domenica 21 gennaio 2018

Oltre le statistiche: le donne pretendono la giusta attenzione da Simona Sforza

È tutto l’intero sistema che deve essere rivoluzionato, dai tempi di vita e lavoro alle retribuzioni, dai contratti alle tutele, dalla cultura alle prassi, dalla mentalità all’organizzazione aziendale, perché le discriminazioni di genere siano superate, restino solo un vago ricordo di un tempo che non dava giusto valore alle donne e di fatto creava gabbie nocive per tutti e tutte. Ma fino ad allora dovremo impegnarci su più piani affinché si raggiunga una realtà più equa.
 Oltre le statistiche che vedono incrementarsi il numero delle donne occupate, occorre leggere a fondo per comprendere come e perché non è tutto oro quello che luccica. Al di là del metodo di computo degli occupati che lascia qualche perplessità sulla reale qualità e quantità di occupazione, da anni registriamo un numero enorme di “uscite volontarie”. Un report che registra periodicamente i genitori con bambini fino ai 3 anni che si dimettono, mostra un’emorragia silenziosa, che resta privata nonostante qualche cenno temporaneo sui giornali, nonostante il fenomeno sia conosciuto ma con un’attenzione a corrente alternata, perché quando si parla di stato di salute dell’occupazione femminile, si preferisce marginalizzare il dettaglio. Quasi trentamila donne, e questo è solo il numero della punta dell’iceberg, fanno questa scelta. Nella parte sommersa dell’iceberg restano coloro che vedono esaurirsi il contratto a termine senza che venga rinnovato, oppure coloro che sono costrette a lavorare senza un contratto e non hanno mai avuto diritti. Perché si sa che se vuoi lavorare, se devi lavorare accetti tutto, anche perdere tutele e garanzie. Eppure il lavoro è citato nel primo articolo della nostra Costituzione.
Non ne ho scritto per qualche giorno. Non avrei voluto scrivere, devo dire la verità. L’ho fatto ogni anno e quella relazione mi ricorda a che punto sono e perché. Parlo in prima persona, perché la formula impersonale in questo caso non avrebbe senso. Non c’è rammarico, solo la sensazione che poi di quelle donne nessuno si preoccuperà di seguirne le vite e i destini, nessuno cercherà di capire quanto una firma volontaria inciderà sul loro futuro e che corso prenderà la loro esistenza.
In Italia le dimissioni volontarie sono state 37.738. Secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro che le convalida, nel 2016, le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, spesso con ruoli e mansioni elevate, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è invertita, la maggior parte lascia il lavoro per passare ad altra azienda.
La Lombardia, a dispetto dell’aura all’avanguardia di cui spesso si fregia, è in testa con 8.850 dimissioni, di cui 3.757 sono dovute al passaggio ad altra azienda e 5.093 sono legate a motivi familiari. Meno guadagni più aumenta la spinta a dimetterti, perché si rinuncia a troppo dal lato emotivo e non si ha nemmeno la possibilità di trovare un adeguato sostegno. Le donne, 6.767: quasi la metà (3.105) si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, assenza di parenti di supporto e elevata incidenza dei costi di assistenza del pargolo.
Non c’è inversione, no. Non sono numeri piccoli, sono migliaia. Migliaia di quei casi che possiamo registrare, perché ci sono regole. Migliaia che non parlano di cosa succede dopo i tre anni o di quante “restano”, stringendo i denti e subendo mobbing e pressioni di ogni genere.
