lunedì 20 maggio 2024

A passo di pace 26 maggio 2024 ore 14.30

 Facciamo sentire le nostre voci di Pace a chi discute di possibili interventi in guerra di eserciti...

Vi aspettiamo numeros* perchè la pace è un Diritto Universale.
Ricordiamo a chi volesse iniziare la marcia da Gaggiano che è possibile utilizzare il treno o il pullman


giovedì 9 maggio 2024

Il mio '68 di Giovanna Marini 1968/2008 - "Dico sempre che io il ’68 l’avevo già fatto nel ’64."

Giovanna MariniIl mio '68 di Giovanna Marini Mercoledi, 25/03/2009 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Marzo 2008

“Dico sempre che io il ’68 l’avevo già fatto nel ’64. In quegli anni la Fiom con Bruno Trentin era un sindacato importante e gli operai con gli ‘autunni caldi’ divennero protagonisti della scena politica. Dunque c’è stato un ’68 operaio prima di un ’68 studentesco e noi, con i nostri canti contadini e operai, eravamo in sintonia. A Spoleto il ‘Bella Ciao’, spettacolo di canto politico e sociale, fece scandalo fra il pubblico elegante che non tollerò la vista di contadini e operai sul palcoscenico. ‘Non ho pagato mille lire per sentir cantare in palcoscenico la mia donna di servizio’ fu il significativo commento di una spettatrice, ignara del fatto che ‘quelle voci da strapazzo, da cortile’ avevano secoli e secoli di cultura musicale alle spalle e che la voce contadina e pastorale è stata la prima forma musicale che c’è stata al mondo, molto antecedente alla nascita di Cristo. Le prime forme sia polifoniche che monodiche risalgono a molto prima e sono contadine…ma quel mondo perbenista non era pronto ad accettarle. Quello spettacolo, che prorompeva tra un pubblico delle grandi soirée era precursore del ’68”. Giovanna Marini, compositrice ed esperta di etnomusicologia, ha passato una vita alla scoperta e valorizzazione dei canti popolari. “Quella prima del 1968 era un’Italia estremamente conformista, reazionaria e molto legata ai suoi usi e costumi. Era un’Italia dove ci si sposava senza mettere in crisi la forma della coppia, era tutto ossequiente. Pian piano e sottotraccia cresceva un movimento che si catalizzò nel ‘68”. 

Quali gli effetti nell’immediato? “

Ci fu una corrente esplosiva che si notò immediatamente, mentre l’onda lunga è arrivata fino ad ora. Gli studenti cominciarono a bruciare i libretti universitari e la spinta fu di una tale vitalità ed energia che travolse tutto e tutti. C’era un forte bisogno di coesione e si formavano tanti gruppi che avevano al centro il prossimo, l’idea comune era che si potesse fare e cambiare, che l’impegno poteva avere dei risultati. Erano gruppi che avevano delle caratteristiche quasi di cristianesimo applicato. La vera novità fu quell’energia vitale e straordinaria che ha contagiato tutti, che ha toccato tutti. Certo, c’erano dei paradossi. Io avevo 31 anni, e non essendo più giovane me ne accorgevo. Fu sbagliato, ad esempio, quell’appiattire tutto disconoscendo i meriti. Fu tipica del momento la negazione dell’arte. Oggi nessuno più si vergognerebbe più di definirsi ‘artista’, ma allora era impensabile: erano ‘lavoratori dell’arte, della musica’. D’altra parte quell’onda d’urto cercò di abolire le caste e in parte ci riuscì. La negazione delle differenze fu un limite che lo stesso Pasolini denunciò al momento. Comunque accanto agli eccessi, talvolta ridicoli, c’era molta riflessione e molta energia vitale”. 

Che ruolo ebbero gli intellettuali in quei momenti? “

Erano stati contagiati e si unirono quasi tutti al movimento. Mi ricordo che ci ritrovavamo tutti a Fregene, Gian Maria Volontè, Gillo Pontecorvo, per discutere e ragionare. C’era una volontà di impegno vero che si tradusse in atti molto generosi. Peccato che fu poco canalizzata. Arrivarono, invece, gli infiltrati. E’ sicuro che i servizi segreti si misero all’opera per restaurare oppure spingere verso il terrorismo per scatenare reazioni negative”. Cosa è rimasto oggi di quella spinta ideale, di quelle istanze? “E’ rimasto molto, anche se non ce ne accorgiamo. Ad esempio l’abolizione della casta, anche se la parola oggi la parola evoca altro. Altro lascito importante è quello del movimento di donne che, anche se in modo talvolta troppo esacerbato, ha avuto la capacità di creare un terreno culturale fertile a sostenere poi le battaglie e le vittorie sull’aborto e sul divorzio. L’effetto prodotto nel cambiamento nella coppia, ad esempio, è stato formidabile”. 

Il bilancio dell’eredità è dunque tutto positivo? “

C’è una tendenza a vedere solo il negativo del 1968, invece in questo terzo millennio ci sarebbe bisogno di avere quell’entusiasmo. Siamo tutti così passivi e la causa prima di questa rassegnazione sono trenta annidi televisione usata male. La tv fatta bene è stata utile, non dimentichiamo che ha insegnato a leggere e scrivere a intere generazioni di analfabeti. L’obiettivo delle televisioni commerciali è stato quello di rendere passive le menti. Ci sono riusciti benissimo. Del resto è stato seguito l’esempio americano dove, con tecniche precise, le trasmissioni sono state concepite proprio per passivizzare il pubblico negli anni in cui invece il popolo americano seguiva leader come Martin Luther King. Se togliessimo agli italiani le trasmissioni serali, potrebbero tornare ad avere il piacere di incontrarsi e giocare a carte e forse sarebbero meno passivi, più reattivi e pronti a reclamare i propri diritti”. Nel suo lavoro il ’68 ha reso possibile una cosa importante per la cultura musicale italiana…”Nel 1975 abbiamo fondato la Scuola di Musica di Testaccio, che ancora vive ed è fiorente. Con il terrorismo la gente ha incominciato ad avere paura. Il terrorismo ha tinto di nero il ricordo di tante iniziative importanti anche molto utili. Forti delle esperienze del ’68 di grande coesione sociale abbiamo pensato di fare qualcosa di concreto per superare questa paura, per stare insieme. I primi iscritti, una banda di simpatici personaggi, erano persone che avevano la passione per la musica ma che prima di tutto volevano aiutare a costruire la scuola, poi si sono messi anche a studiare. Con gli anni alcuni si sono addirittura diplomati e insegnano musica, altri hanno continuato a fare il loro mestiere. Ecco, la scuola è stata proprio la concretizzazione di alcuni lati buoni del ‘68, quella voglia e quella capacità di autogestirsi. Siccome è un’esperienza che continua a distanza di più di trenta anni, vuol dire che era solida”.

