mercoledì 18 ottobre 2017

Caso Weinstein: perché ringraziare Asia Argento La sua testimonianza può aprire strade di libertà e consapevolezza. Nessuno può giudicare chi tace una violenza sessuale o denuncia dopo vent'anni.di Cristina Obber

«Mi sentivo forte ma ho scoperto di non esserlo». Così ha detto Asia Argento durante l'intervista a Carta Bianca ricordando la violenza subita da Harvey Weinstein, sottolineando come a 21 anni non sia facile avere una reale consapevolezza di sé e comprenderne i limiti. Se pensiamo che a quell'epoca era appena stata approvata la modifica del codice penale che dichiarava lo stupro un reato contro la persona e non contro la morale pubblica, non si fatica a rendersi conto quante violenze taciute abbiano popolato il nostro paese, oltre al resto del mondo.

#QUELLAVOLTACHE
L'hastag #Quellavoltache lanciato dalla scrittrice Giulia Biasi sta riempiendo il web di testimonianze da parte di donne che hanno subito molestie in vari ambiti, non solo nel mondo del lavoro, e che non hanno denunciato. È una rivendicazione che rappresenta un'affermazione personale oltre che una rivoluzione collettiva, resa possibile dal dibattito pubblico sulla violenza maschile contro le donne che negli anni recenti ha aperto la strada a una maggiore consapevolezza del suo significato e maggiori strumenti per il suo riconoscimento.


PASSI AVANTI E PASSI INDIETRO
Siamo nel 2017 ma per molti è difficile collocare un rapporto orale non voluto in una camera d'albergo, dove si è entrate volontariamente, sotto l'ombrello della violenza sessuale. I distinguo tra lo stupro e la molestia sul lavoro, tra la violenza psicologica e quella economica non hanno senso perché il denominatore comune della violenza è il diritto che un uomo si arroga di esercitare un potere su una donna e la difficoltà di quella stessa donna di riconoscere su di sé l'entità della violazione. Questo perché una società che quel potere al maschile lo riconosce e lo promuove dentro casa come nel mondo del lavoro, nei cartelloni pubblicitari come nei programmi tivù, di fatto lo legittima.
La cultura che colpevolizza le donne è ancora fortemente stigmatizzante e per questo nelle vittime a prevalere è spesso il sentimento di vergogna. Così si tace la violenza da parte di una persona che conosciamo e da cui non ce la aspettiamo. Se ad aggredirci è uno sconosciuto, la propria non responsabilità è chiara, non ci lascia dubbi. Se invece si tratta di un capufficio, un amico, un vicino di casa, un insegnante, ancora i confini tra la sua responsabilità e quella della vittima sono offuscati.
Lo dimostrano gli attacchi ad Asia Argento di tante donne giudicanti e prive di rispetto per un dolore che per il solo fatto di non conoscerlo non le legittima ad ignorare. Lo dimostrano i commenti di tante donne che, per il solo fatto di essere state forti e di aver saputo reagire di fronte a tentativi di abuso, si sentono altrettanto giudicanti per un probabile e sconfinato desiderio di sentirsi 'migliori'. Senza sapere - o perlomeno provare a capire - che dietro quello scoprire di non essere forti c'è un abisso di disistima a cui si reagisce nei modi più diversi.

PERCHÉ NON DENUNCI?
Perchè non denunci? Nella testimonianza che mi ha dato nel libro Non lo faccio più lo spiega bene Veronica quando ricorda lo stupro subito nel campus universitario da tre suoi amici.

La cosa strana è che io continuo a vergognarmi di me e non di Mattia, e non di loro. Non mi sconvolge quello che hanno fatto gli altri, mi sconvolge quello che ho fatto e quello che non ho fatto io.

Perché non denunci? A me viene da ridere quando sento le interviste e dicono così. Sono tutti bravi a parole. Parlano dello stupro come una denuncia facile da fare. Se non li conosci, l'hai subita e basta. Quando ti capita che la violenza te la costruisci anche tu, quando interagisci con le persone che poi ti violano, quando ti capita di vivere con loro prima, è molto diverso.

Non ho denunciato. Perché un po' me lo meritavo, questo sentivo, colpevoli loro, colpevole io. Non l'ho fatto. Non sono stata consapevole di me. Noi rimaniamo persone. E in quanto persone abbiamo l'istinto di prenderci la responsabilità di quanto accade. La responsabilità diventa l'unica arma che abbiamo, io me lo ricordo perfettamente il meccanismo: se noi possiamo essere responsabili almeno di qualcosa di quello che ci è capitato, questo ci dà il potere e l'illusione di pensare che allora avremo il potere anche di impedire che ci ricapiti.

È importante sapere di avere potere. È importante sapere di essere responsabili. Non complici, ma responsabili. La responsabilità tua è l'unico modo che hai per sapere che se la prossima volta non darai confidenza, se non sarai ingenua, se starai attenta, allora non ti capiterà. È indispensabile, quando ti capita in questo contesto. È un concetto del cazzo ma la pensi così.

UN PESO PORTATO PER ANNI
«È stato un peso che ho portato per vent'anni» ha detto ancora Asia Argento. Il processo di liberazione dal senso di colpa inizia quando si denuncia perché è il momento in cui si dà un nome alle cose, ci si rende conto di non avere responsabilità. Che siano due, dieci o 20 gli anni che ci vogliono a raggiungere la consapevolezza di non avere nulla di cui vergognarsi poco importa. Ricordo una giudice 60enne che durante un'intervista sugli stupri tra minori mi raccontò un episodio di abuso subito a dieci anni da parte di un compaesano che la fermò mentre tornava a casa in bicicletta. Le infilò la mano sotto la gonna, lei si divincolò e scappò ma non ne parlò mai con nessuno. Ripensare a quella mano tra le mutandine la fece scoppiare in un pianto, e parlammo del peso di quel dolore mai dimenticato, del rimpianto per essere stata zitta ed essersi quindi resa complice di un uomo orribile.

LA SCUOLA INSEGNI A NON RASSEGNARSI

Nei miei incontri nelle scuole parlo molto apertamente dello stupro e ipotizzo con le ragazze delle situazioni per indagare la loro propensione alla denuncia. Se non si tratta dello sconosciuto nel parcheggio quelle che si dichiarano pronte a denunciare sono una minoranza. Alla vergogna si aggiunge la comprensione del comportamento maschile perché l'idea che l'uomo abbia un istinto animale difficile da controllare è molto diffusa anche tra gli adolescenti. Si giudicano tra loro a volta per l'abbigliamento, gli atteggiamenti, l'ubriacatura. Come se mettere di fronte a un ragazzo una ragazza disponibile a flirtare o con una minigonna legittimasse un'aggressione.
Se ipotizzo l'ingresso nell'aula magna di un ragazzo nudo, bellissimo e sorridente, nessuna dice di sentirsi in diritto di accarezzarlo. È il corpo femminile quello 'a disposizione', quello che viene percepito come separato dalla persona, dalla testa e dai sentimenti. Un corpo da consumare, per quel maschio che continua ad essere compreso e quindi assolto nel suo ruolo di predatore.
La minoranza delle ragazze che si dichiara consapevole del diritto alla denuncia si divide tra poche coraggiose senza titubanze e molti «Non denuncerei perché non mi crederebbero» e «non è facile denunciare perché sai che non c'è giustizia» e cose così. Va da sé che quando leggiamo le statistiche sulle violenze e gli abusi le cifre vanno moltiplicate per dieci. Va da sé che quando diciamo che a scuola ci sono altre priorità rispetto alla violenza sessuale significa che non abbiamo idea che tra quei banchi apparentemente sereni ci sono silenzi e vergogne che rimarranno pesi e diventeranno rimpianti.
Ci sono ragazze che già stanno imparando a minimizzare anche un insulto, una carezza indesiderata, a tollerare uno stalker. Le bambine e le ragazze crescono nel disvalore di sé e si preparano alla rassegnazione dei pesi da portare. Per questo l'obiettivo del dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi sul maschile, sull'immaginario del predatore vorace con cui crescono pensando sia naturale, innato, ineluttabile. Che legittima anche il femminicidio, in cui la preda viene uccisa.

BISOGNO DI SOLIDARIETÀ
Il dibattito oggi è su Asia Argento, nello scandalo Parioli era sulla spregiudicatezza delle ragazzine, sulla prostituzione ci si scanna anche all'interno del femminismo, sulle scelte o meno delle donne senza concentrarsi sulla domanda sempre più avida di uomini sempre più violenti e sempre più giovani.
In questo contesto culturale la testimonianza di Asia Argento è importante per aprire strade di libertà e consapevolezza. Cosa importa se la sua denuncia arriva dopo vent'anni? C'è un tempo che qualcuno ha stabilito per passare da vittima a colpevole? Se è vero che le sono arrivate tante critiche è anche vero che in tantissime e tantissimi le hanno dimostrato solidarietà e stima, tra cui l'associazione Telefono Rosa che certamente di violenza e omissioni ha grande conoscenza ed esperienza. Ed è su questa solidarietà tra persone che dobbiamo ricostruire alleanze tra esseri umani contro i soprusi e le violenze che incontriamo nelle nostre relazioni personali e professionali. Su questo coraggio di raccontare la propria sofferenza e la propria debolezza. Per smettere di tacere. Per rimettere al centro la possibilita di un cambiamento.
Grazie Asia.

http://www.letteradonna.it/it/articoli/punti-di-vista/2017/10/18/caso-weinstein-perche-ringraziare-asia-argento/24533/

martedì 17 ottobre 2017

Asia Argento: “È un orco, mi ha mangiata. La cosa più sconvolgente? I tanti attacchi dalle donne” L’attrice replica alle accuse e rivela: gli stupri di Weinstein furono due. “Perché non ho denunciato prima? Tenevo troppo alla mia carriera” di Gianmaria Tamaro

«La cosa più sconvolgente sono le accuse delle donne italiane, la criminalizzazione delle vittime delle violenze». La voce è rotta dall’emozione ma ferma, sicura. Sceglie le parole con cura, una per una. Ogni tanto trema per la rabbia e la frustrazione. Asia Argento è appena tornata in Italia. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta del New Yorker in cui ha denunciato di essere stata violentata da Harvey Weinstein, uno dei più potenti produttori di Hollywood, aveva deciso di rimanere in silenzio. Ma le polemiche che l’hanno travolta, mettendo in dubbio la veridicità della sua testimonianza e la sincerità dei suoi sentimenti, l’hanno convinta a tornare a parlare. Per questo motivo ora racconta e si racconta, non risparmiandosi sui dettagli di uno degli scandali sessuali più gravi che hanno mai colpito il mondo dello spettacolo. «Cercare di ricostruire quello che è successo vent’anni fa è stato difficilissimo, credetemi. Mi sono messa in gioco in prima persona e ho fatto in modo che anche altre donne potessero parlare».
 
Chi è Harvey Weinstein e quali sono le accuse
 
Perché ha deciso di rivelare questa storia a distanza di tanti anni? 
«Non sono l’unica che ha deciso di parlare adesso. Hanno parlato tutte ora. “Perché non avete parlato prima?”, ci chiedono. Perché Harvey Weinstein era il terzo uomo più potente di Hollywood. Ora è diventato il duecentesimo e il suo potere e la sua influenza si sono sensibilmente ridotti».

Non pensa che parlare prima avrebbe evitato che altre donne subissero come lei? 
«Prima non c’erano stati scandali sessuali come quello di Bill Cosby. E se avessimo parlato allora, noi donne non saremmo state credute. Saremmo state trattate come delle prostitute. Come, tra l’altro, sta succedendo qui in Italia: una cosa di cui mi dispiace tremendamente».

Che cosa l’ha ferita maggiormente? 
«Non ho ricevuto nessuna critica per il mio comportamento in nessun altro Paese. Ci sono amici che mi mandano articoli usciti in tutto il mondo, in cui nessuno si permette di fare “victim blaming”, di colpevolizzare le vittime. Nessuno all’estero. Guardi invece che cosa stanno facendo in Italia contro noi vittime».

E lei come reagisce? 
«Oggi sono in grado di sopportarlo. Se avessi detto vent’anni fa quello che ho detto oggi, probabilmente non mi sarei più ripresa. Sarei caduta in depressione. E sarebbe stato addirittura peggio di quello che poi mi è successo. Mi creda: dopo quel giorno, non sono più stata la stessa persona».

