venerdì 28 aprile 2017

Invito a una festa speciale per mamme (e papà)

Per la Festa della mamma, quest'anno vogliamo fare un dono speciale alle mamme [ed ai Papà]:
incontriamo
 la Dott.ssa Riccarda Zezza,autrice con Andrea Vitullo del  libro“  MaaM - La Maternità è un Master”, che ci racconterà in modo innovativo la maternità [e la paternità responsabile]“occasione di crescita straordinaria che porta con sé nuove energie e abilità essenziali anche per la vita professionale”.



mercoledì 26 aprile 2017

Uccise, torturate, stuprate: le donne partigiane che pochi ricordano di Fabio Zanuso

Hanno salvato ebrei, fatti fuggire gli uomini durante i rastrellamenti. I nazi-fascisti infierivano su di loro
 
Carla era un’infermiera alquanto atipica, curava, cuciva, correva, rischiava.
Non era armata, come Tina, una sua compagna, che in bicicletta percorreva le stradine fra Treviso e Padova, per portare radio ricetrasmittenti, a continuo rischio cappio, e che un giorno decise di farsi dare un passaggio da un camion di nazisti, aggirandoli con la scusa di avere un sacco di libri pesanti dentro la valigia.
Nello stesso periodo Adriana riparava i ricercati dalla gestapo, e quando la banda Koch la catturò, questa donna bellissima fu “stesa su un letto di chiodi e battuta con un arnese che serviva per il camino, persi tutti i denti, mi spaccarono quasi tutte le costole, ma io non parlai, per otto giorni non parlai…. Ah, scordavo, mi strapparono anche tutti i capelli, ma io non parlai”.
Quelle che andavano sui monti si occupavano di tutto, quelle che restavano in citta’ si occupavano di tutto.
Ines, Gina e Livia restarono in città, e si inventarono la prima forma di resistenza pacifica; appena avevano il sentore che nel paese limitrofo le Ss stavano organizzando una rappresaglia, davano l’allarme, tutti gli uomini abbandonavano l’abitato, e loro, donne bellisssime, si schieravano di fronte alle loro case, tenendosi per mano, aspettando i tedeschi cantando le canzoni che di norma si sentivano nelle risaie. Tutte senza armi.
Paola lavorava al Comune, a stretto contatto con i fasci, e riusciva a far sparire centinaia di stati famiglia bollati come “di razza giudia”, alcuni li bruciava, altri li faceva falsificare, Fam. Goldstein diventava Fam. Bianchi, e così salvò migliaia di esseri umani facendoli transitare per i valichi svizzeri, salvo poi essere impiccata in pubblica piazza.
C’era Clorinda, combattente, che venne catturata, stuprata, azzannata dai cani della gestapo, torturata dal capo nazi, infine impiccata pure lei.
Alla fine di queste donne bellissime rimase poco o nulla, si contarono in circa diecimila le vittime deportate, torturate, seviziate e macellate come bovini, talune si salvarono, e a parte casi rarissimi (leggi Nilde Iotti e Tina Anselmi), tornarono a fare i lavori di casa fra le mura domestiche, continuarono a fare la vita di prima, lavare, cucinare, badare, crescere i figli, accudire il focolare, senza che nessuno dicesse loro grazie.
Su 70mila donne bellissime solo 18 furono insignite di medaglia al valore, e null’altro.
Dopo il 25 aprile vi furono le sfilate nelle città liberate, prima gli alleati, poi i gruppi partigiani composti dagli uomini, in fondo alla parata le donne bellissime, solo alcune e non sempre, dato che persino il Pci all’epoca considerava scostumato far sfilare una donna che era stata sui monti con gli uomini, e le medesime venivano insultate dalle donne che non avevano mosso un dito, al grido di “puttane” quando andava bene, e questo comportamento ignobile fece sì che le storie uniche e irripetibili di questo meraviglioso esercito di eroine finisse irrimediabilmente nel dimenticatoio.
Io non vi ho mai conosciute, care Compagne, ma vi avrei sposate tutte.
Mi sento come pervaso da un senso di latente colpevolezza, da uomo mi sento corresponsabile di questo abnorme insulto perpretato per decenni, vi porgo le mie scuse, per quanto possano servire, care donne bellissime.

martedì 25 aprile 2017

Marisa Rodano: un 25 aprile di ieri. E quello di oggi.Conversazione con Marisa Rodano, ricordando il ruolo delle donne nella Lotta di Liberazione inserito da Tiziana Bartolini

“Un 25 aprile che mi è rimasto nel cuore è quello del 1995 quando l’Udi, nel cinquantesimo anniversario, dedicò tutta la giornata alle tante donne che ebbero ruoli di primissimo piano durante la Lotta di Liberazione dal nazifascismo”. È la risposta ‘a caldo’ di Marisa Rodano, classe 1921 e una vita per la politica, alla sollecitazione a raccontarci uno tra i tanti 25 aprile che ha vissuto. “Con quella giornata si volle sottolineare l’importanza delle donne, un contributo che ha avuto un peso sia numerico sia in relazione alle responsabilità affidate loro. È stata una reazione alle celebrazioni che ricordavano solo alcune figure femminili, soprattutto quelle cadute, ma ignoravano volutamente le tante e tante partigiane che sono state protagoniste della Resistenza e che vi hanno partecipato attivamente e in vario modo. Penso alle staffette, ma non solo”.
È il tema della rimozione storica che colpisce le donne, mistificazione che queste ultime devono continuamente contrastare, anche per quanto riguarda gli eventi più recenti. La trasmissione della nostra Storia, e dei suoi valori, è il fondamento della nostra democrazia. E se la memoria collettiva è precaria, quella delle donne è costantemente sotto la minaccia di una erosione che sembra difficilmente  contrastabile. Dal 25 aprile di oltre venti anni fa a quello odierno. Marisa Rodano passa a raccontare un incontro cui ha partecipato la settimana scorsa a Trecastelli, un paese in provincia di Ancona. “È stato commovente ascoltare i pensieri e le poesie degli studenti e delle studentesse delle scuole medie e superiori sulla Liberazione. Le insegnanti li avevano preparati, anche con un filmato sull’esperienza di alcuni partigiani in Piemonte tra cui Marisa Ombra, e si capiva che loro comunicavano lo stupore di chi ha fatto una scoperta. Del resto a casa non si trasmette questa memoria e per fortuna la scuola un po’ colma questo vuoto”.
Ci incuriosisce sapere cosa le hanno chiesto, questi giovani, e anche cosa ha distillato dalla sua lunga esperienza politica una donna che è stata consigliera comunale a Roma, parlamentare - oltre che europarlamentare - e che ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Camera dei deputati, prima donna in Italia. "Ho spiegato il grande ruolo delle donne durante la Resistenza, che senza di loro la Resistenza non si sarebbe fatta. Ho ricordato che fu una donna a portare l’ordine di insurrezione al Comitato di Liberazione di Bologna; ho raccontato alcuni episodi: per esempio di come la moglie del direttore del carcere di Regina Coeli abbia fatto uscire Pertini e Saragat con un falso ordine di scarcerazione. Poi ho parlato loro del ruolo dei Gruppi di Difesa della Donna e del Manifesto con le prime rivendicazioni per la parità salariale e la tutela della lavoratrici madri. Ho spiegato che dalla partecipazione alla Resistenza è nato il diritto del voto alle donne”.
Devono capirlo, i giovani, che la Liberazione è stata la lotta per la conquista della democrazia in Italia e, per le donne, il primo passo verso la conquista di diritti fondamentali loro negati e non ancora ottenuti fino in fondo. Quello delle donne è un cammino sempre in essere, è un traguardo mai raggiunto pienamente o definitivamente. Qual è il senso, oggi, della parola Resistenza o Partigiano, secondo Marisa Rodano? “Stiamo attraversando un periodo molto, molto brutto. Talvolta ho l’impressione di vivere tensioni e premesse analoghe a quelle del 1939, sento il pericolo dello scoppio di un’altra guerra… Oggi una nuova Resistenza richiede per prima cosa ricostruire un progetto di società, poi di spiegare alla gente che bisogna associarsi perché si possono fare cose buone solo se si è uniti mentre invece c’è troppo individualismo, la terza cosa da fare è ricostituire i valori della giustizia e della libertà”.
Speravamo che le donne sarebbero state una risorsa, ma vediamo donne di potere in cui non ci riconosciamo. Che ne pensa? “Molte donne si comportano come gli uomini: hanno perso la capacità di essere sé stesse e nella vita pubblica hanno smarrito il loro bagaglio culturale e di sentimenti, la capacità di affermare una diversità. Considero questa realtà una tra le tante cose negative di questo momento. Rimango convinta, però, che bisogna battersi perché le donne abbiano ruoli paritari in ogni luogo in cui si decide. È l’obiettivo che perseguiamo come Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, aggregazione di associazioni di cui faccio parte”. E che di cui è una delle fondatrici, aggiungiamo noi. Non solo per amore di precisione.

lunedì 17 aprile 2017

Siamo sicure che per essere donne occorra essere Superdonne? di Silvia Vegetti Finzi

E’ sempre con grande dolore che il mondo apprende la morte di una donna e di una mamma che lascia orfano un figlio di 9 anni. In questo caso si tratta di Carmen Chacòn, una figura straordinaria nella storia dell’emancipazione femminile. Nata con una grave malformazione cardiaca, è stata capace di percorrere la straordinaria carriera che l’ha portata a essere la prima donna nominata “ministra della difesa”, nella storia della Spagna e dell’umanità. Tutti la ricordiamo mentre giovane e bella, vestita di una camicetta bianca che rivela la sua gravidanza avanzata, passa in rassegna un reparto dell’esercito che la onora della presentazione delle armi. Anche dopo questo importante incarico, Carmen non ha mai abbandonato la lotta politica. Ed è giusto e doveroso riconoscere la forza e il coraggio con cui ha trasformato una inferiorità fisica in superiorità sociale. Credo che la sua testimonianza colpirà tutte le donne che, col femminismo, hanno rivendicato la parità dei generi, la specificità della loro identità sessuale e il diritto all’autodeterminazione. Ma poiché questo messaggio giungerà a tutte , alle ragazzine che stanno leggendo un libro di grande successo, come Bambine disobbedienti, alle adolescenti in cerca di figure ideali e alle giovani che chiedono conferma dei loro diritti, vorrei suggerire, a costo di essere impopolare, un momento di riflessione. Siamo sicure che per essere donne occorra essere Superdonne? Che l’eroismo personale sia sempre e comunque una virtù, anche quando coinvolge la vita di un figlio?
Nulla ci garantisce che Carmen non sarebbe morta lo stesso, anche se avesse fatto l’impiegata o la sarta, ma non è della persona che sto parlando, quanto della sua icona. L’elogio dell’onnipotenza è sempre pericoloso ma in modo particolare per una generazione, i cosiddetti nativi digitali, soggetta alle lusinghe della Rete, ove la vita simulata, ove tutto è possibile, prende spesso il posto della vita reale. Mentre i successi scolastici, artistici e professionali delle donne stanno trovando il riconoscimento che meritano, scivola sempre più nell’ombra l’altro versante dell’identità femminile, la maternità. Ne sono una riprova il calo delle nascite, l’incremento della sterilità, l’uso abituale di contraccettivi, non preventivi ma posticipati rispetto al rapporto sessuale. Non sappiamo più attendere, scrive Baumann, perché il presente è diventato l’unica dimensione del tempo: vogliamo tutto e subito.
Il rifiuto del limite impedisce di scegliere nella misura in cui ogni scelta comporta di stabilire delle priorità e di rinunciare a delle possibilità. Ma la maternità, idealizzata a parole è poi ostacolata nei fatti. Molte giovani donne si pongono il problema quando suona l’allarme dell’orologio biologico, ma anche allora non hanno esperienze di bambini piccoli, immagini che prefigurino il percorso materno, precognizioni del nascituro, parole per dire un desiderio che proviene dall’inconscio e chiede di essere riconosciuto e valorizzato. La donna che desidera essere madre ha bisogno, per accogliere, di essere accolta. Ma in una società competitiva non c’è posto per sentimenti materni, spesso scambiati per debolezza e inefficienza. Abbiamo bisogno di penombra e di silenzio per ritrovare ciò che manca a una identità compiuta e a una vita armoniosa. I valori femminili non sono migliori di quelli maschili, sono solo diversi e dobbiamo trovare il coraggio di dichiararlo per dare, come diceva un vecchio slogan, “alle donne la forza delle donne”.
http://27esimaora.corriere.it/17_aprile_11/siamo-sicure-che-essere-donne-occorra-essere-superdonne-43ed0332-1e92-11e7-a4c9-e9dd4941c19e.shtml

venerdì 14 aprile 2017

Il femminismo spiegato ai bambini di Cecilia Falcone

Dal libro Cara Ijeawele di Chimamanda Ngozi Adichie, 4 idee per insegnare la parità ai nostri figli.

