mercoledì 13 dicembre 2017

Cosa resta del diritto se magistrati autorevoli giocano con il potere (maschile)? di Antonella Anselmo

Nel Bel Paese, quello delle consorterie, dei gruppi di pressione, delle caste mancava solo questa notizia: magistrati di assoluta autorevolezza in posizioni apicali per l’accesso alla magistratura e per la difesa delle dignità delle donne che, organizzati in vere e proprie sette, piegavano le loro alte funzioni a scambi sessuali e comportamenti intimi imposti. Il volto più miserevole e vergognoso del potere: quello che infanga istituzioni democratiche chiamate a garantire lo Stato di Diritto.
Mi chiedo che speranza hanno le nostre battaglie giudiziarie per l’eguaglianza di genere, per la dignità delle donne, per la tutela della persona, per il rispetto delle Istituzioni. Persino future magistrate, con un bagaglio di cultura giuridica adeguato, si sentono spinte ad accettare regolamenti e contratti che sono un’offesa profonda alla dignità di apparati pubblici e delle persone che ne ricoprono ruoli di responsabilità. Mi auguro che le notizie di questi giorni siano smentite come neve al sole da indagini accurate dei massimi organi di autogoverno della magistratura.
Rimane l’amara riflessione: sembra dilagare l’immagine di una gestione del potere pubblico saldamente in mani maschili che necessita di fidelizzare le donne entro “circoli ristretti e potentissimi” barattando i loro servigi sessuali o la loro intimità per accedere alla “sfera pubblica”, ancora tanto agognata, nonostante i saldi principi di eguaglianza della nostra Carta Costituzionale. Non solo la sfera privata diviene parte dell’immagine pubblica ma la forza del potere si misura sulla sua assurdità e spregiudicatezza. La capacità di ricatto per l’accesso alla funzione pubblica diviene la unità di misura. E con queste logiche di accesso ci si chiede quali siano le garanzie di una buona amministrazione della giustizia. E fa male scoprire che la Rivista Diritto e Scienza si sia occupata anche di “equilibrio di genere”.
http://27esimaora.corriere.it/17_dicembre_12/cosa-resta-diritto-se-magistrati-autorevoli-giocano-il-potere-maschile-47da2e4c-df72-11e7-b8cc-37049f602793.shtml

martedì 12 dicembre 2017

Nello specchio del Time di Ida Dominijanni,

“Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione che è solo all’inizio. Non sappiamo quale sarà il suo impatto finale. Quanto sarà esteso, quanto sarà profondo, se ci sarà un contraccolpo. La vera prova di questo movimento sarà la sua capacità di cambiare la realtà delle persone per le quali dire la verità è troppo minaccioso”. Più ancora della scelta del Time di incoronare “persona dell’anno” le donne che hanno acceso la miccia del me too colpisce la sua motivazione. Indizio di un discorso pubblico che non teme il cambiamento ma lo incoraggia, non diffida delle donne ma vi si affida, e sa che le due cose – donne e cambiamento – oggi come oggi vanno insieme o non vanno: no women no change, se non è spinto dalla libertà femminile il cambiamento sociale si blocca. Cieche e sorde sono quelle società che si ostinano a non capirlo.

È il contrario, esatto e speculare, di come il me too è stato commentato nel mainstream mediatico italiano. Là porte spalancate alla presa di parola delle donne, qua un muro di diffidenza. Là approvazione, qua disapprovazione sociale. Là ascolto, qua discredito: parlano vent’anni dopo ma intanto ci hanno fatto carriera, si inventano tutto senza sporgere regolare denuncia in tribunale, non sanno distinguere fra un’avance e una molestia, finiranno con l’eliminare l’erotismo dall’esperienza umana. Misoginia – maschile e femminile – a pioggia, contro qualunque evidenza: ancora l’altra mattina, di fronte alla copertina del Time, qualcuno sentenziava in prima pagina che si tratta certamente di un ripiego, e qualcuna gli faceva eco in tv che il Time era chiaramente a corto di idee e se l’è cavata così.

Vale la pena allora di leggerla con attenzione e di usarla come uno specchio, la motivazione del settimanale americano. Che valorizza il movimento collettivo e ormai planetario del me too senza dimenticare che il coraggio della presa di parola è sempre individuale, e che dunque le donne che hanno parlato vanno nominate, e ringraziate, una per una. Ricorda che tutto è cominciato da Hollywood e dal sistema dei media – “due industrie che vivono fianco a fianco, in una bolla co-dipendente” –, ma non separa le attrici dello star system dalle donne comuni, perché ciò che accadeva nella stanza di Weinstein accade anche nel retrobottega di un ristorante o in un qualunque ufficio. E paragona l’entità del cambiamento culturale in corso a quello innescato dai grandi movimenti che scossero l’America e il mondo alla fine degli anni sessanta: non si sa dove arriverà, ma intanto il treno è partito.

Non solo. L’editoriale del Time accosta acutamente il risveglio della parola femminile a quello del giornalismo americano. L’una e l’altro, osserva, avevano rischiato di essere messi a tacere dall’elezione di un presidente che un giorno si vantava delle sue prodezze sessuali con le donne e l’altro si scagliava contro giornali e giornalisti. E invece l’una e l’altro si sono ritrovati alleati nel portare sussurri e bisbiglii alla luce del dibattito pubblico. Accadde esattamente la stessa cosa qualche anno fa in Italia, quando alcune donne squarciarono il velo del sistema berlusconiano di scambio fra sesso e potere e furono sostenute da voci femminili e maschili del giornalismo indipendente, solo che allora nessuno ringraziò nessuna “per aver dato voce ai segreti, per aver trasformato i whisper network in social network, per aver spinto tutti a smettere di accettare l’inaccettabile” come fa adesso il Time, e i risultati si vedono oggi che Berlusconi torna restaurato al centro della scena politica e tutti sono convinti che a farlo fuori nel 2011 sia stato lo spread e non le donne.

Infine, il Time non si risparmia un cenno autocritico. La consuetudine di segnalare la “persona dell’anno”, spiega, è legata a una concezione della storia imperniata sul ruolo dei grandi uomini, una concezione che oggi appare eclatantemente anacronistica. Dietro quel ruolo e quella grandezza – esplicitiamo il concetto – c’è il dominio dell’uomo bianco, patriarcale, occidentale, oggi traballante e indifendibile. Il che non impedisce, da questa parte dell’Atlantico, di battezzare una nuova forza politica di sinistra “Liberi e uguali”, sottintendendo la continuità di quella storia, di quel ruolo, di quell’universale maschile esclusivo ed escludente. Sono gaffe che capitano quando una società e un sistema politico non sanno vedere dove sta il cambiamento, e perciò stesso se lo precludono.
https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2017/12/08/specchio-time-copertina-donne

lunedì 11 dicembre 2017

Libere e differenti davvero, ma anche presenti; è possibile un partito delle donne?

Nel suo post “libere e differenti ma fuori dalle istituzioni e dalla politica?”, che invitiamo a visitare e a commentare, Laura Cima constata che le “alternative” a sinistra restano maschili, e si interroga su come superare un immobilismo politico e femminile in cui ci sentiamo impantanate.

Alla domanda: “cari maschi di Liberi e Uguali perché avete escluso le donne?” lei stessa tenta di rispondere:
“perché le amiche delle formazioni che si sono riunite sotto lo stesso tetto almeno fino alle prossime politiche”, scrive, “hanno lasciato i loro leader maschi a guidarle senza fiatare, e questi devono farsi rieleggere per esistere. O sbaglio? Naturalmente (sul Manifesto) Fratoianni cerca di recuperare interloquendo con Norma Rangeri e Nadia Urbinati e, tirando in mezzo Nudm, la Colau e Olympe de Gouge, giura di essere “pronto a fare collettivamente la sua parte”. Ma se lasciamo solo uomini nelle istituzioni, siamo contente che gestiscano tutti i nostri soldi come gli pare e che non facciano mai passare leggi che ci interessano? (…) Almeno recuperiamo la petizione alla Camera dei Comuni nel 1832 d di Mary Smith: ”No taxation without representation”, principio già presente nella Magna Charta (1215) [e molto prima ancora! aggiungiamo noi, sancito nel 42 A.C. dalla storica orazione di Ortensia, cancellata dalla storia, ndr] e facciamo lo sciopero delle tasse.
Poi valutiamo se iscriverci ai circoli anarchici e lavorare per far cadere lo Stato… Perché il nuovo partito più a sinistra del Pd ci riporta a prima della rivoluzione francese e non ci dice nemmeno come pensa di garantirci almeno l’habeas corpus - visto che, come risponde candidamente un partecipante “il maschile ci include” linguisticamente parlando; ma, gli ho ricordato, in tutto il mondo ci stupra, ci riempie di botte e ci uccide, oltre ad escluderci dalla cittadinanza”.
Il riepilogo che poi fa Laura Cima (a cui di nuovo rimandiamo), sulle lotte femministe degli anni Settanta, dice molto sulla capacità che hanno avuto le donne di cambiare le cose e di essere “protagoniste, nonostante il riflusso, della grande rivoluzione pacifica del Novecento che ha cambiato totalmente costumi e società”.
Ma allora appunto tumultuavano in tutte le scuole e le fabbriche ambiti di aggregazione quotidiana fisica, e non solo virtuale, e ancora non si erano cristallizzate, fra le donne, metodologie di lavoro omologhe a quelle degli uomini, con l’eterno corredo di sabbia negli ingranaggi che producono le relative rivalità.
La semplice e umile proposta fatta dallo strumento della politicafemminile [con l’invito che trovate qui] dal 2013 tenta di introdurre il concetto di un metodo nuovo (come quello abbozzato dalla breve esperienza di lavoro di Josefa Idem, e subito stroncato), senza il quale non si va da nessuna parte.
Il metodo del riconoscersi reciproco e di fare tesoro di tutto il lavoro delle altre donne, anziché ignorarlo (o addirittura svilirlo), in una sorta di coazione a ripetere del silenziare maschile.
Moltissime donne si sono abilitate a scrivere in autonomia e direttamente, su questo strumento orizzontale che si dà il compito di rilanciare tutte, di aiutare a fare girare idee e far conoscere i singoli ambiti di impegno di quelle che sono disposte ad usarlo, ma poi in pochissime lo sfruttano; e questo è solo uno, fra tanti esempi che si potrebbero fare, per non parlare astrattamente.
Tornando a Laura Cima: lei conclude che, poiché le ministre giovani e non, cooptate da Renzi, non hanno di certo migliorato la situazione del nostro paese, del loro partito e neanche di Renzi stesso, “non aspettiamo più nessun Ulisse che ci conduca in un mondo più giusto perché sappiamo che non esiste. E allora cosa aspettiamo a prendere il coraggio che le nostre sorelle nordiche hanno avuto dando vita a Feminist initiative? che donne di movimento come Ada Colau e professioniste affermate come Manuela Carmena, hanno mostrato, assumendosi la responsabilità di guidare le due più grandi città spagnole? visto che non è solo di pari opportunità che abbisogna il nostro paese ma di protagonismo di femministe capaci di guidare processi di cambiamento in Italia”. 
Vero; non solo in Svezia e in Norvegia ci provano, ma anche in Danimarca un partito femminista ha recentemente debuttato, per esempio; servirebbe forse un “partito delle donne” anche in Italia, capace di fare, finalmente, qualcosa di totalmente nuovo. Cosa aspettiamo, chiedi, cara Laura; forse di capire che per fare cose nuove serve anche un nuovo metodo.
Tutte le donne e le associazioni (e anche questo blog) hanno sostenuto con forza nonunadimeno dal suo primo apparire; ma, anche qui, vediamo il metodo un tantino autistico che appare sempre il solito. Qual è la differenza? molto dialogo con i maschi delle realtà di ultra-sinistra e con l’universo queer, ma nella pratica moltissime donne se ne sentono escluse perché lo trovano impositivo: perché dà la linea.
Peraltro, una linea troppo fiduciosa riguardo a posizioni presentate come “libertarie”, su argomenti cruciali come la prostituzione e la GPA, senza sviscerarne i pericoli che al movimento delle donne sono sempre stati chiari (vedi ad esempio gli insegnamenti di Françoise Héritier, saltati a piè pari, come tanti altri della storia del femminismo).
Per quelle che hanno voglia di avvedersene, benché a nonunadimeno aderiscano in tante, pare che ancora di più si perdano per strada: in mille rivoli di commenti spiegano il perché ma lamentano anche di non  ricevere risposte; invece sarebbe il caso di iniziare a parlare anche di questo.
Tornando al nocciolo: crediamo serva un metodo inedito capace di declinare una nuova inclusività; che sappia che la determinazione nelle lotte non deve implicare per forza ideologia e violenza, ma anzi il contrario: generosità e tenerezza, parole che ai più fanno ridere. Fa ridere soprattutto quelli che non sanno che il contrario della paura non è il “coraggio”, ma l’amore.
Ma chi ha coscienza profonda di come, davvero, si produce la realtà dei fatti (e dunque della Storia e della biologia stessa), non ride; sa anche che - parlando in termini filosofici e perché no, quantistici, la realtà è prodotta da energie sottili molto più complesse di quanto appare in superficie. Le verità invisibili agli occhi. E' un'ovvietà che in qualunque situazione di carenza si debba contrapporre quello che manca, e non aggiungere quello che abbonda. E’ in virtù di ciò che i Lepen, i Trump e i trumpettini de noàntri, i salvini meloni & co, sono i perfetti alleati degli estremisti islamici.
Dunque in un mondo che brucia di calore e di violenza serve alimentare la corrente dell’indulgenza e dell’unione, della cura per ogni più piccola cosa che ha vita nel mondo, azzerare le risse; specie fra chi vuole cambiare. Contrapporre, in positivo, azioni nuove, ma poggiando su questo solido terreno.
Astratto? può darsi; o forse per niente. Si decida qualche donna, che abbia la personalità e la convinzione per farlo, a lanciare un partito al femminile capace di trasmettere questo: senza aspettare nessuno, come invitasse tutte e tutti a una festa chi-c’è-c’è-e-chi-non-c’è-non-c’è - e chissà, forse vedremmo che qualcosa di mai visto può diventare concreto.
https://politicafemminile-italia.blogspot.it/2017/12/libere-e-differenti-davvero-ma-anche.html

