giovedì 19 aprile 2018

Bandiere arcobaleno e fili colorati: Falsh mob per la pace a Corsico. I colori arcobaleno delle bandiere hanno illuminato la piazza, mentre i bambini tessevano i “fili della pace”

Ho dipinto la pace poesia di Tali Sorek israeliana

Avevo una scatola di colori,

brillanti, decisi e vivaci.

Avevo una scatola di colori,

alcuni caldi, altri molto freddi.

Non avevo il rosso per il sangue dei feriti.

Non avevo il nero per il pianto degli orfani.

Non avevo il bianco per le mani e il volto dei morti.

Non avevo il giallo per le sabbie ardenti.

Ma avevo l'arancio per la gioia della vita.

E il verde per i germogli e i nidi.

E il celeste dei chiari cieli splendenti.

E il rosa per i sogni e il riposo.

Mi sono seduta e ho dipinto la pace.

Bandiere arcobaleno e fili colorati: Falsh mob per la pace a Corsico. I colori arcobaleno delle bandiere hanno illuminato la piazza, mentre i bambini tessevano i “fili della pace”..di Fancesca Grillo

Falsh mob per la pace


“Avevo una scatola di colori brillanti, decisi, vivi. Non avevo il rosso per il sangue dei feriti. Non avevo il nero per il pianto degli orfani. Non avevo il bianco per le mani e il volto dei morti. Ma avevo l’arancio per la gioia della vita, e il celeste dei chiari cieli splendenti, e il rosa per i sogni e il riposo. Mi sono seduta e ho dipinto la pace”.
Le parole della poesia della tredicenne israeliana Talil Sorek hanno riempito la piazza della Fontana dell’Incontro, insieme a oltre cento persone che si sono radunate per dire no alla guerra. I colori arcobaleno delle bandiere hanno illuminato la piazza, mentre i bambini tessevano i “fili della pace”, per annodare amore e lasciare fuori dalla rete l’odio e la paura. Su un palco improvvisato si sono alternate le voci della guerra e dalla pace.

Poesie che raccontano il dolore e la speranza.
“Se fossi madre cercherei di portarlo lontano, dove la guerra non c’è. Se fossi madre avrei una speranza. Che altre madri lo portassero in salvo. Se fossi madre inventerei storie di pace. Mi trasformerei in sogno, per lui”. E ancora il Promemoria allegro ma intenso di Rodari: “Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra”.

Poi le parole che sono arrivate dritte al cuore della giovane premio Nobel per la Pace, la pachistana Malala Yousafzai. Per fare la pace ci vuole coraggio, molto più che per fare la guerra, ha detto Papa Francesco. Ed è il coraggio di fare pace che si è respirato ieri, con i grandi ma anche con tanti bambini che sventolavano le bandiere arcobaleno di lotta e speranza. “Combattere per la pace è il primo compito delle forze democratiche – hanno detto i partecipanti –: occorre dimostrare la nostra convinzione”.


http://giornaledeinavigli.it/attualita/bandiere-arcobaleno-fili-colorati-falsh-mob-per-la-pace-corsico/





















martedì 17 aprile 2018

Se fossi una madre dentro una guerra… di Penny*

Se fossi una madre
dentro a una guerra
che non è la mia
Mi farei scudo, per lui.

Se fossi una madre
nasconderei mio figlio in una valigia
dentro a un camion
su un barcone
Sarei stiva, per lui.

Se fossi una madre
scavalcherei il filo spinato
abbatterei i muri
scalerei le montagne
Rischierei la vita, per lui.

Se fossi una madre
attraverserei il deserto
soffrirei la sete
Mi fare schiava, per lui.

Se fossi madre
cercherei di portarlo lontano.
Dove la guerra non c’è.

Mi farei corazza. Ombrello.
Grembo. Teleferica. Madonna. Puttana.
Farei di tutto, per lui.

Se fossi madre
avrei una speranza.
Che altre madri
ti portassero in salvo.

Se fossi madre
inventerei storie di pace
per proteggere la speranza
Mi trasformerei in sogno, per lui.