"Mamma, cos'è una femminista?". Una femminista è una persona che considera le femmine e i maschi importanti allo stesso modo. Si potrebbe rispondere così, coinvolgendo in un abbraccio entrambi i generi. Un modo inclusivo per avvicinare bambini di tutte le età al delicato concetto di parità. E per allontanarli dallo stereotipo con cui siamo cresciuti noi, quello della femminista arrabbiata che odia gli uomini. Se una bambina - o volesse il cielo, un bambino! - oggi pone questa domanda è perché si guarda intorno: il femminismo ha assunto i toni del glamour, le popstar più seguite inneggiano al Girl power e sulle t-shirt ricompaiono gli slogan di 40 anni fa. È il momento di sfruttare la leggerezza mainstream e la loro curiosità per approfondire e rieducare, da subito.
 È appena uscito in libreria
 Cara Ijeawele. Quindici consigli per crescere una bambina femminista (Einaudi), di Chimamanda Ngozi Adichie.
Lei è la scrittrice nigeriana che con l’intervento Dovremmo essere tutti femministi al TED ha elevato l’attenzione al tema. Il nuovo lavoro nasce come lettera a un’amica che le chiede consigli sulla formazione da dare alla sua bambina. In pratica, è un manuale di autoconsapevolezza, di femminismo contemporaneo. Che possiamo riassumere in questi quattro punti. 1. Siamo tutti, maschi e femmine, individui. Ma i ruoli di genere che ci inculcano dai primi anni di vita ci impediscono di sviluppare a pieno le nostre potenzialità e aspirazioni. Salta agli occhi con i giochi: quelli che tradizionalmente riguardano i bambini sono legati alla conquista, all’esplorazione, alla libera fisicità. Per le bambine ci sono le bambole e molte più regole, finalizzate all’essere brave, ordinate, obbedienti. Cresciamo soffocate dall’idea di “come dovrebbe essere” una ragazza. Vi ritrovate? Una femminista è chi lotta per evitare che le donne di domani (e anche noi) si trovino costrette in queste caselle.2. Piuttosto va stimolata la fiducia nelle loro capacità, esaltata l’importanza di cavarsela da sole. Inizieranno da piccole conquiste, come riparare un trenino. E leggeranno tanto per comprendere il mondo, allenarsi a esprimersi e capire chi vogliono diventare (se di romanzi non vogliono saperne, la Adichie suggerisce un trucco: pagarle. Pochi spiccioli, che si rivelano un super investimento).3. Attraverso le parole riconosceranno anche le insidie che si nascondono nella lingua e che plasmano il modo di vedersi ed essere viste. Se tante di noi hanno mal sopportato di dover prendere il cognome del marito, vale la pena considerare anche le implicazioni degli appellativi Signorina e Signora. Un chiaro esempio di disparità che a una bambina va spiegato, lo capirà facilmente. Un uomo, sposato o no, rimane Signor. Lo status sociale di una donna invece con il matrimonio cambia. Una femminista è chi lo contesta. E avverte: sposarsi può essere un’esperienza felice, ma non è l’aspirazione a cui una donna deve tendere per essere riconosciuta.4. L’obiettivo di una femmina - che coincide con quello di una femminista - è «essere pienamente se stessa, onesta e consapevole della pari umanità degli altri», come sintetizza la Adichie. Può essere bella, senza la schiavitù dei canoni. Può essere gentile, senza l’ansia di compiacere, ricordando che il suo consenso è importante. Può e le si augura di amare! Nella coscienza che darsi emotivamente è un atto reciproco. Le verrà naturale se crescerà circondata da esempi positivi di donne, da ammirare per la loro forza e il loro ruolo “alternativo” nel mondo. E da uomini in gamba. Quelli per cui viene voglia di chiedere: Cos’è un femminista?
http://www.marieclaire.it/Lifestyle/bambini-scuola-giochi-viaggi/Femminismo-spiegato-ai-bambini-Chimamanda-Ngozi-Adichie

martedì 11 aprile 2017

Violenza sulle donne, il ddl sull’ “omicidio di identità da Angela Carta

In questi giorni sono stati resi noti gli ultimi dati Istat relativi alla violenza di genere.

È difficile restare impassibili di fronte ai numeri presentati: oltre 4,5 milioni di donne hanno dichiarato di aver subito violenze di varia natura, come stupri e rapporti sessuali non desiderati, mentre 8,3 milioni di donne hanno confessato di esser state psicologicamente vessate dal partner o dall’ex. Dalla svalutazione su più livelli all’isolamento, l’obiettivo è privare la donna delle risorse pratiche ed emotive che potrebbero aiutarla ad emanciparsi da un contesto di violenza, considerando inoltre che proprio dalla denigrazione può nascere quel senso di colpa che rende complesso il percorso di uscita da una relazione tossica e determinante il ruolo svolto sul territorio dai centri antiviolenza e dalle associazioni di primo ascolto.

Ci sono stati tuttavia casi particolarmente eclatanti, nei quali oltre ad intervenire il desiderio di sottomettere la donna è subentrata una concreta volontà di annullarne ogni percezione fisica, ovvero di sopprimerne l’identità. Mi riferisco in particolar modo a quanto accaduto a Lucia Annibali e Gessica Notaro, aggredite con l’acido da quelli che erano stati loro partner e letteralmente derubate della propria fisionomia. I loro percorsi hanno previsto una lenta rinascita tanto fisica – attraverso dolorosi interventi chirurgici – quanto psicologica, per affrontare la vita con rinnovata grinta e per trasformare una dolorosa esperienza in un utile insegnamento per tutti noi.

Il ddl Puppato, anche se in tante hanno firmato e contribuito alla sua stesura, propone proprio la nascita di una nuova fattispecie di reato all’interno del Codice Penale, con l’introduzione degli artt. 577-bis, 577-ter e 577-quater che rivisitano la materia e la innovano, alla luce delle dinamiche complesse della violenza di genere e degli intenti nascosti dietro attacchi di tal portata.
Di seguito, alcune delle novità apportate alla materia da questo disegno di legge:
– una pena non inferiore ai 12 anni di reclusione per danni inflitti volontariamente, che siano essi parziali o totali;
– un incremento della pena da un terzo alla metà se il reato viene commesso da un coniuge, ex coniuge, convivente e/o parte dell’unione civile, da un ascendente o da un discendente;
– perdita di ogni diritto agli alimenti e alla successione;
– sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte;
– possibilità, in caso di condanna, di godere di benefici di pena solo sulla base di un’osservazione scientifica della personalità per almeno un anno.
Tralascio in questa sede alcuni aspetti interessanti, legati in particolar modo al monitoraggio della casistica e ai progetti previsti in ambito scolastico, poiché meriterebbero riflessioni più mirate, ma quello che è importante sottolineare è l’intento di restituire dignità e rispetto a chi subisce violenze, evidenziando l’intenzionalità dell’azione e la necessità di punire adeguatamente il reato.

Il presupposto è che il viso sia lo strumento attraverso il quale si fissano le basi per la comunicazione e l’interazione con gli individui: cancellarne ogni tratto distintivo mina il riconoscimento di sé, ma anche il riconoscimento da parte degli altri, vanificando quel lungo percorso di crescita e costruzione dell’identità che dura tutta una vita.
Proposte concrete come questa– al di là di slogan elettorali e politici – possono rivelarsi un buon deterrente e porre solide basi per la prevenzione della violenza sulle donne.
http://www.dols.it/2017/03/31/violenza-sulle-donne-il-ddl-sull-omicidio-di-identita/

lunedì 10 aprile 2017

E’ “femminicidio” per 85 donne uccise su 100. I dati shock della Giustizia

L’85% delle donne uccise in Italia sono vittime proprio “in quanto” donne, non per altre ragioni. L’incredibile percentuale l’ha fornita il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nel corso del suo intervento al convegno degli ordini degli avvocati romagnoli, a Forlì.

L’analisi statistica è frutto di ricerca estesa a tutti i casi di omicidio preterintenzionale che vedono come vittime le donne basata sulle circostanze che emergono dalla lettura delle sentenze e, proprio per questa ragione, era nella disponibilità del Guardasigilli, che è anche candidato alla segreteria del Pd.

“Su 417 casi di sentenze esaminate nell’arco temporale che va dal 2012 al 2016, 355 ossia l’85% dei casi sono classificabili come femminicidio, sono cioè donne uccise da uomini in quanto donne”, ha sottolineato Orlando.

Non ci sono differenze tra Nord e Sud, centro e periferia. I più violenti con le donne, oltretutto, sono gli italiani. “La distribuzione geografica è sostanzialmente omogenea, la nazionalità conferma la prevalenza di soggetti italiani, gli stranieri sono coinvolti nel 25% dei casi come autori e nel 22,4% come vittime”, ha confermato il ministro.

Un dato simile fu diffuso già nel 2010 dalla Polizia e allora il ministro dell’Interno, che era il leghista Roberto Maroni, protestò. Aggiunge Orlando: “Nel 55,8% dei casi tra autore e vittima esisteva una relazione sentimentale. Se aggiungiamo una relazione di parentela raggiungiamo il 75% dei casi in cui la vittima viene uccisa in un ambiente familiare, teoricamente in un ambito protetto e sicuro che spesso invece si rovescia nel suo contrario”.

Il “femminicidio”, che è regolato dal 2009 con una serie di aggravanti, è frequentemente un atto particolarmente efferato. “Quello che più colpisce sono le modalità con cui viene commesso il delitto”, ha aggiunto Orlando, “dal momento che non siamo solo in presenza di esecuzioni rapide con armi da fuoco, ma spesso di casi in cui l’uomo sfoga sulla donna una furia inaudita”.

Non è un “semplice” omicidio come quelli della criminalità organizzata, ma, dice il Guardasigilli, se è possibile, ancora peggio: “Quasi mai i colpi inferti sono uno o due, spesso ‘ un accanimento e spesso la morte arriva dopo una violenza brutale compiuta a mani nude o con qualunque mezzo a portata di mano”.

http://instante.it/2017/04/04/femminicidio-donna-la-colpa-dell85-delle-vittime-numeri-shock-della-giustizia/

domenica 9 aprile 2017

I Grandi diano una risposta alla violenza contro le donne di Linda Laura Sabbadini

Vorremmo che non fosse così, ma anche nei Paesi del G7 la violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso e il problema non è risolto. Insieme, totalizzano 4608 omicidi di donne in un anno, più della metà di questi omicidi è opera di partner o ex. È un dato che parla da solo. Dunque, la violenza più diffusa per le donne è quella domestica, la violenza inattesa giunge da parte di chi la donna ama o ha amato.

Nel gruppo dei 7, gli Stati Uniti sono il Paese che presenta i valori più alti. Ma i femminicidi sono solo la punta di un iceberg, prima vengono maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, economica, sessuale, stalking. Si tratta di violenza di genere, cioè le donne la subiscono in quanto donne, riguarda trasversalmente donne di tutte le classi sociali. Esistono, però, gruppi più vulnerabili di altri. In Italia, sono le donne migranti che subiscono la violenza più grave, e anche le donne disabili sono molto esposte. Negli Stati Uniti, le donne nere sono più colpite delle bianche, in Canada le donne aborigene. Le forme della violenza possono assumere caratteristiche diverse e più gravi, se si combinano con altri fattori come l’orientamento sessuale, la religione, l’ origine etnica, la classe sociale, l’età, la nazionalità, la disabilità. La vulnerabilità si accentua laddove l’empowerment economico delle donne è basso e la maggior parte delle donne non lavora, dipendendo tra l’altro dal permesso di soggiorno del marito, come nel caso italiano delle marocchine e delle albanesi.

Le donne migranti di alcune comunità specifiche sono anche più esposte al traffico di esseri umani e alle mutilazioni genitali, problema presente per i Paesi del G7 con movimenti migratori di particolari comunità ed etnie.