domenica 10 dicembre 2017

libere e differenti ma fuori dalle istituzioni e dalla politica?

Sono giorni di depressione e ribellione alternati questi, per una vecchia politica femminista come me.
Uno dei tanti commenti facebook di questi giorni, tra il varo di liberi e uguali e il ritiro di Montanari e Pisapia, mi ha riportato indietro di anni: Ritanna Armeni si è chiesta: “forse alle donne la politica non interessa… l’autoesclusione al momento è più forte della misoginia che pure c’è. Le donne non sono presenti nei partiti e nel dibattito pubblico perché scelgono istintivamente e programmaticamente di fare altro. E perchè non hanno tempo per le cose inutili e la politica oggi è, tutto sommato, abbastanza inutile. Da qui sarebbe bene  cominciare  a discutere.” Le sue parole hanno sollevato una cinquantina di commenti  deprimenti, compresi attacchi di donne alla Boldrini, o il suggerimento di esprimere il massimo di autonomia fondando una corrente in un partito di sinistra. Personaggi noti, come la Palombelli, che nelle sue conduzioni televisive non brilla mai, qui commenta sostenendo che nei talk show non sente cose interessanti da donne, o come Tiziana Maiolo che saluta positivamente il fatto che sia passato di moda “collocare a tutti i costi qualche donna nelle alte sfere”. Solo Striscia rossa fa una domanda ovviamente rimasta senza risposta: “cari maschi di LeU perché avete escluso le donne? “Se vuole le rispondo io: perché le amiche delle formazioni che si sono riunite sotto lo stesso tetto almeno fino alle prossime politiche (ma già più di cento militanti di Sel hanno firmato un manifesto e se ne sono andati) hanno lasciato i loro leader maschi a guidarle senza fiatare, e questi devono farsi rieleggere per esistere. O sbaglio? Naturalmente oggi sul Manifesto Fratoianni cerca di recuperare interloquendo con Norma Rangeri e Nadia Urbinati e, tirando in mezzo Nudm, la Colau e Olympe de Gourge, giura di essere “pronto a fare collettivamente la sua parte”.

Io a caldo ho condiviso il post di Armeni ponendo questa domanda: “ma se lasciamo solo uomini nelle istituzioni noi, che le tasse le paghiamo o le evadiamo molto meno, siamo contente che gestiscano tutti i nostri soldi come gli pare e che non facciano mai passare leggi che ci interessano come quella del cognome materno o contro il femminicidio o lo ius soli, etc.?”

 Almeno recuperiamo la petizione alla Camera dei Comuni nel 1832 d di Mary Smith: ” No taxation without representation”, principio già presente nella Magna Charta (1215) e facciamo lo sciopero delle tasse. Poi valutiamo se iscriverci ai circoli anarchici e lavorare per far cadere lo Stato. Perchè se il nuovo partito più a sinistra del Pd ci riporta a prima della rivoluzione francese e non ci dice nemmeno come pensa di garantirci almeno l’habeas corpus visto che, come mi ha risposto candidamente un partecipante” il maschile ci include” linguisticamente parlando, ma, gli ho ricordato che in tutto il mondo, ci stupra, ci riempie di botte e ci uccide, oltre che escluderci dalla cittadinanza.

Più di quarantanni fa quando a Torino le femministe hanno occupato un bel numero di consultori per fare self-help imparando a guardarsi negli occhi e i genitali, ad usare lo speculum, aiutando a procurarsi anticoncezionali ed aborto, parlando delle violenze subite e facendo autocoscienza con le immigrate appena arrivate a Torino che parlavano il loro dialetto ma erano totalmente in sintonia con noi, quando abbiamo occupato per una settimana il Sant’Anna, la clinica più grande d’Europa, costringendo tutti, dai primari alle ostetriche a fare assemblee con noi e le “pazienti” che a quel punto hanno smesso di esserlo, quando abbiamo occupato i locali dell’ex manicomio femminile per farci la casa delle donne o quando abbiamo lavorato con 1500 operaie e lavoratrici per raggiungere la licenza media nei nostri corsi di 150 ore dove si faceva anche autocoscienza,  quando a Torino le femministe facevano tutto questo in barba alla libreria delle donne di Milano che, elaborando la fondamentale teoria della differenza ci spiegava che la politica prima non era quella di essere cittadine della Repubblica e “non credere di avere diritti” sanciva la separazione, è vero che noi non ci preoccupavamo di andare nelle istituzioni a fare le leggi in nostro favore ma lì c’erano ancora le ex partigiane che lo facevano per noi, le nostre madri costituenti che ci aprivano le porte della magistratura e delle altre professioni riservate ai maschi, ci scrivevano la legge sulla tutela delle lavoratrici madri, la riforma del diritto di famiglia, sulle pari opportunità nel lavoro, sul servizio pubblico nazionale al posto delle mutue private, chiudevano i manicomi, introducevano il divorzio e l’aborto e i consultori pubblici, lavoravano per trasformare in legge quello che noi ci eravamo prese.

Ieri sera sono andata alla presentazione di un libro sul ’68 di Paolo Brogi, che Anna Bravo, unica donna tra i relatori ha definito un bel libro di maschi eterossessuali; sembrava uno di quei raduni di reduci con la lacrima all’occhio che rimpiangevano i bei giorni e si chiedevano come mai i giovani non facevano più politica come loro e perché non erano riusciti, loro così bravi, a coinvolgerli dal momento del riflusso ad oggi. La preoccupazione dell’autore era che nel cinquantenario si sfatasse la fake news che da allora li vuole terroristi o figli di papà. Paolo Hutter adolescente in quegli anni ma già finito in carcere in Cile, si chiedeva perché gli adolescenti di oggi non hanno richiesto a gran voce lo jus soli per i loro compagni di classe che non hanno la cittadinanza. Viale ricordava che si, poi le donne sono comparse in politica con le lotte per l’aborto, quasi dieci anni dopo. Nessuno rispondeva ad Anna e ricordava per esempio la prima manifestazione di sole donne a Roma per l’aborto attaccata dalla cellula di Cinecittà, guidata da Erri De Luca che avrebbe voluto prenderne la testa o  Rimini, dove le donne alleate agli operai contro il servizio d’ordine e la dirigenza avevano costretto Lotta Continua a sciogliersi. Ho ricordato di come molte di noi, avessimo incominciato a riconoscerci nel femminismo parecchi anni prima, quando La Lonzi aveva pubblicato sputiamo su Hegel e noi avevamo tradotto articoli e Noi e il nostro corpo delle femministe bostoniane, imparando anche da loro la pratica dell’autocoscienza e del self-help, la messa in discussione della medicina e di tutto il patriarcato e i suoi autoritarismi.  La trasformazione in partiti extraparlamentari aveva chiuso il periodo di rivolte e lotte iniziate nel ’68 ma noi donne siamo state protagoniste, nonostante il riflusso,  della grande rivoluzione pacifica del Novecento che ha cambiato totalmente costumi e società.

Abbiamo elaborato e scritto tante intuizioni importanti, dato valore alle relazioni e alle emozioni, fatto iniziative continue su tanti temi fondamentali rispetto al lavoro, al welfare, alla sanità,trasformato il femminicidio e la violenza da delitto d’onore a delitto contro la persona, fatto sparire il matrimonio riparatore, rilanciato l’ecofemminismo in Italia dopo Cernobyl e vinto il referendum contro il nucleare, denunciato traffici illegali, corruzioni e inquinamenti rimettendoci anche la vita, ma costantemente siamo state cancellate come si faceva anche nel libro e ieri sera.

Oggi, continuando a curare le ferite inflitte dalla violenza e dall’arroganza di maschi vecchi e nuovi, continuando a ritessere la tela come Penelope, non aspettiamo più nessun Ulisse che ci conduca in un mondo più giusto perché sappiamo che non esiste. E allora cosa aspettiamo a prendere il coraggio che le nostre sorelle nordiche hanno avuto dando vita a feminist initiative, che donne di movimento come Ada Colau e professioniste affermate come Manuela Carmena, hanno dimostrato assumendosi la responsabilità di guidare le due più grandi città spagnole, visto che non è solo di pari opportunità che abbisogna il nostro paese ma di protagonismo di femministe capaci di guidare processi di cambiamento e in Italia, le ministre giovani e non, cooptate da Renzi, non hanno di certo migliorato la situazione del nostro paese, del loro partito e neanche di Renzi stesso.
http://www.lauracima.it/lauracima_it/libere-e-differenti-ma-fuori-dalle-istituzioni-e-dalla-politica/

