giovedì 23 maggio 2019

il 26 maggio si vota per rinnovare il Parlamento Europeo ed è importante votare e far sentire la voce delle donne

Il 26 maggio si vota per rinnovare il Parlamento Europeo  ed è importante votare e far sentire la voce delle donne

Queste elezioni, a 40 anni dalle prime a suffragio universale, avvengono in un momento in cui l'Europa è fragile.

Riappaiono all'orizzonte nuovi muri, nuove frontiere, nuovi nazionalismi che rischiano di rompere il patto di civiltà su cui è stata fondata l'Europa dopo gli orrori della seconda guerra mondiale e la caduta di fascismo e nazismo.

Noi crediamo che sia giunto il momento di ripensare l'Europa e le elezioni sono lo strumento con cui indicarne la giusta identità.

“La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”.
Così si concludeva il Manifesto di Ventotene, ispiratore della nascita dell'Unione Europea, nato dalle menti illuminate di tre Padri Fondatori Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e di una Madre Fondatrice poco raccontata, Ursula Hirschmann.

L'Europa ha bisogno del contributo delle donne, poco presenti nel momento della sua nascita. Di quelle donne che fanno della libertà, della pace, della democrazia, dell'integrazione, dell'accoglienza, della dignità, dell'umanità, dell'ambiente, del welfare, della parità di genere i valori su cui costruire i pilastri del Futuro: una barriera per bloccare i tentativi di portare indietro la storia col rischio di fare breccia nei diritti, a partire da quelli conquistati dalle donne.

Le donne elette nel Parlamento Europeo sono oggi  il 36% in rappresentanza di più del 50% della popolazione femminile e “ventunesimodonna” crede nell'importanza della democrazia paritaria, equilibrio di rappresentanza fra donne e uomini nei luoghi in cui si decide.

Poiché è possibile esprimere fino a 3 preferenze noi invitiamo a votare 2 donne e 1 uomo.
Se si esprimono 2 preferenze devono comunque essere presenti entrambi i generi, pena l'annullamento della seconda preferenza.



“La Stanza dello Scirocco” Scongiurata per il momento la chiusura Dopo il blocco del finanziamento di Regione Lombardia il Centro Antiviolenza per il momento rimane aperto con i fondi del Piano di Zona dei Comuni

“La Stanza dello Scirocco”, il Centro Antiviolenza interistituzionale situato in via Marzabotto a Corsico e finanziato su un Progetto sovracomunale da Regione Lombardia, ha rischiato la chiusura.
Regione Lombardia, contravvenendo a quanto scritto nella Convenzione di Istanbul che raccomanda l'anonimato come protezione delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza,pretende che venga inserito negli atti il codice fiscale delle donne che accedono ai Centri.
CADMI (Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano il primo centro antiviolenza italiano nato nel 1986, con storia ed esperienza di accompagnamento per le donne che intendono uscire dalla violenza) che gestisce il centro con la collaborazione delle donne dell'associazione Demetra di Trezzano, considera questa scelta impraticabile. Il codice fiscale, oltre a ledere il diritto alla privacy, mette a rischio l'incolumità delle donne che denunciano, dei figli e delle figlie, individuabili e raggiungibili dai coniugi violenti con le conseguenze che le cronache ci raccontano e che i Centri Antiviolenza incontrano quotidianamente.
Alle difficoltà con cui le donne si rivolgono ai centri antiviolenza si aggiunge ora anche la paura di essere individuate sin dalla prima accoglienza e impedisce la creazione di una relazione di fiducia con le operatrici. Un bel modo per aiutare le donne a denunciare i maltrattanti, liberarsi dalla violenza e ricominciare a vivere.
Inutili le motivate proteste, i tentativi tesi in questa fase a far concludere il percorso iniziato. Regione Lombardia non sente ragioni. Nulla da fare. Il Centro può chiudere.
Per fortuna i sei Comuni cui il centro fa riferimento decidono di autofinanziarlo con delibera del Piano di Zona attualmente gestito dal Sindaco di Cesano Boscone Simone Negri che ha condiviso e sostenuto le preoccupazioni manifestate dalle donne del territorio. Un solo voto contrario, quello dell'assessore Fabio Raimondo di Corsico, che ha ritenuto più importante anteporre le ragioni di Regione Lombardia alle negatività della chiusura del centro, negando alle donne attualmente assistite di concludere i faticosi percorsi iniziati.
Noi donne dell'associazione “ventunesimodonna”di Corsico, che dal 2016 facciamo parte della rete che accompagna il Centro, condividendo le preoccupazioni per l'inutile esposizione delle donne ai rischi della visibilità, abbiamo ritenuto importante un confronto con le operatrici della Stanza dello Scirocco e con la vicepresidente del CADMI Alessandra Garisto. All’incontro erano presenti le assessore alle politiche di genere dei comuni di Buccinasco, Cesano Boscone e Trezzano sul Naviglio e alcune associazioni di donne del territorio per una valutazione comune.
La questione non è risolta con il finanziamento del semestre giugno-dicembre. 
Rimane il problema del prossimo bando e delle strade da percorrere qualora la scelta di Regione Lombardia rimanesse invariata. 
Per il momento ringraziamo i Sindaci e le Assessore dei comuni del Piano di Zona che con la loro sensibilità hanno evitato un disagio alle numerose donne che cercano di uscire dalla violenza che quotidianamente subiscono.

