mercoledì 11 dicembre 2019

Gli uomini possono diventare nostri alleati femministi?di PAOLA GIURA

Noi donne, grazie all'attivismo, stiamo cercando di trovare la nostra dimensione. Ma cosa dovrebbero fare i maschi mentre assistono, a volte inermi, a questi cambiamenti? Una piccola guida che ha stilato per noi il presidente di Ahige.
 
«Sii un vero uomo!» e «Non fare la femminuccia!» sono espressioni con cui devono ancora fare i conti gli uomini che ci circondano. La maggior parte dei rappresentanti del sesso maschile, fin dall’infanzia, fa colazione con «pane e mascolinità egemonica», ossia con un’educazione farcita di tutta una serie di stereotipi da rispettare, proprio come la controparte femminile. Le donne, grazie ai movimenti femministi, stanno cercando di trovare la loro dimensione, se non direttamente di abbattere il patriarcato dalle fondamenta: cosa dovrebbero fare gli uomini mentre assistono, a volte inermi, a questi cambiamenti?

ALLEATO O FEMMINISTI?
Ultimamente, molti uomini mostrano con autocompiacimento un grande cartello luminoso sulla propria testa con su scritto «femminista». Fra chi usa questa etichetta solamente per farsi bello agli occhi delle donne o per seguire, in modo superficiale, le direttrici della propria parte politica, la domanda che sorge spontanea è: gli uomini possono essere realmente femministi? Fra le femministe c’è chi dice che possono essere solamente «alleati». Txema Olleta Ormaetxebarria, presidente di Ahige, associazione maschile spagnola per l’uguaglianza di genere, si sente femminista, proprio perché, afferma, il femminismo difende l’uguaglianza tra uomo e donna. Partendo da questa presa di posizione, Olleta ci aiuta, attraverso la sua esperienza, a farci un’idea di cosa significhi essere un uomo femminista.

COME RICONOSCERE E DIVENTARE UN (ALLEATO) FEMMINISTA?
«L’uomo femminista è quello che si mette continuamente in discussione. Si tratta di un percorso che dura tutta la vita. Dev’essere cosciente dei rischi del maschilismo e le relazioni con le donne devono essere basate sulla gentilezza, sul rispetto della sua libertà e dei suoi spazi, sull’affetto e sugli accordi», spiega Olleta. Il compito degli alleati femministi, dunque, è quello di fare un percorso parallelo, senza cercare di trasformarsi nei protagonisti. Il rischio di mansplaining, infatti, è sempre dietro l’angolo. Facciamo lo sforzo, ora, di pensare agli uomini che conosciamo, dai partner, agli amici, passando per i familiari: continuano ad alimentare gli stereotipi di genere? «Aiutano» (solamente) in casa? Esprimono le loro emozioni? Fanno battute sessiste? Oltre a Olleta, viene in nostro aiuto anche il giurista e scrittore spagnolo Octavio Salazar con il suo libro «El hombre que no deberíamos ser» (L’uomo che non dovremmo essere) e il suo decalogo per mettere in moto una «rivoluzione maschile» e per ricercare altri modi per «essere uomini».

PRIMO PASSO: RICONOSCERE (E ABBANDONARE) I PRIVILEGI MASCHILI
Olleta chiarisce fin da subito che un uomo femminista deve «rinunciare a una serie di privilegi che si hanno per il semplice fatto di essere uomini». «Quali privilegi?» si chiederanno in molti, sorpresi. Se non è sufficiente sapere che gli uomini guadagnano di più rispetto alle donne per lo stesso lavoro, allora si può pensare, facendo una breve e incompleta lista, a:

• gli spazi politici che gli competono semplicemente perché gli uomini li hanno sempre occupati;

• la facilità con cui molti uomini credono che le faccende domestiche siano un compito naturalmente femminile;

• l’essere uno scapolo d’oro e non una triste zitella;

• la presenza di un tetto di cristallo che fa balzare gli uomini ai posti di comando senza dover lottare contro la concorrenza femminile;

• il non dover pensare a come tornare sani e salvi a casa di notte o a come vestirsi per non «suggerire» ai passanti eventuali abusi o violenze sessuali.