sabato 9 dicembre 2017

L’8 DICEMBRE SI FESTEGGIA LA SOTTOMISSIONE DELLA DONNA DI JONATHAN BAZZI

Domani è l’8 dicembre e non si lavora. Le scuole sono chiuse, il weekend si allunga. Festeggiamo, ci piaccia o no, il dogma dell’Immacolata Concezione. Italia, fine 2017: ci fermiamo tutti per ricordarci che Maria è una donna migliore delle altre. Il prototipo di tutte le mamme dell’umanità è nata senza peccato originale. Holy Mary, la madre di Dio, è la “tutta santa”, la pura, l’incontaminata. Non conoscerà mai il piacere: morirà vergine. Nell’immaginario collettivo, il fenomeno dell’Immacolata Concezione è infatti confuso – e non a caso – con un altro dogma mariano, quello della Verginità perpetua. Nel cristianesimo, donne e sessualità sono in antitesi e, grazie a questo, noi domani non andiamo al lavoro.
C’è uno spazio – una frattura – tra la Madonna e Maria di Nazareth: la prima è un personaggio costruito dalla teologia maschilista per subordinare il femminile e mortificarlo, negando alla donna una serie di cose, tra cui il diritto al piacere e al dominio sul suo stesso corpo. Il personaggio storico ha molto poco a che fare con ciò che progressivamente la Chiesa gli ha proiettato addosso. Che modello di femminilità hanno avuto davanti le nostre nonne, e le nonne delle nostre nonne, quando si inginocchiavano in Chiesa a pregare? Che rapporto tra i sessi hanno metabolizzato attraverso la narrativa insegnata loro dai preti? Se non è stata la Chiesa a creare la subalternità femminile, certamente ha senso dire che l’ha legittimata attraverso la spiritualità.
Fermandosi un attimo a pensare, sembra incredibile: il giorno dedicato al concepimento senza peccato di Maria è (ancora) festa nazionale. L’Italia è uno Stato laico col calendario costellato di festività cattoliche. E se alcune, come il Natale o la Pasqua, sono ormai diventante anche altro, rivestite di connotati commerciali e affettivi – i regali, le canzoni, le decorazioni, lo shopping – altre sono motivate solo e unicamente dalla tradizione religiosa, e peraltro dal suo volto più antimoderno e reazionario. Con l’Immacolata Concezione si festeggia infatti una delle radici dell’immaginario sessuofobico e misogino del cattolicesimo: la Chiesa, nel corso dei secoli, ha amplificato e irrobustito le tendenze patriarcali già presenti nella società, a scopo politico, ovvero di controllo sociale. Allo scandalo del femminile, già stigmatizzato a suo tempo con la favola di Eva – Adamo fu di fatto una vittima – si è continuato a reagire: la donna doveva essere addomesticata.
Molti elementi del cattolicesimo sono stati fissati addirittura molti secoli dopo la morte di Cristo: è solo nel 1854 che viene fissato da Pio IX il dogma dell’Immacolata Concezione. La bolla Ineffabilis Deus decide che Maria è stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Non tanto perché se lo meritasse – tutte le donne dei racconti del cattolicesimo sono funzioni semi-mute di un progetto tutto al maschile e non è che meritino granché: il corpo di Maria deve nascere e mantenersi immacolato per ospitare Gesù. Un’incubatrice incontaminata, insomma. Molto più antico è invece il dogma della Verginità Perpetua: lo si trova già nei Padri della Chiesa e viene ufficializzato nel 553, al secondo Concilio di Costantinopoli. Maria è rimasta vergine prima, durante e dopo la nascita di Gesù. I fratelli di Cristo nominati dai Vangeli sarebbero allora, in realtà, cugini o fratellastri: per gli ortodossi sono i figli del precedente matrimonio di Giuseppe.
L’arte a lungo è stata usata per indottrinare le masse, si sa. La seconda metà dell’Ottocento offre anche spunti per una piccola riflessione iconografica: è infatti anche il periodo in cui il modo di rappresentare la Madonna si impoverisce, e alla grande. Nelle statue e nelle immaginette cattoliche il corpo della Madonna viene coperto, in un modo che nulla ha da invidiare alla tradizione islamica: strati di stoffa annullano del tutto l’anatomia femminile. Vengono occultate le forme dei fianchi e dei seni, e persino i capelli. Di naturale le Madonne moderne al massimo presentano un giglio bianco come emblema della loro soprannaturale purezza. Mai più nessuna Madonna che allatta o che compie azioni quotidiane, mai più immagini concrete e persino carnali come quelle delle Madonne-matrone del Medioevo e del Rinascimento raffigurate sul prato e in cucina, vestite con gli abiti contemporanei. La Madonna diventa eterea, debiologicizzata, asessuata, suora volante. Arriva dal cielo, sopra a una nuvola, tutta bianca, celeste o colori pastello, in stile ectoplasma – il bianco non faceva parte fin a quel momento dell’iconografia mariana.
Il dogma dell’Immacolata Concezione è strettamente collegato al modello principale di questo vero e proprio restyling: le apparizioni di Lourdes, che diventano appunto anche modello visivo, canone estetico. Nel 1858 alla pastorella Bernadette appare, nella grotta del suo paese, una “signora vestita di bianco”. “Io sono l’Immacolata Concezione”, Maria dice a Bernadette e con quella manifestazione eccezionale, la rappresentazione della Madonna cambia. Definitivamente. Anche un’altra famosa apparizione mariana del periodo, quella, anzi quelle di Fatima (1917), si presenta, tra miracoli e profezie, collegata al dogma della purezza originaria di Maria: la Vergine si annuncia ai baby veggenti parlando di “Cuore Immacolato”. Virgin Mary non sta neanche più sull’altare, si allontana a dismisura, diventando la regina purissima discesa del Cielo.  Il femminile cristiano si conferma ispirato ai nuovi ideali di castità: la Madonna insegna alle donne come essere angeli obbedienti.
Siamo ormai alle porte del Novecento, la società inizia a scalpitare, la modernità avanza e il femminile viene ulteriormente amputato, neutralizzato. È questo il periodo in cui si affermano, a raffica, le “martiri della verginità”: nel 1902 Maria Goretti, undici anni, viene uccisa a pugnalate. Un vicino di casa la vuole stuprare, lei si ribella e si lascia ammazzare (viene santificata nel 1950 da Pio XII). Ma di icone del genere la santa Chiesa ne produce parecchie: Antonia Mesina, Pierina Morosini, Teresa Bracco, tutte proclamate beate non per la loro testimonianza di fede (come avveniva in passato), ma per il semplice fatto di aver difeso la loro purezza. Queste “morte di verginità” lanciano un’ombra inquietante sulla cultura dello stupro italiana: l’uomo naturalmente aggredisce e la donna naturalmente subisce e, se è santa, se vuole meritarsi il Paradiso e la gloria degli altari, dev’essere pronta a pagare con la vita. Il modello di virtù femminile cristiana instillato da queste favole tragiche prevede un esito morale oscuro: per essere come la Madonna devi essere pronta a morire.
Il valore sociale e politico di tutto ciò risulta più chiaro se si pensa che la vicenda di Maria Goretti fu strumentalizzata dal regime fascista per celebrare, soprattutto tra i contadini, l’ideale della donna modesta e umile. Queste icone celesti e terrene create dal clero hanno modellato per decenni l’immagine del femminile a colpi di simboli e dogmi in cui il tanto caro appello alla natura non è mai contato granché. Anzi, come mostra bene l’antropologo Francesco Remotti nel suo Contro natura (Laterza, 2008) la Chiesa, all’occasione, in realtà se n’é sempre fregata della natura. È naturale il celibato dei preti? È naturale la monogamia “finché morte non vi separi”? Era naturale l’appello di Cristo affinché i seguaci abbandonassero tutto – genitori, mogli e figli – per seguirlo? La “naturalità” del corpo e della sessualità è stata tatticamente rimossa e negata quando c’era da modellare lo storytelling ai fini del progetto ecclesiastico e del controllo sociale. “Natura” e “contro natura” sono dispositivi retorici, il più delle volte usati proprio contro l’autodeterminazione delle donne.
C’è un patrimonio simbolico condiviso – un inconscio collettivo direbbe Jung, una circolazione virale di meme possiamo dire noi: i modi di pensare sociali, comunitari non nascono dal niente. L’accanimento che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni nei confronti dei costumi e della moralità femminile – dove il bersaglio un giorno si chiama “Tiziana Cantone”, un altro “Asia Argento”, un altro ancora “studentesse di Firenze aggredite dai carabinieri a cui viene così bene non credere” – ha cause e radici dotate di coordinate culturali precise. Per quanto oggi in Chiesa non ci vada più quasi nessuno, anni e anni di influenza dei miti cristiani hanno prodotto effetti indiretti e secondari iper-sedimentati. Ci piaccia o no, per un paio di millenni Maria ha dettato lo stile delle donne cristiane, e non solo. I giudizi e i pregiudizi arrivano soprattutto da qui, dalla decostruzione strategica del corpo e dell’autonomia femminile.
L’Immacolata Concezione e la Verginità perenne della Madonna hanno contribuito alla messa in clandestinità del desiderio femminile: pensiamo anche un po’ a questo durante il lungo weekend offerto dall’8 dicembre. Se per molti è così facile dare della prostituta a una donna è anche perché abbiamo alle spalle una sfilza di Madonne e Marie Goretti.
http://thevision.com/cultura/8-dicembre/

giovedì 7 dicembre 2017

Violenza sessuale, legge da cambiare di Dacia Maraini

Una legge che stabilisce un limite di sei mesi per denunciare una violenza sessuale è una legge ingiusta. Basta studiare la cronaca per capire che si tratta di un regolamento da rifare. Da cosa nasce questo limite? Probabilmente dal timore che qualcuno possa approfittare di una memoria lontana, non provabile, per eseguire una vendetta. Capisco la preoccupazione ma qualsiasi legge può essere utilizzata per fini impropri. Il fatto è che la memoria di un abuso sessuale è talmente dolorosa e umiliante, che ferma spesso le vittime. La cronaca ci dice che la violenza contro i più deboli può diventare un trauma. Certo bisogna distinguere fra molestia e violenza sessuale. Uno stupro ha ben altro peso di una mano sul sedere, eppure le due cose sono legate da una abitudine culturale all’abuso. Ma perché le donne non reagiscono correndo a denunciare l’abusatore? Qui entra in gioco la strategia del predatore che è più sottile di quanto si pensi. Chi vuole dominare e approfittare sviluppa un’abilità a volte prestigiosa, fatta di raggiri, di recite teatrali, di dolcezze inattese per ottenere ciò che lo salverà da ogni denuncia: trasformare l’abusato in complice. E di solito ci riesce, utilizzando un’astuta strategia: convincere l’abusato che in fondo è stato lui a volere la violenza. Penso a quei ragazzi dei collegi religiosi che si sono tenuti dentro l’esperienza della prepotenza traumatica per quindici, venti anni, finché non sono riusciti a capire che la vittima, anche quando non denuncia ma subisce passivamente la violenza e accetta la regola del silenzio, non ha colpe.
È solo una persona chiusa dentro una trappola, come una mosca nella rete di un ragno sapiente che lo uccide lentamente. Ho fatto l’esempio degli abusati maschi perché la gente è più pronta a capire, mentre contro le giovani donne che non denunciano subito si alzano le grida degli untori. Eppure, pensateci, nessuno, di fronte a una rapina, chiede alla vittima se è stata complice, se ha provato piacere. Invece, di fronte a uno stupro, l’argomento principe è proprio questo: hai goduto? sei stato partecipe? Insomma siamo ancora di fronte al vecchio brutale detto romano «Vis cara puellae», ovvero «la forza piace alle vergini». Comunque il molestatore di solito è un uomo narcisista, ma anche fragile e bisognoso di ribadire e rafforzare la propria autorità umiliando il più debole. Il sesso c’entra poco o niente. Non è l’eros che guida questi uomini, ma il bisogno di ferire, assoggettare l’altro, che li rende sicuri di fronte a se stessi.
http://27esimaora.corriere.it/17_dicembre_04/violenza-sessuale-legge-cambiare-8f56b0d0-d92b-11e7-a3a8-44c429ca235a.shtml