Sapete cosa significa diventare mamme e non avere nemmeno un messaggio di auguri dai colleghi? Sapete cosa significa rientrare e sentirsi aliene? Sapete quante sono le donne che vanno in pezzi? Nessun monitoraggio sul “dopo”, solo un grande buco nero, una sorta di abbandono alle proprie sorti, una dimensione nella quale competenze e capacità sembrano essere state svalutate, causa maternità.
Tutto sommato, in generale, non c’è la giusta attenzione perché anche tra donne non sempre c’è. Tutto è questione privata, ancora quasi del tutto sulle spalle delle donne, che non sono considerate come valore sociale ma come peso e costo aziendale, che è preferibile dismettere, al pari di un macchinario divenuto improvvisamente meno efficiente. Non c’è una responsabilizzazione delle istituzioni e delle imprese a modificare approcci e organizzazione. Si preferisce tagliare o invitare ad un autonomo “delete”.
Ecco che il benessere delle donne tutte viene sacrificato e facilmente derubricato a questione secondaria.
Non è solo una questione di giustizia, no. È una questione di civiltà, di diritti fondamentali, di un’attenzione verso chi ha dovuto scegliere senza avere alternative, verso chi pur potendo dare tanto è stata ripagata con un muro, a cui è stata di fatto negata la possibilità di tenere insieme, con un buon equilibrio, vita privata e lavoro. Questa visione miope ha ripercussioni gravi non solo sulle singole vite, ma anche sull’intero sistema Paese. Se traballa e ha un equilibrio instabile è anche perché si è di fatto rinunciato a coinvolgere pienamente e degnamente le donne, le si è sempre costrette ad adeguarsi a modelli progettati per gli uomini, pena l’esclusione.
“Un dato che merita riflessioni approfondite e che rende evidente come, fra le tante problematicità storiche del nostro mercato del lavoro, quella di genere meriti particolare attenzione”, così si sono espresse la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti e la responsabile Politiche di genere Loredana Taddei.
In Europa assistiamo a un medesimo fenomeno: al crescere del numero di figli la forbice tra uomini e donne aumenta, i primi lavorano di più, le seconde lavorano di meno, sia in termini di effettiva partecipazione che il numero di ore lavorate (si veda il problema del part-time involontario). In Italia e Spagna questo trend è particolarmente preoccupante e duraturo. In Italia: uomini senza figli al 67,3% e donne al 51,9%, uomini con un figlio al 79,3% e donne al 56,7%, uomini con due figli al 86% e donne al 55%, uomini con tre figli o più al 81,8% e donne al 43,8%. Il 32,7% delle donne lavora part-time, a fronte dell’8,2% degli uomini.
Ma il problema non è solo lavorare, ma quanto siamo retribuite, fattore cruciale come abbiamo visto nella scelta se restare o lasciare il posto. Quando vi è la necessità di lavoro di cura, le famiglie automaticamente e razionalmente scelgono che se ne occupi la persona che ha condizioni di lavoro meno favorevoli. Il più delle volte, si tratta della donna.
Eppure per un cambio di mentalità e di prassi basterebbe iniziare a lavorare più attentamente su pari conciliazione, partendo dai congedi per i padri. Qui un buon esempio.
Un modo per iniziare a scardinare ruoli stereotipati e redistribuire i pesi, senza che vi siano ripercussioni di carriera su nessuno/a.
In Europa le donne sono ancora pagate in media il 16,3% in meno rispetto agli uomini.
Negli ultimi anni il pay gap è rimasto più o meno stabile, perché le donne hanno tendenzialmente un tasso di impiego inferiore rispetto agli uomini, lavorano in settori caratterizzati da retribuzioni più basse, vengono promosse meno di frequente, specie se decidono di avere una famiglia, sperimentano più interruzioni di lavoro nel corso della loro carriera professionale e devono accollarsi un numero maggiore di mansioni o attività non retribuite.