https://www.noidonne.org/articoli/il-mio-68-di-giovanna-marini-01750.php?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR1uUuFx8pF3m0jjjnPGCb4I7TBqa3BaxABhTz7uzLHMVQJB25vqufo24Yw_aem_AdSi3PRTQIedvhJdYJDXqoHFQDPlfDA2hSvGQk2YINSspvSl5


mercoledì 8 maggio 2024

PER ARGINARE GLI ANTIABORTISTI È ORA DI ELIMINARE DALLA LEGGE 194 L’OBIEZIONE DI COSCIENZA ILLIMITATA DI JENNIFER GUERRA

 Con un emendamento al decreto sui fondi del Pnrr, su cui ha anche posto la fiducia, il governo ha previsto che nei consultori pubblici possano entrare associazioni nel terzo settore “che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”. Nel linguaggio della destra, ciò equivale alle associazioni antiabortiste, che sono già presenti nei consultori e nelle strutture sanitarie pubbliche, ma che con questo emendamento hanno ricevuto un’ulteriore legittimazione. L’emendamento non prevede “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, ma è stato comunque molto criticato dalle opposizioni. Anche la Commissione europea ha criticato l’operazione del governo, affermando che “Il decreto Pnrr contiene misure che riguardano la struttura di governance del Pnrr, ma ci sono altri aspetti che non sono coperti e non hanno alcun legame con il Pnrr, come ad esempio la legge sull’aborto”.

Il processo che ha portato questa legittimazione delle associazioni antiabortiste arriva da lontano ed è stato testato con successo dalle amministrazioni locali di destra prima di essere esteso a livello nazionale. Di fronte alle critiche, proprio come accaduto questa volta, la destra si è sempre difesa richiamando l’impianto della legge 194/78, che all’articolo 2 prevede che i consultori debbano “contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza” e che possano “avvalersi […] della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”. 

Come è stato più volte documentato, però, le associazioni di cui il governo intende avvalersi utilizzano metodi discutibili che, più che supportare le donne nella scelta, hanno come obiettivo quello di dissuaderle dall’abortire, in alcuni casi anche diffondendo false informazioni scientifiche (come la falsa correlazione tra aborto e cancro al seno o tra aborto volontario e infertilità), promettendo aiuti economici ed esercitando condizionamenti psicologici. Inoltre, molto spesso queste associazioni non si dichiarano esplicitamente come gruppi antiabortisti, ma si presentano come equipe di “esperti” o proponendosi anche per il sostegno psicologico. Il più importante di questi gruppi è il Movimento per la vita, nato all’indomani dell’approvazione della legge 194. L’associazione opera in tutta Italia e al momento esistono più “Centri di aiuto alla vita” che ospedali in cui è possibile abortire. Secondo il sito di inchiesta OpenDemocracy, almeno una trentina di questi centri ha la propria sede all’interno di strutture pubbliche, alcune delle quali, come il Cav dell’ospedale Mangiagalli di Milano, operano da più di 35 anni. 

Ma è solo negli ultimi anni che la presenza di questo tipo di associazioni ha ricevuto un sostegno sempre più istituzionale, beneficiando anche di soldi pubblici. Antesignana è stata la Lombardia, che nel 2010 ha istituito il fondo “Nasko”, trasformato poi in “Cresco”, che inizialmente prevedeva l’erogazione di 3mila euro in 18 mesi alle donne che rinunciavano all’aborto (per accedervi era infatti necessario presentare il certificato dell’Ivg, per provare la propria intenzione iniziale di abortire). I fondi erano gestiti dal Movimento per la vita, che collaborava con i consultori. Nel 2012, il Veneto approvò una legge regionale che autorizzava i gruppi antiabortisti a esporre materiale informativo sulle “alternative all’aborto” negli ospedali e nei consultori.

Nel 2018 ci fu poi il caso delle mozioni delle “città a favore della vita”, come quella approvata a Verona, che impegnava le amministrazioni cittadine a inserire un “congruo finanziamento ad associazioni e progetti che operano nel territorio del Comune”. La mozione fu presentata anche a Milano e Roma, dove non fu approvata. Ma già altre amministrazioni comunali più piccole avevano presentato e approvato mozioni simili o hanno continuato a farlo, come il comune di Montebelluna in provincia di Treviso, quello di Iseo (Brescia), di Trento, di Busto Arsizio (Varese), di Alessandria, di Faenza, di Cremona, di Nichelino (Torino), di Rivalta di Torino. 