martedì 5 dicembre 2017

Vittime o sopravvissute? di Giulia Zoli,

“Il linguaggio non è solo un’istituzione sociale o uno strumento di comunicazione, ma anche un elemento centrale nella costruzione delle identità, individuali e collettive (…). Consapevoli che le lingue mutano e si evolvono, proviamo a rendere il nostro linguaggio inclusivo per avere nuove parole per raccontarci e per modificare i nostri immaginari”. Comincia così il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere del movimento femminista Non una di meno. Un impegno che richiama anche noi giornalisti al dovere di scegliere con cura le parole.
Non una di meno ha indetto una grande manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne per il 25 novembre a Roma. Cominciamo dunque col chiederci: abbiamo le parole giuste per definire le donne che hanno subìto violenze? È giusto chiamarle “vittime”? O dovremmo parlare di “sopravvissute”?
L’uso di sopravvissuta al posto di vittima si è fatto strada negli ambienti femministi a cominciare dagli anni settanta e si è affermato sempre di più fino a raggiungere i mezzi d’informazione, soprattutto nei paesi di lingua inglese. Dopo aver definito per anni “vittime” le donne che avevano subìto violenze, un termine scelto anche per guadagnare sostegno alla loro causa, i movimenti femministi hanno sentito il bisogno di sbarazzarsi di questa parola triste e sminuente e hanno cominciato a parlare di “sopravvissute” per evidenziare la volontà delle donne di reagire e di riprendere in mano la loro vita. La parola vittima, spiegano, implica impotenza, passività, e quindi l’idea che la donna abusata sia danneggiata, debole, da compatire, e intrappolata in questa condizione per sempre. Sopravvissuta invece suggerisce uno sviluppo, assegna alla donna un ruolo attivo, trasmette l’idea che sia libera e abbia il controllo della sua vita, e che stia combattendo – a livello giuridico o personale – contro la violenza subita.
La parola ‘vittima’ rischia di cristallizzare in status quella che è una condizione estemporanea
Nelle aule di tribunale tuttavia, poiché lo stupro e la molestia sessuale sono reati, le donne che hanno subìto violenza in genere continuano a essere chiamate “vittime”. D’altra parte, ci sono donne che preferiscono così: non è scontato che tutte siano sempre o debbano sempre essere delle sopravvissute, capaci cioè di reagire o nelle condizioni di farlo.
La Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) invita a scegliere tra i due termini valutando le circostanze. Nel suo decalogo per descrivere in modo corretto la violenza sulle donne, pubblicato nel 2008 e adottato nel 2016 anche dal Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti italiano, si legge: “Le persone colpite da questo genere di trauma non necessariamente desiderano essere definite ‘vittime’, a meno che loro stesse non usino questa parola. Le etichette possono fare male. Un termine che descrive più accuratamente questa realtà è ‘sopravvissuta’”.
In Italia un’indicazione più recente arriva da una nota alla prefazione di Relazioni brutali, di Elisa Giomi e Sveva Magaraggia. Giomi è docente di sociologia della comunicazione e dei media e di media and culture all’università Roma Tre, Magaraggia insegna metodi di ricerca qualitativa all’università di Milano-Bicocca. Il libro, appena pubblicato dal Mulino, è una densa indagine sul modo in cui oggi i mezzi d’informazione, il cinema, la tv, la letteratura e la musica rappresentano la violenza contro le donne e delle donne, ed è dedicato al movimento femminista Non una di meno. “In questo volume”, scrive Giomi, “il termine ‘vittima’ viene utilizzato soprattutto quando l’esito della violenza è stato fatale. Ove possibile, preferiamo ‘donna che subisce/ha subìto violenza’, giacché ‘vittima’ rischia di cristallizzare in status quella che è una condizione estemporanea. Se parliamo del fenomeno in generale, senza riferimenti a casi specifici, impiegheremo ‘vittima/sopravvissuta’, che valorizza la capacità di superare le violenze”.
L’Ifj mette l’accento sull’effetto che le parole possono avere sulle persone di cui parliamo, Giomi e Magaraggia sul tipo di realtà che le parole restituiscono: entrambi i princìpi sono validi per orientarci nelle nostre scelte. Senza mai smettere di interrogare la realtà che abbiamo di fronte.
Le persone non sono solo sopravvissute o solo vittime, possono essere entrambe le cose. “Il problema di essere vittima è che mi sentivo responsabile”, ha detto Asia Argento a Ronan Farrow, l’autore dell’articolo del New Yorker che ha contribuito a svelare gli abusi di Harvey Weinstein. “Perché, se fossi stata una donna forte, gli avrei dato un calcio nelle palle e sarei scappata. Ma non l’ho fatto. Perciò mi sentivo responsabile”.
Chissà se oggi, dopo che le donne di mezzo mondo hanno reagito alle notizie di quegli abusi inondando il web di denunce e storie personali e conquistando uno spazio pubblico senza precedenti, Asia Argento si sente ancora una vittima. La sua determinazione fa pensare più a una sopravvissuta.
https://www.internazionale.it/bloc-notes/giulia-zoli/2017/11/24/donne-violenza-vittime-sopravvissute

venerdì 1 dicembre 2017

“Cara, bastava che chiedessi”

Al tempo del mio primo lavoro, sono stata invitata a cena da una delle mie colleghe. Quando sono arrivata lei stava cercando di far mangiare i propri figli, mentre preparava il nostro pasto. “Accomodati, prendi un bicchiere, io arrivo”.
All’improvviso la padella si è messa a traboccare. E tutto è finito per terra. “Ohlala che disastro, ma che cosa hai fatto?”
“Come che cosa ho fatto? Ho fatto TUTTO, ecco che cosa ho fatto!”
“Ma… bastava che chiedessi! Ti avrei aiutata!”

“Bastava che chiedessi” (“Fallait demander”) è il titolo di un fumetto della blogger femminista francese Emma, che ha avuto un grandissimo successo in Francia, è stato ripreso e tradotto da diversi giornali internazionali (qui, in inglese) e che, con altre storie, è finito in un libro intitolato Un autre regard, sulla cui copertina c’è un occhio-vulva. Emma ha 36 anni, si è laureata in ingegneria informatica («Capii subito che i miei colleghi avevano difficoltà a ricevere ordini da una donna e alla fine ero io a non trovarmi a mio agio tra i loro atteggiamenti sessisti»), si definisce una «femminista inclusiva e rivoluzionaria» e dice che i suoi disegni hanno un contenuto politico. Emma parte dalle situazioni che ha vissuto di persona, come la violenza ostetrica, il sessismo sul posto di lavoro, la vita dei migranti nelle banlieue o il gaslighting, «questo modo di aggredire una persona e di farle credere che è lei ad aver reagito male». E disegna situazioni in cui ad essere protagoniste sono soprattutto le donne: «Le condizioni delle donne sono migliorate solo in apparenza» ha spiegato in diverse interviste «ma esistono discriminazioni che non si vedono come il “corsetto invisibile” (che richiede di prestare attenzione a ciò che si indossa o a come ci si comporta) e il “carico mentale”».
Ecco. “Bastava che chiedessi” racconta la “charge mentale”. Qualche giorno fa, sedute su una panchina, io e Ada ci stavamo dicendo a vicenda quanto eravamo stanche. Lei è un’amica che vive a Parigi, insegna all’università, fa anche la traduttrice, ha due figli piccoli, per la maggior parte della settimana è sola e senza un sostegno familiare. E se ne esce dicendo: sai che in Francia hanno dato un nome a questa cosa? “Charge mentale”, appunto, che è diventato il modo per identificare immediatamente non un generico stress da lavoro, ma il peso di tutte quelle acrobazie cerebrali, invisibili, costanti e sfiancanti che portano, per il benessere di tutti e il funzionamento efficace della casa, generalmente le donne e ancor più le donne che sono anche madri. Ce l’ho anch’io. Decisamente.
Per me l’esistenza di questo carico mentale diventa lampante quando decido di dedicarmi a un lavoro semplice come per esempio sparecchiare la tavola. Comincio con il prendere una cosa da sistemare, ma lungo la strada inciampo in un asciugamano sporco che vado a mettere nel cesto della biancheria, che trovo pieno. Vado subito a fare una lavatrice…
…e incappo nel sacchetto della verdura che deve essere messa al fresco. Mettendo a posto la verdura mi ricordo che bisogna aggiungere la senape alla lista delle cose da comprare. E così via. Riuscirò finalmente a sparecchiare la tavola dopo due ore terribili.
Se chiedo al mio compagno di sparecchiare la tavola, lui metterà solo a posto la tavola. L’asciugamano resterà per terra. Le verdure marciranno sul ripiano e non avremo la senape per il pasto della sera.
La “charge mentale” non corrisponde al fare tutto, cioè all’esecuzione pratica, ma al pensare a tutto. Consiste nell’avere costantemente, in un angolo della propria testa, la preoccupazione e il pensiero delle mansioni domestiche ed educative, anche nel momento in cui non le si sta concretamente eseguendo. È insomma una specie di vigilanza costante e pervasiva, è un lavoro di gestione, di pianificazione e di anticipazione che spesso ci si trova a fare completamente da sole.
“Potresti tirar fuori il biberon dalla lavastoviglie quando avrà finito?” E poi, al primo risveglio notturno, la lavastoviglie è aperta, giusto il biberon è stato tirato fuori e il resto dei piatti non si è mosso da lì.
“Non hai fatto i piatti?” “Non me l’hai chiesto” (come se la montagna di piatti sporchi non fosse già un’evidenza)
Nel chiedere di chiedere in cosa serve un aiuto, dice Emma, «i nostri compagni si rifiutano di prendere la loro parte di carico mentale». E non c’è niente di biologico o di innato in tutto questo (una donna non nasce con la passione sfrenata per la tavola da sparecchiare). Però cresciamo in un mondo in cui spesso abbiamo visto le nostre madri farsi carico dell’intera gestione della casa e in cui i padri vi hanno preso parte, a volte, come meri esecutori, e in un sistema in cui fin da piccoli viene insegnata una divisione stereotipata dei ruoli (che ha conseguenze negative sia sulle donne che sugli uomini).
Emma cita, tra i vari problemi, anche il congedo parentale dei padri, molto più breve rispetto a quello delle madri, che contribuisce – anche quando i figli sono cresciuti – a una specie di inadeguatezza deresponsabilizzante:
“Ciao, sono io. Cosa le dò da mangiare?”
Bene. So già che qualcuno mi dirà: “Non è vero, io faccio la metà delle cose di casa”
Eh, mi viene da dire, tanto meglio! (Ma confermate comunque la cosa con la vostra compagna). Che sia così a casa vostra non cambia di molto il problema: statisticamente sono ancora in gran parte le donne a gestire il focolare.
Secondo l’INSEE (l’ISTAT francese) le donne dedicano più tempo degli uomini alla casa facendosi carico del 64 per cento delle faccende domestiche e del 71 per cento della gestione dei figli. E se lo scarto, con il tempo, è diminuito è perché chi se lo può permettere, dice Emma, ha esternalizzato il lavoro domestico delegandolo molto spesso a donne immigrate e precarie (“Non si può davvero dire che sia una buona soluzione”). In Italia le cose non cambiano, anzi: i dati dicono che tra i 25 e i 64 anni il lavoro familiare rappresenta il 21,7 per cento della giornata media delle donne (5 ore e 13 minuti), contro il 7,6 per cento di quella degli uomini (1 ora e 50 minuti). Ma sono dati che, ovviamente, non tengono conto della “charge mentale”.
Il concetto di “charge mentale” non se l’è inventato Emma, è stato introdotto negli anni Ottanta dalla sociologa francese Monique Haicault in un articolo intitolato “La gestione ordinaria della vita in due”. Secondo Sandra Frey, sociologa e politologa specialista nelle questioni di genere, la “charge mentale” è stata invece inventata più tardi, negli anni Novanta quando un’altra sociologa, Danièle Kergoat, esperta di divisione sessuale del lavoro, cominciò ad occuparsi delle rivendicazioni del movimento delle infermiere per il riconoscimento della loro attività come lavoro qualificato. Il concetto ha poi continuato a circolare ed è rientrato in modo molto divertente nel dibattito pubblico (francese) grazie ai fumetti di Emma (che sono molto politici e molto poco assimilabili a una sterile “lamentatio”).
La “charge mentale” è difficile da quantificare e anche da ripartire all’interno di una coppia. Sandra Frey spiega che è qualcosa di invisibile e che è l’infrastruttura del sessismo nella nostra società: è cioè, allo stesso tempo, causa e conseguenza dell’attribuzione di determinati ruoli sociali in base al genere. Quando è necessario andare a recuperare un bambino malato a scuola, ad esempio, generalmente la scuola chiama la madre. Qualcuno, su qualche giornale francese, ha fatto notare che potrebbe “non essere solo colpa degli uomini” e che il farsi carico di tutto – basato sul pensiero che “se non lo faccio io non lo farà nessuno” o su una presunta incompetenza maschile – ha in qualche modo innescato un meccanismo di infantilizzazione. «È dunque necessario che le donne mollino il peso. Non è perché le cose non sono fatte a modo loro che sono fatte male. E poi, più il loro compagno farà, meglio farà: ciascuno deve metterci della buona volontà» dice ad esempio Christine Castelain-Meunier, sociologa del Centro nazionale di ricerca scientifica, la più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia.
Il suggerimento finale di Emma è invece quello di crescere “i nostri figli il più lontano possibile dagli stereotipi, per offrire loro un futuro più equo del nostro”. Seguitela, Emma, perché è davvero molto divertente e liberatoria.
http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/09/02/cara-bastava-che-chiedessi/

giovedì 30 novembre 2017

Le donne uccise che non rientrano nelle statistiche sui femminicidi quante sono? Intervista a Patrizia Romito, psicologa sociale a Trieste, tra le massime esperte in Italia sulla violenza di genere di FABIANA MARTINI

