martedì 26 novembre 2013

Venerdì 29 Novembre "La parola agli uomini" con Alessio Miceli di Maschile Plurale

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L'Associazione " ventunesimodonna" con gli uomini e le donne che dicono no alla violenza sulle donne e vogliono discuterne insieme ricercandone le origini incontra:

 Alessio Miceli di "Maschile Plurale "  
 Venerdì 29 Novembre  ore 20.30  centro U. Foscolo - via U.Foscolo, 3 Corsico
 
  Vi aspettiamo numerose e numerosi

venerdì 22 novembre 2013

25 Novembre Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Le iniziative di "ventunesimodonna" per dire NO alla violenza degli uomini sulle donne

Sabato 23 Novembre
ore 16 - presso lo Spazio Sociale "Nilde Jotti"
in via N. Jotti 11 -Corsico

Visione del film " Racconti da Stoccolma" di Anders Nilsson
Segue dibattito

Note sul film
Quando scende la notte Stoccolma si scopre intollerante e violenta. Dentro le case e fuori, sulle strade, esplode l'odio incontrollato di padri, mariti, fratelli. In una di queste notti si incrociano i destini di Leyla, figlia di una numerosa famiglia mediorientale, cresciuta secondo un rigido codice morale e religioso, Carina, madre generosa e giornalista di talento, umiliata dalle parole e dalle percosse di un marito meschino e geloso, e Aram, giovane proprietario di un locale, innamorato di uno degli uomini della sicurezza. Con modi e tempi diversi, Leyla, Carina e Aram impareranno a difendersi e a reagire ai soprusi.
Di questo riferiscono I racconti di Stoccolma di Anders Nilsson: delitti d'onore, violenze domestiche e tentati omicidi. Il regista scandinavo affronta (nel primo episodio) il problema dell'automatizzazione religiosa e culturale eretta a sistema, fondata sul culto della differenza, della gerarchizzazione e della categorizzazione. Leyla e la sorella maggiore Nina non sono definite a partire dalla loro individualità ma secondo legami di dipendenza all'interno della struttura familiare: sono figlie, sorelle e, se non verranno meno alle aspettative sociali e religiose sul ruolo che sono chiamate a ricoprire, saranno mogli.
In caso di trasgressione (anche solo presunta) la donna assume una posizione di irregolarità nella comunità, che provoca una rappresaglia feroce da parte del gruppo "disonorato". Lo schema concettuale non cambia per Carina o per Arem, a cui vengono negate l'identità e la possibilità di essere felici.


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Lunedì 25 Novembre  

“Scarpette rosse per non morire”  installazione
presso la fontana dell'Incontro -  via Cavour - Corsico dalle 15.00 alle 18.00
 
Zapatos Rojos - scarpette rosse - delle donne di Ciudad de Jàrez” è un progetto d’arte pubblica realizzato nel 2009 da Elina Chauvet che sta facendo il giro del mondo. Denuncia la situazione di Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti dove a partire dal 1993 centinaia di donne sono rapite, stuprate, uccise nella scarsa considerazione delle autorità e dei media nazionali e internazionali. E’ a Juarez che per la prima volta viene usato il termine “femminicidio“.

Le scarpe rosse  visualizzano la marcia rossa delle donne che ogni giorno versano sangue per mano dei propri padri, mariti, ex compagni.
Ogni paio di scarpe  rosse rappresenta una donna, la traccia di una violenza subita e al tempo stesso la volontà di continuare insieme il cammino verso l’eliminazione della violenza di genere.
Rosso
Il simbolo dell’energia vitale, della forza fisica e mentale, della volontà di opporsi ai maltrattamenti.
Rosso
Il colore scelto da Elina Chauvet e di un indumento che indosseremo.

L'installazione può essere partecipata portando un paio di scarpe da donna rosse

Intorno all'installazione discutiamo di violenza sulle donne e denunciamo l'insopportabilità del femminicidio
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Venerdì 29 Novembre
ore 20.30  centro U. Foscolo - via U.Foscolo, 3 Corsico
"La parola agli uomini"
con Alessio Miceli di "Maschile Plurale "  e con gli uomini e le donne che dicono no alla violenza sulle donne e vogliono discuterne insieme ricercandone le origini.

Servizi sociali, psicologi, forze dell'ordine: l'inerzia sul femminicidio costa più di una legge di stabilità


