mercoledì 22 novembre 2017

drappi rossi alle finestre dal 23 al 30 novembre

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza degli uomini sulle donne.
Poichè la maggior parte delle violenze si consuma in ambito domestico, stendere un panno rosso alla finestra o al balcone delle proprie abitazioni è un modo simbolico per rendere evidente il nostro rifiuto.

martedì 21 novembre 2017

Come si spiegano le tante denunce? I rapporti di potere tra uomini e donne non reggono più E le donne sono stufe di Alessandra Bocchetti

In questi giorni a leggere i giornali ci rendiamo conto che noi donne siamo finite in un campo semantico stretto e triste. A segnare i confini da una parte le legnate dei maltrattamenti dall’altra i palpeggiamenti dei maiali, nel mezzo ci sono le stuprate e le morte ammazzate.
Poi è in arrivo il nostro Halloween, l’Halloween delle donne, il terribile 25 novembre giornata mondiale contro la violenza. Tempo in cui le città si tappezzano di manifesti con facce di donne segnate, occhi neri, bocche cucite col fil di ferro, lividi. “Giornata mondiale”, mondiale nel senso che se a una donna venisse in mente di andare a cercarsi un angoletto tranquillo in questo mondo, abbandoni pure ogni speranza perché tutto il mondo è paese. Vedo con orrore che questa giornata si avvia a diventare una festa sinistra. Anche se ne riconosco le buone intenzioni, c’è da dire che gli esiti sono terribili: la condanna, per effetto perverso dell’eccessiva comunicazione, rischia di tramutarsi in celebrazione.