La violenza contro le donne pone una barriera all’empowerment femminile, cioè allo sviluppo della libertà e indipendenza delle donne, genera paura e insicurezza nella loro vita e rappresenta un grande ostacolo al raggiungimento della parità, dello sviluppo, del benessere. Vittime sono anche bambini e bambine che assistono alla violenza della loro madre, e rischiano di vedere la loro vita futura fortemente segnata da questa esperienza. È diffusa l’idea che in presenza di tante vittime si debba correre ai ripari attraverso politiche di sola tutela e di aiuti alle donne. In realtà non basta, la via è un’altra.

Per combattere la violenza è necessario sviluppare programmi di empowerment, azioni che potenzino la libertà delle donne. Le politiche, le stesse pratiche delle associazioni devono rapportarsi alle donne non come a vittime e soggetti vulnerabili, ma a soggetti che possono essere protagonisti del percorso di uscita dalla violenza, pratica che da tanti anni viene portata avanti dai centri antiviolenza e anche in strutture pubbliche sanitarie di eccellenza. Si tratta di sviluppare azioni che potenzino la libertà femminile, sostenere i centri antiviolenza, che già mettono in pratica questo approccio da anni nei vari Paesi, potenziare e formare adeguatamente gli operatori e le operatrici dei servizi sociali, sanitari, di polizia, le forze armate, perché agiscano in un’ottica di empowerment femminile.

La sinergia di tutti gli attori in campo è la chiave del successo di queste politiche. Per prevenire, e contrastare la violenza contro le donne, c’è bisogno di una grande rivoluzione culturale che abbatta gli stereotipi di genere in tutti i Paesi e metta in discussione profondamente la radice della violenza contro le donne, il desiderio di dominio dell’uomo sulla donna. C’è bisogno di una grande offensiva educativa nelle scuole e più in generale nella società a tutti i livelli, verso gli uomini perché perdano il loro desiderio di possesso e per le donne, per far crescere il loro livello di autostima, fondamentale antidoto contro la violenza. C’è bisogno che gli uomini scendano in campo e non solo le donne. E che i media si facciano sentire, ma nel modo giusto, rinunciando alle immagini femminili irrispettose e stereotipate e dando spazio paritario alle donne e alle loro vite reali in trasmissione. È venuto il momento di lavorare intensamente in sinergia su questo a livello di G7, imparando gli uni dagli altri, perché i problemi sono gli stessi. Sarebbe un grande passo in avanti per tutti.
http://www.lastampa.it/2017/04/06/cultura/opinioni/editoriali/i-grandi-diano-una-risposta-alla-violenza-contro-le-donne-d8zH2Qw8iKpcb2zaUIfXvL/pagina.html

sabato 8 aprile 2017

L'inesistenza della Teoria del Gender - La circolare del Ministero dell'Istruzione alle scuole

Da qualche tempo, in Italia come all'estero, sta prendendo piede una pericolosa caccia alle streghe basata su quella che viene definita Teoria del Gender, una teoria per cui il movimento LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) vorrebbe abbattere le differenze biologiche dei generi per "confondere" la mente dei bambini, sfruttando le scuole per indottrinarli ad abbandonare la propria identità sessuale in favore di un genere "indefinito".

Quello di "teoria del gender" è un concetto creato dall'estrema destra religiosa fondendo le definizioni di "gender studies" e "queer theory". Il risultato è una presunta "gender theory", che però, al di fuori di questo contesto, non esiste, e non è mai stata teorizzata da nessuno. In Italia, la provenienza dei sostenitori di questa visione dalle frange più estreme della Chiesa cattolica spiega l'insolita rozzezza delle loro tesi, la cui difesa è spesso affidata a "esperti" autonominati, dei quali è spesso facile dimostrare che letteralmente "non sanno nemmeno di cosa stanno parlando". (cit. Wikipink)

Per fortuna, dopo varie sollecitazioni, anche il Ministero dell'Istruzione ha preso posizione su questa controversa questione, smentendo l'esistenza di questa fantomatica teoria e affermando che "nell'ambito delle competenze che gli alunni devono acquisire, fondamentale aspetto riveste l'educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione, e la promozione ad ogni livello del rispetto della persona e delle differenze senza alcuna discriminazione."
Inoltre "pone all'attenzione delle scuole la necessità di favorire l'aumento delle competenze relative all'educazione all'affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere".

Nella circolare viene inoltre espressamente citato l'orientamento sessuale tra le discriminazioni richiamate dalle norme comunitarie che devono trovare applicazione nella scuola italiana.

Leggi la circolare del Ministero dell'Istruzione »

Di seguito, altre importanti dichiarazioni sulla Teoria del Gender:

Il Sottosegretario all'Istruzione Faraone sull'inesistenza della Teoria del Gender: leggi l'articolo »
L'Associazione Italiana Psicologia sull'incosistenza scientifica della Teoria del Gender: leggi il documento »
L'Associazione Italiana Sociologi sull'inesistenza della Teoria del Gender: leggi l'intervista »
Prof.ssa Nicla Vassallo, filosofa: leggi l'intervista »
Prof.ssa Chiara Saraceno, sociologa: guarda il video »
Altre testate che hanno affrontato la questione:

Wired: leggi l'articolo »
Internazionale: leggi l'articolo »
Ordine degli Psicologi, Lazio: leggi l'articolo [1] »
Ordine degli Psicologi, Lazio: leggi l'articolo [2] »
Wikipink: leggi l'articolo »

http://www.omphalospg.it/component/content/article/78-progetti/lotta-alle-discriminazioni/367-l-inesistenza-della-teoria-del-gender-la-circolare-del-ministero-dell-istruzione-alle-scuole.html

giovedì 6 aprile 2017

LETTERA APERTA ALLE LAVORATRICI E SCIOPERANTI DE LOTTOMARZO| NONUNADIMENO


Care scioperanti: lavoratrici-disoccupate-inoccupate-studentesse-artiste-professioniste-casalinghe-pensionate…
scriviamo, dopo lo Sciopero globale dello scorso 8 marzo, in primo luogo per ringraziare tutte per la forza, il coraggio, per la passione, la fantasia con cui è stata animata e fatta vivere questa splendida giornata di lotta e mobilitazione globale.
Lo Sciopero è stato un successo. Non era facile andare controcorrente, sfidare il blocco che in tante aziende è stato disposto non tanto e non solo dai datori, ma anche dai sindacati confederali, che non hanno ritenuto la violenza maschile sulle donne ragione abbastanza concreta per proclamare lo sciopero generale.
Eppure, noi lo sentivamo nei nostri corpi, nelle nostre teste, nel nostro diritto inalienabile a vivere e lavorare con dignità e libertà; lo avete e lo abbiamo fatto, reinventandolo tutte insieme, senza paura.
In tanti luoghi di lavoro, nei servizi e nelle cooperative, nelle scuole e negli ospedali, nel pubblico impiego come in quello privato, abbiamo incrociato le braccia, ci siamo astenute dalla fatica, abbiamo lottato. E non hanno scioperato soltanto le lavoratrici dipendenti; lo hanno fatto anche, mettendosi doppiamente a rischio, le lavoratrici autonome e parasubordinate, quelle precarie che il diritto di sciopero non lo hanno. Ognuna a suo modo, ognuna mettendosi in gioco fino in fondo. Abbiamo scioperato in Italia, milioni di donne hanno scioperato e si sono mobilitate in tutto il mondo, in oltre 50 paesi.
Dobbiamo dirlo, senza arroganza: forse il più importante evento di lotta degli ultimi decenni.
Passato l’evento, con il ricordo ancora nitido, si tratta ora di consolidare questa straordinaria nuova marea femminista, conquistando uno dopo l’altro i diritti che ci vengono negati quotidianamente, affermando concretamente, battaglia dopo battaglia, il nostro Piano femminista contro la violenza. Piano che, già a partire dalle assemblee nazionali di novembre e di febbraio scorsi, abbiamo cominciato a delineare. Per questo motivo, invitiamo tutte a continuare insieme questo percorso, a partecipare ai prossimi appuntamenti e momenti di discussione: alle riunioni dei Tavoli che stanno proseguendo nel lavoro di studio e di scrittura per il Piano, sino alla prossima assemblea nazionale di Non una di meno, che si svolgerà a Roma il 22 e 23 aprile. Saranno occasioni per elaborare collettivamente quanto è accaduto lo scorso 8 marzo, per portare a termine il nostro Piano, per definire le prossime scadenze di lotta, per articolare il nostro intervento nei territori.
Ci siamo riprese la strada e la piazza, ci siamo riprese lo Sciopero, ora dobbiamo imparare a riprenderci tutto. Unite possiamo farcela.

Non una di meno
https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/04/04/lettera-aperta-alle-lavoratrici-e-scioperanti-de-lottomarzo/

martedì 4 aprile 2017

Dopo l’Islanda, la Germania approva la legge contro il divario salariale fra uomo e donna. E l’Italia? scritto da Monica D'Ascenzo

Se più governi scendono in campo per porvi rimedio, vuol dire che il problema esiste. La differenza salariale di genere, testimoniata da diversi studi a livello internazionale, è entrata a pieno titolo nelle agende di lavoro delle istituzioni di diversi Paesi, dopo che l’Unione Europea da anni ha posto l’accento sul tema tanto da creare un progetto ad hoc per sensibilizzare i Paesi membri.
La linea che si sta seguendo, nella maggior parte dei casi, è quella di rendere “visibili” le remunerazioni, secondo il principio che rendere noto il divario sia di per sé già un incentivo a sanarlo. E dopo la legge islandese (in verità ben più restrittiva), ieri è stata la volta della Germaia, che ha approvato la normativa in tema di gender pay gap.

La soluzione tedesca
La Cdu di Angela Merkel festeggia la nuova norma per la riduzione del gap fra gli
stipendi di uomini e donne in Germania. Il Bundestag tedesco ha approvato il 30 marzo una normativa che dovrebbe favorire la riduzione dello scarto di remunerazione. La legge prescrive per le imprese con oltre 200 impiegati di render conto, a chi vuole saperlo, di quanto viene pagato un collega per la stessa prestazione lavorativa. Nel provvedimento sono coinvolte 18 mila imprese tedesche. Mentre circa 4.000 imprese con oltre 500 impiegati dovranno regolarmente fornire dei rapporti proprio sul trattamento salariale, chiarendo quindi quanto gli stipendi siano effettivamente “allineati”.
La misura si è resa necessaria dal momento che lo scarto di stipendio fra uomini e donne in Germania è del 21% circa. In media ogni donna guadagna 4,50 euro meno degli
uomini.

L’imposizione islandese
In Islanda il governo (nel quale metà dei ministri sono donna) ha deciso di fare un passo in più. La legge, approvata poche settimane fa dall’Althingi (il parlamento islandese) e ora pubblicata sulla gazzetta ufficiale, prevede che i datori di lavoro dovranno fornire documentazione sufficiente per ottenere la certificazione ufficiale di azienda o istituzione che davvero rispetta la parità retributiva tra gender. Il controllo del rispetto della gender equality salariale non è, però, solo teorico. E’ stato, infatti, affidato alla Lögreglan (polizia), alla polizia tributaria e anche al reparto scelto delle forze dell’ordine. I controlli inizieranno dal 2018 e termineranno entro il 2022. Nel Paese, di 330mila abitanti, l’occupazione femminile è attorno all’80%, mentre il divario salariale si attesta tra il 14 e il 20%. Le donne da anni scendono in piazza in sciopero in segno di protesta, guidate da The Icelandic Women’s Rights Association.

