sabato 10 febbraio 2018

LETTERA APERTA AL CORRIERE DELLA SERA: È COSÌ CHE SI RISPETTANO LE VITTIME? Di Francesca Druetti

Caro Corriere della Sera,
scriviamo dopo aver letto l’articolo sull’edizione di oggi dedicato all’uomo di 45 anni che ha incontrato Pamela Mastropietro lungo la provinciale che la portava lontano dalla comunità di recupero da cui si era appena allontanata.
Un uomo che ha incontrato una ragazza per strada, l’ha caricata in macchina e l’ha portata nel garage della sorella per fare sesso con lei in cambio di denaro. E che subito dopo l’ha lasciata nella stazione più vicina, con cinquanta euro che le serviranno per andare a cercare della droga.
È un tassello nella storia terribile degli ultimi giorni di Pamela, un tassello che avete scelto di raccontare dal punto di vista di colui che di Pamela si è approfittato, trovandola per strada in un momento di difficoltà e di bisogno. Che avete scelto di raccontare dal suo punto di vista e con parole che non possono essere lette senza provare disagio e rabbia. Sì, anche rabbia, perché il modo in cui vengono raccontate le violenze sulle donne da parte dei giornali è parte del problema. Ogni volta che una donna viene uccisa e i giornali raccontano “che è stata uccisa per troppo amore”, ogni volta che un omicidio è definito “dramma della gelosia”, ogni volta che sono i carnefici a stare al centro del racconto dei fatti di sangue, e vengono dipinti in una luce romantica o in modo da suscitare pietà (non quella umana che può anche spettare ai colpevoli, ma quella che va a discapito delle vittime, sminuendo e giustificando la violenza che hanno subito) si aggiunge violenza a quella già inflitta.
Nell’articolo si legge, tra le altre cose: “E adesso chissà che peso grande ha sul cuore, questo 45enne con la tuta rossa da meccanico e i sandali da francescano”. Indipendentemente dal colore dei suoi abiti, è così che vogliamo parlare di un uomo che ha fatto sesso con una ragazza in cambio dei cinquanta euro che le servivano per comprarsi una dose di eroina, forse quella mortale? Per poi lasciarla senza cellulare, documenti, senza altro denaro, senza avvertire nessuno, alla prima stazione? Davvero pensiamo che la frase “Ora non resta che il dolore e nessun piacere”, riferita a quest’uomo e al suo supposto rimorso – per averla usata? per averla incontrata? per l’inconveniente che poi lei sia andata incontro al suo destino ancora più tragico, altrimenti sarebbe stato tutto a posto con la sua coscienza? – sia rispettosa della tragedia di Pamela? Che sia questo il modo giusto di raccontare questa storia? Questa parte della storia, soprattutto paragonandola al modo in cui viene raccontato il resto di questo dramma, in cui la vittima è sempre Pamela, ma i carnefici sono altri, meno “francescani”, che non rispondono alla descrizione di quest’uomo “magro, alto, affilato, la barba hipster, la pelle bianca”.
È una storia squallida, che ci parla di disperazione e di chi se ne approfitta. Che ci parla, questa davvero, di sicurezza delle strade, lungo le quali le donne, le ragazze, non possono camminare senza essere preda di qualcuno – soprattutto se sono vulnerabili, per qualsiasi motivo. Se sono in difficoltà, se sono ricattabili, se sono disperate, se sono isolate. Ma non solo, ovviamente. È solo, se possibile, ancora più odioso quando questo accade a una persona in difficoltà, a una persona che dovrebbe toccare le corde dell’umanità di tutti. E che invece, come nel caso di Pamela, è davvero una vittima solo quando serve a uno scopo. Quando c’è chi ha interesse a usare la violenza fatta alle vittime per la propria propaganda oscena e altrettanto violenta. E quando non serve, delle vittime si interessano in pochi, quelli “ossessionati dal femminicidio”, quelli che a ogni donna molestata, stuprata, picchiata, uccisa, umiliata, denunciano, sentendosi spesso e volentieri rispondere che “quella se l’è cercata”, “era ubriaca”, “era tossicodipendente”, “era una che ci stava”, “poteva dire di no, poteva andarsene”.
Si può stare con Pamela, e con le vittime dell’attentato nazifascista di Macerata.
Si può stare con Pamela, e con tutte le altre vittime della violenza di genere. Anzi, il miglior modo di stare con Pamela è quello di interessarsi e mobilitarsi e pretendere sicurezza per tutte le vittime di violenza. Indipendentemente da chi siano le vittime (donne, soprattutto, ma non solo, e in qualunque modo fossero vestite o in qualunque modo conducessero la propria vita, e qualunque mestiere facciano, attrici, studentesse, casalinghe, impiegate, operaie, sex workers) e indipendentemente da chi siano i carnefici.
Che cosa c’è di più irrispettoso e reiteratamente violento che fare una gerarchia delle vittime? Che cosa c’è di più ipocrita e pericoloso che non tuonare di “difesa delle nostre donne”, salvo poi sventolare bambole gonfiabili su un palco, o aizzare la rete che auspica lo stupro e la violenza, fino a che quella violenza non irrompe nelle strade?
https://www.possibile.com/lettera-aperta-al-corriere-della-sera-cosi-si-rispettano-le-vittime/

