronti di altri, sapendo di dovervi talora sacrificare pezzetti di felicità personale e dei loro cari? Cosa pensa, anzi, la scuola dell’etica del lavoro (di tutti i lavori, anche dei più umili)? Quale messaggio al riguardo è giusto trasmettere ai piccoli abitanti di una Repubblica “fondata sul lavoro”? E non è forse ingiusto, sia per i piccoli che per le loro mamme “impegnate”, che la scuola contribuisca a disseminare il germe inestirpabile (anche quando, qualche anno dopo, il piccolo capirà che la mamma non esiste solo per lui) del rancore profondo da (presunto) deficitario accudimento nella prima infanzia? Non vede la scuola pubblica che quelle mamme “impegnate” ed esaurite si stanno rivolgendo sempre più spesso a strutture private, dove una delle priorità è il supporto alla famiglia, più che non lo sforzo della famiglia? Non sarebbe bello che la scuola pubblica italiana restasse la scuola di tutti, garanzia di qualità e di moralità (anche pubblica), fucina di pari opportunità sin dai modelli che propone?

Cari insegnanti e dirigenti scolastici, dateci una mano. Buon 2019.
https://27esimaora.corriere.it/19_gennaio_12/non-sono-mamma-che-fa-torte-ma-scuola-non-mi-condanni-153ca538-163e-11e9-9ac5-fed6cf5dadce.shtml?fbclid=IwAR0ADGYajZ8mF31zX59E4gBlxIyDbJQYtZWznZpqCOtxHqffK0bBJDpRf9o

venerdì 11 gennaio 2019

Sei mesi di governo gialloverde: poche (e controverse) le misure per le donne scritto da Manuela Perrone