Per la prima volta un'indagine nazionale ha valutato quanto "vale" il silenzio sulla violenza contro le donne. E il risultato è drammatico: 16,7 miliardi di euro. La metà di una finanziaria "pesante"
21 novembre 2013    di CINZIA GUBBINI
Servizi sociali, psicologi, forze dell'ordine: l'inerzia sul femminicidio costa più di una legge di stabilità
ROMA - Costi sociali, a partire da quelli dei servizi alla persona e dell'impiego delle Forze dell'Ordine. Ma soprattutto umani e psicologici. Per la prima volta un'indagine nazionale ha valutato quanto costa il silenzio sul femminicidio e sulla violenza contro le donne. E il risultato è drammatico: 16,7 miliardi di euro. Praticamente la metà di una finanziaria "pesante". Per contrastare questo fenomeno, invece, si investe poco: solo 6,3 milioni di euro all'anno.
Il lavoro scientifico ha visto impegnati un pool di ricercatori di diversi atenei italiani, ed è stato valutato da un comitato scientifico di cui hanno fatto parte, tra gli altri, rappresentanti dell'Istat, del Cnr e dell'università Bocconi. "Quanto costa il silenzio?", iniziativa promossa da Intervita Onlus e presentata oggi a Roma alla Casa del Cinema, parte dalla non facile stima di quante siano le donne in Italia che ogni anno subiscono violenza. Per violenza si intende qualsiasi tipo di sopruso: dallo schiaffo all'uccisione. I ricercatori sono partiti dai dati dell'ultima indagine dell'Istat - risalente a sette anni fa - li hanno incrociati con altri studi sul tema e hanno realizzato interviste strutturate a donne vittime di violenza. La conclusione è che nel 2012 una donna ogni 3 giorni è stata uccisa dal proprio partner, e che più di un milione di donne hanno subito almeno una molestia. Volendo stimare anche gli atti di violenza si arriva alla cifra stratosferica di 14 milioni: ovvero 26 al minuto.
Si tratta insomma di una vera e propria emergenza. Anche perché, dice la ricerca, questa enorme aggressività che attraversa la società italiana e i rapporti personali è invisibile: solo il 7,2% denuncia all'autorità giudiziaria. E quasi il 34% passa la vita senza raccontare quello che è successo a nessuno, nemmeno ai propri amici. Nonostante il parlamento abbia approvato un mese fa la cosiddetta legge contro il femminicidio e la normativa italiana punisca anche lo stalking, essere vittime di violenza è ancora uno stigma. Un fatto che ancora troppe donne considerano un problema personale, mescolando sensi di colpa e paure.
La ricerca "Quanto costa il silenzio" ha invece l'obiettivo di mostrare che la violenza contro le donne riguarda di tutti, a partire dai costi economici e finanziari sulla comunità. "Questo nostro studio - ha detto Marco Chiesara, presidente di Intervita - aumenta la consapevolezza di quanto la violenza sulle donne resti sommersa e di quanto siano spaventose le ricadute economiche e sociali. Emerge con forza che non è solo la donna direttamente coinvolta a scontare la violenza. Dopo una violenza sono tante le donne che perdono il lavoro per brevi o lunghi periodi. Per questo crediamo che sia necessario intervenire per tutelare, sostenere e promuovere l'inserimento lavorativo e il mantenimento del lavoro di donne che hanno subito violenza".
La mancata produttività delle donne vittime di violenza è stata stimata in 604,1 milioni di euro. Poi ci sono le spese sanitarie, per un totale di 460 milioni di euro, le cure psicologiche (158,7 milioni) e l'acquisto di farmaci (44,5 milioni). A questi costi si aggiungono quelli relativi all'impiego delle Forze dell'Ordine, stimati in 235,7 milioni di euro, quelli sostenuti dall'Ordinamento giudiziario (421,3) e il costo per le spese legali che sfiora i 290 milioni di euro.
Ma la spesa maggiore è senza dubbia quella relativa ai "costi umani e di sofferenza", che ammontano a 14,3 miliardi. Una stima raggiunta valutando le conseguenze della vulnerabilità in cui si trova a vivere il nucleo famigliare, l'impatto sulle relazioni fino alla trasmissione da una generazione all'altra della violenza. Un calcolo che si basa nel metodo su studi pionieristici a livello internazionale e utilizza come parametro il risarcimento danni in caso di incidenti stradali

giovedì 21 novembre 2013

La Toscana "sciopera" dalla parte delle donne



Cgil e Snoq: stop il 25.  La carta di Gucci.

 Nella giornata mondiale contro le violenze un minuto (o un’ora) di riflessione di ILARIA CIUTI

La Toscana "sciopera" dalla parte delle donne
Sciopero in Toscana contro la violenza alle donne, contro il femminicidio per cui in Italia viene uccisa una donna ogni tre giorni. Lunedì 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza alle donne. Uno sciopero in tutti i luoghi di lavoro che le donne della Cgil, le quali organizzano la giornata del 25 insieme a Snoq (Se non ora quando), chiamano «simbolico». Sarà una fermata breve, anche di qualche minuto, un quarto d’ora, un’ora, a seconda delle situazioni. In cui una donna per ogni luogo si fermerà e farà fermare tutti pronunziando le parole dure della prepotenza e della morte e leggendo un qualsiasi brano che parli di questa violenza orrenda che invece di diminuire aumenta.

Sarà come il sasso nello stagno che si propaga lontano. La lettura provocherà il coinvolgimento delle compagne e i compagni di lavoro ma anche, se si tratterà di un negozio o di un supermercato, di chi è lì in quel momento lì, dei clienti. Donne e uomini, perchè a tutti sarà rivolto il discorso: se lo vorranno ascoltare e ci vorranno pensare. Per rendere evidente l'adesione alla manifestazione donne e uomini indosseranno un adesivo e qualcosa di rosso, simbolo della ribellione alla violenza contro le donne a al femminicidio.

Si mobilitano le donne, ma anche una grande impresa della moda di lusso a livello internazionale. Gucci sarà il marchio pilota in Italia della lotta contro la violenza alle donne lanciata da Kering, il gruppo francese cui la maison fiorentina appartiene. La Fondazione Kering ha firmato ieri la Carta contro la violenza insieme all’associazione Donne in Rete(D.i.Re), Francois Pinault per Kering e Titti Carrano per D.i.Re. Gucci formerà alcuni dei suoi dipendenti perchè aiutino gli altri in azienda, le donne soprattutto, a riconoscere una violenza ancora spesso sommersa e che, recita la Carta, «si consuma al 75% in famiglia o in ambito di relazioni sentimentali». Le indirizzeranno, se necessario, ai centri di D.i.Re sui vari territori. Con la speranza, dice il direttore creativo della griffe, Frida Giannini, «che questo progetto sia di grande ispirazione anche per altre aziende».

