mercoledì 25 dicembre 2013

Auguri donne in lotta, la speranza non la porta Babbo Natale (Eretica)



Natale. Volevo fare gli auguri a tutt*. In particolare a quelle donne che lavorano per le feste, con contratti terribili o in nero. Quelle che aggiustano le vetrine, puliscono cessi nei locali, servono ai tavoli dei pub, si esibiscono nelle discoteche, rivestono manichini per esporre merce o la indossano per esporla a clienti e guardoni.

Auguri alle ragazze che mostrano il corpo, vendono sorrisi, sponsorizzano prodotti. Alle hostess di centri commerciali che assumono personale di bella presenza e che restano in piedi per ore e ore e ore. A quelle che vanno in giro a corpo svestito e devono sorbirsi da un lato gli sguardi maliziosi dei sessisti e dall’altro quelli moralisti delle donne che immaginano siano dignitosi solo i mestieri in cui vesti da suora.

Auguri a tutte quante, sperando che datori e datrici di lavoro abbiano in mente di pagarle il giusto, che possano assentarsi per starnutire, mangiare, pisciare. Auguri a quelle che devono animare, intrattenere, fare giochi scemi per far ridere clienti paganti in ristoranti, hotel, villaggi, iniziative varie.

Auguri a quelle che sono state assunte con contratti che durano due giorni per rappresentare le istituzioni in momenti ufficiali. Sappiate che le “istituzioni” sono quelle che vi pagano dopo due secoli e alla faccia della meritocrazia se non vi sta bene un completino uguale a quello delle hostess dei centri commerciali allora non vi pigliano. Sempre di vendita, tutto sommato, si tratta.

Auguri alle collaboratrici in senso lato, a quelle che lavorano a partita Iva, quelle che devono esserci a Natale e poi al cenone di Capodanno e hanno il sangue ai piedi per l’andirivieni tra cucine e sale dei ristoranti mentre ubriachi festeggianti e pereppereppeppari le fanno inciampare. Auguri alle studentesse fuori sede che per mantenersi già lavorano e non tornano a casa sicché si sentono sole rimpiangendo perfino quello che normalmente non tollererebbero.

Auguri alle donne in vacanza che una vacanza, in effetti, poi non la vivono. Quelle che devono stare in cucina, a preparare pranzi e cene per venti persone, ché hanno il “piacere” di vivere momenti di intensa fatica in famiglia, dove i ruoli sono a volte stabiliti a priori e dunque vedi gli uomini a giocare a carte e le donne a servire anche il dessert.

Auguri alle sex workers che restano al freddo, per la strada, sfuggendo le ordinanze pro/decoro di sindaci che vogliono multarle e schivando i tiri a pallini di gomma di giovani annoiati in vena di originali puttan tour.

Auguri alle migranti, le invisibili, le clandestine che guardano città dalle vetrine illuminate senza scorgere nulla di familiare che regali loro calore, fiato, accoglienza.

Auguri alle ragazze che dopo il sesso non protetto, distratto, sfortunato, devono superare obiettori e pro/life e fare chilometri e chilometri per una pillola del giorno dopo.

Auguri a quelle che vanno alle feste, si divertono, si ubriacano e quando raccontano di uno che le ha molestate devono sopportare quell* che “se sei ubriaca allora vuol dire che ci stai”, perché se esci, vai in discoteca, balli e ti diverti, secondo alcun*, poi non puoi dire no. Dicono che non lo puoi fare.

Auguri alle ragazze che vanno in giro mano nella mano e incontrano qualcun@ che dice che se sono lesbiche è perché non hanno trovato l’uomo giusto che le fa godere.

Auguri alle disoccupate, le precarie, le pensionate senza una pensione, quelle che non sanno dove sbattere la testa e vivono queste giornate col terrore di uno sfratto, un licenziamento, un pagamento da effettuare, a evitare telefonate minacciose di esattori e le scampanellate di pignoratori.

Auguri alle ragazze in lotta, dentro e fuori casa, quelle autodeterminate, che occupano e liberano spazi da regalare a tutt*, che sorridono, “difendono l’allegria e organizzano la rabbia”, irriverenti con l’autorità a fare le pernacchie ai patriarchi e alle matrone.

Auguri a tant*, non necessariamente a tutt*, perché a Natale non è vero che si è più buoni. Semmai un po’ più ipocriti a compensare il mito della festività utile a comprare e vendere, anestetizzando la realtà, mercificando sentimenti, lacrimucce senza senso, mentre la gente continua a perdere vita, metro dopo metro, sapendo che nessuno gliela restituirà mai.

Auguri a voi. Consapevoli che la speranza deriva dalla lotta, dalla ribellione ché non c’è nessun babbo natale, leggendario o istituzionale, che potrà mai regalarvela.

Auguri, ancora. E auguri un po’ anche a me

venerdì 20 dicembre 2013

Si può discriminare con un giocattolo? Alle bambine solo pentole e cosmetici



L’educazione alla parità di genere passa anche dalla scelta dei regali di Natale. E’ questo il messaggio sostenuto dalla campagna “La discriminazione non è un gioco”, lanciata dal blog “Un altro genere di comunicazione” che si batte conto sessismo e omofobia. L’iniziativa punta il dito contro i giochi che riportano le bambine e i bambini dentro i confini artificiali “di genere”: il rosa, i trucchi, le bambole e le cucine per le femminucce, i giochi di costruzione, movimento, avventura, esplorazione per i maschietti. L’idea di focalizzare l’attenzione sui prodotti per l’infanzia è il risultato di un’inchiesta, durata diversi mesi, che ha rilevato che alle bambine sono riservati giocattoli di simulazione di cura della casa e della famiglia, che stimolano l’istinto di accudimento, mentre ai bambini giochi che simulano il lavoro, “prevalentemente virile cioè caratterizzato per successo sociale o forza fisica”. I giocattoli “neutri”, di tipo scientifico tecnologico, sono spesso caratterizzati dalle foto di soli maschi sulle confezione. Quando invece un gioco è destinato ad entrambi i generi, esiste spesso una “versione femminile”, dove ritornano i colori rosa e si abbassa il livello delle conoscenze richieste. Secondo “Un altro genere di comunicazione”, infine, “tra i giochi per bambine, molti veicolano un modello estetico imperante, fatto di make up anche per piccolissime e di canoni estetici fuorvianti e innaturali. Bambole sottili, dalle labbra turgide e gli occhi truccatissimi”.
Per superare questi stereotipi, spiega Judith Tissi Pinnock, autrice del manuale “Bellezza Femminile e Verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista” e educatrice alla parità di genere nelle scuole, è necessario mettere in chiaro che “non esistono giochi da maschio e da femmina, perché sostenere questa differenza significa di per sé fare riferimento a categorie culturali, non naturali. Usciamo da questi vincoli offrendo ad ambedue i generi l’intera gamma delle opzioni possibili – dice Pinnock. – Se giocando s’impara, perché un maschio non dovrebbe divertirsi con un bambolotto e prepararsi a fare il genitore? E perché una femmina non dovrebbe usare costruzioni ed esperimenti preparandosi ad essere un’architetta, un’ingegnera, una scienziata?”.
Anche per i libri (regalo semplice ed economico per tutte le età), si possono seguire alcune indicazioni per combattere gli stereotipi, come quelle offerte dall’associazione Scosse. Tra i titoli suggeriti: “C’è qualcosa di più noioso di una principessa rosa?” che racconta la storia di Carlotta, stanca di principi azzurri e di doversi vestire di rosa; “Le mani di papà”, un libro cartonato per piccolissimi in cui le manone di un padre accompagnano la crescita, tra giochi coccole e scoperte quotidiane; “Più di un re”, un volumetto filastrocca che racconta la storia di Emma e delle sue due mamme; “Forte come un orso”, per definirsi e descriversi al di là dei cliché. Tra i protagonisti un bambino ‘operoso’ che si prende cura di bambole e animali e una bambina ‘selvaggia come una tigre’.