venerdì 9 febbraio 2018

115mila neomamme hanno lasciato il lavoro perché nessuna legge le aiuta Giuliano Balestreri

C’è un esercito silenzioso di 115mila neomamme che tra il 2011 e il 2016 sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro. Una su due ha meno 35 anni, ma la loro è una scelta obbligata dall’impossibilità di far conciliare la propria vita professionale con la cura di un figlio. Per la gran parte sentirsi costrette a scegliere tra l’amore di un figlio e la passione per il lavoro è un’umiliazione che rischia di sfociare in depressione. Per tutte è una necessità: la gimkana tra asili nido – quando ci sono -, poppate, babysitter e scrivania (o turno in fabbrica) è impossibile anche per la migliore delle equilibriste.
I numeri dell’Ispettorato nazionale del Lavoro mostrano una tendenza drammatica: dal 2011, le mamme che si sono dimesse sono aumentate del 55%. Nell’ultimo anno del governo Berlusconi avevano lasciato il lavoro 17.681 neomamme; nell’ultimo anno di Renzi sono state 27.443. Un trend terrificante che mette a nudo la totale inefficacia delle politiche per la famiglia adottate negli ultimi anni.
Peggio: la crisi ha fatto esplodere il precariato e il Jobs Act non è riuscito a far crescere i dipendenti a tempo indeterminato. Anche per questo molte giovani donne hanno contratti atipici o a tutele crescenti e di fatto si trovano indifese davanti al datore di lavoro. Al di là del periodo di maternità e del congedo parentale facoltativo, il legislatore non si è occupato di come accompagnare le neomamme: si è preferito lasciare spazio alla contrattazione di secondo livello. Con il risultato di lasciare tutto – o quasi – al rapporto dialettico tra la donna e il datore di lavoro. Certo, esistono casi di aziende illuminate che fanno leve su politiche famigliari attive; esistono asili aziendali e contratti flessibili; ma la verità è che a livello centrale è stato fatto poco o nulla migliorare la conciliazione vita-famiglia di una donna.
“Pur in un sistema tutelante come il nostro, l’evoluzione delle modalità di lavoro, rende sempre più complessa la gestione famigliare per una mamma” spiega Carlo Majer, managing partner insieme a Edgardo Ratti di Littler, che poi aggiunge: “Non per niente, le aziende più evolute introducono sempre più spesso, anche nell’ambito del welfare aziendale, benefit volti a facilitare la coesistenza dei ruoli di mamma e lavoratrice. Purtroppo, il numero delle aziende che investe risorse in questa direzione è ancora molto limitato e spesso appartiene alla media grande impresa che, come sappiamo, non costituisce il tessuto produttivo italiano”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giorgia D’Errico, coordinatrice dell’Associazione Lavoro&Welfare: “Abbiamo bisogno di un sistema che accompagni le donne e anche i datori di lavoro lungo un nuovo percorso. Bisogna avere il coraggio di rimettere in discussione gli orari di lavoro. Fino ad oggi la politica si è basata su bonus, da quello per le neomamme a quello per l’asilo, ma mancano le strutture per accompagnare davvero le donne. Penso, per esempio, alle turniste che lavorano nel fine settimana”.
Senza una rete di protezione famigliare, con asili e strutture con orari da ufficio, le donne sono costrette a scegliere tra l’accudimento del figlio e l’impiego. Negli anni le politiche lavorative sono cambiate; le donne che lavorano a tempo pieno sono la regola e non più l’eccezione. Lo stesso concetto di maternità e paternità è cambiato, ma per leggi è tutto rimasto uguale. Certo, a penalizzare le donne è spesso il ruolo passivo dei padri per i quali il congedo obbligatorio è ridotti ai minimi termini (4 giorni nel 2018).
La miopia della politica crea danni enormi all’intera economia: secondo il Fondo monetario internazionale l’Italia perde il 15% del proprio Pil (240 miliardi) proprio perché non riesce a incentivare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso norme che garantiscano l’effettiva uguaglianza tra i sessi. Uno dei punti critici analizzati dal Fmi riguarda proprio i congedi di maternità che se da un lato contribuiscono a una maggiore partecipazione femminile, dall’altro producono effetti non del tutto lineari. “Mentre politiche per le famiglie correttamente progettate possono favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro – si legge in uno studio Adapt –, lunghi periodi di congedo rischiano di ridurre competenze e guadagni”. In sostanza secondo l’associazione fondata da Marco Biagi un congedo parentale utilizzato quasi esclusivamente dalle donne rischia di essere in contrasto con il suo obiettivo primario favorendo fenomeni di discriminazione nei confronti delle donne che si occupano della famiglia.
Tradotto: servono politiche attive sul lavoro, dal part time allo smart working. “Il ruolo di madre – prosegue D’Errico – è stato messo in contrasto con quello di donna emancipata, ma si è creato un danno per tutta la società. Dal punto di vista politico è mancata un’analisi profonda della questione” e le nuove norme che di fatto permettono i demansionamenti hanno fatto il resto.
https://it.businessinsider.com/lesercito-silenzioso-delle-115mila-mamme-che-non-possono-lavorare-nellindifferenza-del-governo/