La via britannica
In Gran Bretagna sta per entrare in vigore (probabilmente dal prossimo 6 aprile) la regolamentazione 2017 del The Equality Act 2010 (Gender Pay Gap Information), in base alla quale le società private con oltre 250 dipendenti dovranno pubblicare, entro un anno dall’entrata in vigore, i dati relativi alle remunerazioni e ai bonus dei dipendenti (quanto e a quanti) con uno spaccato di genere. Da quest’anno l’obbligo sarà annuale e interesserà 7.960 aziende e 11 millioni di dipendenti, pari al 34% della forza lavoro totale britannica.
La normativa è il frutto del lavoro del Women and Equalities Select Committee, che ha presentato lo scorso anno un report sulla situazione in Uk a seguito dell’impegno dell’allora primo ministro di voler chiudere il gender pay gap innell’arco di tempo di una generazione. In base agli ultimi dati disponibili (aprile 2016) nel lavoro a tempo pieno gli uomini hanno in media una paga settimanale di 578 sterline, mentre le donne si fermano a 480 steline: il 17% in meno.
La “volontarietà” americana
Negli Stati Uniti era stato John F. Kennedy ha firmare nel 1963 The Equal Pay Act. Allora le donne guadagnavano in media 59 centesimi ogni dollaro guadagnato da un uomo. Dopo 50 anni erano arrivate a 77 centesimi. Un progresso troppo lento, secondo l’amministrazione Obama, tanto che nel 2009 il presidente firmò Lilly Ledbetter Fair Pay Act, cui ha fatto poi seguito The White House Equal Pay Gap del 2016. Quest’ultimo, già siglato da oltre 100 società, è l’impegno volontario a dare visibilità delle politiche di remunerazione interne e dei dati relativi agli stipendi.
Certo, lasciare che si aderisca in modo volontario ha il rischio che non ci sia un impegno concreto da parte delle aziende. Ma un nuovo fattore sta entrando in gioco, a cominciare dagli Usa: le richieste degli investitori istituzionali. Non è passata inosservata la notizia che la società di gestioni Pax World Management, con masse gestite attorno ai 4,1 miliardi di dolalri, ha convinto alcune società in cui investe (Goldman Sachs, BNY Mellon, Verizon, AT&T e Qualcomm) a prendere un impegno a favore della parità salariale fra i generi. Un segnale non da poco, per quanti sono quotati a Wall Street. Segnale che potrebbe essere seguito da altri investitori istituzionali.

E l’Italia?
Forse non tutti sano che anche da noi esiste una normativa a riguardo. Si tratta dell’articolo 46 del Decreto Legislativo 11 aprile 2006 n. 198 (ex art. 9 L. 125/91), (modificato dal D. Legislativo 25 gennaio 2010 n. 5 in attuazione della direttiva 2006/54/CE relativa al principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione). Cosa prevede?
1.Le aziende pubbliche e private che occupano oltre cento dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile in ognuna delle professioni e in relazione allo stato di assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica, di altri fenomeni di mobilità, dell’intervento della Cassa integrazione guadagni, dei licenziamenti, dei prepensionamenti e pensionamenti, della retribuzione effettivamente corrisposta.
2.Il rapporto di cui al comma 1 è trasmesso alle rappresentanze sindacali aziendali e alla consigliera e al consigliere regionale di parità, che elaborano i relativi risultati trasmettendoli alla consigliera o al consigliere nazionale di parità, al Ministero del lavoro delle politiche sociali e al Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
3. Il rapporto è redatto in conformità alle indicazioni definite nell’ambito delle specificazioni di cui al comma 1 dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con proprio decreto.
4. Qualora, nei termini prescritti, le aziende di cui al comma 1 non trasmettano il rapporto, la Direzione regionale del lavoro, previa segnalazione dei soggetti di cui al comma 2, invita le aziende stesse a provvedere entro sessanta giorni. In caso di inottemperanza si applicano le sanzioni di cui all’articolo 11 del decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1955, n.520. Nei casi più gravi può essere disposta la sospensione per un anno dei benefici contributivi eventualmente goduti dall’azienda.
Il termine per presentare gli ultimi rapporti sulla situazione del personale è scaduto il 30 aprile 2016. Forse eravamo distratti e non ci siamo accorti di questa marea di informazioni. Resta il fatto che in Italia il divario di remunerazione, fra uomini e donne è del 10,9%. Una differenza che sale al 36,3% fra i laureati.
http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/04/03/dopo-lislanda-anche-la-germania-approva-la-legge-contro-il-divario-salariale-fra-uomo-e-donna/


lunedì 3 aprile 2017

Lidia Menapace Novara 1924 - vivente. di Monica Lanfranco e Rosangela Pesenti

«Molto mi ha giovato la lettura dei testi che le donne vengono scrivendo e pubblicando, ma più ancora – sto per dire – il poterle incontrare, il parlarsi di persona, vedere volti e gesti, inflessioni di voce e timbro di sorriso, sentire quanta parte della ricerca è andata persa per circostanze varie, quali orizzonti apre, quali motivazioni ha avuto».

Veramente difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista quale è Lidia Menapace.
Una anticipatrice: questa forse la caratteristica più nitida ed esclusiva del suo lavoro.
La prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo, «[…]Poiché ho ribattuto che possiamo cominciare a sessuare il linguaggio nei miliardi di volte in cui si può fare senza nemmeno modificare la lingua, e poi ci occuperemo dei casi difficili, ecco subito di nuovo a chiedermi perché mai mi sarei accontentata di così poco. Se è tanto poco, dicevo, perché non si fa?
Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere » (prefazione a Parole per giovani donne, 1993).
Ci ha regalato la definizione più suggestiva del Movimento delle donne osservando che è carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza. Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.
Negli anni dirompenti del Movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che «Il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc» e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso.
Nell’UDI ha guidato la stagione politicamente più creativa contribuendo all’uscita dell’associazione dallo stallo generato dall’XI Congresso, attraverso l’innovazione delle forme politiche nelle responsabilità condivise, proponendo un Patto tra pensieri politici teoricamente incomponibili e promuovendo la formazione del gruppo nazionale, domiciliato al Buon Pastore occupato, allora cuore storico del femminismo, che prendeva il nome da quella Scienza della vita quotidiana, frutto dell’elaborazione politica raccolta per la prima volta nel libro Economia politica della differenza sessuale.
Comincia proprio con questo testo la proposta teorica intorno all’Economia della riproduzione, declinata nelle specificità biologica, domestica e sociale, che troppo spesso viene ancora genericamente definita “lavoro di cura”, mentre, osserva puntualmente Lidia, la cura è il modo senza il quale non si realizza il lavoro stesso.
Non solo molti libri: la sua produzione è diffusa, e talvolta dispersa, in una miriade di giornali, riviste, pubblicazioni. Questo per la sua disponibilità ad essere presente nell’accadere delle cose, nel tempo vissuto dei vari collettivi umani che la considerano una maestra, ma anche perché, lontana da ogni vezzo accademico, considera la forma “occasionale” dei suoi scritti parte integrante della sua stessa elaborazione teorica. Instancabile viaggiatrice, è sempre stata disponibile a raggiungere i più remoti gruppi in ogni parte d’Italia, e generosa nel diffondere il patrimonio della sua esperienza. L’occasione infatti, nel senso montaliano del termine, è il suo modo teorico di stare nel mondo, che per lei è sempre il territorio concreto, abitato, che può allargarsi a comprendere perfino tutta la terra, ma si tratta sempre di una terra che è tale in quanto incessantemente percorsa da donne e uomini e dalle loro umanissime vicende. Dice e scrive, attenta alle condizioni materiali della vita e a come i luoghi possono favorire o mortificare la conoscenza, continuando a scegliere per sé la scrittura dell’articolo più vicina alla continuità del pensiero nella vicinanza del vivere.
Attivamente pacifista ha proposto la Convenzione permanente di donne contro tutte le guerre e la scuola politica sotto l’egida di Rosa Luxembourg, figura storica snobbata sia dai partiti a sinistra come da buona parte del femminismo che invece Lidia Menapace ha non solo riscoperto ma anche attualizzato, arrivando a scoprirne le radici protoecologiste e animaliste (cfr. Donne disarmanti- storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi (2003).
Pressoché unica a ricordare alle generazioni più giovani il lavoro di Alma Sabatini, che cita sempre quando parla della necessità di sessuare il linguaggio, generosa con chi le ha chiesto di partecipare anche in luoghi sperduti a dibattiti e incontri, sempre disponibile a scrivere e a condividere i suoi materiali, Lidia Menapace è probabilmente la miglior testimonianza di come il paese nel suo complesso, e la sinistra in particolare, non sappia valorizzare i suoi talenti: per oltre 20 anni, con raccolte di firme e petizioni, si è cercato senza successo di farla eleggere in Parlamento, a cominciare dal Pci dell’epoca della Carta delle donne di Livia Turco.
Una enorme quantità di firme sono state raccolte sia per la sua elezione parlamentare sia per la sua nomina come Senatrice a vita, anche in questo caso senza successo.
La sua breve permanenza in Senato (eletta nelle liste di Rifondazione Comunista), già ottantenne, è raccontata da lei stessa in una raccolta di lettere, inviate quasi quotidianamente, che restituiscono uno sguardo inedito:
«Sono convinta che una nuova strumentazione politica teorica possa muovere non da cattedre, bensì da tavole, non da scranni, bensì da incontri conviviali» scrive Lidia nell’introduzione del suo ultimo libro.
Sua madre è una ragazza emancipata d’inizio Novecento, così si autodefiniva e suo padre un geometra illuminista senza saperlo, che portava le figlie bambine a visitare città d’arte. Lidia Brisca è stata una giovanissima resistente durante la guerra di liberazione; ha avuto il grado di sottotenente, rifiutato poi assieme al riconoscimento economico subito dopo la guerra, come raccontato nel libro Resistè : non aveva fatto la guerra come militare – spiegherà – e ciò che aveva fatto non aveva prezzo e non era monetizzabile. A soli 21 anni, nel 1945, consegue la laurea col massimo dei voti, a conclusione degli studi in letteratura italiana. Partecipando a giugno del 2011 a Genova al decennale di Punto G, che nel 2001 aprì le manifestazioni politiche di dibattito sulla globalizzazione, Lidia Menapace ha raccontato di come alla sua laurea uno dei relatori avesse giudicato la sua tesi, per farle un complimento, “frutto di un ingegno davvero virile”. Ebbene lei, nonostante il luogo solenne e la giovane età, ebbe il coraggio di ribattere e quello di replicare che la candidata era proprio una donna, quindi “isterica” (video su YouTube).
Impegnata nella Democrazia Cristiana, prima donna eletta nel Consiglio Provinciale di Bolzano nel 1964, dove si era trasferita dopo il matrimonio con il medico trentino, Nene Menapace (morto nel 2004), accanto a lei con discrezione per tutta la vita. In quella stessa legislatura è anche la prima donna ad entrare nella Giunta provinciale come assessora alla Sanità, ma si giocherà una brillante carriera all’Università Cattolica dichiarandosi marxista e contribuendo alla fondazione del quotidiano «Il Manifesto» (1969) sul quale scriverà regolarmente fino alla metà degli anni ’80. Conflittuale, anche a causa della distanza dal movimento femminista, il rapporto con Rossana Rossanda, altra fondatrice dello storico giornale della sinistra italiana.
A partire dagli anni ‘70 è presente nella politica attiva in associazioni, movimenti, incarichi istituzionali con un impegno che si caratterizza da subito e sempre per il femminismo e il pacifismo. Eletta al Senato nel 2006 nelle liste di Rifondazione Comunista, è attualmente direttora della rivista teorica per la rifondazione comunista «Su la testa<».
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/lidia-menapace/

domenica 2 aprile 2017

Il pregiudizio del muletto Quando i pregiudizi maschili sono duri a morire Arianne Lapelouse

È una vita che affronto con il sorriso sulle labbra e il sopracciglio alzato le tante verità e le troppe false idee legate ai pregiudizi maschili.

Facciamo un esempio: se sei donna e rispondi al telefono della TUA azienda, spesso ti senti chiedere: “Ciao, mi passi il titolare?”.
“La titolare sono io, salve!”.
“Ah, pensavo fosse LA segretaria”.
Come se per una donna fosse impossibile dirigere un’impresa e per un uomo fosse INCONCEPIBILE lavorare come segretario o telefonista.

I pregiudizi sono alla base di molte ingiustizie, che ci trasciniamo dietro da secoli come macigni.
A gennaio nei cinema americani è uscito Hidden Figures. Il film racconta della vera storia di tre scienziate della Nasa, che hanno lavorato al lancio di John Glenn in orbita nella celebre impresa spaziale del 1962.
È un film che accusa l’imperante maschilismo con il quale anche le donne più brillanti e preparate devono confrontarsi restando quindi spesso “hidden”, cioè nascoste, mentre sono i loro colleghi uomini a prendersi tutti gli applausi. Valeva negli anni ’60 e vale, in molto casi, ancora oggi.
I pregiudizi, si sa, sono duri a morire.

Ma piano piano, stanno cadendo uno a uno come i birilli del bowling dove voi maschietti, tra una birretta e l’altra, vi divertite a elencare i nostri presunti limiti.

Solo per schiarirvi le idee:

1. Vi assicuriamo che noi donne siamo portate per la matematica e le materie scientifiche esattamente come voi. Non abbiamo un difetto cerebrale che ci impedisca di fare le addizioni. Anzi, quando si tratta di chiedervi gli alimenti dopo che ci avete cornificate con mezzo condominio, siamo bravissime a calcolare il totale.