La Commissione europea ha presentato un piano d’azione per affrontare il problema del divario retributivo di genere per gli anni 2018-2019.
L’attuazione del piano da parte di tutti i soggetti interessati dovrebbe:
– migliorare il rispetto del principio della parità di retribuzione, valutando la possibilità di modificare la direttiva sulla parità di genere;
– ridurre lo svantaggio connesso alle mansioni di accudimento familiare, sollecitando il Parlamento europeo e gli Stati membri ad adottare rapidamente la proposta dell’aprile 2017 sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata;
– infrangere il “soffitto di cristallo”, finanziando progetti volti a migliorare l’equilibrio di genere nelle imprese a tutti i livelli di gestione e incoraggiando i governi e le parti sociali ad adottare misure concrete per migliorare l’equilibrio di genere nei processi decisionali.
Per approfondire, qui ci sono i dettagli del piano.
Secondo l’indagine Eurobarometro pubblicata a novembre 2017, la parità di genere non è ancora raggiunta negli Stati membri dell’UE, anche se si nota un certo margine di miglioramento.
È emerso che:
· La parità di genere è importante per la maggior parte degli europei: secondo nove europei su dieci promuovere la parità di genere è importante per la società, per l’economia e per loro stessi personalmente.
· Sono necessarie più donne in politica: metà degli europei ritiene che ci dovrebbe essere una maggior presenza di donne nei posti politici di comando e sette europei su dieci si dicono a favore di misure giuridiche che garantiscano la parità tra uomini e donne in politica.
· L’equa condivisione dei compiti nei lavori domestici e nell’accudimento dei figli non è ancora realtà: più di otto europei su dieci ritengono che l’uomo debba farsi carico in ugual misura dei lavori domestici o usufruire del congedo parentale per prendersi cura dei figli. La maggioranza (il 73%) pensa tuttavia che le donne continuino a dedicare più tempo degli uomini alle incombenze domestiche e familiari.
· La parità di retribuzione è un elemento importante: il 90% degli europei dichiara che è inaccettabile che le donne siano retribuite meno degli uomini e il 64% è a favore della trasparenza retributiva come veicolo di cambiamento.
Qui trovate il testo completo dell’indagine.
Sarebbe importante che la trasparenza salariale diventasse una regola certa in ogni azienda, anche nel nostro Paese. In Italia le aziende pubbliche e private con più di 100 dipendenti sono obbligate a redigere, almeno ogni due anni, un “Rapporto sulla situazione del personale maschile e femminile”, una specie di check up dello stato di salute della parità in azienda, dalla distribuzione dei premi al trattamento salariale, trattamento delle madri lavoratrici ecc. Le consigliere di parità, il cui prezioso lavoro andrebbe rifinanziato adeguatamente, esaminano questi documenti per verificare se vi siano anomalie e nel caso intervenire.
È tutto l’intero sistema che deve essere rivoluzionato, dai tempi di vita e lavoro alle retribuzioni, dai contratti alle tutele, dalla cultura alle prassi, dalla mentalità all’organizzazione aziendale, perché le discriminazioni di genere siano superate, restino solo un vago ricordo di un tempo che non dava giusto valore alle donne e di fatto creava gabbie nocive per tutti e tutte. Ma fino ad allora dovremo impegnarci su più piani affinché si raggiunga una realtà più equa.
http://www.dols.it/2018/01/20/oltre-le-statistiche-le-donne-pretendono-la-giusta-attenzione/

