giovedì 21 settembre 2017

LE RAGAZZE SONO GIÀ EDUCATE ALLA DIFFIDENZA MA NON FUNZIONA E NON BASTA di FRANCESCA MANDELLI


Noemi Durini è scomparsa domenica 3 settembre in provincia di Lecce. Aveva solo 16 anni. Li avrà per sempre, perché dieci giorni dopo la sua scomparsa, il fidanzato, un giovane di diciassette anni con alle spalle tre trattamenti sanitari obbligatori, ha confessato di averla uccisa (e non importa come) indicando il luogo in cui si trovava il cadavere. Il padre del giovane è indagato per concorso in omicidio volontario. La vicenda ha diversi lati oscuri, tanto che il Csm ha aperto un fascicolo sulla procura per i minorenni di Lecce alla quale la madre di Noemi aveva già segnalato la pericolosità del ragazzo. Una denuncia, quella della donna, completamente inutile.
L’ultimo post pubblicato su Facebook dalla ragazza rivela la consapevolezza di vivere un rapporto malato, fatto di abusi e violenze, che niente hanno a che vedere con l’amore: «Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore, se ti picchia. Non è amore se ti umilia (…). Il nome è abuso. E tu meriti l’amore. Molto amore. C’è vita fuori da una relazione abusiva. Fidati!». Una vita che Noemi non avrà modo di vivere, come le 117 donne uccise nel 2015 nel nostro paese (dati della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna).
Oggi, una donna su tre subisce violenza nel corso della sua vita e i fatti delittuosi sono in aumento, soprattutto – come afferma la presidente di Cerchi d’Acqua, Graziella Mazzoli, che da oltre trent’anni si batte contro la violenza di genere – perché l’uomo non si adatta ad accogliere un rifiuto.
Che fare quindi? «Purtroppo è necessario che le ragazze sappiano che i rapporti con i ragazzi, e con gli uomini in generale, possono comportare dei rischi», scrive Valentina Saini su queste pagine, che continua, «Rischi da non dare per scontati, ovviamente, ma neanche da liquidare come rari o patologici o eccezionali. Bisogna educare le ragazze a individuare subito i segnali di pericolo, e ad agire di conseguenza». Mentre si educa la società al cambiamento culturale necessario affinché non vi sia più la piaga del femminicidio e del maschilismo, bisogna educare le ragazzine, le donne, alla diffidenza, afferma Valentina.
Insomma, bisogna tamponare, in attesa di risolvere il problema, ma a farne le spese, sono comunque le donne. Il punto, però, è che a quella diffidenza, in un modo o nell’altro, sono già educate, siamo già educate, tutte. Da quando sono adolescente, scelgo di non camminare da sola in luoghi isolati la sera, soprattutto in città, mi guardo alle spalle se rientro col buio d’inverno, ho sperimentato la paura di certi sguardi, e il terrore che qualcuno mi stesse seguendo (e sì mi stava seguendo). Se prendo un taxi a tarda sera, chiedo al tassista di aspettare che sia entrata in condominio prima di andare via. Da ragazzina, ho imparato che se metto il rossetto rosso, allora non devo troppo truccare gli occhi, e non per una questione di buon gusto, ma per non sembrare quella che molti definirebbero una facile, perché “non si sa mai”. In coda per entrare nei locali, ai concerti, ho avuto addosso “per sbaglio” le mani di molti uomini, italiani e stranieri. Cosa sarà mai una “palpata”?! Ho avuto la fortuna (perché anche di questo si tratta) di aver vissuto e vivere relazioni sane, ma mi sono ritrovata, a volte, a dover difendere lo stesso il mio diritto ad essere fisicamente e mentalmente libera e considerata in qualità di persona, al di là del genere. Pretendo per questo rispetto. Come me, moltissime mie amiche, a volte anche a sproposito, alzano la guardia se un uomo urla troppo forte, o ha un atteggiamento che somiglia al sessismo, al maschilismo. Siamo già educate alla diffidenza, soprattutto noi fortunate, cresciute in un contesto comodo e accogliente, in famiglie in cui un uomo o una donna hanno esattamente lo stesso valore di essere umani, le stesse opportunità, gli stessi diritti e doveri (mio fratello comunque cucina molto meglio di me). E in ogni caso, molto spesso, la violenza di genere non è affatto frutto di situazioni di degrado o emarginazione come spesso si pensa, quindi, anche le più fortunate ne sono vittime.
Non sono sicura, nonostante tutto, che continuare ad educare alla diffidenza le ragazzine, mentre la società si impegna e lavora per il cambiamento che ormai noi donne aspettiamo da sempre, possa essere una delle strade migliori da percorrere oggi, peraltro in un momento in cui le più varie paure verso l’altro vengono continuamente alimentate. Non vorrei che mia nipote vivesse tenendo alta la guardia. Forse ha ragione Valentina, che spesso si occupa di questioni di genere e femminismo, e la cruda realtà suggerirebbe una soluzione di questo tipo, insieme a molto altro. Di sicuro però (e su questo siamo d’accordo) c’è l’esigenza di un’educazione ai sentimenti, al rispetto dell’altro, che è sempre diverso da noi. Anche perché l’educazione alla diffidenza non mi sembra che abbia granché funzionato finora.
http://www.glistatigenerali.com/questioni-di-genere/le-ragazze-sono-gia-educate-alla-diffidenza-ma-non-funziona-e-non-basta/