mercoledì 18 dicembre 2013

LETTERA DI UNA LIBRAIA PER UN NATALE CONTRO GLI STEREOTIPI DI GENERE


Care amiche (e cari amici),

in questo periodo il mio lavoro in libreria diventa un susseguirsi di pacchetti infiocchettati che finiranno sotto gli alberi delle case delle nostre bambine e dei nostri bambini.
Vengono comprati molti libri in più rispetto al resto dell’anno e credo che, proprio per questo, sarebbe giusto fare attenzione a quello che si sceglie e magari provare a selezionare, leggere e approfondire i regali che facciamo ai più piccini, che poi saranno i semini della loro cultura e della loro crescita intellettuale ed emotiva.
Per questo motivo, quest’anno, vorrei permettermi di darvi qualche consiglio, non perchè sappia più cose di voi, ma semplicemente perchè, per il lavoro che svolgo, conosco le ultime novità editoriali, nuovi editori emergenti, so quali libri non si trovano più e quali invece non sono ancora passati di moda.
Vi invio quindi una piccola lista di titoli in cui l’immagine della bambina, della donna, del femminile si pone fuori dagli stereotipi. E’ un elenco del tutto parziale ma spero vi possa tornare utile.
un abbraccio e un augurio di buone feste

Alice

Bambin* da 3 a 9 anni:
Diaz Reguera, C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa?, Settenove editore, euro 16,00
Turin Adela, Rosaconfetto e altre storie, Motta junior, euro 20,00
Tutti gli altri titoli di Adela Turin ristampati da Motta junior (euro 9,5)
Kemp Ogilvie, Principessa ribelle, Nord sud, euro 12,00
Bichonnier, Mostro peloso, Emme, euro 12,5
Mahi, Bum baby bum bum, Lo Stampatello, euro 12,90
Scheffler, Zog, E. Elle, euro 6,50
Chedru, La principessa all’attacco, Panini, euro 14,50
Heidelbach, cosa fanno le bambine, donzelli, euro 19,5
Heidelbach, cosa fanno i bambini, donzelli, euro 19,5
Lindgren, Pippi calzelunghe
Colli Bedini, Storia incredibile di due principesse che sono arcistufe di essere oppresse, lapis, euro 11,00
Roncaglia, La principessa che leggeva troppe storie di principesse, Emme, euro 8,50

Bambin* da 9 anni in su
D’Elia, Nina e i diritti delle donne, Sinnos, euro 15,50
Pitzorno, L’incredibile storia di Lavinia
Pitzorno, extraterrestre alla pari, euro 12,50
Petricelli, Cattive ragazze, Sinnos, euro 12,00
Levi Montalcini, Le tue antenate, Gallucci, euro 13,00
Bindi Mondaini, Il coraggio di Artemisia, Einaudi, euro 11,50

infine una buona guida al corpo femminile per le bambine che diventano donne…
Redd, il mio corpo, Giunti, euro 16,5

lunedì 16 dicembre 2013

Oui, Je suis Feministe!



Io sono a Milano, che è in Lombardia, che è in Italia che è in Europa. Voi siete a Siracusa, Napoli, Tento, Pierolo, Ravanna, Mantova, Lecce…che sono in Italia, e che sono in Europa. Inizio così da un anno tutte le mie presentazione nelle scuole. Per far comprendere ai ragazzi/e che Europa non significa solo euro bensì idee che posso importare ed esportare dal mio Paese. Leggiamo questo utilissimo articolo di Giulia Camin da Parigi. Ragazze: non c’è cambiamento senza fatica, questo articolo è dettagliato, serio, completo e quindi richiede un po’ di tempo. Troviamolo, è importante:-)