venerdì 19 gennaio 2018

assemblea socie ventunesimodonna

Venerdì 26 gennaio 2018
alle 21 
    presso il Bem Viver Cafè 
     saletta sotto) 
    via v.Monti 5 Corsico, 

è convocata l'assemblea delle socie dell'Associazione “ventunesimodonna", col seguente ordine del giorno:
- rinnovo delle cariche
- valutazione del lavoro svolto
- approvazione bilancio 2017
- programmazione annuale
- varie ed eventuali

Vi aspettiamo numerose e propositive,
la presidente Daniela Labella


Il Sexgate esplode all'Onu: centinaia di abusi sessuali in un clima d'omertà

Il The Guardian pubblica un'inchiesta che denuncia moltissimi casi interni alle Nazioni Unite, tutti legati da un'unica minaccia: se parlate, perdete il lavoro.

Il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato un articolo che denuncia una serie di casi di molestie sessuali all'interno delle Nazioni Unite. Nell'articolo, decine di attuali e vecchi impiegati dell'Onu descrivono una cultura del silenzio all'interno dell'organizzazione e le accuse, tutte fornite in maniera anonima, vanno dalla molestia verbale al vero e proprio stupro. Tutte le vittime concordano su un punto: nessuno poteva parlare, pena la perdita del proprio lavoro.

L'indagine è stata condotta dal Guardian su dieci sedi diverse dell'Onu (quindi dieci diversi paesi) e le storie delle vittime erano fin troppo simili tra loro: tre donne, tutte da differenti uffici, hanno dichiarato di essere state ripetutamente minacciate se avessero parlato e ad essere accusato sono uomini che ricoprono posizioni di rilievo all'interno delle Nazioni Unite.

Molte donne hanno confermato che il problema è conosciuto all'interno dell'Onu, e che alcune indagini interne sono state effettuate, ma sempre con lo stesso risultato: alcune donne hanno dichiarato che le indagini non sono riuscite a trovare abbastanza prove, mentre altre hanno potuto constatare che all'interno dei documenti relativi ai loro casi (visionati dal Guardian) c'erano numerosi errori e omissioni di testimonianze fondamentali.
http://www.globalist.it/world/articolo/2018/01/18/il-sexgate-esplode-all-onu-centinaia-di-abusi-sessuali-in-un-clima-d-omerta-2018017.html

giovedì 18 gennaio 2018

La pubblicità sessista sparirà dalle strade di Stoccolma di Maria Vittoria Tinti

Seguendo la scia della campagna #MeToo lanciata sui social e l'esempio di Berlino e Parigi, anche la Svezia sceglie di eliminare dalle strade gli stereotipi culturali e di genere
 Il vento sta cambiando. Dopo le campagna #MeToo e le numerosi dichiarazioni da parte di tutte le donne da ogni parte del mondo, famose e non, anche le città europee iniziano ad educare i loro cittadini, di oggi e di domani, prendendo una posizione ferma riguardo alla pubblicità razzista e sessista che oggi svolge ancora un ruolo importante nella creazione di stereotipi culturali e di genere.
La prima città è stata Berlino, in cui un intero quartiere si è ribellato alla mercificazione del corpo femminile e ha vietato affissioni discriminanti in un intero quartiere; oggi anche la modernissima Svezia si muove nella graduale eliminazione di ogni advertising che possa in qualche modo aiutare e suggerire comportamenti non corretti nei confronti delle donne o di persone di origine differente da quella svedese.
Offline come sui social, insomma, si chiede oggi una maggiore attenzione a qualsiasi messaggio offensivo.
La pubblicita razzista e sessista sparira' dalle strade di Stoccolma
Questa scelta rappresenta un inizio molto importante per la nostra società: i brand sono stati spesso abituati a classificare i loro prodotti come belli e premium, se associati ad un’immagine provocante, che spesso non ha nulla a che vedere con il prodotto stesso.
Il motivo di queste scelte è da ricercarsi nella cultura e nella storia dell’advertising, iniziata già nel lontano Ottocento.
Nei primi annunci stampa la figura della donna non aveva un’accezione negativa: era considerata la portatrice per eccellenza di innovazione e cambiamento. Con il graduale evolversi della società e l’affermarsi dell’uomo come simbolo di potere e forza, anche la figura femminile ha subito un mutamento nel corso del tempo, ricoprendo dei ruoli a seconda dell’epoca. Negli anni ’50 il ruolo della donna era associato a quello di regina della casa, negli anni ’70, in apparente antitesi con le lotte per l’emancipazione (anche sessuale), divenne simbolo di sensualità e oggetto di desiderio.
Restrizioni e comunicazione: quando non si parla di limiti ma di opportunità
La decisione presa da Stoccolma rappresenta una nuova era per i brand e non solo; il messaggio è forte e chiaro. La figura femminile non scomparirà dalla nostra cultura e continuerà ad avere un  ruolo fondamentale e di rilievo nella comunicazione.
I tempi cambiano e, come sappiamo, cambia anche la percezione: per questo motivo un buon creativo dovrà necessariamente imparare a tenere in considerazione anche queste nuove leggi, da non interpretare come un vincolo, ma come una nuova opportunità.
Ciò che sta infatti offrendo la Svezia rappresenta una nuova idea, una nuova visione e non una costrizione per i brand. Di certo la presenza della donna rispettosa, di ogni origine e cultura e non solo occidentale, associata a ruoli erroneamente interpretati come esclusivamente maschili, potrà essere un’interessante strategia anche a livello marketing, catturando una parte di consumatori sensibili a queste tematiche. Una parte di mercato ancora inesplorata, ma dal grande potenziale.
http://www.ninjamarketing.it/2018/01/03/svezia-stoccolma-cancella-la-pubblicita-razzista-e-sessista/

