giovedì 22 febbraio 2018

CHI PROTEGGE LE “NOSTRE” DONNE DAL MASCHILISMO ITALICO? di VALENTINA SAINI

Sei donne uccise in meno di venti giorni. Da Pamela Mastropietro, ritrovata il 31 gennaio a Macerata, fino a Federica Ventura, accoltellata dal marito venerdì in provincia di Foggia. Quanto a numero di femminicidi, il 2018 non promette niente di buono.

In Italia viene uccisa una donna ogni due giorni. Ma a riguardo gran parte della politica rimane silente. Eccetto quando i colpevoli (o presunti tali) sono stranieri. Allora una fetta significativa della destra insorge, tuonando contro la presunta emergenza immigrazione. Se però i colpevoli (o presunti tali) sono italiani, l’atteggiamento di quella stessa parte politica cambia; niente discorsi tonitruanti né in Parlamento né ai talk-show o sui social media; non ci si preoccupa di difendere quelle che chiamano “le nostre donne”. (Nostre?)

In Italia, e non solo adesso in campagna elettorale, si parla molto di immigrazione. Ne parlano i politici, definendola spesso una vera e propria emergenza nazionale che causa pericolo e insicurezza. Ne parlano i media, non sempre in modo equilibrato. Il risultato è che l’immigrazione non è solo uno degli argomenti più caldi di questa campagna elettorale. È anche la seconda maggiore preoccupazione tra gli italiani dopo la disoccupazione. Secondo uno studio della Commissione Europea, nel nostro continente sono pochi i paesi più preoccupati di noi: lo scorso settembre il 46% degli italiani segnalava una percezione di insicurezza legata al fenomeno migratorio.

Il tema dell’immigrazione da troppo tempo viene presentato in maniera semplicistica e talvolta persino distorta. Si parla di emergenza, a causa dell’insicurezza che esso genererebbe. Sia chiaro: il desiderio di sentirsi al sicuro è più che normale, e del tutto comprensibile; del resto è proprio quel desiderio che spinge migliaia di persone a rischiare la vita per emigrare.

Ma allora perché non definire un’emergenza anche la mentalità maschilista che in Italia uccide una donna ogni due giorni?

Il maschilismo sta alla base tanto dei femminicidi, delle violenze sessuali e di quelle domestiche (sia fisiche sia psicologiche), che della discriminazione di genere nel suo complesso. Le vittime che miete sono tantissime. Più di quelle che pensiamo, dato che molte donne che subiscono violenze non denunciano i loro aguzzini. E del resto, bisogna dirlo, non è che lo Stato si dimostri sempre particolarmente efficiente o decisivo nell’aiutarle, e ne abbiamo avuto due tragici esempi proprio con questi ultimi femminicidi: due degli assassini erano già stati denunciati per stalking (a quando i benedetti braccialetti anti-stalking?).

L’Istat ha appena diramato dei nuovi dati sulle molestie sessuali, subite da almeno 9 milioni di donne. In Italia si registrano 11 stupri al giorno, per mano di uomini italiani nel 61% dei casi (dati dei primi sette mesi dell’anno scorso). Un quarto degli omicidi è classificato come femminicidio, e mentre il numero complessivo degli omicidi è calato del 39% dal 2011 al 2016, quello dei femminicidi è sceso solo del 14%.

E sia chiaro, quando una donna viene ammazzata in Italia di solito il femminicida non è affatto straniero. Nel 74,5% dei casi, il colpevole è di nazionalità italiana. I casi degli ultimi giorni poi, non fanno che confermare una tendenza che purtroppo i dati mostrano già da tempo: circa il 75% delle donne viene uccisa nell’ambito familiare. Ossia, teoricamente, il contesto in cui ci si dovrebbe sentire più sicuri. Lo stesso vale anche per gli stupri.

Il maschilismo non si limita a discriminare, il maschilismo uccide. Non è un’esagerazione, ma una certezza più che appurata ormai. Chiamatelo machismo, maschilismo, patriarcato, la sostanza è sempre la stessa. È la cultura che predica e promuove la superiorità del maschio, il suo diritto a possedere tutto ciò che vuole, incluse le donne. Che ripristina, in chiave moderna, un mostruoso ius vitae necisque. Una cultura malata, che miete vittime anche fra gli stessi uomini.

Ed è una questione che dovrebbe essere trattata con la serietà e la rilevanza che merita. Perché in modo più o meno accentuato, con conseguenze più o meno gravi (di certo letali una volta ogni due giorni), i suoi effetti colpiscono la metà della popolazione italiana. È un problema che deve essere affrontato da tutta la società in modo compatto: istituzioni, media, scuola, uomini e donne.