L'autopsia in prima pagina: quando la cronaca diventa abuso di Francesco Merlo

La 'nera' tra tv e giornali. Quello di Noemi Durini è soltanto l'ultimo caso della deriva di un certo tipo di giornalismo italiano
È ODIOSA la deriva selvaggia di questo giornalismo italiano che attizza la morbosità e ti fa dimenticare la sedicenne uccisa a Specchia e l’oltraggio subito da tutte le ragazze del mondo, presi come siamo a violarne gli spasmi sotto le pietre, “anzi no, era un coltello”. Ora al pantografo sono finite le ferite, il sangue e la lama affilata. Ma le mani restano manacce che colpiscono e manine che si chiudono, e la descrizione dei colpi di bastone ti fa sentire il legno che sbatte sulle ossa. Poi si passa ai lividi vecchi che, recuperati e rinfrescati dal sempre più pietoso prosatore, bene illustrano le botte dei titoloni a tutta pagina. E così, alla fine, quando arrivi in fondo all’articolo e già attacchi il secondo, che viola lo smarrimento della madre, e poi ce ne sono un terzo sull’arma e un quarto sul luogo dell’esecuzione, alla fine, dicevo, non c’è più la morte di una bella ragazza che tutti avremmo voluto come figlia, ma c’è solo l’infinita indecenza. E non è vero che lì c’è il Dio dei dettagli, la storia concentrata. Al contrario, c’è la fuga dalla notizia alla pornografia. E più ti avvicini e più ingrandisci il dettaglio morboso più Dio si allontana da te, dal giornale, da tutti.
È un giornalismo spudorato quello che in video mostra l’androne dove sono state stuprate le due ragazze americane a Firenze: «Non ne facciamo il nome» dice lo scoopista indignato mentre ci accompagna a casa loro, e in quel buio dove è stata consumata la violenza prova a rievocare lo smarrimento, vorrebbe misurare l’incommensurabilità del dolore, ma la verità è che, in questo modo, la cronaca del delitto diventa a sua volta delitto, e la notizia dello stupro è lo stupro della notizia.
Ed è stato un interrogatorio “di polizia”, anzi una vera e propria trappola quella di Chi l’ha visto? ai genitori del fidanzato assassino. Il padre e la madre di Vincenzo hanno appreso dalla giornalista che il corpo era stato ritrovato e che il loro figlio aveva confessato: uno spettacolo orribile e terribile. Mentre cercavano, maldestramente, di difendere il loro ragazzo c’era infatti una bandella che annunziava quello che stava per accadere: «Ancora non sapevano che il figlio avesse confessato». Il padre, che è indagato, dice allora « bedda mia », si appoggia al tavolo, si agita come una bestia ferita: «Hanno creato un mostro» grida. Poi c’è la lunga inquadratura sullo strazio della madre che si abbandona a una serie di frasi sconnesse, straparla di killer venuti da lontano, infine sbotta «ora siamo morti» e piange nascondendo la testa tra le braccia conserte poggiate sul tavolo. Ecco, tutto questo ci ha lasciato non a bocca aperta ma a bocca chiusa. Anche la mamma dell’assassino ha diritto alla compostezza pubblica e alla disperazione privata. E invece la giornalista non le ha dato il tempo di dominarsi, di raccapezzarsi e l’ha esposta all’insana curiosità dell’Italia, ha ridotto la sua pena a tecnica spettacolare. Diciamo la verità: il rigetto è totale.
È vero che Mussolini aveva proibito la cronaca nera considerandola “eversiva ed emulativa” ed è stata una liberazione riappropriarsene, un dovere del giornalismo democratico occuparsene. È insomma giusto che la cronaca nera, che non è solo roba da stampa scandalistica, occupi anche le prime pagine dei quotidiani d’informazione responsabile, dei giornali-istituzione che sanno servire il pubblico con un controllo qualificato delle reticenze, svolgendo il ruolo dei grandi testi di riferimento del passato. Come si sa, infatti, la grande letteratura gialla proviene proprio dalla cronaca nera. Ebbene, grazie alla qualità dei giornali italiani, la cronaca nera nel dopoguerra è diventata letteratura, con Dino Buzzati, Orio Vergani, Tommaso Besozzi...
