mercoledì 21 giugno 2017

Femminicidio: tante parole, ma lo Stato chiude i centri antiviolenza di Lidia Baratta

Sempre sul filo del rasoio, allo stremo per mancanza di fondi, sostenuti per lo più dai volontari, ad alcuni non resta che chiudere. E tutti sono in attesa del Piano nazionale antiviolenza

Dopo l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la ragazza di 22 anni bruciata viva a Roma dal suo ex fidanzato, sono intervenuti tutti. Politici e non. Come succede sempre davanti a un femminicidio (60 dall’inizio del 2016), nel polverone dell’indignazione si invitano le donne a denunciare e a non sottovalutare i compagni violenti. Poi però cala il silenzio, mentre i centri antiviolenza di tutta Italia annaspano, ancora in attesa dei finanziamenti statali del 2013-2014. Sempre sul filo del rasoio, allo stremo per mancanza di fondi, sostenuti per lo più dai volontari, ad alcuni non resta che chiudere.

I primi centri antiviolenza (Cav) in Italia risalgono alla fine degli anni Ottanta. Oggi, in base alla mappatura – non completa – del Dipartimento per le pari opportunità, che gestisce il numero per le richieste di aiuto 1522, tra Cav, sportelli e case rifugio si arriva intorno a 450 nomi. Ma una rilevazione sistematica dei diversi tipi di servizi ancora manca. La rete Wave, Women against violence Europe nel suo ultimo rapporto ha censito in Italia 140 centri antiviolenza e 73 case rifugio, sottolineando la presenza di diverse iniziative di raccolta dati. Tutte parziali. E solo da poco è partita la prima indagine nazionale sui modelli dei centri antiviolenza in Italia. Secondo un calcolo dell’Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto letto per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ce n’è meno un migliaio: ne servirebbero ancora 6mila.

Molti dei centri esistenti hanno storie ventennali, e svolgono un ruolo centrale nella prevenzione di quei femminicidi. In queste strutture, sempre sull’orlo dello sfratto, le operatrici offrono supporto legale e psicologico durante la denuncia, rispondono al telefono 24 ore su 24 per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell’ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. E con le case rifugio, danno anche ospitalità alle donne in pericolo che non possono più tornare a casa dai compagni violenti. Ogni anno da queste stanze passano circa 14.000 donne. Ma a queste strutture non è mai stato riconosciuto il ruolo che meritano. Basti pensare che secondo i dati Istat, il 12,8% delle donne che subiscono violenza non sapeva nemmeno dell’esistenza dei centri. La cui sopravvivenza, il più delle volte, è affidata al lavoro delle volontarie, legate a progetti sporadici di finanziamento e soprattutto alla sensibilità più o meno spiccata degli enti locali verso il tema.

In queste strutture, sempre sull’orlo dello sfratto, le operatrici offrono supporto legale e psicologico durante la denuncia, rispondono al telefono 24 ore su 24 per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell’ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. E con le case rifugio, danno anche ospitalità alle donne in pericolo che non possono più tornare a casa

A Roma, a poche ore dal femminicidio di Sara Di Pietrantonio, a lanciare l’allarme è stato il “Centro comunale antiviolenza Donatella Colasanti e Rosaria Lopez”, attivo dal 1997 a sostegno delle donne vittime di violenza e maltrattamenti. Da qui sono passate quasi 9mila donne, di cui trecento hanno trovato ospitalità insieme ai figli. Ma mentre la Capitale è in preda alla campagna elettorale, il centro è a rischio chiusura. Lo scorso 13 maggio è arrivato l’avviso di sgombero. «Sulla base delle informazioni ricevute», racconta Oria Gargano, presidente della cooperativa BeFree, che gestisce il servizio, «abbiamo appreso che l’edificio intero non è di competenza comunale, ma di proprietà della Regione Lazio». Che ora reclama somme importanti per i vent’anni di occupazione dei locali. Somme che il Comune non può sostenere. E l’unica soluzione prospettata è quella della chiusura della struttura. Il bando di affidamento scade il 30 luglio: se entro questa data non si troverà una soluzione, non resterà che dire addio a tutto. E oltre allo storico centro, rischiano di estinguersi anche gli altri servizi antiviolenza della Capitale. «Il motivo è che con il nuovo decreto legislativo che regola gli appalti pubblici non è possibile emanare bandi per il rinnovo dell’affidamento o le proroghe», spiega Gargano. «In realtà tutta Italia sta facendo bandi e proroghe, ma a Roma con il commissario è tutto immobile. Per questo aspettiamo che arrivi il nuovo sindaco». E nell’attesa è stata lanciata una petizione sulla piattaforma Change.org.

Il caso romano, però, non è isolato. C’è chi, come Maria Luisa Toto, presidente del centro antiviolenza “Renata Fonte” di Lecce, qualche anno fa è stata costretta addirittura a fare lo sciopero della fame per non dover chiudere. Il Centro “Roberta Lanzino” di Cosenza, attivo dal 1988, nel 2010 si è visto costretto a chiudere la casa rifugio, quando il sostegno economico della provincia è venuto meno. «Ora le donne che hanno necessità di allontanarsi da casa, le mandiamo in altre strutture della Calabria», dice Antonella Veltri, responsabile del centro e consigliere di Dire (Donne in rete contro la violenza), che raccoglie 75 associazioni in tutta Italia. E in assenza di fondi regionali e comunali, il sostegno alle donne vittime di violenza si fa “a progetto”. «Viviamo di progetti, soprattutto comunitari», racconta Antonella, «e tramite l’autofinanziamento». La struttura è una delle poche in Italia in cui le operatrici sono tutte volontarie. Le due ragazze che gestiscono in segreteria vengono pagate solo quando si vince qualche progetto. Per il resto il lavoro è tutto gratuito. Il Comune di Cosenza, come molti altri, ha firmato il protocollo tra Anci e Dire in cui le amministrazioni locali si impegnano a sostenere i centri antiviolenza della rete. Ma, nonostante i proclami, molto spesso la lotta alla violenza di genere resta solo sulla carta. Secondo i calcoli di Dire, solo un terzo dei centri italiani è aiutato da convenzioni pubbliche con gli enti locali.

«Se non fosse per l’autofinanziamento e le donazioni private molti centri sarebbero già morti», commenta Manuela Ulivi, membro del consiglio nazionale di Dire e presidente della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi). «I soldi pubblici sono pochi e arrivano in ritardo». Quando arrivano.

La legge 119 del 2013 sul femminicidio aveva previsto l’erogazione di 10 milioni all’anno per i centri antiviolenza. Ma, tralasciando il fatto che il budget messo a disposizione nei primi anni è più basso (poco più di 16 milioni), la prima tranche del 2013-2014 è stata trasferita alle regioni solo nell’autunno del 2014. E di questi soldi, una volta arrivati nelle casse regionali, nella maggior parte dei casi si è persa traccia. In Lombardia, ad esempio, ai centri antiviolenza e alle case rifugio non è stato distribuito ancora un euro. In Calabria a fine 2015 è arrivata solo la prima tranche.

In assenza di fondi regionali e comunali, il sostegno alle donne vittime di violenza si fa “a progetto”. E nella maggior parte dei casi è lasciato tutto sulle spalle delle volontarie
Senza dimenticare, poi, che a conti fatti, solo 2 milioni di questo tesoretto dovrebbero essere in teoria distribuiti ai centri già esistenti: gli altri sono destinati a realizzare nuove strutture o creare reti istituzionali per la lotta alla violenza di genere. Ma, come ha documentato Actionaid, di trasparenza nella distribuzione dei fondi ce n’è ben poca: a novembre 2015 solo per dieci amministrazioni era possibile consultare la lista delle strutture beneficiarie dei fondi, di cui solo cinque – Veneto, Piemonte, Sardegna, Sicilia e Puglia – avevano pubblicato online i nomi di ciascuna struttura e i fondi ricevuti.

Nel frattempo, i centri antiviolenza sono costretti a vedersela con le magagne degli enti locali. E come spesso accade in Italia, dipende tutto dai territori. Se a Roma il centro antiviolenza si trova al centro di uno strampalato contenzioso tra Comune e Regione, a Milano è stata l’amministrazione provinciale a sottrarre un immobile al Cadmi per la necessità di vendere i propri, fare cassa ed estinguere i debiti. E in un periodo di vacche magre per i bilanci degli enti locali, fondi, bandi e progetti scarseggiano. Molto, certo, dipende anche dalle regioni. Molte si sono dotate di leggi regionali per contrastare la violenza di genere. Ma anche qui i fondi messi a disposizione sono pochi e non sempre vengono effettivamente distribuiti. La Lombardia, ad esempio, stanzia ogni anno un milione, distribuito per tutti i servizi, dagli sportelli legali alle case di accoglienza fino alla sanità. E alla fine i soldi arrivano con il contagocce. Stessa cifra è messa a disposizione nel Lazio. In Piemonte, dove a febbraio 2016 è stata approvata una nuova legge regionale, si stanziano 500mila euro l’anno. Ma in molti casi le risorse variano con il variare delle condizioni dei malandati bilanci regionali. In Calabria, ad esempio, nonostante la regione si sia dotata nel 2007 di una legge contro la violenza sulle donne, la spesa da destinare ai centri antiviolenza è stata messa a bilancio solo due volte. «Quarantamila euro suddivisi tra diversi centri, in cui confluiscono anche luoghi che poco hanno a che fare con la violenza sulle donne», spiega Antonella Veltri.

Sullo sfondo, il tanto declamato Piano nazionale contro la violenza sulle donne è fermo in chissà quale cassetto di chissà quale palazzo romano. Approvato dal consiglio dei ministri, l’8 marzo in Gazzetta ufficiale è stato pubblicato un avviso pubblico della presidenza del Consiglio che prevede lo stanziamento di 12 milioni di euro per i progetti di sostegno alle donne vittime di violenza. Ma nessuno degli addetti ai lavori ha saputo più nulla. D’altronde, fino al 10 maggio, giorno di consegna della delega alle Pari opportunità alla ministra Maria Elena Boschi, il governo non aveva neppure un rappresentante delle questioni di genere. Più che altro era andato avanti per deleghe. Dopo l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la Boschi è intervenuta su Facebook ribadendo – tra le altre cose – che «il governo ha istituito la commissione che dovrà valutare i progetti di attuazione del piano antiviolenza».