Ovviamente le donne sono uccise, picchiate e stuprate anche da uomini stranieri: il maschilismo è un fenomeno universale. E una parte delle persone che si stabilisce in Italia conserva una cultura maschilista e patriarcale, figlia anche di secoli di colonialismo e neocolonialismo. Ma il problema è europeo, e riguarda tanto gli italiani che i francesi, i polacchi, gli svedesi, gli immigrati, dall’Africa o dal Medio Oriente: nel nostro continente infatti lo stupro e le aggressioni sessuali sono reati molto più frequenti degli omicidi volontari. E ovviamente questi crimini vanno puniti con tutta la severità prevista dal codice penale, a prescindere dall’etnia, l’età, il credo o l’origine di chi li commette.

Ma per la violenza sulle donne in Italia, purtroppo, il problema sono prima di tutto gli uomini italiani. Che si fa, dunque? Che ha intenzione di fare la destra tanto preoccupata (ossessionata?) dell’emergenza immigrazione? Cosa vuole fare la sinistra, che ama ergersi a baluardo delle donne? E il centro, che vede nella famiglia il pilastro della società italiana? Se c’è un’emergenza che merita di entrare nel discorso pubblico, durante ma anche dopo questa campagna elettorale, è proprio quella delle vittime del maschilismo. La violenza maschilista infuria, e nessuno ne parla.
http://www.glistatigenerali.com/criminalita_questioni-di-genere/emergenza-maschilismo/

mercoledì 21 febbraio 2018

Il cannibalismo mediatico sui corpi delle donne

Oggi è stato arrestato Franco Vignati, ex consigliere comunale e assessore di Chignolo Po, accusato dell’omicidio di Kruja Ladvije, badante albanese 40enne e madre di due figli, scomparsa a San Colombano al Lambro il 30 maggio 2016 e ritrovata cadavere l’8 giugno nel Po a Monticelli d’Ongina (Piacenza). Un femminicidio causato, scrivono i giornali, dal fatto che l’uomo “Non si rassegnava alla fine della relazione, che durava da un anno e mezzo, e dal fatto di non avere più una casa (Vignati si stava separando dalla moglie e viveva in casa di Dea)”, un movente che, raccontano i colleghi giornalisti, avrebbe portato Vignati a chiedere un appuntamento all’ex amante portando con sé una pistola calibro 7,62 per uccidere a sangue freddo con un colpo alla nuca Kruja Ladvije mentre era di spalle. Ieri a Foggia un uomo ha ucciso la moglie a coltellate in casa con i figli che per la paura sono scappati dai vicini che hanno chiamato i carabinieri: Federica Ventura, 40 anni, è stata colpita da dieci coltellate da Ferdinando Carella, 47 anni, che ha usato la stessa arma per tentare di uccidersi senza riuscirci. Due giorni prima un’altra donna era stata uccisa dall’ex marito a Livorno con un fendente alla gola: Francesca Citi, 45 anni, madre di due bambini, che aveva però denunciato l’ex marito per minacce e stalking, tanto che Massimiliano Bagnoli, dopo l’allontanamento dalla casa, era stato stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione che si era fatto ai domiciliari. E anche se a marzo era previsto un nuovo processo a suo carico, nei mesi in cui Bagnoli era tornato in libertà – che rappresenta il momento più pericoloso per la donna che ha denunciato l’offender – nessuno ha pensato di proteggere Francesca, perché nessuno aveva saputo valutare il rischio di vita che la donna correva, come tante altre volte.

Tre femminicidi che in pochi giorni sono stati rappresentati sui giornali ancora una volta come eventi inaspettati, omicidi a sé stante, raptus momentanei malgrado tutti questi uomini avessero con sé armi pronte a essere usate contro donne che conoscevano bene e che quindi hanno accettato di vedere i loro assassini, e tutti eseguiti, secondo il racconto della stampa, con un movente chiaro: la gelosia, la folle e cieca gelosia per amori mancati, relazioni naufragate, sogni troncati, come se fosse una reazione normale uccidere da parte di chi è stato lasciato.

Giornali e informazione che in questa settimana si sono superati narrando in una specie di grande pulp la macellazione del corpo di Pamela Mastropietro, la giovane romana di 18 anni uccisa e smembrata a Macerata per cui sono indagati 4 nigeriani per omicidio probabilmente a sfondo sessuale, a cui si aggiungono le 40 coltellate inferte sul corpo di Jessica Valentina Faoro, la ragazza di vent’anni uccisa da Alessandro Garlaschi che la ospitava a casa sua a Milano e che probabilmente lui perseguitava con richieste sessuali. Immaginari raccontati come una favoletta sanguinolenta, una sorta di La bella e la bestia versione splatter con corpi di donne strumentalizzati e martoriati al di là della notizia e solo per il gusto di rimescolare nel torbido in un gigantesco pentolone: come Pamela che è stata martirizzata dalle penne di giornalisti che pur non aggiungendo nulla all’informazione hanno creduto bene di mettere in piazza le sue ossa con descrizioni minuziose e senza pudore, una mattanza mediatica su un corpo di una ragazza che non può fare nulla per difendersi.