Ma ci sono dei doveri che il giornalista non dovrebbe mai dimenticare. E invece, in un crescendo che dura da un po’ di anni, anche colleghi sensibili, perspicaci e intelligenti, non si fermano più dinanzi alla sconcezza. Ma non è civile l’idea che il diritto di cronaca significhi infilare il naso nelle nefandezze. Ricordate il caso Cogne? Quell’omicidio ci colse impreparati. Non capimmo subito quello che stava accadendo nell’informazione italiana. In molti ricorderanno l’iniziale spaesamento e poi il crescente disagio dinanzi alla rappresentazione della violenza, alla voglia di mostrare nel dettaglio lo scempio di un corpicino, all’indugiare sul particolare raccapricciante, al calcolo dei colpi mortali, al dilungarsi sull’efferatezza, allo spacciare per scienza il bla-bla vanitoso degli psicologi del sabot assassino, alla sanguinolenta esibizione di sapere degli esperti di tragedie greche, alla truce chiacchiera su criminologia, cervello e maternità. Insomma, ci abbiamo messo un po’ di tempo a capire che dietro l’eccesso di cronaca c’era la morbosità, e che non si trattava di analisi fredda e neppure di resoconto intelligente, ma di compiacimento.
Poi però, da un omicidio all’altro, da uno stupro all’altro, da un femminicidio all’altro, siamo arrivati all’attuale accanimento dell’informazione sulla cronaca nera: la pedofilia (ricordate Rignano?), le streghe di Avetrana, Meredith, Yara, la mamma assassina di Loris... Ed è stata un’escalation che ha accompagnato la crisi dei giornali, la perdita di lettori, il bisogno di fare audience e di vendere copie. Sino allo stupro di Rimini e alla diffusione di quei verbali, che ovviamente avevamo pure noi, anche se non ci è mai passato per la mente che fossero uno scoop. Erano infatti una roba da pattumiera dell’anima, un’immondizia adatta al giornalismo- immondizia e non certo alla Rai, a Mediaset, ai grandi quotidiani e ai settimanali italiani che, come già denunziò l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi — nel 2003! — «danno un rilievo altissimo ai fatti di violenza», eccedono, insistono, scavano con un furore che «finisce per dare a quei drammi una valenza esemplare che essi sicuramente non hanno», e alla fine questa gutter press, questo giornalismo da rigagnolo, commette, concludeva Ciampi, «un grave attentato alla dignità umana».
Noi non pensiamo che la rappresentazione, il racconto, la fotografia, la discussione, anche quella inutile e oziosa sulla violenza, debbano essere denunziate più della violenza stessa. Ma una cosa è raccontare che c’è stato un caso di harakiri e un’altra mostrare lo sparpagliamento delle viscere. Ci sono cose che debbono essere fatte perché sono importanti: il magistrato, per esempio, deve indagare e anche, con la polizia, tendere tranelli. E il chirurgo deve operare. Ma l’operazione non si fa su Raitre o a Canale 5. E i processi si celebrano in tribunale. Né basta esibire un’indignazione morale che diventa essa stessa spettacolo. Durante il caso di Rignano, seguendo un’idea “neutrale”, furono messi a confronto in televisione i genitori dei bimbi e i presunti pedofili.
Esiste, secondo noi, l’abuso di cronaca che dovrebbe essere sanzionato, non in tribunale ma nelle coscienze, dalla cosiddetta deontologia, specie quando l’abuso si spaccia per verità senza tabù, per “necessità di sapere”, per scoop. Ci sono degli eccessi e ci sono casi di abbrutimento della vita che sono così eccezionali da meritare professionalità eccezionali che sappiano, quando occorre, anche chiudere gli occhi per pietà.
Così il racconto di uno stupro, come quello di Rimini, almeno sui grandi giornali come il nostro, deve essere riassunto, mediato dalla professionalità e dal pudore del giornalista, dal riserbo se necessario. Non può diventare un furto d’anima, uno squartamento interiore, il feroce avvilimento dell’umanità, un’orgia scritta di carne e liquidi, di posizioni, di sodomie, tutti convinti di scrivere come Balzac, Simenon e Truman Capote, tutti piccoli Tarantino, tutti virtuosi dello splatter. Tutti arrapati, invece,
che con la penna incidono, aprono, fanno l’autopsia, sporcano e si sporcano. La cronaca nera, ci insegnarono i nostri maestri, non si commenta mai. Ma, questa volta, per dirla con Montale: «Codesto solo oggi possiamo dirti, /ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»
http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/15/news/l_autopsia_in_prima_pagina_quando_la_cronaca_diventa_abuso-175568064/