Il tanto declamato Piano nazionale contro la violenza sulle donne è fermo in chissà quale cassetto di chissà quale palazzo romano. D'altronde, fino al 10 maggio, giorno di consegna della delega alle Pari opportunità alla ministra Maria Elena Boschi, il governo non aveva neppure un rappresentante delle questioni di genere

Ma in attesa che il piano antiviolenza si concretizzi, nella maggior parte dei centri si cercano altre fonti di finanziamento. Che arrivano, in molti casi, da benefattori privati (il più delle volte benefattrici) e aziende. O anche dal cinque per mille: nell’ultimo elenco dei beneficiari disponibile, le associazioni contro la violenza sulle donne sono una trentina, con incassi che difficilmente però superano i 2mila euro. Così i centri si arrangiano come possono. Una menzione speciale va fatta alla Chiesa Valdese, che distribuisce parte del suo otto per mille a numerosi progetti pratici riguardanti i centri antiviolenza di tutta Italia: nel 2014 ha destinato cifre dai 12 ai 30mila euro a sette strutture, da Nord a Sud. Ma, con l’affitto da pagare (soprattutto per le case rifugio, che non sempre vengono messe a disposizione gratuitamente dagli enti locali), le bollette in scadenza e la benzina per andare su e giù, solo in pochi casi si riesce a pagare qualche stipendio. «Ma una continuità ci deve essere», dice Manuela Ulivi. «I percorsi con le donne vanno organizzati in modo strutturato. C’è bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei centri antiviolenza con il proprio assetto». Eppure nella realtà, molto del lavoro che si svolge nei Cav è volontario. Nel centro per le donne maltrattate di Milano, ci sono 12 persone fisse e 50 volontari. «Con i fondi che abbiamo non potremmo mai pagare 60 persone», dice Ulivi. Anche perché, è bene precisarlo, tutti i servizi offerti dai centri antiviolenza sono gratuiti. Un vero servizio pubblico, insomma.

Certo, i soldi pubblici non possono essere distribuiti indiscriminatamente. Anche perché «finché non sono arrivati i fondi della legge sul femminicidio del 2013, eravamo in pochi a battagliare», dicono tutti. Dopodiché, sportelli, centri e iniziative di ogni tipo (anche delle grandi associazioni) sono spuntati come i funghi, candidandosi per accedere ai finanziamenti. In ogni regione i nomi sono lievitati. «La qualità dei servizi offerti nei centri è fondamentale», dice Manuela Ulivi, «stiamo parlando delle vite delle persone: se sbagli intervento il rischio è che le donne tornino nella violenza o che diventino loro stesse il capro espiatorio». Ma, nonostante molte storiche associazioni chiedano maggiori verifiche sulle competenze dei candidati a ricevere i finanziamenti, nella distribuzione dei fondi di solito non si va oltre la valutazione dei progetti sulla carta.

Finché non sono arrivati i fondi della legge sul femminicidio del 2013, erano in pochi a battagliare. Dopodiché, sportelli, centri e iniziative di ogni tipo (anche delle grandi associazioni) sono spuntati come i funghi, candidandosi per accedere ai finanziamenti

mercoledì 14 giugno 2017

Cara Giusy Nicolini, il tuo impegno per aiutare i più deboli non lo dimenticheremo Grazie, perché se fare politica è quello che hai fatto tu, allora "politica" è ancora una bella parola di Claudia Sarritzu

E' una vittoria netta quella di Salvatore detto Totò Martello che, con 1.566 voti, ridiventa sindaco di Lampedusa e Linosa dopo quindici anni. Secondo arrivato è Filippo Mannino che andrà all'opposizione e che ha raggiunto il traguardo dei 1.116 voti.

Ma la notizia è un'altra.

Terza e fuori dall'amministrazione il sindaco uscente, Giusi Nicolini che con 908 voti non è riuscita ad avere consiglieri di opposizione.

Nicolini è stata molto più di un sindaco, molto più del primo cittadino di una piccola comunità. Ha personificato l'accoglienza, è stata la prima e l'ultima madre al confine con l'inferno. Ha allargato le sue braccia e ha accolto tutti: donne, bambini nati e no, madri che avevano perso i figli, padri a cui è stata strappata la famiglia, giovani in cerca di un futuro. Ha accolto i cadaveri, troppi. Ha seppellito corpi e ha onorato le loro anime con lacrime sincere e fiori galleggianti sul mare. L'Unesco per tutto questo le ha assegnato il premio per la Pace. A ottobre scorso Nicolini è stata anche una delle quattro donne "simbolo dell'eccellenza italiana" che ha accompagnato il premier Matteo Renzi alla Casa Bianca per la cena con l'ex presidente degli Stati Uniti, Obama.

Ha segnato la Storia di questa epoca fatta di emigrazione di massa. Di tragiche attraversate sul Mediterraneo, ha lottato per i suoi concittadini e non ha mai fatto sentire ospiti indesiderati chi lì a Lampedusa era sbarcato per disperazione. E' stata per tutti gli anni di mandato in trincea con l'umanità. In prima linea a combattere contro la morte più terribile, quella di chi non avrà neppure un nome sulla tomba. Di chi dal caso è stato condannato all'oblio.

Non entro nelle dinamiche interne, forse non si è occupata a dovere delle cose piccole di Lampedusa, quelle per cui un Sindaco viene eletto. Se gli elettori l'hanno bocciata un motivo c'è. Ma Lampedusa non è un paese qualsiasi, è una porta che divide la parte del mondo in cui è bello nascere da quella in cui è meglio non vivere. Quella porta Giusi l'ha aperta.

In mezzo all'egoismo dei grandi della terra, lei piccola è stata titanica nel ribadire che "la mia terra" è "La Terra" e che tutti hanno il diritto di spostarsi e scappare dalla morte.

Grazie, perché se fare politica è quello che hai fatto tu, allora "politica" è ancora una bella parola. Spero ti attendano sfide più grandi. C'è bisogno di grandi donne.
http://www.globalist.it/politics/articolo/2000511/cara-giusy-nicolini-il-tuo-impegno-per-aiutare-i-pia-deboli-non-lo-dimenticheremo.html

martedì 13 giugno 2017

Schedare e identificare le donne maltrattate con il codice fiscale? Scontro tra 18 centri antiviolenza e Regione Lombardia di Giovanna Pezzuoli

Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare: è in estrema sintesi il messaggio che diciotto centri anti-violenza lombardi sul totale di 29 accreditati lanciano alla Regione con un doppio, articolato «no» alla cosiddetta schedatura delle donne vittime di maltrattamenti e a una gestione scorretta dell’Albo regionale.
Tutte le associazioni di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza, che oggi conta 80 adesioni in Italia), da Bergamo a Casalmaggiore, da Lodi a Mantova, da Lecco a Sondrio e a Pavia, concordano con la presa di posizione della Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano, dichiarando l’intenzione di battersi contro il progressivo impoverimento delle pratiche anti-violenza, «in antitesi con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul e dall’Intesa Stato -Regioni del novembre 2014». E sottoscrivono una lettera aperta alla Giunta regionale, discussa ieri mattina in un incontro pubblico nella sede di via Piacenza 14. Spiega l’avvocata Manuela Ulivi, presidente di Cadmi: «Al tavolo regionale anti-violenza siamo state ascoltate molto poco, più che altro ci hanno buttato addosso le loro decisioni. I responsabili della Regione sono andati a Roma al Ministero, elencando i 29 centri lombardi e chiedendo i fondi, più di 3 milioni. Ma da dare a chi? Il 28 aprile, nonostante le nostre obiezioni, hanno deliberato che all’Albo regionale, oltre ai centri storici, possono iscriversi enti o associazioni in grado di dimostrare di avere operatori (al maschile!), che abbiano maturato un’esperienza almeno triennale (addio ai 5 anni richiesti da noi) nella gestione di centri anti-violenza o sedi decentrate». E prosegue: «Questo significherebbe accreditare non luoghi bensì persone, messe sullo stesso piano dei centri storici. E svalorizzare tutto quello che abbiamo fatto, smentendo peraltro l’intesa del 2014 che contemplava una metodologia di accoglienza basata sulla relazione fra donne».
La seconda contestazione riguarda la raccolta dei dati, che è sicuramente importante, anzi indispensabile, ma non dovrebbe prevedere la tracciabilità del percorso di sostegno, un «fascicolo donna», comprensivo del codice fiscale. «Su questo punto non cederemo mai – insiste Manuela Ulivi –, che fine farebbe infatti il fascicolo? Mettiamo che una donna in un momento di grave depressione ricorra all’alcool, agli psicofarmaci o commetta atti di autolesionismo, per noi si tratta solo di una condizione temporanea, ma se inserisco questi dati nel fascicolo, verrebbero poi utilizzati dai servizi sociali, dal medico curante, dai tribunali, con un serio pericolo per le donne. Da 30 anni le ascoltiamo, cercando di garantire loro riservatezza e anonimato. Questo sarebbe solo un modo per screditarle, soprattutto se ci sono figli che potrebbero venire affidati al coniuge maltrattante…». Dunque nessun pregiudizio contro la raccolta dei dati, attività che i centri hanno sempre svolto. Ma individuando codici alternativi all’identificazione tramite il codice fiscale, una soluzione per preservare la riservatezza delle donne al tempo stesso garantire le informazioni necessarie. Nel 2016 sono stati forniti alla Regione dai centri D.i.Re lombardi dati su 5.224 donne, là dove molti enti e ospedali non l’hanno ancora fatto.
Di diversa opinione Alessandra Kustermann, responsabile del Soccorso violenza sessuale della clinica milanese Mangiagalli, che è d’accordo sulla questione dell’anonimato ma non ritiene che venga violato inviando i dati in Regione: si tratta di una pratica, usata anche per i dati sanitari, che infatti non vengono divulgati. «C’è la tendenza a rendere il maltrattamento un problema sanitario - denuncia Mimma Carta del Ca.do.m, Centro aiuto donne maltrattate di Monza -, ma anche se la donna è diventata debole, fragile, non per questo deve essere trattata a livello psichiatrico». Una strategia che secondo Marisa Guarneri, presidente onoraria di Cadmi, è in atto da qualche anno: fare diventare i centri-antiviolenza simili alle Asl, un po’ come è accaduto per i consultori svuotati dai contenuti originari ma poi rimessi in piedi «con parole nostre ma altri obiettivi». «Per fortuna la Regione è più chiara: l’accoglienza diventa “presa in carico”, segretezza e anonimato sono spariti. E il piano nazionale anti-violenza? Forse non lo vedremo mai, visto che svanisce per l’ennesima volta a causa delle nuove elezioni. La strategia del governo non è di lotta alla violenza, ma di contenimento».
Significativi i dati che riassume Gabriella Sberviglieri dell’Associazione E.O.S. di Varese: la violenza costa allo Stato 17 miliardi all’anno, ma le risorse messe a disposizione a livello nazionale sono state 20 milioni per il biennio 2015/16 e una seconda tranche di 19 milioni per il 2017/18. Il trasferimento di risorse dallo Stato alle Regioni prevedeva un 10% ai centri anti-violenza, un altro 10% alle case rifugio, il 30% destinato alla creazione di nuovi centri e il rimanente 50% a progetti di sostegno regionali. «La Regione Lombardia utilizza i nostri fondi per politiche progettuali e poi li vincola - osserva Gabriella -. Inizialmente il sistema ORA (Osservatorio Regionale Anti-violenza) non aveva incontrato obiezioni ma adesso se non si ricorre a professionalità specifiche, dal legale allo psicologo, rischia di andare perduta tutta la fase dell’accoglienza e dell’ospitalità. Ancora più pericolosa è la creazione dell’Albo, con l’anti-violenza che potrebbe diventare un business per alcuni che vogliono solo ricevere finanziamenti».
http://27esimaora.corriere.it/17_giugno_06/schedare-identificare-donne-maltrattate-il-codice-fiscale-scontro-18-centri-antiviolenza-regione-lombardia-6c894648-4ad9-11e7-a140-d6776138ac8b.shtml

mercoledì 7 giugno 2017

SCUSE UFFICIALI PER DARYA SAFAI, SUBITO!