Nel 2022, la regione Piemonte si è spinta oltre, istituendo un fondo di 400mila euro che è stato più che raddoppiato a un milione di euro nel 2023. L’iniziativa è stata presentata dall’assessore alle Politiche sociali in quota Fratelli d’Italia Maurizio Marrone, già noto per aver cercato, nel 2020, di intervenire sulle linee di indirizzo sull’aborto farmacologico modificate dal ministero della Salute, che prevedono la somministrazione della RU486 anche nei consultori. I soldi del “Fondo vita nascente” vengono gestiti dalle associazioni antiabortiste che possono operare direttamente nei consultori, e che secondo l’opposizione della giunta regionale vengono selezionate in maniera poco trasparente. Una recente inchiesta di Repubblica ha inoltre mostrato quanto sia difficile, per una donna in difficoltà, contattare le associazioni e ricevere aiuto concreto. Come se non fosse abbastanza, l’ospedale Sant’Orsola di Torino, un’eccellenza nelle cure abortive che vent’anni fa avviò la prima sperimentazione italiana sull’aborto farmacologico, ha stipulato una convenzione con il Movimento per la vita per istituire una “stanza dell’ascolto” “consacrando il Piemonte come avanguardia della tutela sociale della maternità, che diverse altre regioni italiane stanno prendendo a modello”, aveva commentato Marrone all’epoca.

Il modello è stato infatti seguito dall’Umbria, che già nel 2020 aveva deciso di abrogare una precedente legge regionale che consentiva l’aborto farmacologico in day hospital, senza obbligo di ricovero. La governatrice della regione, Donatella Tesei, in campagna elettorale aveva firmato il manifesto valoriale delle associazioni antiabortiste Family Day e Famiglie Numerose che prevedeva, tra le altre cose, “il supporto alle associazioni che hanno, tra i loro fini statuari, il sostengo alla maternità” e “la predisposizione, all’interno delle strutture e dei presidi sanitari ospedalieri, di culle per la vita e sportelli per la vita”. Tesei ha tenuto fede al suo proposito, istituendo nel 2023 il Fondo vita nascente. Nessuna di queste iniziative è contraria alla legge 194 che anzi, come si è detto, nella sua parte iniziale si occupa di “tutela sociale della maternità” e di “superamento delle cause dell’aborto”. Di fronte alle critiche delle opposizioni, che hanno sempre parlato di “attacco alla 194”, la destra ha sempre detto di voler soltanto attuare il provvedimento nella sua interezza, tanto che la “piena applicazione della 194” figura al primo punto del programma con cui Fratelli d’Italia si è presentato alle ultime elezioni politiche. 

La legge 194 fu frutto di un grande compromesso tra la sinistra, poco convinta promotrice della legge, e la Democrazia cristiana, che si aprì alla possibilità di depenalizzare l’aborto solo grazie al clima di unità nazionale sorto dopo l’assassinio di Aldo Moro. La legge fu infatti approvata dal Senato il 18 maggio 1978, meno di dieci giorni dopo la scoperta del cadavere del presidente della Dc. Per approvare la legge, di cui si discuteva da più di cinque anni, fu necessario accettare l’impianto proposto dalle forze cattoliche, ovvero quello di una legge che tutela la maternità, non il diritto di aborto, a cui si può ricorre solo in determinate condizioni e sempre con l’approvazione di un medico. Nel corso di questi 46 anni, la problematicità di questo impianto si è fatta sentire: l’obiezione di coscienza, pensata per tutelare i medici cattolici nella transizione da un Paese in cui l’aborto era illegale a uno in cui si sarebbe potuto praticare ovunque, è diventata una prassi, nonostante in Italia il numero dei cattolici osservanti sia in calo da anni, e le associazioni antiabortiste hanno avuto campo libero. Nei casi più eclatanti, come quello del Piemonte, la loro presenza ha ricevuto anche finanziamenti con soldi pubblici. 

Ma il governo Meloni si è spinto oltre, nazionalizzando un sostegno che finora veniva dato solo a livello locale. Sin dal suo insediamento, il governo ha legittimato i gruppi antiabortisti: non solo ha firmato il manifesto valoriale di ProVita e Famiglia in campagna elettorale, ma ha anche nominato alcuni loro esponenti in luoghi chiave (basti pensare alla ministra della Natalità Eugenia Roccella, portavoce del Family Day) ed espresso solidarietà all’associazione dopo la manifestazione del 25 novembre a Roma, dove alcune attiviste di Non Una Di Meno avevano imbrattato la serranda della sede. Il loro ingresso nei consultori non è quindi una novità, ma che ora possano entrare col sigillo dell’esecutivo, apposto attraverso una procedura così irrituale, è la cosa che dovrebbe preoccuparci di più.

L’unico modo per arginare questo fenomeno sarebbe proprio modificare la legge 194, rendendola una legge che si occupi esclusivamente di garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e che non preveda più l’obiezione di coscienza illimitata. Sarebbe inoltre necessario riformare i consultori, istituiti nel 1975 e da anni in crisi, che erogano la maggior parte dei certificati per l’Ivg. Se nei consultori ci fosse infatti personale sufficiente, specie nell’assistenza sociale e psicologica, il contributo di associazioni esterne non sarebbe nemmeno previsto, e queste realtà potrebbero tornare a essere quei luoghi di salute pubblica, laica e accessibile come sono stati pensati in origine. Purtroppo, l’unica risposta che la sinistra è riuscita negli anni a dare di fronte ai ripetuti attacchi al diritto di aborto è l’appello alla tutela della 194, che è proprio la radice del problema, senza far nulla di concreto per risolverlo. Finché non si capirà che l’accesso all’aborto va protetto attivamente e non soltanto richiamandosi a una legge che ha smesso di funzionare, gli antiabortisti avranno la strada spianata.

https://thevision.com/attualita/antiabortisti-consultori-italia/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR2coTFQ4moq-RpEAYqaFGyk7QhibuxeWT9754ITBk6XtxoxlvsjmkWLr4U_aem_ARJRZKfVXESu1YhO2w1wNyh8f3I_O0uHNacBhe1z6SkAfSdncgrwxZ


giovedì 2 maggio 2024

Stereotipi: dalla scuola al lavoro esistono ancora “cose da maschi”

Quante delle nostre scelte ogni giorno sono condizionate da stereotipi di genere? E’ una domanda a cui è molto difficile dare una risposta dal momento che quello che in cui crediamo è il risultato di un’insieme di stimoli, esperienze, letture, pensieri che si intrecciano fino a rendere impossibile dipanarne la matassa. Anche chi quotidianamente lavora sugli stereotipi, la diversità, l’incluione, non si può dire immune da pensieri automatici, associazioni d’idee, narrazioni che nascono dall’inconscio.