Tornando allo sciopero, «il 25% degli uomini italiani sono maltrattanti», afferma Annamaria Romano (FisacCgil), spiegando che da qui al 25 novembre la Cgil consegnerà e a donne e uomini 5.000 cartoline con la foto della scalinata di San Gimignano ricoperta di scarpe rosse, simbolo dell’assenza e dunque delle donne uccise, da spedire alla presidente della Camera Laura Boldrini. Per dire che «la violenza sulle donne è una sconfitta per tutti». Scarpe rosse anche nel flash mob previsto la mattina del 25 in piazza Santa Croce. Mentre in quello della sera saranno detti i nomi delle donne uccise. Snoq proporrà anche un concorso per le scuole per cui i ragazzi dovranno realizzare dei cartelloni pubblicitari senza riprodurre stereotipi di genere.

«La legge del governo non basta», dicono Romano e Lea Fiorentini di Snoq. Non basta la repressione, ci vuole una grande battaglia culturale «in un paese ancora fatto a misura di uomo». Dove, ricorda Romano, «fino dalle fiabe, i ruoli sono una prigione: le donne che aspettano passive il bacio risolutore del principe e il principe è inchiodato al ruolo di salvatore che non ha dubbi e non piange».
Una battaglia culturale, spiega Fiorentini, per debellare una violenza subdola che svela l’orco dopo anni in cui si era mostrato come il migliore degli uomini inducendo le donne a pensare di esserselo meritato e a non riuscire a emergere da legami collosi in cui magari nel frattempo è comparso un figlio. «E poi conclude anche chi scappa viene uccisa. Senza nessun sostengo: il 70% delle donne massacrate aveva denunziato senza venire ascoltate».

(15 novembre 2013)

martedì 19 novembre 2013

Femminicidi, Istat: "Smettiamola di contare solo le donne uccise". Intervista a Linda Laura Sabbadini