Chiedo perdono del mio tono ironico, chiedo perdono a tutte quelle donne che hanno subito violenza e umiliazione, che siano morte o vive. L’ironia aiuta a vivere e ci permette ancora di pensare.
Carissima Presidente Boldrini, lei ha deciso quest’anno per il 25 novembre di portare tante donne vittime di violenza in Parlamento. E’ un omaggio, capisco la sua buona intenzione, ma non sono le vittime che ci salveranno. La debolezza non ha mai creato forza, e noi donne di forza ne abbiamo veramente bisogno. Faccia in modo invece, per quanto le è possibile, se sarà leader del suo partito, come mi auguro, di fare entrare tante donne in Parlamento, ma non solo per un giorno e non solo per un’idea astratta di parità, ma per creare un senso comune femminile in modo che le donne si possano esprimere libere, metta in atto scelte politiche che migliorino la vita delle donne, migliorerà la vita di tutti e avremo un paese più decente. Viviamo un paradosso, e lei lo sa perché lo vive da vicino: la politica di questo paese si è privatizzata, non pensa più al bene comune, ormai è solo impegnata da risentimenti, da piccole lotte di posizione, da narcisismi, da capricci, da vendette, da tremende inimicizie. Per questo la gente vota sempre meno e ha cominciato a pensare che esistono due binari quello della politica e quello della vita quotidiana. Tragica illusione perché la politica ha in mano la vita di tutti noi. Un pensiero di donna può fare molto e lei è anche una donna molto coraggiosa. Grazie per la sua battaglia sul linguaggio. E’ una grande battaglia, di questa le sono veramente grata.
A lungo mi sono chiesta come mai alla notizia di una donna maltrattata o uccisa, provavo un dolore speciale, profondo . Cosa era? da dove veniva ? Di una cosa ero certa: un uomo, anche il migliore tra gli uomini non lo provava, rammarico sì, dispiacere sì, ma non il mio dolore. Poi un giorno ho capito. C’è sempre un giorno luminoso. I giornali raccontano di un uomo che non vuole essere abbandonato, che non vuole restare solo, che ama se pure nella follia. “Pazzo d’amore”, si dice. Invece no.
Ho capito il mio dolore speciale quando ho capito che la mano che colpisce una donna non vuole solo fare male, ma vuole fare giustizia, non la mia giustizia o quella piccola piccola di quell’uomo, ma la giustizia di un ordine. Quella mano che si alza contro una donna vuole ristabilire un ordine a cui però io non appartengo più. Nessuna donna al mondo appartiene più a quell’ordine anche se non lo sa, anche se lo subisce, anche se ne muore.
Di che ordine si tratta? Dello stesso ordine che fa i più e i meno, che fa i padroni e i servi, i ricchi e i poveri, i parlanti e i muti, i forti e i deboli, chi può e chi non può. Per lungo tempo si è pensato che fosse Dio a aver fatto questo ordine ma poi si è capito che invece è un ordine tutto umano, quindi modificabile, certo a caro prezzo, certo a lungo termine, ma modificabile. Dio non poteva essere così ingiusto.
Allo stesso ordine appartengono anche i palpeggiamenti, quando non sono graditi alle donne che ne sono oggetto, gli “adesso spogliati”, i toccami qua toccami là, i succhiami questo e poi quello, guarda questo quant’è bello. Ora si parla soprattutto di quello che fanno i potenti, i divi, i registi, i politici, che si approfittano del loro potere, del loro denaro, della loro influenza. Ma attenzione, in questa stessa disposizione troviamo anche i poveri diavoli, i perdenti, i nullatenenti perché una toccatina al culo di una ragazza rimette a posto l’ego di qualsiasi sfigato e fa sentire “qualcuno” chi lo fa, anche se è proprio “nessuno”. “Sono un uomo” si dice e torna il sereno.
Lo so, caro Giuliano Ferrara che tutto questo, non ti sembra un esercizio di potere. Sono mancanze di contenimento, dici tu, sono stimolazioni erotiche da quattro soldi. Che dire infatti dell’ uomo che si tira giù i pantaloni per mostrarti il suo cazzetto, lui non pensa di fare una cosa grave, perché pensa di avere tra le gambe il tronchetto della felicità. Anche quel signore che ha detto che lo stupro, certo in un primo momento può dare fastidio, ma poi… alla fine alle donne piace, anche lui pensa all’irresistibile tronchetto. Tanti uomini che dicono “erano consenzienti” lo pensano veramente perché non pensano sia possibile il contrario. Anche io, sai, ogni tanto sono tentata di pensarla come te, per quieto vivere, per mantenermi di buon umore. Ma poi no… mi salta agli occhi questo potere speciale che è condiviso stranamente da ricchi e poveri, da fortunati e sfigati e penso che valga la pena di pensarci su anche se si fa buio nel cuore.
Non perdono la paura, l’infelicità e il dolore che la violenza degli uomini fa provare alle donne, alle giovani ragazze quando si accorgono che della loro libertà sminuita.
Ma in questi tempi cosa sta succedendo? In molti me lo chiedono. Lo chiedono a una vecchia femminista. Che significano tutte queste denunce? E’ semplice da spiegare. Bisogna capire che il potere è sempre un patto tra chi lo esercita e chi ne è oggetto e che nessuno è innocente in questa relazione. Oggi il patto, che ha tenuto insieme uomini e donne per tanto tempo, non regge più. Le donne sono stufe anche delle loro colpe, delle loro infelicità silenziose e hanno cominciato a raccontare ciò che le ha ferite, umiliate, sorprese, impaurite. E’ per questo che uomini cominciano a venire cacciati dai consigli di amministrazione, ma anche dagli autobus all’ora di punta. E’ un segno. Ma di cosa? Di un “senso comune femminile” che comincia a fare ordine, a cambiare il modo di stare al mondo per tutti.
E’ un mondo più dignitoso, mi sorprende chi se ne lamenta. Legnate e palpeggiamenti, violenze e ricatti sessuali sono attentati alla dignità umana non solo delle donne, ma anche degli uomini. Perdita netta di dignità. Grande parola la dignità. A pensarci bene da sola basterebbe a fare un buon programma di governo. Se si pensasse alla dignità che a ciascun essere umano si deve in questa terra, che meravigliosi programmi si farebbero per il lavoro, per l’istruzione, per la salute! Sì, dignità è una parola che ci aiuta a fare bene.
E adesso, giovani donne, perché la rivoluzione continui: non tollerate che di fronte a voi una donna sia definita troia, non permettete che vi mettano le mani addosso senza il vostro permesso e fate l’amore solo quando vi va.
http://27esimaora.corriere.it/17_novembre_19/come-si-spiegano-tante-denunce-rapporti-potere-uomini-donne-non-reggono-piu-donne-sono-stufe-b3963eec-cd5b-11e7-b0a9-c23017f51523.shtml

