mercoledì 21 aprile 2021

L’avvocata " Il consenso va dimostrato Erano in quattro contro una ragazza" di Maria Novella De Luca

Intervista a Teresa Manente di "Differenza donna"

«Dietro le parole di Grillo, così come, purtroppo, dietro molti processi per stupro in cui ancora oggi le vittime faticano ad essere credute, c’è lo stereotipo per cui la donna è sempre sessualmente disponibile. E che lo stupro non sia, come invece è, un delitto, ma una forma di sessualità eccessiva. Del resto Grillo lo dice, in modo grottesco: quei quattro si stavano divertendo». 

Teresa Manente, avvocata penalista, responsabile dell’ufficio legale di "Differenza donna" di vittime della violenza maschile ne ha difese, con successo, centinaia. «Dietro il concetto di "consenso", si gioca sempre la difesa degli stupratori. Ma oggi abbiamo leggi e sentenze della Cassazione che impongono agli accusati una rigorosissima dimostrazione di quel consenso».

Manente, come giudica le parole di Grillo?

«Terribili e incaute da un punto di vista giudiziario. Solo il fatto che in quella villa, fossero in quattro contro una ragazza e questa ragazza il giorno dopo ha denunciato uno stupro, rende credibile il suo racconto».

Loro affermano che lei era d’accordo.

«E quale dissenso puoi dimostrare se sei sola contro quattro? Magari hai pure bevuto, ma capisci che se resisti potresti avere conseguenze peggiori? Lo stupro è una sorta di omicidio per una donna, un processo per stupro è un dolore inenarrabile.

Quante possono mentire?».

Ma come si dimostra in tribunale, in mancanza di referti medici, una violenza sessuale? Anche mesi e mesi dopo?

«L’accusato deve dimostrare il consenso e la vittima il dissenso. E proprio perché sappiamo quali sconvolgimenti subisce una donna dopo uno stupro, il legislatore ha allargato i tempi in cui si può sporgere querela fino a un anno. Le donne escono spezzate dalla violenza sessuale, afone. Per questo le denunce arrivano anche mesi dopo. Gli otto giorni della giovane che accusa il figlio di Grillo sono niente, nulla».

Torniamo al consenso. E al dissenso.

«Per dimostrare che la donna "ci stava" gli accusati utilizzano ogni mezzo: com’era vestita, che vita faceva, perché era salita in quella casa, non era scappata, non aveva urlato, si era vestita in modo così sexy. La tecnica è: colpevolizzare la vittima, dimostrare che era "facile". Contro tutto questo però ci sono la parola della donna e la legge».

Non credo basti la parola della vittima.

«No, certo, sono processi difficilissimi e lunghi. Ma una donna che ha subito uno stupro, lo dico sulla base dei tanti casi in cui ho ottenuto condanne dei violentatori, riesce a ricostruire, dopo, con una precisione assoluta cosa le è successo. Da qui partono riscontri, indagini, testimonianze. Chi ha subito quella ferita non mente. Grazie ai cambiamenti della giurisprudenza oggi il famoso "consenso" deve essere provato davvero, in ogni passaggio del rapporto si deve dimostrare che non c’è stata coercizione. Per questo nei tribunali oggi possiamo vincere».

Parole terribili, ma incaute dal punto di vista giudiziario C’è lo stereotipo della donna  sempre disponibile per il sesso 

 https://quotidiano.repubblica.it/edizionerepubblica/pw/flipperweb/flipperweb.html?testata=REP&issue=20210421&edizione=nazionale&startpage=1&displaypages=2&backurl=https%3A%2F%2Fquotidiano.repubblica.it%2Fedicola%2Fedicola.jsp

martedì 20 aprile 2021

Casa delle donne per non subire violenza ONLUS




Le dichiarazioni di #Grillo sono un vergognoso manifesto della cultura dello stupro. Come Casa delle donne per non subire violenza ONLUS esprimiamo massima solidarietà alla donna che ha subito violenza e che dopo aver trovato il coraggio di denunciare si trova costretta ad una gogna mediatica e ad un giudizio alle intenzioni che altro non è se non una seconda violenza. 

In Italia sono ancora moltissime le donne che decidono di non denunciare stupri e violenze proprio a causa di una cultura che colpevolizza e/o vittimizza chi subisce violenza piuttosto che chi la agisce. Il teatrino mediatico-politico che sta andando in scena in queste ore è una violenza a tutte le donne che hanno subito violenza, che abbiano denunciato o meno. 