Queste e altre sono le cose a cui gli uomini hanno diritto (diritti non estesi alle donne), o che acquisiscono come privilegi per il semplice fatto di avere un organo sessuale diverso dal nostro.

SECONDO PASSO: CONDIVIDERE GLI SPAZI PUBBLICI
Se in Italia non sembra vicino il momento in cui una donna possa diventare presidente del Consiglio, quelle che sono riuscite a rendersi visibili in spazi pubblici importanti, spesso, hanno dovuto assumere dei comportamenti maschili per essere accettate dalla società. Basti pensare alla «figura mitologica», metà uomo e metà donna, secondo i pregiudizi di genere del patriarcato, delle cosiddette «donne in carriera» o delle «donne con le palle». Al resto, non resta che accontentarsi di commenti sul loro aspetto fisico più che sul ruolo politico, sociale o professionale. Un uomo femminista dovrebbe iniziare ad abbandonare l’idea che la società sia il suo palcoscenico i cui meccanismi sono stati creati su misura per lui. Ciò vuol dire imparare a condividerla con l’altra metà della popolazione, senza opporre resistenza e, in molti casi, facendo un passo indietro. Secondo Salazar, infatti, «Non è sufficiente che ci sia una presenza paritaria di donne e uomini nelle istituzioni, ma è urgente anche rivedere i metodi, i criteri di organizzazione e le priorità che, per secoli, hanno sostenuto gli interessi maschili».

TERZO PASSO: RIPARTIRE DAI RUOLI 'FEMMINILI'
«La differenza è visibile attraverso i fatti e non solo attraverso le parole. Non serve manifestare contro il maschilismo se poi, ad esempio, continui ad accettare battute maschiliste quando sei con i tuoi amici», ricorda Olleta. Il vero cambiamento degli uomini deve avvenire soprattutto nel privato. La casa e tutto ciò che contiene è, secondo il patriarcato, il «regno femminile», e, di conseguenza, zona off limits per gli uomini che devono essere solamente attivi a livello professionale o, facendo uno sforzo, preparando il barbecue in una domenica soleggiata. A livello privato, secondo Olleta, l’uomo deve lasciare da parte i suoi privilegi, occupandosi non solo delle faccende domestiche ma anche prendendosi cura degli altri, compresi i propri figli o i genitori in età avanzata. Non si tratta di conciliazione, insiste, ma di «corresponsabilità»: «Spesso gli uomini dicono 'Aiuto in casa'. Ciò vuol dire continuare a mantenere lo stereotipo secondo cui il peso della casa ricade sulla donna mentre noi abbiamo il ruolo di aiutante, per cui spesso vogliamo essere anche premiati».

QUARTO PASSO: RICOMINCIARE DALLE EMOZIONI
«Boys don’t cry», i ragazzi non piangono, cantavano The Cure alla fine degli Anni 70. Negli anni 2000, come ricorda Salazar, invece, ci hanno voluto ingannare con il «metrosessuale», un nuovo tipo di uomo che, in realtà, si distingueva dal «maschio alfa» solo per una riduzione considerevole della peluria corporea. Gli anni sono passati ma, per molti, essere uomini vuol dire ancora non mostrare le proprie emozioni e l’utilizzo, diretto o indiretto, della violenza. Non devono sembrare, insomma, delle donne, o rischiano di essere chiamati «omosessuali», una parola che per molti è ancora un insulto alla propria virilità. «Ogni essere umano ha quattro emozioni basilari: paura, ira, allegria e tristezza. Gli uomini hanno il permesso di utilizzare solamente ira e allegria», spiega Olleta, «Esistono molti altri motivi, però, una delle ragioni per cui gli uomini usano la violenza contro le donne è perché non sanno esprimere paura e tristezza. Esercitano violenza perché temono la libertà delle donne. Tuttavia, visto che la paura non è un sentimento che siamo liberi di esprimere, si trasforma in ira». Superare questo blocco è uno degli obiettivi di Ahige che aiuta gli uomini a esprimere tutti i sentimenti possibili: «Dopo il lavoro di gruppo cambiano le relazioni, non solo con le donne ma anche con gli altri uomini».