giovedì 8 febbraio 2018

Archiviata una denuncia su 4: le violenze sulle donne che restano impunite

I risultati della Commissione d’inchiesta sul femminicidio sono sconfortanti: caos nei tribunali e abusi derubricati a conflitti familiari

Le denunce delle donne non mancano ma un quarto di queste viene archiviato. Ex compagni violenti e stalker vengono spesso condannati sì ma ci sono tribunali (come quello di Caltanissetta) dove le assoluzioni sfiorano il 44% dei processi. E poi: troppe violenze di genere sono ancora classificate dalle forze dell’ordine come conflitti familiari. Per non parlare dei sistemi di rilevazioni di dati ormai obsoleti e che si contraddicono fra procure e uffici diversi.

Gli uffici giudiziari non comunicano fra loro
Come scrive La Repubblica citando i dati della “Commissione d’inchiesta sul femminicidio” che oggi verrà votata al Senato, i tribunali civili, penali e dei minori non comunicano fra di loro neanche quando trattano lo stesso caso: soltanto il 36% degli uffici giudiziari lavora in rete contro la violenza ma il resto non ha sottoscritto il protocollo e si muove per conto proprio. Così può succedere, ad esempio, che un bambino venga dato in affido congiunto anche se il padre è stato allontanato dalla famiglia per passate violenze.

La ricerca
La commissione istituita nel 2017 e presieduta dalla senatrice del Pd, Francesca Puglisi, è la prima indagine sul fenomeno da quando, nel 2013, vennero inasprite le pene per la violenza di genere. Il suo scopo è illuminare i motivi per i quali le donne continuano ad essere così spesso vittime. La ricerca si è basata anche su un questionario distribuito a tutte le procure italiane che ha rilevato dati sconfortanti: dalle sanzioni troppo blande per le molestie sessuali sul lavoro (comportamento che oggi si può cancellare con un’ammenda di 250 euro), alle nuove regole su chi viola l’ordine di allontanamento.