Vorremmo sapere quale reato hanno contestato all’attivista per i diritti umani Darya Safai e chi ha intenzione di risarcire il danno arrecatole mentre manifestava pacificamente e con pieno diritto come tutti gli altri tifosi presenti all’Adriatic Arena in occasione dell’incontro di volley Italia-Iran.
Ennesima figuraccia, sottolineata da Michele Serra su Repubblica di oggi, di una città che si vuole “smart” me che non riesce a garantire nemmeno i più elementari diritti di libera espressione sanciti oltretutto dalla stessa legge.
Per i “le forze dell’ordine” pesaresi forse ci sono due pesi e due misure per manifestare:
Le Sentinelle in piedi che offendono le persone Lgbt non possono essere avvicinate nemmeno a dieci metri, e vengono protette coi loro deliri da un ampio cordone poliziesco,
Casa Pound che imbratta di notte non viene attenzionata,
invece una donna sola che regge uno striscione per ricordare, con estrema dignità, la situazione delle donne sportive in Iran, viene strattonata e portata via come fosse una delinquente.
VERGOGNA!
Michele Serra ha ragione: esigiamo delle scuse e il risarcimento per lo striscione strappato in pezzi! Facciamo un appello affinché vengano subito presentate delle scuse alla signora Safai, per questo episodio inaccettabile.


https://femminismi.wordpress.com/2017/06/04/scuse-ufficiali-per-darya-safai-subito/

sabato 3 giugno 2017

E' successo nuovamente...Ed anche vicino a noi. Parole scagliate come pietre contro donne che fanno politica

                                                                Quando 
Sindache, Sindaci, Vicesindaci, 76 in tutta la Lombardia, siglano il Protocollo per l'accoglienza di migranti sul proprio territorio e succede che vengano ricoperte di insulti [lettere anonime, minacce di morte e di stupro, volgarità che non ripetiamo ma rintracciabili sui socialmedia, ] sole tre donne: Mara Rubichi, vicesindaco di Cesano Boscone, Monica Chittò, Sindaca di Sesto San Giovanni, Siria Trezzi, Sindaca di Cinisello Balsamo.
                                                                 Quando 
molti candidati e molte candidate stanno volantinando a Sesto San Giovanni in campagna elettorale e solo una donna, Marinella Maioli,viene aggredita fisicamente
                                             
                                         Vuol dire che siamo alle solite
siamo di fronte ad atti di intollerabile violenza nei confronti delle donne [in questa circostanza contro le donne che fanno politica] che vengono colpite in quanto donne, non giudicate per le loro azioni politiche che possono certamente essere non condivise e criticate.
                           
            Diamo la nostra solidarietà alle donne vicine a noi 
ed a tutte quelle donne in Italia e nel mondo che vengono quotidianamente violentate verbalmente, fisicamente, psicologicamente, economicamente. Nel privato e nel pubblico, per motivi personali e per motivi politici tutti riconducibili ad una causa: il sessismo che permea le società.

Corsico 2 giugno 2017

Festa della Repubblica Italiana e dell'ingresso in politica delle donne italiane che hanno votato per la prima volta il 2 giugno 1946.

venerdì 2 giugno 2017

2 giugno, ecco le donne che hanno fatto la Repubblica di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi


Dalle 21 Costituenti alle prime donne ministro, passando per Sindaci, Presidenti della Camera, Segretarie di partiti e pioniere della politica che hanno aperto la strada alla parità di genere nelle istituzioni

L’Italia è una Repubblica fondata… sulle donne. Inutile girarci attorno, anche se non riconosciute, visto il gap persistente nello loro partecipazione alla vita pubblica ed economica del paese, sono loro la vera ossatura di questa nazione. E lo furono anche nel corso della storia, partecipando alle lotte d’indipendenza e a quella partigiana, ma anche dovendo lottare per vedersi riconosciuto il più universale di tutti i diritti: quello di poter votare ed essere attrici del proprio destino.  In principio furono le suffragette, un ristretto gruppo di donne istruite e combattive che nel primo ‘900 lottò strenuamente per ottenere l’estensione del suffragio alle donne italiane. Il debito di riconoscenza verso figure come Lidia Poet, Anna Kuliscioff, Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Sibilla Aleramo e Giacinta Martini Marescotti, pioniere della parità di genere in Italia, è oggi ampiamente riconosciuto, perché senza di loro, forse, quel 2 giugno di 71 anni fa, le donne si sarebbero ritrovate ancora escluse dalla possibilità di votare e accedere al Parlamento.

Certo la strada è stata lunga, e l’elezione delle 21 Costituenti nel 1946 non ha risolto il ritardo italiano della presenza femminile nelle istituzioni, se ancora oggi certe cariche restano appannaggio maschile. Ma la presenza tra gli scranni di Montecitorio delle Costituenti ha segnato un vero spartiacque nella storia del nostro Paese e le 21 donne entrate all’Assemblea sono diventate un simbolo dell’emancipazione femminile. Quasi tutte laureate, provenienti da tutta la penisola, in maggioranza sposate, insegnanti, giornaliste, sindacaliste, casalinghe, spesso con un passato partigiano, militanti comuniste, socialiste, democristiane e in un caso del movimento dell’Uomo Qualunque: per tutte, l’Assemblea Costituente rappresentò l’occasione irripetibile di migliorare giuridicamente la condizione della donna nella società italiana.

Entrarono in Parlamento e lavorarono alla stesura della Costituzione come la conosciamo ancora oggi, dando ognuna un contributo specifico e aprendo la strada alle future deputate della Repubblica italiana e in generale a tutte le donne intenzionate ad affermarsi professionalmente nei vari ambiti della società, istituzionali e non. La Costituente sarà per alcune di loro solo la prima tappa di una brillante carriera politica, basti pensare, per citarne solo alcune, a Nilde Jotti, presente in Parlamento fino al 1999 e prima donna a diventare Presidente della Camera, ad Angela Guidi Cingolani, primo sottosegretario nel settimo governo da De Gasperi, o ancora ad Angelina Merlin, autrice della legge che abolì la prostituzione e prima senatrice della Repubblica.

Accanto alle Costituenti, il dopoguerra farà crescere un’intera generazione di protagoniste della vita politica, un lungo elenco di personalità femminili che si snoda dall’alba della Repubblica ai giorni nostri, da Tina Anselmi a Camilla Ravera, da Adelaide Aglietta a Irene Pivetti, da Rosa Russo Jervolino a Emma Bonino, fino a Laura Boldrini e Federica Mogherini. Senza dimenticare il contributo delle donne nel resto delle istituzioni,  dalla giustizia all’università, dalle amministrazioni locali all’esercito, anche se restano ancora spazi inaccessibili e alte cariche finora prerogativa maschile, prima tra tutte quelle di Premier e Presidente della Repubblica.
http://www.iodonna.it/attualita/appuntamenti-ed-eventi/2017/06/01/2-giugno-ecco-le-donne-che-fecero-la-repubblica/

martedì 23 maggio 2017

39 anni di 194 di May C.

Accadde in Italia 39 anni fa: il 22 Maggio 1978 viene approvata la Legge 194 che regolamenta l’interruzione volontaria di gravidanza a 90 giorni dal concepimento.

Una legge che nasce dal sangue delle 20.000 donne morte ogni anno a seguito di aborti clandestini e del milione che vi sopravviveva, da decenni di lotte politiche femministe per il diritto di decidere sul proprio corpo.

La 194 abroga le precedenti norme del fascista codice Rocco, che puniva l’aborto con pene da uno a cinque anni di reclusione per reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”, si propone di salvaguardare ‘il valore sociale della maternità’ e disciplinare la pratica dell’aborto, riconosciuto come diritto.

Le contestazioni e l’ostruzionismo del mondo cattolico e conservatore caratterizzano da subito l’applicazione della legge, ponendo una serie di ostacoli alle donne che vogliano avvalersi del nuovo diritto: da veri e propri interrogatori volti ad indagare le ragioni dell’aborto, all’estensione del diritto all’obiezione di coscienza, dal rifiuto della leva obbligatoria al personale medico e paramedico. Pressioni che non diminuiscono ma anzi culminano, tre anni dopo, nel referendum abrogativo del maggio 1981 proposto dal Movimento per la vita, che gli elettori rifiutano con uno schiacciante 68%.

Nel 2017, mentre il numero di aborti in Italia è quasi dimezzato è allarmante il numero di aborti clandestini, circa 20.000 casi annui, 70% dei quali riguarda cittadine italiane e resta altissimo il numero di obiettori fra il personale medico e paramedico, quasi un 70% che va dai dirigenti sanitari ai farmacisti.

Come leggiamo nel report del tavolo salute di Non Una Di Meno: “L’obiezione di coscienza alla IVG si pone come mezzo per sabotare la certezza della realizzazione del diritto della donna a interrompere la propria gravidanza, e dunque come ostacolo al diritto di autodeterminazione delle donne”.
Sono passati quasi quarant’anni e il diritto all’aborto resta tutt’altro che riconosciuto e garantito, e il rispetto della legge 194 non è che il punto di partenza per renderlo effettivo.
http://www.dinamopress.it/news/39-anni-di-194


lunedì 22 maggio 2017

Perché le città sono strutturalmente sessiste Ankita Rao

Anche se non ci facciamo caso, quasi tutte le città sono progettate per gli uomini e il loro lavoro, ma è tempo che le cose cambino.
Ho vissuto in diverse città nel mondo nel corso della mia vita adulta, e non riuscivo a capire esattamente perché mi sentissi più sicura in posti come Mumbai e New York rispetto a Delhi e DC.
In parte la cosa appare nelle statistiche — a Delhi i casi di violenza contro le donne sarebbero più numerosi che a Mumbai, e a DC il crimine è più violento che a New York. In parte, è anche esperienza personale — a DC sono stata seguita per strade silenziose, e un tizio mi si è parato davanti in pieno giorno con i genitali in mostra. A Delhi, una sera ero indecisa se chiamare un Uber o no, e il giorno dopo una donna ha accusato il suo autista di stupro.
Provavo un disagio palpabile nel muovermi per queste metropoli e nel cercare di capire quale fosse il mio posto nelle loro infrastrutture. Da allora ho imparato che il mio istinto trovava origine in una lunga storia di pianificazioni urbane, e nel modo in cui la maggior parte delle città non hanno mai tenuto conto delle donne nella loro progettazione.