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https://www.letteradonna.it/it/articoli/conversazioni/2019/12/09/uomini-femministi/29451/?fbclid=IwAR2q-i193WgXRBeNWBfJjOymiV_qsH2e8j1LZInmtmNZ5zXpCuj9zonXPBY

lunedì 9 dicembre 2019

Denunciò uno stupro di gruppo e il paese la esiliò

È successo a Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria). La vittima all'epoca aveva 13 anni ed è stata abusata dal branco per due anni. Lei e il padre hanno dovuto ricostruirsi una vita altrove. La storia.
 
All'epoca pesava 40 chili, era alta un metro e 55 e aveva 13 anni. Era ancora una bambina. Una bambina che per due anni è stata violentata ripetutamente dal branco. Quando ha denunciato e la storia è diventata pubblica, il suo paese, Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria), le ha voltato le spalle. Tanto che lei e il padre si sono dovuti trasferire lontano da casa. Lo racconta La Stampa che spiega come l'adolescente venisse prelevata ogni giorno all'uscita da scuola, caricata in auto, portata al cimitero o in una casa in montagna e abusata. «Io e la mia ex moglie ce ne siamo accorti leggendo la brutta copia di un tema che nostra figlia aveva lasciato a casa», ha detto il padre al quotidiano.

AGUZZINI CONDANNATI IN PRIMO GRADO
Gli aguzzini ricattavano e minacciavano la vittima: «Attenta che facciamo del male a mamma e papà». Davide Schimizzi, fratello di un poliziotto, Giovanni Iamonte, «rampollo di un esponente di spicco della locale cosca della'ndrangheta», Michele Nucera, Lorenzo Tripodi e Antonio Virduci, figlio di un maresciallo dell'esercito, sono i cinque dei sette responsabili (oggi tutti liberi o ai domiciliari) che sono stati condannati in primo grado con pene da sei a nove anni di carcere. Nonostante la condanna per gli abitanti di Melito Porto Salvo era tutta colpa della bambina. «Sono andato dal padre di uno di loro, il più giovane, quello che all'epoca aveva 17 anni. Mi ha detto che mia figlia si stava facendo una brutta nomina in paese. Altri sono venuti a dirmi che non dovevo denunciare. Era come se si fosse meritata quella violenza», ha continuato il papà nell'intervista a La Stampa.

UNA NUOVA VITA GRAZIE ALL'ASSOCIAZIONE LIBERA DI DON CIOTTI
Per questo motivo l'uomo e la ragazzina sono stati costretti ad abbandonare il paese. Prima sono andati in una grande città del Nord, in una casa messa a disposizione dall'associazione Libera di don Ciotti, poi si sono trasferiti altrove. «Ci hanno aiutato, adesso ho un nuovo lavoro. Siamo indipendenti. Ma a Melito ho dovuto lasciare quello che avevo di più caro. Noi siamo qua, mentre quei ragazzi sono stati scarcerati in attesa del processo d'appello (previsto a febbraio 2020, ndr)». Intanto la ragazzina è cresciuta, si è diplomata con il massimo dei voti in una scuola professionale per diventare truccatrice a teatro e al cinema e ha trovato nuovi amici.
https://www.letteradonna.it/it/articoli/fatti/2019/12/06/melito-di-porto-salvo-stupro/29467/?fbclid=IwAR2V6DKrbMISLPKnK2-As06lbBx1kx4zaW5KXSiEofAs4vPy4b3f38waGzA