Quando Grillo si chiede perché la donna non abbia denunciato subito, la risposta è nelle sue parole e nel tono della sua voce, espressione del maschilismo più arcaico e portatrice di una violenza verbale e non verbale intollerabile: se ci sono donne che non denunciano, è perché esistono uomini come lui. E purtroppo, molto spesso gli uomini come lui hanno potere, soldi e visibilità. 

L'immagine del padre che difende il figlio a prescindere è la perfetta icona del patriarcato. Grillo non è giustificabile in quanto padre (un'idea che non è altro che la versione familistica del cameratismo da spogliatoio), ma è doppiamente colpevole in quanto uomo bianco, ricco e potente, una persona che sta usando i suoi privilegi per difendere la cultura dello #stupro. 

A tuttə lə politicə e giornalistə che in queste ore stanno esprimendo giudizi sulle parole di Grillo, riproducendole e amplificandole, chiediamo un rifiuto netto delle sue parole. Non è una questione di opinioni, e non può essere una questione di schieramenti politici. La cultura dello stupro deve essere rifiutata e combattuta. Non si fa politica sul corpo delle donne.

https://www.facebook.com/casadonnebologna/

lunedì 19 aprile 2021

Gender gap: in selezione i ruoli di leadership sono proposti meglio agli uomini che alle donne scritto da Jacopo Pasetti

La modalità in cui viene presentata una opportunità, a volte, genera più motivazione dell’opportunità stessa. Allo stesso modo il coinvolgimento di una persona in un progetto può essere stroncato attraverso una comunicazione non adeguata o disincentivante. Come in uno sliding doors, il modo (più che la sostanza dell’offerta) possono cambiare le sorti di una carriera o di una selezione.

Nel mio percorso da sportivo professionista il passaggio da attaccante a difensore non appariva una grande opportunità per chi, come me, sognava di segnare goal a ripetizione.

“Le azioni partono dalla difesa e da lì potrai condurre la distruzione del gioco avversario e a guidare la ripartenza della squadra. Il tuo fisico e la velocità potranno renderti capace di goal importanti in contropiede”.

Sono bastate poche parole del mio allenatore per cambiare la mia visione del nuovo ruolo che mi veniva assegnato. Pensavo di dover recuperar palloni per chi poi avrebbe finalizzato il gioco, e invece mi ritrovavo a giocare come protagonista della costruzione del gioco della mia squadra, oltre che a difesa della nostra porta. Ma come sarebbero andate le cose se il mio coach non avesse avuto la capacità di presentarmi l’idea di cambiamento in chiave positiva?

Nei colloqui di lavoro si ripetono spesso situazioni simili: l’immagine del ruolo che viene trasferita in fase di selezione è la base su cui il candidato o la candidata potrà costruire la propria motivazione ad entrare in azienda e a dare il meglio all’interno dell’organizzazione. Ma è ipotizzabile che esistano delle barriere all’ingresso che derivano proprio dalla modalità con cui la posizione viene descritta durante il colloquio? È possibile, ad esempio, che lo stesso ruolo venga raccontato in modo diverso ad un candidato uomo rispetto ad una donna? Come questo aspetto potrebbe influenzare il gender gap?

Della risposta a queste domande si è occupato uno studio, recentemente pubblicato da Organizational Behavior and Human Decision Processes, che si prefiggeva di indagare possibili pregiudizi di genere nell’impostare la comunicazione funzionale ad un colloquio di assunzione per posizioni di leadership (“It’s a man’s world! the role of political ideology in the early stages of leader recruitment” B. Oc, E. Netchaeva, M. Kouchakic)

Lo studio

I ricercatori hanno coinvolto un gruppo di persone assegnando loro l’incarico di condurre per un’azienda immaginaria una selezione per una posizione manageriale. In questo gruppo di selezionatori sono state individuate figure più aperte al cambiamento ed altre più orientate a mantenere lo status quo. Per creare questa divisione tra i reclutatori, il gruppo di ricercatori è partito dall’ipotesi che l’ideologia politica possa essere un buon rilevatore di bias (stereotipi). Sono stati così costruiti due “team” di pari numerosità distribuendo equamente le persone di stampo più conservatore e quelle più inclini al cambiamento. Un gruppo avrebbe simulato la selezione con il candidato uomo e l’altro con la candidata donna.