Come ha vissuto questi anni di silenzio? 
«Avevo ventuno anni quando è successo. Sa quanto tempo mi ci è voluto prima di capire? Anche se ne parlavo con amici e con amiche, con i fidanzati, questa è una cosa che tenevo seppellita. Una vergogna incredibile, mi creda. Mi ci sono voluti anni per capire che ero una vittima. E per tutto il tempo mi sono sentita colpevole di non essere scappata via, di non aver avuto la forza di dire no».

Si sente ancora in colpa per questo? 
«Io mi sono opposta dieci, cento, mille volte a Harvey Weinstein. Mi ha mangiata. Un orco in mezzo alle gambe è un trauma. Io ero una ragazzina. Questa è una cosa che ricordo ancora oggi. Una visione che mi perseguita. Non c’è bisogno di legare le donne, come dice qualcuno, perché ci sia violenza».
 
Che cosa temeva che le potesse accadere, in caso di denuncia all’epoca dei fatti? 
«La violenza che io ho subito risale al 1997. In Italia, solo un anno prima lo stupro era diventato crimine contro la persona e non solo contro la morale. Pensi se avessi parlato allora. Come avrei potuto? E poi sì, era per la mia carriera! Un tempo io ci tenevo tantissimo alla mia carriera. Ero giovane e anche io avevo i miei sogni. Non volevo niente da Weinstein, ma non volevo nemmeno che mi distruggesse».

Fabrizio Lombardo, ex capo di Miramax Italia, nega di averla portata da Harvey Weinstein, come lei invece sostiene. 
«Lombardo è un bugiardo. Ci sono tantissime prove e tantissimi testimoni che ribadiscono che quello che ho detto io è vero. La sua è una bugia: chi gli crede? Ho i suoi messaggi ed erano intimidatori: come può sostenere che me li ha mandati per sbaglio? Voleva dirmi che sono una pazza e una prostituta. Con quei messaggi voleva mettermi paura e farmi credere che nessuno mi avrebbe presa sul serio».

Dopo il primo incontro in un hotel in Costa Azzurra, lei iniziò una relazione con Weinstein? 
«Questa è un’assurda falsità. Una bugia orrenda. Io non ci sono stata insieme cinque anni dopo quella violenza, come insinua qualcuno».

Weinstein cercò di contattarla ancora? 
«Alcuni mesi dopo quella violenza, quando ancora doveva uscire B. Monkey, Weinstein continuava a contattarmi, sì. Continuava a scrivermi e a cercarmi. Mi offriva pellicce e appartamenti. Ricordo che venne a Roma e mi propose di incontrarci per discutere delle strategie per pubblicizzare il film».

Lei accettò? 
«Lo incontrai nella camera di un albergo, nel salottino. Con lui c’era una sua assistente. Ricordo che vedendola mi sentii sollevata. Dopo un po’, però, l’assistente se ne andò e successe di nuovo la stessa cosa. Weinstein mi fu di nuovo addosso. Allora mi sentii doppiamente in colpa. Perché mi ero fidata una volta di troppo. Io non volevo. Non mi piaceva. Quando lui iniziò a toccarmi, era come se potessi vedere dall’esterno quello che succedeva. Come se quella ragazza non fossi io».

Qual era l’atteggiamento di Weinstein nei suoi confronti? 
«Se sente la registrazione pubblicata dal New Yorker, il modo in cui parlava alle donne, scoprirà che cambiava costantemente tono: passava dall’essere un bambino frignone a imporre con violenza quello che voleva. Aveva mille personalità. Mille. E cercava quella che funzionava di più con te. Weinstein era un predatore seriale. L’ha fatto con centinaia di donne. Se lo scandalo non è uscito prima, è perché lui insabbiava tutto. Ha pagato non solo donne, ma anche giornali e giornalisti».

Come cambiò il suo comportamento, nei confronti di Weinstein? 
«L’unico mio potere, dopo quella violenza, era non accettare nessun regalo. Era non andare a nessun provino che mi veniva offerto. Io sognavo di diventare la più grande attrice e di vincere il premio Oscar. Erano i sogni di una ragazzina, l’ho detto. “Che bello – pensavo dopo aver girato il film B. Monkey – adesso potrò lavorare all’estero”. Allora amavo il mio lavoro e ci tenevo. E prima di avere figli era tutto quello in cui credevo. Dopo Weinstein non ho più creduto in niente che riguardasse il mio lavoro».

Quindi vi incontraste altre volte? 
«Prima di risponderle, mi permetta di ribadirlo ancora una volta: la nostra non era una relazione. Non scherziamo. Non pensiamola nemmeno per un istante questa cosa. Tantissime volte sono riuscita a scappare e a evitarlo. Ero con amiche e lui riusciva a entrare negli alberghi e a trovarmi. Una notte, ricordo, venne a bussare alla porta della mia stanza e io ebbi paura. Al Festival di Toronto volle vedermi a tutti i costi; io lo incontrai insieme a una mia amica e lui si mise a piangere. Come un bambino».

In una scena del suo primo film da regista, “Scarlet Diva”, il personaggio che lei interpreta subisce delle avances. Le viene chiesto di fare un massaggio. Era un modo per raccontare la sua storia? 
«Quando nel 2002 uscì negli Stati Uniti “Scarlet Diva”, Weinstein lo vide e mi contattò. Prima mi fece i complimenti e si comportò come un amico, poi mi disse: “Ho visto il tuo film! Che ridere!”. Aveva paura che dicessi pubblicamente che in quella scena, quella in cui mi viene chiesto un massaggio, era a lui che mi riferivo. Ma non l’avrei detto».

Perché? 
«In quel momento, era impensabile fare un film del genere in cui denunciavo non solo quello ma anche altri abusi che avevo subito. Avevo solo 23 anni. Parlarne apertamente mi faceva paura: non volevo sentirmi dire che ero stata debole, che ero stata incapace di difendermi. Io volevo credere in ogni modo di essere una persona diversa».

Nessuno le chiese mai se quella scena si riferisse a una sua vera esperienza di vita? 
«Mi è successo varie volte. E io ogni volta rispondevo di sì. Ma nessuno poi l’ha riportato. L’ho raccontato ad amici attori, produttori, giornalisti; l’ho detto anche ad amici che non lavoravano in questo ambiente. Ma nessuno ha fatto niente. Per me, certo, ma anche per tutte le altre donne».

Poi però ha deciso di farsi avanti in prima persona: come mai? 
«Quando mi ha chiamato Ronan Farrow del New Yorker, ho iniziato a raccontargli la mia storia ma solo in via confidenziale e anonima. Sono stata la prima a farlo. Non ce la facevo più. Mi sono consultata con il mio fidanzato e con altre persone a me vicine. Tutti mi hanno incoraggiato. Dopo aver raccontato la mia storia, ho detto a Ronan di dirlo anche alle altre attrici e modelle, e di specificare che avevo deciso di acconsentire alla pubblicazione del mio nome».

Che cosa è successo a quel punto? 
«Il giorno dopo Farrow mi ha richiamato dicendomi che anche altre donne, spinte dal mio racconto, avevano deciso di farsi avanti. E questo mi sembra importante. Prima non ci era stata data nessuna possibilità. C’era un’omertà assoluta su quest’uomo. Appena ho potuto, appena ci è stata data l’opportunità, tutte noi abbiamo denunciato».

In Italia non tutti la pensano così. Non tutti le credono. Non tutti stanno dalla sua parte. 
«La cosa più sconvolgente è che ci sono anche donne tra queste persone. Donne che stanno scrivendo contro di me. Donne che mi stanno denigrando. E questo è grave. Perché sono sicura che anche tante tra queste donne hanno vissuto o anche solo visto cose del genere. E ora fanno finta di niente. Mi accusano di esserci stata».

La accusano anche di aver firmato la petizione a favore di Roman Polanski, indagato per pedofilia. 
«Roman Polanski fu arrestato in Svizzera. Io non conoscevo la faccenda fino in fondo. Ammetto la mia ignoranza. Fui contattata dal Festival di Cannes. Mi dissero che c’era una petizione e che tutti stavano firmando perché quello che aveva fatto questo giudice a Polanski era contro i diritti di ogni individuo. Io firmai e solo dopo mi sono informata. Ammetto la mia colpa».

Si è pentita? 
«Mi ero fidata e mi sono sbagliata. C’erano tantissimi colleghi coinvolti e che avevano firmato. Io non avevo letto bene il caso. E poi Polanski era uno dei miei registi preferiti. Lo ripeto: mi fidai, sbagliando. E di questo mi sono profondamente vergognata. E ora mi vergogno ancora di più. Nessuno mi costrinse, voglio precisarlo. Ma mi fidai. E oggi dico pubblicamente che vorrei non averlo mai fatto».

Dopo essersi fatta avanti insieme alle altre donne e aver raccontato quello che le è successo, cosa spera che accada? 
«L’unica cosa in cui ora spero, anche dopo aver rivissuto questa terribile esperienza ed essere stata insultata nel mio Paese - e solo nel mio Paese! - è che ci sia un risveglio tra quelle di noi che hanno subito. Che sempre più donne dicano basta. Ora questi uomini, questi mostri, dovranno avere paura così come noi, ogni volta che li abbiamo incontrati, che siamo rimaste da sole con loro, ne abbiamo avuta».

Anche la torinese Ambra Gutierrez vittima di Weinstein: l’audio in hotel

http://www.lastampa.it/2017/10/15/italia/cronache/un-orco-mi-ha-mangiata-la-cosa-pi-sconvolgente-i-tanti-attacchi-dalle-donne-hUwq9t9TFgRHkmcjU8yhAL/pagina.html




martedì 10 ottobre 2017

Ius soli. La scuola chiama. Noi condividiamo, diffondiamo e indossiamo un fiocchetto tricolore

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese. Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e Costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo - che sono legge dello stato - sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Il testo della lettera-Appello degli insegnati
Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento. 
Le e gli insegnanti ed educatori che operano in diverse realtà, associazioni, gruppi o scuole possono aderire all’appello collegandosi ad Appello degli insegnanti per lo ius soli e lo ius culturae.

Abbiamo anche creato il gruppo Facebook “INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA”.  Chiamiamo tutti a collaborare e cooperare per costruire una campagna di largo respiro che parta dalle scuole.

Lettera dei docenti universitari/e
 Come docenti universitari/e vogliamo prendere una chiara posizione sulla legge in discussione al Senato della Repubblica che introduce alcune tutele minime per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei minori.
 Si tratta di una proposta di legge che riconosce il valore fondante della scuola per costruire il pieno sviluppo di ciascuna persona e l’effettiva partecipazione di tutte e tutti all’organizzazione sociale , culturale, politica ed economica dell’Italia.
Non approvare questa legge significherebbe alimentare il razzismo che attraversa la nostra società.
Noi che lavoriamo nelle università, l'ultimo livello del percorso di studi, pensiamo che le nostre studentesse e i nostri studenti che sono nati in Italia da genitori stranieri o sono arrivati in Italia da minori e qui hanno frequentato le scuole debbano aver il diritto di ottenere la cittadinanza.
È inaccettabile costringere dei giovani a diventare “stranieri per legge” al compimento dei diciotto anni, facendoli cadere nella morsa burocratica dei permessi di soggiorno e nella minaccia di non poter più vivere nel paese in cui hanno vissuto da sempre o da tanto e importante tempo.
Nelle aule universitarie nessuno deve sentirsi straniero/a, tutte e tutti devono poter studiare con la stessa speranza di futuro.
Sosteniamo quindi l’appello delle/gli insegnanti della scuola e organizzeremo negli atenei italiani iniziative per promuovere l'approvazione della legge.

lunedì 25 settembre 2017

28 .9.2017 ore 18,30 al Pirellone, piazza Duca d'Aosta Milano. Noi ci saremo, vi aspettiamo sotto lo striscione di ventunesimodonna



Mi hai stufato di lunanuvola di Maria G. Di Rienzo

Dico a te, “La Repubblica”.