lunedì 20 novembre 2017

INTERVISTA ALLA MAMMA-MANAGER (QUASI PENTITA) DI UNA BABY MODELLA di FLAVIA PICCINNI

Conosco Claudia D. da diversi anni, dal mio primo Pitti Bimbo (la manifestazione più importante dedicata alla moda bimbo del nostro Paese, che vale per l’Italia 2,7 miliardi di euro). L’ho intervistata ampiamente nei mesi scorsi, e qualche giorno fa mi ha scritto per raccontarmi del suo presente: da qualche mese sua figlia è fuori dal circuito moda poiché ha superato la fatidica soglia del metro e trenta d’altezza richiesto per prendere parte alle sfilate e alle pubblicità. Claudia D., ha 36 anni e vive in Brianza, fino a poche settimane fa faceva la “mamma manager e passavo tutto il tempo da una parte all’altra di Milano: casting, prove, pubblicità e shooting fotografici. Poi, con cinque centimetri in più, tutto è andato: ormai siamo troppo grandi per questo mondo”.
E adesso?
Sono tornata a fare la casalinga.
Ti manca quel tran tran?
Sì. L’ho assaporato per parecchio tempo, e adesso il tempo è morto.
Perché morto?
Perché non c’è più adrenalina. Quando sei sul set, ti senti protagonista. Tua figlia è bella, è richiesta e tutti ti fanno i complimenti, tutti ti vogliono: ti chiamano agenzie di moda, di pubblicità e poi c’è Pitti dove i bambini sfilano in passerella, i fotografi stanno in fondo e tutti sono su di giri. Il mondo della moda vissuto da protagonista diventa una droga.
Anche se la protagonista non sei tu, ma tua figlia?
Scusami ma che cambia? Alla fine chiamavano me.
Sei stata nel mondo della moda bimbo per parecchi anni.
Per questo ti dico che mi mancherà per sempre. Ho anche pensato di fare un altro figlio, l’ho detto a mio marito e lui mi ha riso in faccia.
Qual è la cosa che ti piaceva di più?
Quando dopo un provino mi chiamavano per dire che avevano scelto noi.
La cosa che non sopportavi?
Le altre mamme. Alcune super arroganti e prepotenti. Altre aggressive come se in gioco ci fosse il futuro del mondo, o quantomeno dei propri figli. In questi anni ne ho visti di tutti i colori. Da mamme che tenevano le proprie figlie di cinque, sei anni a dieta ad altre che le portavano a fare la pulizia del viso a sette anni. Per non parlare di manicure, riflessanti ai capelli, sedute di palestra e massaggi.
E tu?
Io non ho mai fatto niente di tutto questo. Al massimo uno shampoo alla camomilla.
Domani è la giornata mondiale dei diritti dei bambini e delle bambine. Secondo te i bambini italiani che lavorano nel mondo della moda possono essere definiti lavoratori?
Ci pagano troppo poco perché sia lavoro. Trenta euro per un servizio fotografico, cento per una giornata sacrificata per una pubblicità. Se lo fai, lo fai perché ti piace. E perché ti senti bene, diventi protagonista.
Secondo te i bambini sui set subiscono delle violenze?
Niente di equiparabile a quello che accade ai minori sfruttati nei Paesi del terzo mondo, certo. Anche se siamo pagati zero, è sempre un lavoro: ci sono orari da rispettare, regole, obblighi.
Tu nei tuoi anni di lavoro, ti sei mai sentita obbligata a fare un lavoro anche se non volevi?
Più di una volta.
E perché non ti sei tirata indietro?
Perché se sei fuori una volta, sei fuori sempre. Nessuno te lo dice, ma è così.
Pare una sorta di ricatto permanente.
Si. Ed è molto silenzioso.
Puoi farmi un esempio di quanto ti è accaduto?
Una volta mia figlia aveva la febbre alta, ma doveva fare delle foto. Chiamai il fotografo e lui mi disse di non preoccuparmi: le avrebbero messo più trucco.
Il servizio fotografico come andò?
Per lei fu un incubo. E anche per me.
Non pensasti che forse era il caso di non proseguire?
Per un attimo sì. Poi vidi le foto, e cambiai idea. Le ho ancora in salotto. Le guardo e ogni volta penso che sono bellissime.
http://www.glistatigenerali.com/occupazione/intervista-alla-mamma-manager-quasi-pentita-di-una-baby-modella/

domenica 19 novembre 2017

La tempesta che travolge il patriarcato Dietro alle accuse di molestie ci sono decenni di soprusi vissuti nel silenzio di Francesca SWforza

Può accadere che i quadri si stacchino dal muro in cui erano rimasti appesi per decenni. E quando accade, proprio in ragione della loro passata e rassicurante immobilità, si tende a pensare che sia accaduto «all’improvviso», «senza una vera ragione», o si tende a individuare il responsabile in «quell’inaspettato colpo di vento». 