Nonostante tutti i partecipanti avessero ricevuto le medesime informazioni sull’azienda e sulla posizione, è emerso in maniera evidente come l’uso delle stesse sia stato differente durante i colloqui: la maggior parte dei “selezionatori” con idee più conservatrici ha presentato al candidato uomo un maggior numero di informazioni positive sulla posizione e sull’azienda, rispetto a quanto fatto con la candidata donna. La medesima situazione si è verificata quando ai selezionatori è stato chiesto di preparare una mail per descrivere la posizione: le parole usate con l’uno e con l’altra non sono state le stesse. Al contrario, le persone identificate come più inclini a ricercare il cambiamento non hanno mostrato questa tendenza e si sono mossi con la stessa modalità comunicativa con entrambi i candidati.

Il gender gap parte dai colloqui

Nel mercato del lavoro, è cosa nota, esiste ancora una grossa disparità, ovviamente a favore del genere maschile, tra il numero di uomini e di donne in posizioni apicali. Purtroppo questa ricerca non fornisce indicazioni incoraggianti. Guardando i dati, infatti, se una metà del gruppo attraverso una comunicazione neutrale ha favorito una decisione equa, una seconda metà ha invece involontariamente spinto verso un non cambiamento che tende a mantenere questo gap di genere a favore dell’uomo.

Appare pertanto evidente che le battaglie svolte fino ad oggi per promuovere la meritocrazia e superare le discriminazioni si scontrano ancora con condizionamenti culturali e psicologici, tanto radicati quanto persino involontari. Fino a quando questi ostacoli non saranno riconosciuti e superati, il “leadership gender gap” continuerà a esistere anche in fase selettiva. Sicuramente questo divario si è ridotto negli ultimi decenni grazie anche alle politiche che in tutto il mondo tendono a superare la discriminazione di genere, ma i pregiudizi persistono. Il Global Gender Gap Report 2021 del World Economic Forum ha rilevato che “c’è ancora un divario medio di genere del 31,4% che deve essere colmato a livello globale”, confermando che la strada da percorrere è ancora lunga.

Durante i processi di selezione, nella stragrande maggioranza dei casi, è il “recruiter” stesso a definire la modalità di presentazione della posizione alle candidate ed ai candidati. La consapevolezza che tali modalità possano essere, anche involontariamente, piene di pregiudizi dovrebbe spingere le direzioni risorse umane a riflettere sul modo di porsi e di relazionarsi con i potenziali e le potenziali aspiranti.

Un’ipotesi potrebbe essere quella di integrare i processi di selezione con strumenti che garantiscano uniformità di informazioni, ad esempio, attraverso l’utilizzo di video o podcast a disposizione di tutti i candidati. Qualunque sia il correttivo adottato, la consapevolezza rispetto ad una possibile soggettività delle modalità di comunicazione è il primo passo per guidare un processo che miri ad essere sempre meno influenzato dai pregiudizi di genere e agli errori umani. Confidiamo che persone ed aziende lavorino proprio sulla crescita di questa consapevolezza per dare una spinta ancor più forte e più profonda  alla tanto agognata riduzione del gender gap all’interno delle aziende.

https://alleyoop.ilsole24ore.com/2021/04/15/gender-gap-selezione-ruoli-leadership-proposti-meglio-agli-uomini-alle-donne/?fbclid=IwAR1hjMpNdFwWvEo_8pAYpPzWXGUdk9A6oBje7YbK4m5xhrZ1xfp4B4UsI58&refresh_ce=1



venerdì 16 aprile 2021

In Italia lavora 1 donna su 2, penultimo posto nella classifica Eurostat: il più grande freno alla crescita

L'Italia è in coda alla classifica europea dell'occupazione femminile, una delle più pesanti diseguaglianze che caratterizzano il nostro Paese. Una diseguaglianza che è anche un freno alla crescita. Riprendiamo l'articolo di Gabriele De Stefani su La Stampa di oggi che riflette sull'occupazione delle donne e l'impatto della pandemia sui progressi in tema di parità di genere.

Donne e giovani affrontano gravi difficoltà occupazionali

L'occupazione femminile in Italia è al 49% e il divario con il resto d'Europa è notevole: la media Ue rilevata da Eurostat è del 67,7%. Per le giovani generazioni va meglio: tra le ragazze con meno di trent'anni, il 25,4% non lavora, non studia e non cerca un occupazione. Non sorprendono quindi i dati sulla sfiducia: in Europa sono 8,6 milioni i cittadini che si definiscono "sfiduciati" e di questi uno su tre vive nel nostro Paese, dove tre milioni di persone non cercano nemmeno più un lavoro.