Una notte qualunque.
Sotto un cielo senza stelle.
Ne inventerei uno nuovo, per lui.
https://comune-info.net/2018/04/se-fossi-una-madre/

venerdì 13 aprile 2018

Otto buoni motivi per dirsi ancora femministe di Lea Melandri 2015 01 MAGGIO

Numero 1: Tutti sappiamo cosa vuol dire essere maschi o femmine, ma è come se ognuno/a singolarmente dovesse scoprirlo
Mentre si va sempre più diffondendo l’attenzione agli stereotipi del maschile e del femminile, e alle cosiddette «problematiche di genere», nessuno sembra essersi accorto che se c’è uno stereotipo duraturo è proprio il femminismo, la rivoluzione delle coscienze che ha messo a tema il rapporto di potere tra i sessi e la cultura che lo ha trasmesso lungo una storia millenaria.
Effetto dell’ignoranza o di una volontaria messa sotto silenzio, la banalizzazione e gli storpiamenti che hanno subito le teorie e le pratiche del movimento delle donne, da cinquant’anni a questa parte, appaiono incomprensibili se messi a confronto con il profluvio di parole come gender, transgender, queer, lgbtq, che oggi occupano il dibattito pubblico e di cui sembra essersi persa l’origine.
Ho pensato perciò che non fosse inutile richiamare alcuni dei passaggi che hanno fatto della cultura femminista la critica più radicale alla politica tradizionalmente intesa, alla divisione sessuale del lavoro e a un modello di civiltà distruttivo nei suoi fondamenti, oggi più visibili che in passato.
Alla domanda «perché ha ancora senso dirsi femministe», risponderei così:

– Perché il salto della coscienza storica prodotto dal femminismo non si esaurisce con una generazione. Tutti sappiamo cosa vuol dire essere maschi o femmine, ma è come se ognuno/a singolarmente dovesse scoprirlo, partendo da una domanda che nasce dentro di sé, per rendersi conto che i ruoli e le identità di genere, il rapporto di potere tra i sessi, non appartengono alle leggi immutabili della natura, ma alla storia, alla cultura, alla politica, e come tali possono essere modificate.

– Perché il femminismo non è un’ideologia, legata a una fase storica particolare, ma un cambiamento nella consapevolezza che si ha di sé e del mondo, un modo diverso di pensare e agire nella vita privata e pubblica, un processo di liberazione da pregiudizi, schemi mentali, costruzioni immaginarie che abbiamo inconsapevolmente ereditato dalla cultura dominante.

– Perché è stato il primo e finora l’unico movimento di donne che ha mostrato l’inganno del dilemma, proprio dell’emancipazionismo, «uguaglianza/differenza»: omologazione al maschile o tutela/valorizzazione della differenza femminile, un dualismo conseguente alla divisione sessuale del lavoro, all’identificazione della donna con la madre e con gli interessi della famiglia. Da qui viene l’attualità del femminismo in quanto interprete dei cambiamenti a cui stiamo assistendo: presenza sempre più incisiva e critica delle donne nella sfera pubblica; la cura vista come responsabilità collettiva di donne e uomini; riscoperta del tempo di vita come valore rispetto alle logiche produttive e di mercato.

– Perché ha portato la riflessione e la presa di coscienza sul corpo, sulla sessualità, sulla violenza che si annida nei rapporti più intimi, sulla maternità, cioè sulle esperienze che, lasciate per secoli fuori dalla storia, conservano più a lungo l’eredità del passato.

– Perché ha legittimato le donne a «vivere per sé», a riconoscersi come persone, individui e non solo ruoli funzionali al benessere di altri.

– Perché ha fatto scoprire che era possibile una socialità tra donne non segnata dallo sguardo maschile che le ha tenute per secoli divise –madri di, mogli di, figlie di-, un’amicizia produttrice di intelligenza e creatività individuale e collettiva.

– Perché nonostante sia stato osteggiato, messo sotto silenzio, temuto e fatto oggetto di scherno, ha mantenuto la sua forza, la capacità di produrre pensiero, iniziativa, conflitti, di alimentare passioni durature, che ricompaiono di generazione in generazione.