martedì 19 settembre 2017

Che cosa non abbiamo fatto per Noemi? Si chiama «prevenzione primaria» e comincia nelle nostre case di Barbara Stefanelli

C’è un ragazzo di 17 anni che — se tutto verrà confermato — lapida una ragazza di 16, poi va e nasconde il corpo nelle campagne, qualche decina di chilometri più a sud, dove il Salento si chiude a punta nel Mediterraneo. Lo chiamano «il fidanzatino». Lo chiamano in quel modo che pare affettuoso, ma tanti sanno — sapevano — che è un giovane uomo violento. Noemi ha postato su Facebook e Instagram frasi sull’amore che non è amore «se ti fa male» e sull’uomo che «non è più un uomo dall’istante in cui alza le mani». La madre di Noemi è pure andata a denunciare tutto. Due procedimenti avviati: uno penale, uno civile. Nessun provvedimento cautelare.
Ancora una volta, qualcuno dirà che è la cronaca di una morte annunciata. Che non era complicato leggere tra le righe, o direttamente nelle righe, la minaccia diventata poi lapidazione. In questa storia resteranno due video che hanno incastrato l’assassino e tutt’intorno lo sguardo insufficiente di chi, prima, non avrebbe mai immaginato una fine così nera. O forse sì, qualcuno tra gli amici avrà anche temuto il peggio: e tuttavia non si è mosso, non è bastato.
Resteranno una madre che ha cercato di alzare lo scudo dell’autorità a protezione di sua figlia e un padre che ha aiutato il figlio a cancellare le tracce. E restiamo noi che, in un rito spaventoso, ci domandiamo — davanti ai nostri ragazzi che diventano adulti — che fare. Noi possiamo metterci di traverso: si chiama «prevenzione primaria» e comincia dai bambini per arrivare agli adolescenti, parte nelle case ed entra nelle scuole.
Non stanchiamoci di ripetere — e di dimostrare — che l’amore non ha proprietari. Insegniamo alle femmine a non scambiare il controllo per attenzione o dedizione, a non farsi lusingare dalle ossessioni, a non cedere mai alla richiesta di una prova d’amore e d’eroismo. E trasmettiamo ai maschi la bellezza e la radicalità della forza che riconosce la libertà, le fragilità, anche il fallimento. L’amore non è una pietra, né un coltello, l’amore non è un colpo di pistola.
http://27esimaora.corriere.it/17_settembre_13/che-cosa-non-abbiamo-fatto-noemi-si-chiama-prevenzione-primaria-quella-che-comincia-case-c606bb96-98cd-11e7-b032-1edc91712826.shtml