Dati incompleti
I dati evidenziano quindi un’aperta violazione della convenzione di Istanbul che attribuisce un’importanza fondamentale alla raccolta di dati statistici sui fenomeni che intende combattere come quello della violenza di genere.  Invece in Italia procure e tribunali usano sistemi informatici obsoleti coi quali è difficilissimo estrarre dati e incrociare le informazioni contenute. Detto questo, dei fenomeni violenza di genere e femminicidio è evidente non si possa avere una visione compiuta e un’esatta misura.

Le statistiche
Ad ogni modo dalle scarse statistiche estratte risulta che le indagini vengono in genere concluse in un anno e, nell’89% dei casi si arriva a sentenza definitiva in tre. I tempi possono però aumentare anche di parecchio se la vittima non è adeguatamente protetta. Inoltre un quarto delle denunce vengono archiviate e le assoluzioni per i violenti variano enormemente da regione a regione: dal 12% di Trento, ad esempio, al 43.8 di Caltanissetta.

Le novità
La commissione ha poi rilevato alcune falle nella normativa come il limite troppo esiguo di 6 mesi per la denuncia di una molestia. Viene poi auspicato il varo, al più presto, di due leggi ad hoc: una sul femminicidio (l’attuale legge parla di volenza di genere) e un’altra sull’omicidio di identità per le vittime di attacchi col fuoco o con l’acido che mirano a cancellare il volto e quindi l’identità di chi è colpito.
http://www.milleunadonna.it/attualita/articoli/Commissione-inchiesta-femminicidio/

martedì 6 febbraio 2018

Studentesse coprono manifesto pubblicitario sessista «Contribuisce a normalizzare la violenza sulle donne»

Hanno agito alle prime luci del mattino. Solo pochi mesi fa a innescare la stessa reazione erano stati i cartelloni di un compro oro che aveva abbinato l'immagine di un seno prosperoso allo slogan per rilanciare l'attività. La polemica si accende adesso per una donna seminuda e ammiccante che si strofina addosso un olio per motori

«È un'azione dimostrativa contro l'uso, a scopo pubblicitario, del corpo femminile. Una pratica, questa, che rappresenta in sé violenza contro le donne e che contribuisce a normalizzarla». È questo il motivo che ha spinto, questa mattina presto, alcune studentesse dell'Assemblea contro la violenza maschile sulle donne a oscurare con scritte di protesta un grande cartellone pubblicitario della Challoils. L'immagine, ritenuta sessista, mostra, allo scopo di pubblicizzare un olio per motori, una donna seminuda e con fare ammiccante intenta a strofinarsi sul corpo una bottiglietta del prodotto.

«La violenza sulle donne è il diretto prodotto di una società che per anni e ancora oggi, in nome di logiche di marketing e profitto, costruisce immaginari sessisti e schiavizzanti, che fanno del corpo delle donne mero oggetto di consumo - spiegano -. L’utilizzo di un seno o di un viso di donna per convincere l’acquirente è solo uno degli innumerevoli modi in cui il mondo del marketing abusa dell’immagine del corpo femminile per destare maggiore interesse nella propria offerta. È un fenomeno diffuso che tocca a noi in primis bloccare». Solo pochi mesi fa, c'era stato un altro episodio che aveva destato non poche polemiche, guadagnando ampio spazio nelle pagine della cronaca cittadina.

In quell'occasione, a fare parlare erano stati i cartelloni di un noto negozio di compro oro che, per rilanciare la propria catena di negozi, aveva optato per lo slogan «Valutazioni importanti» in accompagnamento a una donna dal seno prosperoso. Anche in quel caso, alcune studentesse erano intervenute armate di vernice. Un'azione, la loro, che si inserisce all'interno di un percorso di lotta e di sensibilizzazione sul tema che dura da anni all'interno di scuole e università palermitane, attraverso azioni di protesta come quella di stamattina, ma anche incontri e dibattiti. Il prossimo, ad esempio, è previsto per domani alle 16:30 all'ex facoltà di Lettere e filosofia.