Stesso destino per la giovane Jessica descritta come una poveraccia nella disperata ricerca di una casa e capitata quasi per caso nella tana del mostro, come se fosse una sfortuna che a noi non potrebbe mai succedere in un racconto a metà strada tra cappuccetto rosso e lilly il vagabondo, e tutto questo grazie a una cultura che ritiene in fondo normale che una ragazza carina possa rischiare sempre, in ogni momento della sua vita, di essere stuprata o addirittura uccisa per motivi sessuali, a meno che non stia attenta a dove va, cosa fa, e come si veste (perché alla fine la responsabilità è sempre sua). Ragazze morte offerte al pubblico con immagini di tutti i tipi, in tutte le posizioni: innocenti, ammiccanti, semivestite, accattivanti, a dimostrare che in fondo ragazze così una cosa del genere se la devono anche aspettare, soprattutto se “una si droga” e l’altra è “una vagabonda”. Articoli che sono arrivati al top dello schifo quando hanno empatizzato con chi ha approfittato della situazione precaria di Pamela usando il suo corpo dietro pagamento: come l’uomo di 50 anni che senza preoccuparsi di cosa faceva quella ragazza romana di 18 anni da sola a Macerata, l’ha caricata in macchina e se l’è portata a casa, descritto come un pover’uomo alla ricerca di un’ora d’amore.

Racconti scorretti, scoop a chi conta meglio le ossa, veri e propri snuff dati in pasto a un pubblico goloso di B movie, più che notizie sui giornali con analisi dei fatti, del fenomeno e del contesto in cui queste morti son avvenute. Un mercato della carne umana che nel caso di Pamela ha mosso la politica razzista e xenofoba con lo stupro della sua memoria da parte di chi, come Salvini e la sua Lega, ha strumentalizzato quel corpo ucciso per portare l’odio in strada nel gesto omicida di Luca Traini. E questo sempre e ancora una volta sotto i nostri nasi, che continuiamo a scandalizzarci per le donne uccise, per le atrocità che gli uomini commettono, per la violenza con cui i rapporti di forza tra sessi si consumano nei rapporti intimi e intanto permettiamo di essere nutriti da un immaginario cannibale nell’ipocrita speranza che un giorno tutto possa cambiare. Ma cosa può cambiare in una sistema che fa di tutto questo il suo più prelibato pasto? Una succulenta mistura di morbosità fatta di sesso, ragazze carine, uomini violenti e squartatori? Una cultura che ancora adesso racconta di melodrammi fatti di gelosia e sangue, di raptus improvvisi e rende le donne responsabili della violenza che subiscono a causa della loro bellezza, o della pressione che fanno su poveri mariti che “non accettano la separazione”? Quella stessa cultura che ha prodotto le domande fatte dagli avvocati dei due carabinieri accusati di stupro da due studentesse americane a Firenze, pubblicate su Corriere della sera giorni fa: “portava biancheria intima quella sera? è fidanzata? è attratta dalle divise?”

Ma cosa te ne frega se porto le mutande, se sono carina o quante ossa sono entrate nella valigia? Quello che ti deve interessare è che sono stata stuprata, uccisa, picchiata, anche a causa della mentalità con cui mi descrivi, una cultura che rende tutto ciò normale e impunibile, e che nel mondo ha prodotto 1 miliardo di donne che sono nella mia stessa situazione a dimostrazione che quello che mi è successo non riguarda solo me, e non è imputabile al mio comportamento o al mio abbigliamento o alle mie abitudini, questo devi raccontare al mondo per rendere giustizia alla verità, nient’altro.
https://donnexdiritti.com/2018/02/17/il-cannibalismo-mediatico-sui-corpi-delle-donne/

lunedì 19 febbraio 2018

Stop violenza sulle donne, in 150 in piazza a Corsico.

Stop violenza sulle donne, in 150 in piazza a Corsico (VIDEO)
Tante le associazioni presenti, al fianco di Ventunesimo Donna che anche quest’anno, dopo il grande successo dell’anno scorso, ha riproposto l’esibizione.

CORSICO – Basta scuse. Basta abusi. Basta paura. A urlarlo c’erano 150 persone, alla Fontana dell’Incontro che ieri sera si è dipinta di rosso, il colore simbolo della lotta alla violenza contro donne e bambine. Palloncini a forma di cuore, perché era San Valentino, ma l’amore di ieri era tutto nel senso di una battaglia che oggi più che mai ha bisogno di soldati per essere combattuta. Perché quello che rende davvero liberi è difendere il diritto del rispetto.