– Perché dopo mezzo secolo, la generazione che vi ha dato avvio negli anni ’70 si è sentita dire al convegno di Paestum (ottobre 2012) dalle donne venute dopo, alcune delle quali molto più giovani: «siamo coetanee», «se siamo qui con voi è perché ci avete trasmesso molto».
http://27esimaora.corriere.it/articolo/otto-buoni-motivi-per-dirsi-ancora-femministe/

mercoledì 11 aprile 2018

I femminicidi in famiglia non si arrestano, ma per l'informazione restano sempre "inspiegabili" di Lea Melandri

Il rapporto tra gli uomini e le donne, il perverso tragico annodamento di dominio e amore, deve essere davvero la “roccia basilare” contro cui si arrestano ragione, cultura, responsabilità civile e morale, se a nessuno viene in mente di chiedersi la cosa più banale e più sensata: perché la decisione di una donna di separarsi riesce a scatenare la furia omicida-suicida dell’uomo che con lei ha vissuto e visto crescere figli.
La maggior parte dei casi di violenza maschile all’interno della coppia, negli ultimi anni, è motivata infatti dalla scelta della donna di interrompere una convivenza divenuta evidentemente insopportabile, da una affermazione di libertà dovuta al rispetto di se stessa, o al semplice desiderio di dare una svolta alla propria vita. L’aggettivo “inspiegabile”, che la cronaca usa ormai ritualmente per questi delitti, è la maschera di una ipocrisia, o comunque di una incuria, generalizzate, che non accennano a incrinarsi: “inspiegabile” vuol dire, in questo caso, qualcosa su cui non si vuole riflettere e fare chiarezza, una evidenza -il volto violento dell’amore- che deve restare invisibile.
Non ci vogliono conoscenze particolari della vita di relazione e della vita psichica di un individuo, per sapere che la “normalità” di una coppia, di una famiglia, così come viene ripetuta fino alla nausea nelle testimonianze del vicinato, significa essenzialmente che nessuno sa più cosa succede oltre le pareti della propria casa, del suo cortile, e se lo sa, tace per quieto vivere o perché all’invadenza della comunità chiusa paesana non abbiamo saputo finora sostituire nessuna altra forma, libera e solidale, di socialità.
Non serve neppure una preparazione psicanalitica, per capire quanto sia legata l’idea proprietaria su cui si è retta storicamente la famiglia - la dipendenza psicologica, giuridica, morale, affettiva, che essa struttura, tra marito e moglie, madre e figli-, con le pulsioni aggressive che vi crescono dentro inevitabilmente, e che in taluni casi provocano gli effetti nefasti che conosciamo.
C’è una responsabilità, si potrebbe dire una colpevolezza, più odiosa di quella dell’uomo che uccide uccidendosi a sua volta o passando il resto della sua vita in carcere: è quella di una società -di maschi prima di tutto, ma anche di donne- che non pronuncia una parola, non muove un passo, non fa il minimo gesto perché questa infamia che si protrae da secoli sia almeno portata allo scoperto, analizzata per la centralità che ha nella vita di tutti, per il peso che ancora sostiene nel dare alla sfera pubblica la sua apparente autonomia, il suo arrogante disinteresse per quel retroterra dove, in nome dell’amore, si consumano una quantità enorme di lavoro e di energie femminili.
Ormai dovrebbe essere nella consapevolezza di tutti che il privilegio maschile nella società comincia nelle case, che il potere dell’uomo sulla donna passa, prima di tutto, da quell’appropriazione del corpo delle donne –sessualità, capacità generativa e lavorativa- che ancora oggi ha nella famiglia il suo fondamento “naturale”, nella “norma eterosessuale” la sua copertura ideologica. Nonostante che gli omicidi quotidiani -di donne, prevalentemente, ma non solo- abbiano tolto da tempo alla famiglia la sua immagine tradizionale di ‘luogo sacro’, focolare dell’amore, culla di teneri affetti, riposo del guerriero, nonostante che la diffusa pedofilia si annidi proprio nelle stanze che si vorrebbero destinate ad altra intimità, la famiglia resta il grande rimosso dell’insicurezza sociale, delle paure reali o ingigantite ad arte, la zona di passioni “inspiegabili” per una cultura di massa che, per un altro verso, pretende di portare tutto allo scoperto, e che oggi penetra più o meno cinicamente, per ragioni scientifiche commerciali, politiche, moraliste o religiose, fin nelle pieghe più insondabili della nascita, della morte, della maternità, della malattia.
E’ facile fare una battaglia perché si limiti il porto d’armi, perché cessi la campagna sicuritaria da parte di politici interessati a raccogliere consensi giocando sull’emotività della gente più indifesa. Più difficile è guardare senza orrore e senza arretramenti quel coltello che compare sulle cucine, sulle tavole, e che somministra cibo e morte, arma a doppio taglio proprio come il legame che stringe amore e odio intorno alla coppia, alle parentele, alle convivenze.
All’interno delle case, in nuclei famigliari sempre più ristretti, si gioca ancora la partita del potere, dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza più resistente a ogni cambiamento, per la radice antica e per la complessità, contraddittorietà, delle esperienze che vi sono implicate.
Ma c’è, e non da ora, una storia e una cultura politica di donne che ha osato portare lo sguardo oltre i confini della polis, scoperchiare mascheramenti ideologici secolari, riformulare da quell’ ‘altrove’, cellula prima di ogni forma di dominio, l’idea stessa di politica. Se, nonostante il pervicace silenzio di cui è fatta oggetto, torna da più di un secolo a riempire piazze e strade, si può ancora far finta di non vederla ma non si può non sapere che esiste.
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lunedì 9 aprile 2018