Il 15 settembre pubblichi un articolo dal titolo “La violenza delle coppie giovani, oltre una ragazza su dieci aggredita prima dei 18 anni” che presenta “uno dei pochi studi condotti nel nostro Paese sul tema, condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.
“Di questo e temi collegati si parlerà – prosegue il pezzo – il 13 e 14 ottobre a Rimini in un convegno organizzato dal Centro studi Eriksson, dal titolo ‘Affrontare la violenza sulle donne – Prevenzione, riconoscimento e percorsi d’uscita’ nel quale una parte consistente sarà rappresentata dalla discussione della Teen dating violence, la violenza da appuntamento tra adolescenti e della violenza nelle giovani coppie. Si tratta, sottolineano gli organizzatori del convegno, di situazioni di violenza non facili da individuare e comprendere per le stesse ragazze che ne sono vittime, coinvolte da quello che dovrebbe essere il ‘primo amore’, ma che con l’amore e il rispetto che deve accompagnarlo non ha nulla a che fare.”
L’articolo contiene l’intervista a una delle relatrici, la psicologa Lucia Beltramini, che spiega: “Negli ultimi anni le riflessioni e gli interventi sul tema della violenza contro le donne e le ragazze hanno ottenuto maggiore diffusione e visibilità, e la volontà di realizzare interventi preventivi (…) Tali interventi non possono però prescindere da un’attenta analisi di quello che è il contesto sociale e culturale nel quale ragazzi e adulti si trovano a vivere, un contesto ancora fortemente permeato, anche a livello mediatico, da modelli stereotipati di maschile e femminile e rapporti tra i sessi poco improntati alla parità.”
Ma la conclusione a cui il testo sembra arrivare è che la colpa sia delle femministe: “Uno dei problemi maggiori nell’affrontare il fenomeno è la necessità di spiegare ai ragazzi che quanto stanno vivendo è violenza, non normalità, poiché spesso tali atti non sono riconosciuti come violenza e inaccettabili. In particolare, comportamenti di dominazione e controllo sono scambiati per segni di interessamento e amore. “Non vuole che parli con altri perché sono sua, ci tiene a me”, si sente dire alle ragazze, frasi che fanno chiedere dove siano finite le battaglie femministe nelle quali al centro si poneva ben altro concetto, quel “io sono mia” fondamento dell’autodeterminazione.”
Repubblica, assieme a una valanga di altri giornali e pubblicazioni ci hai triturato le ovaie per anni con concetti quali “la fine del femminismo”, “l’inutilità del femminismo nella società moderna”, “gli errori del femminismo”, “l’obsoleto femminismo che non capisce/vede…. (aggiungi il termine che preferisci)”, “il nuovo femminismo della scelta”, “prostituzione e pornografia sono manifestazioni del femminismo” eccetera.
Dove sono finite le lotte femministe? Non sono finite. Stiamo ancora lottando. Ma se non volete vederci non ci vedrete, è molto semplice. Per esempio, TUTTA la legislazione che in Italia riguarda diritto di famiglia, divorzio, interruzione volontaria di gravidanza, accesso ai diritti civili per le donne, violenza di genere si è generata da quelle stesse lotte. Se avessimo aspettato la buona volontà dei politici e dei governanti a quest’ora nella redazione de “La Repubblica” le donne presenti sarebbero unicamente quelle che puliscono gli uffici o preparano il caffè. Non occorre che ci diciate “grazie”, ma almeno smettete di sputarci in faccia. Maria G. Di Rienzo
https://lunanuvola.wordpress.com/2017/09/16/mi-hai-stufato/

domenica 24 settembre 2017

“Non vogliamo più morire. Ascoltate le donne e i Centri Antiviolenza”.Comunicato di D.i.Re-Donne in Rete contro la violenza.

La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha respinto e giudicato inammissibile il ricorso del Governo Italiano contro la condanna del marzo scorso per il caso di Elisaveta Talpis. E’ un caso che fa storia e di grande rilevanza giuridica e politica.
Nel marzo scorso la Corte aveva condannato l’Italia per non aver agito adeguatamente nel proteggere una donna e il figlio dalla violenza del marito, che alla fine aveva ucciso il ragazzo e tentato di assassinare la moglie. A ricorrere a Strasburgo, nel 2014, era stata proprio Elisaveta Talpis che, prima della tragedia, aveva denunciato invano le violenze del marito. La Corte ha riconosciuto che Elisaveta Talpis è stata oggetto di discriminazione in quanto donna e che la sua denuncia è stata sottovalutata. A presentare il ricorso a nome di Elisaveta Talpis era stata nel 2014 l’avvocata Titti Carrano, Presidente di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, Associazione che raccoglie 80 Centri Antiviolenza in tutta Italia, con l’avvocata Sara Menichetti. "La sentenza è definitiva – dichiara l’avvocata Titti Carrano – e ha una rilevanza enorme anche perché cade in un momento in cui in Italia accadono numerose e efferate violenze sulle donne e femminicidi. Invece di ricorrere contro la sentenza della Corte il nostro Governo avrebbe dovuto assumersi le responsabilità del caso e correggendo un sistema di protezione che è evidentemente inadeguato come la governance del Piano Nazionale antiviolenza. Questa sentenza mette il nostro Governo di fronte alla necessità di riconoscere questa inadeguatezza e rimediare”.
Il Governo italiano ha un comportamento ambiguo,  ha dichiarato ancora l’avvocata Titti Carrano: “Da una parte a parole dichiara di combattere la violenza sulle donne e la ritiene inaccettabile, ma poi ha presentato ricorso per un riesame alla Grande Camera sulla sentenza Talpis, quasi rivendicando come corrette proprio quelle azioni che sono state condannate dalla Corte e hanno avuto un esito tragico”.
L’attuale Piano Nazionale contro la violenza ancora una volta considera i Centri Antiviolenza meri esecutori, disconoscendo la loro esperienza, saperi, capacità di scelta e operatività. Le donne che vogliono uscire dalla violenza e salvarsi la vita e si rivolgono alle forze dell’ordine, alla magistratura, ai servizi sociali, troppo spesso sono inascoltate e vanno incontro a nuove violenze e alla morte. Nei Centri Antiviolenza nessuna viene lasciata sola. E’ fondamentale che i Centri siano riconosciuti come cardine del sistema che combatte la violenza maschile nella prevenzione e nella protezione.
La sentenza di Strasburgo dimostra che questo Governo è molto lontano dalla volontà di entrare nel merito del fenomeno strutturale della violenza maschile sulle donne, e del resto neppure una parola è stata spesa da Palazzo Chigi in questi giorni di grande allarme dell’opinione pubblica per stupri e femminicidi, gli ultimi due particolarmente atroci perché hanno trovato la morte due ragazzine, Noemi Durini e Nicolina Pacini, nonostante la famiglia avesse cercato di salvarle denunciando la violenza e la persecuzione da parte di chi poi le ha assassinate.
La Presidente della Camera Laura Boldrini, invece, dimostra il suo impegno costante contro la violenza sulle donne, sollecitando azioni efficaci. Nonostante lei stessa sia oggetto di violenza, minacce e misoginia, Laura Boldrini rende visibile la straordinaria forza delle donne e la volontà di vincere con le altre questa battaglia.
https://www.cooperativaeva.com/2017/09/21/non-vogliamo-pi%C3%B9-morire-ascoltate-le-donne-e-i-centri-antiviolenza/

sabato 23 settembre 2017

Da Nicolina Pacini a Gloria Pompili: i femminicidi che svelano l'ipocrisia dei media Televisioni e stampa non trattano le vittime allo stesso modo: se sono adolescenti si pubblicano foto che le ritraggono sorridenti. Se invece sono prostitute, due foto possono bastare. E poi si passa oltre. di Cristina Obber

Nicolina era una ragazzina molto bella, lo sappiamo perché tutte le testate, a cominciare dall’Ansa, ne annunciano la morte pubblicandone i selfie probabilmente scaricate dal suo profilo Facebook, compreso quello in cui tira fuori la lingua scherzosamente. Nonostante sia morta. Nonostante sia minorenne.
Dovrebbe bastare questo secondo dettaglio a preferire una narrazione più asciutta, più rispettosa e pudica e meno a caccia di click. La stessa cosa è avvenuta per Noemi Durini, anche lei 15enne, uccisa da un fidanzato violento a Lecce, anche lei splendida nel suo sorriso di adolescente. I suoi selfie spensierati ci inducono a dimenticare che il suo corpo è finito sul lettino di un obitorio.
Niente foto invece - o molto poche, molti hanno preferito dare la notizia utilizzando un’immagine di una volante dei carabinieri o la classica foto di una ragazza che si copre il volto con la mano - per Gloria Pompili, 23 anni, uccisa di botte su una provinciale del litorale romano dalle persone che la sfruttavano facendola prostituire.
Le foto di Gloria non ci sono perché quando a morire sono le prostitute la macchina mediatica mette la prima, al massimo la seconda, poi parcheggia. Donne di serie B per la stampa e per tutti noi che ci passiamo a fianco, invisibili da vive, invisibili da morte; senza storia, dunque senza volto, appunto. Le foto di Gloria non ci sono anche perché i suoi occhi tristi sono tutto fuorché accattivanti, niente sguardi ammiccanti, niente pose sexy, niente di niente. Quella foto con gli occhi tristi in cui si intravedono i volti dei suoi bambini è straziante e porta con sé le contraddizioni di un paese che si affanna a indossare il vestito della festa nascondendo sotto il tappeto il suo degrado.
Che ci sia un talk show che abbia voglia, sì voglia, desiderio, slancio, di raccontarci la sua storia, di interrogarsi sul degrado che circonda tante esistenze sulle strade del nostro bel paese perché continuiamo a considerare normale e ineluttabile che gli uomini abbiano il diritto di pagare per avere rapporti sessuali che sono violenze senza grida, stupri senza difesa di tantissime ragazze, anche minorenni di 14 o 15 anni? È un tabù chiedersi perché gli uomini si fanno complici di un sistema di sfruttamento che non si mette in discussione in virtù del fatto che è vecchio come il mondo come ci si sente dire spesso? La violenza è antica, dunque non si tocca. Ma perchè? La storia di Gloria ci interessa, la storia di Gloria ci riguarda.
Ma a chi importa davvero delle ragazze?
A Chi l’ha visto? , forse, che sulla scomparsa di Noemi ci ha buttato in pasto - sul servizio pubblico - uno degli spezzoni più trash della tivù del dolore?
A chi importa delle ragazze se la cosa che accomuna Nicolina, Noemi e Gloria è che si tratta di morti che si sarebbero potute evitare se in questo paese si smettesse di sottovalutare la violenza maschile contro le donne, se si decidesse di cambiare rotta?
Sia Noemi che Nicolina sono state uccise nonostante ci fossero state delle denunce alle forze dell’ordine. Gloria è stata uccisa dopo ripetute violenze subite per cui non ha sporto denuncia, così come non ha chiesto aiuto chi la conosceva e ne era a conoscenza. Per rassegnazione, per ignoranza, per paura, perché non sempre si sa a chi rivolgersi? Non lo sapremo mai ma poco conta adesso.
A chi importa delle ragazze se a Francesco Mazzega, il femminicida che a luglio ha ucciso Nadia Orlando, 21 anni, il Tribunale del Riesame di Trieste ha concesso gli arresti domiciliari?
La presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato un appello alle forze politiche affinché si approvi un provvedimento che aumenti le tutele per le donne in situazioni di rischio e rafforzi le misure di interdizione contro gli uomini violenti, sottolineando inoltre la necessità di intervenire sulla prevenzione che può avvenire solo a scuola e in famiglia.
Ci auguriamo che il governo Gentiloni, sordo fino ad oggi a tutte le richieste che arrivano dalla società civile, dall’attivismo femminista, dai centri antiviolenza, si assuma le responsabilità che gli competono. Anzi, competerebbero, perché qui il condizionale ci sta tutto.
http://www.letteradonna.it/it/articoli/punti-di-vista/2017/09/21/da-nicolina-pacini-a-gloria-pompili-i-femminicidi-che-svelano-lipocrisia-dei-media/24309/

venerdì 22 settembre 2017

Chi è che stupra? Mi chiedevo, di chi è la colpa di un delitto?

Chi è che stupra?
Mi chiedevo, di chi è la colpa di un delitto?
Se c'è un furto, la colpa è del ladro.
Se c'è una rapina, la colpa è del rapinatore.
Il rapimento ha il rapitore, l'omicidio l'assassino e via così.
Facile e lineare, son quelle cose che impari alle elementari con i disegnini sul sussidiario.
Solo che poi si arriva allo stupro.
E chi ha la colpa di uno stupro?
"Lo stupratore!" diranno subito le mie piccole lettrici. No ragazze, avete sbagliato. (semicit.)
Per lo stupro la faccenda è più complicata di così.
Lo stupro è l'unico delitto per cui si hanno decine, centinaia, migliaia di colpevoli che non necessariamente coincidono con lo stupratore. Sarebbe così banale!
Qualche esempio, giusto per capire di cosa parliamo.
Colpa di uno stupro può essere la notte, una strada isolata, il gran caldo, una gonna, una maglietta, un paio di birre, le canne, la noia, l'orario, il quartiere, il colore della pelle, il mestiere, la provenienza, l'occupazione, l'istruzione ricevuta.
Ma più di ogni altra cosa, la colpa dello stupro è la donna.
Lo dicono in tanti/e da sempre, a volte a mezza bocca, quasi per non farsi sentire, come se si avesse vergogna di dire che, insomma, se ti stuprano la colpa è tua.