Molte associazioni con Ventunesimo Donna
Tante le associazioni presenti, al fianco di Ventunesimo Donna che anche quest’anno, dopo il grande successo dell’anno scorso, ha riproposto l’esibizione. Davanti, tre ballerine hanno guidato con la coreografia i passi del gruppo. Tutti a ballare Break the chain, rompi la catena, dopo aver letto poesie, racconti e il testo della canzone ormai simbolo di una rivoluzione. Il segnale più forte lo hanno dato i tanti uomini presenti, al fianco di mogli, fidanzate, sorelle, madri e figlie, per schierarsi dalla parte giusta. Dalla parte giusta anche tanti cittadini e le associazioni del territorio: Sibilla Aleramo di Cesano Boscone, Banca del Tempo di Buccinasco, Retake Buccinasco, Demetra Trezzano, Ilaria Alpi di Assago, Buon Mercato, Galassia, Itaca e Legambiente.

Non solo falshmob
Non solo danza e parole forti, che colpiscono dritte al cuore, testimonianze di chi ha patito il dolore peggiore e ricordi di chi non ce l’ha fatta a scappare dal massacro dentro casa. Il flashmob è stata anche un’occasione per distribuire un pezzo di carta importante. Da attaccare nelle scuole, nelle sale d’attesa dei medici, nelle bacheche dei condomini. Da attaccare ovunque, perché ovunque si sappia che le donne non sono sole.

La Rosa dei Venti
La Rosa dei Venti è la Rete di orientamento, sostegno e aiuto. E in queste tre parole sta tutto il significato della fondamentale attività che portano avanti. Anonimato, riservatezza e gratuità, sono altri concetti base della Rete che racchiude i distretti di Rozzano, Corsico e Pieve Emanuele. Il centro di Corsico è la Stanza dello Scirocco: il numero verde è 800049722, l’email info.corsico@cadmi.org. Orari: lunedì 13-17; martedì e giovedì 9.30-11; mercoledì e venerdì 9.30-13.30. Sempre attivo il numero verde antiviolenza 1522. La rete Rosa dei Venti risponde allo 02.8226238/351. Il centro di Pieve Emanuele allo 02.90422123, quello di Noviglio allo 02.9055319. Quello di Milano allo 02.55015519.

Abbiamo usato tante righe per dare numeri e informazioni, è vero. Ma se queste righe possono aiutare anche solo una donna a uscire dal pozzo, a “spezzare la catena”, sarà stato utile scriverle. Perché nessuna donna deve vivere nella paura. E perché l’arma di difesa migliore per una donna è il coraggio.
http://giornaledeinavigli.it/attualita/stop-violenza-sulle-donne-150-piazza-corsico-video/

La vicenda di Jessica porti a migliorare la rete di sostegno per le donne in difficoltà di Maddalena Robustelli