domenica 19 maggio 2019

Period poverty: quando avere il ciclo costa troppo Emma Bubola

In Kenya, il 65% delle ragazze non può permettersi gli assorbenti, in Italia sono tassati più dei tartufi. Avere le mestruazioni è ancora considerato un lusso

In Kenya, il 65% delle ragazze non può permettersi gli assorbenti. Secondo l’Unicef, in certe aree del Paese africano, bambine e ragazze si prestano ad abusi sessuali in cambio di assorbenti. Nel sud-est asiatico, un terzo delle ragazze non va a scuola durante i giorni di mestruazione perché non ha accesso al materiale necessario per gestire il flusso. In India, 4 ragazze su 5 non hanno accesso ai prodotti sanitari e nelle zone rurali si usano pezzi di tessuto, ma anche polvere o sabbia per assorbire le perdite, aumentando il disagio nonché il rischio di infezioni.

In Occidente, dove il problema è marginale, l’accesso ai prodotti sanitari resta comunque problematico per molte donne e ragazze. In Inghilterra, il 10% delle ragazze tra i 14 e i 21 anni ha dichiarato di non potersi permettere gli assorbenti, il 15% di aver fatto fatica ad acquistarli e il 14% di averli chiesti ad amiche perché troppo cari. Con diversi livelli di gravità, questi fenomeni ricadono sotto la definizione di "period poverty", “povertà mestruale”: l'impossibilità di potersi permettere le attrezzature sanitarie adeguate per superare il ciclo mestruale in modo agevole e igienico.

Lo stigma
La povertà mestruale è legata a doppio filo allo stigma associato al sanguinamento mensile. In Nepal, il Chaupadi era una pratica ancestrale che consisteva nell’obbligare le ragazze con il ciclo a dormire fuori casa.
La tradizione è stata messa fuori legge nel 2017, ma nel 2018 una ragazza è morta per questo motivo. In Afghanistan è ancora diffusa la credenza che lavarsi durante il ciclo porti all’infertilità e in Giappone le donne hanno difficoltà a diventare chef di sushi perché le mestruazioni altererebbero il loro senso del gusto.
La versione occidentale di questo stigma è la vergogna nel parlare pubblicamente di mestruazioni, il nascondere l’assorbente nella manica quando ci si alza per andare a cambiarlo, o l’abitudine di andare in bagno con la borsa quando l’unica cosa di cui si ha bisogno è un tampax.