"I femminicidi sono in aumento". "No, sono stabili". "In Italia si ammazzano meno donne rispetto al resto d'Europa". "È invece una escalation impressionante".
È infinito il battibecco sui numeri delle donne uccise nelle relazioni sentimentali, dibattito consumato sciorinando le cifre fornite ora dal Viminale, ora dalla lunga lista compilata annualmente dalla Casa internazionale delle Donne di Bologna. Per alcuni osservatori non esiste alcuna emergenza, anzi, è "propaganda".
Eppure è possibile porre un punto fermo sulla questione: "Smettiamola di contare soltanto le donne uccise perché è un esercizio limitante", esorta Linda Laura Sabbadini, direttrice del dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell'Istat e membro della commissione ONU che ha definito le linee guida a livello mondiale delle indagini statistiche sulla violenza contro le donne. Nel 2006 curò la prima vera ricerca sulla violenza contro le donne in Italia, mostrando una realtà sommersa e feroce: dieci milioni di italiane confessavano di avere subito violenza fisica, sessuale o psicologica nella stragrande maggioranza dei casi per mano degli uomini di famiglia.
Per Sabbadini non serve finire ammazzate per alimentare le statistiche: "I femminicidi sono la punta dell'iceberg. Dobbiamo comprendere tutte le manifestazioni di violenza di genere, fenomeno endemico e gravissimo che accomuna l'Italia al resto del mondo". In attesa della nuova ricerca condotta dall'Istat sugli abusi nei confronti delle donne, rifinanziata dal ministero per le Pari Opportunità, Sabbadini fa parte della task-force interministeriale sulla violenza di genere: suo il compito di coordinare le banche dati istituzionali e non, per creare finalmente un osservatorio permanente e costituire un sistema di monitoraggio.
Partiamo dai dati che fanno discutere. Da gennaio a oggi secondo l'Eures sono stati compiuti 81 femminicidi. Hanno ragione coloro che sostengono che il numero delle donne uccise dai partner sentimentali sono invariati negli anni?
Sì, il quoziente è sostanzialmente stabile. Sta crescendo la percentuale di donne uccise sul totale degli omicidi perché contemporaneamente diminuisce il numero di omicidi di uomini. Ma ciò non può indurre a sminuire il fenomeno. La situazione è grave, proprio perché il tasso di omicidi di donne non si intacca. D'altro canto non esiste solo la barbarie dei femminicidi, la violenza contro le donne è molto più ampia e fin quando non avremo i dati dell'indagine Istat che ne stima il sommerso non potremo dichiarare con certezza se la violenza di genere è in crescita o diminuzione, ma solo fare ipotesi. I dati devono essere letti rigorosamente.
È emergenza?
Non credo che stiamo assistendo ad una recrudescenza, ma, insisto, non per questo la situazione è meno grave. Il numero di femminicidi è letteralmente inchiodato da anni, mentre il numero degli omicidi degli uomini sugli uomini è crollato negli ultimi 20 anni. È come se stessimo in una situazione di gravità permanente. Dobbiamo capire che il fenomeno è strutturale e quindi è più difficile rimuoverlo.
Cosa risponde a coloro che obiettano che gli uomini vengono comunque uccisi in misura maggiore delle donne?
Che è vero e non solo in Italia. Ma gli uomini vengono uccisi da altri uomini per motivi differenti, spesso per criminalità organizzata. Le donne, invece, vengono uccise in quanto donne, mogli, fidanzate, ex compagne. Per contro la percentuale di uomini uccisi dalle loro compagne o ex compagne è bassissima. Per questo dobbiamo parlare di un fenomeno fortemente connotato e strutturale che trae le sue origini dallo squilibrio nei rapporti di genere.
Perché gli uomini arrivano a uccidere le donne che dicono di amare?
Il nucleo della violenza contro le donne è il rapporto di potere all'interno della coppia o della relazione. La violenza viene usata per ristabilire il potere maschile, è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell'uomo sulla donna. E man mano che la libertà delle donne aumenta il fenomeno diventa più grave poiché l'asimmetria è ancora più forte. Dobbiamo però cambiare rotta: smettiamola di contare soltanto le vittime di femminicidio. È un esercizio limitante. Dobbiamo invece comprendere tutte le manifestazioni di violenza contro le donne e mettere in campo strumenti di prevenzione e contrasto di lungo periodo che agiscano culturalmente, nel profondo, per evitare che queste violenze possano moltiplicarsi e permanere.
Quali sono gli stereotipi duri a morire sulla violenza di genere che una ricerca statistica può contribuire a eliminare?
La violenza di genere non è un raptus né la manifestazione di una patologia. Spesso quando le cronache riportano un femminicidio, se opera di italiano si parla di raptus o patologia, se straniero di barbarie culturale, come se ammazzare non fosse comunque una barbarie. Le ricerche sulla violenza di genere ci dicono invece che questa si esprime con una escalation di episodi sempre più gravi, non è quasi mai episodica e spessissimo i suoi autori sono lucidissimi.
Attenzione: queste caratteristiche sono costanti ovunque nel mondo e non soltanto in Italia. Stiamo parlando di un fenomeno strutturale, trasversale, che tocca i Paesi avanzati e i Paesi in via di sviluppo, i ricchi e i poveri, i colti e gli analfabeti: che va intaccato con politiche di ampio respiro. Noi abbiamo un tasso di omicidi di donne simile alla Svezia e più basso della Russia e della Finlandia.
È anche un problema delle donne?
Nella ricerca che l'Istat condusse nel 2006 scoprimmo che dieci milioni di donne avevano subìto violenza fisica, psicologica o sessuale, nella stragrande maggioranza dei casi per mano di un uomo della famiglia o comunque vicino sentimentalmente. Un numero enorme. Ebbene, il 30% di queste donne disse che non ne aveva mai parlato prima con nessuno e soltanto il 18% considerava quanto accaduto un reato e questo dato è in linea con le statistiche di altri paesi: le donne stentano a riconoscere la violenza del proprio partner. Sappiamo bene che molte sopportano perché sperano nel cambiamento del proprio compagno. Altre perché pensano che sia meglio per i figli avere la figura paterna: e ,invece, proprio le statistiche ci dicono che i figli che assistono alla violenza nei confronti della propria madre hanno una probabilità molto maggiore di diventare a loro volta mariti violenti da adulti rispetto agli altri. Ciò accade in ogni luogo a prescindere dalla latitudine. Si tratta della trasmissione intergenerazionale della violenza, cosa terribile.
Quali sono le priorità per smorzare la violenza di genere?
Io sono esperta di statistiche non di politiche, posso solo dire che servono strategie di breve e lungo periodo. I centri antiviolenza vanno fortemente sostenuti, sono fondamentali perché intercettano le donne nel momento più difficile. Ma occorre investire anche nelle strutture sanitarie, nelle forze dell'ordine, nell'educazione scolastica, nel lavoro ad ampio spettro culturale nell'ottica dell'integrazione, come ci dice la Convenzione di Istanbul. Bisogna essere coscienti del fenomeno, senza cadere nell'errore di sminuirlo. Non abbiamo bisogno di un bilancino per stabilire se siamo di fronte a un problema gravissimo: un Paese democratico non può tollerare che dieci milioni di cittadine siano vittima di violenza, sia essa psicologica, fisica e sessuale. Soprattutto, se consideriamo che un quinto di quelle italiane dice di avere avuto addirittura paura per la propria vita.
L'Italia è un Paese fortemente maschilista?
Tutti i Paesi del mondo sono maschilisti, anche l'Italia lo è. Ce lo dicono i dati. Non esiste un luogo dove la violenza di genere sia stata eliminata. Esistono, è vero, Paesi dove il carico di lavoro familiare è distribuito in maniera più equa tra uomini e donne. Ma, ovunque la violenza di genere stenta ad essere compressa o eliminata. La verità è che il mondo non è pronto alla libertà delle donne, le resistenze maschili al cambiamento sono fortissime. Sta anche alle donne reagire con forza.

lunedì 18 novembre 2013

È morta all'eta di 94 ani la scrittrice britannica Doris Lessing, vincitrice del Nobel per la Letteratura nel 2007.


 Lo riferisce il Guardian.

Autrice di ben 50 romanzi, la Lessing fu testimone dei totalitarismi del secolo scorso ed autorevole intellettuale.

ALLA NOTIZIA DEL NOBEL ESCLAM0': «OH CRISTO!»

Il suo editore, HarperCollins, precisa che è morta serenamente questa mattina. Tra le sue circa 50 opere L'erba canta del 1050, Il taccuino d'oro del 1962, Sotto la pelle del 1994, Il senso della memoria del 2006.

Nata da genitori inglesi con il nome di Doris May Taylo in Iran nel 1919, si trasferì bambina nella Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Studiò in un convento, poi in una scuola femminile, ma a 15 anni lasciò gli istituti per continuare gli stud da autodidatta.