Così a casa, nello studio, nel lavoro e nel tempo libero donne e uomini sono ancora limitati nelle proprie scelte e azioni da una cultura condizionata da stereotipi di genere (fra le altre cose), che continuano a pesare sulle scelte familiari e individuali anche tra le nuove generazioni. Questo il quadro emerso dalla seconda edizione dell’’Osservatorio “Genere e Stereotipi” promosso da Henkel Italia in collaborazione con Eumetra.

Scuola: è davvero una questione di genere?

La scelta del percorso di studi dipende in alcuni casi dal genere. Secondo la ricerca 2024, infatti, è popolare l’idea che almeno uno tra gli indirizzi di istruzione superiore abbia una connotazione di genere: lo dice il 52% delle donne e il 64% degli uomini. Lo stesso vale per le facoltà universitarie (lo pensa il 30% delle donne e il 46% degli uomini).

Questa forte connotazione di genere è motivata dalla convinzione che maschi e femmine abbiano predisposizioni diverse (lo pensa il 53% degli uomini, il 52% delle donne, il 45% dei ragazzi GenZ e il 38% delle ragazze GenZ), capacità pratiche diverse (43% degli uomini, 33% delle donne, 42% dei ragazzi GenZ, 32% delle ragazze GenZ) e capacità cognitive diverse (27% degli uomini, 26% delle donne, 33% dei ragazzi GenZ, 25% delle ragazze GenZ).

Persiste così l’idea che materie scientifiche, tecnologiche o pratiche siano più indicate per i maschi, mentre le materie umanistiche e quelle dedicate alla cura della persona sono per natura più affini alle donne.

Lavoro: la donna dà priorità alla famiglia anziché alla carriera

Il 62% della popolazione femminile crede che esistano lavori per uomini e lavori per donne, un’affermazione a cui si unisce anche il 74% degli uomini. Il dato più significativo nell’ambito lavorativo riguarda quello salariale: il 56% delle donne ritiene infatti di avere una retribuzione bassa rispetto ai colleghi uomini e solo il 38% delle donne pensa di ricevere uno stipendio equo. Una fotografia della società di oggi che sottolinea le difficoltà delle donne a emergere in contesti di lavoro, a fronte anche degli ostacoli dati dalla conciliazione vita-lavoro che si ripercuote soprattutto su di loro: il 33% della popolazione femminile dichiara infatti di aver dato priorità alla famiglia anziché alla carriera.

Come confermano i dati Eurostat, in Italia, il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni è pari al 55% (IV trimestre 2022), il più basso tra gli stati dell’Unione Europea (la cui media è del 69,3%), e una donna su 5 esce dal mercato del lavoro a seguito della maternità. Allo stesso tempo però, emerge una diversità di percezione tra uomini e donne: secondo l’Osservatorio anche i maschi affermano infatti di aver fatto delle rinunce per favorire la famiglia (25%), ma solo il 5% è rimasto a casa.

Famiglia: i ruoli in casa ancora definiti in base al genere

Anche nella seconda edizione, la ricerca ha evidenziato quanto i mestieri e le incombenze domestiche siano ancora soprattutto compito delle donne. Infatti, pur con alcuni lievi miglioramenti, le donne continuano a sostenere il peso maggiore dei lavori domestici e della cura della famiglia, mentre nelle questioni finanziarie ed economiche a guidare le scelte è ancora l’uomo. Il diverso peso nella gestione delle attività in casa è motivato dal differente contributo al reddito famigliare, con il 18% degli intervistati che ritiene che chi guadagna di più, ovvero l’uomo nel 64% dei casi, influenzi le decisioni economiche della famiglia. Da questa tendenza si dissocia l’80% della GenZ, che crede che ci si debba occupare delle necessità familiari in maniera paritaria.

Gli stereotipi di genere influenzano anche l’educazione dei figli, con i padri che tendono a adottare una mentalità più rigida rispetto alle madri. Il 47% dei papà è condizionato nelle scelte dei giocattoli per i propri figli, contro il 62% delle mamme che ritiene che i giocattoli non abbiano genere; tuttavia, il 68% degli uomini ritiene necessario impegnarsi perché tutte le attività di casa siano insegnate ai figli a prescindere dal genere, un dato che sale al 100% considerando i rispondenti della GenZ. Sebbene i genitori ritengano di essere equi nelle decisioni con i figli, le ragazze rivendicano una minore libertà rispetto ai fratelli, rinunciando spesso a chiedere: il 64% dei maschi riceve la paghetta, ha ricevuto l’opportunità dai genitori di studiare all’estero (64%) e può uscire senza coprifuoco (74%), mentre solo il 53% delle femmine riceve la paghetta, il 66% non ha mai affrontato il tema di studiare fuori e solo il 57% può uscire senza coprifuoco.

Sport e tempo libero: soprattutto per gli uomini

Sono soprattutto gli uomini a delineare precisi confini laddove si tratta di sport: il 63% degli uomini ritiene che il calcio sia uno sport maschile, contro il 76% delle donne che ritiene sia una disciplina adatta a tutti. Allo stesso modo, il 64% degli uomini etichetta la danza come femminile, ma l’83% delle donne la vede diversamente. Sebbene la scelta sportiva sia principalmente guidata dall’inclinazione individuale, l’indagine ha rivelato che il 18% della Generazione Z sceglie lo sport in base al proprio genere, con il 17% dei ragazzi e il 14% delle ragazze influenzato rispettivamente dalle scelte degli amici maschi o femmine.