2. È poi ormai risaputo che noi donne sappiamo guidare l’automobile piuttosto bene. Anzi. Essere donna rappresenta un motivo di maggiore garanzia per le stesse compagnie assicuratrici, che tendono ad accaparrarsi le clienti. Meno incidenti, meno infortuni.

3. Certo, in molte donne c’è una vera e propria repulsione verso le catene da neve, di solito ci rifiutiamo di uscire sotto la tormenta per installarle. Ma perchè, sic et simpliciter, lo riteniamo un lavoraccio, faticoso e pure rischioso, così come lo trovate voi uomini. Tanto è vero che, potendo scegliere, optate ormai tutti massicciamente per un treno di gomme invernali.

4. Andrebbe anche rivista l’idea, tipicamente macho-latina, che le donne non sappiano fare squadra, non sappiano collaborare e siano solo capaci di demolirsi e di farsi dispetti infantili.
Si sa: noi donne siamo molto più concentrate sui reali problemi e, dovendo spesso dividerci tra casa e lavoro, facciamo tesoro del poco tempo a disposizione. Quindi non amiamo perderci tra faide e guerre di posizione. Non più di voi.

Detto questo: qualche anno fa nei test da superare all’esame da mulettista figurava la seguente domanda: “Puó una donna guidare un muletto?”. La risposta era ovviamente “Sì, caro. E saprebbe anche passarti sopra in retromarcia”.
http://www.syndromemagazine.com/it/il-pregiudizio-del-muletto/

sabato 1 aprile 2017

LE SCARPE CON IL TACCO PER NEONATE COMMERCIALIZZATE DA UN'AZIENDA STATUNITENSE

Le PeeWeePumps sono state ideate per bambine da zero a sei mesi di vita. Il prodotto, lanciato sui social media, è stato giudicato di cattivo gusto da molte mamme
Occhiali da diva navigata, un foulard avvolto a formare una fascia legata intorno al capo, con tanto di fiocco davanti, e scarpe con il tacco abbinate. A indossare un abbigliamento del genere non è una giovane modella impegnata a posare su qualche catalogo di moda, bensì una neonata.
Il prodotto realizzato da un'azienda di calzature americana, la PeeWeePumps, è stato messo in commercio al fine di soddisfare la voglia glamour di molte neomamme, almeno stando alle dichiarazioni della sua fondatrice, Michelle Holbrook.
Una volta commercializzate e pubblicizzate sui siti e sui social media, le calzature sono state giudicate di cattivo gusto e molte mamme hanno definito “sbagliato e disgustoso” ritrarre i neonati in questo modo.
Le scarpette con il tacco  denominate appunto PeeWeePumps, sono state realizzate in svariati colori: di raso, la calzatura somiglia nella forma alle decolleté per donne adulte. Il tacco che sporge è pieghevole, mentre la punta è arrotondata. Sono disponibili per bambine fino a sei mesi d'età.
Ad accompagnare il lancio del prodotto ci ha pensato un marketing definitio aggressivo per le frasi impiegate nel descrivere abbigliamento per neonati, come “cool” e “diva in erba”. Anche le foto che hanno accompagnato il prodotto non sono state apprezzate nella maggior parte dei casi.
Negli ultimi messaggi condivisi su Facebook dalla società, viene ritratta una bambina che siede a cavalcioni su una moto in miniatura accompagnata dalla seguente didascalia: “Questa piccola diva in erba si mette in posa con le #peeweepumps”.
L'azienda con sede a Greensburg, in Pennsylvania, non si è limitata a far indossare alle neonate protagoniste della campagna le scarpine con il tacco, ma anche collane di perline, abiti di paillettes e tutù.
Le critiche
“La promozione di prodotti per bambini in questo modo è malata”,  ha scritto un altro commentatore sotto il post.
Le opinioni su queste calzature dai colori svariati sono state innumerevoli. Non sono mancati i commenti positivi di alcune utenti che hanno definito le scarpe “adorabili”.
L'azienda è stata segnalata all'inizio del mese di marzo da un gruppo di utenti del Regno Unito, che avevano rilanciato le immagini delle calzature e della vasta gamma di prodotti per l'infanzia con il messaggio di avvertenza "attenzione, le foto sono scioccanti".
Chiamata in causa, la fondatrice del marchio PeeweePumps, Michelle Holbrook, ha risposto alle critiche attraverso un comunicato pubblicato sul sito della sua società: “I nostri prodotti non sono fatti per camminare, ma per soddisfare l'attuale e sempre crescente richiesta popolare di alta moda anche per quanto concerne l'abbigliamento infantile”.
Queste scarpette con il tacco destinate alle neonate sono ergonomiche, costano circa 20 dollari e permettono alle bambine di avvicinarsi in modo precoce al mondo della moda, o perlomeno lo permettono alle loro mamme.
La questione nasce proprio su questo punto, ossia sul valore etico di una campagna promozionale che vuole vendere alle madri delle scarpe per bambina che sembrano, esteticamente, da donna. Nonostante l'azienda abbia già venduto più di un migliaio di paia, alcune mamma che hanno valutato il prodotto l'hanno giudicato inadeguato per una neonata.
La fondatrice della società travolta dalle critiche si è scusata con chi ha frainteso lo scopo delle scarpe con il tacco in miniatura, ritenendolo un gesto d'amore per le neonate. Le bambine di una volta si appropriavano al mondo delle scarpe con il tacco giocando con quelle della madre, in età sicuramente superiore ai cinque mesi.
Qui si ha a che fare con neonate dai 0 ai sei mesi di vita che sono diventate loro malgrado le consumatrici finali di un articolo più adatto alle donne adulte, rischiando così di cadere in un processo di sessualizzazione precoce, di cui i principali responsabili sono proprio i loro genitori.
http://www.tpi.it/mondo/stati-uniti/azienda-americana-crea-scarpe-tacco-neonate

giovedì 30 marzo 2017

Le responsabilità istituzionali per la diseducazione sessuale degli adolescenti inserito da Maddalena Robustelli

Una dei fanalini di coda in Europa, l'Italia continua a privare i propri adolescenti della necessaria educazione alla sessualità
Sono trascorsi così pochi giorni dalla notizia della condanna a Vicenza di una giovane donna rea di procurato aborto, che occorrerebbe meglio delineare i contorni di questa vicenda, di modo che non venga annoverata tra gli innumerevoli casi di cronaca nera. In primo luogo perché per l’ennesima volta si accendono i riflettori mediatici sul fenomeno degli aborti illegali, secondariamente perché ad essere punita è chi da minorenne aveva praticato altre tre interruzioni di gravidanza sempre con la stessa metodologia, quale il ricorso a dosi massicce di un farmaco antispastico. Una prassi sempre più diffusa questa, ossia acquistare il misopristolo che, assunto in maniera impropria, comporta l’espulsione del prodotto del concepimento. Non sempre però questo particolare aborto farmacologico è privo di conseguenze negative, come la metrorragia, il sanguinamento dell’utero non dovuto a mestruazione.
Come accaduto due anni fa a Genova, in un episodio che indusse la Procura della Repubblica cittadina ad aprire un’indagine sulle preoccupanti interruzioni di gravidanze attraverso il Cytotec, utilizzato sempre di più sia da minorenni che da prostitute. I magistrati genovesi erano stati allertati dal caso di due adolescenti che, temendo una gravidanza indesiderata, scoprirono su internet che il suddetto farmaco anti ulcera avesse come effetto collaterale “le fortissime contrazioni dell’utero e un aborto quasi sicuro entro le prime nove settimane”. Indotta dal fidanzato la giovane donna assunse la dose consigliata da un blog, ossia nove compresse in una sola giornata. Ma le conseguenze furono, oltre all’aborto, dieci giorni di perdite di sangue, tanto da comportare il ricovero della ragazza in ospedale e la conseguente ammissione di avere utilizzato quel farmaco per interrompere la gravidanza.
L’anno scorso alcuni medici ed ostetriche sottoscrissero una lettera aperta alla Ministra Lorenzin per protestare contro l’aggravio economico che aumentava in maniera spropositata le sanzioni per chi abortisce clandestinamente, chiedendole di promuovere una seria campagna di monitoraggio su questo fenomeno sottostimato dallo stesso Governo.
Anche il gruppo di attiviste #ObiettiamoLaSanzione, nel richiedere la revoca della sanzione, sottolineò i rischi per la salute delle donne che ricorrono all’aborto farmacologico fai da te, chiedendo nel contempo anche una reale presa in carico del problema delle interruzioni di gravidanza fuori legge. Problema che ancora ad oggi il Ministero della Salute continua ad ignorare affermando nelle Relazioni parlamentari sullo stato di applicazione della legge 194 che il fenomeno dell’aborto clandestino si sarebbe mantenuto costante negli ultimi 10 anni. Avvenimenti come quello di Vicenza dimostrano invece il contrario e dovrebbero indurre le istituzioni ad intervenire a monte, soprattutto al riguardo del ricorso a tali prassi da parte degli adolescenti. Sempre più si appalesa conseguentemente la necessità di puntuali campagne informative che li vedano destinatari di una congrua ed opportuna educazione sessuale.
I consultori, a tal ruolo preposti, negli anni sono venuti a perdere questa specifica funzione per una serie di svariati motivi, lasciando conseguentemente scoperta la platea degli eventuali utenti giovanili, sempre più in balia dell’informazione fai da te. Approfondendo alcuni dati del 2010, difatti, si rileva che il 27% non usa alcun anticoncezionale, il 22% utilizza il metodo del coito interrotto, il 27% ricorre al preservativo ed il 18% alla pillola. Risulta alquanto evidente che circa la metà dei nostri teenagers non riesca a vivere consapevolmente la propria sessualità, preferendo rincorrere delle vere e proprie leggende metropolitane, quali che la lavanda alla coca–cola, al limone o all’aceto possa fungere da anticoncezionale. Senza contare il tam-tam che circola insistentemente sulla circostanza che fare l’amore in piedi riesca a non rendere incinte le ragazze. Proprio la vicenda della giovane donna condannata a Vicenza, denunciata nel 2015 a seguito di un malessere a scuola a cui conseguì il ricovero in ospedale per emorragia, induce a dare ragione a Marco Rossi, presidente dell'Associazione Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale, quando sostiene che: «I ragazzi hanno informazioni sulla sessualità che derivano prevalentemente dai propri coetanei, e che i loro coetanei prendono da internet, senza gli strumenti per discernere il falso dal vero».
Non entrando nel merito di come e quanto si discuta in famiglia di tali temi, ma focalizzando l’attenzione sulle modalità con le quali la scuola pubblica italiana funzioni da agenzia educativa in tema di sessualità consapevole, c’è da dire che non esistono norme obbligatorie al riguardo. L’informazione è nelle mani di insegnanti volenterosi, che sopperiscono ad oltre un trentennio di coscienti scelte omissive da parte delle istituzioni competenti. Tutti i tentativi di introdurre per legge l’educazione sessuale nelle scuole sono miseramente naufragati nel mare magno di una preventiva opposizione da parte delle gerarchie ecclesiastiche e di alcune formazioni partitiche. Eppure un recente rapporto dell'Organizzazione mondiale della Sanità sugli impatti dell'educazione sessuale ha rivelato che, nei Paesi in cui è in vigore, essa ha determinato una diminuzione delle gravidanze adolescenziali e degli aborti, delle malattie sessualmente trasmissibili e dell'HIV, senza parlare degli ulteriori effetti nel tempo lungo per gli abusi sessuali e i casi di omofobia. In Italia, d’altronde, un’indagine dell’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, predisposta nel 2013 su 1400 giovani di sette scuole diverse, ha appalesato in particolare che “il 19% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei 14 anni, una cifra quasi raddoppiata rispetto alle stime dell’anno precedente: il problema è che il 73% dei ragazzi non conosce le principali malattie a trasmissione sessuale (Mts) e il 33% pensa che la loro incidenza sia trascurabile” (fonte Valigia blu).
Diventa, quindi, oltremodo colpevole che la classe politica italiana continui ad allontanare nel tempo la propria specifica responsabilità al proposito dell’adozione di programmi ministeriali in tema di educazione sessuale. Programmi che puntino a ritardare l’età del primo rapporto sessuale, a far diminuire la frequenza e il numero di rapporti con partner diversi, nonchè a determinare una maggiore prevenzione di rapporti sessuali a rischio. Non c’è altro tempo da perdere, perché evitare che succedano casi come quello di Vicenza dovrebbe indurre a prendere le giuste determinazioni al riguardo. Altrimenti a chi sui media ha definito la giovane donna in questione “professionista dell’aborto”, sarebbe da replicare che gli unici veri professionisti sono i legislatori rei del mancato avvio dell’educazione sessuale nelle scuole pubbliche italiane. Professionisti nel portare su di sé la responsabilità di un vuoto normativo che impedisce ai nostri adolescenti di acquisire quella consapevolezza adeguata ad evitare gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmissibili e persino forme di sfruttamento, coercizione ed abuso.