"'Il posto di una donna è dentro casa' è uno dei princìpi più importanti del design architettonico e della pianificazione urbana negli Stati Uniti da un secolo a questa parte," scriveva Dolore Hayden, una storica della pianificazione urbana, nel saggio del 1980 What Would a Non-Sexist City Be Like?

Ora ci troviamo in un momento cruciale per l'urbanistica, perché alcuni dei sistemi annosi che usiamo sono stati rovesciati dall'innovazione o dall'economia. Abbiamo Uber e altri sistemi di ride-sharing che sostituiscono i sistemi di trasporto tradizionali, ed Elon Musk sta cercando di costruire l'Hyperloop e i tunnel sotterranei. I nostri stessi stili di vita sono in mutamento: sempre più giovani convivono prima di sposarsi e vivono più a lungo con i propri genitori.
Non possiamo cancellare con il design sessismo e tizi inquietanti alla fermata del treno. Si tratta di alcuni dei problemi più antichi e insidiosi della nostra cultura, e chi si occupa di urbanistica non può risolverli da solo. Ma i pianificatori urbani stanno esplorando nuove forme di design e tecnologia che, per la prima volta, potrebbe includere l'altra metà della popolazione.
I trasporti rappresentano spesso il settore dell'urbanistica in cui il divario di genere diventa più evidente. La Banca Mondiale tiene persino una conferenza annuale per discutere dell'inclusività dei trasporti, perché può rappresentare di fatto il segno distintivo del successo economico e sociale di una città.
"Abbiamo bisogno di un sistema che connetta senza soluzione di continuità ogni cosa — che permetta alle persone di personalizzare il proprio tragitto," ha detto Susan Zielinski, ex urbanista per la città di Toronto e professoressa dell'università del Michigan.
Zielinski, che ha contribuito a progettare nuovi sistemi e protocolli per rendere più eque le infrastrutture cittadine, mi ha detto che molta della discussione riguarda l'accesso.
Ci sono diverse ragioni per cui le donne hanno accesso ai mezzi di trasporto in modo diverso rispetto agli uomini. Per esempio, le donne hanno diverse abitudini di trasporto perché molte di loro fanno avanti e indietro tra casa e lavoro, facendo quindi più viaggi brevi al giorno rispetto agli uomini. È anche più probabile per le donne fare commissioni rispetto ai mariti, e più donne lavorano come freelance degli uomini — uno stile di vita che spesso richiede spostamenti e giorni di lavoro erratici. Inoltre, fintantoché le donne saranno pagate meno degli uomini (80 centesimi contro un dollaro pieno negli Stati Uniti, in media), hanno bisogno di un sistema che sia adatto a una disponibilità economica diversa.
"In ultima istanza, i mezzi di trasporto sono il fulcro che permette alle donne di prendere parte alla forza lavoro," ha detto Sonal Shah, una pianificatrice urbana che lavora all'Institute for Transportation and Development Policy.
Il problema dell'accesso è aggravato ulteriormente da fattori di sicurezza: la maggior parte delle donne che conosco a New York si è trovata nell'orribile situazione di sedersi di un vagone del treno semi vuoto, con un tizio allupato che le guardava negli occhi mentre si toccava. E le stazioni del treno, i parcheggi e le fermate dell'autobus agli angoli bui e isolati delle strade rendono più difficile per le donne andare al lavoro prima dell'ora di punta, o restare fino a tardi per finire un progetto — cosa che alimenta il circolo vizioso delle paghe inique.
Alcune città hanno iniziato ad adeguare i propri sistemi nell'ottica di una maggiore accoglienza. In Brasile, per esempio, la città di Rio de Janeiro, ha cercato di rendere i treni più sicuri aumentando l'illuminazione in ogni carrozza. E si è unito a paesi come il Giappone e l'India nell'installare vagoni solo per donne, una soluzione provvisoria per ambienti altrimenti ostili. Anche New York sta considerando di aprire passerelle tra le carrozze della metro, cosa che permetterebbe ai passeggeri di muoversi dalle parti più isolate del treno ad altre.
In India, dove le molestie sessuali sono diventate un problema nazionale negli ultimi anni, il governo ha cercato di installare telecamere a circuito chiuso o di sorveglianza, nei treni e nelle stazioni, e sistemi di illuminazione più consistenti. Ma, come ha sottolineato Shah, questi ultimi non raggiungono ogni singolo angolo. E non sono sempre un bene per la società — posso avere un ritorno di fiamma sui quartieri più poveri e causare problemi per la salute e preoccupazioni per la privacy.
Zielenski ha detto che anche i paesi scandinavi — cosa che non sorprende, considerate le loro note politiche di uguaglianza di genere — hanno reso più semplici i propri sistemi, collegando treni, auto e biciclette in modo più accessibile e fluido.
Inoltre, la nuova generazione di pianificatori e legislatori sta seguendo questo esempio in tutto il mondo, anziché limitarsi a spingere per un numero di maggiore di auto e strade migliori. "I millenials capiscono i sistemi e la multimodalità, non sovrappongono la propria identità all'essere proprietari di una macchina," ha detto.*
Mentre il sistema dei trasporti fa qualche passo verso l'equità, restano da discutere i luoghi in cui viviamo, lavoriamo e passiamo il tempo libero. È in questi spazi che lottiamo letteralmente contro secoli di pianificazione urbana patriarcale.
Come ha scritto Dolores Hayden in What Would a Non-Sexist City Be Like?, la maggior parte delle città è stata costruita perché gli uomini potessero andare a lavorare mentre le donne restavano in casa a badare ai bambini. Tornare a casa rappresentava una tregua per gli uomini, per cui era preferibile che le abitazioni fossero del tutto separate dal luogo di lavoro, specialmente da quando molti dei lavori disponibili erano in fabbriche sporche o inquinate.
Questi piani urbani a zone singole, dove i mezzi di sussistenza sono separati dalle abitazioni, non è cambiato quando sempre più donne hanno iniziato a lavorare, o quando il lavoro si è spostato dalle fabbriche agli uffici dopo la rivoluzione industriale. Ora, la situazione pesa particolarmente sulle spalle delle donne, e non solo perché hanno ancora il 40 percento in più di responsabilità nella gestione della casa e dei figli, di media.
Hayden ha detto che uno dei modi migliori per dare sostegno alle donne, specialmente quelle che lavorano, è creare più situazioni comunitarie. Le case costruite intorno a cortili dove i genitori possono badare ai figli degli altri, o dove i vicini possono condividere le auto, per esempio, potrebbe rappresentare un vantaggio per le madri che lavorano. Al momento, possiamo fare affidamento su asili, tate, o un'organizzazione oraria spietata che non fa che togliere soldi e tempo alle donne.
A Vienna, in Austria, i pianificatori urbani hanno iniziato a ragionare attivamente sulla cosa nel 1993. In un progetto chiamato Frauen-Werk-Stadt (Donne-Lavoro-Città), hanno costruito edifici di appartamenti circondati da aree circolari di verde e cortili. I complessi includevano asili, farmacie e ambulatori medici. Ed erano connessi comodamente ai mezzi pubblici. Il progetto è ora salutato come esempio di successo dalle Nazioni Unite.
Il progetto di Vienna si è esteso anche oltre gli spazi residenziali. A Vienna, i pianificatori urbani hanno ampliato i marciapiedi, illuminato strade e vicoli, e ri-progettato i parchi pubblici.
Nonostante gli spazi pubblici come le piazze e i parchi siano storicamente pensati per unire le persone, possono anche mettere le donne in una posizione di maggiore vulnerabilità. Sono rimasta stupita quando Emily May, la direttrice di Hollaback NYC, una succursale locale dell'organizzazione anti-molestie, mi ha detto che le donne di New York segnalano il numero più alto di casi di molestie per strada in aree come Times Square e Penn Station, non negli angoli bui e vuoti della città.
"Presumiamo che le persone intorno a noi risponderanno," ha detto, ma gli astanti non sono affidabili. "Il trauma aumenta quando nessuno dice niente." May ha detto che ci sono fattori tangibili che fanno sì che le donne si sentano meno sicure in una città — una mancanza di vetrine e illuminazione, per esempio, che può essere risolta.
La sicurezza pubblica non è, ovviamente, solo un prodotto di un'urbanistica povera. In gran parte, è legata alla cultura e alle forze dell'ordine. E le donne di colore e le persone appartenenti alla comunità LGBTQ subiscono più molestie delle loro controparti bianche ed eterosessuali. Ma progettare sia gli spazi pubblici che quelli privati tenendo a mente le donne cambierebbe drasticamente il tipo di esperienze che vivono, e il modo in cui la società interagisce.
Tornando alle città in cui ho vissuto, alcune di queste informazioni mi hanno aiutato a comprendere le mie stesse esperienze. A Mumbai, per esempio, gli spazi pubblici erano ben illuminati e brulicavano di donne e uomini allo stesso modo, mentre uscire dalla metro a Delhi spesso significava ritrovarsi in angoli squallidi su grosse strade. A Washington, DC, la metro ha molte meno fermate di quella di New York, e le aree in cui vivevo erano spesso lontane dagli edifici dove lavoravo e dai parchi ben curati, il che prevedeva lunghe camminate per tornare a casa.
Zielenski spera che la tecnologia e l'innovazione cambieranno il modo in cui le donne esperiscono le città. Un sistema di illuminazione sostenibile lungo i marciapiedi, per esempio, potrebbe illuminare le vie a un costo basso per la città e determinate app potrebbero aiutare le persone a trovare percorsi sicuri per tornare a casa. E molti pianificatori urbani hanno iniziato ad adottare la filosofia del design universale, che tiene conto delle persone disabili, degli anziani e, ovviamente, delle donne.
La pianificazione urbana non cambierà completamente alcuni dei problemi più profondi dell'essere una donna che vive in città — come le molestie per strada o gli uomini eterosessuali che non collaborano abbastanza nei lavori domestici —, ma progettare una città tenendo a mente anche l'altra metà della popolazione creerà un ambiente migliore nella lenta camminata verso l'uguaglianza.
"Il confine dovrebbe cominciare a sfumare," ha detto Zielenski. "Tutto ciò che è bene per le donne, è bene per tutti."
https://motherboard.vice.com/it/article/perche-le-citta-sono-strutturalmente-sessiste

giovedì 18 maggio 2017

Interconnessioni che ci riguardano #20maggio di Simona Sforza

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.
In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.
Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.
Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:
“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”
Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.
Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.
Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.
Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.
Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.
Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.
L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.
Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.
“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.
Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.
Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.
La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.
Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.
Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.
L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