«La recessione figlia della pandemia, rispetto alle altre grandi crisi del passato, ha la particolarità di aver colpito più i servizi della manifattura e per questo ha penalizzato maggiormente le donne» riflette Andrea Garnero, economista dell'Ocse. Nell'ultimo trimestre, ad esempio, l'Istat segnala che 249 mila dei 400 mila posti andati in fumo erano occupati da donne. «In altri Paesi questa differenza è stata meno marcata, perché in Italia è più spiccata la divisione per comparti, con settori a netta prevalenza maschile e altri, come i servizi alla persona, in cui lavorano soprattutto donne. Una svolta è necessaria, anche perché una bassa occupazione femminile è un pesantissimo freno alla crescita: famiglie con un solo reddito hanno meno entrate, quindi spendono meno, investono meno e chiedono meno servizi».

La recessione della pandemia ha colpito di più i servizi della manifattura, penalizzando maggiormente le donne

La recessione della pandemia ha penalizzato maggiormente i settori produttivi a con più alta concentrazione di donne.

 Persiste il gender pay gap

A proposito di redditi, in Italia resta ampia anche la forbice delle retribuzioni: il “Global Gender Gap Report” del World Economic Forum  - di cui vi abbiamo parlato qui - ci colloca al 63° posto tra i 156 Paesi analizzati. A pesare negativamente è la partecipazione economica, che ci vede scivolare al 114esimo posto, fanalino di coda a livello europeo: persistono le disparità di reddito e le donne in posizioni manageriali sono ancora poche. Avanti di questo passo, serviranno 135,6 anni per colmare il divario, a livello globale. Un bilancio nettamente peggiorato nell'anno segnato dal Covid: la pandemia ha fatto crollare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, non sono in Italia ma in tutto il mondo. In parallelo sono diminuite le opportunità per le ragazze e le madri hanno visto ulteriormente appesantirsi il carico delle incombenze di cura. «Servono misure specifiche – ha commentato Saadia Zahidi, direttrice generale del World Economic Forum –. Penso alla definizione di obiettivi di genere specifici per il recupero delle assunzioni e alla riqualificazione professionale per chi occupava ruoli che difficilmente torneranno. Poi vanno alzati i salari per i lavori essenziali che sono svolti soprattutto da donne, come il settore infermieristico o la prima linea dell'insegnamento scolastico».

Per scoprire tutti i dati del Global gender gap Report

https://valored.it/news/in-italia-lavora-1-donna-su-2-penultimo-posto-nella-classifica-eurostat/?fbclid=IwAR2g6MQjzkcVJOfgbXWJb3ZmgnyzpvKwACOCp1fUYeqymu3Uv9ah1f751kk

 


 

giovedì 15 aprile 2021

Non sono i tuoi figli a frenare la tua carriera: è tuo marito A cura di Valentina Grassini

Uno studio della Harvard Business School conferma un dato tristemente noto: la carriera degli uomini vale più di quella delle donne.

Quando l’avvocatessa statunitense Linda Hirshman nel 2006 sostenne nel suo libro “Get to Work: A manifesto for the Women of the world” che le donne ambiziose e desiderose di far carriera avrebbero dovuto sposare uomini con meno soldi e prospettive di carriera, la cosa fece molto scalpore e attirò parecchie polemiche.

Hirshamn spiegò però che si trattava di una scelta intelligente, e non “brutalmente strategica”, come era stata definita, e che poteva consentire alle donne di perseguire i propri obiettivi di carriera, scegliendo di sposare qualcuno che potesse sostenerli e avesse piacere a farlo. Insomma, consigliava di fare quello che per secoli era stato fatto dagli uomini.

E, guardando ai dati e alla situazione di oggi, in cui le donne sono ancora le prime a rimetterci in quanto a carriere e vite lavorative, anche per via della solita “questione della cura” che sempre su di loro ricade, pare che la teoria di Linda Hirshman avesse più che un fondamento, soprattutto se letta a 15 anni di distanza, nei quali le cose non sembrano essere cambiate di molto.

Ma la questione è ben più complessa di come appare a un primo sguardo: secondo uno studio condotto da Robin Ely e Colleen Ammerman della Harvard Business School e dalla sociologa Pamela Stone dell’Hunter College, che prende in esame i laureati della Harvard Business School negli ultimi decenni, la gran parte delle donne con un potenziale di carriera ed aspettative elevate non hanno raggiunto quello che si erano prefissate nei 20 anni precedenti, quando si erano iscritte al College e laureate con il massimo dei voti e l’ambizione di una carriera promettente.

E la ragione di questa situazione è da ricercarsi secondo le ricercatrici, non nella scelta di rinunciare al lavoro per la cura domestica e dei figli, ma perché le donne tendono a dare priorità alla carriera dei compagni rispetto alla loro.