L’altra sera ho ceduto alla tentazione e, cenando, ho seguito in streaming il confronto tra i tre candidati alle primarie del PD. Quattro gli uomini in scena: tre i candidati, un presentatore mediatore del dibattito. Neanche una donna presente. La domanda riguardante le pari opportunità è stata essenzialmente una e verteva, mi pare, sulla questione donne e lavoro. Quali le politiche da attuare? Quale futuro per le donne italiane e per il paese intero bisognoso di risorse in cui investire? Pochi, pochissimi, i secondi per rispondere a questa domanda, una fra tante.
Ho ripensato a quando, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, il 7 marzo 2012 ero al teatro La Cigale a Montmatre,Parigi, per seguire un dibattito non ripreso dalle telecamere in cui i candidati alle elezioni presidenziali rispondevano alle domande di 45 associazioni femministe francesi. Ricordo perfettamente la risposta di François Hollande, ma anche quella di Eva Joly o di Jean-Luc Mélenchon, al quesito “ Lei è femminista? Se sì, ci spieghi perché”. Quella sera credo di aver definitivamente capito che parlare di femminismo in Francia è piuttosto normale. Ricordo anche il piacere del sentir parlare dei politici in un luogo altro dalla televisione. Il tempo di un teatro, la calma, la lentezza di un dibattito lontano dagli slogan che utilizzano i politici pressati da un cronometro e l’assenza di quelle scenografie ridicole che rendono la politica più simile ad un quiz a premi che a qualcosa di concreto e reale che parla di noi e delle nostre vite.
Oggi ho ceduto di nuovo alla tentazione di collegarmi con l’Italia attraverso questo mezzo diabolico e meraviglioso che è internet; è domenica è a pranzo mi sono concessa un telegiornale. Uno dei pochi visibili dall’estero è quello del TG3. Al termine del notiziario, viene mandata in onda la rubrica “Fuori Linea”. L’avvilimento arriva con una delle notizie commentate: in Italia, per festeggiare i 18 anni, tra le ragazze si è diffusa una nuova moda, quella dei video pre-diciottesimo; si tratta di video clip da mostrare ad amici e parenti alla propria festa dei 18 anni. Le immagini che scorrono nel servizio mostrano ragazzine scimmiottare cantanti o attrici, la maggior parte indossa un costume da bagno. Il servizio mi ferisce e indigna non tanto per le immagini, indicative del rapporto che hanno con i media gli adolescenti di oggi, ma perché dalle parole della commentatrice non traspare alcuna riflessione critica. Nessuna riflessione sul perché queste ragazze vogliano sentirsi e vedersi nel ruolo di celebrità, nessuna riflessione sul fatto che le immagini mostrate siano un susseguirsi di stereotipi mediatici in cui la sessualizzazione precoce del corpo di queste adolescenti regna protagonista ( verso la fine vediamo una donna-cavernicola sensualmente selvaggia in stile Shakira, ragazza seminuda nella natura stile madre-terra o venere post-rinascinentale etc etc). Ma il punto centrale arriva con l’intervista ad un giovane uomo che ci spiega che per fare un regalo di questo tipo bisogna considerare di spendere dai 600 ai 1500 euro. La presenza di questo signore è quindi di tipo pubblicitario: è un fotografo e organizzatore, qualcuno che trae profitto da questo fenomeno, le immagini infatti lo ritraggono mentre scatta foto a delle ragazze. Le ragazze viste nei video sono giovani, non ancora maggiorenni visto che il video dovrà essere pronto per i festeggiamenti della maggiore età. Questo servizio a mio parere non è soltanto pericoloso, ma direi pedagogicamente anche disonesto; è collegato e segue nell’immediato la messa in onda di un telegiornale (trasmissione di informazione percepita dai più come obbiettiva e capace di filtrare le notizie più importanti e autentiche). Il tema principale, che è quello della mediatizzazione delle adolescenti, viene normalizzato, banalizzato; affrontato senza alcuna reale riflessione critica né sulle giovani generazioni né sulla nostra società così incapace di stare dalla parte delle adolescenti spesso gettate in pasto ai media con noncuranza.
L’Italia è al 71 esimo posto del Global Gender Gap Report 2013 (potete scaricare il pdf qui http://reports.weforum.org/global-gender-gap-report-2013/ l’Italia la trovate a pagina 232).
Il problema è strutturale e culturale e deve essere affrontato trasversalmente. La Francia non è il paradiso delle pari opportunità, capiamoci. Il fatto che io abbia trovato un lavoro qui e che io qui mi senta meno discriminata rispetto alle esperienze vissute in Italia non è necessariamente connesso a dati statistici rassicuranti. La differenza di salario tra uomo e donna qui si aggira intorno al 27%, rendiamoci conto. Però delle differenze sostanziali ci sono e si vedono. La Francia, nel Global Gender Gap report 2013, è al 45 posto. Ho letto post e articoli francesi in cui si manifestava molta amarezza nei confronti di un risultato non ancora all’altezza delle aspettative. In Francia la Ministra des Droits des Femmes, e porta voce del governo Hollande, si chiama Najat Vallaud-Belkacem, origini marocchine, classe 1977 (ha due anni in più di me e questo mi fa sorridere visto che da noi in Italia a 45 anni si è ancora giovani). Già dando un occhiata al sito internet potete rendervi conto del lavoro che la Ministra, aiutata da numerose associazioni, sta svolgendo per mettere in moto un sistema educativo anti-discrimatorio di lotta agli stereotipi a partire dall’infanzia e dalle scuole. E’ lì che si agisce per costruire una cultura anti-violenta del rispetto. Qui http://femmes.gouv.fr/category/prevention/ trovate le informazioni sul progetto ABCD: Egalité au coeur de notre école un dispositivo costruito nel corso di oltre un anno di lavoro volto realizzare progetti educativi sulla decostruzione di stereotipi e discriminazioni fra maschi e femmine. Il sito fornisce materiali per accompagnare un lavoro sperimentale realizzato nel corso dell’anno scolare 2013-2014 in 10 provveditorati volontari e riguarda 275 scuole e oltre 600 classi. Questo esperimento servirà da rodaggio, in futuro le classi che potranno partecipare saranno sempre più numerose. Qui un link con risorse gratuite scaricabili per la formazione di insegnanti, operatori, educatori, altre per attuare attività didattiche pedagogiche nelle classi o associazioni interessate http://www.cndp.fr/ABCD-de-l-egalite/accueil.html. Si tratta di un lavoro finanziato dallo stato volto alla sensibilizzazione dei cittadini e alla difesa e valorizzazione dell’infanzia e dell’adolescenza e costituisce solo una piccola parte del progetto di legge per la parità tra i sessi presentato nel luglio scorso e scaricabile qui http://www.najat-vallaud-belkacem.com/2013/07/03/tout-savoir-sur-le-projet-de-loi-pour-legalite-entre-les-femmes-et-les-hommes/ .
Gli assi più importanti di questa legge sono volti ad assicurare la parità nelle imprese come all’interno della convivenza domestica, a contrastare la povertà femminile legata a un mondo del lavoro ostile e refrattario alla valorizzazione delle risorse femminili, e a proteggere le donne da tutte le forme di violenza e generare la parità. Fa parte proprio di questo disegno di legge il divieto di realizzare concorsi di bellezza per minorenni, le cosiddette “mini-miss” (sempre per restare nel tema della difesa dell’infanzia). Vi prego di dare una letta, una rapida occhiata anche solo ai titoli e testi brevi contenuti nelle pagine che vi ho linkato; il francese non è una lingua così lontana dall’italiano e anche se non siete francofoni/e sono certa che riuscirete comunque a cogliere la struttura e la ricchezza dei materiali messi a disposizione da uno stato che lavora con e per i propri cittadini e cittadine. Vi sottopongo questa pioggia di link perché sono certa che una conoscenza approfondita dei passi in avanti fatti dalla Francia (o da altri paesi) in direzione di un’educazione alla parità e al rispetto fra i sessi non possa che farci bene e darci qualche spunto per fare altrettanto in Italia. Ne abbiamo bisogno!
Mi sono recentemente collegata al sito di un Ministero che praticamente non esiste, un ministero fantasma, quello italiano delle “Pari opportunità” http://www.pariopportunita.gov.it/ . Penso quindi al video http://www.youtube.com/watch?v=7HuGdeVG_40 che ho visto qualche giorno fa in cui Lorella Zanardo durante un incontro Ted Conference spiega l’immenso lavoro, non sempre riconosciuto, che sta facendo nelle scuole italiane con Nuovi Occhi per i Media. Ma mentre Lorella gira l’Italia in lungo e largo, e centinaia di blogger e associazioni di volontarie e volontari cercano di cambiare il paese attraverso l’innalzamento di consapevolezza, cosa sta facendo lo stato italiano? Sventola il tema del Femminicidio solo quando é materia sensibile per una campagna elettorale? Perché da noi non esiste per davvero un Ministero dedito alla difesa della parità e dei diritti delle donne? Alla protezione dell’infanzia, all’educazione al rispetto contro ogni forma di discriminazione e violenza? Pretenderemo risposte in materia prima di tornare alle urne? Come lo pretenderemo? Come ci organizzeremo per avere risposte, far circolare proposte, essere parte attiva ?
Pensiamoci e facciamolo studiando come si stanno muovendo anche altre paesi, soprattutto europei, per trovare una strategia comune e muoverci rapidamente nella stessa direzione. Voi cosa ne pensate?

venerdì 13 dicembre 2013

Nelson Mandela:Imparare a Vivere senza Consenso


I potenti piangono, pare.
Io non ci credo.
Piangi qualcuno che hai amato e stimato per ciò che è, non per ciò che rappresenta.
In questa foto Mandela ha l’età di molte di voi che leggete qui: un giovane avvocato, di belle speranze. Un uomo che crede che in un Paese democratico ognuno debba essere messo in grado di esprimere al meglio il proprio potenziale di persona.
In Sud Africa non c’era libertà. E dunque questo giovane uomo trascorre 30 anni, un terzo della sua vita in una cella.
Molti anni fa lessi “Lungo Cammino verso la Libertà”. Non è un libro appassionante, è a tratti noioso, però una delle lettura più edificanti che abbia mai fatto.
Perchè da quello scritto di MAndela ho imparato la pazienza, la perseveranza, l’andare avanti a testa bassa talvolta come un mulo, sopportando la fatica e l’umiliazione. Perchè se hai un ideale, e ideale significa molto più di obbiettivo, devi essere preparato a sopportare molto.
30 anni in una stanza raccontati in un libro: i giorni si susseguono e non c’è molto da dire , vero? Per noi figlie e figli di questi anni, è incomprensibile, abituati come siamo a politici e a manager che devono raggiungere obbiettivi trimestrali. Una farsa incredibile, perchè non c’è cambiamento reale che non abbisogni di tempo e fatica.
Non è stato Nelson Mandela solo il paladino della lotta all’apartheid. E’ stato l’esempio per molte attiviste e attivisti della fatica implicita che si deve sopportare nella preparazione alle battaglie per i diritti, che comportano sacrifici immensi, abbattimento dell’ego per decenni, e una forte centratura su cosa conti veramente nella propria vita.
Io che sono un granello di sabbia al cospetto di questa roccia d’uomo, devo la mia centratura a persone come lui, che mi hanno ispirata. Persone che mi tengono salda ai miei prinicipi e ai miei ideali, impresa difficile, circondate come siamo da falsi richiami.
Ragazze e ragazzi che leggete: ricordate che se ora ai funerali di quest’uomo andranno a migliaia i potenti di tutto il mondo, c’è stato un tempo lungo in cui da Mandela non andava nessuno. 30 anni, 365giorni x30, di solitudine e di rifiuto. Nessun consenso. E mentre sei in prigione, è durissimo riuscire a credere che ce la farai, che da lì uscirai e che la tua lotta sarà premiata.
Potresti anche non farcela. Ed è un pensiero che annienta.
Le persone come Mandela sono un faro, una luce nelle nostre vite. Insegnano a chi ha orecchie e testa per comprendere, di non farsi distrarre dal bisogno di consenso, perché le battaglie per i diritti il consenso dal mondo lo ottengono solo a battaglia vinta.
Coraggio delle proprie idee.
Ragazze che leggete, la battaglia per i diritti delle donne non prevede consensi dai conformisti, bisogna imparare ad essere forti e a farcela, se credete fermamente che ne valga la pena.
Ho fatto un esercizio: ho recuperato i quotidiani di 40 anni fa: molti dei nomi sulle prime pagine, non ci sono più. Ma quel che è importante tenere a mente è che non ci sono più nemmeno nel nostro ricordo. Spazzati via, famosi per qualche anno, non hanno lasciato nulla al mondo.
Immagino la stessa fine la faranno i tanti inutili di questa epoca e i loro cantori.
Nelsono Mandela, mentre i giornali scrivevano di politici dell’epoca i cui nomi ora non ricordiamo, stava ore sdraiato su una panca in una cella. Pensava. Dai più dimenticato.
Ecco, quella forza consapevole, ostinata e illuminata, di preparare pazientemente il domani del mondo, è la cosa più bella che ci ha lasciato.