Finalmente, però, Lucetta Scaraffia su Il Messaggero non ha paura di prendere posizione e ci dice senza mezzi termini e ipocrisie come stanno le cose nel suo "manuale per le donne".


Innanzi tutto la colpa è di una che accetta passaggi dagli sconosciuti, tanto più alle 4 del mattino.
Quindi se ti stuprano con ogni probabilità la colpa è tua che non hai ascoltato gli insegnamenti che di certo qualcuno deve averti dato. So' le basi. Gli sconosciuti, le caramelle, i passaggi, 'ste cose qua.
Senza contare poi che il mito della raggiunta eguaglianza con gli uomini stia portando a effetti perversi, che fanno si che molte ragazze ormai girino di notte senza prendere le più elementari precauzioni.
Purtroppo Scaraffia non ci offre un elenco delle precauzioni più elementari, ma possiamo immaginare comprendano maglioni larghi, capelli arruffati e magari zozzi, pantaloni  che non lascino vedere le forme, scarpe comode per correre e magari un maschio accanto. La cintura di castità è fuori moda, ma ha sempre dato ottimi risultati.
In ogni caso mai, mai, mai credere nell'eguaglianza con gli uomini. Questa folle idea è pericolosissima ed è una grande causa di stupro.
Quindi dobbiamo essere prudenti e usare precauzioni.
Meglio ancora dovremmo rimanere in casa, soprattutto di notte, almeno lì alle brutte ci stupra qualcuno che conosciamo già.
Ma sopra ogni cosa, amiche mie, la colpa è sua, di quello schifoso, infido, immondo, riprovevole Femminismo.
Il femminismo infatti ha rigettato con orrore l'idea che le donne avessero bisogno di protezione, preferendo inseguire una libertà dal loro destino biologico, cioè negando sia la maternità sia la maggiore fragilità, per arrivare a equipararle in tutto e per tutto ai maschi. [...] La debolezza di questo progetto, così evidentemente utopistico, è stata pagata a duro prezzo da quelle donne, soprattutto giovani, che hanno creduto di non avere più bisogno di cautele. In realtà, un rapporto più libero e consapevole con il proprio corpo non deve escludere la necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile, per prevenirli.
Maledetto Femminismo, che ci ha parlato di gioia, di libertà, di indipendenza.
Che ci ha promesso un'esistenza piena così come la desideriamo, che ci ha detto che siamo forti, che possiamo tutto, che non dobbiamo piegarci mai.
Che ci ha detto che il nostro destino non è essere madri, ma che possiamo decidere noi stesse cosa fare delle nostre vite. Magari addirittura fare figli. Decine di figli e figlie.
Lui, che ci ha illuse cancellando l'antica idea che gli uomini devono proteggere le donne, che ci ha detto che avremmo potuto andare per il mondo da sole, magari alle 4 di notte, magari con una gonna corta e la canottiera aderente.
Ancora una volta ho imparato qualcosa: se mi stuprano la colpa sarà sempre e solo mia, che mi ostino a non accettare il mio destino, quello di un essere debole e inferiore e bisognoso di una corazza protettiva, possibilmente maschile.
Ho imparato che prima ancora di educare i maschi a non violentarmi devo essere educata io a restare al mio posto, quello stesso posto che mi è stato assegnato duemila anni fa, un posto di subalterna, di comparsa.
Devo ricordarmi bene di questi insegnamenti, perché in tutti questi anni al contrario ho sempre pensato che la colpa dello stupro fosse dello stupratore.
http://ritentasaraipiufortunato.blogspot.it/2017/09/chi-e-che-stupra.html


giovedì 21 settembre 2017

LE RAGAZZE SONO GIÀ EDUCATE ALLA DIFFIDENZA MA NON FUNZIONA E NON BASTA di FRANCESCA MANDELLI


Noemi Durini è scomparsa domenica 3 settembre in provincia di Lecce. Aveva solo 16 anni. Li avrà per sempre, perché dieci giorni dopo la sua scomparsa, il fidanzato, un giovane di diciassette anni con alle spalle tre trattamenti sanitari obbligatori, ha confessato di averla uccisa (e non importa come) indicando il luogo in cui si trovava il cadavere. Il padre del giovane è indagato per concorso in omicidio volontario. La vicenda ha diversi lati oscuri, tanto che il Csm ha aperto un fascicolo sulla procura per i minorenni di Lecce alla quale la madre di Noemi aveva già segnalato la pericolosità del ragazzo. Una denuncia, quella della donna, completamente inutile.
L’ultimo post pubblicato su Facebook dalla ragazza rivela la consapevolezza di vivere un rapporto malato, fatto di abusi e violenze, che niente hanno a che vedere con l’amore: «Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore, se ti picchia. Non è amore se ti umilia (…). Il nome è abuso. E tu meriti l’amore. Molto amore. C’è vita fuori da una relazione abusiva. Fidati!». Una vita che Noemi non avrà modo di vivere, come le 117 donne uccise nel 2015 nel nostro paese (dati della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna).
Oggi, una donna su tre subisce violenza nel corso della sua vita e i fatti delittuosi sono in aumento, soprattutto – come afferma la presidente di Cerchi d’Acqua, Graziella Mazzoli, che da oltre trent’anni si batte contro la violenza di genere – perché l’uomo non si adatta ad accogliere un rifiuto.
Che fare quindi? «Purtroppo è necessario che le ragazze sappiano che i rapporti con i ragazzi, e con gli uomini in generale, possono comportare dei rischi», scrive Valentina Saini su queste pagine, che continua, «Rischi da non dare per scontati, ovviamente, ma neanche da liquidare come rari o patologici o eccezionali. Bisogna educare le ragazze a individuare subito i segnali di pericolo, e ad agire di conseguenza». Mentre si educa la società al cambiamento culturale necessario affinché non vi sia più la piaga del femminicidio e del maschilismo, bisogna educare le ragazzine, le donne, alla diffidenza, afferma Valentina.
Insomma, bisogna tamponare, in attesa di risolvere il problema, ma a farne le spese, sono comunque le donne. Il punto, però, è che a quella diffidenza, in un modo o nell’altro, sono già educate, siamo già educate, tutte. Da quando sono adolescente, scelgo di non camminare da sola in luoghi isolati la sera, soprattutto in città, mi guardo alle spalle se rientro col buio d’inverno, ho sperimentato la paura di certi sguardi, e il terrore che qualcuno mi stesse seguendo (e sì mi stava seguendo). Se prendo un taxi a tarda sera, chiedo al tassista di aspettare che sia entrata in condominio prima di andare via. Da ragazzina, ho imparato che se metto il rossetto rosso, allora non devo troppo truccare gli occhi, e non per una questione di buon gusto, ma per non sembrare quella che molti definirebbero una facile, perché “non si sa mai”. In coda per entrare nei locali, ai concerti, ho avuto addosso “per sbaglio” le mani di molti uomini, italiani e stranieri. Cosa sarà mai una “palpata”?! Ho avuto la fortuna (perché anche di questo si tratta) di aver vissuto e vivere relazioni sane, ma mi sono ritrovata, a volte, a dover difendere lo stesso il mio diritto ad essere fisicamente e mentalmente libera e considerata in qualità di persona, al di là del genere. Pretendo per questo rispetto. Come me, moltissime mie amiche, a volte anche a sproposito, alzano la guardia se un uomo urla troppo forte, o ha un atteggiamento che somiglia al sessismo, al maschilismo. Siamo già educate alla diffidenza, soprattutto noi fortunate, cresciute in un contesto comodo e accogliente, in famiglie in cui un uomo o una donna hanno esattamente lo stesso valore di essere umani, le stesse opportunità, gli stessi diritti e doveri (mio fratello comunque cucina molto meglio di me). E in ogni caso, molto spesso, la violenza di genere non è affatto frutto di situazioni di degrado o emarginazione come spesso si pensa, quindi, anche le più fortunate ne sono vittime.
Non sono sicura, nonostante tutto, che continuare ad educare alla diffidenza le ragazzine, mentre la società si impegna e lavora per il cambiamento che ormai noi donne aspettiamo da sempre, possa essere una delle strade migliori da percorrere oggi, peraltro in un momento in cui le più varie paure verso l’altro vengono continuamente alimentate. Non vorrei che mia nipote vivesse tenendo alta la guardia. Forse ha ragione Valentina, che spesso si occupa di questioni di genere e femminismo, e la cruda realtà suggerirebbe una soluzione di questo tipo, insieme a molto altro. Di sicuro però (e su questo siamo d’accordo) c’è l’esigenza di un’educazione ai sentimenti, al rispetto dell’altro, che è sempre diverso da noi. Anche perché l’educazione alla diffidenza non mi sembra che abbia granché funzionato finora.
http://www.glistatigenerali.com/questioni-di-genere/le-ragazze-sono-gia-educate-alla-diffidenza-ma-non-funziona-e-non-basta/