venerdì 6 dicembre 2019

La stanza dello scirocco. Centroantiviolenza distrettuale, Cadmi se ne va

Con una serata sul tema “La violenza di  genere a partire dal nostro territorio”, si è concluso il percorso organizzato per il 25 novembre di quest'anno.
Dopo un veloce racconto dei recenti episodi di violenza sulle donne avvenuti a Corsico, viene ricordato che dopo secoli di invisibilità la violenza sulle donne è diventata visibile grazie al “ruolo importante svolto dal movimento delle donne e delle organizzazioni non governative di tutto il momdo” (Dichiarazione ONU ). La violenza sulle donne è oggi riconosciuta come violazione dei diritti mumani, non più emergenza, ma problema strutturale sociale e culturale. Da eliminare con azioni di informazione, sensibilizzazione, contrasto.
E' stato riconosciuto il valore dei Centri Antiviolenza come luoghi speciali nei quali “donne stanno accanto ad altre donne in un rapporto di relazione” per uscire dalla violenza. Le operatrici Cadmi che hanno gestito il Centro antiviolenza distrettuale “La Stanza dello Scirocco” hanno fatto  un'analisi della violenza emersa sul territorio.
Nei quattro anni di attivazione al Centro si sono rivolte 248 donne, 56 da gennaio a novembre di quest'anno. Numeri importanti...
L'attenzione si sposta poi sulla conclusione della gestione da parte di Cadmi del Centro “La Stanza dello Scirocco” dovuta alla scelta di Regione Lombardia, unica regione, di chiedere alle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza il codice fiscale. La richiesta del codice fiscale mette a rischio l'anonimato, e di conseguenza l'incolumità, delle donne pietra miliare di alcuni storici centri antiviolenza fra cui Cadmi che, ricordiamo, è stato il primo luogo di accoglienza delle donne maltrattate in Italia ed ha una lunga storia  di esperienza e di saperi. I Centri antiviolenza che non accettano di richiedere i codici fiscali alle donne vengono esclusi dalla partecipazione ai bandi per l'attribuzione dei fondi per la gestione dei centri. Cadmi è fuori, come molti altri soggetti che non accettano il dictat della Regione.
Molte le riflessioni politiche, culturali e sociali sulle reali motivazioni e sugli effetti di questa irremovibile scelta di Regione Lombardia. Resta l'amarezza di veder conclusa un'esperienza di azioni e di relazioni positive che si erano attivate sul territorio.
La serata si conclude ringraziando Cristina Carelli, Malvina Monti, Margherita Toresani e Ausonia Minniti e con la promessa di restare in relazione.

lunedì 2 dicembre 2019

Anarkikka: “La violenza sulle donne non è follia, ma un sistema di potere nelle relazioni”

ROMA – Si scrive Anarkikka, si legge “rinata determinata“. È così, con due aggettivi, che ama definirsi Stefania Spanò, napoletana di 54 anni all’anagrafe, rinata a 42 in una casa di campagna della provincia di Latina “dopo una vita segnata da storie pesanti dalla quale sono uscita in maniera catartica cominciando a raccontare” grazie alla passione per il disegno digitale con il mouse, che l’ha fatta diventare nel giro di meno di dieci anni una delle vignettiste più amate dalle femministe italiane.

Poche linee tratteggiano il caschetto nero quasi perfetto del suo personaggio, Anarkikka, fenomeno social da oltre 30mila follower, nato nel 2012 col soprannome di sua figlia, poi diventato il suo alter ego con blog su l’Espresso. Quasi, se non fosse per quella ciocca a forma di virgola che accompagna le emozioni di questa settenne, tutte racchiuse nei suoi occhi a volte tristi a volte stupiti, spesso indignati. Si indigna, Anarkikka, e prende posizione contro un sacco di cose. Soprattutto, contro la violenza maschile sulle donne e quella assistita dai bambini come lei, alla cui infanzia negata dà voce nelle sue tavole, nate sul web e diventate nel tempo mostre itineranti (Violenza assistita, Unchildren, E’ nata donna, Non chiamatelo raptus).