Nella vita adulta ha vissuto per mezzo secolo a Londra, si è sposata due volte, divorziando da entrambi i mariti, e ha avuto ha tre figli. Il cognome Lessing è quello del secondo marito, il tedesco Gottfried Lessing.

La Lessing ha ricevuto il premio Nobel nel 2007, undicesima donna a esserne insignita, battendo l'americano Philip Roth. Ai giornalisti in quell'occasione, ricorda il Guardian, commentò: «Ho 88 anni e non possono dare il Nobel a un morto, quindi penso che probabilmente abbiano pensato fosse meglio darmelo prima che io fossi fuori gioco». La motivazione del premio la definiva una «cantrice dell'esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».

sabato 16 novembre 2013

“E se ripartissimo dal linguaggio?”di Manuela Perrone


Succede ogni giorno.
 Che firme più o meno note dei nostri quotidiani e voci più o meno autorevoli della nostra radio deridano e insultino la presidente della Camera, “rea” di porre l’accento su distorsioni dell’immaginario che in altri Paesi non sarebbero mai ammesse.
 Che una scriva nei suoi articoli «la ministra» e il giorno dopo si ritrovi sul giornale «il ministro» perché qualche solerte collega ci ha messo le mani.
 Che mentre una o uno richiama l’attenzione sull’importanza del linguaggio e dei modelli che ogni giorno contribuiamo a veicolare con il nostro lavoro ci sia un’altra o un altro che prende a ridacchiare, ad alzare gli occhi al cielo e a replicare con i soliti argomenti: “non sono questi i problemi”, “non facciamo moralismi”.
 E se invece fosse qui la chiave per rilanciare l’autorevolezza della nostra professione? 
Se partissimo da una profonda comune riflessione sul tema dei linguaggi, ignorato, dimenticato e dileggiato proprio da noi che con le parole e le immagini contribuiamo a creare i codici per l’accesso delle persone alla conoscenza del mondo? 
Le spinte in questa direzione cominciano a essere numerose: il successo di un blog come «La 27esima Ora», le iniziative della rete Giulia, i contributi variegati del movimento “Se non ora quando”, le indicazioni di Loredana Lipperini e Michela Murgia per una narrazione corretta delle storie di violenza, il lavoro documentaristico di Lorella Zanardo sul corpo delle donne in televisione, l’occhio critico di Giovanna Cosenza, la denuncia costante del gruppo di “Un altro genere di comunicazione”. Fino all’appello di questi giorni della presidente Rai Annamaria Tarantola a interrogarsi sulle strade più adeguate «per ridare dignità alla donna agli occhi degli uomini e delle donne stesse». Che i vertici del servizio pubblico radiotelevisivo si pongano finalmente il problema è un segnale che non possiamo trascurare. Non si tratta soltanto di ragionare sugli stereotipi di cui il nostro stesso logos continua a essere infarcito: sarebbe estremamente riduttivo. In gioco c’è una sfida più ampia e più difficile: smarcarsi sia dal potere dominante, ancora maschile nelle logiche e nei metodi, sia dalle subculture che spopolano incontrollate sulla rete, a cui troppo spesso ci limitiamo a fare da cassa di risonanza, e recuperare ai giornalisti un ruolo diverso, più credibile e di nuovo autorevole.
Non inseguitori trafelati di cinguettii e status, non i postini senza diritti e senza contratti di cui parla giustamente Stefano Corradino, non i cronisti dimezzati deplorati da Corradino Mineo. Ma «storici del presente», per riprendere la felice definizione di Umberto Eco: documentati e capaci di raccontare i cambiamenti culturali in atto, a partire dalle relazioni tra donne e uomini che stanno destabilizzando il sistema patriarcale tradizionale. Usiamo questo tema come cartina di tornasole della nostra tenuta: oggi come oggi stiamo dando prova di saper tracciare la rotta del presente? O stiamo affogando arroccati sul vecchio che affonda, paralizzati nella riproposizione di modelli e schemi che non reggono più il confronto con il reale? Siamo stremate e stremati dal precariato, dagli stati di crisi, da un mercato del lavoro asfittico. E le giornaliste, ve lo assicuro, pagano lo scotto due volte. Ma se non rialziamo la testa subito siamo spacciati.
Sono passati 26 anni dalle «Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana» di Alma Sabatini, nate dall’esigenza di «dare indicazioni affinché i cambiamenti linguistici possibili registrino correttamente i mutamenti sociali», orientandosi a favore della donna. Ripartiamo da lì. E allarghiamo lo sguardo dai linguaggi – i nostri, quelli dei diversi mezzi con cui lavoriamo – ai valori intorno ai quali possiamo ritrovarci. O almeno provarci.