L'autopsia in prima pagina: quando la cronaca diventa abuso di Francesco Merlo

La 'nera' tra tv e giornali. Quello di Noemi Durini è soltanto l'ultimo caso della deriva di un certo tipo di giornalismo italiano
È ODIOSA la deriva selvaggia di questo giornalismo italiano che attizza la morbosità e ti fa dimenticare la sedicenne uccisa a Specchia e l’oltraggio subito da tutte le ragazze del mondo, presi come siamo a violarne gli spasmi sotto le pietre, “anzi no, era un coltello”. Ora al pantografo sono finite le ferite, il sangue e la lama affilata. Ma le mani restano manacce che colpiscono e manine che si chiudono, e la descrizione dei colpi di bastone ti fa sentire il legno che sbatte sulle ossa. Poi si passa ai lividi vecchi che, recuperati e rinfrescati dal sempre più pietoso prosatore, bene illustrano le botte dei titoloni a tutta pagina. E così, alla fine, quando arrivi in fondo all’articolo e già attacchi il secondo, che viola lo smarrimento della madre, e poi ce ne sono un terzo sull’arma e un quarto sul luogo dell’esecuzione, alla fine, dicevo, non c’è più la morte di una bella ragazza che tutti avremmo voluto come figlia, ma c’è solo l’infinita indecenza. E non è vero che lì c’è il Dio dei dettagli, la storia concentrata. Al contrario, c’è la fuga dalla notizia alla pornografia. E più ti avvicini e più ingrandisci il dettaglio morboso più Dio si allontana da te, dal giornale, da tutti.
È un giornalismo spudorato quello che in video mostra l’androne dove sono state stuprate le due ragazze americane a Firenze: «Non ne facciamo il nome» dice lo scoopista indignato mentre ci accompagna a casa loro, e in quel buio dove è stata consumata la violenza prova a rievocare lo smarrimento, vorrebbe misurare l’incommensurabilità del dolore, ma la verità è che, in questo modo, la cronaca del delitto diventa a sua volta delitto, e la notizia dello stupro è lo stupro della notizia.
Ed è stato un interrogatorio “di polizia”, anzi una vera e propria trappola quella di Chi l’ha visto? ai genitori del fidanzato assassino. Il padre e la madre di Vincenzo hanno appreso dalla giornalista che il corpo era stato ritrovato e che il loro figlio aveva confessato: uno spettacolo orribile e terribile. Mentre cercavano, maldestramente, di difendere il loro ragazzo c’era infatti una bandella che annunziava quello che stava per accadere: «Ancora non sapevano che il figlio avesse confessato». Il padre, che è indagato, dice allora « bedda mia », si appoggia al tavolo, si agita come una bestia ferita: «Hanno creato un mostro» grida. Poi c’è la lunga inquadratura sullo strazio della madre che si abbandona a una serie di frasi sconnesse, straparla di killer venuti da lontano, infine sbotta «ora siamo morti» e piange nascondendo la testa tra le braccia conserte poggiate sul tavolo. Ecco, tutto questo ci ha lasciato non a bocca aperta ma a bocca chiusa. Anche la mamma dell’assassino ha diritto alla compostezza pubblica e alla disperazione privata. E invece la giornalista non le ha dato il tempo di dominarsi, di raccapezzarsi e l’ha esposta all’insana curiosità dell’Italia, ha ridotto la sua pena a tecnica spettacolare. Diciamo la verità: il rigetto è totale.
È vero che Mussolini aveva proibito la cronaca nera considerandola “eversiva ed emulativa” ed è stata una liberazione riappropriarsene, un dovere del giornalismo democratico occuparsene. È insomma giusto che la cronaca nera, che non è solo roba da stampa scandalistica, occupi anche le prime pagine dei quotidiani d’informazione responsabile, dei giornali-istituzione che sanno servire il pubblico con un controllo qualificato delle reticenze, svolgendo il ruolo dei grandi testi di riferimento del passato. Come si sa, infatti, la grande letteratura gialla proviene proprio dalla cronaca nera. Ebbene, grazie alla qualità dei giornali italiani, la cronaca nera nel dopoguerra è diventata letteratura, con Dino Buzzati, Orio Vergani, Tommaso Besozzi...
Ma ci sono dei doveri che il giornalista non dovrebbe mai dimenticare. E invece, in un crescendo che dura da un po’ di anni, anche colleghi sensibili, perspicaci e intelligenti, non si fermano più dinanzi alla sconcezza. Ma non è civile l’idea che il diritto di cronaca significhi infilare il naso nelle nefandezze. Ricordate il caso Cogne? Quell’omicidio ci colse impreparati. Non capimmo subito quello che stava accadendo nell’informazione italiana. In molti ricorderanno l’iniziale spaesamento e poi il crescente disagio dinanzi alla rappresentazione della violenza, alla voglia di mostrare nel dettaglio lo scempio di un corpicino, all’indugiare sul particolare raccapricciante, al calcolo dei colpi mortali, al dilungarsi sull’efferatezza, allo spacciare per scienza il bla-bla vanitoso degli psicologi del sabot assassino, alla sanguinolenta esibizione di sapere degli esperti di tragedie greche, alla truce chiacchiera su criminologia, cervello e maternità. Insomma, ci abbiamo messo un po’ di tempo a capire che dietro l’eccesso di cronaca c’era la morbosità, e che non si trattava di analisi fredda e neppure di resoconto intelligente, ma di compiacimento.
Poi però, da un omicidio all’altro, da uno stupro all’altro, da un femminicidio all’altro, siamo arrivati all’attuale accanimento dell’informazione sulla cronaca nera: la pedofilia (ricordate Rignano?), le streghe di Avetrana, Meredith, Yara, la mamma assassina di Loris... Ed è stata un’escalation che ha accompagnato la crisi dei giornali, la perdita di lettori, il bisogno di fare audience e di vendere copie. Sino allo stupro di Rimini e alla diffusione di quei verbali, che ovviamente avevamo pure noi, anche se non ci è mai passato per la mente che fossero uno scoop. Erano infatti una roba da pattumiera dell’anima, un’immondizia adatta al giornalismo- immondizia e non certo alla Rai, a Mediaset, ai grandi quotidiani e ai settimanali italiani che, come già denunziò l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi — nel 2003! — «danno un rilievo altissimo ai fatti di violenza», eccedono, insistono, scavano con un furore che «finisce per dare a quei drammi una valenza esemplare che essi sicuramente non hanno», e alla fine questa gutter press, questo giornalismo da rigagnolo, commette, concludeva Ciampi, «un grave attentato alla dignità umana».
Noi non pensiamo che la rappresentazione, il racconto, la fotografia, la discussione, anche quella inutile e oziosa sulla violenza, debbano essere denunziate più della violenza stessa. Ma una cosa è raccontare che c’è stato un caso di harakiri e un’altra mostrare lo sparpagliamento delle viscere. Ci sono cose che debbono essere fatte perché sono importanti: il magistrato, per esempio, deve indagare e anche, con la polizia, tendere tranelli. E il chirurgo deve operare. Ma l’operazione non si fa su Raitre o a Canale 5. E i processi si celebrano in tribunale. Né basta esibire un’indignazione morale che diventa essa stessa spettacolo. Durante il caso di Rignano, seguendo un’idea “neutrale”, furono messi a confronto in televisione i genitori dei bimbi e i presunti pedofili.
Esiste, secondo noi, l’abuso di cronaca che dovrebbe essere sanzionato, non in tribunale ma nelle coscienze, dalla cosiddetta deontologia, specie quando l’abuso si spaccia per verità senza tabù, per “necessità di sapere”, per scoop. Ci sono degli eccessi e ci sono casi di abbrutimento della vita che sono così eccezionali da meritare professionalità eccezionali che sappiano, quando occorre, anche chiudere gli occhi per pietà.
Così il racconto di uno stupro, come quello di Rimini, almeno sui grandi giornali come il nostro, deve essere riassunto, mediato dalla professionalità e dal pudore del giornalista, dal riserbo se necessario. Non può diventare un furto d’anima, uno squartamento interiore, il feroce avvilimento dell’umanità, un’orgia scritta di carne e liquidi, di posizioni, di sodomie, tutti convinti di scrivere come Balzac, Simenon e Truman Capote, tutti piccoli Tarantino, tutti virtuosi dello splatter. Tutti arrapati, invece,
che con la penna incidono, aprono, fanno l’autopsia, sporcano e si sporcano. La cronaca nera, ci insegnarono i nostri maestri, non si commenta mai. Ma, questa volta, per dirla con Montale: «Codesto solo oggi possiamo dirti, /ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»
http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/15/news/l_autopsia_in_prima_pagina_quando_la_cronaca_diventa_abuso-175568064/





martedì 19 settembre 2017

Che cosa non abbiamo fatto per Noemi? Si chiama «prevenzione primaria» e comincia nelle nostre case di Barbara Stefanelli

C’è un ragazzo di 17 anni che — se tutto verrà confermato — lapida una ragazza di 16, poi va e nasconde il corpo nelle campagne, qualche decina di chilometri più a sud, dove il Salento si chiude a punta nel Mediterraneo. Lo chiamano «il fidanzatino». Lo chiamano in quel modo che pare affettuoso, ma tanti sanno — sapevano — che è un giovane uomo violento. Noemi ha postato su Facebook e Instagram frasi sull’amore che non è amore «se ti fa male» e sull’uomo che «non è più un uomo dall’istante in cui alza le mani». La madre di Noemi è pure andata a denunciare tutto. Due procedimenti avviati: uno penale, uno civile. Nessun provvedimento cautelare.
Ancora una volta, qualcuno dirà che è la cronaca di una morte annunciata. Che non era complicato leggere tra le righe, o direttamente nelle righe, la minaccia diventata poi lapidazione. In questa storia resteranno due video che hanno incastrato l’assassino e tutt’intorno lo sguardo insufficiente di chi, prima, non avrebbe mai immaginato una fine così nera. O forse sì, qualcuno tra gli amici avrà anche temuto il peggio: e tuttavia non si è mosso, non è bastato.
Resteranno una madre che ha cercato di alzare lo scudo dell’autorità a protezione di sua figlia e un padre che ha aiutato il figlio a cancellare le tracce. E restiamo noi che, in un rito spaventoso, ci domandiamo — davanti ai nostri ragazzi che diventano adulti — che fare. Noi possiamo metterci di traverso: si chiama «prevenzione primaria» e comincia dai bambini per arrivare agli adolescenti, parte nelle case ed entra nelle scuole.
Non stanchiamoci di ripetere — e di dimostrare — che l’amore non ha proprietari. Insegniamo alle femmine a non scambiare il controllo per attenzione o dedizione, a non farsi lusingare dalle ossessioni, a non cedere mai alla richiesta di una prova d’amore e d’eroismo. E trasmettiamo ai maschi la bellezza e la radicalità della forza che riconosce la libertà, le fragilità, anche il fallimento. L’amore non è una pietra, né un coltello, l’amore non è un colpo di pistola.
http://27esimaora.corriere.it/17_settembre_13/che-cosa-non-abbiamo-fatto-noemi-si-chiama-prevenzione-primaria-quella-che-comincia-case-c606bb96-98cd-11e7-b032-1edc91712826.shtml

lunedì 18 settembre 2017

Ci stavano di Maria G. Di Rienzo

Ci stavano, dai. Questa è la linea difensiva dei due carabinieri di Firenze accusati di stupro. Intossicate al punto che una delle due quasi non si reggeva in piedi, le studentesse americane non hanno gridato, non hanno opposto sufficiente resistenza, non hanno detto no, hanno (chissà perché?!) avuto paura di due uomini armati. Secondo il più giovane dei carabinieri – che, mi si spezza il cuore, “in alcuni frangenti è scoppiato in lacrime” – sono “state le studentesse a invitarli a salire nella loro casa”, ma dovevano essere così in calore, le cagne, che a salire in casa non ci sono neppure riuscite: un carabiniere si è dato da fare nell’ascensore e l’altro nell’androne del palazzo.
È vero che erano in servizio, è vero che non hanno avvisato la centrale dell’accompagnamento delle ragazze, è vero che si sono fermati in una zona di competenza della polizia e non dei carabinieri, ma per tutto questo – virilmente e per l’onore della divisa – sanno di aver sbagliato e sono “pronti a pagare”. Per le bambole rotte no, e che diamine, si è mai visto un vero uomo prendersi la responsabilità di aver spezzato un giocattolo.
Questa faccenda sta invece avendo un grosso impatto sulla salute degli unici due esseri umani presenti… i carabinieri: con doverosa preoccupata gravità, i giornali ci informano che hanno le occhiaie e i volti tesi. Quando saranno riusciti a svangarla gettando la colpa sulle studentesse, bisogna proprio regalare loro una settimana di vacanza in un centro benessere o magari, visti i tipi, in un centro massaggi. E giustamente, di come stanno le ragazze americane non frega un fico a nessuno.
Ci stava, dai. Questa è la linea difensiva del 26enne israeliano accusato da una turista belga di aver tentato di violentarla. Si erano appena conosciuti in un locale pubblico: “Una chiacchiera tira l’altra e poi i due decidono di fare una passeggiata, lasciando gli amici al pub. Vanno in piazza Venezia, percorrono via del Corso, poi tornano indietro. Si dirigono verso il Campidoglio e lungo la scalinata lui tenta un approccio che lei respinge. Ci prova ancora e lei ancora lo respinge. Alla sua insistenza la ragazza inizia a urlare: gli agenti della polizia di Roma Capitale in servizio al Campidoglio la sentono e accorrono”.
Qui il caso sembra diverso: la giovane dice di no, ripete di no, grida. Ma non fa in realtà differenza alcuna, perché gli oggetti in tale tipo di situazione non possono avere voce in capitolo, nè alcun tipo di controllo sulla propria vita. Il tipo è convinto di essersi guadagnato il diritto di stuprarla, durante la serata: “Lei ci stava, assolutamente: mi aveva già dato un bacio, avevamo parlato tutta la sera, bevuto insieme, passeggiato, baciati ancora: ci stava, non c’è altro da dire”.
In tutto il mondo, gli uomini stuprano e uccidono donne in qualsiasi scenario possibile. Nelle case, nelle parrocchie, alle feste, per le strade, nei locali e spazi pubblici, sui mezzi pubblici, nelle automobili, nelle scuole, ai concerti, nei campeggi…
Le donne possono evitare, come è loro consigliato, le aree poco illuminate e prive di via di fuga; le donne possono stare il più possibile in casa, possono evitare di uscire la sera, di bere qualcosa in pubblico, di indossare gonne corte eccetera eccetera. Possono restringere la propria libertà sino ai minimi termini – e nulla cambia, perché sino a che gli uomini persistono nel considerare naturale, mascolino, giustificabile il loro comportamento violento e sino a che lo usano per stuprare e uccidere le donne continueranno ad essere stuprate e uccise. Non importa dove si trovino o cosa stiano facendo.
Sino a che non mettiamo in questione il punto dolente e cioè il collegamento diretto fra la mascolinità costruita socialmente e la violenza, l’unico mondo in cui le donne non saranno più assalite dagli uomini può essere solo un mondo in cui le donne non esistono più.

* Giornalista, formatrice e regista teatrale femminista, autrice del prezioso blog lunanuvola. Ha autorizzato Comune a pubblicare i suoi articoli.