 "È aumentata la consapevolezza del fenomeno, se ne parla di più. Ma i casi non diminuiscono, non abbastanza". I numeri aggiornati
Le donne uccise che non rientrano nelle statistiche sui femminicidi quante sono?
 La violenza c’è e occorre vederla. E i femminicidi non sono un’invenzione: né della sinistra, né di qualche romanziere particolarmente truculento. L’anno scorso in Italia ce ne sono stati 117: li ha contati la Casa delle Donne di Bologna, perché nel nostro Paese non esiste una fonte istituzionale di rilevamento.
Si tratta di un fenomeno molto “democratico”, che non fa differenze geografiche (nel 2016 il 53,3% delle donne uccise per mano di un uomo era del Nord, il 26,7% del Sud e il 20% del Centro), tra popolazione istruita e non, tra giovani e vecchi; nulla ha a che vedere con l’uguaglianza che dovrebbe essere il fondamento e la meta della democrazia, invece, l’origine di questi assassini, che risiede in una società dispari, dove per usare un eufemismo i rapporti tra i generi sono sbilanciati e i diritti umani calpestati.
La violenza c’è e occorre parlarne. Ma bisogna farlo nel modo corretto, per non alimentare stereotipi e pregiudizi che sono alla base della cultura patriarcale dominante. Per questo stamattina a Venezia è stato presentato il Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini. Perché le parole hanno un peso e il linguaggio può veicolare rispetto o discriminazione.
C’è qualcosa che si può fare a parte assistere impotenti a questo fiume di sangue? Ne abbiamo parlato con Patrizia Romito, docente di Psicologia sociale all’Università di Trieste, autrice tra l’altro di “Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori” (Angeli, Milano), una delle massime esperte italiane sul tema, una vita dedicata alle questioni di genere.
Le donne uccise che non rientrano nelle statistiche sui femminicidi quante sono?

Professoressa Romito, di violenza sulle donne si parla di solito in due occasioni: il 25 novembre e in seguito a un femminicidio. Le donne ammazzate sono state tante. Possiamo dire che oltre al numero di vittime sono cresciute anche l’attenzione e la sensibilità su questo tema?

“Sicuramente attenzione e sensibilità sono cresciute: anche lo spazio che viene dato sui media alle donne uccise era raro trovarlo vent’anni fa; vent’anni fa emergevano i casi misteriosi o particolarmente trucidi, ma una donna uccisa dal marito non credo avrebbe attirato l’attenzione a questo livello. Diciamo che è aumentata l’attenzione anche in maniera concreta perché corsi di formazione davvero per quasi tutti — operatori sociosanitari, forze dell’ordine, giornalisti, anche insegnanti — sono frequenti: non sono sufficienti, ma sono frequenti. Forse solo gli operatori giudiziari si sono tenuti un po’ fuori. Sono cose che quindici anni fa erano impensabili. C’è indubbiamente maggiore attenzione e consapevolezza, tuttavia:
1. non c’è nessuna indicazione che la violenza contro le donne sia diminuita, e questo è un dato fondamentale, perché è lì che vogliamo arrivare;
2. nelle risposte degli operatori, che sono spesso più informati e consapevoli, restano dei nodi spaventosi, per cui è difficile essere soddisfatti. Certo, son dei nodi che forse non apparivano vent’anni fa.  Vent’anni fa era difficile che una donna con figli lasciasse il marito e se ne andasse: oggi lo fa proprio perché è cresciuta la consapevolezza, la sensibilità sociale, i messaggi che arrivano alle donne le invitano a ribellarsi, a non subire violenza, ma quando questo avviene le donne sono fortemente penalizzate, se ci sono dei figli poi è un percorso difficilissimo, perché nel nostro Paese resta forte l’idea che il padre abbia diritto ad avere i figli anche se è un uomo violento.
Il tema è non solo affrontare l’emergenza, ma creare le condizioni perché una donna che reagisce alla violenza possa sopravvivere e avere un futuro.
“Lì impatta la crisi economica: uno studio inglese mostra che c’era stata una lieve flessione dei casi di violenza contro le donne, che però sono nuovamente aumentati attorno al 2008, quando è iniziata la crisi economica: questo rende più difficile l’uscita dalla violenza e forse peggiora anche il comportamento maschile, penso ad esempio a casi in cui lui perde il lavoro e lei lo conserva e si scombinano i ruoli tradizionali".
Com’è cambiato lo scenario da quando ha iniziato a occuparsi di violenza contro le donne e in particolare negli ultimi 10 anni?
"Molto e molto poco. Partendo dagli elementi positivi, sul piano legislativo l’Italia si è allineata ad altri Paesi nonché alla normativa sovranazionale con vari strumenti, tra i quali:
gli ordini di protezione civili (l. 154 del 4 aprile 2001)
la legge di contrasto alle mutilazioni genitali femminili (l. 7 del 9 gennaio 2006)
la legge sugli atti persecutori o stalking (l. 38 del 23 aprile 2009)
la legge di recepimento della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori, contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale (l. 172 del 1° ottobre 2012)
il diritto al congedo retribuito per un massimo di tre mesi per le donne inserite in percorsi di protezione dalla violenza di genere (D. Lgs. n.80 del 15 giugno 2015, art. 24)
la legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto alla violenza di genere (…) c.d. legge sul femminicidio (l. 119 del 15 ottobre 2013)
la Convenzione di Istanbul (la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (2011) ratificata con l. 77 del 27 giugno 2013) e il successivo Piano straordinario del Governo contro la violenza di genere (2015), con i quali il nostro Paese si è dotato di uno schema di riferimento e di un quadro legislativo che permette di leggere la violenza come un fatto strutturale, elemento di una situazione più generale di discriminazione e subordinazione delle donne e di sviluppare misure di prevenzione e di contrasto in un’ottica globale e multilivello
il Decreto legislativo che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime del reato (D. Lgs. n. 212 del 15 dicembre 2015 di Attuazione della direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012).
Ma nonostante tanti anni di lotte, di attivismo femminista, di modifiche legislative, di informazione e sensibilizzazione, le donne continuano ad essere uccise".

La violenza è in aumento o siamo semplicemente di fronte all’emersione di un fenomeno?
“I dati italiani, con un trend simile anche in altri Paesi, ci dicono che negli ultimi anni sono diminuiti gli omicidi in generale (in base a dati forniti dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale dal 2008 al 2013 si passa da 614 a 501), mentre la proporzione di vittime di sesso femminile è aumentata dal 24% al 35%; detto questo anche i numeri delle donne uccise sono numeri per difetto, perché ci sono donne scomparse, donne che si suicidano, donne che muoiono per problemi di salute causate da una vita di violenze, e non rientrano nel numero dei femminicidi".

Rimane poi il problema del rilevamento delle vittime di violenza.
“Non abbiamo dati ufficiali: gli unici dati a disposizione sono quelli raccolti dalla Casa delle Donne di Bologna e dall’Eurispes, un’agenzia privata che collabora con il Governo. Non esiste un sistema di rilevamento degli omicidi che tenga conto del rapporto aggressore-vittima".

C’è almeno maggiore consapevolezza, se non nella popolazione negli operatori che si trovano a maneggiare quotidianamente questa violenza?
"È aumentata un po’ dappertutto tranne a mio avviso nella magistratura, ma a questo proposito vorrei sentire qualche magistrato e chiedergli se conferma questa mia impressione. Sicuramente gli altri professionisti fanno una formazione quasi sempre multidisciplinare che contempla, come previsto dalla Convenzione di Istanbul e dalle Linee guida dell’OMS, la presenza dei centri antiviolenza, perché una formazione sulla violenza contro le donne senza i centri antiviolenza è monca e pericolosa. La mia impressione è che i magistrati facciano una formazione tutta interna senza un’esposizione a questa fonte di conoscenza assolutamente fondamentale. E poi c’è da dire che il potere che ha un magistrato è superiore al potere di altri professionisti: è lui che decide se quel bambino dovrà andare in visita dal padre violento: certo, lo farà sulla base della perizia psicologica e del rapporto degli assistenti sociali, ma alla fine la decisione sarà sua".

Spesso s’invocano pene più severe, ma è bene ricordare che la nostra è una buona legislazione: al di là del fatto che, se non si aggrediscono le cause strutturali della violenza, difficilmente si potrà pensare di risolvere questo fenomeno, cos’è che non funziona? Cos’è che a un certo punto s’inceppa?
"Continua a non funzionare il fatto che, a parte nelle operatrici dei centri antiviolenza, nella maggior parte degli operatori di tutte le altre categorie professionali resta la confusione tra ciò che è conflitto e ciò che è violenza, questo è il problema principale, per cui vengono prese decisioni che potrebbero andar bene in caso di conflitti, ma sono vietate dalla Convenzione di Istanbul in caso di violenza: un esempio è la mediazione familiare, che in caso di violenza è vietata dalla Convenzione di Istanbul; il problema è che la violenza non viene riconosciuta come tale: ci sono delle situazioni in cui il giudice impone la mediazione in casi di violenza manifesta, eclatante".

Siamo di fronte a un problema di formazione e di conoscenza della legge. Ma dove sta la causa originaria, nella cultura patriarcale, che tende a mettere sempre e comunque la famiglia al primo posto?
"Nella nostra cultura l’uomo viene prima di tutto. D’altronde quello che gli uomini violenti pretendono oggi era legittimo fino al 1975 e molti continuano a pensare che sia giusto così".

Sapendo che la coperta è corta, da dove è a suo avviso più urgente cominciare?
"Investire di più sulla prevenzione, che vuol dire formazione: questa è la prima delle tre indicazioni della Convenzione di Istanbul (assieme a tutelare e contrastare), ma purtroppo finora non ci sono segnali forti che la società italiana sia pronta a fare questi investimenti. Un’indagine del 2013 di We World — “Quanto costa il silenzio?” — ha stimato in circa 16,7 miliardi di euro annui il costo totale economico e sociale della violenza contro le donne nel nostro Paese, mentre la stima di contrasto e prevenzione, sotto forma di investimenti in capitale umano, è di 6,3 milioni di euro".

E poi serve la politica, che dev’essere il traino, non la scorta di queste scelte; servono le istituzioni, che devono essere capaci di riconoscere i saperi delle donne e di metterli al centro, promuovendo una formazione capace di ribaltare la prospettiva attuale.

 In questo campo la prof. Romito, coinvolgendo l’Università di Trieste e il territorio, si è spesa e continua a spendersi moltissimo: da tempi non sospetti sono stati attivati numerosi corsi sulla violenza contro le donne in vari corsi di laurea, è stata istituita una borsa di dottorato (iniziativa finora unica in Italia), è stato aperto e implementato un sito dedicato agli adolescenti (www.unitsit/noallaviolenza), è stato curato e messo a disposizione di tutti il manuale “La violenza su donne e minori. Una guida per chi lavora sul campo”, che ha vinto il Premio Biagi per la Qualità della Comunicazione e lo scorso maggio è stato presentato in Senato alla presenza della ministra Fedeli, ora sta per partire il corso di perfezionamento universitario di primo livello “Violenza di genere e femminicidio: prevenzione, contrasto e sostegno alle vittime”, che inizierà il 12 gennaio 2018 e si propone di formare professionisti in grado di rispondere alle sfide poste dalla violenza contro le donne. Inoltre a metà ottobre è stata responsabile scientifica del convegno promosso a Rimini dalla Erickson: un evento a cui hanno partecipato oltre 400 persone, il 90% delle quali donne; erano soprattutto operatrici e volontarie dei Centri antiviolenza, psicologhe, assistenti sociali, educatrici, poi – in numero inferiore – insegnanti, professioniste dell’ambito sanitario, avvocate…