martedì 16 gennaio 2018

Violenza donne: Sos Stalking, 113 vittime nel 2017

I dati raccolti dall'associazione Sos Stalking Nel 2017 113 vittime di femminicidio in Italia
   Sono 113 le donne che da gennaio dicembre 2017 hanno perso la vita: è questo il bilancio delle vittime di femminicidio secondo i dati raccolti dall'associazione Sos Stalking. Due delle donne assassinate erano in procinto di diventare madri e i rispettivi feti, di 5 e 6 mesi, sono morti assieme a loro. "C'è però un dato rincuorante, sebbene non sufficiente per poter definire la situazione meno grave - afferma l'avvocato Lorenzo Puglisi, Presidente e fondatore di Sos Stalking - e cioè che rispetto ai due anni precedenti gli omicidi sono calati del 7%".

   Le vittime di violenza sono state uccise - riferisce l'associazione Sos Stalking - nella quasi totalità dei casi, mariti, compagni o ex.
Nel 2016 in Italia erano state uccise 115 donne,
il 2015 aveva invece visto 120 vittime,
117 donne erano state uccise nel 2014 e
138 nel 2013.
"Una  strage che vede le donne indifese di fronte alla furia cieca dei loro partner o ex partner, incapaci di accettare la fine della relazione o la volontà della ex compagna di volersi ricostruire una vita al di fuori della coppia", commenta l'associazione.

    Il trend delle denunce di stalking è in netto calo. "Si stima che su 3.466.000 vittime il 78% non abbia sporto querela, soprattutto per la sfiducia che viene riposta nelle Autorità che spesso tardano a fornire un primo aiuto", si legge nel dossier.

    I numeri variano da regione a regione e confermano il triste primato della Lombardia, con il numero più alto di donne assassinate, 19, seguita dall'Emilia Romagna, che registra 16 omicidi, dal Veneto, 13, dalla Campania, 12 donne uccise, da Sardegna, Sicilia e Toscana 7 femminicidi per regione, a cui seguono il Piemonte con 6, Lazio, Abruzzo e Puglia con 5, Liguria e Friuli 3, Trentino e Calabria con 2 e infine Marche con un omicidio.

Oltre alle vittime in prima linea, ci sono le cosiddette 'vittime secondarie', i bambini o ragazzi che, in seguito al delitto, si sono ritrovati orfani di madre o, in caso di omicidio-suicidio, di entrambi i genitori. In Italia sono circa 2000 gli orfani del femminicidio: "Ben 67 si sono aggiunti nel 2017, hanno un'età media compresa fra i 5 e i 14 anni e si troveranno a fronteggiare le conseguenze spesso irreparabili di tali delitti: dal trauma legato allo shock, sia per aver in alcuni casi testimoniato direttamente all'omicidio, sia per il lutto violento, all'indigenza, alla mancanza di un'educazione adeguata e di una guida in un'età molto delicata per la propria crescita", specifica ancora Puglisi.
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/01/12/violenza-donne-sos-stalking-113-vittime-nel-2017-_31ef7eae-6055-4a2a-a1c3-be9850a7b213.html

lunedì 15 gennaio 2018

Anche in Cina le donne rompono il silenzio, #MeToo diventa #WoYeShi di ALESSANDRA SPALLETTA