L’indagine Eumetra

Dal 2022 l’indagine analizza i diversi ruoli nell’organizzazione e nella cura della famiglia su un campione rappresentativo della popolazione italiana, composto da 2.000 individui tra i 18 e i 55 anni appartenenti alla community dell’online magazine DonnaD, Amica Fidata. La seconda stagione ha visto un aggiornamento dei dati su un campione comparabile e, in aggiunta, ha previsto un approfondimento sul condizionamento degli stereotipi di genere nelle scelte di studio, lavoro, sport e tempo libero, intervistando 1.000 individui reclutati mediante Online Access Panel, con 100 casi tra i 15 e 25 anni rappresentativi della GenZ.

«L’Osservatorio Henkel mette in evidenza una realtà preoccupante, ma forse più radicata di quanto ci aspettassimo: la persistenza di disuguaglianze di genere continua a limitare l’espressione delle potenzialità di uomini e donne, anche tra le nuove generazioni, e di conseguenza le loro opportunità» osserva dichiara Mara Panajia, presidente e ceo Henkel Italia, che prosegue: «In Henkel adottiamo  approcci inclusivi nei processi di assunzione, garantendo pari opportunità sia per candidati che per le candidate, supportiamo percorsi di mentorship e sponsorship per assicurare visibilità e riconoscimento equo per tutti, investiamo nel talento delle persone. Inoltre, abbiamo superato il concetto di maternità per lavorare su una più ampia base di genitorialità affinché la cura dei figli non sia solo un tema femminile ma riguardi la famiglia. A questo proposito abbiamo esteso il congedo parentale per i neopapà, portando ad un totale di 8 settimane, retribuite al 100%. Un significativo impegno per permettere ai padri di essere parte della vita dei loro figli fin dall’inizio, un desiderio sentito e sempre più espresso dalle giovani famiglie. Sono fermamente convinta del fatto che le aziende abbiano la responsabilità sociale di incidere positivamente sulla vita della comunità in cui operano»

https://alleyoop.ilsole24ore.com/2024/04/30/stereotipi-dalla-scuola-al-lavoro-esistono-ancora-cose-da-maschi/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR2GiI0Y6JOUfiylXYd8wTgiyH_OEjOM8_9zlR90JoXmqQeOhty2EtADQJY_aem_ARsY4VBBgYCuoPF



domenica 28 aprile 2024

Resistenza, la doppia lotta delle donne per la liberazione 25 Aprile 2024 Nicoletta Labarile Polis

“Non sono venuta per rammendare, ma per combattere”. La partigiana Olga Prati, quando raggiunge la brigata d’azione del suo territorio, risponde così al comandante che le chiede di ricucirgli i pantaloni. Carla Capponi, figura centrale della resistenza romana e vicecomandante dei Gap (Gruppi di azione patriottica), ruba di nascosto una pistola su un autobus affollato per aggirare l’opposizione dei suoi stessi compagni nel “concederle” l’utilizzo di un’arma.

Come dimostrano le testimonianze delle partigiane, di cui Prati e Capponi sono esempi, quello delle donne alla Resistenza non è stato semplicemente “un contributo” ma una lotta “doppia” che riguardava sia l’opposizione all’autoritarismo nazifascista che la conquista di nuovi spazi di libertà, oltre gli schemi imposti da un regime che le aveva relegate nella sfera familiare e domestica. Operaie, studentesse, casalinghe, insegnanti: sono donne di ogni estrazione sociale che aderiscono consapevolmente alla lotta resistenziale e, come riporta la storica Anna Bravo in “Dizionario della Resistenza”, assumono un ruolo essenziale “nello scontro armato, nel lavoro di informazione, approvvigionamento e collegamento, nella stampa e propaganda, nel trasporto di armi e munizioni, nell’organizzazione sanitaria e ospedaliera, nei Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà”.

Il protagonismo femminile nella Resistenza ha riguardato sia la lotta armata che tutti gli altri compiti previsti dalla lotta di Liberazione nelle sue varie modalità. Le partigiane non sono “solo” staffette ma anche combattenti armate nelle bande extra-urbane, addette ai fondamentali servizi logistici, militanti attive dei Gruppi di difesa creati dalle donne e per le donne che – specifica Bravo – sulla scorta di un “programma di affermazione di diritti e opportunità” rivendicano la “titolarità delle azioni femminili”.

La Resistenza taciuta
La Resistenza delle donne, come racconta l’omonimo saggio di Benedetta Tobagi (Premio Campiello 2023) le porta a “irrompere” nella sfera pubblica. “Tocca alle invisibili entrare in scena”, scrive Tobagi.

I dati forniti dall’ANPI lo testimoniano: furono 35.000 le partigiane inquadrate nelle formazioni combattenti; 20.000 le patriote con funzioni di supporto; 70.000 in tutto le donne organizzate nei Gruppi di difesa; 512 le commissarie di guerra; 683 le donne fucilate o cadute in combattimento; 1750 le donne ferite; 4633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 1890 le deportate in Germania.

Ciò nonostante, il riconoscimento delle partigiane nella Resistenza non è avvenuto in egual misura al loro protagonismo: le donne che hanno ricevuto medaglie d’oro al valore per le loro azioni sono state solo diciannove (Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Gina Borellini, Livia Bianchi, Carla Capponi, Cecilia Deganutti, Paola Del Din, Anna Maria Enriquez, Gabriella Degli Esposti Reverberi, Norma Pratelli Parenti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Rita Rosani, Modesta Rossi Polletti, Virginia Tonelli, Vera Vassalle, Iris Versari, Joyce Lussu).

Escluse prima dalle sfilate partigiane nelle città liberate e poi dalla storiografia, il ruolo delle donne nella Resistenza è rimasto a lungo nell’ombra. Lo ha riportato in diversi testi, tra cui cui “Storia e memoria. Le lotte delle donne dalla liberazione agli anni 80”, la storica Simona Lunadei: dopo la fine della guerra sulla resistenza femminile è calato un silenzio generale. Questo perché si cercò di normalizzare il ruolo delle donne che avevano sperimentato un’emancipazione di fatto dai ruoli tradizionali.