I risultati dello studio della Harvard Business School

Nello studio, le ricercatrici hanno intervistato 25.000 ex studenti, uomini e donne, laureatisi negli ultimi decenni e appartenenti alla categoria della generazione dei Baby Bomber (che indica i nati tra il 1946 e il 1964) e della generazione X (tra il 1965 e il 1980).

Dall’indagine è emerso che una percentuale maggiore degli uomini intervistati si trovava in posizioni di più alta responsabilità e in ruoli apicali. Ma non solo. Le testimonianze raccolte da entrambi i sessi e le diverse generazioni coinvolte hanno reso uno scenario ben più chiaro: le donne acconsentivano a riconoscere una maggiore rilevanza alla carriera del partner, arrivando a farsi carico in misura decisamente maggiore della gestione della casa e dei figli.

Nello specifico, più del 70% degli uomini intervistati hanno dichiarato che la loro carriera era più importante di quella delle loro mogli e il 86% di questi ha ammesso che sono le partner a prendersi cura maggiormente dei bambini e della casa.  Un dato confermato anche dal 65% delle donne della generazione X e dal 72% delle donne appartenenti alla generazione dei Baby Boomer.

Ma c’è un altro dato interessante, che riguarda le aspettative di entrambi i sessi nel periodo immediatamente successivo all’università: se più della metà degli uomini dava per scontato che le donne avrebbero fatto un passo indietro per dare precedenza alla carriera di questi ultimi, solo il 7% delle donne delle generazione X e il 3% delle donne cosiddette “boomer” facevano lo stesso ragionamento. Comunque la stragrande maggioranza delle donne pensava all’epoca a un matrimonio egualitario, quel modello di gestione familiare cosiddetto “dual earner” che però nei fatti, per mancanza di infrastrutture di sostegno e la resistenza di modelli culturali patriarcali, porta ancora una volta a far ricadere le incombenze della cura sulle spalle femminili.

Ovviamente, la gestione degli accordi familiari è solo uno dei problemi che ostacolano la vita lavorativa delle donne e le loro possibilità di carriera.

Non possiamo non rilevare un dato di fatto per niente incoraggiante: ancora oggi per il sistema lavoro, le donne che hanno uno o più figli continuano a essere delle lavoratrici di serie B, perché “divise” tra lo status di lavoratrice e di madre. Cosa che però non sembra accadere ai padri, per i quali la paternità assume addirittura valore fino a diventare un vantaggio, anche e soprattutto lavorativo, che li porta a ottenere promozioni, crescita professionale e aumento salariale. Le ragioni sono da ricercarsi in un sistema culturale che si basa ancora oggi sulla priorità del modello male breadwinner, almeno da un punto di vista concettuale, se non nei fatti.

E così, ecco che le donne-madri si ritrovano a subire diminuzioni di salario, part-time forzati e sollevamenti da incarichi e ruoli fino a quel momento ricoperti, e sono costrette a vedersi sfumate sogni e prospettive di carriera, per quanto dotate della piena capacità di sostenerle, anche con dei figli a carico.

Ma lo studio ci mette di fronte a un altro problema: se, prendendo in considerazione la categoria dei millennial uomini, si nota una maggiore tendenza all’uguaglianza con la controparte femminile, comunque sempre il 50% di questi continua a sostenere che la loro carriera debba avere la precedenza su quella delle partner e che sempre a queste ultime spetterebbe la maggior parte della cura dei bambini.

Ecco perché, ancora 15 anni dopo, le parole di Hirshman suonano profetiche, oltre a essere confermate dai fatti: la maggior parte delle donne che oggi ricoprono un ruolo di amministratrice delegata hanno dei mariti che non lavorano.

Una di queste è Ursula Burns, Ceo di Xerox, che in una conferenza del 2013 ha citato il libro di Hirshman e rivolto alla platea una frase ironica, che nascondeva però una verità:

Il segreto del successo è sposare qualcuno di 20 anni più vecchio.

La donna si riferiva al fatto che il marito, più grande di lei, era prossimo alla pensione proprio quando lei era all’apice della sua carriera, un aspetto che ha permesso all’uomo di prendersi cura dei figli e a Burns di dedicarsi al suo lavoro senza essere costretta a fare sacrifici e a scendere a compromessi.