LA VIOLENZA SULLE DONNE “NON E’ FOLLIA, MA UN SISTEMA DI POTERE NELLE RELAZIONI” – “Quello che tento di raccontare è che la violenza maschile sulle donne non è una follia- spiega Stefania, intervistata dalla Dire in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne- Quella fisica o il femminicidio, le più visibili, sono il prodotto della cultura nella quale viviamo e cresciamo come donne e uomini. Il problema è il sistema di potere che esiste da sempre nella relazione uomo-donna, che va scardinato”. Il suo metodo per scardinarlo, Anarkikka, lo ha trovato. È il commento, pungente e diretto, l’opinione non richiesta, condivisa spesso con le sue anarchiche compagne di vignetta. Fatti di cronaca, agenda politica, poco importa: Anarkikka ha un’idea su tutto. E sopporta pochissimo la narrazione che della violenza di genere fa la stampa italiana.

“‘Uccisa, fermato il marito visibilmente distrutto’, ‘Ha pur sempre perso la moglie'”, dice con un’amica mentre sfoglia il giornale. Arrabiatissima, urla: “‘Le ha uccise perché le amava troppo’, ma vi sentite?”. Sarcastica, commenta: “‘In Italia hai solo sei mesi per denunciare uno stupro’. ‘I tempi veloci della giustizia’”. Poi sentenzia lapidaria: “Ddl Pillon: più che un disegno uno scarabocchio”. E si domanda: “Avete mai visto un uomo colto da raptus aggredirne un altro grande e grosso?”. Diritti negati, migranti morti in mare, odiatori di professione. Anarkikka è un fiume in piena e non fa sconti a nessuno. Ma il suo pallino sono e restano le donne.

“SÌ, SONO FEMMINISTA, PERCHÈ CE N’È BISOGNO” – “Ho scelto di raccontare l’universo femminile perché era il tema in cui mi sentivo più coinvolta, in quanto donna e sopravvissuta- sottolinea Stefania- Non faccio parte della generazione del femminismo storico, ma di quella che pensava di aver conquistato dei diritti. Poi mi sono resa conto vivendo, che questi diritti si rischiava di perderli e mi sono data molto da fare da quando ho avvertito che c’era stato un salto anche culturale da questo punto di vista”. Una cesura che l’ha fatta nascere all’attivismo da adulta, anche se Stefania fa fatica ancora oggi a definirsi femminista. “Ho talmente tanto rispetto di quella storia che non me la sento di appropriarmene”, dice. Ma poi precisa: “C’è un nuovo femminismo oggi necessario. E quindi sì, sono femminista, perché ce n’è bisogno”. E c’è bisogno, soprattutto, “di non dividersi- osserva la vignettista- Alcune femministe adulte non si aprono alle più giovani. Io cerco di parlare a loro, a tutte. A chi è femminista e non sa di esserlo o ha una vita molto distante dalla mia. Bisogna parlare a tutte le donne e dalle giovani dobbiamo imparare”.

DAL FENOMENO SOCIAL ALLE MOSTRE IN TUTTA ITALIA – Sul come, pochi dubbi. “Anarkikka nasce su Facebook quando sono andata a vivere in campagna sperduta tra gli ulivi e l’unico modo che avevo per relazionarmi col mondo era la rete- racconta- I social sono uno strumento potentissimo. Io ero timidissima e mi hanno aiutato tanto ad entrare in contatto con persone con cui pensavo di non essere all’altezza”.