È il pregiudizio culturale che ha guidato il silenzio. Perché? Lo spiega ad Alley Oop Tamara Ferretti, responsabile del coordinamento nazionale donne ANPI: “il silenzio sulla Resistenza delle donne accade a causa dei fattori culturali di una società che per decenni le aveva relegate alla marginalità, senza diritti civili e – per dirla con le parole di Giovanni Gentile – di proprietà del marito: ‘Nella famiglia la donna è del marito ed è quel che è in quanto di lui’. Questa visione è stata messa in crisi dalla guerra e dalla partenza degli uomini per il fronte, perché incongruente con le necessità della produzione bellica e il conseguente massiccio ingresso nel sistema produttivo di forza lavoro femminile”.

È così che le donne prendono spazio, iniziando a partecipare da subito – in varie forme – alla Resistenza e alla lotta di liberazione, di cui il famoso sciopero del pane del 16 ottobre del 1941 rappresenta il primo esempio. “La rimozione del ruolo delle donne nella Resistenza ha corrisposto specularmente ai reiterati tentativi di depotenziare e manomettere il valore della lotta di liberazione nella conquista della libertà e della democrazia di questo Paese – sottolinea Ferretti – Sottovalutazioni e condizionamenti culturali ci sono stati anche nel mondo resistenziale, maggiormente impegnato nel riconoscimento dell’unicità e della pluralità della Resistenza nel suo complesso”.

Diventare “soggetti politici visibili”
Emergere dall’anonimato ha consentito alle donne di diventare soggetti storici finalmente visibili. Essere contro il fascismo significava non solo schierarsi politicamente, ma anche rompere con la separatezza della propria tradizionale “sfera domestica” per proiettarsi sulla scena pubblica.

“Nelle città come nelle campagne le donne svolsero un ruolo fondamentale nell’organizzazione clandestina e, nelle memorie dei partigiani, è costante il richiamo al ruolo fondamentale delle donne per garantire i collegamenti tra le formazioni, il supporto che oggi chiameremmo logistico, l’assistenza alimentare e sanitaria, l’informazione sulla dislocazione militare nazifascista nel territorio – afferma Ferretti – Le ragioni di fondo che hanno mosso la scelta di tante donne di aderire alla Resistenza sono derivate dal desiderio di pace e di riscatto. Come scrive la Partigiana Mirella Alloisio nel libro Volontarie della Libertà, le donne decisero di fare la Resistenza perché volevano fare guerra alla guerra. Eppure di queste motivazioni si è parlato poco, nel silenzio è stata lasciata anche quella che Nilde Iotti definiva l’irrinunciabile speranza nel futuro che aveva animato le scelte di libertà e di democrazia”.

Recuperare le storie non raccontate diventa essenziale per recuperare la memoria: “È bello e importante far conoscere alle giovani e ai giovani, a partire dalle scuole, le tante storie di donne che si sono battute per la libertà ed è quello che come ANPI e come Coordinamento donne da tempo siamo impegnate a fare” specifica Ferretti, ricordando anche Liliana Segre: “deportata nell’inferno dei campi di concentramento nazisti, sopravvisse a una delle marce della morte imponendosi di compiere un passo dopo l’altro: passo dopo passo è anche la storia della liberazione delle donne di cui tutte dovremmo avere profonda consapevolezza e coscienza perché i diritti non sono dati una volta per sempre ma vanno accuditi e salvaguardati come un bene prezioso”.

Le partigiane di oggi
Con l’iniziativa “Libere di essere. Donne resistenti ieri e oggi”, lo scorso novembre l’ANPI ha lanciato una rete per i diritti delle donne. Gli stessi che legano le partigiane di ieri a quelle di oggi: “Viviamo un tempo difficile e viene immediato rivolgere il pensiero alle battaglie delle giovani iraniane come alla resilienza delle donne afghane e dei tanti Paesi martoriati dalle guerre – aggiunge la responsabile del coordinamento nazionale donne ANPI – È da brividi pensare oggi alla condizione delle donne e delle bambine che vivono in Paesi in guerra e sotto le bombe, alle donne e alle bambine di Gaza come a quelle ucraine, del Myanmar o del Congo, a quelle che attraversano il deserto e vengono rinchiuse nei campi libici. Donne che nonostante tutto si battono e continuano a sperare in un futuro migliore, per il riscatto da condizioni di miseria, di paura, di violenze, di umiliazioni, di guerra. Le stesse motivazioni che portarono la gran parte delle donne italiane a sostenere la Resistenza”.

Il cammino delle donne è “il cammino della democrazia”
La battaglia per essere “libere di essere” si muove nel tempo e nelle generazioni: “La conquista della democrazia e la conquista della cittadinanza politica, il diritto di voto, sono state il presupposto per il riconoscimento del valore di una rappresentanza di genere e per il riconoscimento della cittadinanza sociale, cioè dei diritti uguali di cui ci parla la Costituzione” spiega Ferretti. Così come la nascita della Repubblica segnò anche la “visibilità” politica delle donne, oggi è lo stesso testo costituzionale a tutelarla – “la Costituzione è un faro che continuerà a illuminare il cammino delle donne per il riconoscimento di una reale parità” sostiene Ferretti – e a indicare la via della Resistenza attuale: difendere e celebrare la Repubblica antifascista, come indica l’appello “Viva la Repubblica antifascista” lanciato da ANPI per il 25 aprile.