Eppure ancora non basta. Non smettiamo di parlarne, non spegniamo i riflettori il giorno dopo il 25 novembre: forse questa può essere una piccola parte della soluzione.
https://www.agi.it/blog-italia/idee/violenza_donne_femminicidio_statistiche_intervista-3163859/post/2017-11-25/

mercoledì 29 novembre 2017

Un italiano su 6 pensa che la donna «se la vada a cercare» di Roberta Scorranese

Per un italiano su sei, se una donna subisce una violenza in qualche modo «se l’è cercata». Perché, in sintesi, se tradisci il marito è normale che questo diventi violento (lo pensa il 16% di questa fascia d’opinione). Perché se ti vesti in un certo modo, che ti aspetti? (non è uno scherzo, lo dichiara candidamente il 14%). E poi, se subisci e non denunci subito, ben ti sta (per un granitico e, si suppone, integerrimo 26%). Certo, è una porzione d’Italia calvinista quella che emerge dall’indagine Ipsos per WeWorld e che anticipiamo, a ridosso della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, il 25 novembre. Giudizi intransigenti e trasversali, emessi da uomini e donne di un’età che va dai 18 ai 65 anni. Ovviamente, c’è una percentuale maggiore di italiani che invece sta dall’altra parte (il 49% degli intervistati pensa che le colpe della violenza di genere non siano in alcun modo imputabili alla donna) e pertanto il presidente di WeWorld, Marco Chiesara, commenta: «La ricerca ci restituisce l’immagine di un Paese spaccato a metà, tra coloro che si schierano in modo deciso a favore delle donne, e chi invece considera il fenomeno della violenza un fatto eminentemente privato».
Ma questo privato, dicono le cifre, diventa sempre più pubblico. Le posizioni intransigenti infatti, negli ultimi mesi, si sono condensate in una reiterata, compiaciuta e maliziosa domanda: ma perché tutte queste donne che oggi denunciano molestie avvenute anni fa hanno aspettato tanto? Perché non hanno parlato subito? E forse la riflessione di WeWorld Onlus (che dà il via a un festival milanese da domani, dove queste considerazioni verranno allargate) dovrebbe partire da questa domanda. Meglio: da questo atteggiamento, che non è solo maschile, anzi. È un atteggiamento proprio di migliaia (milioni) di donne in tutto il mondo, le quali, a ogni nuova denuncia scuotono la testa con condiscendenza e sentenziano: ma perché parli ora? Sottinteso: perché sei stata così stupida?

Tutto questo non sa di maschilismo, sa di superficialità. Ha il colore di una contabilità emotiva che si ferma alle cifre secche, alla battuta ad effetto, alla provocazione spicciola (che porta decine di retweet o un alto share televisivo pomeridiano). Al maschilismo sembra essere subentrato il «commercialismo dei sentimenti»: due più due fa quattro, poche storie. Battuta. Retweet. Ma la profondità richiede immaginazione: per molti è una fatica immaginare che le centinaia di denunce arrivate tutte insieme e all’improvviso «dopo tanti anni» siano il risultato di una violenza meno esplicita ma pervicace, che si chiama complicità, ammiccamento, torpore etico (come ha notato Charles M. Blow sul «New York Times» qualche giorno fa). Ci vuole uno sforzo di fantasia per cogliere la debolezza dietro una mancata denuncia. Debolezza edificata dalle stesse persone che avallano la battuta pruriginosa. Sì, perché altri dati di questa corposa indagine condotta su mille persone sono illuminanti: il 19% ritiene accettabile fare battute a sfondo sessuale, il 17% pensa che fare avances fisiche esplicite non sia poi un grande problema.

La salacità come condotto facile alla nobile tradizione dell’anticonformismo: chissà quante persone (uomini e donne) si staranno irritando, leggendo queste parole. «Ancora buonismo, ancora con la storia delle molestie — si dice —: ci sono da sempre, tanto vale abolire i luoghi di lavoro» (questa è la battuta più ricorrente). Ora, i politici più accorti hanno capito da anni l’importanza della salacità ammiccante e forse è per questo che vincono sempre. In nome della differenza tra i generi: se togliamo il piacere del corteggiamento, che cosa ci resta? — dicono, e giù gli applausi. Sì, ci vuole immaginazione e cultura per capire che alle donne il corteggiamento piace moltissimo, ma nei momenti giusti. Ci vuole fantasia per capire che non tutto si risolve dividendo le cose in bianco e nero.
L’amore richiede cultura. E la cultura richiede uno sforzo per andare oltre l’applauso e per fermarsi all’ascolto. All’ascolto di una donna che non ha denunciato subito, di un uomo che non sa controllare la propria violenza, di una ragazza che vuole baciare chi vuole. Ecco perché quella di WeWorld e della Giornata contro la violenza non è solo una battaglia per le donne. È per le donne e per gli uomini. Così si spiega il famoso discorso della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, poi diventato un pamphlet dal titolo Dovremmo essere tutti femministi: la differenza non va abolita, ma va reinventata. «Cambiamo quello che insegniamo alle nostre figlie».

martedì 28 novembre 2017

Violenza sulle donne: un 25 novembre tra ipocrisie e nuove libertà Da una parte il silenzio del ministro Orlando, dall'altra il messaggio lanciato dalla Boldrini con un'aula di Montecitorio tutta al femminile. Le sfide da affrontare sono tante, ma una rivoluzione è in atto. E indietro non si torna. di CRISTINA OBBER



Il 25 novembre non è una celebrazione, è la commemorazione di tutte le violenze subite dalle donne e dalle bambine di tutto il mondo. È una data scelta dalle Nazioni Unite in memoria delle tre sorelle Mirabal, anime ribelli e coraggiose assassinate in un’imboscata nel 1960 dalla dittatura domenicana alla quale si opponevano; la loro morte scosse il Paese, diede linfa alla lotta e divenne riscatto, liberazione.
C’è chi dice che le giornate non servano, io penso invece che pur vigilando sulle strumentalizzazioni e pur mantenendo viva un’attenzione continuativa in ogni mese dell’anno su ogni tema che ci sta a cuore, sia importante creare occasioni per informare, discutere e manifestare collettivamente. Per non dimenticare ciò che è stato, per dirsi cosa sarà.

LAURA BOLDRINI PORTA LE DONNE A MONTECITORIO
Il 25 novembre è anche la giornata dei bei discorsi che rimangono tali, delle passerelle istituzionali, dei facciamo finta che tutto va bene.
Io quest’anno sarò a Montecitorio, in un’aula che la presidente Laura Boldrini ha voluto piena di donne; chissà se ci sarà anche la ministra Lorenzin, dalla quale Serafina Strano, stuprata da un paziente durante un turno di guardia medica in provincia di Catania, si aspettava almeno una telefonata. Invece niente di niente. La dottoressa ha ripreso il lavoro nella sua solitudine, condividendo con le colleghe le paure per nuove aggressioni, in assenza di interventi per la sicurezza. La ministra probabilmente minimizza come fa con le continue violazioni della legge 194. Per lei va tutto bene, le interruzioni di gravidanza diminuiscono. Peccato che meno interruzioni nelle statistiche non significhino solo maggior uso di contraccettivi ma anche il ritorno all’aborto clandestino a cui mai avremmo pensato di tornare. Anche questa è violenza sulle donne.
In questi giorni è tornato alla cronaca il caso di Firenze, dove due studentesse americane hanno denunciato per stupro due carabinieri che si erano offerti di accompagnarle a casa. Nell’incidente probatorio la difesa ha insistito sulla consensualità dei rapporti sessuali, come sempre accade in questi casi e ogni volta ci fa tornare con la memoria al documentario Processo per stupro girato al tribunale di Latina a fine Anni ’70.
A Montecitorio non ci saranno uomini, un’aula piena di donne è certamente un atto simbolico significativo. Ma io avrei concesso una seggiolina al ministro della Giustizia Orlando.

ODIO L’INDIFFERENZA
Le dirigenti nazionali di Cgil, Cisl e Uil avevano lanciato a giugno 2017 una protesta contro la riforma del sistema penale in tema di giustizia riparativa che inseriva il reato di stalking tra quelli per cui è previsto un risarcimento pecuniario a discrezione del giudice e senza l’approvazione della parte lesa; avevano chiesto al ministro un incontro ma Orlando non si era degnato di rispondere. Loro non si sono date per vinte e il seguito della protesta aveva costretto il ministro a impegnarsi pubblicamente per rimediare allo scempio. Invece la riforma è entrata in vigore il 3 agosto senza nessun intervento, mentre gli italiani e soprattutto le italiane facevano i bagagli per il mare. E forse anche lui, Orlando.
Siamo a fine novembre e dopo numerosi emendamenti presentati da varie parti politiche, finalmente il governo ha inserito nella legge di bilancio la modifica alla riforma che, se approvata, ne escluderà il reato di stalking.
Nel frattempo a Torino una giudice, applicando la legge, ha ritenuto congruo un risarcimento di 1.500 euro per due mesi di atti persecutori, nonostante il rifiuto della vittima. Reato estinto. Mi sarebbe piaciuto portare questo caso all’attenzione del ministro e chiedergli conto della sua inerzia. Di una indifferenza che ritroviamo anche in tante donne che siedono in parlamento, il maggior numero di donne nella nostra storia, che nemmeno si indignano per la mancanza di una ministra delle Pari opportunità.
La violenza è un problema culturale, dunque va affrontato in un'ottica di prevenzione, su tutti i livelli, con inteventi formativi.

UN GOVERNO LONTANO DALLA GENTE
Anche per ciò che riguarda la violenza contro le donne c'è uno scollamento tra il governo e la società: l’approccio istituzionale è quello dell’intervento emergenziale, del tappabuchi. Nessun intervento sull’educazione, dove tutto dipende dall’iniziativa personale di pochi insegnati e dirigenti. Si è ratificata la Convenzione di Istanbul che dedica ampio spazio ad educazione e prevenzione ma non si è di fatto applicata. Anche da Telefono Rosa come dalla rete dei centri antiviolenza Di.r.e il messaggio in questi anni è chiaro: la violenza è un problema culturale e dunque va affrontato in un’ottica di prevenzione, su tutti i livelli, con interventi formativi; il sostegno alle vittime non può prescindere dal rispetto dei loro tempi e delle loro scelte, i protocolli non tengono conto che ogni donna, ogni famiglia è diversa da un’altra, così come ogni uomo violento è diverso da un altro uomo violento, e questo vale soprattutto per la prevedibilità o imprevedibilità dei suoi atti. Ci vuole grande attenzione per i bambini coinvolti che vengono a volte smistati come pacchi nelle case famiglia, anch’esse divise tra quelle nate con un valido intento sociale e quelle che sono semplicemente diventate un buon business. Quando si stanziano dei finanziamenti, ai cittadini non è dato capire dove vadano i soldi alimentando il dubbio che ne beneficino gli amici degli amici o associazioni e centri antiviolenza nati sull’onda del finanziamento in arrivo, senz’arte né parte.
Sempre al ministro Orlando vorrei chiedere come mai, insieme al ministro dell’interno, ha emesso un decreto che per gli eredi delle vittime di reati violenti (come il femminicidio) quantifica un importo di indennizzo di Stato che non arriva a 10 mila euro. Apprezzo che la cifra prevista sia stata aumentata da 2,6 a 7,6 milioni di euro, ma il punto è che la dignità delle persone passa anche attraverso il valore pecuniario che si riconosce alle loro vite. Orlando è stato sentito in questi giorni dalla Commissione parlamentare sul femminicidio, e tra le cifre monitorate dal suo ministero si evince che nel 98% dei casi l’autore è un uomo e la nazionalità è italiana nel 77,6% dei casi. Cifre che non fanno che confermare quello che continuiamo a scrivere in questi anni e che andrebbero ricordate a tutti i negazionisti, coloro che negano ci sia un problema maschile e perseverano nel dire che la violenza è violenza e coinvolge entrambi i generi. Certo, esistono le donne stronze, lo sappiamo. Ma qui parliamo di morte.
Esistono anche le negazioniste, ed è il sessismo interiorizzato dalle donne il più pericoloso.