La mancanza di luoghi igienici
La mancanza di accesso a luoghi igienici dove gestire le perdite dovute al ciclo mestruale caratterizza, secondo l’Unicef, una scuola al mondo su tre. In India, la mancanza di toilette e acqua corrente nelle scuole fa sì che il ciclo sia considerato una delle cause fondamentali dell'abbandono scolastico da parte delle ragazze. L’abbandono aumenta il rischio di gravidanze in adolescenza e matrimoni infantili, e quindi di perpetuazione dei divari socio-economici esistenti.

Sanguinare una volta al mese è un lusso
In India, con la tassa dei Beni e Servizi del luglio 2017, i prodotti di igiene mestruale erano tassati al 12%, ma una campagna di attivismo è riuscita, nel settembre 2018, a eliminare questa tassa e ora gli assorbenti sono esenti da tasse. In Kenya la diminuzione della tassazione era iniziata nel 2004 e dal 2011 esiste nel Paese un progetto che ne prevede la distribuzione gratuita nelle scuole.

Anche in Europa campagne e attivismo sono riusciti a spingere i governi ad abbassare o addirittura eliminare la tassazione sui prodotti sanitari dedicati al ciclo mestruale. Spagna, Inghilterra, Francia e Belgio hanno ridotto la tassa sugli assorbenti dal 10 al 4%. In Irlanda i prodotti sanitari mestruali non sono tassati mentre in Scozia, lo Stato ha iniziato a distribuire gratuitamente assorbenti e tampax alle studentesse dell’università.

In Italia, gli assorbenti sono ancora considerati un bene ordinario, a cui si applica un’IVA del 22%. Nella stessa categoria ci sono trattamenti di bellezza, acqua minerale in bottiglia e elettrodomestici. Dall’ultima finanziaria invece, i tartufi sono tassati al 5% perché deperibili.
L'attivista Chiara Capraro ha creato una petizione che ha raccolto 180.000 firme per far abbassare l'IVA sugli assorbenti al 4%. La questione è arrivata in Parlamento, senza però riuscire a essere approvata, nonostante il presidente della Commissione Igiene e sanità Pierpaolo Sileri (M5s) avesse presentato un disegno di legge a questo proposito. Il 14 maggio la Camera ha bocciato la proposta di legge del PD che andava nella stessa direzione.
Al momento della proposta di legge, personalità mediatiche di tutti i campi si sono sentite in dovere di sminuirla. Anche la comica Luciana Littizzetto ha affermato che gli assorbenti non contavano nulla rispetto, per esempio, alla disparità salariale tra uomo e donna. Il problema di non considerare gli assorbenti un bene di prima necessità è però più profondo della sua palese incoerenza.

Laura Coryton, studentessa dell’Università di Oxford e fondatrice della campagna Stop Taxing Periods ha affermato: «Tassando le donne che hanno il ciclo mestruale, i governi sottintendono che sia un lusso per loro partecipare nella vita pubblica una volta al mese e che la società non valorizza il loro contributo».
https://www.open.online/inchieste/2019/04/19/news/period_poverty_avere_il_ciclo_costa_troppo-196064/

venerdì 17 maggio 2019


Perché oggi è la giornata mondiale contro l'omofobia di Giulia Giacobini

La data del 17 maggio è stata scelta per quanto avvenuto nel 1990, quando l'Organizzazione mondiale della sanità prese una decisione storica, cambiando la vita di milioni di persone

Tim Cook, ceo di Apple, ha fatto coming out nel 2014. “Sono orgoglioso di essere gay e considero la mia omosessualità uno dei più grandi doni che Dio mi abbia fatto”, ha scritto all’epoca in un editoriale su Bloomberg in cui dichiarava la sua scelta. Le sue dichiarazioni sono state universalmente viste come un atto di coraggio: prima di lui, nessun amministratore delegato di una grande impresa aveva ammesso pubblicamente di essere attratto da persone del suo stesso sesso. E la sua scelta avveniva in un anno molto importante per il movimento lgbt.