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=07904

mercoledì 29 marzo 2017

Infermiera sì, ministra no Se il femminile non è questione di grammatica (ma di potere) di Silvia Morosi

Le parole hanno un peso e danno forma alla realtà. E dunque segnano le differenze tra uomo e donna in termini di ruoli e riconoscimenti sociali. «Bisogna insistere, correggere espressioni che penalizzano la dimensione femminile, anche correndo il rischio di essere noiose», spiega Stefania Cavagnoli, linguista e docente dell’Università di Roma Tor Vergata

Il dibattito (storico) sul sessismo linguistico
La questione è tornata d’attualità con le ultime elezioni amministrative di Roma e Torino e con la richiesta di numerose ministre di essere chiamate tali. Nell’uso dell’italiano sono ancora molte le remore nel declinare al femminile i nomi di mestieri, professioni, ruoli istituzionali, soprattutto quando la posizione che indicano è prestigiosa. Non è strano quindi sentire nominare il magistrato Ilda Bocassini, l’avvocato Giulia Bongiorno o il rettore Stefania Giannini, ma storciamo il naso se sentiamo parlare della ministra Valeria Fedeli. Eppure, se leggessimo un discorso del Cancelliere Merkel, potremmo sorridere. Non solo, cosa succederebbe se trovassimo in un titolo di giornale «il sindaco di una città annuncia di essere incinta»? Perché è tanto difficile superare le resistenze e chiamare correttamente «architetta» o «chirurga» le donne arrivate a ruoli fino a ieri solo maschili? Perché non lo è, invece, per la maestra, l’infermiera, la cameriera o l’operaia?

Dietro la semplice questione grammaticale si nasconde quello che, anche nel nostro Paese, è stato racchiuso sotto la nozione di «sessismo linguistico». In Italia il dibattito sulla sociologia del linguaggio e sull’uso non sessista della lingua è ancora in essere, nonostante dell’argomento si discuta dagli anni Ottanta, sulla scia del linguistic sexism elaborato negli anni ‘60-’70 negli Stati Uniti. Nel 1987 l’uscita del volumetto «Il sessismo nella lingua italiana» di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha allargato il discorso all’ambito socio- linguistico ed è arrivato a interessare attraverso la stampa anche il grande pubblico. Lo scopo del lavoro era politico e puntava a (ri)stabilire la «parità fra i sessi» — obiettivo all’epoca di primaria importanza — attraverso il riconoscimento delle differenze di genere. Al linguaggio veniva riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà, e quindi anche dell’identità di genere maschile e femminile.

Le parole e le desinenze hanno un senso
Ma le resistenze sono rimaste perché la lingua è creatrice di realtà e strumento di potere. «Nominare le donne, usare le forme al femminile mostra la presenza delle donne, e quindi riequilibra la società e i suoi poteri. Credo che questa sia una forte motivazione per mantenere lo status quo. Quello che personalmente non capisco è la battaglia contro la modifica del linguaggio. La lingua cambia, è dinamica. Solo in questo diventiamo puristi. E la cosa che mi fa riflettere, e intristire, è che spesso sono proprio le donne quelle con posizioni più contrarie e radicali», spiega Stefania Cavagnoli, professoressa associata di linguistica e glottologia presso l’Università di Roma Tor Vergata, dove insegna linguistica generale e applicata. «Nei molti incontri che ho avuto con il mondo delle avvocate, per esempio, una delle motivazioni maggiori per l’uso al maschile del titolo professionale era: «Ho fatto tanto per arrivare qui, ed ora voglio essere chiamata avvocato». Casi in cui non serve provare a spiegare che si tratta di grammatica, dato che la ritrosia parte proprio dalle donne. L’unico modo per convincere le donne a farsi chiamare in modo adeguato è dire che si tratta di una questione di potere. «E se ci si pensa bene, in fondo un piccolo cambiamento linguistico potrebbe provocare un grande cambiamento nell’immaginario collettivo».
Le donne se non sono nominate spariscono
«Ognuno di noi, anche le persone sensibili all’argomento, se sentono una formulazione al maschile immaginano una corrispondenza al maschile: i giornalisti scrivono, gli avvocati conducono le cause, i giudici sentenziano, i professori insegnano», continua Cavagnoli.  Ma dove sono le donne? In tutte queste professioni «alte» le donne sono molto presenti, se non addirittura in maggioranza. Però non sono nominate, e quindi spariscono. Nelle professioni tipicamente femminili, e notoriamente di minor potere, si usa il femminile, ed anzi sembrerebbe strano leggere le vicende dell’«operaio Maria Rossi». A chi dice che certi femminili «suonano male», è facile rispondere che è solo questione di abitudine all’uso di parole nuove. La lingua è dinamica, si modifica in continuazione, si adegua alle necessità della società e ai suoi cambiamenti. Se serve un nome, lo si crea. «Se le donne in magistratura non erano ammesse fino al 1963, non c’era nemmeno bisogno di pensare al termine magistrata. Quando nel lessico si inserisce un nuovo vocabolo o si declina al femminile una parola di solito usata al maschile, può esser richiesto un po’ di tempo per abituarcisi», evidenzia la professoressa. «Suona male» ciò che, al nostro orecchio, si allontana dalla normalità. Ma le norme si modificano, e anche l’orecchio si adegua. In fondo, usiamo spesso parole nuove, ce ne facciamo un vezzo, soprattutto se sono prestiti da altre lingue.

Il neutro non esiste (e non è la soluzione)
Perché allora ci dà così fastidio la declinazione (nella norma) delle professioni al femminile? Usare il maschile per le donne che ricoprono professioni e ruoli di prestigio non solo disconosce l’identità di genere e nega quello femminile, ma addirittura nasconde le donne. «Credo che al fondo ci sia una convinzione radicata nelle donne, in alcune donne, che gli uomini riescano meglio in certe professioni. Conseguenza di un’educazione non attenta al genere, ma anche di continue difficoltà reali nell’ambito del lavoro, pensato al maschile. L’uso adeguato della lingua potrebbe essere un primo passo per modificare gli ambienti professionali. Le donne ci sono, competenti, e si nominano».  La questione non può essere risolta o bypassata, come sostengono alcuni, dal cosiddetto «maschile neutro», un ossimoro. «Il maschile è maschile. L’italiano ha due generi, femminile e maschile. Il neutro non esiste. L’italiano è una lingua androcentrica, e il maschile spesso è inteso in modo inclusivo».
«La signora ministro» francese
L’Italia non è un paese per donne.  In altri paesi, infatti, suonerebbe strano utilizzare il maschile inclusivo al posto del femminile. Un esempio? In Germania la discussione sulla lingua di genere è vecchia, e i risultati si vedono. Angela Merkel, nel giorno della sua nomina, ha fatto modificare la pagina web e Bundeskanzler è diventato Bundeskanzlerin. Normalità della lingua, adeguamento a una nuova realtà, in quanto Merkel rappresentava la prima donna con la funzione di Cancelliera. I nostri media ci hanno impiegato anni a chiamarla così, come è successo anche in altri Paesi come ha evidenziato una ricerca di Babbel la app per imparare le lingue nel minor tempo possibile, nata nel 2007. Nella lingua francese, ad esempio, la questione è stata affrontata in due modi: mentre l’Exagone resta fedele al maschile per i titoli di prestigio anche qui «il ministro» presenta la forma maschile, creando però al femminile un ibrido curioso come «madame LE ministre» (madame IL ministro) , il Québec ha sancito per legge nel 1979 il doppio uso, maschile e femminile, nelle professioni.

Il caso di «a presidenta» brasiliana
Lo spagnolo sostituisce la finale maschile «o» con la «a», come ad esempio «ministro/ministra», o aggiunge una -«a» alla fine della professione (juez/jueza il/la giudice). Nella lingua polacca il femminile delle professioni si forma normalmente aggiungendo il suffisso «ka» alla forma maschile: «nauczyciel - nauczycielka» (maestro - maestra). Il problema nasce quando lo stesso suffisso è usato anche per la forma diminutiva: kawa - kawka (caffè - caffettino). E così fa notizia Joanna Mucha, ministra polacca dello Sport e del Turismo dal 2011 al 2012, quando decide di non usare il termine convenzionalmente accettato di pani minister («signora ministro») ma la versione femminile «ministra» (ricalcata dal latino), snobbando anche il neologismo ministerkaper non incorrere nel diminutivo. In portoghese, la maggioranza dei prefissi presenta una distinzione tra maschile e femminile. Alcune professioni che storicamente non avevano un parallelo al femminile non hanno tuttora un suffisso. Il termine «presidente» però, come da regola, non avrebbe bisogno di un termine extra, dato che esiste ed è corretto il termine «a presidente». Esiste però una corrente che accetta la versione «a presidenta» e il fatto che l’ex presidentessa del Brasile Dilma Roussef abbia deciso di scegliere quest’ultima acquista un’importante connotazione politica.
Rispettando la grammatica si rispettano le donne
Per sensibilizzare su un corretto uso della lingua, il ruolo della scuola è determinante. Per il bambino l’esempio è fondamentale, sia che esso venga dalle insegnanti, dalle famiglie, che dai libri, dai manuali, dai cartoni animati. «Per bambine e bambini è normale applicare le regole della grammatica che imparano a scuola e formarsi idee e riferimenti sulla base di quanto sentono, vedono, vivono. Se gli esempi sono sempre al maschile, e le donne spariscono, nulla si modificherà», spiega Cavagnoli. Certo, anche la politica  gioca un ruolo nella diffusione di una cultura più attenta all’utilizzo del linguaggio di genere. «In occasione dell’8 marzo ho partecipato a un incontro in un ministero, un seminario sul tema della presenza delle donne nelle istituzioni. Sul palco solo donne, ma sulla locandina solo alcune cariche sono declinate al femminile, nonostante la mia insistenza nel far correggere le altre. Mi è stato risposto che le relatrici preferivano il maschile. Vorrei tanto che passasse l’idea che non è una questione di preferenza, ma di grammatica e sì, di impegno politico. Avrebbero preferito il maschile anche se la professione fosse stata quella di maestra, cameriera, impiegata?», conclude la professoressa. Rispettando la grammatica si rispettano le donne.
http://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/03/10/infermiera-si-ministra-no-se-femminile-non-questione-grammatica-ma-potere-bbac8f0a-05a6-11e7-882a-48a6b14b49a6.shtml

martedì 28 marzo 2017

E se Cenerentola fosse la favola più ribelle di tutte?

Una giovane dalla vita sfortunata, costretta a dimenticare i propri sogni di felicità a colpi di straccio e di scopa. Le persone che la circondano non fanno che ricordarle qual è il suo posto e sono decise a impedirle di realizzarsi ed essere felice. Ma lei non demorde, insiste, tiene duro e, complici alcuni amici molto speciali, riesce ad arrivare dove si era ripromessa e una volta lì, si trasforma. È bellissima, irresistibile, sa di poter ottenere tutto quello che vuole. E infatti se lo prende.

Non è anche questa una favola perfetta per bambine ribelli? In cui la protagonista si ribella a quello che il destino sembra aver scritto per lei? Non solo. Ci ritroviamo alcuni dei temi fondamentali del femminismo e della battaglia che ciascuna donna deve combattere per trovare la propria strada: la solitudine che ti si spalanca intorno nel momento in cui reclami il diritto a fare di testa tua, il senso del dovere imposto a forza contro il piacere, la necessità di essere ostinata e non mollare mai, anche quando il sogno sembra ormai perduto e impossibile realizzare.