DALLE ANCELLE ALLA FORZA DELLE DONNE
Tra i negazionisti ci sono gli integralisti cattolici (quelli del Family day che esaltano la moglie sottomessa alla felicità del marito) con i loro penosi tentativi di afferrare qualcosa che gli è già sfuggito di mano. Che se ne facciano una ragione, per il padre padrone la pacchia è finita, le donne non sono più disposte a chinare il capo e passare la vita ad espiare, si riprendono la propria libertà.
Esistono anche le negazioniste, ed è il sessismo interiorizzato dalle donne il più pericoloso; è quello che ci fa crescere e costruire la nostra affermazione soltanto in riflesso a quanto un uomo ci dica brava. Queste ancelle del patriarcato sembrano rapite dal proprio personale tentativo di accattivarsi quel pubblico in prevalenza maschile di cui ricercano l’approvazione. Quando le incontro non posso che provare una umana pietas ricordando quel Perdona loro che non sanno quello che fanno. Sono poche, ma sono lo specchio di quanto sia faticoso il percorso di liberazione, inarrestabile ma pieno di ostacoli. Sono loro le vittime più tristi di questo 25 novembre. Perché quelle che parleranno a Montecitorio, attraverso testimonianze di violenza e di riscatto, ci daranno invece una lezione di forza. Parlerà anche Antonella Penati, mamma di Federico Barakat, ucciso dal padre in un incontro protetto presso la sede Asl di San Donato Milanese. Tutti assolti gli operatori dei servizi sociali che avevano in custodia il bambino al momento del figlicidio, ma la Corte dei diritti umani di Strasburgo proprio in questi giorni ha chiesto conto al governo italiano della morte del bambino, dando seguito al ricorso di una madre che non ha mai smesso di lottare. Anche questo ascolto sarebbe valso la seggiolina per Orlando.

LE COSE CAMBIANO (PER FORTUNA)
Nonostante di fronte a ogni notizia di violenza ci sembri che non cambi nulla, tante cose sono cambiate e altre stanno cambiando. D’altronde siamo il paese che nell’1981 prevedeva ancora l’attenuante per delitto d’onore, che solo nel '96 ha decretato che lo stupro è reato contro la persona e non contro la morale pubblica. Le cose cambiano ma ci vuole tempo, perseveranza, e coraggio. Nonostante le difficoltà, sono in aumento le denunce per violenza sessuale e questo anche per una maggiore consapevolezza delle donne di avere il diritto di chiedere giustizia, di non sentirsi in colpa. E questo sia per la violenza sessuale sia per le molestie e per la violenza domestica. Denunciare significa chiarire di non essere complici. Il femminicidio è una costante figlia della nostra cultura: un tempo le notizie rimanevano nelle pagine di cronaca locale, oggi occupano spazi in prima pagina e nonostante una narrazione ancora molto stereotipata e rivittimizzante (procura nuova violenza alle vittime, come quando si giustifica parzialmente l’uomo violento colpevolizzando la donna) diventano visibili all’intero Paese. Queste morti esistono. Non possiamo più ignorarle, dentro di noi in qualche modo l’informazione ricevuta sedimenta e dobbiamo tenerne conto. La visibilità della violenza crea un effetto domino (come si è visto per la questione molestie prima in America e poi in Italia) della denuncia che scaturisce dal sapere di non essere sole.
Nel 2016 a Bitonto, in Puglia, l’associazione Io sono mia per il 25 novembre ha steso panni su tutta la piazza principale del paese con lo slogan Panni sporchi in piazza; un messaggio semplice e chiaro per rappresentare la rottura con un passato di omertà e rassegnazione, dove tra moglie e marito non si poteva mettere il dito nemmeno se lui la massacrava di botte.
Oggi ci sono tante iniziative impensabili solo dieci anni fa. E non parlo solo delle piazze piene di donne che prima con Se non ora quando e oggi con Non una di meno hanno riunito le donne nella loro protesta.

NUOVE PRATICHE
Il 18 novembre ho tenuto una formazione sulla violenza di genere organizzata dal Centro per le famiglie del comune di Rimini. In aula, oltre ad alcune operatrici del centro, ufficiali di polizia, carabinieri e guardia di finanza, sezione anticrimine; personale medico, psicolog*, assistenti sociali, avvocat*, operatrici del centro antiviolenza della città; una magistrata, un’insegnante. Una platea di 70 persone tra cui anche alcuni uomini di un centro per il recupero maltrattanti. È l espressione di una consapevolezza comune della necessità di confronto e collaborazione per affrontare con una metodologia multidisciplinare un problema che nessuno più può considerare privato e personale. Una consapevolezza nuova, che si fa strada sempre di più in tutte le professioni.
Il 25 novembre a Venezia verrà presentato il Manifesto delle giornaliste e i giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione, affinché la narrazione mediatica della violenza non accosti ai crimini termini fuorvianti come ‘troppo amore’ o raptus, perché chi ama non uccide e in più del 90 % dei casi gli uomini violenti si rivelano lucidi e determinati. L’importanza del linguaggio si esprime anche negli aspetti che sembrano minori, come quelli che riguardano l’uso della grammatica che declina le professioni al femminile, per dire che non si fanno lavori da maschio, ma che si lavora portando sé stesse nel mondo. La violenza diventa sempre più visibile dunque, in tutte le sue forme, ed è in questo riconoscimento collettivo che una società evolve e può dire basta. Dare un volto - anche anonimo- agli uomini violenti che abusano di potere e controllo, nel loro privato come nel mondo del lavoro, costringe tutti gli uomini ad ammettere di aver taciuto per convenienza di genere, li costringe a guardarsi negli occhi senza più fingere che non li riguardi. E a capire che se le relazioni si basano sul potere non si può parlare di benessere e tantomeno di felicità, nemmeno per loro.

È in atto una rivoluzione, e nonostante il percorso ci ponga di fronte tante sfide, non si torna indietro.

Un giorno in un istituto tecnico un ragazzo mi disse «Il mondo si cambia di botto».

Cerco di ricordarlo.
http://www.letteradonna.it/it/articoli/punti-di-vista/2017/11/24/25-novembre-giornata-contro-violenza-donne/24808/

lunedì 27 novembre 2017

OGGI VENERDÌ 1 DICEMBRE alle ore 20.30 VI ASPETTIAMO


Dopo aver raccontato il coraggio e la forza delle donne che denunciano molestie, abusi, stupri e dopo aver sentito le voci degli uomini che si schierano contro la violenza di genere concludiamo il percorso di quest'anno con i possibili percorsi che le donne possono intraprendere dopo la violenza
           
           VENERDÌ 1 DICEMBRE alle ore 20.30
                  Sala “La Pianta” di Corsico via Leopardi, 7
    “Dopo la violenza – Cosa ne è delle donne?”
  

Ci confronteremo con Cristina Carelli e Malvina Monti del CADMI (Casa Delle Donne Maltrattate di Milano) operatrici de “La Stanza dello Scirocco” il Centro Antiviolenza di Corsico

Per costruire, donne e uomini insieme, un mondo libero dalla violenza di genere.

domenica 26 novembre 2017

Le ipocrisie della giustizia. Se denunciare uno stupro è un calvario Le giornaliste della redazione Globalist

La giustizia di chi? Quando chiedono alle donne di avere il coraggio di denunciare si dimenticano spesso quel che accade nella realtà. Ovvero, un'altra violenza: dalle urla mancate ai jeans...
Tanto lungo è il cammino dei diritti per le donne

"Portavate gli slip? Avete trovato affascinanti, vi piacevano, erano sexy quei carabinieri?". Questo è solo un frammento delle domande alle quali sono state sottoposte le due studentesse americane che hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri lo scorso 6 settembre a Firenze. Questo accade nel corso di un incidente probatorio.
Quando dicono, ci dicono: 'donne, dovete avere coraggio, denunciare', poi non raccontano che spesso una denuncia è un altro calvario. E che anche di questo - delle sentenze nei tribunali, ad esempio, - si dovrebbe parlare quando si parla di violenza sulle donne. Si dovrebbe parlare di commissariati e caserme quasi in maggioranza formati e popolati da uomini, di sensibilità tutte da recuperare.
Si dovrebbe parlare di aule di Giustizia.
La Giustizia di chi? Queste sono alcune delle sentenze su stupri acclarati. A quante cose deve pensare una donna prima di avere la forza di denunciare? Se è vergine, che mutandine aveva, se indossava i jeans, se ha urlato e come, se lui, lo stupratore, ha raggiunto l'orgasmo. Deve pensare che se sono in gruppo, i bastardi, avranno meno problemi. Vorremmo una giustizia giusta e non  i soliti "pat pat" accondiscendenti in occasione dell'8 marzo o del 25 novembre, la giornata contro le violenze sulle donne. Vorremmo uno Stato dalla nostra parte, nei fatti, non a parole. E sempre.
Le giornaliste della redazione Globalist

Non sei più vergine e quindi...
Sentenza numero 6329 del 20 gennaio 2006, sezione Penale della Cassazione. Una ragazzina quattordicenne, non più vergine, avrebbe subito una violenza limitata dopo lo stupro del patrigno, un uomo di 40 anni. Un atto non così grave, insomma

I famosi jeans
La sentenza numero 1636 della Cassazione, del 1999, negò l’esistenza di uno stupro perché la vittima “indossava i jeans”. ovvero "un indumento che non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta“.

Stupro di gruppo
Niente più carcere obbligatorio per chi commette uno stupro di gruppo. L’inattesa decisione arriva dalla terza sezione penale della Corte di Cassazione, che ha in questo modo interpretato una sentenza della Corte Costituzionale del 2010. Si parla di un caso di violenza di gruppo su una minorenne dove è stato accolto il ricorso di R.L. e di L.B.: i due erano in custodia in carcere come da sentenza del tribunale di Roma del 5 agosto 2011.

Stupro di gruppo 2
La sentenza 40565 del 16 ottobre 2012 la Corte di Cassazione ha deciso che durante una violenza di gruppo, uno sconto di pena deve essere concesso a chi “non abbia partecipato a indurre la vittima a soggiacere alle richieste sessuali del gruppo, ma si sia semplicemente limitato a consumare l’atto”. In pratica Si possono commettere numerosi stupri portati a totale compimento - con la sopraffazione fisica della donna e della sua dignità - e nonostante ciò vedersi concessa l’attenuante di aver commesso un reato di non troppo rilievo, per il quale si può ottenere la riduzione della pena. È quanto sostiene la Cassazione, che si è espressa in disaccordo con un verdetto di merito che, invece, riteneva che una violenza sessuale portata a estremo compimento sia di per sé un reato grave e non un episodio di «minore gravità».
La vittima non ha urlato
23 marzo 2017. L'ha palpeggiata e lo ha ammesso, ma sostenendo che lei fosse consenziente. Lei invece non lo era, gli diceva "basta" e lo ha denunciato per violenza sessuale. Ma il tribunale di Torino le ha dato torto, assolvendo l'uomo di 46 anni perché il fatto non sussiste, proprio perché la sua vittima gli ha soltanto intimato di smetterla senza gridare, chiedere aiuto o reagire violentemente. L'assoluzione è stata motivata in base alla "debole" reazione della donna alle molestie.

America, se manca l'orgasmo
Non c’è stato l’orgasmo e per questo il violentatore non può essere punito”: la sentenza arriva dagli Stati Uniti. Secondo il sito web BuzzFeed, il ministero dell’istruzione ha aperto un procedimento ufficiale visto che ben 14 ragazze hanno denunciato il Dipartimento di sicurezza pubblica della Usc. Una ragazza ha anche riferito di essere stata violentata da un suo compagno di studi che però l’ha passata liscia perché “non ha avuto un orgasmo”.

Inghilterra, occhio allo slip
Nel settembre 2013 una ragazza inglese di nome Suzanne, stuprata dal suo fidanzato nel dicembre 2012, ha letto in una lettera spedita dall’ufficio della Procura, che fra le ragioni che hanno portato ad archiviare il caso e a far cadere l’accusa di violenza sessuale che pesava sulla testa dell’uomo, vi era il fatto che lei indossava gli Spanx, degli slip modellanti contenitivi, per cui il procuratore ha considerato impossibile un rapporto sessuale. Un po' come i jeans, insomma.
http://www.globalist.it/news/articolo/2015375/le-ipocrisie-della-giustizia-se-denunciare-uno-stupro-a-un-calvario.html

sabato 25 novembre 2017

Un altro 25 novembre da Angela Carta

Questa data ha un alto valore simbolico. Ci ricorda che tutto il mondo – almeno per un giorno – apparentemente combatte unito contro la violenza sulle donne.