Il “codice rosso” per chi subisce violenza e due novità sui congedi parentali: la possibilità, per le future madri, di lavorare fino al nono mese di gravidanza e l’aumento da quattro a cinque giorni del congedo obbligatorio per i neopapà. Insieme all’aumento a 1.500 euro l’anno del bonus “asilo nido” per le famiglie nel corso degli anni 2019-2021, che poi dovrebbe ritornare a mille euro dal 2022, e alla proroga di “opzione donna”, il sistema che permette alle lavoratrici di ottenere la pensione di anzianità con requisiti anagrafici più favorevoli rispetto a quelli in vigore, ma al prezzo di decurtazioni anche molto pesanti. È magrissimo e controverso il bottino per le donne a sei mesi dall’insediamento del Governo gialloverde. E ancora incombono provvedimenti giudicati lesivi per le madri, come la proposta di riforma dell’affido condiviso targata Pillon e le altre simili. D’altronde, il contratto di governo non brilla certo per l’attenzione alla parità di genere.
Finora, l’unico provvedimento esplicitamente dedicato alle donne è il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 28 novembre, ribattezzato “codice rosso” dai ministri proponenti: il Guardasigilli Alfonso Bonafede e la ministra della Pa Giulia Bongiorno. Cinque articoli che modificano il Codice di procedura penale per accelerare i tempi della giustizia sia nell’acquisizione e nell’iscrizione delle notizie di reato sia nello svolgimento delle indagini preliminari. Obiettivo: evitare che ritardi della macchina giudiziaria «possano pregiudicare la tempestività di interventi, cautelari o di prevenzione, a tutela della vittima di reati di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e di lesioni aggravate in quanto commesse in contesti familiari o nell’ambito di relazioni di convivenza».
Se pure è certamente utile scongiurare stasi fatali, molte associazioni impegnate da tempo sul fronte della violenza contro le donne hanno accolto con freddezza le nuove norme, che comunque dovranno passare al vaglio delle commissioni parlamentari competenti. In molti e in molte sono convinti che davanti ai «numeri da brividi» (parole del vicepremier Luigi Di Maio) che la cronaca ci consegna – un femminicidio ogni tre giorni, e in un caso su due da parte di un uomo già denunciato – non sono sufficienti misure di tipo securitario. «Non si fa propaganda sulla pelle delle donne – ha detto al Sole 24 Ore l’avvocata Maria Luisa Manente, responsabile dell’ufficio legale della Ong Differenza Donna. «Le leggi ci sono, il problema è la loro attuazione e un contesto sociale che ancora penalizza le donne che si ribellano al volere maschile, giustifica i maltrattanti, limita la libertà. In questa direzione va anche il Ddl Pillon».
Il piano nazionale antiviolenza, istituito dal Governo Renzi nel 2015, dovrebbe poter contare nel 2019 su 33 milioni di euro, il 2,7% in meno rispetto al 2018. A coordinarlo è il sottosegretario alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, che ad Alley Oop ha spiegato come si stia lavorando su tre fronti: prevedere un fondo ad hoc per le donne vittime di violenza, che garantisca loro un effettivo ed equo sostegno economico; incentivare la creazione di strutture di accoglienza per il pronto intervento, con un primo supporto legale, in tutte le Regioni; mappare (se ne stanno occupando il Dipartimento Pari opportunità, d’intesa con Istat e Cnr) tutti i centri antiviolenza presenti in Italia. Anche per capire se abrogare la norma della legge 119/2013 sul femminicidio che riserva il 33% dei fondi all’istituzione di nuove strutture. Norma invisa a tanti centri già attivi, che lamentano la scarsità di risorse per poter continuare a lavorare.
Ha fatto molto discutere la bocciatura in commissione Bilancio alla Camera dell’emendamento alla manovra che proponeva l’istituzione di un fondo da 10 milioni di euro per gli orfani dei femminicidi. «Una bastardata», aveva protestato l’azzurra Mara Carfagna, ex ministra alle Pari opportunità. La maggioranza ha promesso di trovare una soluzione condivisa in Senato: nel maxiemendamento del Governo presentato in extremis il 21 dicembre è comparso, ma vale un terzo: 3 milioni. Niente da fare, invece, per la proposta di Iva agevolata (al 5% anziché al 22%) per pannolini e assorbenti avanzata dal M5S: la misura non è passata. Eppure avrebbe aiutato non poco le donne e il loro portafoglio, per cui questi beni sono di prima necessità.
Alla manovra è affidato anche il destino della norma sui congedi per i padri (strappare un giorno in più è sempre una buona notizia, nonostante resti la distanza siderale con i sistemi dei Paesi del Nord Europa) e di quella sulla maternità, molto contestata. È un emendamento leghista alla legge di bilancio, approvato in commissione alla Camera, a dare alle donne la facoltà di restare a lavorare fino a pochi giorni prima del parto, naturalmente con il via libera del medico, per usufruire dopo la nascita dei cinque mesi di astensione obbligatoria. La Cgil è insorta, sostenendo che la norma non tutela la salute e la libertà delle donne e avvertendo del pericolo che a rimetterci siano soprattutto le lavoratrici più precarie. Senza contare i dubbi di chi ritiene che i datori di lavoro possano approfittarsene condizionando la scelta delle lavoratrici.
L’aumento del bonus asili nido è ovviamente positivo, ma niente affatto risolutivo. Nel contratto di governo si parlava di “sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane” (l’esclusione delle famiglie straniere aveva già suscitato forti polemiche), ma evidentemente non sono state trovate risorse sufficienti. E si è ripiegato sulla politica dei bonus, tanto osteggiata dall’attuale maggioranza quando era all’opposizione. Rivisitata anche la carta famiglia per i nuclei con più di tre figli: si passa da un’età di 18 anni a 26, ma anche qui dagli sconti sono stati esclusi gli immigrati.
Che la parità non sia una priorità di questo Esecutivo, d’altronde, lo dimostrano i numeri della presenza femminile nelle stanze dei bottoni. Nonostante sia la legislatura più femminile della storia (35,7% di donne alla Camera e 34,5% al Senato), le donne sono appena 11 su 64 componenti della squadra di governo e sottogoverno: appena il 17,19%, come certifica il dossier “Trova l’intrusa” di Openpolis in collaborazione con Agi. Si tratta della percentuale più bassa dal governo Letta a oggi. Le ministre sono cinque, di cui tre senza portafoglio. I capigruppo di Lega e M5S sono uomini in entrambi i rami del Parlamento. I leader politici manco a dirlo. Unica eccezione degna di nota è Forza Italia, che non solo annovera la prima presidente del Senato nella storia della Repubblica, Elisabetta Alberti Casellati, ma ha scelto due donne come presidenti dei gruppi parlamentari: Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini.
Le nomine fin qui decise dalla maggioranza sono quasi tutte al maschile. Vale per i vertici di Rai, Ferrovie, Cassa depositi e prestiti. Così come per l’elezione dei consiglieri laici del Csm e dei Consigli di presidenza della giustizia amministrativa, tributaria e della Corte dei conti. Ventuno posti, ventuno uomini. «In barba a qualsiasi principio costituzionale», erano insorte oltre 60 costituzionaliste. Ma se la politica rimane una “questione di uomini e tra uomini” come si può pretendere che le politiche e le prassi cambino verso? Nei prossimi mesi si capirà meglio l’orientamento del Governo anche su temi più sensibili. Le dichiarazioni tranchant del ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, contrario ad aborto e coppie gay, avevano scatenato una levata di scudi da parte dello stesso Spadafora. Che si era schierato anche per una modifica sostanziale del Ddl Pillon, per ora ancora fermo in commissione Giustizia alla Camera.
Il confronto racconta bene le due anime del governo: quella verde, percorsa da tentazioni più che conservatrici, e quella gialla, che cerca di arginarle. In mezzo ci sono le donne, che non a caso sono tornate in piazza: il 10 novembre contro il Ddl Pillon e il 24 novembre, in migliaia, contro la violenza maschile.
https://alleyoop.ilsole24ore.com/2018/12/31/governo-gialloverde/