Nel frattempo, Anarkikka, appesa con ‘Violenza assistita’ sui muri del centro antiviolenza ‘Donna Lilith’ di Latina, dove è di casa, porta la sua giovane irriverenza in giro per la penisola. “In questo momento ci sono mostre a Rimini, a Quarto Oggiaro, a Ogliastra in Sardegna, a Padova, in provincia di Bolzano, a Castelfiorentino”, racconta ancora Stefania, che per il 25 novembre lancia un triplo appello: “Al mio pubblico dico che bisogna crederci, anche se siamo un po’ scoraggiati dalla situazione politica. Dobbiamo sostenerci e non dividerci, capire cosa va scardinato. Alla politica- continua- chiedo un punto fermo sull’alienazione genitoriale. Va rivista la legge 54 sulla bigenitorialità perfetta che perfetta non è, e nei casi di violenza non può esserlo. Stanno avvenendo aberrazioni: bambini tolti a mamme che hanno già subito violenza e che poi sono costrette a subire un ricatto istituzionale, attraverso un costrutto ascientifico. È un crimine di Stato”.

E alle donne che vogliono uscire dalla violenza dice: “Quello che vi succede non succede solo a voi, non è colpa vostra. Ho qualche problema a dirvi di denunciare, perché non basta. Non affrontate tutto da sole, soprattutto quando ci sono i figli. La chiave è raccontarsi ad altre donne e, prima di denunciare, cercare una rete di sostegno”.
https://www.dire.it/25-11-2019/394716-anarkikka-la-violenza-sulle-donne-e-un-sistema-di-potere-nelle-relazioni/?fbclid=IwAR1K4iR2j7oi1DoIgWdnFEIdprwO3dL4WVjaTp5EkN56dAQ2RtoHEqUqpyk

domenica 1 dicembre 2019

Maschilismo dei giorni nostri: due ragazzine su tre subiscono scenate di gelosia dai loro fidanzatini Indagine Skuola.net-Osservatorio Nazionale Adolescenza. 1 su 3, dopo essere stata picchiata, dice di aver perdonato il partner, fidandosi delle sue parole

Quasi due ragazze su 10 ritengono che il proprio fidanzato sia eccessivamente possessivo e al 66% è capitato di subire una scenata di gelosia, spesso per futili motivi. Pochissimi, per fortuna, i casi di violenza. Ma, quando succede, anche le giovani donne tendono a perdonare. Sono questi i principali risultati di un’approfondita indagine di Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza - in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri - nell’ambito del progetto “Don’t slap me now”.
Sono state oltre 7.500 le ragazze tra i 14 e i 20 anni intervistate per delineare i contorni del fenomeno tra le giovani donne. Sono proprio loro, infatti, ad essere spesso ‘vittime’ del partner. Circa 2 su 3, ad esempio, hanno subìto scenate di gelosia (quasi sempre senza motivo). E 1 su 10 ha confessato di aver paura delle reazioni del fidanzato. Ma questi sono soltanto alcuni dei dati che verranno presentati il 25 novembre a Binario F, il Centro per le competenze digitali allestito da Facebook a Roma.