“Il 25 aprile è il giorno in cui si ritrova nelle piazze di tutte le città, a cominciare da Milano, l’Italia antifascista e democratica” afferma ad Alley Oop il presidente Anpi Gianfranco Pagliarulo, che continua: “sta alle forze democratiche proporre una promessa di futuro, cioè un programma di trasformazione che abbia al centro il contrasto alle diseguaglianze nel più generale quadro di investimenti che consentano di affrontare la transizione digitale ed ecologica”. Per questo, serve partecipare: “il 25 aprile mi aspetto straordinaria partecipazione popolare unitaria – dice il presidente ANPI – a tutela della democrazia costituzionale, della pace e del lavoro: fondamenti costituzionali”. E le donne non posso che esserne protagoniste: “come sosteneva la partigiana Carla Nespolo –  aggiunge Ferretti – Il cammino delle donne è stato il cammino della democrazia. Per il nostro Paese e per l’Europa”.

giovedì 25 aprile 2024

25 Aprile: la Liberazione delle donne di Gianna Melis

Nella Resistenza italiana contro il nazifascismo migliaia di donne ebbero un ruolo chiave, ma questo impegno non fu riconosciuto, pienamente, neppure dai partigiani. Servì per creare il nostro futuro di libertà e parità.

Da staffette a combattenti

Portavano cibo nei nascondigli ai partigiani, li nascondevano e li curavano, facevano la staffetta trasportando armi e materiali di propaganda. Rischiavano la vita e quando venivano catturate dal nemico andavano incontro a torture e violenze sessuali. Ma incredibilmente poche partigiane erano armate. Le donne combattenti riconosciute – si legge nel sito dell’ANPI – furono 35 mila e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna, di queste 5mila furono arrestate e torturate, più di duemilacinquecento vennero deportate in Germania, oltre 2800 fucilate o impiccate. Ne caddero in combattimento più di mille ma solo 19, nel dopoguerra, vennero decorate con la Medaglia d’oro al valor militare: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Gina Borellini, Livia Bianchi, Carla Capponi, Cecilia Deganutti, Paola Del Din, Anna Maria Enriquez, Gabriella Degli Esposti Reverberi, Norma Pratelli Parenti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Rita Rosani, Modesta Rossi Polletti, Virginia Tonelli, Vera Vassalle, Iris Versari, Joyce Lussu. 

L’impegno durante la resistenza fu utile per cambiare la percezione femminile del sé. Quelle donne, che fino ad allora avevano conosciuto soltanto divieti, durante la lotta di liberazione si incontravano, si organizzavano e prendevano coscienza che il loro ruolo era fondamentale per la Liberazione dell’Italia, ma anche per la loro emancipazione. Donne tradite, violentate – era meglio non dirlo per evitare di essere disonorate – alle quali non era permesso di pensare autonomamente, di studiare, di esprimere la loro intelligenza. Con la lotta di Liberazione, sperimentarono nuovi modi di vivere e acquisirono la consapevolezza di poter agire, imbracciare un fucile come gli uomini, dormire al freddo, fare la guardia, combattere contro i tedeschi. Un atto rivoluzionario per le partigiane che servì a dar loro il senso del proprio valore e della propria forza. Ovviamente non tutti, anche tra i compagni di lotta, erano d’accordo su queste scelte: molti criticavano la scelta femminile di abbandonare la casa e la famiglia per impegnarsi nella guerra partigiana, che implicava anche promiscuità e assenza di controllo familiare. Durante la Resistenza, la donna si scopre non solo più libera, ma anche piena di risorse: “Può sentirsi, finalmente, un individuo. Una persona degna d’attenzione e dotata di valore di per se stessa, non solo in relazione al proprio ruolo di moglie o madre” scrive Benedetta Tobagi in La Resistenza delle donne, dove riporta testimonianze su come molte partigiane fossero consapevoli che la promiscuità con gli altri uomini mettesse a rischio la loro reputazione, allora un bene essenziale per essere accettate in società. «È facile dire di una donna: “fa la puttana” quando vive con mille uomini. D’altronde, se entravo alla sera in una stalla con trenta ragazzi, non potevo mica pretendere che la gente pensasse che dicevo il rosario. Insomma, io lo sapevo e l’ho accettato tranquillamente che dicessero che facevo la puttana. Ma ho vissuto da cattolica» sottolinea l’ex partigiana, Tersilla Fenoglio, nome di battaglia Trottolina.

Alla conquista della parità

Le donne che hanno partecipato direttamente alla lotta armata, a volte, hanno dovuto affrontare grandi ostacoli nelle stesse brigate partigiane. Lo racconta bene Carla Capponi, figura centrale della resistenza romana, vicecomandante dei Gap (Gruppi di azione patriottica) nel libro Con cuore di donna. Per esempio, i suoi compagni ritenevano che non dovesse avere la pistola. Lei all’apposto era convinta che in alcuni casi l’arma le avrebbe permesso di difendersi dai nemici. E così, su un autobus affollato, ne rubò una a un uomo, ma i compagni cercarono di sottrargliela. “Il problema è il tabù delle donne che esercitano la violenza, che era molto forte in un contesto culturale tradizionalista come quello italiano. Riconoscere alle donne la possibilità di esercitare la violenza armata avrebbe significato riconoscere un’uguaglianza di genere. Le pochissime donne a cui alla fine fu consentito l’uso delle armi hanno sempre raccontato in seguito i problemi che questo creava loro, in termini culturali e pratici”. afferma la storica Simona Lunadei, autrice di diversi testi sull’argomento, tra cui Storia e memoria. Le lotte delle donne dalla liberazione agli anni 80. “Questo perché si cercò di normalizzare il ruolo delle donne, che proprio durante la guerra avevano sperimentato un’emancipazione dai ruoli tradizionali”, afferma la storica. Uno dei pochi documentari sull’argomento fu quello di Liliana Cavani del 1965, Le donne nella resistenza e il romanzo L’Agnese va a morire di Renata Viganò pubblicato nel 1949.

Altri partigiani, invece, erano consci che le donne stavano facendo qualcosa di grande che peraltro non era richiesto dalla legge: “Il primo riconoscimento – scriveva Marisa Ombra, partigiana, in un suo articolo pubblicato su Patria Indipendente del novembre 2016 – l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro sapevano che noi donne non eravamo obbligate a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano diventano disertori, rischiando la fucilazione o la deportazione. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto perché ci credevamo, volevamo fare la nostra parte. Io credo che riconoscessero che era la prima volta che le donne entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità fondamentali, militari, politiche, sociali”. Marisa Ombra ha scritto anche il bellissimo libro ”Libere Sempre” Una ragazza della resistenza a una ragazza di oggi.