venerdì 15 novembre 2013

Baby escort della Roma bene: segno dell'idealità smarrita



Due fatti di cronaca in questi giorni hanno spiccato come facce opposte della stessa medaglia: lo scandalo delle baby escort dei Parioli di Roma e la Laurea in Ingegneria a Torino di Rachid Khadiri Abdelmoula. La prima ha lasciato riflettere sulle presunte responsabilità di una madre delle due ragazzine e sulla brutalità dell’indifferenza con la quale alcuni adulti rubano senza vergogna i sogni a una giovinezza venduta. Non lascia atterriti la scelta di certi uomini, ormai ne siamo avvezze, dopo gli usi e costumi di certe performance tutte nostrane, ma la mancanza di libertà nelle scelte dei giovanissimi. Perché una ragazzina deve fare sesso a pagamento? Proprio il sesso, quel passaggio che sancisce la conquista di una fase successiva all’infanzia, dove l’individuazione, lo sviluppo dell’identità anche sessuale si regola sui modelli genitoriali, e soprattutto sul superamento degli stessi. Bel superamento quello offerto da un modello cieco alla mercificazione! Ragazzine che nonostante quel brutto “gioco” intuivano lo scivolone, al punto di isolarsi dalle altre compagne di scuola, intuendo forse di essere portatrici di una realtà alienante. L’ansia di colmare un vuoto totale, in un Paese ormai con scarsissime speranze, soprattutto per i giovani, un vuoto colmato con l’uso smodato del fumo, dell’alcool, delle droghe, e di tanta informatica… I soldi per comprarsi l’ultimo ipad, o l’ultimo capo firmato, come sfoggiano i personaggi televisivi. Non contano più gli ideali, la dignità della persona, tutto è offuscato dalla mercificazione e dal possesso, quel possesso che spinge un adulto ad abusare di una potenziale figlia, sorella, nipote e senza vergogna. Ce l’hanno insegnato venti anni di vita made in Italy, che tutto è permesso, soprattutto il possesso e l’assenza di scrupoli, la mercificazione e quant’altro.
Dall’altra parte della medaglia c’è chi per farcela non ha venduto la sua dignità, ma solo accendini, coltivando un sogno tutto italiano, ma italiano di una volta…quello di laurearsi restando integro.
Il 27enne marocchino che ha passato una vita a vendere accendini e fazzoletti si è finalmente laureato in Ingegneria, il sogno della sua vita e ha detto no alla proposta di rappresentare la sua storia sul Grande Fratello, e non per snobismo, ma semplicemente perché i modelli non sono condivisibili dalla sua idealità, forza che l’ha portato senza deflettere a raggiungere il suo obiettivo.
Oggi, per strada, un’adolescente palesemente alterata dall’uso di sostanze urlava: “Signora, sono fortunata, non sono rimasta incinta”! La signora: “Non è bello esserlo”? La povera ragazza: “Dove lo metto un bambino, sulla strada, come me”?
Che dire a questa crudelissima realtà? Dove sono le strutture? Dov’è la politica che si confronta con il tessuto sociale? Dove i contenuti?
(03 Novembre 2013)
inserito da Bruna Baldassarre

giovedì 14 novembre 2013

La gentilezza è contagiosa! di Cristina Obber


BUONGIORNO!

Quando entro in un ascensore e dico Buongiorno! ad alta voce, mi pare di scuotere qualcuno dal torpore.
Stamane sono andata dal medico e anche lì la stessa storia di sempre. Sento aprirsi la porta, alzo lo sguardo verso l’entrata e aspetto. Aspetto un Buongiorno che non arriva, che rimane forse rinchiuso tra i pensieri, sovrastato da altre urgenze: E’ già arrivato il dottore?, Chi è l’ultimo?.
Allora lo dico io Buongiorno! suscitando stupore.
Mi accorgo che la persona in questione cerca di ricordare se ci siamo già visti, perché altrimenti non si spiega la mia attenzione. Risponde al mio saluto, ma saluta me, non gli altri.
Che cosa c’è mi chiedo, dietro quei Buongiorno che non arrivano, che soravvivono soltanto tra i sentieri di montagna, dove incrociare qualcuno significa ancora Incontrarsi.
Che cosa impedisce di salutare gli sguardi –e in ascensore soprattutto i corpi – a cui ci si avvicina?
Distrazione? Solitudine forse? E se è solitudine è inflitta o subita? Non mi importa degli altri o credo che agli altri non importi di me?
Forse è la mia presunzione che mi porta al saluto? Propongo accoglienza o cerco attenzione?
Se una persona esce dall’ascensore prima di me e non saluta significa che io e gli altri accanto a noi, per quella manciata di secondi, non siamo mai esistiti.
A me piacciono gli altri. Se entro in un luogo non mi sento tra estranei, ma tra persone che non conosco.
L’estraneità allontana, la non conoscenza incuriosisce.
Anche se in quello studio medico il mio sguardo ritorna sul libro che ho tra le mani, in quel saluto ho detto “Entra, sei il benvenuto, sei la benvenuta”. Non è necessario altro per riconoscersi.
Se uscendo dall’ascensore dico ”Arrivederci” significa Buone cose, niente di che. Lo stesso in treno, in aereo.
Non posso non salutare una persona che mi è stata a fianco per un paio d’ore. Non è questione di educazione, ma di condivisione. Di aria, di spazi.
Conoscersi o non conoscersi che differenza fa?
Che bisogno c’è di confidenza per riconoscere l’altro?
Due anni fa dovevo andare ad un incontro alla Casa della Cultura a Milano, ed ero in anticipo di qualche minuto. Se hai del tempo e sei in Piazza San Babila, o vai da Zara o da H&M.
Io sono entrata da H&M. Che cosa comperi al volo? Calzini colorati, of corse. Mentre stavo lì con i miei calzini in mano mi sono accorta che la commessa tardava a venire alla cassa per consolare una collega che piangeva, china a terra e rivolta verso lo scaffale a sistemare delle maglie – era un lui con la coda di cavallo ma lo avrei scoperto dopo-.
- Ti sostituisco, vai di là – le diceva.
Ma lei/lui si asciugava le lacrime, diceva ”Ora mi passa”, e continuava a piegare le maglie.
Poi ho pagato e me ne sono andata. All’uscita ho incontrato un venditore di rose, di quelli che solitamente cerchi di schivare per non dover spiegare perché non lo vuoi un fiore a tre euro, che in borsa si sciupa eccetera eccetera.
Ho chiesto lo sconto e ho comprato una rosa. Sono tornata nel negozio. Ho detto ”Scusa” e la coda di cavallo si è girata così ho visto che era un ragazzo. Gli ho dato la rosa, dicendogli una frase rassicurante, mi sono presa il suo sorriso e sono andata.
Faceva caldo, era maggio credo.
Di fianco alla Casa della Cultura c’è un bar. Sono entrata e ho ordinato una Swepps, l’ho bevuta d’un fiato e sono andata alla cassa. Una Swepps, ho detto. Allora la cassiera ha fatto un gesto con la mano e ha detto Vai!. Essendo il locale affollato per l’aperitivo ho pensato mi avesse scambiato per una tizia di qualche gruppo e ho ripetuto Devo pagare una Swepps.
Ma lei ha ripetuto il gesto con la mano annuendo come per dire ”Lo so”, proprio con l’aria di una che ti vuole fare una gentilezza.
Non ero mai entrata prima in quel bar, non avevo mai visto quella donna, non mi era mai capitata una cosa così.
Ma come il ragazzo con la coda di cavallo ho sorriso, ho detto grazie, e tutto è finito lì. O forse no.
Forse la gentilezza è contagiosa.
Forse ogni cosa che doniamo, un pensiero, un’attenzione, anche soltanto un Buongiorno in ascensore, è qualcosa che ci torna.
Che ci fa bene.