ARTICOLI CORRELATI
Se non riusciamo a dirlo Maria G. Di Rienzo
Una lucida follia. Ragionare sull’amore Lea Melandri
Vi crederemo Paola Del Zoppo
Ragazze, imparate a disobbedire Manuela Salvi
Ma quale gelosia, raptus e tragedia… M.D.R.
“A Ote’, fatte cura’, damme retta” Gaja Cenciarelli
Con il sangue come inchiostro Maria Galindo

https://comune-info.net/2017/09/ci-stavano/

domenica 17 settembre 2017

Uomini che non accettano la nostra emancipazione Il commento di Dacia Maraini

Stupri, violenze, femminicidi? Tutte reazioni all’emancipazione femminile: più le donne diventano libere e autonome, più provocano reazioni violente negli uomini che identificano la loro virilità nel possesso, nel dominio, nel potere.
C’è stato un rivolgimento dei ruoli della famiglia, la famiglia è cambiata, le donne hanno acquistato la capacità di scegliere per se stesse, di decidere della propria vita. Questo per molti uomini è insopportabile, diventano matti. Sono uomini apparentemente normali, bravi ragazzi, padri di famiglia, ma non reggono alla perdita del privilegio, del potere. Non reggono allo smacco, alla sconfitta. Non si uccide per amore, si uccide quando si perde qualcosa e non si sopporta di averla perduta.
 In fondo, in altro ambito, pensiamo alle lotte terribili tra operai e proprietari, pensiamo alla canzone «Se potessi avere mille lire al mese», a quel tempo in cui lavorare otto ore al giorno era un miraggio. Quelle otto ore sono state una conquista che è costata tante vite. Perché anche lì, in un ambito diverso, era una questione di potere, di privilegio di una parte su un’altra parte.
 Per accettare la volontà di autodeterminazione della donna, bisogna essere maturi, razionali, bisogna avere la capacità di adeguarsi, Non sempre gli uomini lo sanno fare. E hanno paura. La violenza nasce sempre dalla paura. La violenza non appartiene alle persone sicure, forti, armoniose, la paura appartiene agli insicuri, ai deboli, ai malati di nervi.
 Pima dell’autonomia magari la donna odiava il marito, ma lo sopportava perché fuori dal matrimonio la donna semplicemente non esisteva. Non è che i sentimenti fossero diversi, ma nessuna osava ribellarsi. Magari aveva un amante, magari più di uno. Ma non rompeva il matrimonio. Pensiamo ad Anna Karenina, una donna che si separa dal marito ma poi si butta sotto un treno perché non può restare in vita, perché la società la ostracizza. Pensiamo a Effi Briest, il romanzo di Theodor Fontane, che sostanzialmente racconta la stessa storia.
 Lo stupro poi è l’atto di violenza estremo. Simbolicamente è l’aggressione verso la sacralità del ventre della donna, dove nasce la vita, dove nasce il futuro. In guerra era lecito, faceva parte dei diritti del vincitore perché in questo modo si agiva sul futuro della generazione vinta. Tutti coloro che lo compiono, anche inconsapevolmente, fanno questo. Umiliare la donna nel suo potete di procreare.
La cosa che fa ridere - se non fosse tragica - è che tutti gli stupratori si difendono dicendo la stessa cosa, che la donna era consenziente. Se si vanno a studiare i verbali, il copione non cambia. È la loro unica difesa, soprattutto quando, come nel caso che ha visto coinvolti i due carabinieri, ci sono tracce biologiche di un rapporto fisico. Non possono dire che non è vero. Dicono che la donna ci stava. Perché nessuno dice di una persona rapinata che quella era consenziente? Basta pensarci, è la stessa cosa.

Testo raccolto da Laura Anello
http://www.lastampa.it/2017/09/14/cultura/opinioni/editoriali/uomini-che-non-accettano-la-nostra-emancipazione-zoqgz6wE2pVEvOIAQxfj9L/pagina.html

sabato 16 settembre 2017

Ultimo post di Noemi Durini

- non è amore se ti fa male.
- non è amore se ti controlla.
- non è amore se ti fa paura di essere quello che sei.
- non è amore se ti picchia.
- non è amore se ti umilia.
- non è amore se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piace.
- non è amore se dubiti della tua capacità intellettuale.
- non è amore se non rispetta la tua volontà.
- non è amore se fai sesso.
- non è amore se dubiti costantemente della tua parola.
- non è amore se non si confida con te.
- non è amore se ti impedisce di studiare o di lavorare.
- non è amore se ti tradisce.
- non è amore se ti chiama stupida e pazza.
- non è amore se piangi più di quanto sorridi.
- non è amore se colpisce i tuoi figli.
- non è amore se colpisce i tuoi animali.
- non è amore se mente costantemente.
- non è amore se ti diminuisce, se ti confronta, se ti fa sentire piccola.
Il nome è abuso.
E tu meriti l'amore. Molto amore.
C'è vita fuori da una relazione abusiva.
Fidati!
preso da un articolo de
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/13/noemi-durini-lultimo-post-della-16enne-uccisa-dal-fidanzato-non-e-amore-se-ti-fa-male-o-se-ti-picchia/3854764/

venerdì 15 settembre 2017

La libertà delle donne cuore dello scontro Bia Sarasini

È senza fine, lo strazio della violenza contro le donne. Ieri Lucio Marzo, 17 anni, ha confessato di avere ucciso Noemi Durini, 16 anni, scomparsa dal 3 settembre. E ha portato i carabinieri nel luogo dove ne aveva nascosto il corpo, sotto alcuni massi. Sempre ieri, è stato denunciato un tentativo di stupro sulle scale del Campidoglio, a Roma. L’aggressore sarebbe un israeliano. La notte precedente ancora a Roma lo stupro di una ragazza finlandese, da un ragazzo del Bangladesh.

Di qualche giorno fa la denuncia delle ragazze americane a Firenze, appena prima la giovane donna polacca stuprata a Rimini. Lo strazio è infinito, mille connessioni che si allargano come onde, dal punto in cui è stata esercitata la violenza. Avranno conseguenze nelle vite di tutte le persone coinvolte. Penso ai genitori di Noemi, alla madre, che non è riuscita a convincerla che quel ragazzo era violento. Non è servita neanche la denuncia che aveva presentato per ottenere l’allontanamento di quel ragazzo dalla figlia, non era stato preso nessun provvedimento.

Le adolescenti sfidano i genitori, la madre in special modo, come fare a proteggerle senza renderle prigioniere? È una domanda che non ha facili risposte. O meglio. Non le ha oggi. Oggi che le ragazze sono libere, nei paesi come nelle metropoli. Oggi che i divieti e le proibizioni non sono più la regola condivisa.

E la libertà – delle donne, delle ragazze – è il punto geometrico del conflitto. La solidarietà, perfino il dolore, sono pieni di ombre, di dubbi. Perché quelle ragazze sono in giro di notte? Perché si fidano di chiunque? Perché si permettono di andare in giro come se fossero dei ragazzi, dei maschi? Si ipotizza che Noemi sia stata uccisa al culmine di una lite.

Sulla sua pagina facebook l’ultimo post fa pensare. L’immagine è il viso di una donna malmenata, a cui qualcuno tappa la bocca. Il testo comincia cosi: «non è amore se ti fa male». Su instagram il profilo è più esplicito: «Il giorno che alzerai le mani ad una donna, quello sarà il giorno in cui ufficialmente non sarai più un uomo». Aveva capito? È stata punita perché voleva la libertà? Un’azione diretta, un atto di guerriglia individuale, lo definisco. Come lo stupro, le aggressioni sessuali. Tentativi di sottomissione, per mantenere l’ordine patriarcale. Contro tutte queste donne che si permettono di aggirarsi libere per il mondo. E per questo è così difficile ascoltarne la voce, a parte la retorica della vittima, che si rivela sempre più finta. Non è solo l’antico gioco delle donne perbene messe contro quelle per male. Il conflitto è a tutto campo, nelle vite private come nello spazio pubblico, nelle forme inedite della vendetta. Anche nella scena mediatica. Che non vuole lasciare la parola alle donne, alla loro visione.

Quel grande interprete del sentimento medio che è Bruno Vespa l’ha detto senza esitazione a Porta a Porta: «La prima vittima è l’Arma». Il corpo delle donne rimane un pretesto. Usato contro i migranti, per legittimare il razzismo. Occultato di fronte alla “grande onta” della perdita di onore maschile. Eppure le femministe lo dicono da sempre. La violenza, lo stupro sono compiuti da uomini. Giovanissimi e anziani, di qualunque nazionalità, colore, religione. Qualunque divisa indossino. Oggi è tempo di dire di nuovo che le donne sono, siamo, libere. Che stiamo nel mondo. Perché non tornare nelle strade di notte, insieme?
https://ilmanifesto.it/la-liberta-delle-donne-cuore-dello-scontro/

giovedì 14 settembre 2017

Stupri di serie A e di serie B di Alessandra Mancuso

La sensazione è che il corpo delle donne venga utilizzato con finalità "altre" mentre la vittima scivola in secondo piano, diventando quasi invisibile
Stupri di serie A e di serie B. Per cui ci si indigna urlando. O che si trattano alzando il sopracciglio, cercando attenuanti e instillando sospetti sull’attendibilità delle vittime (ancora, nel 2017!). Le “nostre donne da difendere” da orde di migranti, da una parte, e “donne che se la sono cercata” se lo stupratore è un bravo ragazzo italiano. Clamore diverso per le violenze consumate in famiglia e quelle commesse da sconosciuti. Stupri ignorati. Quelli delle donne anziane. Sempre più frequenti. O quelli che denuncia su Avvenire, con una riflessione toccante che scuote le coscienze, suor Eugenia Bonetti: "gli ordinari misfatti che ogni notte avvengono sulle nostre strade, con ragazzine straniere che subiscono stupri “a pagamento” di clienti”. In maggioranza italiani, e al 90% battezzati, molte volte con mogli e figli, scrive la missionaria.
Perché, si chiede suor Eugenia, non fanno notizia quelle minorenni vittime di tratta, comprate e vendute, schiavizzate e violentate da cinici sfruttatori e da migliaia di “clienti”? Perché questi stupri, ignorati, non suscitano scalpore?
La sensazione, che fa arrabbiare e indigna, è che il  corpo delle donne venga sempre usato, con finalità  “altre”, anche quando la compassione per chi è sopravvissuta a una violenza dovrebbe prevalere su tutto. La vittima scivola in secondo piano, diventa quasi invisibile. Se lo stupro è compiuto da due carabinieri a preoccupare è l’onore dell’Arma, non il dramma delle due studentesse. La sensazione è che sul corpo delle donne si faccia politica sempre e comunque. Ci si indigna, a corrente alternata e con gradazioni diverse, ma della vittima non importa affatto. Dipende da chi è la vittima, certo. E da chi il carnefice.
E l'informazione, vuole farsi strumento di questo “uso” del corpo delle donne? Anche per l’informazione a stesso reato non corrisponde stesso trattamento. Una violenza va in prima pagina, un’altra si relega all’interno, o si ignora del tutto.
Che risposta diamo a suor Eugenia che assiste sconvolta alla grande enfasi che i tg hanno dedicato per giorni, con ampio spazio, agli efferati stupri del branco, a Rimini? Vorrei dire a suor Eugenia che lo sconcerto, il dolore per le vittime, suscitato dalla brutale violenza di Rimini, produce un'eco che l'informazione ha il dovere di registrare.
Il problema si pone quando l'informazione si fa strumento di propaganda e orientamento dell'opinione pubblica per interessi politici.  Ma questo riguarda una minoranza dei media.  Che quando travalica i limiti va denunciata e se commette violazioni  deontologiche, va sanzionata. Come abbiamo chiesto con un esposto nei confronti di Libero, come commissioni pari opportunità del sindacato e dell’Ordine e giornaliste di GiULiA, di fronte a un articolo che pubblicava i dettagli degli stupri, violando il divieto che ne fa la nostra carta deontologica.
E il problema si pone anche quando l’informazione si fa portare al traino dell'emotività, delle chiacchiere del bar dello sport, degli stereotipi e dei pregiudizi. Quando adotta due pesi e due misure a seconda di chi siano vittime e carnefici. E questo problema riguarda invece quasi tutti i mezzi di informazione.
E intanto il fenomeno, strutturale e devastante, della violenza maschile contro le donne, resta ancora, incredibilmente, fuori dall'agenda politica, fuori dai radar de programmi politici e delle politiche pubbliche. Come lo si vuole e come si deve eradicare? Silenzio assoluto. E trascuratezza da parte dell'informazione che non illumina abbastanza la violenza che le donne subiscono e la solitudine in cui sono lasciate, le risorse lesinate, i servizi carenti, la protezione insufficiente. La realtà di una società, come scrive suor Eugenia, “che consuma tutto, e tutto, anche le donne, riduce all'usa e getta”.
L'informazione può avere un ruolo, importante, nella definizione dell'agenda politica. E nel migliorare  la qualità e i livello del discorso pubblico, contrastando stereotipi e pregiudizi, contribuendo a costruire una società a misura di donna e di uomo, paritaria, basata sul reciproco rispetto. Un ruolo che dobbiamo assumere con convinzione e coraggio.
Di fronte al montare di una cultura retriva, per certi versi reazionaria e razzista,  che fabbrica paure, semina parole d'odio, abbiamo tutti bisogno, più che mai, di un'informazione razionale e responsabile. Corretta nel linguaggio. Bisogna lanciare a tutti i giornalisti la sfida di un grande cambiamento culturale da compiere, nelle redazioni, per non essere più "portatori sani" di visioni stereotipate, vettori inconsapevoli di pregiudizi tipici della sottocultura maschilista. Non siamo all’anno zero, fortunatamente, ma siamo ancora molto lontani. dall’obiettivo.
http://giulia.globalist.it/attualita/articolo/2011275/stupri-di-serie-a-e-di-serie-b.html

lunedì 4 settembre 2017

Maschi-femministe: prove di dialogo| Uomini, i segni del cambiamento: l’inchiesta di Luisa Pronzato