La vicenda di Jessica porti a migliorare la rete di sostegno per le donne in difficoltà
Non potremo riportare in vita Jessica Faoro, ma dalla sua storia possono originarsi riflessioni su come possa essere migliorata la qualità dei servizi d'assistenza a chi sia priva dei mezzi fondamentali per vivere dignitosamente.
 Riavvolgiamo il nastro. Non potremo riportare in vita Jessica Faoro, ma qualcosa possiamo fare, per non lasciare che la sua storia venga facilmente rimossa, manipolata, deformata e dimenticata. Perché dall'esperienza di Jessica possano migliorare i sostegni alle donne, tutte. Sembra che qualcosa non abbia funzionato, visto che qualcuno ha pensato che tutto sommato se la sarebbe dovuta, potuta cavare da sola. Da sola con il suo bagaglio di difficoltà, senza sostegni capaci di aiutarla a dare il giusto valore alla propria esistenza. E dire che anche questa è violenza.
Jessica, come chissà quante altre giovani ragazze, in una città come Milano che a quanto pare rivela alcune criticità nei confronti di persone, dai percorsi complicati o dalle fasi di vita delicate, prive degli strumenti idonei a superarne le avversità. Jessica, sin da piccola allontanata dai genitori e poi succube della prassi consuetudinaria di affidi, case famiglia o comunità familiari, fino alla casa dell'associazione Fraternità, in via Rutilia 28 a Milano, come ricorda un suo ex compagno di scuola in una dichiarazione riportata in un articolo di Milano Today del 7 febbraio 2018. Questa comunità, tuttora parte della rete cittadina e regionale delle comunità familiari, sembrerebbe abbia ospitato Jessica minorenne durante la sua gravidanza.
Poniamoci per un attimo qualche semplice domanda. Come vi è arrivata e cosa è successo lì? Quanto ha inciso questo ulteriore elemento, la decisione di portare avanti la gravidanza e di dare in adozione la figlia? Quanto una vicenda del genere ha minato un equilibrio di vita già complesso? Questa giovane donna avrebbe dovuto essere seguita attentamente e costantemente sia per darle un sostegno materiale, ma soprattutto psicologico, per offrirle una e più opportunità di riscatto, per raggiungere un’autonomia e serenità di vita. Una gravidanza non è mai una fase semplice, anche in condizioni ideali e con un contesto sereno, immaginiamoci se ci si ritrova ad affrontarla da adolescenti (sembra che la bambina oggi abbia 3 anni), quando si è una giovane donna che spera di costruirsi un'esistenza diversa rispetto a quella che aveva conosciuto sino ad allora.
Cosa ha reso impossibile a Jessica la realizzazione dei suoi sogni? Cosa è successo dentro e dopo l'uscita dalla comunità, particolare più volte citato dai media? Cosa provava? Chi la seguiva, oltre agli adempimenti burocratici e di routine, si è attivato per non lasciarla sola ad affrontare questa difficile fase, l'ennesima? E seppure dal punto di vista “formale” sembrerebbe che non ci sia state inadempienze da parte dei servizi sociali, occorre sondare ciò che non ha funzionato. Tale genere di constatazione se lo pone anche don Gino Rigoldi, che pure ha ospitato per un determinato periodo Jessica in una sua comunità e successivamente le aveva trovato alloggio presso la casa di una signora (intervista Corriere della Sera del 15 febbraio 2018), perché qualcosa è sicuramente andato storto visto che è stata costretta ad accettare l'offerta di ospitalità dell'uomo che poi la ha uccisa. Don Rigoldi afferma in una intervista su Panorama del 14 febbraio 2018: “ce la potevano fare. Perché quando gli adolescenti sono seguiti, anche i più difficili si possono salvare.” Questa ragazza già da anni era costretta a barcamenarsi tra varie forme di alloggio precario, tra cui anche il centro di emergenza sociale di via Lombroso dove era stata nel 2016, come riporta un articolo su Il Giorno del 10 febbraio 2018.
La giustizia penale farà il suo corso, comminando la giusta pena all'uomo che l'ha barbaramente uccisa con 40 coltellate. Dovrà pagare per questo orrore, per la violenza terribile con cui ha strappato la vita a una giovane donna. Ma a Jessica e a tutte le ragazze come lei dobbiamo anche altre risposte. Dobbiamo effettuare una puntuale ricostruzione dei fatti, dei passaggi di vita, della sua esperienza in comunità, del suo percorso alla ricerca di punti di riferimento, affinché altre donne non restino sole e alla mercé del caso. Non possiamo sperare che le cose si aggiustino, è necessario capire che dopo tutta la vita passata in balia dei servizi sociali e di situazioni temporanee, precarie e anaffettive, non è semplice affidarsi, trovare da sole la strada giusta, ristabilire un equilibrio, fare le scelte adeguate, accogliere le proposte di sostegno sperando che funzionino.
Proviamo ad immaginare un’adolescente in balia di sé stessa, sola, sfiduciata, impaurita di fronte alle difficoltà della vita, eppure desiderosa di viverla. Forse è giunto il momento di chiederci cosa accade a tante bambine che diventano donne in questo tipo di contesti, per tentare di cogliere empaticamente i loro bisogni ed in tal modo creare le condizioni di un rapporto di fiducia piena in chi è istituzionalmente deputato a supportarle. Pensiamo che Jessica abbia lanciato vari segnali di richiesta di aiuto, aveva anche, per esempio, segnalato ai Carabinieri i comportamenti molesti dell'uomo che l'ha poi uccisa, cosa è mancato perchè si intervenisse adeguatamente per tempo? Indagare sul “prima” potrebbe essere di aiuto a tante donne e bambine in difficoltà che rischiano di trovarsi catapultate in un futuro ancora più disgraziato.
Crediamo che dobbiamo farlo per onorare la voglia di vivere che aveva Jessica. Le cose si possono cambiare. Questo è un appello alle istituzioni, alle associazioni e a quanti sono preposti al sostegno di chi sia priva dei mezzi fondamentali per vivere dignitosamente. Riusciamo a mettere al centro la vita delle donne, tempestivamente, prima che sia troppo tardi, dando loro il giusto ascolto e supporto? Riusciamo a cambiare le prassi per dare una vita migliore alle donne in difficoltà che non devono essere lasciate sole in nessun caso? Costruiamo una rete di sostegno concreto, correggiamo ciò che non funziona bene, tuteliamo i loro diritti, accompagniamole verso percorsi di autonomia e di vita dignitosa.
L’assessore Majorino ha comunicato in un suo post su Facebook del 15 febbraio 2018 che il Comune di Milano si fa carico dei costi del funerale e conferma la volontà di costituzione di parte civile. Aggiunge altresì: “Sapendo che la storia di Jessica non ci parla solo di un terrificante carnefice e di una giovane vita spezzata ma di tanti tentativi fatti per aiutarla che sono andati a vuoto. Tentativi su cui dobbiamo interrogarci, inevitabilmente, anche noi.”
Non fermiamoci, è necessario non solo interrogarci ma invertire la rotta concretamente, per tutte le Jessica che possiamo ancora sostenere e accompagnare per mano verso un domani diverso e migliore.