Consigli di lettura:
http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf
https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/
https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/
http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2017/05/17/interconnessioni-che-ci-riguardano-20maggionon-e-sufficiente-una-sola-giornata-ma-e-necessario-ribadire-limportanza-di-una-attenzione-e-di-un-impegno-tutto-lanno-sabato-ci-sara-la-manifestazion/

domenica 14 maggio 2017

La vera (e un po' triste) storia della Festa della Mamma di Bryan Handwerk

Un secolo fa Anna Jarvis organizzò le prime celebrazioni in onore di sua madre e di tutte le mamme americane. Per poi lottare invano contro lo sfruttamento commerciale della ricorrenza

Il 14 maggio, come ogni seconda domenica del mese, si celebra in Italia e in diversi paesi del mondo la Festa della Mamma. Nata oltre un secolo fa negli Stati Uniti, la ricorrenza ha una storia bizzarra e meno "festosa" di quanto si possa pensare: in origine infatti era una giornata di lutto per le madri che avevano perso i figli in guerra. E Anna Jarvis, la donna che più di tutte aveva propugnato l'adozione della festa, combattè per tutta la vita contro la sua deriva commerciale, morendo sola e senza un soldo in un ospizio.
Tutto ha inizio in West Virginia negli anni Cinquanta dell'Ottocento: Ann Reeves Jarvis, madre di Anna, cominciò a organizzare club di donne impegnate nel miglioramento delle condizioni igieniche e nella lotta alle malattie e alla mortalità infantile. Questi gruppi, spiega la storica Katharine Antolini del West Virginia Wesleyan College, si occuparono anche dell'assistenza ai soldati feriti durante la Guerra civile americana, tra il 1861 e il 1865.
Nel dopoguerra furono organizzate "Giornate dell'amicizia tra madri" e altri simili eventi pacifisti per promuovere la riconciliazione tra gli ex nemici. Un'attivista, Julia Ward Howe, pubblicò con grande successo un "Mother's Day Proclamation" ("Proclama per il Giorno della Madre") in cui invitava le donne a impegnarsi in politica soprattutto a favore della pace. Nel suo Stato, Ann Jarvis lanciò un "Mother's Friendship Day" per i reduci degli eserciti che si erano combattuti. Ma fu soprattutto sua figlia Anna a battersi per istituire una vera e propria festa, salvo poi passare il resto della vita a osteggiarla.
Anna Jarvis non ebbe mai figli suoi; fu la morte di sua madre, nel 1905, a spingerla a organizzare il primo Mother's Day su scala nazionale. Avvenne il 10 maggio 1908: furono tenute cerimonie a Grafton, in West Virginia, luogo natale di Jarvis, in una chiesa oggi chiamata International Mother's Day Shrine ("Tempio della Festa internazionale della Mamma"); a Philadelphia, dove Jarvis viveva, e in diverse altre città americane. Negli anni seguenti l'appuntamento riscosse sempre più successo, finché, nel 1914, il presidente americano Woodrow Wilson destinò ufficialmente la seconda domenica di maggio alla celebrazione della festività.
"Per Jarvis doveva essere una giornata da passare con la propria madre per ringraziarla di tutto ciò che aveva fatto", spiega Antolini, che ha dedicato al tema la sua tesi di dottorato. "Non era la festa di tutte le mamme, era la festa della migliore mamma che ciascuno di noi avesse mai conosciuto: la propria". Ecco perché Jarvis insisteva che se ne parlasse al singolare: "Mother's Day", non "Mothers' Day" (Festa della Mamma, non "delle mamme").
Ma agli occhi di Jarvis il successo si trasformò in fallimento. Quella che doveva essere una giornata da trascorrere nell'intimità della famiglia diventò presto un'occasione d'oro per incentivare l'acquisto di fiori, dolci, biglietti d'auguri. Anna ne fu profondamente infastidita, e cominciò a dedicare tutta se stessa (e la sua non trascurabile eredità) al compito di riportare la Festa alle origini. Fondò la Mother's Day International Association per riprendere il controllo delle celebrazioni; organizzò boicottaggi, minacciò cause legali e attaccò persino la First Lady Eleanor Roosevelt e le sue iniziative di beneficenza organizzate nel giorno della festa.
"Nel 1923 Anna fece irruzione a un congresso di produttori di dolciumi che si teneva a Philadelphia", racconta Antolini. "Due anni dopo si ripeté al congresso delle American War Mothers, un'associazione che esiste tuttora, che nel giorno della Festa della Mamma vendevano garofani per raccogliere fondi. Anna fece irruzione nella sala e fu arrestata per disturbo della quiete pubblica".
Anna Jarvis continuò a combattere per la "sua" festa almeno fino ai primi anni Quaranta. Morì nel 1948, a 84 anni, in un ospizio di Philadelphia, senza un soldo e afflitta da demenza senile. "Avrebbe potuto approfittare della sua invenzione se avesse voluto", commenta Antolini, "ma invece continuò a combattere contro chiunque ne approfittasse. Per questa battaglia diede tutto ciò che aveva, sia dal punto di vista fisico che da quello economico".

La Festa del Consumo

Oggi naturalmente la vocazione commerciale della Festa della Mamma è più viva che mai. Secondo la National Retail Federation - l'associazione dei rivenditori al dettaglio - le famiglie americane spendono in media più di 160 dollari per celebrarla. Per la National Restaurant Association la Festa della Mamma è il giorno dell'anno preferito dagli americani per andare a mangiare fuori. È la terza occasione per lo scambio di biglietti e cartoline d'auguri, dopo Natale e San Valentino: Hallmark, il noto produttore, ne vende ogni anno 133 milioni. Dopo Natale, è il giorno dell'anno in cui gli americani si fanno più regali.
Dagli Stati Uniti la ricorrenza si è diffusa in tutto il mondo, anche se con sfumature di significato e di entusiasmo diverse. Molti paesi festeggiano la seconda domenica di maggio, tra cui l'Italia, dove la ricorrenza fu "importata" a partire dagli anni Cinquanta. Le cronache raccontano che una delle prime celebrazioni si tenne a Bordighera, zona non a caso famosa per la coltivazione di fiori freschi.
In gran parte del mondo arabo la Festa della Mamma si celebra il 21 marzo, in coincidenza con l'inizio della primavera. A Panama è l'8 dicembre, quando la Chiesa festeggia l'Immacolata Concezione di Maria, la mamma per eccellenza; in Thailandia il 12 agosto, compleanno della regina Sirikit, sul trono dal 1956 e considerata la mamma di tutti i thailandesi.
Una parziale eccezione è la Gran Bretagna, dove la tradizione della cosiddetta Mothering Sunday risale a diversi secoli fa. Fissata per la quarta domenica di Quaresima, la ricorrenza in origine era dedicata non alle mamme ma alle "chiese madri": era infatti una giornata di primavera in cui i fedeli andavano a visitare la loro cattedrale. Solo con il tempo la tradizione ha finito per sovrapporsi con la Festa della Mamma così come si festeggia nel resto del mondo.
http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2014/05/10/news/festa_della_mamma_la_vera_storia-2135893/

sabato 13 maggio 2017

La sentenza della Cassazione sull'assegno di mantenimento post divorzio? Opinioni a confronto: vista da lei (Riccarda Zezza) e vista da lui (Federico Vercellino). E' un atto di civiltà o rischia di rendere elitaria la libertà di decidere di separarsi? Indovinate chi pensa cosa?

Mai più mantenute: per le donne italiane è ora di diventare indipendenti  scritto da Riccarda Zezza
Il divorzio non sancisce solo la fine del rapporto personale, ma anche di quello patrimoniale tra gli ex coniugi. E’ quanto consegue dalla sentenza 11504, depositata ieri dalla Cassazione. Il parametro del mantenimento del “tenore di vita matrimoniale” lascia il posto a un “parametro di spettanza” basato sulla valutazione dell’indipendenza o dell’autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede. Sposarsi, scrive la Corte, è un «atto di libertà e autoresponsabilità». Benvenuti e benvenute nel terzo millennio.
In pratica, il coniuge economicamente più debole – di solito la donna – non potrà più aspettarsi di essere mantenuto per tutta la vita dal coniuge economicamente più forte – di solito l’uomo. Non potrà aspettarselo dopo la separazione, ma forse comincerà a farci i conti da prima. Conseguenze e precauzioni:
money1) sposarsi non è più “sistemarsi”. Sparisce il principe azzurro, le donne si preoccuperanno di essere economicamente indipendenti sin da subito, anche se si sposano: questa secondo me è un’ottima notizia. Scegliersi, sposarsi, fare una famiglia sono atti di libertà e tali devono restare: e la libertà è sempre impossibile se una delle due parti dipende dall’altra.
2) Le donne dovranno imparare a negoziare. Le donne che non lavorano, o quelle che lavorano ma fanno meno carriera o sono pagate meno a causa di disparità di trattamento o del fatto che si occupano anche della famiglia, al momento del divorzio non potranno contare su alcuna integrazione del proprio reddito da parte dell’ex coniuge, non ne avranno diritto. Soluzione (in attesa che l’Italia avanzi nella sua capacità di impedire le disuguaglianze di genere): le donne devono imparare a negoziare col proprio coniuge – ovviamente molto prima di decidere di separarsi, anzi proprio quando si decide di sposarsi: è quello il momento giusto per pianificare al meglio l’eventuale fine – un corrispettivo economico se sono loro a sacrificare parte del proprio reddito per dedicarsi alla famiglia. Se è lei a dedicare più tempo a casa e famiglia e per questo a guadagnare meno, parte dello stipendio di lui deve finire sul conto di lei, e non sul conto di lui usato “per lei”.
Ne consegue anche che le donne dovranno sapere molto di più a proposito del reddito familiare. Dovranno dare un valore al proprio lavoro familiare, dovranno saper negoziare. Tutte doti che si riveleranno utili sia nel rapporto di coppia che nel mondo del lavoro. Basta pranzi gratis, è questa la notizia. Ma attenzione perché, se le donne sapranno interpretare bene la fine di questa era, i primi pranzi gratis a finire saranno proprio quelli degli uomini che guadagnano di più perché trascurano completamente le attività familiari… e sono ancora convinti che il reddito che ne deriva spetti tutto a loro di diritto.
http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/05/11/mai-piu-mantenute-per-le-donne-italiane-e-ora-di-diventare-indipendenti/?uuid=106_FzNThGgB