martedì 3 dicembre 2013

Lettera agli uomini che odiano le donne di Cristina Comencini


Noi donne occidentali siamo le prime madri libere dal destino della maternità: possiamo scegliere di essere donne senza figli. Nella madre antica, il primo anno di vita e quelli seguenti creavano nel bambino un’idea di donna che si prolungava nell’età adulta, in cui il destino della ragazza era quello di sposa e madre e quello dell’uomo di trovare la donna madre dei suoi figli.
Non c’era rottura, contraddizione, tranne quella che derivava dall’infelicità e dal sacrificio insiti nel destino femminile. A noi, madri nuove, viene richiesto un doppio salto mortale: dobbiamo essere pronte allo stato fisico e mentale che permette lo sviluppo del bambino, ma restiamo donne libere, ambivalenti nel desiderio di vivere pienamente il rapporto esclusivo a due col bambino ma di non esiliarci dal lavoro lasciato. Nel passaggio di testimone dalla nuova madre alla nuova figlia, la bambina ne osserva la vita: la libertà, il lavoro, la parità e comincia a cercare, a costruire la sua identità sulla nuova identità della madre. Il figlio maschio di questa nuova madre e la madre nuova di questo figlio affronteranno invece una relazione molto complessa: la sessualità, l’immaginazione, il desiderio, la sicurezza iniziano a formarsi in lui con la madre dedita dei primi mesi e dei primi anni, che si trasformerà poi davanti agli occhi intimiditi del ragazzino, in una donna forte, sicura di sé, piena di autorità, che va fuori nel mondo senza paura, concorre col padre, tiene testa agli uomini.
Questo figlio cresce con l’idea che l’uomo non è sempre simbolo di forza, che il padre non ha l’esclusività del ponte col mondo, che non può riferirsi a lui per ogni aspetto della sua virilità nascente. Il padre gli sembra a tratti impaurito e lui tenderà a difenderlo contro la madre, prendendo così le parti di se stesso, messe a dura prova dalla sicurezza materna. Il ragazzo vede fuori casa molte ragazze che somigliano alla madre nuova che ha scoperto crescendo e non sa assolutamente come dovrà affrontarle, amarle, farci l’amore, pensa che potrebbe prendere la scorciatoia e incontrarne una più fragile o tradizionale, che si faccia guidare e proteggere da lui. E qualche volta la trova, ma non sa che anche nella più tradizionale delle donne il germe dell’autonomia conquistato dalle nuove madri è fiorito all’insaputa della ragazza. Capiterà che la ragazza si senta incerta come lui, che odi la madre nuova, con tutta la sua sicurezza vincente. E allora specularmente al ragazzo in cerca di un passato impossibile, si fingerà sottomessa, materna, unica. Una felicità fragile che si fonda su una frase fondamentale: noi non ci lasceremo mai.
E poi un giorno, lei o lui dirà la frase proibita: ti lascio. Solo che se la pronuncerà lui, lei piangerà e scriverà sul diario e ne parlerà con le amiche come nell’Ottocento. Lui invece potrebbe pensare di ucciderla, come si uccideva in duello nell’Ottocento per una donna, o farlo come avrebbe voluto qualche volta sopprimere la madre che quest’epoca gli ha dato. La violenza sulle donne — si celebra oggi la giornata mondiale contro il femminicidio — è frutto di questo nuovo, non un retaggio dell’antico. Usa forme antiche ma è del tutto nuova e legata alla libertà delle donne, delle madri, alle loro contraddizioni, al mutamento troppo lento degli uomini, dei padri di fronte a questa nuova libertà. Eppure è negli uomini, nei padri, nella loro riflessione, nella ripresa del loro ruolo centrale accanto alle donne che siamo oggi, che io penso possa compiersi la rivoluzione che le donne hanno iniziato.
Le nuove donne devono continuare a essere differenti dagli uomini e fare valere in tutti i campi la ricchezza della loro storia, della loro intelligenza, dei loro pensieri, ma devono anche cambiare nel profondo e lasciare agli uomini la loro parte di responsabilità nel nuovo mondo. I ruoli dell’uno e dell’altra, rimanendo differenti, possono sovrapporsi e prendere l’uno dall’altra. E la madre può cedere la sovranità assoluta per una libertà conquistata che apre le porte di un mondo vasto, ricco della presenza di Due diversi ma pari. E penso che il padre possa insegnare la sua nuova forza al figlio: un dominio sovrano che deve trasformarsi nell’accoglimento della differenza delle donne, della loro parità. Può insegnare al figlio a non averne paura, a parlarne, sottraendo così il dialogo sui sentimenti all’impero delle donne. Forse la nuova forza degli uomini è fatta anche del pianto di Ulisse — uomo per eccellenza — che nell’isola dei Feaci ascolta il racconto della guerra di Troia e piange, coprendosi il viso col mantello purpureo, «come donna piange lo sposo che cadde davanti alla città». Forse l’uomo può piangere ora come uomo, senza coprirsi il viso, anche davanti al figlio, e aprirsi nel racconto all’altro da sé. E le donne al contrario possono diventare più lievi, manifestare la loro imperfezione, dare ai figli la manifestazione vera di quello che sono e la possibilità di tenere testa senza violenza alle giovani donne libere che incontreranno nella loro vita adulta. Abbiamo la fortuna di vivere uno dei cambiamenti più importanti della storia, il mutamento profondo del rapporto tra i due generi, questo mutamento può cambiare il mondo e in questo nuovo mondo le donne e gli uomini possono amarsi e comprendersi molto più di prima.

martedì 26 novembre 2013

Venerdì 29 Novembre "La parola agli uomini" con Alessio Miceli di Maschile Plurale

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L'Associazione " ventunesimodonna" con gli uomini e le donne che dicono no alla violenza sulle donne e vogliono discuterne insieme ricercandone le origini incontra:

 Alessio Miceli di "Maschile Plurale "  
 Venerdì 29 Novembre  ore 20.30  centro U. Foscolo - via U.Foscolo, 3 Corsico
 
  Vi aspettiamo numerose e numerosi

venerdì 22 novembre 2013

25 Novembre Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Le iniziative di "ventunesimodonna" per dire NO alla violenza degli uomini sulle donne

Sabato 23 Novembre
ore 16 - presso lo Spazio Sociale "Nilde Jotti"
in via N. Jotti 11 -Corsico

Visione del film " Racconti da Stoccolma" di Anders Nilsson
Segue dibattito

Note sul film
Quando scende la notte Stoccolma si scopre intollerante e violenta. Dentro le case e fuori, sulle strade, esplode l'odio incontrollato di padri, mariti, fratelli. In una di queste notti si incrociano i destini di Leyla, figlia di una numerosa famiglia mediorientale, cresciuta secondo un rigido codice morale e religioso, Carina, madre generosa e giornalista di talento, umiliata dalle parole e dalle percosse di un marito meschino e geloso, e Aram, giovane proprietario di un locale, innamorato di uno degli uomini della sicurezza. Con modi e tempi diversi, Leyla, Carina e Aram impareranno a difendersi e a reagire ai soprusi.
Di questo riferiscono I racconti di Stoccolma di Anders Nilsson: delitti d'onore, violenze domestiche e tentati omicidi. Il regista scandinavo affronta (nel primo episodio) il problema dell'automatizzazione religiosa e culturale eretta a sistema, fondata sul culto della differenza, della gerarchizzazione e della categorizzazione. Leyla e la sorella maggiore Nina non sono definite a partire dalla loro individualità ma secondo legami di dipendenza all'interno della struttura familiare: sono figlie, sorelle e, se non verranno meno alle aspettative sociali e religiose sul ruolo che sono chiamate a ricoprire, saranno mogli.
In caso di trasgressione (anche solo presunta) la donna assume una posizione di irregolarità nella comunità, che provoca una rappresaglia feroce da parte del gruppo "disonorato". Lo schema concettuale non cambia per Carina o per Arem, a cui vengono negate l'identità e la possibilità di essere felici.