Il morbo della gelosia e della volontà di possesso è molto più articolato e diffuso di quanto ci si possa aspettare, anche tra chi si approccia solo ora al sentimento per eccellenza: l’amore. Quasi 2 ragazze su 10, tra quelle raggiunte dalla ricerca, ritengono che il proprio fidanzato sia eccessivamente geloso. Una condizione che, lasciata ‘lavorare’ sottotraccia, in poco tempo potrebbe sfociare in una vera e propria ossessione. E così puntualmente avviene: al 66% delle ragazze è capitato almeno una volta di aver subito una scenata di gelosia (ciò vuol dire che molte non valutano esagerate queste manifestazioni); al 14% di essere stata addirittura offesa pesantemente; in molti casi (38%) anche di fronte agli altri. Con un’aggravante: il 50% dichiara che lo sfogo è avvenuto per motivi giudicati banali o futili. Già questo sarebbe sufficiente per alzare il livello di guardia. Ma il dato più preoccupante è che, dalle parole ai fatti, il passo è breve.
Per fortuna i casi di violenza fisica (almeno quelli riportati) messi in atto dai giovani partner sono molto limitati: si tratta comunque di 4 ragazze su cento, numeri che in questa fascia di età sono estremamente gravi. Ma sono molte di più le ragazze che vivono nella paura che possa capitare anche a loro: più di 1 ragazza su 10 dice di temere che il fidanzato, quando si arrabbia, prima o poi vada oltre. Paura che va ad intaccare il benessere psico-fisico diventando, di fatto, già una forma di violenza. E qui la copertura del campione è quasi totale: il 79% ha dichiarato di essersi, almeno una volta, limitata proprio per timore delle reazioni che avrebbe potuto avere il partner.
Nonostante ciò, così come avviene tra gli adulti, pure le adolescenti tendono a soprassedere quando il partner diventa violento. La chiave per far breccia nel loro cuore è sempre la stessa: il pentimento.


Il 63%, infatti, racconta che il fidanzato, dopo averle picchiate, ha chiesto scusa, ammettendo di aver esagerato e promettendo di non farlo mai più. Di fronte a questo atteggiamento solitamente le vittime finiscono per credere al proprio fidanzato, concedendogli un’altra possibilità: 1 ragazza su 3, infatti, dopo aver subito violenza, dice di aver perdonato il partner, fidandosi delle sue parole. Inoltre, il 75% non ne ha parlato con nessuno. Forse perchè, a livello familiare e sociale, c’è un vuoto comunicativo. Molto potrebbero fare le scuole, peccato che 3 giovani su 4 non abbiano mai affrontato questi argomenti in classe. Ma, trattandosi di nativi digitali, non si può non affrontare l’argomento ‘nuove tecnologie’. Visto che, la brama di controllo di tanti fidanzati, spesso allunga i suoi tentacoli anche nella dimensione digitale di chi gli sta a fianco. Una ‘violenza digitale’ che si manifesta attraverso un’ossessione verso smartphone, social network e chat del partner.


Al 68% delle giovani intervistate, ad esempio, è capitato almeno una volta che il ragazzo pretendesse di leggere le sue conversazioni su WhatsApp; al 37% di dare l’accesso ai propri profili social; mentre il 13% è stata costretta a cancellare alcuni amici dai social network. Tutte forme di cyber-violenza che, sommate alla gelosia e alla possessività, hanno un impatto ulteriormente negativo su benessere, autostima ed emotività delle giovani vittime.
Fenomeni, questi ultimi, che sono relativamente recenti e soggetti ad una continua evoluzione, dettata dai repentini cambiamenti delle piattaforme tecnologiche. Esiste, perciò, un solo antidoto per prevenire le molteplici estreme conseguenze della violenza di genere: la formazione di ragazzi e ragazze, nei luoghi da loro frequentati e con linguaggi che possano comprendere. “Don’t slap me now” ha fatto esattamente questo, toccando diverse scuole d’Italia, con gli esperti dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza che si sono confrontati su questi temi direttamente con i ragazzi e arrivando a milioni di giovani grazie ai contenuti digitali informativo-educativi pubblicati sul portale Skuola.net, arricchiti da un video virale realizzato in collaborazione con Valeria Angione, influencer icona per gli studenti.
https://www.globalist.it/news/2019/11/24/maschilismo-dei-giorni-nostri-due-ragazzine-su-tre-subiscono-scenate-di-gelosia-dai-loro-fidanzatini-2049467.html?fbclid=IwAR2MGy2M5BDZoJDQVqJoC9eH2nnMQx3bjrqb69fY1RIM8-vYgO1-Vz_04dQ