«Ho scoperto il femminismo e sono rimasto vivo». Nessuna ricerca di benevolenza. Anzi, fatica e gavetta: soffritti, piatti, spazzatura. Evitando autocoscienze. E 35 anni dopo è ancora possibile usare il plurale di coppia e dire «nello scambio ci abbiamo creduto».
In quanti, però, ci hanno creduto come rappa la canzone di Paolo Bertella, che esordirà il 10 settembre al Tempo delle Donne? Sono molti i “matrimoni lunghi” in cui la partner è femminista, ma sono anche molti i matrimoni saltati, le singletudini a vita di donne per nulla sante ma sole per scelte di quella che forse solo un tempo e forse anche ideologicamente si chiamava “autodeterminazione”. Il tema è il dialogo tra i femminismi e gli uomini. Più di cinquant’anni (e se contiamo il suffragismo possiamo dire anche quasi un secolo) in cui la cocciuta ricerca di equità ed equilibrio tra il maschile e il femminile nella società italiana ha avuto momenti di accelerazione, primo fra tutti la conquista del voto e l’entrata in Costituente delle donne, periodi di stallo silente e momenti di grandi risvegli come l’organizzazione dello sciopero delle donne dello scorso 8 marzo. Una corsa, dicevamo, in cui i femminismi hanno corso da soli, spesso anche in contraddizione tra loro, con sparuti uomini che tentavano di partecipare alla trasformazione sociale, e pochi momenti in cui il dialogo tra i femminismi e gli uomini sono avvenuti.
Su tutto un malinteso di fondo, quello che le donne, meglio le femministe, odino gli uomini. Nonostante questo la società italiana si è trasformata, attraverso il nuovo diritto di famiglia e le leggi di parità, sul divorzio, sull’interruzione di gravidanza, sulle tecniche contraccettive. Vediamo più donne che lavorano, più dirigenti, più ragazze nelle università e un pensiero femminile riconosciuto e in qualche caso anche autorevole. Anche se a una posizione delle donne più determinata nella società fa da contraltare l’aumento della misoginia, a volte anche femminile, il persistere di stereotipi, spesso invisibili quanto la violenza che, ben oltre l’indignazione per i femminicidi, sottende ancora nelle relazioni tra uomini e donne.
E allora che è successo? Proviamo a ripercorre alcune tappe di questi anni e cercare di dare un ordine ai momenti e alle idee per fare un punto di come siamo e a che punto stiamo. Il primo punto è il separatismo su cui è necessario distinguere tra rapporti nel privato e in politica. Matrimoni, amicizie sono nate e maturate, ognuno trovando regole proprie di complicità, affetto e organizzazione casalinga. Fu nel percorso politico che le femministe scelsero la via del non dialogo. «Fu una via obbligata del femminismo degli anni Settanta», dice Adriana Cavarero, filosofia e teorica in Europa del pensiero della differenza. «Era il bisogno a non pensare e non parlare “neutro” come invece la società patriarcale e maschilista faceva per cancellare l’individualità femminile. Fu un approccio puramente politico per ribadire e soprattutto riconoscere tra noi donne che incarnavamo una differenza». È l’epoca degli incontri solo tra donne e della scelta dell’autocoscienza come strumento (le femministe continuano a chiamarla “pratica”) per scambiare idee ed esperienze. «Certo, dovevamo trovare la forza di riconoscerci, parlare delle scelte politiche necessarie a superare il patriarcato, non potevamo condividere questo percorso dialogando con gli stessi uomini che, anche se oggi sembra una parola obsoleta, erano gli “oppressori». Per meglio interpretare quello che dice Cavarero, qualche dato storico: L’abolizione delle “clausole di nubilato” nei contratti di lavoro e la legge che vieta di licenziare le lavoratrici per “cause di matrimonio” sono del 1963, dell’anno dopo è l’abolizione del “coefficiente Serpieri”, un sistema di valutazione usato in agricoltura in base al quale il lavoro svolto da una donna era il 50% di quello svolto da un uomo, del 1968 è la legge per cui solo l’adulterio femminile non è più reato e solo nel 1981 viene abolito il “delitto d’onore”.
«Oggi, lo stesso pensiero della differenza può aprirsi al dialogo con gli uomini, modulandosi a seconda degli argomenti», continua Cavarero. «Se parliamo di aborto e gravidanza, parlino le donne, se stiamo ragionando sulla crisi dei padri, è giusto che siano gli uomini a interrogarsi. Se affrontiamo i grandi temi della migrazione, del clima, dell’economia occorrono parole comuni. I femminismi oggi sono ben diversi dagli anni ‘60 e ‘70, dobbiamo essere aperte alla dialettica, misurarsi a seconda degli argomenti e marciare simbolicamente insieme. Un esempio non simbolico è la marcia americana dello scorso gennaio. L’hanno chiamata “delle donne”, ma il bisogno e la consapevolezza comune di dire no al populismo era così forte che ha scosso le coscienze di tutti: è stata la più grande e mista marcia d’America».
Torniamo all’Italia. «Nonostante il separatismo politico i tentativi di dialogo non si sono mai interrotti», racconta Annarosa Buttarelli, tra le fondatrici di Diotima, comunità nata presso l’università di Verona nell’83 con l’intento di “essere donne e pensare filosoficamente” e autrice di Sovrane (Il Saggiatore). «Ce ne sono stati diversi, alcuni più riusciti, altri meno», dice. “Le interlocuzioni, e dialoghi attivi, tra il femminismo della differenza e gli uomini sono avvenuti durante le campagne referendarie del divorzio e dell’aborto, per esempio. A Bologna fu proprio il dialogo tra Luce Irigaray e il sindaco Renzo Imbeni a far nascere una stagione di ricerche sui linguaggi sessuati e di educazione nelle scuole al riconoscimento dei ruoli dei ruoli femminili e maschili. Furono progetti che contagiarono altre città. Erano gli anni ’90, in cui si svilupparono anche le leggi sulla parità. I risultati furono temporanei». E con la Bolognina quel fermento si fermò. «Le giovani generazioni, maschi e femmine, sembrano aver capito meglio gli scambi con i femminismi», continua Buttarelli. «Lo abbiamo visto nelle università, anche se la disoccupazione e la corsa alla sopravvivenza spegne, appena usciti dal percorso scolastico, gli interessi e l’attivismo. E se dobbiamo segnalare un cambiamento è quello dei femminismi e dei movimenti aziendali della diversity che hanno cambiato rotta: il dialogo oggi si cerca non più nella trasformazione della relazione donna-uomo ma nei grandi temi. Preso atto della propria autorevolezza, le donne vogliono entrare nel merito delle crisi generali, per questo il tema più attuale è quello della democrazia e della rappresentanza. Questi sono i dialoghi in corso a cui aggiungerei quello in atto tra le femministe cattoliche e il Vaticano. Chiesa, donne e mondo diretto da Lucetta Scaraffia, e allegato all’Osservatore Romano lo sta raccontando e dimostrando».
Alla fine degli anni 80 La Carta delle Donne del Pc fu un’altra prova di dialogo, sostenuta da Natta e Berlinguer. «Costruire la società umana, la società a misura di donne e uomini era l’ambizione”, come racconta Livia Turco che ne fu l’animatrice. «Si trattava dell’ assunzione del pensiero e della pratica della differenza sessuale, e la parte programmatica, fatta di obiettivi concreti che ci consentiva un dialogo a tutto campo con le donne italiane. Lavoro, welfare, pace nel mondo, ambiente, riforma delle istituzioni, i problemi del Mezzogiorno... Non lo specifico femminile ma la politica a tutto campo». La Carta girò tutta l’Italia con incontri nelle città, conteneva in pratica i principi delle leggi di parità degli anni ‘90. Ma poi, la crisi del Pc, e lo smembramento delle militanti congelò anche questa esperienza, come raccontano Letizia Paolozzi e Alberto Leiss in Cera una volta la Carta delle donne (Biblink ed.) che sarà presentato in questi giorni al Festival della letteratura di Mantova.
Esauste è il termine che usano molte femministe di generazioni mature affrontando la domanda su dialoghi possibili. «Come possiamo parlare di dialogo se il Pd oggi crea il Dipartimento mamme?», chiede Anna Maria Crispino, direttora di Leggendaria, rivista femminista che si propone come “vetrina dell’intelligenza femminile”. «Non è questione solo di terminologie: “mamme” significa non riconoscere altro ruolo alle donne. Fanno impressione i programmi esclusivamente reattivi dei partiti della sinistra (dovrebbero essere i nostri interlocutori) che pensano per categorie indifferenziate senza analizzare la reale complessità rispetto alle donne, ma pure ai giovani. Dal mio osservatorio poso solo dire che spero nelle nuove generazioni, e in quel femminismo 2.0 che molte 60enni ignorano».
E allora guardiamoci intorno. Le tshirt «I am feminist», snobbate in alcuni casi ma indossate anche da ragazzi posso condurre al dialogo? Le campagne ipercondivise su facebook come quella di Anita che chiedeva «per quanto tempo dovremmo sentirci fortunate per non essere state violentate» possono aprire dialoghi nuovi? «Finché si resta ancorate al binarismo uomini e donne nessun dialogo è possibile», dice Benedetta Pintus, creatrice del portale Pasionaria.it, che aderisce alla rete di NonUnaDi Meno identificandosi nel femminismo intersezionale, vale a dire aperto ai i generi, includendo ogni livello di discriminazioni, comprese omotransfobia, razzismo, disabilità e le diverse condizioni sociali. «Alle nostre discussioni partecipano anche persone che non si identificano in un genere. Parliamo al plurale, senza genere e partiamo dall’idea che pregiudizi e discriminazioni ingabbiano anche gli uomini. È la base di un terreno su cui ci confrontiamo anche con i ragazzi su temi che riguardano le identità, l’aborto, il razzismo, la contraccezione, la violenza, il bullismo… l’educazione alla differenza. A Cagliari, da qualche mese organizziamo assemblee pubbliche nel parco. Qualche non militante comincia a fermarsi. Ma lo sappiamo, facciamo ancora i conti con i pregiudizi che il femminismo si porta dietro».
http://www.corriere.it/cronache/uomini-cambiamento/notizie/maschi-femministe-prove-dialogo-680b17b2-905d-11e7-8eb0-0c961f9191ec.shtml

Vi aspettiamo al Tempo delle Donne alla Triennale di Milano
SALONE D’ONORE DOMENICA 10 SETTEMBRE ORE 16.00
MA DONNE E UOMINI HANNO IMPARATO A PARLARSI?
Parole e sguardi, un’indagine in tre tempi
Nuovi, usati, da inventare, da buttare, da riciclare  Test satirico di Cinzia Leone
Guardanti e guardati Monologo di Barbara Mapelli
Prove di nuovo lessico femminista
Con Barbara Bonomi Romagnoli, autrice di Irriverenti e libere (Eir), Adriana Cavarero, filosofa, Lea Melandri, scrittrice e storica del femminismo, Benedetta Pintus, creatrice di Pasionaria.it, Danda Santini, direttrice Elle, Lucetta Scarafia, femminista cattolica, Giorgia Serughetti, ricercatrice universitaria, autrice di Libere Tutte (Minimum Fax)
Ho incontrato il femminismo e sono ancora vivo, con il rapper Bolla Gee su testi di Paolo Bertella Farnetti
Filosofie, pratiche e vita: dal separatismo in politica ai lunghi matrimoni.
I dialoghi possibili (e impossibili) secondo i femminismi.
Inchiesta a cura di Dario Di Vico e Luisa Pronzato
Il Tempo delle Donne: qui tutto il programma

giovedì 20 luglio 2017

Sabato 22 luglio ci terrà a Buccinasco una tappa straordinaria del Festival dell'impegno civile con NCO - Nuova Cooperazione Organizzata e la sua gemella napoletana (R)esistenza Anticamorra in gemellaggio con il Festival organizzato nel Casertano dal Comitato Don Peppe Diana nello stesso periodo (www.festivaldellimpegnocivile.it).