Simona Sforza
Maddalena Robustelli
http://www.noidonne.org/articoli/la-vicenda-di-jessica-porti-a-migliorare-la-rete-di-sostegno-per-le-donne-in-difficolt-14615.php

sabato 10 febbraio 2018

LETTERA APERTA AL CORRIERE DELLA SERA: È COSÌ CHE SI RISPETTANO LE VITTIME? Di Francesca Druetti

Caro Corriere della Sera,
scriviamo dopo aver letto l’articolo sull’edizione di oggi dedicato all’uomo di 45 anni che ha incontrato Pamela Mastropietro lungo la provinciale che la portava lontano dalla comunità di recupero da cui si era appena allontanata.
Un uomo che ha incontrato una ragazza per strada, l’ha caricata in macchina e l’ha portata nel garage della sorella per fare sesso con lei in cambio di denaro. E che subito dopo l’ha lasciata nella stazione più vicina, con cinquanta euro che le serviranno per andare a cercare della droga.
È un tassello nella storia terribile degli ultimi giorni di Pamela, un tassello che avete scelto di raccontare dal punto di vista di colui che di Pamela si è approfittato, trovandola per strada in un momento di difficoltà e di bisogno. Che avete scelto di raccontare dal suo punto di vista e con parole che non possono essere lette senza provare disagio e rabbia. Sì, anche rabbia, perché il modo in cui vengono raccontate le violenze sulle donne da parte dei giornali è parte del problema. Ogni volta che una donna viene uccisa e i giornali raccontano “che è stata uccisa per troppo amore”, ogni volta che un omicidio è definito “dramma della gelosia”, ogni volta che sono i carnefici a stare al centro del racconto dei fatti di sangue, e vengono dipinti in una luce romantica o in modo da suscitare pietà (non quella umana che può anche spettare ai colpevoli, ma quella che va a discapito delle vittime, sminuendo e giustificando la violenza che hanno subito) si aggiunge violenza a quella già inflitta.
Nell’articolo si legge, tra le altre cose: “E adesso chissà che peso grande ha sul cuore, questo 45enne con la tuta rossa da meccanico e i sandali da francescano”. Indipendentemente dal colore dei suoi abiti, è così che vogliamo parlare di un uomo che ha fatto sesso con una ragazza in cambio dei cinquanta euro che le servivano per comprarsi una dose di eroina, forse quella mortale? Per poi lasciarla senza cellulare, documenti, senza altro denaro, senza avvertire nessuno, alla prima stazione? Davvero pensiamo che la frase “Ora non resta che il dolore e nessun piacere”, riferita a quest’uomo e al suo supposto rimorso – per averla usata? per averla incontrata? per l’inconveniente che poi lei sia andata incontro al suo destino ancora più tragico, altrimenti sarebbe stato tutto a posto con la sua coscienza? – sia rispettosa della tragedia di Pamela? Che sia questo il modo giusto di raccontare questa storia? Questa parte della storia, soprattutto paragonandola al modo in cui viene raccontato il resto di questo dramma, in cui la vittima è sempre Pamela, ma i carnefici sono altri, meno “francescani”, che non rispondono alla descrizione di quest’uomo “magro, alto, affilato, la barba hipster, la pelle bianca”.
È una storia squallida, che ci parla di disperazione e di chi se ne approfitta. Che ci parla, questa davvero, di sicurezza delle strade, lungo le quali le donne, le ragazze, non possono camminare senza essere preda di qualcuno – soprattutto se sono vulnerabili, per qualsiasi motivo. Se sono in difficoltà, se sono ricattabili, se sono disperate, se sono isolate. Ma non solo, ovviamente. È solo, se possibile, ancora più odioso quando questo accade a una persona in difficoltà, a una persona che dovrebbe toccare le corde dell’umanità di tutti. E che invece, come nel caso di Pamela, è davvero una vittima solo quando serve a uno scopo. Quando c’è chi ha interesse a usare la violenza fatta alle vittime per la propria propaganda oscena e altrettanto violenta. E quando non serve, delle vittime si interessano in pochi, quelli “ossessionati dal femminicidio”, quelli che a ogni donna molestata, stuprata, picchiata, uccisa, umiliata, denunciano, sentendosi spesso e volentieri rispondere che “quella se l’è cercata”, “era ubriaca”, “era tossicodipendente”, “era una che ci stava”, “poteva dire di no, poteva andarsene”.
Si può stare con Pamela, e con le vittime dell’attentato nazifascista di Macerata.
Si può stare con Pamela, e con tutte le altre vittime della violenza di genere. Anzi, il miglior modo di stare con Pamela è quello di interessarsi e mobilitarsi e pretendere sicurezza per tutte le vittime di violenza. Indipendentemente da chi siano le vittime (donne, soprattutto, ma non solo, e in qualunque modo fossero vestite o in qualunque modo conducessero la propria vita, e qualunque mestiere facciano, attrici, studentesse, casalinghe, impiegate, operaie, sex workers) e indipendentemente da chi siano i carnefici.
Che cosa c’è di più irrispettoso e reiteratamente violento che fare una gerarchia delle vittime? Che cosa c’è di più ipocrita e pericoloso che non tuonare di “difesa delle nostre donne”, salvo poi sventolare bambole gonfiabili su un palco, o aizzare la rete che auspica lo stupro e la violenza, fino a che quella violenza non irrompe nelle strade?
https://www.possibile.com/lettera-aperta-al-corriere-della-sera-cosi-si-rispettano-le-vittime/