Fino a che non saranno messi in atto una serie di cambiamenti culturali e strutturali mirati a considerare la vita lavorativa delle donne al pari di quella dei partner – anche e soprattutto con una politica economica che investa su infrastrutture a sostegno della maternità e della questione della cura – la teoria sollevata da Hirshman potrebbe essere purtroppo l’unica via possibile per non ritrovarsi a fare compromessi e sacrificare la propria carriera, del tutto o in parte.

https://news.robadadonne.it/non-sono-figli-frenare-carriera-tuo-marito/


mercoledì 14 aprile 2021

Nell’anno della pandemia aumentano i femminicidi e i reati di revenge porn di Viola Rigoli

Calano furti, rapine e omicidi, ma non quelli con vittime le donne. In crescita anche i delitti via web legati a pedopornografia, adescamento, truffe, revenge porn. I dati diffusi dalla Polizia di Stato

Diminuiscono gli omicidi, ma niente ferma l’aumento dei femminicidi. È questa la drammatica fotografia dell’ultimo anno in Italia, quello del Covid, per quanto riguarda l’omicidio di donne.

Femminicidi in aumento

Nel 2020, anche a causa della pandemia, è avvenuta una riduzione dei reati rispetto al 2019, soprattutto quelli contro il patrimonio e la persona, come furti, rapine e ricettazione, lesioni, percosse e violenze sessuali.

La brutta notizia è che però sono cresciuti i femminicidi: a febbraio, già l’Istat confermò nel suo report sulla criminalità in Italia che, nel primo semestre 2020, gli assassini di donne erano stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, e raggiungendo il 50% durante il lockdown nei mesi di marzo e aprile 2020. Con un elemento molto preoccupante che vedeva le vittime uccise principalmente in ambito affettivo e familiare (90% nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex partner (61%).

Femminicidi in aumento: quasi tutti in ambito familiare

Ora ci sono anche i dati sulla diffusione del crimine diffusi dalla Polizia: dei 275 omicidi commessi, infatti, 113 sono stati a danno delle donne (nel 2019 erano 111) e 144 in ambito familiare o affettivo. Tra questi ultimi 99 vittime erano di sesso femminile, 67 sono commessi da partner o ex partner. 

Reati telematici

Tra i reati in aumento ci sono quelli informatici, in particolare la pedopornografia e il revenge porn: l’attività d’indagine del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia on line (Cncpo) ha analizzato 3.243 casi e  indagato 1.261 soggetti. Dei contenuti analizzati, 34.120 siti web, 2.446 hanno trovato posto nella black list per inibirne l’accesso dal territorio italiano. 

Adescamento online

Il dato più allarmante è l’adescamento online, con 401 eventi trattati e un incremento di vittime d’età compresa tra 0-9 anni. 118 i minori denunciati all’Autorità Giudiziaria per condotte delittuose riconducibili al fenomeno del cyberbullismo.

Per quanto riguarda il contrasto dei reati contro la persona perpetrati sulla Rete: 1.772 casi analizzati con l’arresto di  10 persone e 378 soggetti indagati, responsabili di aver commesso estorsioni a sfondo sessuale, stalking, molestie, minacce e ingiurie. 

Revenge porn e incitamento all’odio

Risulta in costante aumento l’attività di contrasto al revenge porn, con 126 casi e 59 indagati. Molta attenzione è stata data anche al contrasto dei reati d’incitamento all’odio. Si registra la continua crescita delle truffe on line, con oltre 93.300 segnalazioni ricevute e trattate che hanno consentito di indagare 3.860 persone.

Cyberterrorismo

Sono inoltre stati gestiti 509 attacchi a sistemi informatici di strutture nazionali di rilievo strategico, 69 richieste di cooperazione nel circuito High tech crime emergency e avviato 103 indagini con 105 persone indagate. Intensa l’attività di prevenzione con la diramazione di 83.416 alert. 

In materia di cyberterrorismo sono state denunciate 18 persone, di cui una tratta in arresto. Sono stati, altresì, visionati 37.081 spazi web, per individuare contenuti di propaganda islamica, in 85 casi sono stati rilevati contenuti illeciti. Particolare attenzione è stata rivolta al fenomeno della disinformazione, amplificato dall’emergenza Covid-19, che ha visto la proliferazione delle fake news, a fronte delle quali sono stati predisposti 137 specifici alert.

https://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2021/04/12/nellanno-della-pandemia-aumentano-i-femminicidi-e-i-reati-di-revenge-porn/?fbclid=IwAR1u8R6YdapWj1cydg-43yoLT2kJ8x5arLsYnADr08jwEPRM739jvaxaC5o

martedì 13 aprile 2021

Le mamme acrobate che salvano scuola e famiglia di Rossana Campisi

 Tra turni, amiche e vicine di casa gestiscono figli e lavoro, per di più evitando "assembramenti" in salotto. Con il continuo ricorso alla Dad e i nonni fuorigioco, se tutto è rimasto a galla è grazie alla solidarietà femminile. Che, oggi più che mai, lega le donne in una rete sempre più coesa. Capace di raggiungere molti risultati