La durissima denuncia online della trentenne Luo Qianqian sull'aggressione subita a 18 anni. Ma Pechino ha paura che la campagna si diffonda
#MeToo arriva in Cina e diventa #WoYeShi (#我也是). Il movimento contro le molestie e gli abusi sessuali scaturito dallo scandalo di Harvey Weinstein a Hollywood non aveva attecchito quaggiù. Fino ad oggi. A rompere il silenzio è stata una donna di trent’anni, Luo Qianqian, che il primo gennaio, racconta il Guardian, ha scritto una durissima denuncia online raccontando dell'aggressione sessuale subita all’età di 18 anni da parte del suo supervisore. La forza di parlare arriva dodici anni dopo. "Non c'è più nessun bisogno di avere paura...dobbiamo alzarci in piedi con coraggio e dire 'no'", ha scritto, lanciando l'hashtag #WoYeShi, il corrispettivo del #MeToo che ha fatto il giro del mondo.
In Cina l'80% delle donne ha subito molestie
Così, seppur lentamente, anche le donne cinesi iniziano a denunciare la misoginia, un fenomeno finora limitato soprattutto a causa del ferreo controllo di Pechino sui media. Secondo uno studio citato dal quotidiano anglosassone, l'80% delle donne cinesi ha subito molestie. Eppure sono pochissime le denunce. Secondo Leta Hong Fincher, esperta di movimenti femministi cinesi interpellata dal giornale, le ragioni vanno ricercate nella composizione della classe dirigente cinese, sostanzialmente maschile, in un Paese dove le concubine sono un costume antico e moderno. I leader del Partito Comunista Cinese sono “spaventati” dall’idea che alcuni membri di una élite “intoccabile” possano essere travolti da una simile campagna. Fincher non ha dubbi: #MeToo minaccia il potere, ed è così che la censura dei media si è intensificata.
“Perché #MeToo non è arrivata in Cina?”, ha twittato Josh Chin del  Wall Street Journal . “Un articolo su uno studente dell’Università di Pechino che sostiene che l’istituto abbia messo in piedi un meccanismo per prevenire abusi sessuali è stato più volte censurato su Wechat (la popolare piattaforma di messaggistica, ndr)”, spiega Chin, che allega lo screenshot: “Questo contenuto non può essere visualizzato perché viola le regole”. La censura online blocca qualsiasi contenuto considerato pericoloso e che rischia di minacciare la stabilità sociale. La situazione non è migliorata negli ultimi anni, con un clima politico sempre più repressivo nei confronti degli attivisti e avvocati che si battono per i diritti umani. Nel 2016 cinque femministe cinesi erano state arrestate perché volevano distribuire nei mezzi pubblici volantini e adesivi contro gli abusi sessuali.
Dopo Luo Qianqian le storie si moltiplicano
#WoYeShi sta facendo, lentamente, breccia. Le storie si moltiplicano. La giornalista Huang Xueqin, vittima anche lei di un'aggressione nel 2012, sta conducendo un'indagine sulla violenza contro le donne. C’è poi la studentessa Zheng Xi, che recentemente ha lanciato una campagna pubblica contro le molestie sessuali, ispirata dal movimento americano contro il silenzio. Finora, dice ancora Fincher, è venuta alla luce "solo la più piccola punta dell'iceberg".
La studiosa non teme ritorsioni su queste prime voci uscite allo scoperto: fino a quando questo fenomeno sarà gestibile, le autorità saranno presumibilmente inerti. "Non ci sono problemi se una singola donna parla della sua esperienza - ha spiegato - ma se qualcuna di queste donne la rende una grossa questione o comincia ad avere un prolungato sostegno sui social media, non ho dubbi che la polizia o qualcuno andrà a farle visita". Invitandole a bere una tazza di tè – un modo di dire in Cina per indicare gli interrogatori condotti dalle forze dell’ordine.
https://www.agi.it/estero/agichina/metoo_cina_woyeshi_violenza_donne-3352690/news/2018-01-09/