In realtà quel quadro era instabile da anni, anche se da fuori non sembrava: poi certo, se non ci fosse stato quel colpo di vento il quadro avrebbe resistito un altro po’, ma prima o poi, non c’è dubbio, sarebbe comunque caduto. 

Non è molto diverso quanto sta accadendo sul fronte delle accuse di molestie sessuali, che giorno dopo giorno investono nuovi nomi dello sport della politica dello spettacolo, in una sorta di caotico e sempre più indecifrabile poltergeist. Dietro ci sono decenni di soprusi vissuti nel silenzio, di donne colpevolizzate per essersi vestite in un modo anziché in un altro, per aver esagerato con alcol o droghe, per aver sbagliato orario, e di infinite variazioni sul tema «stai attenta a non metterti nei guai», «l’hai provocato», «occhi bassi» e via dicendo.

Adesso che il patriarcato sta scricchiolando - perché le donne sono più emancipate, ma anche perché le loro ricette si rivelano più funzionali in un numero sempre maggiore di ambiti - ecco che quel sovraccarico di violenze accumulate diventa insostenibile, e si rovescia in maniera inevitabilmente scomposta. Non aspettiamoci educazione, in questa fase, né rispetto o attenzione per conclamati meriti e virtù. Sono in molti, in queste ore, a temere di veder saltare in aria carriere e annate di rispettabili apparenze, così come sono state molte, in passato, le ragazze e le donne costrette a cedere a ricatti (chi ha avuto la forza di dire no è perché se lo poteva permettere, anche soltanto grazie al fatto di essere stata più amata e per questo aver raggiunto una maggiore considerazione di sé). Non è escluso che si registreranno ingiustizie, e forse più d’uno sarà rovinato senza colpa, trovandosi così a condividere lo stesso destino di quelle vittime di violenza che pure, di colpa, non ne avevano alcuna. Quando la furia giacobina sarà passata - presto, ci auguriamo, e senza troppi danni, ma è bene non farsi illusioni al proposito - ci attenderà il compito di rimettere a posto la sconquassata casa della relazione uomo-donna. Si tratterà di studiare codici seduttivi diversi rispetto al passato, di immaginare narrative più egualitarie e non per questo meno amorose. Si potrebbe farlo insieme, uomini e donne.
http://www.lastampa.it/2017/11/12/cultura/opinioni/editoriali/la-tempesta-che-travolge-il-patriarcato-nXNPCLZ41oH3rnL7KyqvqO/pagina.html

sabato 18 novembre 2017

Escono le molestie, si arrocca la fallocrazia di Giulio Cavalli

Ci deve essere da qualche parte una Gran Maestro Venerabile della setta degli uomini impauriti che impartisce ogni mattina la linea difensiva al suo esercito di opinionisti, nascosto in qualche villa zeppa di ginecei e preoccupatissimo che il caso delle molestie sessuali di cui si parla ogni giorno (perché no, non è Fausto Brizzi il tema quanto piuttosto il fatto che non ci sia una donna che non racconti di avere subito molestie nella sua vita, nemmeno una) possa spostare gli equilibri di una fallocrazia preoccupata di perdere il diritto al libero sfogo delle proprie pulsioni.

Così ogni giorno, da qualche settimana, si ripete il rito di una difesa d’ufficio che ha tutta l’aria di essere un rincoglionimento concertato sotto le mentite spoglie di un movimento d’opinione: si va da Vittorio Sgarbi che ieri a Matrix dichiara sornione che «in tutto il mondo del cinema c’è un tacito accordo in cui il regista è padrone di un attore» fingendo di non sapere che in questi giorni si starebbe parlando invece proprio di quelle che non sono d’accordo; si passa per Sallusti che teme «una nuova tangentopoli» discettando sulle cinquanta sfumature di molestie perché in fondo tutto si confonda e non ne paia credibile nemmeno una; si ascoltano donne rivendicare felici tutte le pacche prese sul culo dimenticando che è “giocoso” se si è d’accordo in due; si leggono fior fiore di editorialoni preoccupati per la presunzione di colpevolezza a cui non scappa nemmeno un rigo per sbaglio sulle presunte vittime; ci si sorbisce patetiche difese d’ufficio dello spessore di un “mi salutava sempre”; ci si impegna sugli esami ginecologici delle vittime per alzare un po’ lo share fino al più vergognoso “così fan tutti” come giustificazione di tutti i mali.