mercoledì 13 novembre 2013

Lettera di una ragazzina di 15 anni molto più profonda e matura di tante persone con il triplo della sua età:


"Cominciamo con la diffusa accettazione dello “sputtanamento”. Significa svergognare o aggredire le donne, facendole sentire colpevoli o inferiori, rispetto ai loro veri o presunti comportamenti e desideri sessuali. Alla mia età, è normale camminare nei corridoi della scuola e sentire la parola “troia”, piena di disprezzo, usata per descrivere una ragazza che indossa pantaloncini corti, o come soprannome per l’amica di qualcuno, o per descrivere quella nella tua classe che ha un fidanzato diverso ogni settimana.
La parola può essere usata in molte maniere diverse per sminuire le donne, ma la vera questione è: cosa definisce, esattamente, una “troia”? Risposta: niente, nessuna donna lo è. Nessun singolo essere umano su questo pianeta. Sì, ciò include persino quella tipa con cui il tuo ex ragazzo ti ha tradita. La società aggredisce le donne con le parole “troia” e “puttana” se solo sono semplicemente attive a livello sessuale, o se indossano vestiti “rivelatori”. Una donna può fare sesso con una sola persona o con dieci ed essere assalita allo stesso modo in termini sessisti. Il fatto è che nessuno dovrebbe usarli, per nessuno scopo. Lo “sputtanamento” è inaccettabile e non crea un ambiente favorevole all’eguaglianza.
La mia generazione spesso tende a sorvolare sul reale significato di “troia” e “puttana”, e queste parole spuntano nelle frasi come parti di un vocabolario quotidiano. Ma sono termini odiosi e degradanti per descrivere qualcuna, la sua vita sessuale o il modo in cui si veste. Perciò, invece di ignorare questa pratica, la prossima volta chiamate i praticanti a risponderne. Lottare contro la società patriarcale include il minimizzare l’uso del linguaggio che impoverisce le persone, ed è un passo verso l’ottenimento dell’eguaglianza."

martedì 12 novembre 2013

Parole e pensieri in libertà su 194, bambini non nati e cimiteri



La pessima applicazione della legge 194 per i tanti medici obiettori e il dibattito dopo la delibera del Comune di Firenze per l'istituzione del cimitero per i bambini non nati