Mamme acrobate, nessun’altra descrizione è possibile. L’agenda di Michela D., 43 anni, mamma, base a Milano e nonni rintanati tra la Toscana e Bergamo, somiglia un po’ a un cruciverba e un po’ a una battaglia navale. “Ettore+Giorgia+Guido” e poi sotto “Cate+Celeste+Eli”sono le due strisce, con sei nomi, che riempiono prima il riquadro della mattina e poi quello del pomeriggio di ogni sacrosanto giorno feriale. Michela, e non solo lei, per tenere aperta l’agenda del suo lavoro – riempirla, spuntarla e benedirla – ne ha aperta insomma un’altra. Clandestina. Data di inizio: giovedì 11 marzo ore 13.

Scuole chiuse e piani B impossibili
La notizia dell’ultima chiusura delle scuole dall’oggi al domani ha visto infiammare le chat materne, fare quattro calcoli nelle famiglie in una sola notte (la tata tutto il giorno?), rivedere i piani B possibili e immaginabili (nonni, vicine di casa, giorni di ferie residui del papà e congedi parentali utilizzabili della mamma): ovvero continuare un racconto che va avanti in realtà da un anno, quello ideato dalle donne alleate contro il Covid, la politica che improvvisa e la Didattica a distanza mista ai litigi dei figli in casa.

Il risultato? Che nessuno è affondato, evviva, ma se tutto è rimasto a galla è merito delle mamme che, una accanto all’altra – strette, unite – hanno creato una rete di soccorso. Un ordito di pazienza da un lato e una trama di tenacia dall’altro: una tela fatta di messaggi, chiamate, porte aperte. «Tutte le mamme che conosco si aiutano. Io pianifico con loro ogni domenica sera la settimana successiva e il calendario è fittissimo. Con tre condividiamo la tata. Poi un pomeriggio a testa e una mattina a me. Questo per Ettore, il piccolino di 5 anni e mezzo che farebbe la materna.

Mamme acrobate, capaci dell’impossibile
Stamani ho tenuto la compagna di Cate, la mia grande, quasi otto anni, perché la mamma lavora fuori e il papà è in smart working ma oggi doveva andare a portare il nonno in ospedale. Quindi avevo Cate in una camera, la compagna nell’altra, mio marito fuori al parco con Ettore e cinque amichetti. Oggi pomeriggio Cate è con la tata di un’altra compagna ed Ettore da un altro amichetto che avremo noi giovedì. Tutto così, un casino bestiale», racconta Michela, designer, e per alcuni anche mamma fuorilegge. Per quelle che vogliono rispettare le misure anticontagio, le riunioni in casa sono da tenere alla larga perché in fondo contano sulle nonne, e per proteggerle azzerano i contatti sociali, o in extremis anche sulla fortuna della porta accanto: la vicina.

Famiglie allargate… patto di solidarietà
«Dovevo accompagnare mio figlio dal medico e l’altra era in Dad, come dovevo fare?» racconta Chiara R., 35enne torinese, vicina di casa di zia Ada, settant’anni, una pensione vissuta tra bici e serie tv. «Ada doveva controllare solo che mia figlia si connettesse puntuale per la lezione su Classroom, averla accanto sarebbe stata anche un conforto per lei. L’ho invitata da noi e ha accettato senza batter ciglio». Anche Ada è una fuorilegge che rischia contagi nella casa di Chiara. Ma qui è tutta una catena esponenziale.

Ed è per questo che Alberto Pellai, medico, ricercatore all’Università degli studi di Milano e psicoterapeuta dell’età evolutiva, nonché padre di 4 figli, ha scritto al Comitato tecnico scientifico del Ministero della famiglia lanciando un appello: «Ogni famiglia dovrebbe gemellarsi con un’altra che abbia bambini di pari età, firmando un patto di corresponsabilità dove ci si impegna a non diventare fonte di contagio reciproca. Dentro questa bolla viene preservata per i bambini la possibilità di interagire e soprattutto giocare assieme ai coetanei. La famiglia allargata diventa anche utile per gli adulti che possono alternarsi e aiutarsi, cosa che lo scorso anno è completamente mancata».