lunedì 18 settembre 2017

Ci stavano di Maria G. Di Rienzo

Ci stavano, dai. Questa è la linea difensiva dei due carabinieri di Firenze accusati di stupro. Intossicate al punto che una delle due quasi non si reggeva in piedi, le studentesse americane non hanno gridato, non hanno opposto sufficiente resistenza, non hanno detto no, hanno (chissà perché?!) avuto paura di due uomini armati. Secondo il più giovane dei carabinieri – che, mi si spezza il cuore, “in alcuni frangenti è scoppiato in lacrime” – sono “state le studentesse a invitarli a salire nella loro casa”, ma dovevano essere così in calore, le cagne, che a salire in casa non ci sono neppure riuscite: un carabiniere si è dato da fare nell’ascensore e l’altro nell’androne del palazzo.
È vero che erano in servizio, è vero che non hanno avvisato la centrale dell’accompagnamento delle ragazze, è vero che si sono fermati in una zona di competenza della polizia e non dei carabinieri, ma per tutto questo – virilmente e per l’onore della divisa – sanno di aver sbagliato e sono “pronti a pagare”. Per le bambole rotte no, e che diamine, si è mai visto un vero uomo prendersi la responsabilità di aver spezzato un giocattolo.
Questa faccenda sta invece avendo un grosso impatto sulla salute degli unici due esseri umani presenti… i carabinieri: con doverosa preoccupata gravità, i giornali ci informano che hanno le occhiaie e i volti tesi. Quando saranno riusciti a svangarla gettando la colpa sulle studentesse, bisogna proprio regalare loro una settimana di vacanza in un centro benessere o magari, visti i tipi, in un centro massaggi. E giustamente, di come stanno le ragazze americane non frega un fico a nessuno.
Ci stava, dai. Questa è la linea difensiva del 26enne israeliano accusato da una turista belga di aver tentato di violentarla. Si erano appena conosciuti in un locale pubblico: “Una chiacchiera tira l’altra e poi i due decidono di fare una passeggiata, lasciando gli amici al pub. Vanno in piazza Venezia, percorrono via del Corso, poi tornano indietro. Si dirigono verso il Campidoglio e lungo la scalinata lui tenta un approccio che lei respinge. Ci prova ancora e lei ancora lo respinge. Alla sua insistenza la ragazza inizia a urlare: gli agenti della polizia di Roma Capitale in servizio al Campidoglio la sentono e accorrono”.
Qui il caso sembra diverso: la giovane dice di no, ripete di no, grida. Ma non fa in realtà differenza alcuna, perché gli oggetti in tale tipo di situazione non possono avere voce in capitolo, nè alcun tipo di controllo sulla propria vita. Il tipo è convinto di essersi guadagnato il diritto di stuprarla, durante la serata: “Lei ci stava, assolutamente: mi aveva già dato un bacio, avevamo parlato tutta la sera, bevuto insieme, passeggiato, baciati ancora: ci stava, non c’è altro da dire”.
In tutto il mondo, gli uomini stuprano e uccidono donne in qualsiasi scenario possibile. Nelle case, nelle parrocchie, alle feste, per le strade, nei locali e spazi pubblici, sui mezzi pubblici, nelle automobili, nelle scuole, ai concerti, nei campeggi…
Le donne possono evitare, come è loro consigliato, le aree poco illuminate e prive di via di fuga; le donne possono stare il più possibile in casa, possono evitare di uscire la sera, di bere qualcosa in pubblico, di indossare gonne corte eccetera eccetera. Possono restringere la propria libertà sino ai minimi termini – e nulla cambia, perché sino a che gli uomini persistono nel considerare naturale, mascolino, giustificabile il loro comportamento violento e sino a che lo usano per stuprare e uccidere le donne continueranno ad essere stuprate e uccise. Non importa dove si trovino o cosa stiano facendo.
Sino a che non mettiamo in questione il punto dolente e cioè il collegamento diretto fra la mascolinità costruita socialmente e la violenza, l’unico mondo in cui le donne non saranno più assalite dagli uomini può essere solo un mondo in cui le donne non esistono più.

* Giornalista, formatrice e regista teatrale femminista, autrice del prezioso blog lunanuvola. Ha autorizzato Comune a pubblicare i suoi articoli.