Sabato 22 luglio ci terrà a Buccinasco una tappa straordinaria del Festival dell'impegno civile con NCO - Nuova Cooperazione Organizzata e la sua gemella napoletana (R)esistenza Anticamorra in gemellaggio con il Festival organizzato nel Casertano dal Comitato Don Peppe Diana nello stesso periodo (www.festivaldellimpegnocivile.it).

In particolare il 22 a Maiano di Sessa Aurunca si svolgerà in contemporanea una delle tappe più importanti del festival con la quale ci sarà un collegamento durante la serata.

La serata vuole raccontare attraverso un ponte immaginario con le realtà campane i possibili interventi sul territorio rispetto a quattro aree tematiche:
- Migranti
- Periferie
- Economia e agricoltura sociale
- Scuola e cultura

ventunesimodonna insieme ad altre associazioni di Corsico ha aderito all'invito a partecipare a questa iniziativa, invito rivolto alle realtà promotrici di cambiamento, inclusione e costruzione di un Paese più giusto.
Diffondete il più possibile, invitate amici ed amiche, per passare insieme un pomeriggio/serata di festa in queste calde giornate d'estate.
Gli alberi del parchetto dovrebbero offrire un po' di freschezza; una birretta, la musica e la compagnia possono fare il resto.
Venite e divertitevi!A presto! Buona serata

mercoledì 5 luglio 2017

La violenza degli uomini sulle donne non va in vacanza, i centri antiviolenza in Lombardia invece sì

A fine giugno si  è concluso il finanziamento regionale del centro antiviolenza “ La Stanza dello Scirocco” e  nel bando pubblicato per il rinnovo dei centri  le risorse oltre che tagliate rispetto allo scorso anno vengono anche erogate da metà settembre.
I centri antiviolenza da fine giugno a metà settembre vanno, quindi, in vacanza. Inspiegabile scelta! Le statistiche indicano proprio nei mesi estivi un aumento della violenza degli uomini sulle donne.
Per fortuna sul nostro territorio l’interruzione dei mesi estivi voluta da Regione Lombardia non ci sarà. Tutti i Comuni del Distretto hanno finanziato il periodo di vuoto con risorse proprie ed hanno creato anche un budget da accantonare, gestito dal Comune di Cesano Boscone capofila del Piano di Zona, per eventuali emergenze non coperte dal progetto.
Riteniamo apprezzabile la decisione presa da amministratrici ed amministratori locali poiché continuità e stabilità, lo sosteniamo da tempo, sono due qualità fondamentali affinché il centro antiviolenza possa essere presente in modo efficace sul nostro territorio.
Rimane però ancora aperto il contenzioso tra Regione Lombardia e Centri antiviolenza lombardi (18 su 28) che fanno riferimento a DI.RE. (Donne In Rete contro la violenza).
Una prima questione riguarda la raccolta dei dati, importante ed indispensabile, che non dovrebbe prevedere la tracciabilità del percorso di sostegno, un “fascicolo donna” comprensivo del codice fiscale. CADMI ( che gestisce La Stanza dello Scirocco) e Donne Insieme contro la Violenza ( che gestisce il Centro Antiviolenza di Pieve Emanuele) rifiutano questo sistema che va contro le linee nazionali stabilite dall’intesa Stato-Regioni del 2014 e contro la convenzione di Istanbul. “Su questo punto non cederemo – dichiara Manuela Ulivi, presidente di CADMI – Che fine farebbe infatti il fascicolo? Mettiamo che una donna in un momento di grave depressione ricorra all’alcool, agli psicofarmaci o commetta atti di autolesionismo, per noi si tratta solo di una condizione temporanea, ma se inserisco questi dati nel fascicolo, verrebbero poi utilizzati dai servizi sociali, dal medico curante, dai tribunali, con un serio pericolo per le donne. Da 30 anni le ascoltiamo, cercando di garantire loro riservatezza e anonimato. Si possono individuare codici alternativi all’identificazione del codice fiscale”
Una seconda questione riguarda la formazione di un Albo Regionale funzionale all’istituzione di Centri antiviolenza al quale possono iscriversi “enti o associazioni in grado di avere operatori (maschile) che abbiano maturato un’esperienza triennale” ( non più quinquennale) nella gestione dei centri antiviolenza o sedi decentrate, smentendo peraltro l’intesa Stato-Regioni del 2014 “che contemplava una metodologia di accoglienza basata sulla relazione tra donne”.
Sono a rischio continuità, stabilità e qualità dei servizi: vengono escluse dai centri antiviolenza  in tutta la Lombardia storiche professioniste qualificate che hanno alle spalle una lunga positiva  presenza accanto alle donne vittime di violenza.
Il centro antiviolenza “ La Stanza dello Scirocco” è presente sul territorio dall’estate 2015 e da giugno 2016 è entrato a far parte della rete sovradistrettuale Rozzano-Corsico- Pieve Emanuele “La Rosa dei venti” che comprende anche il centro antiviolenza di Pieve Emanuele.
Alcuni dati relativi alla Stanza dello Scirocco.
Nel 2015 sono state accolte 27 donne di cui 16 di Corsico (59%)
Nel 2016 sono state accolte 45 donne di cui 13 di Corsico (28%)
Nel semestre 2017 sono state accolte 13 donne di cui 7 di Corsico (38%)
Un totale di 85 donne che meritano continuità di relazione per il coraggio avuto nel cercare aiuto.
Il centro sarà attivo durante i mesi estivi. Telefono 800.049.722 


venerdì 23 giugno 2017

Narrazione alterata, stereotipata e romanzata della violenza

Siamo rimaste esterrefatte e incredule di fronte al contenuto dell'articolo a firma di Giampaolo Visetti sull'edizione cartacea de La Repubblica del 20 giugno 2017 (riportato sul web qui). Siamo sconcertate di fronte a questa ennesima rappresentazione alterata, nociva di un femminicidio. Ci saremmo aspettate, avremmo auspicato più equilibrio in questa narrazione. Anastasia Shakurova è stata uccisa lucidamente e premeditatamente da Stefano Perale, insieme al suo compagno Biagio Bonomo e al figlio che aspettava. Una donna è stata ancora una volta spazzata via per mano di un uomo.
Avviene il consueto ribaltamento delle responsabilità, con la celebrazione del maschio di alto livello in ogni senso, costretto dalla donna a trasformarsi in assassino. La mitezza, l'alta moralità, la rispettabilità e stima sociale, l'elevata cultura tutto corrotto da questa figura femminile.
Purtroppo ancora una volta si lascia spazio a questa trasfigurazione strumentale e misogina della vittima per costruire una donna che non esiste, ma solo immaginata. Anastasia non può più raccontare il suo punto di vista, la sua storia, chi era, quali erano i suoi sogni. Eppure i giornalisti potrebbero farlo, dandole voce, riuscendo a ricostruire la sua figura reale di donna e, soprattutto,  evitando di romanzare i fatti e, peggio ancora, di assolvere il femminicida con articoli del genere. Sembra la solita trovata per aumentare la tiratura, per fornire ai lettori assetati, nel pieno della calura estiva, l’ennesima cronaca morbosa. Peccato che si stia parlando di una giovane donna, che non ha potuto proseguire il suo cammino di vita.

Eppure il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti ha fatto proprio, lo scorso dicembre, il documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne, elaborato nel solco della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993.
In esso si "richiama i giornalisti all'uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale. Ad esempio, adottando nei casi di femminicidio il punto di vista della vittima, possiamo ridarle la dignità e l'umanità che, in una cronaca quasi sempre centrata sulla personalità dell'omicida, vanno perdute. Ancora il documento offre indicazioni importanti circa il rapporto che il/la giornalista può instaurare con chi ha subito violenza, salvaguardandone l'identità, evitando la descrizione circostanziata dei luoghi, preservando quindi il diritto alla privacy."
Invece questo pezzo pubblicato da La Repubblica non solo non riesce assolutamente ad andare in questa direzione ma non ci prova neanche. Quando si affrontano temi delicati come questo ci si dovrebbe avvalere della collaborazione di esperti che aiutino a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, cercando di andare alla radice del fenomeno e fugando l'idea che la violenza sia qualcosa di improvviso, di ineludibile.
Pertanto, ci chiediamo a cosa risponda la scelta editoriale di pubblicare questo tipo di narrazione? Certamente ne è responsabile in primis il giornalista, ma perché pubblicarlo per avallare questa narrazione nociva? Si dovrebbe privilegiare una linea giornalistica che sia sempre rispettosa delle vittime, restituendo un quadro reale e dignitoso delle loro vite interrotte. Occorre evitare la rivittimizzazione delle donne e soprattutto l'insinuazione di una loro corresponsabilità o addirittura istigazione. Non si può suggerire che la donna con il suo comportamento e le sue scelte abbiano indotto l'uomo a toglierle la vita.

Continuare ad assolvere gli uomini che commettono femminicidi è quanto di più tossico e sbagliato ci possa essere. I messaggi che vengono trasmessi si cristallizzano nell'immaginario comune, sostenendo meccanismi altamente pericolosi. Si legittima e si normalizza il femminicidio, che diventa la "soluzione", a tal punto di “pubblicizzarla” sulle borse, come avvenuto recentemente a Firenze. Occorre sottolineare le responsabilità degli uomini: le loro azioni non sono frutto di una ossessione o di una sofferenza, ma nascono dal desiderio di annientare la vita di una donna, che si vuole possedere e controllare, da riottenere come un “tesoro smarrito” a ogni costo, un oggetto da ottenere e da buttare via quando non soddisfa le  proprie aspettative.  
 "Tutto è finito, il professore di inglese modello Stefano Perale telefona alla polizia per pagare il suo conto." come si fa al ristorante. La donna in questo quadro diventa una specie di scacciapensieri del senso di fallimento,"una ragazza di trenta che spazza via la solitudine, assieme alla sensazione di aver già perso tutto senza aver avuto mai niente, segna il confine tra un commiato e un riscatto." Addirittura si parla di improvvisa metamorfosi "di un uomo buono che si scopre assassino spietato". Non c'è nulla di improvviso, ma tutto rientra in un piano calcolato con freddezza, procurandosi tutti gli strumenti utili a metterlo in atto. Nessuna metamorfosi, solo un ego che ha voluto fortemente strappare via la vita ad Anastasia. Si  arriva finanche a tratteggiare un Perale che "sognava che Anastasia potesse volergli bene, sposarlo, diventare una famiglia", tradito dalla "ragazza che lo aveva illuso di essere ancora vivo". Arrivando addirittura ad insinuare anche una ipotesi  non comprovata dagli organi preposti: "Era felice perché stava per diventare una mamma: il sogno della vita che a lui aveva negato."

Da questo giornalismo deformante nasce una sceneggiatura totalmente sbilanciata sull'uomo, sulle sue presunte "buone ragioni", sulla sua innocuità e mitezza, sulla sua bontà interrotta dall'azione egoista e ammaliatrice della donna che tutto distrugge. Ci dovete anche spiegare in cosa consista questa "distanza emotiva tra Venezia e Mosca", quasi a suggerire la freddezza di Anastasia nei confronti del povero professore, per giustificare la reazione "virile, passionale" di un maschio italico. Siamo ai consueti stereotipi. Non si può continuare a giocare con le parole amore e giovinezza: "un professore di cinquant' anni può scoprire di essere un assassino mosso da un equivoco sull'amore e sulla giovinezza, ma non riesce a mutare in un killer." Nessun equivoco sull'amore, qui chiaramente assente, né sulla giovinezza, Perale resta l'autore di un duplice assassino premeditato. Altro che mistero di una notte di "follia" come si cerca di suggerire sin dal titolo.
Ci auguriamo un giornalismo maturo, che sappia rispettare le donne sempre, senza manipolare i fatti e romanzare sulla violenza contro le donne. Ci auguriamo che si mettano in campo adeguati momenti di formazione per i giornalisti, perché non si debbano più leggere simili contenuti da romanzo d'appendice.
https://www.facebook.com/notes/chi-colpisce-una-donna-colpisce-tutte-noi/narrazione-alterata-stereotipata-e-romanzata-della-violenza/1840169992967536/