4.12.2019 ore 21 La violenza di genere a partire dal nostro territorio

Mercoledì 4.12.2019 alle 21 presso il Bem Viver Cafè vi aspettiamo

mercoledì 27 novembre 2019

I risultati choc del report Istat sui ruoli di genere

Secondo un italiano su quattro, sono le donne a provocare le violenze sessuali, con il loro modo di vestire. E il 6,2% ritiene che quelle più 'serie' non vengano stuprate.
     Il cammino verso l’eliminazione degli abusi sulle donne sarà ancora piuttosto lungo e accidentato, stando alle informazioni raccolte dall’Istat e diffuse in occasione della Giornata mondiale contro la violenza di genere. Secondo questa indagine pubblicata il 25 novembre 2019, infatti, il 39,3% della popolazione ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole, mentre il 23,9% degli italiani pensa che le donne possano provocare una violenza sessuale con il loro modo di vestire. Non solo: il 15,1% crede che chi subisce uno stupro quando è ubriaca o sotto l'effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Pensieri e percentuali choc, soprattutto se consideriamo che del campione degli intervistati non facevano parte solo uomini, ma anche donne.

COLPEVOLIZZARE LA VITTIMA
Dunque, per una buona fetta di italiani (e italiane) sarebbero proprio errati comportamenti della donna e delle ragazze a ‘istigare’ l’uomo alla violenza sessuale. Onestamente, quella evidenziata dal report dell'Istat sui ruoli di genere è una forma di colpevolizzazione della vittima che alle soglie del 2020 ci pare assurda, ingiustificabile e insopportabile. Il brutto, è che non finisce con quanto sopra evidenziato: per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (più uomini, 12,7%, che donne, 7,9%); mentre per il 7,2% di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì. Il 6,2% ritiene che le donne serie non siano violentate e quasi il 2% ritiene che non si possa parlare di violenza quando un uomo obbliga la propria compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

GLI SCHIAFFI? SONO NORMALI
Per quanto riguarda maltrattamenti e forme di controllo, il 7,4% degli intervistati crede che sia accettabile che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha flirtato con un altro uomo, mentre il 6,2% pensa che in una coppia possa ogni tanto scappare un ceffone. Per il 17,7% del campione è invece accettabile che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l'attività sui social network della propria compagna.

ALLA BASE DELLA VIOLENZA
Alla domanda sul perché alcuni uomini sono violenti con le proprie compagne, il 77,7% degli intervistati ha risposto «perché le donne sono considerate oggetti di proprietà»: nello specifico, l’84,9% donne e il 70,4% degli uomini), mentre tre italiani su quattro danno la colpa (in ugual misura) a sostanze stupefacenti/alcol e bisogno di sentirsi superiori. In tanti hanno citato poi la difficoltà nel gestire la rabbia (70% uomini e 62% donne), mentre due intervistati su tre tirano in causa violenze sperimentate in famiglia durante l'infanzia e il fatto di non sopportare l’emancipazione femminile. Il 33,8%, poi, associa la violenza di genere alla religione.

RESISTONO I VECCHI STEREOTIPI
L’indagine ha evidenziato anche differenze regionali: Sardegna (15,2%) e Valle d'Aosta (17,4%) presentano i livelli più bassi di tolleranza verso la violenza, mentre in Abruzzo (38,1%) e Campania (35%) sono stati registrati quelli più alti. In Italia, spiega il rapporto, i vecchi stereotipi di genere sono duri a morire: il 32% degli intervistati pensa che «per l'uomo, più che per la donna, sia molto importante avere successo nel lavoro», il 31,5% che gli uomini siano «meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche» e il 27,9% che tocchi ancora all’uomo provvedere alle necessità economiche della famiglia. Questi stereotipi, spiega il rapporto, sono più diffusi al Sud che al Nord.
https://www.letteradonna.it/it/articoli/fatti/2019/11/25/istat-report-ruoli-genere/29408/?fbclid=IwAR0cBV8lh2ULEDtNYP7wVHbQJ89qLQSmlSmdmkjLIqZ2Ou6sXH793Ywzeps