http://palermo.meridionews.it/articolo/62558/studentesse-coprono-manifesto-pubblicitario-sessista-contribuisce-a-normalizzare-la-violenza-sulle-donne/

lunedì 5 febbraio 2018

Molestie, lettera aperta di 100 giornaliste italiane: “E’ ora di cambiare. Noi ci siamo”

Pubblichiamo il documento di sostegno all’appello #DissensoComune
Molte giornaliste italiane delle testate televisive, web e carta stampata hanno firmato una lettera per sostenere l’appello-manifesto lanciato nei giorni scorsi con #DissensoComune dalle donne del Cinema e dello Spettacolo che, a partire dalle denunce di molestie sessuali fatte da alcune di loro, affermano la necessità di un cambiamento del sistema culturale strutturato secondo il modello maschile in ogni settore della società. «È ora di cambiare. Noi ci siamo» scrivono, chiedendo «a direttori e ai colleghi di sostenere questa battaglia di civiltà». 
Le firme continuano a essere raccolte sulla mail: giornaliste@gmail.com

Con il documento “Dissenso comune” oltre cento attrici, registe, produttrici e donne dello spettacolo italiano hanno lanciato una chiamata pubblica a tutte le donne professioniste, impiegate, studentesse. Un primo, importante passo per dire basta a un sistema culturale che discrimina, penalizza e offende le donne, un sistema in cui le molestie sessuali sono la brutale punta di un iceberg fatto di consuetudini, pratiche di comportamento che va dalle discriminazioni salariali e di carriera in tutti i settori professionali alle relazioni umane sempre condizionate da logiche di potere maschile. 
Noi giornaliste italiane vogliamo stare accanto a tutte le donne in questa battaglia. Proprio attraverso il nostro lavoro di informazione e di inchiesta noi vogliamo aprire brecce in questo sistema, indagare e portare allo scoperto i casi di soprusi e abusi sessuali, esattamente come in Usa le giornaliste e i giornalisti delle principali testate sono stati protagonisti nella battaglia contro le molestie, rendendo pubbliche e incontrovertibili le denunce fatte delle attrici. 
Perchè se è vero che il problema non è il singolo molestatore, è anche vero che rendere pubblico chi perpetua comportamenti che non rispettano la donna scoperchia le malefatte di questo sistema. 
Noi giornaliste siamo parte del cambiamento culturale che le donne italiane reclamano. Lo abbiamo avviato nei media e nelle redazioni dove siamo già in prima linea da anni. 
Il nostro lavoro, il nostro impegno per una informazione più degna del rispetto verso la donna e di denuncia contro le discriminazioni che si perpetuano nel modello sociale maschile è uno strumento essenziale per la trasformazione culturale. 
Chiediamo ai direttori dei giornali e ai colleghi giornalisti di essere con noi, di sostenere questa battaglia di civiltà. 
Noi giornaliste subiamo le stesse disparità di trattamento delle donne di altri settori professionali, incontriamo le stesse fatiche negli avanzamenti di carriera e nelle affermazioni individuali, e in più con il lavoro di comunicazione e informazione dobbiamo fare i conti con le difficoltà a testimoniare e raccontare il coraggio e il cammino delle donne in un contesto culturale univocamente impostato sul modello maschile. 
Ci battiamo da tempo con un lavoro quotidiano di informazione contro la macchina della rimozione e del silenzio per una società più equa, giusta e solidale. 
Siamo in campo. E’ ora di cambiare
seguono le firme al link 
http://www.lastampa.it/2018/02/04/societa/molestie-lettera-aperta-di-giornaliste-italiane-e-ora-di-cambiare-noi-ci-siamo-OXXlXtmHj8GCsZxxnlLIEK/pagina.html





venerdì 2 febbraio 2018

Le donne del cinema italiano contro le molestie: "Contestiamo l'intero sistema"

Oltre 120 attrici, registe, produttrici, donne che lavorano nella comunicazione dello spettacolo, hanno sottoscritto una lettera che muove dal caso Weinstein. Un testo che non vuole puntare il dito contro un singolo 'molestatore' ma l'intero sistema di potere
Si chiama Dissenso comune ed è una lettera manifesto firmata da 124 attrici e lavoratrici dello spettacolo. Due mesi di incontri e confronti tra un gruppo sempre più largo di donne, per intervenire con la forza di un collettivo e non lasciare che le testimonianze dei mesi scorsi restassero solo voci isolate. Il primo passo verso una serie di iniziative per cambiare il sistema, non solo nel mondo dello spettacolo: “Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini”.