Lui lo chiama patto di responsabilità contro i contagi tra due nuclei familiari. Nell’attesa che diventi ufficiale, quello più ufficioso, necessario e femminile, va avanti. Chiamatelo patto della solidarietà.

Il prezzo pagato dalle mamme
Ginevra R., 45 anni, per dire, ha mollato il suo lavoro perché con due figli in casa non poteva più raggiungere il suo ufficio. Però ha accettato la proposta di Isa, un’amica oberata di lavoro che le ha proposto di collaborare da consulente con partita Iva alla sua società di servizi.

Guadagnerà meno rispetto a un tempo; è diventata una freelance di seconda generazione, una di quelli con alte qualifiche che guadagnano sempre meno. Vabbè ma del resto se paghi la tata... La ricerca di baby sitter dopo la chiusura delle scuole è aumentata dell’11,3 per cento in una settimana (fonte sitly.it ). Ginevra, a fronte della disoccupazione in aumento in pandemia (a dicembre 2020, fonte Istat, su 101mila nuovi disoccupati, 99mila sono donne), ha ancora un lavoro grazie a Isa, a Michela e a tutte le mamme della sua agenda.

Mamme acrobate in Rete
«La rete delle mamme in questo momento è più coesa che mai. La mia personale testimonianza di solidarietà viene dalla rete» racconta Angelica Massera, mamma e attrice seguitissima sui social. «Insieme ad altre mamme attive sul web, tra cui Alice Mangione della Pozzoli Family e Francesca Fiore e Sarah Malnerich della pagina Mammadimerda, stiamo cercando di dare voce a chi sempre di più sta combattendo per farsi ascoltare. Siamo partite qualche settimana fa con un video-manifesto che abbiamo pubblicato sul web al grido di “Giù le mani dalla scuola“, che ha superato le 700.000 views su Instagram e le 740.000 views su Facebook.

Ed è successo anche altro: nuora e suocera alleata, potenza della solidarietà anti Covid. Lei, più del suocero, non teme contagi e si lancia nella battaglia della sopravvivenza. Accade a Catania: Lara Latorre, tre bambine, uno studio di avvocata, una suocera che ormai si è trasferita da loro e una certezza: «Ho scoperto un’amica saggia, mia suocera. E pensare che ho litigato con mio marito che temeva brutti risvolti da questa convivenza…» racconta Lara. I risvolti, e chi può prevederli.

Mamme acrobate, pranzi e cene per tutti
«Io sono molto ligia e non faccio incontrare nessuno ma è anche vero che ho un lavoro che posso gestirmi con una certa flessibilità, dei figli più o meno autonomi nella Dad e una tata già collaudata», precisa Annalisa Cuzzocrea, giornalista e autrice di Che fine hanno fatto i bambini. Cronache di un Paese che non guarda al futuro (Piemme). «Ho deciso di scrivere questo libro il giorno in cui durante il primo lockdown sono andata a una riunione del Governo con la Commissione Colao durata otto ore, e in quelle lunghe otto ore non hanno mai parlato di scuola e bambini. Mi ha fatto molta impressione. La solidarietà clandestina la capisco ma non la giudico, del resto le leggi italiane sono fatte con il presupposto che tanto le famiglie se la cavano da sole. Più che scarse risposte ho visto una scarsa lettura di ciò che succede nelle case» conclude.

Superiorità, oltre che solidarietà
Una mano tesa, l’altra afferrata: è così che le mamme alla fine preparano cene e pranzi per tutti e alle riunioni fiume on line sono sempre puntuali. La scienza a tutto ciò ha dato un nome: superiorità, oltre che solidarietà. Lo ha scritto in La metà migliore. La scienza che spiega la superiorità genetica delle donne (Utet) Sharon Moalem, medico e ricercatore di fama mondiale, specializzato in neurogenetica e biotecnologie: le donne combattono meglio degli uomini virus, infezioni e tumori, scrive. A parità di condizioni critiche hanno più possibilità di sopravvivere rispetto ai maschi. Vedono persino il mondo in uno spettro di colori più ampio.

Le donne sono meglio degli uomini? Per rispondere Moalem analizza pubblicazioni specialistiche e riporta esperienze personali nei reparti con bambini sieropositivi e anziani. Sì, è la risposta. Tutta grazie al doppio cromosoma X femminile: alcuni dei geni presenti su questo cromosoma attivano processi di guarigione e garantiscono dunque alla donna maggiore resilienza. Come afferma Moalem, «quasi tutto ciò che è difficile da fare, dal punto di vista biologico, è fatto meglio dalle donne». Adesso non approfittatene, però. Ok

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