Oggi, 17 maggio, si festeggia la giornata mondiale contro l’omofobia, una ricorrenza molto rilevante, e quantomai necessaria. L’Organizzazione mondiale della sanità ha infatti considerato a lungo l’omosessualità una malattia mentale, e per diversi anni dottori e specialisti in tutto il mondo hanno provato a curare uomini che amavano uomini e donne che amavano donne.

La svolta è arrivata solo nel 1990, dopo anni di battaglie da parte della comunità Lgbtq+. Il 17 maggio di quell’anno l’Oms depennò l’omosessualità dalla lista. Da allora, amare una persona dello stesso stesso è considerata una “variante naturale del comportamento umano”, recita la definizione dell’organizzazione. E la giornata contro l’omofobia, istituita dall’Unione europea proprio nel 2004, si celebra oggi proprio per ricordare questa data storica.

Un lungo percorso
L’omosessualità è stata considerata per secoli un reato o una malattia (in alcuni paesi, come il Brunei, lo è ancora). Nel 1952, l’American Psychiatric Association la considerava un “disturbo sociopatico della personalità” mentre nel 1968 si arrivò ad accostarla ufficialmente alla pedofilia e alle devianze sessuali, considerati “disturbi mentali non psicotici”. Nel 1974, l’opinione della comunità scientifica iniziò a cambiare ma si diffuse l’espressione “omosessualità egodonistica”: I dottori che la utilizzavano erano convinti che le persone gay fossero a disagio e soffrissero perché non riuscivano ad accettare il loro orientamento.

In Italia, chi si dichiarava omosessuale o veniva considerato tale perché si travestiva o aveva atteggiamenti femminili, talvolta veniva rinchiuso in un manicomio. Ma, come scrive Gay.it, l’attrazione verso persone dello stesso sesso era considerata un problema morale, più che sanitario, e molto spesso il ricovero dipendeva dalla volontà delle famiglie e del paziente. In generale, le persone che venivano internate non assumevano farmaci ma venivano sottoposte a ripetute violenze psicologiche. Alcune, tuttavia, erano trattate con l’elettroshock.

Come l’Ue ha cambiato tutto
Il primo a lanciare l’idea di una giornata internazionale contro l’omofobia fu Louis-George Tin, attivista francese e curatore del Dizionario dell’omofobia, un libro che ripercorre la storia e le difficoltà di alcuni gay famosi come Oscar Wilde, analizza alcune teorie omofobe – dalla loro nascita alla loro infiltrazione nella società – e parla della situazione degli omosessuali nei diversi paesi del mondo. La prima giornata internazionale contro l’omofobia è stata festeggiata nel 2004.

Tre anni dopo, l’evento venne promosso anche dall’Unione europea. Nel 2007 l’europarlamento adottò infatti una risoluzione sull’omofobia che, all’articolo 8, ribadiva l’invito “a tutti gli stati membri a proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso e chiede alla Commissione di presentare proposte per garantire che il principio del riconoscimento reciproco sia applicato anche in questo settore al fine di garantire la libertà di circolazione per tutte le persone nell’Unione europea senza discriminazioni”.

Oggi l’evento è promosso anche dalle Nazioni Unite, festeggiato in 130 paesi nel mondo e volto a sensibilizzare le persone anche sulla bifobia e la transfobia, ovvero l’avversione discriminante nei confronti delle persone bisessuali e transessuali.
https://www.wired.it/attualita/politica/2019/05/17/giornata-contro-omofobia-perche-festeggia-oggi/?fbclid=IwAR20XiMniiUUL7XRSKB6o9s4BPqbVv8HxoMBEbEmJ-_YRfgdabtF5t_zB04&refresh_ce=