Il divorzio? Diventa una questione da ricchi  scritto da Federico Vercellino
Da ieri per la Cassazione, in caso di divorzio, il criterio per la titolarità di un assegno di mantenimento è l’autosufficienza e non il tenore di vita. Pare che sia una sentenza femminista, pare che sia una rivoluzione, se ne discute molto e se ne scrive altrettanto, ma quelle che mi paiono prevalere sono due posizioni che si possono sintetizzare in “meno mantenute, più astrofisiche” e in “finalmente liberi da queste sanguisughe”.
Invece brutta sentenza, secondo me, perché parte dalla presunzione – smentita da fatti e numeri – che esista una parità retributiva e occupazionale fra donne e uomini, perché non riconosce il tempo di cura – spesso distribuito in maniera disomogenea fra i coniugi – e perché rende ancora più fragile e ricattabile il soggetto più debole in un matrimonio o in un’unione. Il soggetto più debole è quello che non lavora per dare cura, o che lavora meno per dare cura e permettere all’altro carriera, o quello che lavora ma guadagna meno o è comunque più debole economicamente. Proprio chi si prende cura della famiglia, a scapito della carriera e dello stipendio, sarà meno indipendente o pagherà molto più cara la sua indipendenza. “Donne svegliatevi”! Sì, certo ma le tutele sono importanti per chi arranca, non per chi ce la fa.
divorzio5A dirla tutta, la sentenza di Cassazione interessa ben poco: riguarda un caso specifico ormai piuttosto noto; recepisce un indirizzo maggioritario che viene utilizzato dai tribunali per calcolare l’assegno divorzil; e poi il nostro ordinamento non è un common law. Vale molto di più il clamore che suscita. Il racconto che se ne fa è quello di una conquista civile. Eppure non esistono libertà civili agibili senza libertà economiche e se in Italia ci sono circa 800mila padri separati che vivono sotto la soglia di povertà non è colpa delle pretese delle mogli. Le cause probabilmente vanno cercate nell’alto numero di famiglie monoreddito perché uno dei due non ha altra scelta che di restare a casa con i figli; oppure perché i salari sono bassi, il potere d’acquisto diminuito, l’occupazione scarsa.
Le separazioni e i divorzi hanno sempre un impatto economico negativo, talvolta gravissimo o devastante e forse sono roba da ricchi.
http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/05/11/il-divorzio-diventa-una-questione-da-ricchi/?uuid=106_M0f89aLN





mercoledì 10 maggio 2017

Domenica 28 maggio alle ore 9,30 torna la MagnaLonga SUDOMI, la gita in bicicletta attraverso il Parco Agricolo Sud

Buongiorno a tutte e tutti gli appassionati delle due ruote, che quest’anno festeggiano i 200 anni!
Torna la MagnaLonga SUDOMI, la gita in bicicletta attraverso il Parco Agricolo Sud all'insegna del buon cibo locale, della conoscenza del territorio e del divertimento! Iscrizioni entro il 22 maggio 
                                  Domenica 28 maggio alle ore 9,30
Per questa terza edizione, proponiamo un nuovo percorso e un nuovo tema che caratterizzerà le tappe della gita: quello del riscatto dalle mafie con un viaggio tra i beni confiscati del Sud Ovest



domenica 7 maggio 2017

Grazie Riccarda Zezza: una serata ricca di spunti di riflessione e di scoperte arricchenti


Grazie anche a tutte le amiche e gli amici che hanno partecipato alla serata con attenzione e hanno arricchito la discussione con i loro interventi




mercoledì 3 maggio 2017

Le piccole eroine “ribelli” della letteratura per l’infanzia di Roberta Marasco

"Storie della buonanotte per bambine ribelli" è il libro più venduto (e più discusso) del momento. Come racconta su ilLibraio.it la scrittrice Roberta Marasco, nella storia della letteratura per l'infanzia non mancano le piccole eroine "ribelli": da Pippi Calzelunghe alle "Piccole donne" raccontate da Astrid Lindgren, passando per Matilde, senza dimenticare libri come "Stargirl" di Jerry Spinelli, "Tornatràs" di Bianca Pitzorno, "L’evoluzione di Calpurnia" di Jacqueline Kelly e...
Quante bambine ribelli hanno popolato le pagine della letteratura per l’infanzia? Quante e quanti di noi hanno trovato nelle loro storie il coraggio di scrivere la propria, anche uscendo dai margini, se necessario? Io personalmente sarò sempre grata a Louisa May Alcott per aver fatto sposare Jo di Piccole donne (fosse pure con il noioso e pacato professor Bhaer), convincendomi che le donne testarde e con un caratteraccio non sono destinate a restare zitelle. Del resto, fin da quando Cappuccetto Rosso sceglie la strada sbagliata e rende la visita alla nonna molto più movimentata, il dubbio si instilla nella mente di ogni bambino: “E se prendessi la direzione proibita, invece?” L’avventura è lì, a un passo da noi, in agguato dietro ogni disobbedienza.
Le bambine ribelli delle storie con cui siamo cresciute e con cui crescono i bambini di oggi, però, non sono solo disobbedienti. Spesso sono semplicemente diverse. Seguono le proprie passioni e inclinazioni sfidando i sopraccigli alzati e i sorrisetti di chi le circonda. Continuano a essere se stesse, nonostante tutto.C’è un’altra lezione racchiusa in queste e in molte altre storie: la solitudine. Non è uno stigma, soprattutto quella femminile, come ci hanno abituate a pensare. Non è necessariamente sbagliata. È una tappa, una scelta, perfino uno strumento, a volte. Quasi sempre è il prezzo da pagare quando si decide di fare di testa propria. Di tutti i consigli che vorrei dare a mia figlia, forse questo è il più difficile e il più necessario. Non farti spaventare dalla solitudine, non sempre è il segno che sei sulla strada sbagliata, anzi. E non dura in eterno. A volte è l’unico modo per trovare i compagni di strada giusti, a cominciare da se stesse.
Fra le tante, tantissime storie di bambine ribelli, coraggiose, anticonformiste, eccone alcune, in rappresentanza di tutte le altre. Tutte, in modi diversi, cercano di affermarsi per quello che sono e di restare fedeli a se stesse, a dispetto del mondo che le circonda.

Piccole donne di Louisa May Alcott
La prima non può che essere lei, Jo March. 
Jo che si taglia i capelli per pagare il viaggio alla madre, insegnandoci così fra le righe che la via più retta è quella che ci porta verso noi stesse; 
Jo che scrive e legge nella sua soffitta, perché le passioni delle donne vanno tenute nascoste, ma prima o poi, a crederci davvero, trovano il modo per uscire nel mondo. 
Jo che non si lascia imbrigliare da nessuno, che trova il modo di conciliare lo spendersi per gli altri con le proprie aspirazioni, sia pure sotto lo sguardo arcigno e severo della zia. 
Jo ha insegnato a eserciti di ragazzine che la libertà va conquistata, che non te la regala nessuno, che spesso te la tolgono da sotto il naso quando credevi di essertela guadagnata e che ci sarà sempre qualcuno che cerca di domarti, anche quando sei convinta di fare la cosa giusta. Ma che non esiste sogno troppo audace per poter essere vissuto.

Matilde di Roald Dahl
La piccola Matilde, intelligente e gentile e spietata, se necessario, come quando si tratta di riempire di colla il cappello di papà. 
Matilde, che vive in un mondo che non la merita, nata in una famiglia che non la merita e tormentata da una direttrice che non la merita, è la speranza di riscatto di chiunque sappia di essere speciale anche se nessuno sembra accorgersene. 
Matilde non vacilla mai, tiene testa a qualunque forma di autorità, procede decisa per la sua strada senza lasciarsi sfiorare dalla crudeltà altrui, sempre fedele a se stessa e alla sua idea di amore, anche a costo di rinunciare all’irrinunciabile, alla parodia di affetto che le è toccato in sorte, quello della propria famiglia.

Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren
Pippi è la fantasia personificata, la dimostrazione che tutto è possibile, con un po’ di ottimismo e con un gran sorriso stampato in faccia. 
Pippi non si adegua alla realtà, sfida ogni legge, a cominciare da quella di gravità, smentita dalle treccine orizzontali color carota. 
Pippi è leggerezza, è fiducia, è l’amica che tutti vorremmo avere o la bambina che vorremmo diventare.
Pippi è irriverente, creativa, sovversiva, con le sue scarpe troppo grandi e il letto usato al contrario. Pippi è colorata e sfacciata e inarrestabile. È l’eroina di chi vuole sentirsi libero e reinventare il mondo.

L’evoluzione di Calpurnia di Jacqueline Kelly
Unica femmina di sette figli, stritolata dal calore impietoso del Texas, la piccola naturalista in erba Calpurnia è il punto di riferimento di qualunque ragazzina che invece di scappare davanti a un lombrico si chiede se sia possibile addestrarlo. 
Anche Calpurnia si taglia i capelli, ma senza i nobili propositi di Jo. Al contrario, la sua è una disobbedienza astuta e sottile. Davanti al rifiuto della madre, deciderà di tagliarli lo stesso, ma un pollice alla volta, in modo che nessuno se ne accorga.
Calpurnia è curiosa, ironica, intelligente, imprevedibile. La sua è una ribellione fatta di piccole scoperte continue, la storia di un’emancipazione spontanea e inarrestabile, come la natura che la circonda.

Momo di Michael Ende
Momo vive fra le rovine di un anfiteatro, alla periferia di una città senza nome. Non ha una famiglia, non ha amici, non ha praticamente niente, neanche un’età, tranne il suo lungo cappotto, il nome che si è data da sola e la capacità di ascoltare. 
Momo è il nostro tempo più prezioso, è il nostro presente un attimo prima che diventi passato, è la nostra occasione di felicità, più concreta di quanto sembri e più fragile di quanto crediamo. 
Momo è il punto di vista che ci salverà, è la protagonista che tutti sentiamo il bisogno di difendere e preservare intatta dentro di noi, nascosta nelle nostre giornate e nell’adulto che siamo diventati.