venerdì 9 febbraio 2018

115mila neomamme hanno lasciato il lavoro perché nessuna legge le aiuta Giuliano Balestreri

C’è un esercito silenzioso di 115mila neomamme che tra il 2011 e il 2016 sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro. Una su due ha meno 35 anni, ma la loro è una scelta obbligata dall’impossibilità di far conciliare la propria vita professionale con la cura di un figlio. Per la gran parte sentirsi costrette a scegliere tra l’amore di un figlio e la passione per il lavoro è un’umiliazione che rischia di sfociare in depressione. Per tutte è una necessità: la gimkana tra asili nido – quando ci sono -, poppate, babysitter e scrivania (o turno in fabbrica) è impossibile anche per la migliore delle equilibriste.
I numeri dell’Ispettorato nazionale del Lavoro mostrano una tendenza drammatica: dal 2011, le mamme che si sono dimesse sono aumentate del 55%. Nell’ultimo anno del governo Berlusconi avevano lasciato il lavoro 17.681 neomamme; nell’ultimo anno di Renzi sono state 27.443. Un trend terrificante che mette a nudo la totale inefficacia delle politiche per la famiglia adottate negli ultimi anni.
Peggio: la crisi ha fatto esplodere il precariato e il Jobs Act non è riuscito a far crescere i dipendenti a tempo indeterminato. Anche per questo molte giovani donne hanno contratti atipici o a tutele crescenti e di fatto si trovano indifese davanti al datore di lavoro. Al di là del periodo di maternità e del congedo parentale facoltativo, il legislatore non si è occupato di come accompagnare le neomamme: si è preferito lasciare spazio alla contrattazione di secondo livello. Con il risultato di lasciare tutto – o quasi – al rapporto dialettico tra la donna e il datore di lavoro. Certo, esistono casi di aziende illuminate che fanno leve su politiche famigliari attive; esistono asili aziendali e contratti flessibili; ma la verità è che a livello centrale è stato fatto poco o nulla migliorare la conciliazione vita-famiglia di una donna.
“Pur in un sistema tutelante come il nostro, l’evoluzione delle modalità di lavoro, rende sempre più complessa la gestione famigliare per una mamma” spiega Carlo Majer, managing partner insieme a Edgardo Ratti di Littler, che poi aggiunge: “Non per niente, le aziende più evolute introducono sempre più spesso, anche nell’ambito del welfare aziendale, benefit volti a facilitare la coesistenza dei ruoli di mamma e lavoratrice. Purtroppo, il numero delle aziende che investe risorse in questa direzione è ancora molto limitato e spesso appartiene alla media grande impresa che, come sappiamo, non costituisce il tessuto produttivo italiano”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giorgia D’Errico, coordinatrice dell’Associazione Lavoro&Welfare: “Abbiamo bisogno di un sistema che accompagni le donne e anche i datori di lavoro lungo un nuovo percorso. Bisogna avere il coraggio di rimettere in discussione gli orari di lavoro. Fino ad oggi la politica si è basata su bonus, da quello per le neomamme a quello per l’asilo, ma mancano le strutture per accompagnare davvero le donne. Penso, per esempio, alle turniste che lavorano nel fine settimana”.
Senza una rete di protezione famigliare, con asili e strutture con orari da ufficio, le donne sono costrette a scegliere tra l’accudimento del figlio e l’impiego. Negli anni le politiche lavorative sono cambiate; le donne che lavorano a tempo pieno sono la regola e non più l’eccezione. Lo stesso concetto di maternità e paternità è cambiato, ma per leggi è tutto rimasto uguale. Certo, a penalizzare le donne è spesso il ruolo passivo dei padri per i quali il congedo obbligatorio è ridotti ai minimi termini (4 giorni nel 2018).
La miopia della politica crea danni enormi all’intera economia: secondo il Fondo monetario internazionale l’Italia perde il 15% del proprio Pil (240 miliardi) proprio perché non riesce a incentivare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso norme che garantiscano l’effettiva uguaglianza tra i sessi. Uno dei punti critici analizzati dal Fmi riguarda proprio i congedi di maternità che se da un lato contribuiscono a una maggiore partecipazione femminile, dall’altro producono effetti non del tutto lineari. “Mentre politiche per le famiglie correttamente progettate possono favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro – si legge in uno studio Adapt –, lunghi periodi di congedo rischiano di ridurre competenze e guadagni”. In sostanza secondo l’associazione fondata da Marco Biagi un congedo parentale utilizzato quasi esclusivamente dalle donne rischia di essere in contrasto con il suo obiettivo primario favorendo fenomeni di discriminazione nei confronti delle donne che si occupano della famiglia.
Tradotto: servono politiche attive sul lavoro, dal part time allo smart working. “Il ruolo di madre – prosegue D’Errico – è stato messo in contrasto con quello di donna emancipata, ma si è creato un danno per tutta la società. Dal punto di vista politico è mancata un’analisi profonda della questione” e le nuove norme che di fatto permettono i demansionamenti hanno fatto il resto.
https://it.businessinsider.com/lesercito-silenzioso-delle-115mila-mamme-che-non-possono-lavorare-nellindifferenza-del-governo/