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Lunedì 25 Novembre  

“Scarpette rosse per non morire”  installazione
presso la fontana dell'Incontro -  via Cavour - Corsico dalle 15.00 alle 18.00
 
Zapatos Rojos - scarpette rosse - delle donne di Ciudad de Jàrez” è un progetto d’arte pubblica realizzato nel 2009 da Elina Chauvet che sta facendo il giro del mondo. Denuncia la situazione di Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti dove a partire dal 1993 centinaia di donne sono rapite, stuprate, uccise nella scarsa considerazione delle autorità e dei media nazionali e internazionali. E’ a Juarez che per la prima volta viene usato il termine “femminicidio“.

Le scarpe rosse  visualizzano la marcia rossa delle donne che ogni giorno versano sangue per mano dei propri padri, mariti, ex compagni.
Ogni paio di scarpe  rosse rappresenta una donna, la traccia di una violenza subita e al tempo stesso la volontà di continuare insieme il cammino verso l’eliminazione della violenza di genere.
Rosso
Il simbolo dell’energia vitale, della forza fisica e mentale, della volontà di opporsi ai maltrattamenti.
Rosso
Il colore scelto da Elina Chauvet e di un indumento che indosseremo.

L'installazione può essere partecipata portando un paio di scarpe da donna rosse

Intorno all'installazione discutiamo di violenza sulle donne e denunciamo l'insopportabilità del femminicidio
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Venerdì 29 Novembre
ore 20.30  centro U. Foscolo - via U.Foscolo, 3 Corsico
"La parola agli uomini"
con Alessio Miceli di "Maschile Plurale "  e con gli uomini e le donne che dicono no alla violenza sulle donne e vogliono discuterne insieme ricercandone le origini.

Servizi sociali, psicologi, forze dell'ordine: l'inerzia sul femminicidio costa più di una legge di stabilità


Per la prima volta un'indagine nazionale ha valutato quanto "vale" il silenzio sulla violenza contro le donne. E il risultato è drammatico: 16,7 miliardi di euro. La metà di una finanziaria "pesante"
21 novembre 2013    di CINZIA GUBBINI
Servizi sociali, psicologi, forze dell'ordine: l'inerzia sul femminicidio costa più di una legge di stabilità
ROMA - Costi sociali, a partire da quelli dei servizi alla persona e dell'impiego delle Forze dell'Ordine. Ma soprattutto umani e psicologici. Per la prima volta un'indagine nazionale ha valutato quanto costa il silenzio sul femminicidio e sulla violenza contro le donne. E il risultato è drammatico: 16,7 miliardi di euro. Praticamente la metà di una finanziaria "pesante". Per contrastare questo fenomeno, invece, si investe poco: solo 6,3 milioni di euro all'anno.
Il lavoro scientifico ha visto impegnati un pool di ricercatori di diversi atenei italiani, ed è stato valutato da un comitato scientifico di cui hanno fatto parte, tra gli altri, rappresentanti dell'Istat, del Cnr e dell'università Bocconi. "Quanto costa il silenzio?", iniziativa promossa da Intervita Onlus e presentata oggi a Roma alla Casa del Cinema, parte dalla non facile stima di quante siano le donne in Italia che ogni anno subiscono violenza. Per violenza si intende qualsiasi tipo di sopruso: dallo schiaffo all'uccisione. I ricercatori sono partiti dai dati dell'ultima indagine dell'Istat - risalente a sette anni fa - li hanno incrociati con altri studi sul tema e hanno realizzato interviste strutturate a donne vittime di violenza. La conclusione è che nel 2012 una donna ogni 3 giorni è stata uccisa dal proprio partner, e che più di un milione di donne hanno subito almeno una molestia. Volendo stimare anche gli atti di violenza si arriva alla cifra stratosferica di 14 milioni: ovvero 26 al minuto.
Si tratta insomma di una vera e propria emergenza. Anche perché, dice la ricerca, questa enorme aggressività che attraversa la società italiana e i rapporti personali è invisibile: solo il 7,2% denuncia all'autorità giudiziaria. E quasi il 34% passa la vita senza raccontare quello che è successo a nessuno, nemmeno ai propri amici. Nonostante il parlamento abbia approvato un mese fa la cosiddetta legge contro il femminicidio e la normativa italiana punisca anche lo stalking, essere vittime di violenza è ancora uno stigma. Un fatto che ancora troppe donne considerano un problema personale, mescolando sensi di colpa e paure.
La ricerca "Quanto costa il silenzio" ha invece l'obiettivo di mostrare che la violenza contro le donne riguarda di tutti, a partire dai costi economici e finanziari sulla comunità. "Questo nostro studio - ha detto Marco Chiesara, presidente di Intervita - aumenta la consapevolezza di quanto la violenza sulle donne resti sommersa e di quanto siano spaventose le ricadute economiche e sociali. Emerge con forza che non è solo la donna direttamente coinvolta a scontare la violenza. Dopo una violenza sono tante le donne che perdono il lavoro per brevi o lunghi periodi. Per questo crediamo che sia necessario intervenire per tutelare, sostenere e promuovere l'inserimento lavorativo e il mantenimento del lavoro di donne che hanno subito violenza".
La mancata produttività delle donne vittime di violenza è stata stimata in 604,1 milioni di euro. Poi ci sono le spese sanitarie, per un totale di 460 milioni di euro, le cure psicologiche (158,7 milioni) e l'acquisto di farmaci (44,5 milioni). A questi costi si aggiungono quelli relativi all'impiego delle Forze dell'Ordine, stimati in 235,7 milioni di euro, quelli sostenuti dall'Ordinamento giudiziario (421,3) e il costo per le spese legali che sfiora i 290 milioni di euro.
Ma la spesa maggiore è senza dubbia quella relativa ai "costi umani e di sofferenza", che ammontano a 14,3 miliardi. Una stima raggiunta valutando le conseguenze della vulnerabilità in cui si trova a vivere il nucleo famigliare, l'impatto sulle relazioni fino alla trasmissione da una generazione all'altra della violenza. Un calcolo che si basa nel metodo su studi pionieristici a livello internazionale e utilizza come parametro il risarcimento danni in caso di incidenti stradali

giovedì 21 novembre 2013

La Toscana "sciopera" dalla parte delle donne



Cgil e Snoq: stop il 25.  La carta di Gucci.

 Nella giornata mondiale contro le violenze un minuto (o un’ora) di riflessione di ILARIA CIUTI

La Toscana "sciopera" dalla parte delle donne
Sciopero in Toscana contro la violenza alle donne, contro il femminicidio per cui in Italia viene uccisa una donna ogni tre giorni. Lunedì 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza alle donne. Uno sciopero in tutti i luoghi di lavoro che le donne della Cgil, le quali organizzano la giornata del 25 insieme a Snoq (Se non ora quando), chiamano «simbolico». Sarà una fermata breve, anche di qualche minuto, un quarto d’ora, un’ora, a seconda delle situazioni. In cui una donna per ogni luogo si fermerà e farà fermare tutti pronunziando le parole dure della prepotenza e della morte e leggendo un qualsiasi brano che parli di questa violenza orrenda che invece di diminuire aumenta.

Sarà come il sasso nello stagno che si propaga lontano. La lettura provocherà il coinvolgimento delle compagne e i compagni di lavoro ma anche, se si tratterà di un negozio o di un supermercato, di chi è lì in quel momento lì, dei clienti. Donne e uomini, perchè a tutti sarà rivolto il discorso: se lo vorranno ascoltare e ci vorranno pensare. Per rendere evidente l'adesione alla manifestazione donne e uomini indosseranno un adesivo e qualcosa di rosso, simbolo della ribellione alla violenza contro le donne a al femminicidio.