DISSENSO COMUNE
Dalle donne dello spettacolo a tutte le donne. Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un  nuovo equilibrio tra donne e uomini.

Da qualche mese a questa parte, a partire dal caso Weinstein, in molti paesi le attrici, le operatrici dello spettacolo hanno preso parola e hanno iniziato a rivelare una verità così ordinaria da essere agghiacciante. Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse. Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quante sceglieranno di raccontare la loro esperienza. Quando si parla di molestie quello che si tenta di fare è, in primo luogo, circoscrivere il problema a un singolo molestatore che viene patologizzato e funge da capro espiatorio. Si crea una momentanea ondata di sdegno che riguarda un singolo regista, produttore, magistrato, medico, un singolo uomo di potere insomma. Non appena l’ondata di sdegno si placa, il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le “molestate” e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare. Il buon senso comune inizia a interrogarsi sul libero e sano gioco della seduzione e sui chiari meriti artistici, professionali o commerciali del molestatore che alla lunga verrà reinserito nel sistema. Così facendo questa macchina della rimozione vorrebbe zittirci e farci pensare due volte prima di aprire bocca, specialmente se certe cose sono accadute in passato e quindi non valgono più.  
Insomma, che non si perda altro tempo a domandarci della veridicità delle parole delle molestate: mettiamole subito in galera, se non in galera al confino, se non al confino in convento, se non in convento almeno teniamole chiuse in casa. Questo e solo questo le farà smettere di parlare! Ma parlare è svelare come la molestia sessuale sia riprodotta da un’istituzione. Come questa diventi cultura, buonsenso, un insieme di pratiche che noi dovremmo accettare perché questo è il modo in cui le cose sono sempre state, e sempre saranno.
La scelta davanti alla quale ogni donna è posta sul luogo di lavoro è: “Abituati o esci dal sistema”.
Non è la gogna mediatica che ci interessa. Il nostro non è e non sarà mai un discorso moralista. La molestia sessuale non ha niente a che fare con il “gioco della seduzione”. Noi conosciamo il nostro piacere, il confine tra desiderio e abuso, libertà e violenza.
Perché il cinema? Perché le attrici? Per due ragioni. La prima è che il corpo dell’attrice è un corpo che incarna il desiderio collettivo, e poiché in questo sistema il desiderio collettivo è il desiderio maschile, il buonsenso comune vede in loro creature narcisiste, volubili e vanesie, disposte a usare il loro corpo come merce di scambio pur di apparire. Le attrici in quanto corpi pubblicamente esposti smascherano un sistema che va oltre il nostro specifico mondo ma riguarda tutte le donne negli spazi di lavoro e non.
La seconda ragione per cui questo atto di accusa parte dalle attrici è perché loro hanno la forza di poter parlare, la loro visibilità è la nostra cassa di risonanza. Le attrici hanno il merito e il dovere di farsi portavoce di questa battaglia per tutte quelle donne che vivono la medesima condizione sui posti di lavoro la cui parola non ha la stessa voce o forza.
La molestia sessuale è fenomeno trasversale. È sistema appunto.  È parte di un assetto sotto gli occhi di tutti, quello che contempla l’assoluta maggioranza maschile nei luoghi di potere, la differenza di compenso a parità di incarico, la sessualizzazione costante e permanente degli spazi lavorativi. La disuguaglianza di genere negli spazi di lavoro rende le donne, tutte le donne, a rischio di molestia poiché sottoposte sempre a un implicito ricatto. Succede alla segretaria, all’operaia, all’immigrata, alla studentessa, alla specializzanda, alla collaboratrice domestica. Succede a tutte.
Nominare la molestia sessuale come un sistema, e non come la patologia di un singolo, significa minacciare la reputazione di questa cultura.
Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo.
Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema.
Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura.
 