giovedì 10 gennaio 2019

Sta zitta e vota: perchè le donne italiane continuano a perdere terreno (in silenzio) scritto da Riccarda Zezza

Ancora una volta l’Italia è al 118° posto su 149 Paesi nel mondo per partecipazione delle donne all’economia secondo il report annuale del World Economic Forum: abbondantemente ultima in Europa e tra i Paesi cosiddetti “avanzati”. Ma non è così grave. Abbiamo ancora la democrazia: possiamo migliorare. O no? Un recente articolo de la rivista Atlantic passa in rassegna le affinità tra i diversi “uomini forti” a capo di cinque Paesi nel mondo, trovandovi un evidente punto in comune: tutti stanno togliendo diritti alle donne. L’articolo si intitola infatti: “I nuovi autoritarismi hanno dichiarato guerra alle donne”.

Tra questi Paesi – Stati Uniti, Filippine, Ungheria, Polonia – c’è anche l’Italia. Il paragrafo su di noi, che comunque per partecipazione economica delle donne stiamo molto peggio degli altri quattro – è illuminante nella sua essenzialità:

Il vice primo ministro italiano Salvini nel 2016 ha paragonato l’allora presidente della Camera a una bambola gonfiabile. Un membro del governo ha proposto di perseguire le donne che accusano i mariti di violenza domestica se questi non risultano essere colpevoli.

Quando l’articolo è uscito non si sapeva ancora che, senza dare spazio e tempo a opinioni di alcun genere, questa finanziaria all’ultimo secondo ha privato le donne del diritto di partecipare a una decisione che le riguarda direttamente: se modificare o meno il congedo di maternità. La reazione? Debole. Si difende meglio il terzo settore – e meno male per loro e per tutti noi, che il terzo settore abbia una voce e la faccia sentire! Ma le donne? Garantire almeno due settimane di congedo prima del parto è un’indicazione che riguarda la salute ed è considerato obbligatorio da parte dell’Unione Europea. Molte hanno detto: è facoltativo, se non vuoi lavorare fino all’ultimo giorno non devi farlo.

Ma ci sono almeno due casi in cui questo non basta:

1) quando il tuo datore di lavoro ti chiede di restare fino all’ultimo, dandoti l’impressione di non poter scegliere, e una legge ti avrebbe protetta;
2) quando pensi di “poterlo fare”, e in buona fede ti impegni a farlo, e scopri solo dopo, quando è tardi, che questo ti ha affaticato troppo per poi affrontare il parto e la fatica delle settimane successive.

Si tratta di due pericoli concreti, che riguardano la salute e i diritti delle donne, non per niente sono temi monitorati a livello europeo. Eppure in Italia è andata così. Senza neanche bisogno di dire perché. Il congedo di paternità abbiamo avuto il tempo di salvarlo – si fa per dire: cinque giorni! – ma il congedo di maternità ci è passato sotto il naso.

Come se non ci riguardasse. Come se non ci fossimo. E in effetti no: non ci siamo. Non abbiamo potere economico, e di conseguenza non abbiamo potere politico.

Secondo l’autore dell’articolo dell’Atlantic c’è una precisa volontà di “restaurazione” in questi cinque Paesi, i cui leader raccolgono consenso e traggono forza dalla promessa di “abbassare il livello di minaccia rappresentato dalle donne”. Perché siamo tante, quindi se alzassimo la voce si sentirebbe. Perché votiamo, anche se non sappiamo bene per chi.

Non so dire se il giornalista abbia ragione: in quel che succede in Italia sul tema delle donne vedo noncuranza, disinteresse, approssimazione e ignoranza – con qualche estremismo restauratore di stampo religioso, ma che la società sembra ancora riuscire a contrastare. Siamo (ancora) senza bavaglio. Ma allora dov’è la nostra voce?

http://alleyoop.ilsole24ore.com/2018/12/28/donne-italiane/?refresh_ce=1