Si mobilitano le donne, ma anche una grande impresa della moda di lusso a livello internazionale. Gucci sarà il marchio pilota in Italia della lotta contro la violenza alle donne lanciata da Kering, il gruppo francese cui la maison fiorentina appartiene. La Fondazione Kering ha firmato ieri la Carta contro la violenza insieme all’associazione Donne in Rete(D.i.Re), Francois Pinault per Kering e Titti Carrano per D.i.Re. Gucci formerà alcuni dei suoi dipendenti perchè aiutino gli altri in azienda, le donne soprattutto, a riconoscere una violenza ancora spesso sommersa e che, recita la Carta, «si consuma al 75% in famiglia o in ambito di relazioni sentimentali». Le indirizzeranno, se necessario, ai centri di D.i.Re sui vari territori. Con la speranza, dice il direttore creativo della griffe, Frida Giannini, «che questo progetto sia di grande ispirazione anche per altre aziende».

Tornando allo sciopero, «il 25% degli uomini italiani sono maltrattanti», afferma Annamaria Romano (FisacCgil), spiegando che da qui al 25 novembre la Cgil consegnerà e a donne e uomini 5.000 cartoline con la foto della scalinata di San Gimignano ricoperta di scarpe rosse, simbolo dell’assenza e dunque delle donne uccise, da spedire alla presidente della Camera Laura Boldrini. Per dire che «la violenza sulle donne è una sconfitta per tutti». Scarpe rosse anche nel flash mob previsto la mattina del 25 in piazza Santa Croce. Mentre in quello della sera saranno detti i nomi delle donne uccise. Snoq proporrà anche un concorso per le scuole per cui i ragazzi dovranno realizzare dei cartelloni pubblicitari senza riprodurre stereotipi di genere.

«La legge del governo non basta», dicono Romano e Lea Fiorentini di Snoq. Non basta la repressione, ci vuole una grande battaglia culturale «in un paese ancora fatto a misura di uomo». Dove, ricorda Romano, «fino dalle fiabe, i ruoli sono una prigione: le donne che aspettano passive il bacio risolutore del principe e il principe è inchiodato al ruolo di salvatore che non ha dubbi e non piange».
Una battaglia culturale, spiega Fiorentini, per debellare una violenza subdola che svela l’orco dopo anni in cui si era mostrato come il migliore degli uomini inducendo le donne a pensare di esserselo meritato e a non riuscire a emergere da legami collosi in cui magari nel frattempo è comparso un figlio. «E poi conclude anche chi scappa viene uccisa. Senza nessun sostengo: il 70% delle donne massacrate aveva denunziato senza venire ascoltate».

(15 novembre 2013)

martedì 19 novembre 2013

Femminicidi, Istat: "Smettiamola di contare solo le donne uccise". Intervista a Linda Laura Sabbadini



"I femminicidi sono in aumento". "No, sono stabili". "In Italia si ammazzano meno donne rispetto al resto d'Europa". "È invece una escalation impressionante".
È infinito il battibecco sui numeri delle donne uccise nelle relazioni sentimentali, dibattito consumato sciorinando le cifre fornite ora dal Viminale, ora dalla lunga lista compilata annualmente dalla Casa internazionale delle Donne di Bologna. Per alcuni osservatori non esiste alcuna emergenza, anzi, è "propaganda".
Eppure è possibile porre un punto fermo sulla questione: "Smettiamola di contare soltanto le donne uccise perché è un esercizio limitante", esorta Linda Laura Sabbadini, direttrice del dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell'Istat e membro della commissione ONU che ha definito le linee guida a livello mondiale delle indagini statistiche sulla violenza contro le donne. Nel 2006 curò la prima vera ricerca sulla violenza contro le donne in Italia, mostrando una realtà sommersa e feroce: dieci milioni di italiane confessavano di avere subito violenza fisica, sessuale o psicologica nella stragrande maggioranza dei casi per mano degli uomini di famiglia.
Per Sabbadini non serve finire ammazzate per alimentare le statistiche: "I femminicidi sono la punta dell'iceberg. Dobbiamo comprendere tutte le manifestazioni di violenza di genere, fenomeno endemico e gravissimo che accomuna l'Italia al resto del mondo". In attesa della nuova ricerca condotta dall'Istat sugli abusi nei confronti delle donne, rifinanziata dal ministero per le Pari Opportunità, Sabbadini fa parte della task-force interministeriale sulla violenza di genere: suo il compito di coordinare le banche dati istituzionali e non, per creare finalmente un osservatorio permanente e costituire un sistema di monitoraggio.
Partiamo dai dati che fanno discutere. Da gennaio a oggi secondo l'Eures sono stati compiuti 81 femminicidi. Hanno ragione coloro che sostengono che il numero delle donne uccise dai partner sentimentali sono invariati negli anni?
Sì, il quoziente è sostanzialmente stabile. Sta crescendo la percentuale di donne uccise sul totale degli omicidi perché contemporaneamente diminuisce il numero di omicidi di uomini. Ma ciò non può indurre a sminuire il fenomeno. La situazione è grave, proprio perché il tasso di omicidi di donne non si intacca. D'altro canto non esiste solo la barbarie dei femminicidi, la violenza contro le donne è molto più ampia e fin quando non avremo i dati dell'indagine Istat che ne stima il sommerso non potremo dichiarare con certezza se la violenza di genere è in crescita o diminuzione, ma solo fare ipotesi. I dati devono essere letti rigorosamente.
È emergenza?
Non credo che stiamo assistendo ad una recrudescenza, ma, insisto, non per questo la situazione è meno grave. Il numero di femminicidi è letteralmente inchiodato da anni, mentre il numero degli omicidi degli uomini sugli uomini è crollato negli ultimi 20 anni. È come se stessimo in una situazione di gravità permanente. Dobbiamo capire che il fenomeno è strutturale e quindi è più difficile rimuoverlo.
Cosa risponde a coloro che obiettano che gli uomini vengono comunque uccisi in misura maggiore delle donne?
Che è vero e non solo in Italia. Ma gli uomini vengono uccisi da altri uomini per motivi differenti, spesso per criminalità organizzata. Le donne, invece, vengono uccise in quanto donne, mogli, fidanzate, ex compagne. Per contro la percentuale di uomini uccisi dalle loro compagne o ex compagne è bassissima. Per questo dobbiamo parlare di un fenomeno fortemente connotato e strutturale che trae le sue origini dallo squilibrio nei rapporti di genere.
Perché gli uomini arrivano a uccidere le donne che dicono di amare?
Il nucleo della violenza contro le donne è il rapporto di potere all'interno della coppia o della relazione. La violenza viene usata per ristabilire il potere maschile, è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell'uomo sulla donna. E man mano che la libertà delle donne aumenta il fenomeno diventa più grave poiché l'asimmetria è ancora più forte. Dobbiamo però cambiare rotta: smettiamola di contare soltanto le vittime di femminicidio. È un esercizio limitante. Dobbiamo invece comprendere tutte le manifestazioni di violenza contro le donne e mettere in campo strumenti di prevenzione e contrasto di lungo periodo che agiscano culturalmente, nel profondo, per evitare che queste violenze possano moltiplicarsi e permanere.
Quali sono gli stereotipi duri a morire sulla violenza di genere che una ricerca statistica può contribuire a eliminare?
La violenza di genere non è un raptus né la manifestazione di una patologia. Spesso quando le cronache riportano un femminicidio, se opera di italiano si parla di raptus o patologia, se straniero di barbarie culturale, come se ammazzare non fosse comunque una barbarie. Le ricerche sulla violenza di genere ci dicono invece che questa si esprime con una escalation di episodi sempre più gravi, non è quasi mai episodica e spessissimo i suoi autori sono lucidissimi.
Attenzione: queste caratteristiche sono costanti ovunque nel mondo e non soltanto in Italia. Stiamo parlando di un fenomeno strutturale, trasversale, che tocca i Paesi avanzati e i Paesi in via di sviluppo, i ricchi e i poveri, i colti e gli analfabeti: che va intaccato con politiche di ampio respiro. Noi abbiamo un tasso di omicidi di donne simile alla Svezia e più basso della Russia e della Finlandia.
È anche un problema delle donne?
Nella ricerca che l'Istat condusse nel 2006 scoprimmo che dieci milioni di donne avevano subìto violenza fisica, psicologica o sessuale, nella stragrande maggioranza dei casi per mano di un uomo della famiglia o comunque vicino sentimentalmente. Un numero enorme. Ebbene, il 30% di queste donne disse che non ne aveva mai parlato prima con nessuno e soltanto il 18% considerava quanto accaduto un reato e questo dato è in linea con le statistiche di altri paesi: le donne stentano a riconoscere la violenza del proprio partner. Sappiamo bene che molte sopportano perché sperano nel cambiamento del proprio compagno. Altre perché pensano che sia meglio per i figli avere la figura paterna: e ,invece, proprio le statistiche ci dicono che i figli che assistono alla violenza nei confronti della propria madre hanno una probabilità molto maggiore di diventare a loro volta mariti violenti da adulti rispetto agli altri. Ciò accade in ogni luogo a prescindere dalla latitudine. Si tratta della trasmissione intergenerazionale della violenza, cosa terribile.
Quali sono le priorità per smorzare la violenza di genere?
Io sono esperta di statistiche non di politiche, posso solo dire che servono strategie di breve e lungo periodo. I centri antiviolenza vanno fortemente sostenuti, sono fondamentali perché intercettano le donne nel momento più difficile. Ma occorre investire anche nelle strutture sanitarie, nelle forze dell'ordine, nell'educazione scolastica, nel lavoro ad ampio spettro culturale nell'ottica dell'integrazione, come ci dice la Convenzione di Istanbul. Bisogna essere coscienti del fenomeno, senza cadere nell'errore di sminuirlo. Non abbiamo bisogno di un bilancino per stabilire se siamo di fronte a un problema gravissimo: un Paese democratico non può tollerare che dieci milioni di cittadine siano vittima di violenza, sia essa psicologica, fisica e sessuale. Soprattutto, se consideriamo che un quinto di quelle italiane dice di avere avuto addirittura paura per la propria vita.
L'Italia è un Paese fortemente maschilista?
Tutti i Paesi del mondo sono maschilisti, anche l'Italia lo è. Ce lo dicono i dati. Non esiste un luogo dove la violenza di genere sia stata eliminata. Esistono, è vero, Paesi dove il carico di lavoro familiare è distribuito in maniera più equa tra uomini e donne. Ma, ovunque la violenza di genere stenta ad essere compressa o eliminata. La verità è che il mondo non è pronto alla libertà delle donne, le resistenze maschili al cambiamento sono fortissime. Sta anche alle donne reagire con forza.