Eppure insistere sulla cronaca delle molestie è, per i fallocrati, il metodo migliore per non essere costretti a parlare dell’abuso di potere di chi sta in una posizione di forza e decide di esercitarla con i propri mezzi; che poi il mezzo preferito di questi gli ciondoli in mezzo alle gambe è anche questa un storia antica che pianta la sua origine nel tempo dei tempi e che forse sarebbe il caso di sradicare.

Così ancora una volta lo scopo è quello di simulare un dibattito in cui non si dibatta di nulla affinché non intacchi le vecchie abitudini: i fallocrati sono terrorizzati di essere smascherati e allora diventano terroristi. Il messaggio è chiaro: se qualche donna ha intenzione di provare a parlarne sappia che sarà costretta a essere misurata in tutte le sue forme e palpata in tutte le sue debolezze. Com’è tipico dei fallocrati, appunto.
https://left.it/2017/11/16/escono-le-molestie-si-arrocca-la-fallocrazia/

venerdì 17 novembre 2017

Oggi c'è il funerale delle 26 ragazze arrivate morte a Salerno, ventunesimodonna chiede ad amiche e amici una giornata di silenzio, un pensiero, una preghiera a chi crede
Piangiamo insieme la morte brutale di queste giovani sorelle

giovedì 16 novembre 2017

Donne che parlano di molestie e il problema del garantismo

Nelle ultime settimane molte donne in tutto il mondo hanno preso parola pubblica contro le molestie e l’hanno fatto tutte insieme: donne considerate perbene e anche donne considerate permale. E mentre prima tacevano ora parlano tutte, di uomini comuni e dei cosiddetti uomini potenti. E accumulano storie e testimonianze che si somigliano molto tra loro. Il fatto è politico e si chiama fine del patriarcato, cioè di quel sistema basato sul silenzio-assenso delle donne al sistema maschile. Fine del patriarcato non significa però che sia finita la pretesa che quello stesso sistema continui a funzionare e infatti è in movimento un esercito ben organizzato che cerca di tenere le donne al loro posto o cerca di riportarcele.
Questa contro-azione si compone di argomentazioni molto grossolane e sessiste. E poi ce ne sono altre più raffinate e insidiose, che provengono da chi in modo paternalistico sta cercando di dare consigli alle donne su come darsi una regolata e su come gestire questo polverone per non arrivare a un «maccartismo da cerniera lampo».
Negli ultimi giorni mi è stata fatta una domanda certamente più interessante di altre, di cui vale la pena parlare, dando per scontato che non si tratti di un raffinato trucco per spostare la questione. La domanda ha a che fare con il garantismo nei confronti degli uomini accusati di molestie: diamo per scontato che le persone accusate siano colpevoli? Luca Sofri se ne è occupato qui, non tenendo però conto di alcune cose fondamentali.
Non è in corso alcuna caccia alle streghe, come qualcuno ha scritto facendo intendere che il posto delle perseguitate è stato preso da alcuni uomini accusati di stupri e di molestie (uomini bianchi e potenti, è bene ricordarlo). Non penso che le donne non possano mentire e non penso che tutte le buone stiano da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Se c’è bisogno di una nuova rassicurazione in questo senso, eccola: che non tutti gli uomini siano dei potenziali stupratori e che tutte le persone accusate non siano automaticamente colpevoli è verissimo e ovvio, ci mancherebbe.
Se stiamo parlando di “garantismo giudiziario” c’è un’altra cosa fondamentale di cui tenere conto e che pensavo fosse scontata: una persona accusata pubblicamente da un’altra ha a sua disposizione un importante e indiscutibile strumento di garanzia. Può cioè querelare chi lo ha offeso o denigrato se ritiene che sia stato detto il falso. E se perde tutto in seguito a queste accuse? Di nuovo: chi si sente danneggiato ingiustamente da queste accuse può denunciare chi lo accusa. Deve farlo: è infatti nell’interesse di tutti e di tutte (di chi sporge denunce vere, innanzitutto) che le denunce false vengano punite.
Ma il garantismo “giudiziario” (una volta stabilito che c’è lo strumento della querela a cui può fare ricorso l’accusato) c’entra poco con questa storia. Oltre al garantismo vero e proprio c’è infatti un garantismo che potremmo chiamare delle coscienze.