Che cosa cambia, allora, se per riuscirci servono dei topolini che si improvvisano sarti, una zucca che si improvvisa carrozza e una fata che per un pelo non si lasciava il vestito nella bacchetta? E che cosa cambia se il sogno della protagonista era sposare il principe azzurro? Non è questa la parte più importante. L’importante è quello che fa per riuscirci, che ci creda fino in fondo, che non molli mai. È questa la lezione che Cenerentola ha lasciato alle bambine di mezzo mondo (insieme a una pessima reputazione per le matrigne). Il principe è un simbolo, poco di più. Potremmo scambiarlo con un viaggio, con un bel lavoro, con una casa e la storia non cambierebbe poi più di tanto.

Lo dimostra il fatto che i bambini e le bambine non amano Cenerentola perché lei alla fine sposa il principe. Della favola nella versione Disney ameranno soprattutto i topini, l’apparizione della fata smemorata, la cattiveria e la ridicolaggine delle sorellastre. Ameranno tutto ciò che li ha emozionati e li ha fatti ridere, quindi l’ingiustizia e poi l’arrivo al ballo e il riscatto tanto a lungo sognato. Proprio come chi scivola e si affanna sul palo della cuccagna non lo fa perché sa che in cima troverà un prosciutto o una bottiglia di spumante, lo fa per l’ansia e il piacere di vincere. Il principe delle favole, insomma, è un po’ il nostro prosciutto. Dice un paio di battute, non si fa notare troppo, nel complesso ha il carisma di un merluzzo sotto sale, ma è lì, a indicare il traguardo, la fine della storia.

Altro che castelli e bianchi destrieri, niente ci ha preparate alla futura convivenza come un principe che da solo non trova neanche le armi, se qualche fatina irriverente non gliele piazza in mano, che prima ti bacia e poi ti chiede come ti chiami, che è convinto di essere il protagonista solo finché le donne della storia glielo lasciano credere e fanno tutto il lavoro sporco al posto suo. Non ricordo il volto di un solo principe delle favole Disney, ma riconoscerei ovunque una delle principesse. Non è emancipazione, questa, in un certo senso? Non c’è bisogno che alla fine la protagonista apra un ristorante come avviene in La principessa e il ranocchio, non è neanche necessario che lei alla fine diventi una famosa tennista o una pittrice. Quello che importa è la magia, è la fiaba, è credere nella possibilità che il sogno si avveri, se ci metti tutta te stessa e tieni duro, nonostante tutto. Quello che conta è sapere che ciascuno ha la propria favola e il diritto di viverla fino in fondo.

Non è quel che si racconta, insomma, ma come lo si racconta. Generazioni di bambine si sono identificate in Mowgli e in Peter Pan e perfino in Bambi, senza avere bisogno di un corrispettivo femminile. È la storia a fare la differenza, il modo in cui vengono distribuite le informazioni, la posta in gioco, i conflitti, la dimensione emotiva. Se la storia funziona, se ti coinvolge, se ti emoziona, se ti permette di identificarti, non importa più che il protagonista sia un maschio o una femmina. Non c’è neanche bisogno che sia una persona. Sono sempre le parole a compiere la magia, non la storia edificante che vogliono raccontare.

Una favola ben raccontata è ribelle e rivoluzionaria, a prescindere dal sesso dei suoi protagonisti. Basta che scatti la magia, che la storia ci porti con sé, che ci insegni a superare i nostri limiti e a realizzare le nostre aspirazioni. Che ci convinca che abbiamo il diritto di inseguire i nostri sogni, sempre e comunque, senza lasciarci scoraggiare dalle matrigne crudeli o dai lupi cattivi.

Una favola ben raccontata è sempre femminista, a modo suo, perché non c’è niente di più femminista che credere nell’impossibile e trasformarlo in realtà.
https://rosapercaso.wordpress.com/2017/03/20/e-se-cenerentola-fosse-la-favola-piu-ribelle-di-tutte/

lunedì 27 marzo 2017

Chi sono le "madri fondatrici" dell'Europa di Maria Pia Di Nonno

Maria Pia Di Nonno dottoranda e autrice di una ricerca che è diventata libro e mostra itinerante, ci conduce sulle tracce delle donne che hanno fatto l'Europa. Un lavoro, spiega, ancora tutto da completare

Il recente libro Breve storia delle donne della illustratrice inglese Jacky Fleming si apre con una vignetta ironica e pungente sulla questione della presenza delle donne nei manuali di storia. Si tratta di un disegno in cui viene rappresentato uno scienziato intento a osservare un insetto con una lente di ingrandimento e dove si legge: "Una volta non c’erano le donne e questa è la ragione per cui non si trovano mai nei manuali di storia. C’erano solo gli uomini e alcuni di essi erano dei geni". Un libro che, come riporta il Sunday Times, mostra come la storia sia, ancora oggi, intrisa di una prospettiva patriarcale e di come le gesta delle donne siano state ritenute, spesso, non meritevoli di menzione. La lista delle donne “dimenticate”, che varrebbe la pena ricordare, è ben più lunga di quello che si potrebbe ritenere e il lavoro di ricerca che ho condotto sulle madri fondatrici dell’Europa nasce proprio con la speranza che altre e altri giovani comincino a incuriosirsi e a rovistare nei cassetti della memoria per ritrovare quelle testimonianze nascoste che potrebbero suggerir loro un altro modo di essere Europa e, più in generale, un'altra prospettiva storica.

L'idea della ricerca nasce da una curiosità personale. Dal 2014 infatti ho cominciato a interrogarmi su come contribuire a rendere l’Europa un po’ più vicina alle aspirazioni mie e di tutti i cittadini e le cittadine. Quella che inizialmente era solo un'idea ha iniziato a concretizzarsi, e sono riuscita a coinvolgere dei giovani dell’Istituto Luigi Sturzo nell'organizzazione di una serie di conferenze sulle “madri fondatrici dell’Europa”. Si tratta di uno sparuto gruppo, gli Young Leaders, che è riuscito a realizzare tra il 2015 e il 2016 la prima parte di quell’impresa: un ciclo di incontri dedicati a Ursula Hirschmann, Sofia Corradi, Sophie Scholl, Simone Veil e Ada Rossi. Intanto, convinta della bontà di quel progetto, ho continuato tenacemente a cercare di dare un seguito all’iniziativa. E dopo l’esito positivo del Dottorato in Storia dell’Europa all’Università Sapienza di Roma, nel 2016, ho ottenuto un finanziamento dall'ateneo per organizzare una conferenza sul tema, il 17 febbraio 2017, con la presentazione di quello che nel frattempo era diventato un libro (Europa. Brevi Ritratti delle Madri Fondatrici, Edizioni di Comunità, 2017) e una mostra - arricchita dai disegni di Giulia Del Vecchio - che ha l’aspirazione di diventare itinerante. Dopo essere stata esposta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il 6 marzo, la mostra sarà visitabile a Montecitorio dal 24 marzo per circa dieci giorni. E continuerà, in seguito, il suo tour in giro per l’Italia e, chissà, forse anche per l’Europa.

Ecco quali sono state le figure individuate in questa prima fase progettuale:

Ursula Hirschmann: diffuse in Italia il Manifesto di Ventotene, organizza il primo incontro del Movimento Federalista Europeo e fonda il gruppo “Donne per l’Europa”;
Ada Rossi: diffonde il Manifesto di Ventotene e promuove attivamente le attività del movimento Giustizia e Libertà;
Louise Weiss: apre la seduta inaugurale del Parlamento Europeo eletto per la prima volta a suffragio Universale (1979) e fonda la rivista l’Europe Nouvelle, la Nouvelle Ecole de la Paix e il movimento La Femme Nouvelle;
Eliane Vogel-Polsky: professoressa e avvocata, è grazie a lei se la questione della diretta applicabilità dell’art. 119 del Trattato Istitutivo delle Comunità Economiche Europee, relativo alla parità salariale, giunge alla Corte di Giustizia della CEE;
Maria De Unterrichter: è tra le ventuno donne elette alla assemblea costituente ed è sostenitrice della causa delle donne, dell’educazione e dell’Europa;
Sophie Scholl: studentessa uccisa dalla polizia nazista per aver disseminato i foglietti del Gruppo ‘La Rosa Bianca’ che inneggiavano alla pace tra i popoli europei;
Fausta Deshormes La Valle: caporedattrice della rivista “Giovane Europa” (organo della Campagna Europea delle Gioventù) e Responsabile dell’Ufficio Informazione Donne della Commissione Europea;
Sofia Corradi: promotrice del Programma Erasmus e vincitrice nel 2016 del prestigioso Premio Carlo V;
Simone Veil: prima donna ad essere eletta Presidentessa del Parlamento europeo, eletto dal 1979 a suffragio universale.
Una ricerca non ancora esaustiva, "un lavoro da continuare", come suggerisce il titolo dell'ultimo capitolo del libro. Di fatto, ritrovare e ricercare le storie di queste donne che per volontà, o anche semplicemente per noncuranza dovuta alla cultura del tempo in cui sono vissute sono andate perdute, non è facile. Solo alcune di loro hanno lasciato memorie e scritti e, ancora, solo alcune di loro hanno avuto l’accortezza di raccogliere documenti ufficiali e di donarli ad archivi storici.

C'è qualcosa, inoltre, che lega queste storie. Storie che apparentemente potrebbero sembrare lontane ma che, in fin dei conti, sono accomunate da uno stesso principio: proteggere quel progetto di pace affinché la guerra - che tutte loro avevano vissuto - non insanguinasse più l’Europa e investire le proprie energie per trovare strumenti concreti e far sì che le cittadine e i cittadini europei sentissero l’Europa sempre più vicina alle proprie esigenze.

La speranza che anima il progetto è proprio che l’idea venga condivisa e riesca a diffondersi a livello europeo, in modo che altre e altri giovani possano incuriosirsi e intraprendere un percorso di riflessione comune attorno al ruolo che ognuno di noi ha nella storia.

Joyce Lussu - altra coraggiosa e eclettica figura del ‘900 - riportava in un suo libro un incontro con una signora in treno che le chiese quale lavoro facesse e che rimase sorpresa quando lei le rispose che “faceva storia”, sebbene non insegnasse. Quell’episodio la condusse a riflettere sul fatto che tutti noi facciamo storia e scrisse: "Tutti facciamo storia perché tutti in qualche modo facciamo delle scelte e abbiamo potere su noi stessi e su ciò che ci circonda (…) Ma il problema sono appunto gli enormi dislivelli di scelte e di potere, per cui altri possono, non scegliere un’erba buona da una cattiva ma far coltivare milioni di ettari di grano o distruggerli, eliminare milioni di esseri umani o farli vedere forzando la qualità della loro vita. Fare storia vuol dire indagare su questo insieme di energie umane per indirizzare le scelte verso la sopravvivenza e la convivenza e non verso la mutilazione e la distruzione."

A tal riguardo, è emblematica la vignetta che chiude il libro già citato all'inizio dell'illustratrice inglese Jacky Fleming, dove un gruppo di donne riesce a fuoriuscire dalla figurata “pattumiera della storia”. La storia delle donne, in effetti, non è poi così tanto breve; e basterebbe mettersi alla ricerca delle storie delle donne che hanno fatto l’Europa per notare come siano collegate tra loro da un nastro che non si è mai spezzato.

domenica 26 marzo 2017

«Zitta»: te lo ordina il cervello La fisiologia della paura E i silenzi di chi subisce uno stupro di Cristina Muntoni