Per un’etica femminista della cura DI SIMONASFORZA

La mia riflessione di oggi parte dalla lettura di alcuni passaggi del testo di Carol Gilligan La virtù della resistenza. Siamo nel 1973, anno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto negli USA. La sentenza Roe versus Wade, rese l’altruismo, virtù femminile per eccellenza, qualcosa di problematico, per niente scontato. Scrive Gilligan: “Ascoltando le donne, fui colpita più e più volte da come l’opposizione tra egoismo e altruismo aveva il potere di informare i loro giudizi morali e guidare le loro scelte”. Per alcune era “egoista” qualunque scelta, di avere o meno un figlio, mentre erano disposte (la consideravano una buona cosa) a seguire quanto un’altra persone gli chiedeva di fare. “Nina raccontò che stava per abortire perché il suo ragazzo voleva finire la facoltà di legge e contava sul suo appoggio. Quando le domandai cosa voleva lei, rispose: “Cosa c’è di male nel fare qualcosa per qualcuno che ami?”. Viene considerato positivo essere empatici con gli altri, mentre diviene egoista essere sensibile ai propri bisogni.
Questo chiaramente evidenzia un’interferenza culturale notevole, che spinge le donne verso questo ragionamento automatico e che ammutolisce la loro voce interiore che esprime ciò che sono e desiderano realmente. Quella voce non è scomparsa, ma è sepolta sotto una coltre culturale di stampo patriarcale. In questo universo, la cura è un’etica femminile, non universale. Prendersi cura è ciò che rende la donna virtuosa, chi si prende cura di qualcosa o di qualcuno sta compiendo un “lavoro da donne”. Coloro che si dedicano agli altri, sono sensibili ai loro bisogni, attenti alla voce degli altri sono persone altruiste. “In una cornice democratica, la cura è un’etica dell’umano. Un’etica femminista della cura, in una cultura patriarcale, rappresenta una voce differente, poiché associa la ragione all’emozione, la mente al corpo, il sé alle relazioni, gli uomini alle donne, resistendo alle divisioni che sostengono l’ordine patriarcale”. Un’etica femminista della cura si fonda su un’interpretazione della democrazia più densa che superficiale (mutuando la distinzione sulle culture operata dall’antropologo Clifford Geertz). Un’interpretazione superficiale omologa le differenze nel nome dell’uguaglianza, al contrario una “densa” si basa sul fatto che voci differenti sono sintomo di vitalità di una realtà democratica. E questo si potrebbe applicare a tanti aspetti della nostra realtà contingente.
Le difficoltà di un affermarsi di un’etica femminista, secondo Gilligan, risiedono nel fatto che a essere contrastato è lo stesso femminismo. Negli USA si sono evidenziati i conflitti tra aspirazioni democratiche nelle istituzioni e nei valori fondanti la federazione di stati, e un perpetuarsi di una tradizione fondata su privilegi e potere patriarcale. Le sfide degli anni ’60 e ’70 inclusero questo attacco frontale all’ordine patriarcale, per raggiungere una piena democrazia, per ridefinire i concetti di virilità e di femminilità, con un movimento trasversale: pacifisti, movimento delle donne e di liberazione gay.
Per la prima volta essere uomo non significava automaticamente essere soldato, per una donna il destino non era unicamente quello di essere madre. La sessualità e la famiglia assumevano nuove forme. Ancora oggi il dibattito è acceso su aborto, matrimonio gay e guerra (sono temi caldi su cui si scontrano ancora i candidati repubblicani e democratici), ma qualcosa è cambiato per sempre. Si sono compresi molti aspetti, e per quanto concerne il nostro tema, cura e prendersi cura son passati da una dimensione prettamente femminile, a qualcosa che interessa l’umano.