lunedì 18 novembre 2013

È morta all'eta di 94 ani la scrittrice britannica Doris Lessing, vincitrice del Nobel per la Letteratura nel 2007.


 Lo riferisce il Guardian.

Autrice di ben 50 romanzi, la Lessing fu testimone dei totalitarismi del secolo scorso ed autorevole intellettuale.

ALLA NOTIZIA DEL NOBEL ESCLAM0': «OH CRISTO!»

Il suo editore, HarperCollins, precisa che è morta serenamente questa mattina. Tra le sue circa 50 opere L'erba canta del 1050, Il taccuino d'oro del 1962, Sotto la pelle del 1994, Il senso della memoria del 2006.

Nata da genitori inglesi con il nome di Doris May Taylo in Iran nel 1919, si trasferì bambina nella Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Studiò in un convento, poi in una scuola femminile, ma a 15 anni lasciò gli istituti per continuare gli stud da autodidatta.

Nella vita adulta ha vissuto per mezzo secolo a Londra, si è sposata due volte, divorziando da entrambi i mariti, e ha avuto ha tre figli. Il cognome Lessing è quello del secondo marito, il tedesco Gottfried Lessing.

La Lessing ha ricevuto il premio Nobel nel 2007, undicesima donna a esserne insignita, battendo l'americano Philip Roth. Ai giornalisti in quell'occasione, ricorda il Guardian, commentò: «Ho 88 anni e non possono dare il Nobel a un morto, quindi penso che probabilmente abbiano pensato fosse meglio darmelo prima che io fossi fuori gioco». La motivazione del premio la definiva una «cantrice dell'esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».

sabato 16 novembre 2013

“E se ripartissimo dal linguaggio?”di Manuela Perrone


Succede ogni giorno.
 Che firme più o meno note dei nostri quotidiani e voci più o meno autorevoli della nostra radio deridano e insultino la presidente della Camera, “rea” di porre l’accento su distorsioni dell’immaginario che in altri Paesi non sarebbero mai ammesse.
 Che una scriva nei suoi articoli «la ministra» e il giorno dopo si ritrovi sul giornale «il ministro» perché qualche solerte collega ci ha messo le mani.
 Che mentre una o uno richiama l’attenzione sull’importanza del linguaggio e dei modelli che ogni giorno contribuiamo a veicolare con il nostro lavoro ci sia un’altra o un altro che prende a ridacchiare, ad alzare gli occhi al cielo e a replicare con i soliti argomenti: “non sono questi i problemi”, “non facciamo moralismi”.
 E se invece fosse qui la chiave per rilanciare l’autorevolezza della nostra professione? 
Se partissimo da una profonda comune riflessione sul tema dei linguaggi, ignorato, dimenticato e dileggiato proprio da noi che con le parole e le immagini contribuiamo a creare i codici per l’accesso delle persone alla conoscenza del mondo? 
Le spinte in questa direzione cominciano a essere numerose: il successo di un blog come «La 27esima Ora», le iniziative della rete Giulia, i contributi variegati del movimento “Se non ora quando”, le indicazioni di Loredana Lipperini e Michela Murgia per una narrazione corretta delle storie di violenza, il lavoro documentaristico di Lorella Zanardo sul corpo delle donne in televisione, l’occhio critico di Giovanna Cosenza, la denuncia costante del gruppo di “Un altro genere di comunicazione”. Fino all’appello di questi giorni della presidente Rai Annamaria Tarantola a interrogarsi sulle strade più adeguate «per ridare dignità alla donna agli occhi degli uomini e delle donne stesse». Che i vertici del servizio pubblico radiotelevisivo si pongano finalmente il problema è un segnale che non possiamo trascurare. Non si tratta soltanto di ragionare sugli stereotipi di cui il nostro stesso logos continua a essere infarcito: sarebbe estremamente riduttivo. In gioco c’è una sfida più ampia e più difficile: smarcarsi sia dal potere dominante, ancora maschile nelle logiche e nei metodi, sia dalle subculture che spopolano incontrollate sulla rete, a cui troppo spesso ci limitiamo a fare da cassa di risonanza, e recuperare ai giornalisti un ruolo diverso, più credibile e di nuovo autorevole.
Non inseguitori trafelati di cinguettii e status, non i postini senza diritti e senza contratti di cui parla giustamente Stefano Corradino, non i cronisti dimezzati deplorati da Corradino Mineo. Ma «storici del presente», per riprendere la felice definizione di Umberto Eco: documentati e capaci di raccontare i cambiamenti culturali in atto, a partire dalle relazioni tra donne e uomini che stanno destabilizzando il sistema patriarcale tradizionale. Usiamo questo tema come cartina di tornasole della nostra tenuta: oggi come oggi stiamo dando prova di saper tracciare la rotta del presente? O stiamo affogando arroccati sul vecchio che affonda, paralizzati nella riproposizione di modelli e schemi che non reggono più il confronto con il reale? Siamo stremate e stremati dal precariato, dagli stati di crisi, da un mercato del lavoro asfittico. E le giornaliste, ve lo assicuro, pagano lo scotto due volte. Ma se non rialziamo la testa subito siamo spacciati.
Sono passati 26 anni dalle «Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana» di Alma Sabatini, nate dall’esigenza di «dare indicazioni affinché i cambiamenti linguistici possibili registrino correttamente i mutamenti sociali», orientandosi a favore della donna. Ripartiamo da lì. E allarghiamo lo sguardo dai linguaggi – i nostri, quelli dei diversi mezzi con cui lavoriamo – ai valori intorno ai quali possiamo ritrovarci. O almeno provarci.