domenica 14 gennaio 2018

L’APPELLO DI CATHERINE DENEUVE È IMBARAZZANTE, NON CONTROCORRENTE DI JONATHAN BAZZI

Sono cresciuto tra donne abituate a sopportare. Insulti, scoppi d’ira, urla, in qualche caso pure le botte. Da piccolo ho subito, non comprendendolo, lo strano, onnipervasivo, vizio secondo il quale nei rapporti tra maschi e femmine, si ritiene (da sempre) che i primi abbiano modi e inclinazioni che le seconde devono alla fin fine semplicemente accettare. Le donne della mia famiglia – e non solo – quasi sempre e nonostante tutto sono rimaste, hanno perdonato o fatto finta di niente. Che si trattasse di aggressioni verbali, psicologiche o fisiche, di tradimenti o manifestazioni sessuali inopportune, nella mia infanzia tra le case popolari dell’hinterland milanese di Rozzano ho maturato una certa familiarità con quelle dinamiche di potere che vanno sotto il nome di patriarcato. Gli sfottò, sessuali e non, erano all’ordine del giorno: a tavola, in strada, non c’era differenza. La libido maschile e i suoi corollari non erano tenuti a contenersi. Anche se ero un bambino me ne sono accorto presto: ai maschi, per cultura, viene concesso molto. Troppo. Anche perché c’è sempre sullo sfondo la differenza di forza fisica e stazza: il rifiuto, l’opposizione, il contrasto possono portare allo scontro. E in quel caso è prevedibile intuire chi avrà la meglio. Per non parlare del potere economico e della questione del giudizio altrui e della reputazione.
Anche per tutti questi motivi autobiografici, nell’ondata di denunce e polemiche scatenata dal caso Weinstein ho deciso da subito di stare dalla parte delle donne: la posta in gioco è troppo alta e la storia delle prevaricazioni e degli squilibri è lunga come quella dell’umanità. E, proprio per le cose che ho visto e sentito sin da quando ero piccolo, trovo impresentabile l’appello pubblicato ieri su Le Monde di cui tanto si sta parlando in queste ore. Il testo, firmato da cento donne, tra cui anche Catherine Deneuve, compie il solito errore di bollare come “ondata puritana” l’insieme delle reazioni innescate dagli scandali di Hollywood: “In nome di un presunto bene generale, il puritanesimo usa l’argomento della protezione delle donne e della loro emancipazione per incatenarlo a uno status di eterne vittime, di poverette in balia di demoni fallocrati, come all’epoca della caccia alle streghe.” Le firmatarie francesi vogliono distinguersi e si dicono “abbastanza mature” da “non confondere un goffo tentativo di rimorchio con un’aggressione.” I commenti compiaciuti che si trovano su Facebook sotto la notizia dell’appello di Le Monde restituiscono bene il contesto affettivo in cui l’appello si colloca: “Prima di uscire con una donna fatevi firmare una liberatoria…”; “Se vedo una donna in giro e le urlo “bella gnocca”, che fanno? Mi arrestano?”; “Se continua così non si potrà più stare da soli con una donna in un qualunque locale e le donne dovranno portare gonne lunghe e velo”; “Le talebane del sesso femminile hanno veramente rotto”. Le talebane del sesso femminile sono quelle che, secondo le cento firmatarie francesi, fraintendono il femminismo per mettere in atto una “caccia alle streghe”, pretendendo di sottrarre alle donne il piacere del gioco della seduzione e del corteggiamento. L’uomo deve essere libero di provarci, anche goffamente, anche insistentemente. Quando una non vuole dice di no. Fine.