Gilligan sottolinea l’importanza di “rendere esplicita la natura di genere del dibatto giustizia contro cura… e di comprendere come il tema dell’equità e dei diritti interseca il tema della cura e della responsabilità”. “Non opprimere, non esercitare potere ingiustamente o avvantaggiarsi a scapito di altri”, sono ingiunzioni morali che vivono a stretto contatto con imperativi morali quali “non abbandonare, non trattare con noncuranza” o restare indifferenti a richieste di aiuto, nel quale rientriamo anche noi stessi. Equità e diritti sono il nocciolo delle normative. Gilligan scrive: “Se le donne sono persone e le persone hanno dei diritti, anche le donne hanno dei diritti”. Prendersi cura esige empatia, attenzione, ascolto, rispetto… La cura è un’etica relazionale basata su una premessa di interdipendenza. Non è altruismo”. Iniziamo a scardinare un primo elemento.
Gilligan poi, trattando di giustizia vs cura, introduce una contrapposizione tipica del patriarcato: la giustizia sta dal lato della ragione, della mente e del sé (attributi maschili), mentre la “cura” sta dal lato del corpo, delle emozioni delle relazioni (associati alla donna). Attraverso questa divisione il ruolo della donna viene al contempo idealizzato e svalutato, subordinando la cura alla giustizia, asservendola e relegandola a una dimensione relazionale. In questo quadro è facile che in nome della femminilità si chieda alla donna di sacrificare i suoi diritti in nome di relazioni pacifiche, per non incrinare gli equilibri e garantire una vita serena, priva di conflitti (naturalmente all’uomo). Demolendo le separazioni e le gerarchie patriarcali, si potrebbe affermare un modello di relazioni in cui ognuno possa avere voce, essere ascoltato con attenzione e rispetto, indipendentemente dal genere.
Invece, siamo tuttora schiavi di certi meccanismi, per cui la donna che tiene alla relazione è virtuosa, mentre l’uomo indipendente, autonomo è moralmente integro. La morale finisce con l’allinearsi “ai codici di genere dell’ordine patriarcale, rafforzandoli”. Il “curarsi di” finisce con l’essere intrinseco di un genere. Sulla donna si riversano aspettative e oneri, con una lotta incessante a incarnare quel modello. Quel mettere da parte “noi stesse”, per curarci di qualcosa o di qualcuno è una incarnazione di regole secolari fondate su una “dissociazione di genere”, la chiamerei così. Quel rimboccarci le maniche e rinunciare alla nostra voce perché così hanno fatto per secoli altre donne prima di noi. Ce lo sentiamo ripetere continuamente, un richiamo all’ordine dei ruoli femminili, e anche se dentro di noi sappiamo benissimo a cosa corrisponde, ci risulta tuttora arduo scardinare queste “usanze”, principalmente perché alla fine siamo sole. L’unica nostra forma di resistenza è affermare che abbiamo preso coscienza che c’è altro, che si può concepire diversamente le relazioni e gli equilibri di genere. E che è possibile uscire dalle gabbie culturali unicamente dandoci delle alternative, oggi noi donne abbiamo una alternativa, possiamo studiare, leggere, parlare tra noi, capire che quello che ci si aspetta da noi può non corrispondere con i nostri bisogni e con i nostri diritti.
https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/28/per-unetica-femminista-della-cura/