«Non urlare mentre si subisce una violenza sessuale, non significa acconsentire. È una reazione al trauma spiegabile scientificamente con la Teoria Polivagale». A spiegarlo, dando così una interpretazione che ribalta quella che ha portato alla discussa sentenza di assoluzione dell’accusato di violenza sessuale a Torino, è Ilaria Vannucci, psichiatra e psicoterapeuta specializzata in trauma psichico, membro del Gruppo di Ricerca Internazionale sui Disturbi di Personalità coordinato dal St. Olavs Hospital di Oslo e docente in Disturbi d'Ansia e Dissociativi alla Scuola di Psicoterapia Cognitiva ATC di Cagliari. «Purtroppo questo concetto, così chiaro per chi si occupa di delle dinamiche legate al trauma psichico, ancora non passa nei circuiti giudiziari. E ciò, a danno delle vittime che non reagiscono perché traumatizzate, non certo perché consenzienti come viene mal interpretato». La sentenza assolutoria in questione è stata motivata dal collegio giudicante perché la donna che si è dichiarata vittima non ha urlato, né chiesto aiuto, ma solo espresso il suo rifiuto con ripetuti “basta”.
La donna, che ora dovrà rispondere delle accuse di calunnia per disposizione della prima sezione penale presieduta dalla giudice Diamante Minucci, secondo la psichiatra avrebbe invece avuto una reazione facilmente spiegabile con una teoria elaborata dal neuroscienziato e psicofisiologo, Stephen Porges. La tesi del direttore del Brain–Body Center dell’Università dell’Illinois sarebbe la risposta scientifica capace di smontare la motivazione della sentenza. Proprio l’assenza di «quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona» che è diventata fulcro della motivazione della sentenza, secondo la psichiatra descriverebbe «una delle possibili risposte fisiologiche di sopravvivenza durante il trauma».
In cosa consiste questa teoria?
«Alcune delle reazioni delle vittime di violenza non vanno sotto il controllo della parte corticale del cervello, ma sono mediate dalle strutture sottocorticali che forniscono la possibilità istintiva di reazione, ma non integrano dal punto di vista cognitivo quello che sta capitando. Se tu sei impegnato a sopravvivere e devi fronteggiare un pericolo nell’immediato, devi essere molto veloce per cui anche la sovrastruttura corticale, per quanto rapidissima, è sempre a rilento, quindi l’unico strumento per sopravvivere è quello di lavorare col sistema nervoso autonomo e con le strutture sottocorticali. Avviene un allentamento delle connessioni tra la corteccia frontale mediale e le strutture limbiche».
In termini pratici, cosa significa?
«Vuol dire che quando si sta affrontando un pericolo, come la violenza, lo si affronta senza la corteccia, cioè si agisce solo con sistemi automatici, quelli che si è costruiti da bambini e che sono comuni per la sopravvivenza a tutte le specie animali. La donna che si blocca come quella della sentenza non lo fa volontariamente, ma perché il suo sistema nervoso autonomo ha deciso che per lei quello era il sistema migliore per sopravvivere».
Il fatto che la donna in questione fosse stata vittima di violenze da parte del padre da quando aveva 5 anni può aver inciso?
«Certo. Fino a 8 anni si ha la massima incidenza del meccanismo di difesa dal trauma che è la dissociazione dalla realtà. Al ripresentarsi di determinati traumi quel meccanismo si riattiva creando una frattura della continuità col mondo reale. Praticamente il sistema nervoso autonomo funziona con tre sistemi gerarchici e il più antico è quello che dà la reazione dell’animale che si finge morto col predatore che incombe. Questa reazione è legata a un’immobilità ipotonica, cioè la persona può persino cadere a terra incapace di reagire e, in queste condizioni, se si ha un estremo rallentamento del battito cardiaco si può anche morire di sincope. Ad esempio il caso di cronaca del professionista morto improvvisamente a un posto di blocco. La sua morte era stata causata da un meccanismo di questo tipo e questo ci fa capire la potenza del sistema nervoso autonomo e delle strutture sottocorticali implicate nel trauma. Se si può arrivare a morire per la paralisi fisica che consegue al trauma, si può capire bene anche il non riuscire a parlare e a reagire per respingere un aggressore».
Perché non si tiene conto di questi meccanismi nei processi?
«Semplicemente perché non si conoscono. In Italia ci sono pochissimi specialisti che si occupano di questo tipo di dissociazione in maniera concreta perché ci vuole una preparazione fortemente specialistica. Si dovrebbe iniziare a creare una cultura sulla dissociazione. Nel caso specifico della donna della sentenza di Torino, lei potrebbe non essere riuscita a reagire perché il terrore e il tentativo di sopravvivenza l'hanno privata del supporto della corteccia e ha lavorato solo con le strutture sottocorticali. Il fatto di non essere collegata a livello delle funzioni superiori a volte non permette di esprimersi neanche con le parole, a volte non si riesce neanche a gridare e si può avere un’impotenza muscolare, la sensazione di diventare flaccidi. Questo si associa spesso a livello emotivo anche a sentimenti di senso di vergogna e di colpa perché la persona non si spiega come mai non ha reagito. Bisogna conoscere a fondo questi meccanismi sottostanti, ma una volta compresi è facilmente decodificabile il comportamento».
Un comportamento che, se non interpretato con le giuste conoscenze, può portare ad una assoluzione dell’accusato solo perché la presunta vittima «non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale». A volte «il fatto non sussiste» potrebbe essere solo un fatto che non è stato analizzato con gli strumenti di conoscenza adeguati.
http://27esimaora.corriere.it/17_marzo_25/zitta-te-ordina-cervello-fisiologia-paura-silenzi-chi-subisce-stupro-473f5b2e-1187-11e7-8518-37eb22c51aa5.shtml

giovedì 23 marzo 2017

«Se non urli non è uno stupro»: la sentenza che umilia le donne di Giulio Cavalli

A Torino un uomo è stato assolto dall'accusa di violenza sessuale perché, secondo la Corte, la vittima avrebbe "solo" detto "no, basta" senza mettersi a urlare. E ora sotto processo ci finirà lei, per calunnia.

Migliaia di parole, manifestazioni, convegni e bozze di legge per arginare il doloroso disprezzo verso le donne, addirittura una trasmissione pomeridiana chiusa con gran clamore su Rai Uno e poi dal tribunale di Torino emerge una storia che, stando agli elementi a disposizione, mette i brividi vanificando tutto il resto: un uomo è stato assolto (perché "il fatto non sussiste") dall'accusa di avere abusato di una collega di lavoro perché, secondo il giudice, la donna avrebbe detto "solamente" no basta senza mettersi a urlare.  La colpa della donna insomma sarebbe di non avere «tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona» e ora per lei si configura addirittura il reato di calunnia.

Secondo quanto racconta il Corriere della Sera la vittima avrebbe alle spalle un'infanzia già segnata dagli abusi da parte del padre fin dall'età di cinque anni che avrebbero contribuito a definirne un profilo psicologico tormentato dall'«esperienza traumatica di abuso infantile reiterato intrafamiliare subito». La donna, durante la deposizione al processo, ha confessato che quel suo collega di lavoro, più anziano e "professionalmente più stabile" le aveva ricordato la figura paterna. Un dolore che affonda le unghie nei fantasmi del passato che però non ha convinto la corte.

Non solo non ha urlato, secondo il giudice, ma anche «non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale, sensazioni di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo.» E a niente sono valse le spiegazioni della presunta vittima che, singhiozzando, aveva raccontato: «uno il dissenso lo dà, magari non metto la forza, la violenza come in realtà avrei dovuto fare, ma perché con le persone troppo forti io non… io mi blocco».

L'imputato (un quarantaseienne in servizio alla Croce Rossa) tra l'altro non ha mai negato "palpeggiamenti" e "alcune effusioni" verso la collega specificando però che fossero assolutamente consenzienti. Non solo: secondo l'uomo a causa della denuncia della collega avrebbe avuto dei seri problemi famigliari e professionali.

Scrive la corte sulla donna: «Non grida, non urla, non piange pare abbia continuato il turno dopo gli abusi», parla di "malessere" «ma – scrive la presidente di sezione – non sa spiegare in cosa consisteva questo malessere». Quindi il racconto "non appare verosimile" e il processo può dirsi chiuso.

La vicenda, al di là dei risvolti squisitamente giudiziari, ripropone un'altra volta l'abitudine di valutare la gravità di una violenza basandosi sulla reazione della vittima ed è, almeno culturalmente, un segnale pericolosissimo perché lascia sottinteso un recondito "piacere" che avrebbero le vittime nell'essere desiderate, palpate e violentate. E fa niente che l'imputato risulti patetico nel lamentare "conseguenze nella serenità famigliare" come se il problema fosse la denuncia e non le azioni (i palpeggiamenti di fatto sono stati confermati in fase dibattimentale): reagire poco è una colpa.

Alla prossima violenza le donne abbiano cura di reagire secondo il protocollo, grazie.


http://www.fanpage.it/se-non-urli-non-e-uno-stupro-la-sentenza-che-umilia-le-donne/

martedì 21 marzo 2017

Sessismo e razzismo in Rai: Parliamone Subito

"Parliamone Sabato" è stata chiusa, soppressa per razzismo e sessismo (e anche per idiozia).
La decisione di Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale della Rai è arrivata dopo le scuse di Andrea Fabiani, presidente di Rai 1, e di Monica Maggioni, presidente Rai che si era detta offesa come donna, per i contenuti della defunta trasmissione.
La puntata intitolata: “La minaccia arriva dall’est. Gli uomini preferiscono le straniere”. Sottotitolo: “Sono ruba mariti o mogli perfette”?   andata in onda sabato scorso con un penoso siparietto tra  Perego, gli  ospiti  e una grafica che  illustrava “la qualità delle donne dell’est” ha suscitato indignate proteste  e petizioni.  Ne ha parlato anche la stampa spagnola e probabilmente  la notizia approderà su altre testate straniere.    La rete Non Una di meno ha organizzato il flashmob “Rai ma che fai? Parliamone subito”  e mercoledì 22 marzo alle 14 (viale Mazzini, 14 Roma) davanti alla sede della Rai ci sarà una protesta per dire basta agli stereotipi sessisti e razzisti e alle narrazioni tossiche.

Il ritratto della donna perfetta secondo la Rai? Essere sottomessa, brava donna di casa, fattrice, avvenente, disponibile a perdonare tradimenti e acquiescente. Un po’ santa, un po’ puttana, un po’ colf.  L’ibrido tra l’Anastasia di 50 sfumature di grigio, un efficiente elettrodomestico e  una wonder woman dedita alla soddisfazione delle aspettative maschili,  vivrebbe soprattutto nei Paesi dell’Est. La  narrazione degradante e umiliante delle donne e in particolare delle donne dell’est, tra sessismo, misoginia e razzismo sarebbe stata ispirata , escludendo gli abitudinari avventori ubriachi del solito bar sport, dal sito Oltreuomo (o la sua  pagina Facebook dove si possono leggere edificanti contenuti quali “Perché la ragazza che non si mette in tiro fa decollare gli uccelli degli uomini”) e il suo post “Venti motivi per farsi una ragazza dell’est” . I sei punti illustrati nella grafica del programma Rai sarebbero stati la sintesi di quella ventina di motivazioni (Come ha suggerito Domenico Naso in un post sul Fatto quotidiano).
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Non sono trascorse nemmeno due settimane dallo sciopero delle donne organizzato l’8 marzo  dalla rete Non una di meno insieme ad un movimento mondiale che in  50 Paesi ha portato nelle strade milioni di manifestanti per rivendicare diritti, libertà dalla violenza, lotta agli stereotipi, alle discriminazioni e al sessismo che la televisione pubblica italiana  gioca con un nostalgico immaginario sessista, razzista, stupido e volgare, degno del ventennio fascista. I diritti e la dignità delle  donne? Questioni leggere, da poter piegare alle esigenze di una sterile caccia all’audience che solletica il basso ventre in violazione del codice etico della Rai e della Convenzione di Istanbul che sollecita i media ad assumere un ruolo responsabile per essere parte attiva di un cambiamento culturale.

Lorella Zanardo che si occupa da più di un decennio del linguaggio della televisione italiana scrive sulla pagina Facebook de Il corpo delle donne che : “non capisce i motivi dello scandalo. La televisione italiana è così da dieci anni. Lo abbiamo denunciato con un documentario e meglio di cosi non si poteva dire. Perché non ci siamo limitati alle grida che durano un giorno, abbiamo reso noto il pogrom che viene compiuto nei confronti delle donne. Non serve gridare allo scandalo. Serve rifondare la RAI. Chiedere alla Commissione di Vigilanza che cavolo fa tutto il giorno. Chiedere che la RAI non sia più lottizzata dai partiti. Che il profitto non sia più l’unico obiettivo. Che il terzo articolo della Costituzione sia rispettato e di conseguenza le donne. Serve riflettere che via Berlusconi, la RAI continua a promuovere programmi sessisti. Di immagini come quelle che girano sul web oggi ne abbiamo schedate centinaia. Su queste si basano i nostri corsi da anni, sulla loro analisi e destrutturazione. Avanti. La protesta va costruita bene”.

Ciliegina sulla torta:  ieri sera  il giornalista sportivo, Ivan Zazzaroni  ha detto a Patrizia Panìco, neo allenatrice degli Azzurri under 16, (prima donna nella storia del calcio)  che la sua nomina è “solo un’operazione di marketing” , asserendo che una donna non possa allenare il calcio maschile.

No. Chiudere una trasmissione non basta!
https://ilportodellenuvole.wordpress.com/2017/03/20/sessismo-e-razzismo-in-rai-parliamone-subito/