Insomma le francesi reclamano la tradizione, il “così fan tutti”: il costume comune per il quale il corteggiamento comporta sempre e comunque una parte di aggressione o insistenza e può fare a meno – davvero o per finta – del consenso. Un modello sicuramente diffuso e consolidato, ma che forse ora stiamo provando a superare. E lo stiamo facendo anche proprio grazie a questi recenti scandali e al successivo flusso di #metoo, che hanno avuto il senso di diffondere l’idea che no, le cose non devono per forza andare come sono sempre andate. L’appello di Le Monde minimizza il problema e, in nome della libertà sessuale, tenta di restituire al maschile il suo predominio culturale: gli uomini nei rapporti con le donne non sono dei mostri, non vanno fermati, né educati. Il che qualche volta per fortuna è vero: ma è ingenuo (oppure ipocrita) non vedere il problema e la sua sterminata casistica, a livello pubblico e privato. Secondo Catherine Deneuve e le altre si è legittimate a denunciare solo se c’è stato l’agguato, solo se si è state aggredite, immobilizzate, penetrate contro il proprio volere. Il resto non conta, non esiste, non è degno di essere raccontato. Gli uomini hanno i loro modi e le donne che sanno stare al mondo amano anche l’uomo molestatore, hanno un gran pelo sullo stomaco: non si scandalizzano. Da noi in Italia tentativi del genere di minimizzare la questioni sono arrivati per esempio da Natalia Aspesi e Sandra Milo, da donne spesso avanti con gli anni, incapaci evidentemente di concepire un mondo senza gerarchie di genere.
Quella che le firmatarie francesi ritengono essere la normalità va chiamata per quello che è: abuso, molestia, aggressione. “Difendiamo la libertà di importunare indispensabile alla libertà sessuale.” Dubito che le signore vogliano le mani sul culo, il capo che si masturba loro davanti, il provino che diventa assalto, i messaggi con ricatto, le dick pics al posto del copione – perché è questo che è successo nei vari casi di cui si è parlato nelle ultime settimane – ma se davvero lo desiderano sono sicuro che almeno ancora per un bel po’ troveranno qualcuno pronto ad accontentarle. Il cambiamento è iniziato, ma il traguardo è ancora lontano. Per tutte le altre, per quelle che preferiscono, per esempio, avere il diritto di separare la vita lavorativa da quella sessuale, il fenomeno #metoo è stato importante e continua a esserlo, perché ha tracciato un precedente sociale macroscopico e contrario al senso di marcia della tradizione, al silenzio e alla connivenza che la società ha sempre offerto agli abusi di potere maschili.
“Lo stupro è un crimine, ma le avances insistenti o goffe non lo sono, né la galanteria è un’aggressione maschilista”: ma cosa c’è di galante nelle storie emerse da Weinstein in poi? I tweet e i post di #metoo raccontavano forse di galanterie non gradite? Quello che le firmatarie ignorano è proprio come si possa parlare di costrizione in assenza di costrizione fisica. Ma il problema è loro e loro soltanto: non sanno o fingono di non sapere. O forse non ricordano. La vulnerabilità di un’aspirante attrice di 20 anni certo è lontana anni luce dalla sensibilità di un’attrice affermata di 60 o 70 anni.
Non può esserci libertà di molestare, neppure se le signore in questione minimizzano il problema: non tutti i desideri sono leciti, alcuni sono espressione di una psiche fragile o solo rimasta un po’ indietro, non al passo coi tempi. Ritenere che limitare lo strapotere maschile leda la libertà sessuale manifesta un pensiero poco capace di apprezzare l’evoluzione della società. Il consenso deve essere una variabile necessaria e non equivocabile, al contrario di quello che è successo finora, soprattutto quando si trattava del corpo e del desiderio delle donne. I ragazzi e gli uomini non devono essere odiati, ma devono imparare ad ascoltare, a fermarsi e anche a rinunciare, quando è il caso. È questo che promuove la libertà sessuale. Di tutti.
http://thevision.com/attualita/catherine-deneuve-appello-copy/