Sebben che siamo donne, paura non abbiamo

Armate o disarmate, d’ogni fascia sociale e di ogni professione, giovani e meno giovani, meridionali e settentrionali, antifasciste per scelta personale o tradizione familiare, le donne hanno dato alla Resistenza un grande contributo, partecipando attivamente anche alla lotta armata. La lotta di Liberazione ha offerto alle donne la «prima occasione storica di politicizzazione democratica» ma ci vorranno molti decenni per scalfire veramente i modelli culturali maschili e patriarcali. A Liberazione avvenuta, infatti, in alcune città liberate le donne sono state escluse da molte sfilate partigiane. Elsa Oliva, comandante di una brigata, col titolo di tenente, racconta “Nella lotta di liberazione non sempre la donna era accettata come lo sono stata io. Anche nelle formazioni dei garibaldini la donna serviva per lavare, rammendare, al massimo fare la staffetta. E rischiava più dell’uomo, perché le staffette rischiavano moltissimo: io avevo un fucile per difendermi, ma la staffetta doveva passare tutte le file, andare in mezzo al nemico, disarmata, e fare quello che faceva. E se era presa….”

Le donne sono le protagoniste principali (non uniche) anche della Resistenza civile. Alcune loro azioni di massa ottengono risultati estremamente importanti da un punto di vista strategico e politico. Due esempi: le donne che, nella Napoli occupata del settembre 1943, impediscono i rastrellamenti degli uomini, facendo svuotare i camion tedeschi già pieni, e innescando così la miccia dell’insurrezione cittadina. Ancora, le cittadine di Carrara, nel luglio 1944, resistono agli ordini di sfollamento totale impedendo ai tedeschi di garantirsi una comoda via di ritirata verso le retrovie della linea Gotica. 

Durante la Resistenza si sono intrecciati, antifascismo e femminismo, e un forte appello alla bella politica, fatta di onestà e serietà, inestricabilmente connessa con la responsabilità, individuale e collettiva, che rimane una costante nelle storie di tante. “Sono ex prof, ex tante altre cose, ma non ex partigiana: perché essere partigiani è una scelta di vita”, dichiarò Lidia Menapace, un’altra grande figura di donna impegnata fino alla fine dei suoi giorni.

 La lotta di liberazione delle donne dal nazifascismo è stata l’inizio dell’emancipazione femminile. Credendo in un futuro migliore, con il loro coraggio, lo resero possibile. Noi siamo l’avvenire per il quale hanno lottato. A loro la nostra immensa riconoscenza. Per sempre.

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lunedì 22 aprile 2024

Continua l'attacco alla libertà delle donne

Il giorno prima della votazione in Parlamento del disegno di legge 19/2024  “Disposizioni urgenti per l'attuazione del PNRR”, viene presentato da Fratelli d'Italia un emendamento in cui si prevede che le Regioni nella riorganizzazione dei Consultori possono “avvalersi di soggetti del Terzo Settore che abbiano qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”. 

I Consultori sono nati come luoghi di prevenzione ed erogazione di servizi rivolti alle singole persone, ad adolescenti, alle coppie ed alle famiglie, offrono informazione, accoglienza, consulenze e prestazioni specialistiche sui temi delle relazioni, della contraccezione, della salute sessuale e riproduttiva. Dopo l'età dell'oro, hanno vissuto una stagione di “menefreghismo” che ne ha prodotto lo “svuotamento”: poche risorse investite, chiusure, accorpamenti, mancanza di personale, obsolete strumentazioni, riduzione dei servizi erogati e degli orari. Fanalino di coda del Servizio Sanitario hanno favorito la nascita e la crescita dei Consultori privati.

A distanza di cinquanta anni i Consultori andrebbero ripensati e riorganizzati anche alla luce dei cambiamenti sociali e culturali avvenuti. A partire dall'educazione all'affettività ed alla sessualità di ragazze e ragazzi che spesso avviene attraverso la rete e i suoi contenuti pornografici devastanti. 

Invece furbescamente vengono inseriti [con quale urgenza ?] soggetti del Terzo Settore come i ProVita, noti antiabortisti... 

Le donne si rivolgono ai Consultori per interrompere una gravidanza dopo aver valutato l'impossibilità di sostenere una maternità. L'equipe, con cui le donne sostengono un colloquio per capire i motivi della scelta, può avvalersi di eventuali collaborazioni, se ritenute necessarie, non generalizzate e fatte poi da soggetti la cui qualificata competenza deve essere verificata [e poi da chi?]. E' una pressione, il tentativo di interferire nella scelta delle donne e colpevolizzarle in un momento delicato e in un luogo in cui andrebbero accolte e sostenute. 

La presenza di questi “soggetti” nei Consultori rappresenta un ennesimo attacco alla legge 194 e la messa in discussione della autodeterminazione delle donne sul proprio corpo. La maternità deve essere voluta, responsabile e consapevole, non imposta come destino da una cultura arcaica. 

Se poi attraverso queste forzature si pensasse di risolvere il problema della natalità, sarebbe aggiungere alla furbizia la beffa. Serve un nuovo welfare, asili nido, conciliazione famiglia lavoro, congedi parentali, lavoro stabile e ben retribuito... 

Ed ancora una volta il corpo delle donne viene strumentalizzato e usato a fini politici.

Dulcis in fundo

Sul nostro territorio (Assago, Buccinasco, Cesano Boscone, Corsico, Cusago) con una popolazione di 100.000 abitanti dovrebbero esserci 5 Consultori, uno ogni 20.000 abitanti. Oggi ce n'è uno solo, a Cesano Boscone, aperto solo alcuni giorni.