venerdì 15 novembre 2013

Baby escort della Roma bene: segno dell'idealità smarrita



Due fatti di cronaca in questi giorni hanno spiccato come facce opposte della stessa medaglia: lo scandalo delle baby escort dei Parioli di Roma e la Laurea in Ingegneria a Torino di Rachid Khadiri Abdelmoula. La prima ha lasciato riflettere sulle presunte responsabilità di una madre delle due ragazzine e sulla brutalità dell’indifferenza con la quale alcuni adulti rubano senza vergogna i sogni a una giovinezza venduta. Non lascia atterriti la scelta di certi uomini, ormai ne siamo avvezze, dopo gli usi e costumi di certe performance tutte nostrane, ma la mancanza di libertà nelle scelte dei giovanissimi. Perché una ragazzina deve fare sesso a pagamento? Proprio il sesso, quel passaggio che sancisce la conquista di una fase successiva all’infanzia, dove l’individuazione, lo sviluppo dell’identità anche sessuale si regola sui modelli genitoriali, e soprattutto sul superamento degli stessi. Bel superamento quello offerto da un modello cieco alla mercificazione! Ragazzine che nonostante quel brutto “gioco” intuivano lo scivolone, al punto di isolarsi dalle altre compagne di scuola, intuendo forse di essere portatrici di una realtà alienante. L’ansia di colmare un vuoto totale, in un Paese ormai con scarsissime speranze, soprattutto per i giovani, un vuoto colmato con l’uso smodato del fumo, dell’alcool, delle droghe, e di tanta informatica… I soldi per comprarsi l’ultimo ipad, o l’ultimo capo firmato, come sfoggiano i personaggi televisivi. Non contano più gli ideali, la dignità della persona, tutto è offuscato dalla mercificazione e dal possesso, quel possesso che spinge un adulto ad abusare di una potenziale figlia, sorella, nipote e senza vergogna. Ce l’hanno insegnato venti anni di vita made in Italy, che tutto è permesso, soprattutto il possesso e l’assenza di scrupoli, la mercificazione e quant’altro.
Dall’altra parte della medaglia c’è chi per farcela non ha venduto la sua dignità, ma solo accendini, coltivando un sogno tutto italiano, ma italiano di una volta…quello di laurearsi restando integro.
Il 27enne marocchino che ha passato una vita a vendere accendini e fazzoletti si è finalmente laureato in Ingegneria, il sogno della sua vita e ha detto no alla proposta di rappresentare la sua storia sul Grande Fratello, e non per snobismo, ma semplicemente perché i modelli non sono condivisibili dalla sua idealità, forza che l’ha portato senza deflettere a raggiungere il suo obiettivo.
Oggi, per strada, un’adolescente palesemente alterata dall’uso di sostanze urlava: “Signora, sono fortunata, non sono rimasta incinta”! La signora: “Non è bello esserlo”? La povera ragazza: “Dove lo metto un bambino, sulla strada, come me”?
Che dire a questa crudelissima realtà? Dove sono le strutture? Dov’è la politica che si confronta con il tessuto sociale? Dove i contenuti?
(03 Novembre 2013)
inserito da Bruna Baldassarre

giovedì 14 novembre 2013

La gentilezza è contagiosa! di Cristina Obber


BUONGIORNO!

Quando entro in un ascensore e dico Buongiorno! ad alta voce, mi pare di scuotere qualcuno dal torpore.
Stamane sono andata dal medico e anche lì la stessa storia di sempre. Sento aprirsi la porta, alzo lo sguardo verso l’entrata e aspetto. Aspetto un Buongiorno che non arriva, che rimane forse rinchiuso tra i pensieri, sovrastato da altre urgenze: E’ già arrivato il dottore?, Chi è l’ultimo?.
Allora lo dico io Buongiorno! suscitando stupore.
Mi accorgo che la persona in questione cerca di ricordare se ci siamo già visti, perché altrimenti non si spiega la mia attenzione. Risponde al mio saluto, ma saluta me, non gli altri.
Che cosa c’è mi chiedo, dietro quei Buongiorno che non arrivano, che soravvivono soltanto tra i sentieri di montagna, dove incrociare qualcuno significa ancora Incontrarsi.
Che cosa impedisce di salutare gli sguardi –e in ascensore soprattutto i corpi – a cui ci si avvicina?
Distrazione? Solitudine forse? E se è solitudine è inflitta o subita? Non mi importa degli altri o credo che agli altri non importi di me?
Forse è la mia presunzione che mi porta al saluto? Propongo accoglienza o cerco attenzione?
Se una persona esce dall’ascensore prima di me e non saluta significa che io e gli altri accanto a noi, per quella manciata di secondi, non siamo mai esistiti.
A me piacciono gli altri. Se entro in un luogo non mi sento tra estranei, ma tra persone che non conosco.
L’estraneità allontana, la non conoscenza incuriosisce.
Anche se in quello studio medico il mio sguardo ritorna sul libro che ho tra le mani, in quel saluto ho detto “Entra, sei il benvenuto, sei la benvenuta”. Non è necessario altro per riconoscersi.
Se uscendo dall’ascensore dico ”Arrivederci” significa Buone cose, niente di che. Lo stesso in treno, in aereo.
Non posso non salutare una persona che mi è stata a fianco per un paio d’ore. Non è questione di educazione, ma di condivisione. Di aria, di spazi.
Conoscersi o non conoscersi che differenza fa?
Che bisogno c’è di confidenza per riconoscere l’altro?
Due anni fa dovevo andare ad un incontro alla Casa della Cultura a Milano, ed ero in anticipo di qualche minuto. Se hai del tempo e sei in Piazza San Babila, o vai da Zara o da H&M.
Io sono entrata da H&M. Che cosa comperi al volo? Calzini colorati, of corse. Mentre stavo lì con i miei calzini in mano mi sono accorta che la commessa tardava a venire alla cassa per consolare una collega che piangeva, china a terra e rivolta verso lo scaffale a sistemare delle maglie – era un lui con la coda di cavallo ma lo avrei scoperto dopo-.
- Ti sostituisco, vai di là – le diceva.
Ma lei/lui si asciugava le lacrime, diceva ”Ora mi passa”, e continuava a piegare le maglie.
Poi ho pagato e me ne sono andata. All’uscita ho incontrato un venditore di rose, di quelli che solitamente cerchi di schivare per non dover spiegare perché non lo vuoi un fiore a tre euro, che in borsa si sciupa eccetera eccetera.
Ho chiesto lo sconto e ho comprato una rosa. Sono tornata nel negozio. Ho detto ”Scusa” e la coda di cavallo si è girata così ho visto che era un ragazzo. Gli ho dato la rosa, dicendogli una frase rassicurante, mi sono presa il suo sorriso e sono andata.
Faceva caldo, era maggio credo.
Di fianco alla Casa della Cultura c’è un bar. Sono entrata e ho ordinato una Swepps, l’ho bevuta d’un fiato e sono andata alla cassa. Una Swepps, ho detto. Allora la cassiera ha fatto un gesto con la mano e ha detto Vai!. Essendo il locale affollato per l’aperitivo ho pensato mi avesse scambiato per una tizia di qualche gruppo e ho ripetuto Devo pagare una Swepps.
Ma lei ha ripetuto il gesto con la mano annuendo come per dire ”Lo so”, proprio con l’aria di una che ti vuole fare una gentilezza.
Non ero mai entrata prima in quel bar, non avevo mai visto quella donna, non mi era mai capitata una cosa così.
Ma come il ragazzo con la coda di cavallo ho sorriso, ho detto grazie, e tutto è finito lì. O forse no.
Forse la gentilezza è contagiosa.
Forse ogni cosa che doniamo, un pensiero, un’attenzione, anche soltanto un Buongiorno in ascensore, è qualcosa che ci torna.
Che ci fa bene.