Stargirl di Jerry Spinelli
Quanto è difficile essere se stessi? Tanto quanto arrivare in una scuola di provincia con un topo in tasca e la passione per l’ukulele; quanto vestirsi in modo stravagante dove tutti gli altri cercano di omologarsi, quanto piangere ai funerali degli sconosciuti o tifare per la squadra avversaria o ballare senza musica o augurare buon compleanno a chi non ti rivolge neanche la parola. Essere se stessi è tanto difficile quanto essere entusiasti e scegliere di cambiare il mondo e renderlo più felice, invece di cercarne uno che ci assomigli di più. 
Stargirl è l’eroina per chi vuole guardare la realtà con occhi nuovi, per chi cerca il coraggio di fare di testa propria, per chi ha bisogno di sentirsi a casa senza smettere di sentirsi se stesso.

Tornatràs di Bianca Pitzorno
Colomba è la piccola paladina dei deboli, dei diversi, di chi non si arrende. È l’eroina che ci salva dalla realtà, dalla brutta televisione, dagli uomini senza scrupoli, dai prepotenti e dai finali tristi. Anche lei ha una mamma che passa tutto il suo tempo davanti alla televisione (prima di finirci dentro), anche lei deve ricominciare da capo con amici nuovi e nuovi vuoti da riempire, anche lei deve difendersi da sola, oltre a fare la spesa e a preparare da mangiare. 
Colomba è una delle tante eroine senza mamma, così si torna indietro, tornatràs, appunto, verso le proprie origini, verso il passato, verso la felicità perduta e verso il proprio destino. Perché a volte per sentirsi amati bisogna tornare indietro, finché non si è tornati indietro abbastanza da poter ricominciare a guardare avanti.

Roller Girl di Victoria Jamieson
Astrid è decisa a diventare una roller, la sua passione è gareggiare sui pattini, non importa quante cadute dovrà sopportare, quante figuracce, quante umiliazioni. Non importa se la sua migliore amica invece ama la danza e finisce per piantarla in asso. Non importa perché Astrid imparerà a rialzarsi ogni volta, si tingerà i capelli di blu e scoprirà il valore della sfida, oltre a nuove amicizie. 
Anche Astrid deve disobbedire per inseguire i suoi sogni, anche Astrid prende una strada un po’ diversa dal previsto, pur di crescere e realizzare il suo desiderio. Perché quando hai scoperto che cosa vuoi fare davvero, è un attimo smettere di essere Astrid e diventare Asteroide, che attraversa lo spazio e il tempo con la sua scia di fuoco.

Coraline di Neil Gaiman
Coraline è una bambina inquieta, saggia e curiosa, che si aggira da sola, ignorata dagli adulti e dai bambini, in una nuova casa con tredici porte e una quattordicesima che dà su un muro di mattoni. Oltre quel muro c’è un’altra casa, identica alla sua, con un’altra madre, identica alla sua ma con due bottoni al posto degli occhi. 
Anche Coraline ha un nome speciale, che tutti sembrano incapaci di pronunciare senza storpiarlo, proprio come sembra impossibile afferrare i desideri senza storpiarli e scoprire che nessuno li vuole davvero. 
Coraline ci insegna, come scrive lo stesso Gaiman, “che essere coraggiosi non significava affatto non avere paura. Essere coraggiosi significava proprio avere paura, molta paura, una paura da matti, e ciò nonostante fare la cosa giusta”.




martedì 2 maggio 2017

Speranza Scappucci, "Ragazze, salite sul podio" di Paola Mentuccia

Direttrice orchestra si racconta, "Mi onora essere un modello"

 È stata la prima donna italiana a dirigere l'Opera di Vienna. A gennaio di quest'anno è stata applaudita a Roma, con il Così Fan Tutte di Mozart di scena al Costanzi, a febbraio è stata la prima donna della storia a dirigere l'orchestra per il Ballo dell'Opera di Vienna. Senza contare i tanti altri impegni per il mondo, che fanno di lei uno dei giovani talenti più apprezzati dell'attuale panorama musicale. Prima di un incontro con la direttrice d'orchestra Speranza Scappucci, ci si aspetta di avere a che fare con una persona posata e formale, così come la si vede sul podio, nel suo smoking rigorosamente firmato Giorgio Armani. E invece no: la quarantatreenne musicista - che ha iniziato a suonare il pianoforte a cinque anni ed è entrata al Conservatorio di Santa Cecilia a dieci, per poi intraprendere la carriera di direttrice negli Stati Uniti - si presenta sorridente e radiosa, autorevole nel presentare il suo talento e la sua professione ma, al tempo stesso, umile e alla mano. Quando le si chiede di elencare gli altri primati che ha conquistato come direttrice d'orchestra, deve fare mente locale. "Essendo ancora poche le donne che dirigono, mi capita spesso di essere la prima, - spiega in un'intervista all'ANSA - per esempio, di recente sono stata nominata direttore principale all'Opera di Liegi e credo di essere la prima donna". Ma le ragazze si stanno facendo strada nelle orchestre e Speranza Scappucci non ha dubbi che la carriera nella musica non abbia più ostacoli per il genere femminile. Spera di essere, per loro, un esempio: "Le nuove generazioni, le bambine di oggi, che vedono persone come me che intraprendono questa professione, crescono con l'idea che sia un percorso che una donna può fare. Essere un modello per le ragazze mi onora molto".
    Lei comunque non ha bisogno di dimostrazioni, non è legata alle etichette né si sente in gabbia nell'abito maschile. "Non penso - confida- che dirigerò mai con il vestito, scelgo l'abito in base allo stile ma anche alla comodità: il mio è un mestiere in cui bisogna essere comodi per muoversi". "Nel momento in cui dirigi non pensi a cosa ti sei messo, - aggiunge poi sorridendo - pensi solo a fare bene il mestiere". Oggi vive tra Vienna e New York, ma non crede che in Italia non sia possibile intraprendere una carriera come la sua: "Io ho studiato in Italia e ho iniziato la mia carriera in America, dove si valorizzano molto i giovani- sottolinea- ma sono sicura che, con il talento e le giuste opportunità, avrei fatto lo stesso percorso anche qui". La sua vita, racconta, "è stata sempre accompagnata dalla musica", compresa quella rock, pop e dei cantautori italiani, da George Michael ai Duran Duran, da Lucio Dalla a Fabrizio De André e al jazz. Negli ultimi tempi, però, quando non sale sul podio cerca il silenzio: "Quando si lavora così tanto le orecchie hanno anche bisogno di riposarsi", spiega.

    Da qui a giugno, infatti, ha già l'agenda piena di appuntamenti. Un debutto francese, a Parigi, al Théâtre des Champs Elysées per un concerto di gala, poi a Basilea con l'Orchestra sinfonica di Basilea, per tornare all'Opera di Vienna a giugno e dirigere il Don Pasquale di Gaetano Donizetti.
    Sarà in Italia il 23 giugno, a dirigere l'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino nel Cortile di Palazzo Pitti a Firenze.
http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/2017/04/30/-speranza-scappucci-ragazze-salite-sul-podio_c4f1472a-4a81-4970-9658-71f276e7c131.html

lunedì 1 maggio 2017

Il primo maggio delle donne: le pioniere italiane che hanno fatto “un lavoro da uomini” di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi


Dalle prime laureate di fine Ottocento, alle protagoniste della politica. Dalle prime pilote alle astronaute, ecco 25 avanguardie a cui dobbiamo tutte qualcosa
Una donna con l’elmetto antinfortunistico in un cantiere colpisce ancora oggi, come una specie rara, eppure la lunga marcia delle donne nel mondo del lavoro è un racconto scritto soprattutto da pioniere che si sono fatte largo coraggiosamente in tanti ambiti, e parte da molto lontano. Tenacia, ostinata determinazione e una forza inesauribile a non lasciarsi sopraffare dai pregiudizi, e spesso anche dai limiti imposti dalla legge, sono gli ingredienti comuni alle storie di tante donne, che sono state capaci di conquistare il diritto a lavorare in campi tradizionalmente maschili.

Tra le prime a lottare per il proprio sogno professionale, è la piemontese Lidia Poët, che vera apripista, il 17 giugno 1881 diventa la terza laureata in Italia dopo i medici Ernestina Paper e Maria Farné Velleda, ma la prima in Giurisprudenza, con una tesi sulla condizione femminile e il diritto di voto alle donne. Non riuscirà ad esercitare la professione se non nel 1920, quando arriva nei tribunali alla rispettabile età di sessantacinque anni dopo averne trascorsi oltre quaranta di dure battaglie. Nel 1883 la Corte d’Appello di Torino respingeva così la sua richiesta di essere iscritta all’Albo degli Avvocati: «…Non occorre nemmeno di accennare al rischio cui andrebbe incontro la serietà dei giudizi se, per non dir d’altro, si vedessero talvolta la toga o il tocco dell’avvocato sovrapposti ad abbigliamenti strani e bizzarri, che non di rado la moda impone alle donne, e ad acconciature non meno bizzarre…».

Da allora la storia delle donne in carriera è stata un crescendo di faticose conquiste, messe a segno sfidando tradizionalismi di ogni sorta e vincendo i molti pregiudizi sulla prosaica inadeguatezza del gentil sesso. Dall’aviatrice, Rosina Ferrario, che ottiene con ferma volontà il primo brevetto femminile in Italia, e ottavo nel mondo, a Grazia Deledda, che sin da giovanissima lotta contro tutti per poter studiare e realizzare il sogno di scrivere e pubblicare le sue opere fino a essere insignita del Premio Nobel nel 1926.
Una determinazione che accomuna le rare protagoniste della politica da Tina Anselmi, prima a ricoprire la carica di ministro della Repubblica, alla collega di partito Rosa Russo Iervolino prima donna d’Europa ministro dell’Interno, come anche l’alpinista Nives Meroi, insignita del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per gli eccezionali traguardi raggiunti nell’alpinismo di alta quota, un’attività che era rimasta a lungo prerogativa maschile».