Nei restanti 364 giorni dell’anno, ci sono donne e uomini impegnati nel contrasto quotidiano alla violenza di genere, spesso in assenza di mezzi, risorse economiche e supporto anche solo morale. Il pensiero va ai numerosi, necessari, centri antiviolenza italiani: rifugi e luoghi di ascolto animati dalla volontà e dalla dedizione di operatici formate e piene di dedizione e passione, troppo spesso lasciate sole dalle amministrazioni locali e dai governi nazionali.
Questo post, però, non vuole essere pessimista (anche se del sano realismo fa sempre bene): da qualche giorno si è concluso il G7 delle Pari Opportunità, un’occasione di riflessione e stimolo all’adozione di misure concrete atte all’eliminazione della violenza e all’abbattimento degli spessi muri che minano il raggiungimento della parità. Sì è rilanciato il 1522, numero nazionale per le emergenze legate alla violenza sulle donne, che ha il compito di fornire alle richiedenti indicazioni su strutture socio-sanitarie pubbliche e private del territorio e che assolve al più matematico scopo di mappare le emergenze e creare una rete efficace di monitoraggio e aiuto.
Ovviamente, parliamo di un primo intervento, perché il grande lavoro è in realtà svolto dalle associazioni, dai centri, dagli ospedali e dai consultori: tutti soggetti per lo più abbandonati al proprio destino, il cui grande impegno viene sempre lodato nelle occasioni mondane.
Questo G7 si è concluso poi con la promessa di un piano triennale anti-violenza, mentre la legge di bilancio ha previsto, per l’anno 2018, fondi per un totale di 33,9 milioni di euro da destinare ai centri antiviolenza e alle misure di contrasto alla violenza di genere. Tutto molto positivo, e speriamo non restino solo previsioni.
E quindi eccoci: un altro 25 novembre, carico di aspettative e sogni, ma anche di speranza. Il caso Weinstein ha avuto – nel disgusto generale – il merito di risvegliare lo spirito battagliero di donne che per mesi o anni hanno negato gli abusi subiti, senza mai dimenticarne le ferite. Donne che hanno finalmente trovato il coraggio di denunciare, trasformando in amici quei media troppo spesso severi e carichi di giudizio. Questo 25 novembre è un potenziale spartiacque: può aiutarci a ribadire a gran voce che non solo il bacio senza consenso dato dal principe alla Bella Addormentata è una forma di abuso, e che anche le attenzioni morbose non desiderate lo sono; può servire ad affermare che il bombardamento di battutine a sfondo sessuale sul posto di lavoro non è gradito, e che la denigrazione e le umiliazioni subite da un partner frustrato non sono l’amore che meritiamo.
Non è mai troppo tardi per dire basta alla violenza, alla negazione e alle forme di controllo (e mai come oggi consiglio la lettura di “Donne che amano troppo” di R. Norwood).
Dobbiamo pretendere che questo 25 novembre non sia come gli altri che lo hanno preceduto. Abbiamo il diritto di pretendere che qualcosa cambi, di sentirci parte di una comunità solidale, unita oggi come negli altri giorni dell’anno. E se questo non accadrà presto ci ritroveremo a vivere la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne come il giorno del compleanno o di Natale, quando si sta insieme senza parlare poi di nulla in particolare, perché tanto ci pensano le frivolezze ad occupare il tempo.
http://www.dols.it/2017/11/25/un-altro-25-novembre/

venerdì 24 novembre 2017

Violenza donne, nei primi 10 mesi dell'anno 114 donne uccise

Studio Eures, il dato conferma l'andamento registrato nel 2016. Boldrini alle vittime: 'Denunciate. E gli uomini non violenti escano dal silenzio'

Nei primi 10 mesi del 2017 sono state 114 le donne vittime di omicidio volontario, un triste consuntivo che conferma l'andamento registrato nel 2016. Lo evidenzia il quarto rapporto di Eures sul femminicidio in Italia, diffuso in occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne che si celebra il 25 novembre.

Tra il 2015 e il 2016 il numero di femminicidi in Italia è tornato ad aumentare, passando da 142 a 150 (+5,6%), soprattutto a causa di una forte crescita del fenomeno nelle regioni del Nord e del Centro. Sempre nel 2016 a livello di regioni il numero più alto di femminicidi lo si è registrato in Lombardia (25 vittime), seguita dal Veneto (17, ma in forte aumento rispetto ai 7 dell'anno precedente), terza la Campania (nonostante un calo dei casi, passati 31 a 16), e quarta l'Emilia Romagna (13). Nello scorso anno il 76,7% dei femminicidi è maturato in un contesto familiare e affettivo, con una forte connotazione negativa data da possesso e gelosia, ma anche dall'isolamento e dal disagio.

"Le donne non possono essere messe davanti al bivio di uscire dai social network o accettare di subire violenza. A loro dico: denunciate, siamo in uno Stato di diritto e possiamo difenderci attraverso le leggi". Così Laura Boldrini, presidente della Camera, in una serie di tweet. Boldrini ha aggiunto: "Agli uomini non violenti dico: uscite dal silenzio. La battaglia contro il femminicidio si vince solo se siamo insieme". Boldrini ricorda il prossimo appuntamento: "Mai accaduto prima: il 25 novembre l'Aula di Montecitorio si riempirà di donne. Hanno chiesto di venire in tante, tantissime, segno che c'è bisogno di ascolto #InQuantoDonna". E ringrazia il capo dello Stato: "Grazie al Presidente Mattarella che riceverà al Quirinale le donne che prenderanno la parola in Aula la mattina del 25 novembre".
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/11/23/violenza-donne-nei-primi-10-mesi-dellanno-114-donne-uccise_20395177-01a7-4891-b9e3-3a1488079777.html

giovedì 23 novembre 2017

La giornata internazionale contro la violenza contro le donne per non rassegnarsi di Anna Costanza Baldry*

Un altro anno è passato. Un altro 25 novembre in arrivo per ricordare la giornata internazionale contro la violenza contro le donne. Ormai sono diversi anni che è consuetudine ricordare con molti eventi, iniziative, articoli, convegni, speciali tv che la violenza contro le donne esiste, quali sono i numeri, quali sono le conseguenze, possibili cause, possibili soluzioni.

Tutti gli anni numeri simili, sì numeri simili soprattutto quando riferiti alle donne uccise. Una o due in più o in meno rispetto all’anno precedente, o a quelli ancora precedenti ci dice una sola cosa: che la violenza contro le donne continua ad esistere e persistere. Come se gelosamente la si tenesse radicata nelle nostre società e culture per ricordarci il ‘peccato originale’ e quindi la ‘punizione’ perpetua del solo fatto di essere di genere femminile. La nostra è una cultura ancora fortemente resistente a una cultura basata sul rispetto delle differenze del genere uomo-donna e valorizzazione di queste differenze, in un’ottica della parità di genere. Tante battaglie, tante esternazioni di indignazioni e di riconoscimento della violenza contro le donne come una forma pandemica di sopraffazione e dominio. Quindi che fare di fronte a questa constatazione? Rassegnarci? Non penso sia una questione di rassegnazione. Ma di decidere se ritenere la violenza contro le donne un’emergenza stagionale, epocale, una moda, un’esagerazione, un problema di sicurezza pubblica o altro. Guardando ai fatti di cronaca, studiando, facendo ricerca, parlando con tante tantissime donne vittime ma anche con qualche perpetratore mi rendo conto che ciò che c’è di diverso adesso che può costituire una speranza per rendere il mondo un posto meno ostile per le donne, per molte, per alcune donne è la consapevolezza che tutti e tutte, e non solo gli addetti al settore, possono e dovrebbero essere responsabili del cambiamento. Una donna uccisa non è solo un lutto e un trauma per quella famiglia o per quegli orfani che hanno perso la loro cara in modo contro natura, insensato, immotivato; è una perdita e un costo per tutti quanti noi. E’ infatti indice di un fallimento, ovvero di una incapacità da parte di uno Stato, rappresentato dalle sue leggi, e da chi le mette in atto e da tutti i suoi cittadini e cittadine di tutelare le donne. Donne generatrici di vita, di idee, di saperi, di capacità, di creatività, di pace, di bellezza, di genialità, di passioni, di emozioni; questo sono le donne.

Se non viene naturale a uno Stato e a chi lo rappresenta e ai suoi cittadini garantire la tutela dei diritti delle donne, la loro protezione, e tutela, aiutiamolo a porre rimedio, fino a che c’è ancora tempo, fino a che si riconosca che la rivoluzione copernicana del XXX secolo sarà ottenere un mondo senza la violenza, e in particolare senza la violenza contro le donne, causa di povertà, di malattie, di costi sociali elevatissimi. L’essere umano è riuscito a creare invenzioni perfette, ha raggiunto livelli di tecnologia e conoscenza incredibili, sofisticatissimi, utilissimi. Ma una cosa così antica, profonda, nota, studiata come la violenza contro le donne, a questa piaga a questo problema creato e voluto da individui che sono facilitati da una cultura che o li supporta o non li disincentiva una soluzione non si è raggiunta.

Ecco. Poche cose e semplici, che possiamo applicare tutti i giorni. Altre cose stanno a chi ci governa, a chi decide dove investire, dove e come crescere come Stato, come sua cittadinanza.

E’ un dato di fatto che 8 donne su 10 uccise in Italia erano già state sottoposte dai loro aguzzini a continui soprusi, intimidazioni, aggressioni vere e proprie. E’ quindi un dato di fatto che se vogliamo in Italia eliminare il femminicidio e arrivare a quota zero per il 2030 (tenendoci larghissimi), bisogna correre, correre ai ripari e capire non solo se quello che si dice essere stato fatto è servito, ma cosa invece davvero bisogna affrontare.

Riforme delle leggi e delle politiche di contrasto alla violenza alle donne

Negli ultimi 20 anni molte azioni sono state fatte in Italia, con cambiamenti normativi importanti, che da una parte hanno inasprito le pene, dall’altra hanno aumentato il numero e il tipo di strumenti a disposizione degli inquirenti e degli investigatori. Hanno aumentato il numero di luoghi ove le donne che hanno subito violenza possono rivolgersi per essere aiutate; hanno cominciato a mettere a punto programmi di recupero per gli autori della violenza, a promuovere programmi di prevenzione fra i giovani e giovanissimi. Tutte risposte importanti, ma non sufficientemente incisive. Manca il coordinamento; a volte manca la volontà di coordinamento, anche politico oltre che normativo e istituzionale. Troppo spesso, come accade anche in medicina, malgrado i nuovi strumenti e la forte specializzazione, questi da soli non bastano. La segmentazione della trattazione di un problema fa perdere di vista il problema in tutto il suo insieme e quindi si perdono di vista i rischi nella loro complessità e interazione. Solo attraverso un linguaggio condiviso e comune, si raggiungono obiettivi nel reale interesse della vittima. Lentezze burocratiche o procedurali, distrazioni, mancanza di competenze adatte per la trattazione di questi casi sono tutti fattori che contribuiscono al perpetrarsi della violenza, alla sua reiterazione ed escalation.

Il Governo dovrebbe anche:

(a) Continuare a promuovere campagne di sensibilizzazione;

(b) Valutare scientificamente le procedure adottate sia per la prevenzione sia per la protezione;

(c) Raccogliere dati in maniera costante e continuativa, supportando la ricerca per individuare cosa funziona e su cosa devolvere le risorse, senza spinte ideologiche;

(d) promuovere una cultura del rispetto, della responsabilizzazione collettiva che investa tutta la cittadinanza per aiutare a togliere alla violenza contro le donne quella coltre pesante che è l’isolamento, il silenzio e la stigmatizzazione che la alimentano e ne permettono la sopravvivenza.


L’elenco potrebbe continuare a lungo e le buone prassi e idee non esaurirsi nello spazio di un articolo. Ma quello che quest’anno vogliamo evidenziare è che non è fondamentale la quantità delle azioni ma come ci poniamo di fronte al problema della violenza contro le donne e quanto seriamente riteniamo sia responsabilità compito di tutti fare la propria parte.

Chi vuole sapere di più di studi, iniziative ricerche può consultare www.sara-cesvis.org


*Ufficiale al Merito della Repubblica per il contrasto alla violenza sulle donne, componente Comitato Scientifico Fondazione Polis
https://www.ilmattino.it/polis/la_giornata_internazionale_contro_la_violenza_contro_le_donne_per_non_rassegnarsi-3378633.html