Come era da immaginare l’approvazione della delibera comunale, avente ad oggetto l’istituzione del cimitero dei bambini non nati all’interno del camposanto di Firenze, ha innescato l’ennesimo confronto sulla natura giuridica degli embrioni e dei feti e conseguentemente un dibattito nuovo sulla 194. Nuovo, perché , mentre per un verso si dice da più parti che la legge legalizzante l’interruzione volontaria di gravidanza “non si discute”, anzi se ne sottolinea l’intangibilità, dall’altro ci si scaglia contro chi ne rimarca la rinnovata valenza, soprattutto in un momento in cui l’autodeterminazione delle donne al riguardo viene ancora una volta messa in discussione. Succede, così, che siano messe sulla griglia mediatica giornaliste del calibro di Marina Terragni, scrittrici quali Lidia Ravera, convinte assertrici della 194 che, nata per eliminare la triste piaga delle morti per aborti clandestini, è venuta nel prosieguo ad assumere la valenza del riconoscimento in capo alla donna del diritto a non vedersi imposta normativamente una gravidanza. La critica che viene a loro rivolta, nonché a quante, come il Comitato Se non ora quando di Firenze, sostengono la pericolosità di una delibera che, con l’istituzione di un ‘area ben determinata all’interno del cimitero di Firenze specificamente destinata all’inumazione dei bambini non nati, si configuri quale “un chiaro attacco alla 194”, è che non può essere vietato il seppellimento dei figli ai genitori che ne facciano richiesta. Si fa leva sulla legittimità dei sentimenti di dolore e di sofferenza in capo a madri e padri che vogliono avere un luogo dove raccogliersi nel ricordo dei propri bambini non nati, ma, così facendo, si sposta l’argomento del confronto su di un terreno estremamente scivoloso, destinato a farci piombare in un pantano di vere e proprie sabbie mobili. I sentimenti contro i valori, la pietà contro la libertà, sono contrapposizioni idonee a non consentire un dibattito scevro da condizionamenti fuorvianti.
Focalizzando, invece, l’attenzione sulle disposizioni normative relative all’inumazione, con particolare riguardo ai feti, il dpr n.285/1990 prevede che quelli tra le 20 e le 28 settimane, come pure gli omologhi di età gestionale inferiore a 20 settimane, possano essere sepolti per volontà dei genitori “con permessi rilasciati dalle unità sanitarie locali”. Quando, allora, si attacca Lidia Ravera colpevole, a detta dei detrattori, di aver utilizzato il termine”grumi di materia”, perché lo si fa, se è chiaro a tutti che si riferisce ai prodotti del concepimento inferiori a tali periodi, ossia agli embrioni di gravidanze che le donne scelgono di interrompere nel pieno rispetto della 194, cioè nel termine di tre mesi, ossia 12 settimane? Quando se ne chiedono le dimissioni da assessore regionale alla cultura del Lazio, perché la si considera rea di aver definito le donne “animali di servizio della specie”, si compie una palese strumentalizzazione delle sue parole, perché la scrittrice confuta l’approccio culturale per il quale, essendo le donne fonte di vita, non possono decidere da sé in piena libertà e coscienza di non portare avanti una gravidanza. In questo aria , già per suo conto difficile da respirare, si assiste sconcertate finanche a titoli di articoli mutanti, perché anche le parole in queste circostanze diventano più pericolose delle pietre, come nel caso di un’intervista rilasciata da A. Kustermann, primario ginecologo a Milano, nonché medico non obiettore. La sua frase “trovo il dibattito molto vetero” diventa nell’intestazione del pezzo giornalistico “care femministe siete vetere”, cosicchè subitamente smentisce ed il titolo successivamente diventa “i cimiteri per i bambini non nati aiutano a superare il lutto”.
Donne che dividono le donne, che a loro volta sono divise sull’argomento 194, questa parrebbe la sintesi del confronto, se non fosse che ognuna all’inizio premette “fermo restando la libertà delle donne e il rispetto della 194”. Ma, se è così, perchè tutto il furore ideologico di questi giorni non lo si devia verso un fine altro e più alto, ossia rendere a questa legge un senso reale e concreto non più riscontrabile in regioni ove la percentuale dei medici obiettori nelle struttrure ospedaliere pubbliche si avvicina al 90%? Mi aspetterei più onestà intellettuale in coloro i quali utilizzano il dibattito sui cimiteri dei bambini non nati per dire che in fondo è bimbo anche quello oggetto di un’interruzione volontaria di gravidanza effettuata nel pieno rispetto della legge. E a chi non veda quanto le delibere comunali istitutive di aree specifiche per l’inumazione dei prodotti del concepimento di età gestionale inferirore alla 20° settimana vadano in questa direzione, dovrebbe ribattersi di rimando che le norme del 1990 già prevedono tale possibilità. C’è solo un particolare non di poco conto da evidenziare: queste delibere sono atti amministrativi, statuenti il riconoscimento in capo all’embrione di un diritto pari a quello valevole per un defunto ad essere inumato o cremato in base alle norme previste dai regolamenti cimiteriali di ogni singolo comune. La legge 194, tra il diritto di chi persona non è e quello della donna di non morire di aborto clandestino, ha scelto la tutela di quest’ultima. Sembra quasi che oggi quel diritto le venga svuotato di senso non solo logico, ma anche per così dire emotivo, visto che le aspettative sulla interruzione volontaria di gravidanza, disattese da un sistema sanitario pubblico incapace di arginare il fenomeno dell’obiezione di coscienza, si accompagnano ad un dibattito che, pare, sia finalizzato a colpevolizzare quante decidano di non volere seppellire i resti di un’interruzione volontaria di gravidanza. E succede così che provo ad immaginare gli stati d’animo di una donna che in passato ad essa è ricorsa, mentre oltrepassa l’area cimiteriale destinata appositamente all’inumazione dei “bambini non nati”, denominata, che so, il Giardino degli angeli. Ci vuole poco a rappresentarmi i suoi sensi di colpa per non avere disposto che ciò che restava di un figlio indesiderato non sia stato seppellito, ma bruciato in un inceneritore come un rifiuto ospedaliero. Mi sembra quasi di avvertire i suoi contrastanti sentimenti, nell’immediato di dolore per come è finita quella gravidanza non voluta e nel prosieguo di libertà per non essersela sentita imposta per legge. Succede, poi, che razionalmente qualifico la colpa di quei ricordi sofferenti come non sua , ma di quanti per meri calcoli politici o ideologici hanno deciso che debbano essere destinate delle apposite aree cimiteriali ai bambini non nati a causa di un’interruzione volontaria di gravidanza. E, se la normativa nazionale prevede che “a richiesta degli interessati possano effettuarsi nei cimiteri le inumazioni sia dei prodotti del concepimento di presunta età inferiore alle 20 settimane che dei feti abortiti spontaneamente o per esigenze terapeutiche tra le 20 e 28 settimane”, il mio sdegno sale prorompente per come siano per l’ennesima volta usati i sentimenti, i corpi e la dignità di quella donna, e non solo.
(10 Novembre 2013)