Anche chi accusa avrebbe avuto a suo tempo uno strumento di garanzia, quello di sporgere denuncia. Strumento che prevede in Italia dei tempi molto precisi (entro sei mesi uno stupro e entro tre mesi una molestia: pochi, ma questa è un’altra storia).
Una volta stabilito che la persona offesa ha sempre a sua disposizione uno strumento di garanzia, dovremmo cercare di capire perché chi sta dall’altra parte e dice di aver subito delle molestie ha scelto di non usare il proprio. (Non parlo per suggestioni: se ci fosse bisogno di conferme l’ISTAT dice da decenni che la percentuale delle denunce è molto bassa, mentre è altissima la percentuale delle donne che afferma di aver subito violenza). Le molte donne che parlano, anche sul punto della non-denuncia raccontano tutte la stessa versione della storia.
Il condizionamento verso una mancata denuncia e il mancato esercizio di una procedura coerente con lo stato di diritto è altissimo quando si parla di abusi e di molestie: ci sono la paura, lo stigma, la vergogna, il peso delle conseguenze, la frequente asimmetria delle posizioni di potere e altro ancora. E poi c’è il fatto non secondario che le molestie sono qualcosa di difficile da dimostrare di per sé, che spesso le donne vengono scoraggiate a farlo e che molte sentenze non tengono conto del documento più avanzato e autorevole che sia mai stato prodotto in materia: la Convenzione di Istanbul che è stata ratificata dall’Italia, che è in vigore dal 1 agosto 2014 ma di cui in Italia manca il sostanziale recepimento. La Convenzione stabilisce, solo per fare un esempio, che gli antecedenti sessuali e la condotta della presunta vittima siano ammissibili unicamente quando sono pertinenti e necessari: di questo, come affermano molte giuriste e giuristi, spesso nelle aule di tribunale non viene tenuto conto e le “sentenze dei jeans” non sono solo un lontano ricordo.
Quello che sta accadendo in queste settimane (donne che parlano su giornali e tv) non rientra nelle consuetudini: è vero, ma perché non rientra nelle consuetudini? E dunque torniamo pure al problema iniziale, al garantismo, riformulando però la questione in modo che quel principio non sia solo una bella scatola vuota: il garantismo vale in egual misura anche per le persone che a un certo punto decidono di parlare delle molestie che hanno subito? Possiamo affermare serenamente che a una donna che parla di abusi è garantita quella che potremmo chiamare “presunzione di credibilità”? O meglio: c’è la reale garanzia di una dialettica non sbilanciata sulla questione delle molestie? E non è forse qui che si mostra, invece, l’enorme deroga al garantismo di cui si sta parlando? Nessuna chiede di mettere in galera gli accusati sulla base delle cose che vengono dette sui giornali e non nei tribunali: si sta chiedendo che il garantismo valga per tutte e tutti allo stesso modo. Ponendo queste domande non sto facendo deroghe a un principio fondamentale, come ormai è chiaro, sto dicendo che il circolo del garantismo, nel caso delle molestie e degli abusi, non è virtuoso e mi chiedo se la priorità non sia quella di lavorare affinché lo diventi.
Il punto fondamentale della storia da cui partire è dunque un altro: che tutte le donne sanno di cosa stiamo parlando quando parliamo di molestie e di abusi e che tutte sanno perché è così difficile denunciare. Personalmente i casi singoli mi interessano davvero pochissimo, così come interessano poco ad alcune delle donne che hanno parlato nelle ultime settimane (partendo però necessariamente dalle loro esperienze). Mi interessa moltissimo, invece, che si apra uno spazio in cui le donne possano parlare senza venire condannate immediatamente o giudicate a prescindere. Mi interessa infine capire (e torno al punto) perché molte in questa storia (sostenute dai dati) affermino di ritrovarsi in un sistema in cui è difficilissimo, di fatto, la possibilità di esercitare il loro strumento di garanzia. La possibilità è la condizione della garanzia e anche di uno stato di diritto. Ed è da questa parte che c’è del lavoro da fare.
http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/11/14/le-donne-parlano-molestie-problema-del-garantismo/