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https://comune-info.net/2017/09/ci-stavano/

domenica 17 settembre 2017

Uomini che non accettano la nostra emancipazione Il commento di Dacia Maraini

Stupri, violenze, femminicidi? Tutte reazioni all’emancipazione femminile: più le donne diventano libere e autonome, più provocano reazioni violente negli uomini che identificano la loro virilità nel possesso, nel dominio, nel potere.
C’è stato un rivolgimento dei ruoli della famiglia, la famiglia è cambiata, le donne hanno acquistato la capacità di scegliere per se stesse, di decidere della propria vita. Questo per molti uomini è insopportabile, diventano matti. Sono uomini apparentemente normali, bravi ragazzi, padri di famiglia, ma non reggono alla perdita del privilegio, del potere. Non reggono allo smacco, alla sconfitta. Non si uccide per amore, si uccide quando si perde qualcosa e non si sopporta di averla perduta.
 In fondo, in altro ambito, pensiamo alle lotte terribili tra operai e proprietari, pensiamo alla canzone «Se potessi avere mille lire al mese», a quel tempo in cui lavorare otto ore al giorno era un miraggio. Quelle otto ore sono state una conquista che è costata tante vite. Perché anche lì, in un ambito diverso, era una questione di potere, di privilegio di una parte su un’altra parte.
 Per accettare la volontà di autodeterminazione della donna, bisogna essere maturi, razionali, bisogna avere la capacità di adeguarsi, Non sempre gli uomini lo sanno fare. E hanno paura. La violenza nasce sempre dalla paura. La violenza non appartiene alle persone sicure, forti, armoniose, la paura appartiene agli insicuri, ai deboli, ai malati di nervi.
 Pima dell’autonomia magari la donna odiava il marito, ma lo sopportava perché fuori dal matrimonio la donna semplicemente non esisteva. Non è che i sentimenti fossero diversi, ma nessuna osava ribellarsi. Magari aveva un amante, magari più di uno. Ma non rompeva il matrimonio. Pensiamo ad Anna Karenina, una donna che si separa dal marito ma poi si butta sotto un treno perché non può restare in vita, perché la società la ostracizza. Pensiamo a Effi Briest, il romanzo di Theodor Fontane, che sostanzialmente racconta la stessa storia.
 Lo stupro poi è l’atto di violenza estremo. Simbolicamente è l’aggressione verso la sacralità del ventre della donna, dove nasce la vita, dove nasce il futuro. In guerra era lecito, faceva parte dei diritti del vincitore perché in questo modo si agiva sul futuro della generazione vinta. Tutti coloro che lo compiono, anche inconsapevolmente, fanno questo. Umiliare la donna nel suo potete di procreare.
La cosa che fa ridere - se non fosse tragica - è che tutti gli stupratori si difendono dicendo la stessa cosa, che la donna era consenziente. Se si vanno a studiare i verbali, il copione non cambia. È la loro unica difesa, soprattutto quando, come nel caso che ha visto coinvolti i due carabinieri, ci sono tracce biologiche di un rapporto fisico. Non possono dire che non è vero. Dicono che la donna ci stava. Perché nessuno dice di una persona rapinata che quella era consenziente? Basta pensarci, è la stessa cosa.

Testo raccolto da Laura Anello
http://www.lastampa.it/2017/09/14/cultura/opinioni/editoriali/uomini-che-non-accettano-la-nostra-emancipazione-zoqgz6wE2pVEvOIAQxfj9L/pagina.html

sabato 16 settembre 2017

Ultimo post di Noemi Durini

- non è amore se ti fa male.
- non è amore se ti controlla.
- non è amore se ti fa paura di essere quello che sei.
- non è amore se ti picchia.
- non è amore se ti umilia.
- non è amore se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piace.
- non è amore se dubiti della tua capacità intellettuale.
- non è amore se non rispetta la tua volontà.
- non è amore se fai sesso.
- non è amore se dubiti costantemente della tua parola.
- non è amore se non si confida con te.
- non è amore se ti impedisce di studiare o di lavorare.
- non è amore se ti tradisce.
- non è amore se ti chiama stupida e pazza.
- non è amore se piangi più di quanto sorridi.
- non è amore se colpisce i tuoi figli.
- non è amore se colpisce i tuoi animali.
- non è amore se mente costantemente.
- non è amore se ti diminuisce, se ti confronta, se ti fa sentire piccola.
Il nome è abuso.
E tu meriti l'amore. Molto amore.
C'è vita fuori da una relazione abusiva.
Fidati!
preso da un articolo de
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/13/noemi-durini-lultimo-post-della-16enne-uccisa-dal-fidanzato-non-e-amore-se-ti-fa-male-o-se-ti-picchia/3854764/