giovedì 8 febbraio 2018

Archiviata una denuncia su 4: le violenze sulle donne che restano impunite

I risultati della Commissione d’inchiesta sul femminicidio sono sconfortanti: caos nei tribunali e abusi derubricati a conflitti familiari

Le denunce delle donne non mancano ma un quarto di queste viene archiviato. Ex compagni violenti e stalker vengono spesso condannati sì ma ci sono tribunali (come quello di Caltanissetta) dove le assoluzioni sfiorano il 44% dei processi. E poi: troppe violenze di genere sono ancora classificate dalle forze dell’ordine come conflitti familiari. Per non parlare dei sistemi di rilevazioni di dati ormai obsoleti e che si contraddicono fra procure e uffici diversi.

Gli uffici giudiziari non comunicano fra loro
Come scrive La Repubblica citando i dati della “Commissione d’inchiesta sul femminicidio” che oggi verrà votata al Senato, i tribunali civili, penali e dei minori non comunicano fra di loro neanche quando trattano lo stesso caso: soltanto il 36% degli uffici giudiziari lavora in rete contro la violenza ma il resto non ha sottoscritto il protocollo e si muove per conto proprio. Così può succedere, ad esempio, che un bambino venga dato in affido congiunto anche se il padre è stato allontanato dalla famiglia per passate violenze.

La ricerca
La commissione istituita nel 2017 e presieduta dalla senatrice del Pd, Francesca Puglisi, è la prima indagine sul fenomeno da quando, nel 2013, vennero inasprite le pene per la violenza di genere. Il suo scopo è illuminare i motivi per i quali le donne continuano ad essere così spesso vittime. La ricerca si è basata anche su un questionario distribuito a tutte le procure italiane che ha rilevato dati sconfortanti: dalle sanzioni troppo blande per le molestie sessuali sul lavoro (comportamento che oggi si può cancellare con un’ammenda di 250 euro), alle nuove regole su chi viola l’ordine di allontanamento.

Dati incompleti
I dati evidenziano quindi un’aperta violazione della convenzione di Istanbul che attribuisce un’importanza fondamentale alla raccolta di dati statistici sui fenomeni che intende combattere come quello della violenza di genere.  Invece in Italia procure e tribunali usano sistemi informatici obsoleti coi quali è difficilissimo estrarre dati e incrociare le informazioni contenute. Detto questo, dei fenomeni violenza di genere e femminicidio è evidente non si possa avere una visione compiuta e un’esatta misura.

Le statistiche
Ad ogni modo dalle scarse statistiche estratte risulta che le indagini vengono in genere concluse in un anno e, nell’89% dei casi si arriva a sentenza definitiva in tre. I tempi possono però aumentare anche di parecchio se la vittima non è adeguatamente protetta. Inoltre un quarto delle denunce vengono archiviate e le assoluzioni per i violenti variano enormemente da regione a regione: dal 12% di Trento, ad esempio, al 43.8 di Caltanissetta.

Le novità
La commissione ha poi rilevato alcune falle nella normativa come il limite troppo esiguo di 6 mesi per la denuncia di una molestia. Viene poi auspicato il varo, al più presto, di due leggi ad hoc: una sul femminicidio (l’attuale legge parla di volenza di genere) e un’altra sull’omicidio di identità per le vittime di attacchi col fuoco o con l’acido che mirano a cancellare il volto e quindi l’identità di chi è colpito.
http://www.milleunadonna.it/attualita/articoli/Commissione-inchiesta-femminicidio/