1.    Alessandra Acciai
2.    Elisa Amoruso
3.    Francesca Andreoli
4.    Michela Andreozzi
5.    Ambra Angiolini
6.    Alessia Barela
7.    Chiara Barzini
8.    Valentina Bellè
9.    Sonia Bergamasco
10.    Ilaria Bernardini
11.    Giulia Bevilacqua
12.    Nicoletta Billi
13.    Laura Bispuri
14.    Barbora Bobulova
15.    Anna Bonaiuto
16.    Donatella Botti
17.    Laura Buffoni
18.    Giulia Calenda
19.    Francesca Calvelli
20.    Maria Pia Calzone
21.    Antonella Cannarozzi
22.    Cristiana Capotondi
23.    Anita Caprioli
24.    Valentina Carnelutti
25.    Sara Casani
26.    Manuela Cavallari
27.    Michela Cescon
28.    Carlotta Cerquetti
29.    Valentina Cervi
30.    Cristina Comencini
31.    Francesca Comencini
32.    Paola Cortellesi
33.    Geppi Cucciari
34.    Francesca D’Aloja
35.    Caterina D’Amico
36.    Piera De Tassis
37.    Cecilia Dazzi
38.    Matilda De angelis
39.    Orsetta De Rossi
40.    Cristina Donadio
41.    Marta Donzelli
42.    Ginevra Elkann
43.    Esther Elisha
44.    Nicoletta Ercole
45.    Tea Falco
46.    Giorgia Farina
47.    Sarah Felberbaum
48.    Isabella Ferrari
49.    Anna Ferzetti
50.    Francesca Figus
51.    Camilla Filippi
52.    Liliana Fiorelli
53.    Anna Foglietta
54.    Iaia Forte
55.    Ilaria Fraioli
56.    Elisa Fuksas
57.    Valeria Golino
58.    Lucrezia Guidone
59.    Sabrina Impacciatore
60.    Lorenza Indovina
61.    Wilma Labate
62.    Rosabell Laurenti
63.    Antonella Lattanzi
64.    Doriana Leondeff
65.    Miriam Leone
66.    Carolina Levi
67.    Francesca Lo Schiavo
68.    Valentina Lodovini
69.    Ivana Lotito
70.    Federica Lucisano
71.    Gloria Malatesta
72.    Francesca Manieri
73.    Francesca Marciano
74.    Alina Marazzi
75.    Cristiana Massaro
76.    Lucia Mascino
77.    Giovanna Mezzogiorno
78.    Paola Minaccioni
79.    Laura Muccino
80.    Laura Muscardin
81.    Olivia Musini
82.    Carlotta Natoli
83.    Anna Negri
84.    Camilla Nesbitt
85.    Susanna Nicchiarelli
86.    Laura Paolucci
87.    Valeria Parrella
88.    Camilla Paternò
89.    Valentina Pedicini
90.    Gabriella Pescucci
91.    Vanessa Picciarelli
92.    Federica Pontremoli
93.    Benedetta Porcaroli
94.    Daniela Piperno
95.    Vittoria Puccini
96.    Ondina Quadri
97.    Costanza Quatriglio
98.    Isabella Ragonese
99.    Monica Rametta
100.    Paola Randi
101.    Maddalena Ravagli
102.    Rita Rognoni
103.    Alba Rohrwacher
104.    Alice Rohrwacher
105.    Federica Rosellini
106.    Fabrizia Sacchi
107.    Maya Sansa
108.    Valia Santella
109.    Lunetta Savino
110.    Greta Scarano
111.    Daphne Scoccia
112.    Kasia Smutniak
113.    Valeria Solarino
114.    Serena Sostegni
115.    Daniela Staffa
116.    Giulia Steigerwalt
117.    Fiorenza Tessari
118.    Sole Tognazzi
119.    Chiara Tomarelli
120.    Roberta Torre
121.    Tiziana Triana
122.    Jasmine Trinca
123.    Adele Tulli
124.    Alessandra Vanzi