venerdì 15 settembre 2017

La libertà delle donne cuore dello scontro Bia Sarasini

È senza fine, lo strazio della violenza contro le donne. Ieri Lucio Marzo, 17 anni, ha confessato di avere ucciso Noemi Durini, 16 anni, scomparsa dal 3 settembre. E ha portato i carabinieri nel luogo dove ne aveva nascosto il corpo, sotto alcuni massi. Sempre ieri, è stato denunciato un tentativo di stupro sulle scale del Campidoglio, a Roma. L’aggressore sarebbe un israeliano. La notte precedente ancora a Roma lo stupro di una ragazza finlandese, da un ragazzo del Bangladesh.

Di qualche giorno fa la denuncia delle ragazze americane a Firenze, appena prima la giovane donna polacca stuprata a Rimini. Lo strazio è infinito, mille connessioni che si allargano come onde, dal punto in cui è stata esercitata la violenza. Avranno conseguenze nelle vite di tutte le persone coinvolte. Penso ai genitori di Noemi, alla madre, che non è riuscita a convincerla che quel ragazzo era violento. Non è servita neanche la denuncia che aveva presentato per ottenere l’allontanamento di quel ragazzo dalla figlia, non era stato preso nessun provvedimento.

Le adolescenti sfidano i genitori, la madre in special modo, come fare a proteggerle senza renderle prigioniere? È una domanda che non ha facili risposte. O meglio. Non le ha oggi. Oggi che le ragazze sono libere, nei paesi come nelle metropoli. Oggi che i divieti e le proibizioni non sono più la regola condivisa.

E la libertà – delle donne, delle ragazze – è il punto geometrico del conflitto. La solidarietà, perfino il dolore, sono pieni di ombre, di dubbi. Perché quelle ragazze sono in giro di notte? Perché si fidano di chiunque? Perché si permettono di andare in giro come se fossero dei ragazzi, dei maschi? Si ipotizza che Noemi sia stata uccisa al culmine di una lite.

Sulla sua pagina facebook l’ultimo post fa pensare. L’immagine è il viso di una donna malmenata, a cui qualcuno tappa la bocca. Il testo comincia cosi: «non è amore se ti fa male». Su instagram il profilo è più esplicito: «Il giorno che alzerai le mani ad una donna, quello sarà il giorno in cui ufficialmente non sarai più un uomo». Aveva capito? È stata punita perché voleva la libertà? Un’azione diretta, un atto di guerriglia individuale, lo definisco. Come lo stupro, le aggressioni sessuali. Tentativi di sottomissione, per mantenere l’ordine patriarcale. Contro tutte queste donne che si permettono di aggirarsi libere per il mondo. E per questo è così difficile ascoltarne la voce, a parte la retorica della vittima, che si rivela sempre più finta. Non è solo l’antico gioco delle donne perbene messe contro quelle per male. Il conflitto è a tutto campo, nelle vite private come nello spazio pubblico, nelle forme inedite della vendetta. Anche nella scena mediatica. Che non vuole lasciare la parola alle donne, alla loro visione.

Quel grande interprete del sentimento medio che è Bruno Vespa l’ha detto senza esitazione a Porta a Porta: «La prima vittima è l’Arma». Il corpo delle donne rimane un pretesto. Usato contro i migranti, per legittimare il razzismo. Occultato di fronte alla “grande onta” della perdita di onore maschile. Eppure le femministe lo dicono da sempre. La violenza, lo stupro sono compiuti da uomini. Giovanissimi e anziani, di qualunque nazionalità, colore, religione. Qualunque divisa indossino. Oggi è tempo di dire di nuovo che le donne sono, siamo, libere. Che stiamo nel mondo. Perché non tornare nelle strade di notte, insieme?
https://ilmanifesto.it/la-liberta-delle-donne-cuore-dello-scontro/