Senza dimenticare la sfida portata avanti dall’astronauta Samantha Cristoforetti, arrivata prima italiana tra le stelle, e quella vinta dalla giovane ingegnere nucleare Anna Bassu, che dallo scorso marzo è la prima donna a dirigere un impianto di Enel Green Power e, senza giri di parole, dichiara alla giornalista del Corriere, Elvira Serra: «Credo che gli incarichi debbano essere assegnati per le capacità e il merito, e non sono prerogative né maschili né femminili». Quasi a tendere la mano a quelle audaci antenate che con le loro scelte di vita hanno dimostrato al mondo che non ci sono lavori e occupazioni precluse alle donne.

venerdì 28 aprile 2017

Invito a una festa speciale per mamme (e papà)

Per la Festa della mamma, quest'anno vogliamo fare un dono speciale alle mamme [ed ai Papà]:
incontriamo
 la Dott.ssa Riccarda Zezza,autrice con Andrea Vitullo del  libro“  MaaM - La Maternità è un Master”, che ci racconterà in modo innovativo la maternità [e la paternità responsabile]“occasione di crescita straordinaria che porta con sé nuove energie e abilità essenziali anche per la vita professionale”.



mercoledì 26 aprile 2017

Uccise, torturate, stuprate: le donne partigiane che pochi ricordano di Fabio Zanuso

Hanno salvato ebrei, fatti fuggire gli uomini durante i rastrellamenti. I nazi-fascisti infierivano su di loro
 
Carla era un’infermiera alquanto atipica, curava, cuciva, correva, rischiava.
Non era armata, come Tina, una sua compagna, che in bicicletta percorreva le stradine fra Treviso e Padova, per portare radio ricetrasmittenti, a continuo rischio cappio, e che un giorno decise di farsi dare un passaggio da un camion di nazisti, aggirandoli con la scusa di avere un sacco di libri pesanti dentro la valigia.
Nello stesso periodo Adriana riparava i ricercati dalla gestapo, e quando la banda Koch la catturò, questa donna bellissima fu “stesa su un letto di chiodi e battuta con un arnese che serviva per il camino, persi tutti i denti, mi spaccarono quasi tutte le costole, ma io non parlai, per otto giorni non parlai…. Ah, scordavo, mi strapparono anche tutti i capelli, ma io non parlai”.
Quelle che andavano sui monti si occupavano di tutto, quelle che restavano in citta’ si occupavano di tutto.
Ines, Gina e Livia restarono in città, e si inventarono la prima forma di resistenza pacifica; appena avevano il sentore che nel paese limitrofo le Ss stavano organizzando una rappresaglia, davano l’allarme, tutti gli uomini abbandonavano l’abitato, e loro, donne bellisssime, si schieravano di fronte alle loro case, tenendosi per mano, aspettando i tedeschi cantando le canzoni che di norma si sentivano nelle risaie. Tutte senza armi.
Paola lavorava al Comune, a stretto contatto con i fasci, e riusciva a far sparire centinaia di stati famiglia bollati come “di razza giudia”, alcuni li bruciava, altri li faceva falsificare, Fam. Goldstein diventava Fam. Bianchi, e così salvò migliaia di esseri umani facendoli transitare per i valichi svizzeri, salvo poi essere impiccata in pubblica piazza.
C’era Clorinda, combattente, che venne catturata, stuprata, azzannata dai cani della gestapo, torturata dal capo nazi, infine impiccata pure lei.
Alla fine di queste donne bellissime rimase poco o nulla, si contarono in circa diecimila le vittime deportate, torturate, seviziate e macellate come bovini, talune si salvarono, e a parte casi rarissimi (leggi Nilde Iotti e Tina Anselmi), tornarono a fare i lavori di casa fra le mura domestiche, continuarono a fare la vita di prima, lavare, cucinare, badare, crescere i figli, accudire il focolare, senza che nessuno dicesse loro grazie.
Su 70mila donne bellissime solo 18 furono insignite di medaglia al valore, e null’altro.
Dopo il 25 aprile vi furono le sfilate nelle città liberate, prima gli alleati, poi i gruppi partigiani composti dagli uomini, in fondo alla parata le donne bellissime, solo alcune e non sempre, dato che persino il Pci all’epoca considerava scostumato far sfilare una donna che era stata sui monti con gli uomini, e le medesime venivano insultate dalle donne che non avevano mosso un dito, al grido di “puttane” quando andava bene, e questo comportamento ignobile fece sì che le storie uniche e irripetibili di questo meraviglioso esercito di eroine finisse irrimediabilmente nel dimenticatoio.
Io non vi ho mai conosciute, care Compagne, ma vi avrei sposate tutte.
Mi sento come pervaso da un senso di latente colpevolezza, da uomo mi sento corresponsabile di questo abnorme insulto perpretato per decenni, vi porgo le mie scuse, per quanto possano servire, care donne bellissime.

martedì 25 aprile 2017

Marisa Rodano: un 25 aprile di ieri. E quello di oggi.Conversazione con Marisa Rodano, ricordando il ruolo delle donne nella Lotta di Liberazione inserito da Tiziana Bartolini

“Un 25 aprile che mi è rimasto nel cuore è quello del 1995 quando l’Udi, nel cinquantesimo anniversario, dedicò tutta la giornata alle tante donne che ebbero ruoli di primissimo piano durante la Lotta di Liberazione dal nazifascismo”. È la risposta ‘a caldo’ di Marisa Rodano, classe 1921 e una vita per la politica, alla sollecitazione a raccontarci uno tra i tanti 25 aprile che ha vissuto. “Con quella giornata si volle sottolineare l’importanza delle donne, un contributo che ha avuto un peso sia numerico sia in relazione alle responsabilità affidate loro. È stata una reazione alle celebrazioni che ricordavano solo alcune figure femminili, soprattutto quelle cadute, ma ignoravano volutamente le tante e tante partigiane che sono state protagoniste della Resistenza e che vi hanno partecipato attivamente e in vario modo. Penso alle staffette, ma non solo”.
È il tema della rimozione storica che colpisce le donne, mistificazione che queste ultime devono continuamente contrastare, anche per quanto riguarda gli eventi più recenti. La trasmissione della nostra Storia, e dei suoi valori, è il fondamento della nostra democrazia. E se la memoria collettiva è precaria, quella delle donne è costantemente sotto la minaccia di una erosione che sembra difficilmente  contrastabile. Dal 25 aprile di oltre venti anni fa a quello odierno. Marisa Rodano passa a raccontare un incontro cui ha partecipato la settimana scorsa a Trecastelli, un paese in provincia di Ancona. “È stato commovente ascoltare i pensieri e le poesie degli studenti e delle studentesse delle scuole medie e superiori sulla Liberazione. Le insegnanti li avevano preparati, anche con un filmato sull’esperienza di alcuni partigiani in Piemonte tra cui Marisa Ombra, e si capiva che loro comunicavano lo stupore di chi ha fatto una scoperta. Del resto a casa non si trasmette questa memoria e per fortuna la scuola un po’ colma questo vuoto”.
Ci incuriosisce sapere cosa le hanno chiesto, questi giovani, e anche cosa ha distillato dalla sua lunga esperienza politica una donna che è stata consigliera comunale a Roma, parlamentare - oltre che europarlamentare - e che ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Camera dei deputati, prima donna in Italia. "Ho spiegato il grande ruolo delle donne durante la Resistenza, che senza di loro la Resistenza non si sarebbe fatta. Ho ricordato che fu una donna a portare l’ordine di insurrezione al Comitato di Liberazione di Bologna; ho raccontato alcuni episodi: per esempio di come la moglie del direttore del carcere di Regina Coeli abbia fatto uscire Pertini e Saragat con un falso ordine di scarcerazione. Poi ho parlato loro del ruolo dei Gruppi di Difesa della Donna e del Manifesto con le prime rivendicazioni per la parità salariale e la tutela della lavoratrici madri. Ho spiegato che dalla partecipazione alla Resistenza è nato il diritto del voto alle donne”.
Devono capirlo, i giovani, che la Liberazione è stata la lotta per la conquista della democrazia in Italia e, per le donne, il primo passo verso la conquista di diritti fondamentali loro negati e non ancora ottenuti fino in fondo. Quello delle donne è un cammino sempre in essere, è un traguardo mai raggiunto pienamente o definitivamente. Qual è il senso, oggi, della parola Resistenza o Partigiano, secondo Marisa Rodano? “Stiamo attraversando un periodo molto, molto brutto. Talvolta ho l’impressione di vivere tensioni e premesse analoghe a quelle del 1939, sento il pericolo dello scoppio di un’altra guerra… Oggi una nuova Resistenza richiede per prima cosa ricostruire un progetto di società, poi di spiegare alla gente che bisogna associarsi perché si possono fare cose buone solo se si è uniti mentre invece c’è troppo individualismo, la terza cosa da fare è ricostituire i valori della giustizia e della libertà”.
Speravamo che le donne sarebbero state una risorsa, ma vediamo donne di potere in cui non ci riconosciamo. Che ne pensa? “Molte donne si comportano come gli uomini: hanno perso la capacità di essere sé stesse e nella vita pubblica hanno smarrito il loro bagaglio culturale e di sentimenti, la capacità di affermare una diversità. Considero questa realtà una tra le tante cose negative di questo momento. Rimango convinta, però, che bisogna battersi perché le donne abbiano ruoli paritari in ogni luogo in cui si decide. È l’obiettivo che perseguiamo come Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, aggregazione di associazioni di cui faccio parte”. E che di cui è una delle fondatrici, aggiungiamo noi. Non solo per amore di precisione.

lunedì 17 aprile 2017

Siamo sicure che per essere donne occorra essere Superdonne? di Silvia Vegetti Finzi

E’ sempre con grande dolore che il mondo apprende la morte di una donna e di una mamma che lascia orfano un figlio di 9 anni. In questo caso si tratta di Carmen Chacòn, una figura straordinaria nella storia dell’emancipazione femminile. Nata con una grave malformazione cardiaca, è stata capace di percorrere la straordinaria carriera che l’ha portata a essere la prima donna nominata “ministra della difesa”, nella storia della Spagna e dell’umanità. Tutti la ricordiamo mentre giovane e bella, vestita di una camicetta bianca che rivela la sua gravidanza avanzata, passa in rassegna un reparto dell’esercito che la onora della presentazione delle armi. Anche dopo questo importante incarico, Carmen non ha mai abbandonato la lotta politica. Ed è giusto e doveroso riconoscere la forza e il coraggio con cui ha trasformato una inferiorità fisica in superiorità sociale. Credo che la sua testimonianza colpirà tutte le donne che, col femminismo, hanno rivendicato la parità dei generi, la specificità della loro identità sessuale e il diritto all’autodeterminazione. Ma poiché questo messaggio giungerà a tutte , alle ragazzine che stanno leggendo un libro di grande successo, come Bambine disobbedienti, alle adolescenti in cerca di figure ideali e alle giovani che chiedono conferma dei loro diritti, vorrei suggerire, a costo di essere impopolare, un momento di riflessione. Siamo sicure che per essere donne occorra essere Superdonne? Che l’eroismo personale sia sempre e comunque una virtù, anche quando coinvolge la vita di un figlio?
Nulla ci garantisce che Carmen non sarebbe morta lo stesso, anche se avesse fatto l’impiegata o la sarta, ma non è della persona che sto parlando, quanto della sua icona. L’elogio dell’onnipotenza è sempre pericoloso ma in modo particolare per una generazione, i cosiddetti nativi digitali, soggetta alle lusinghe della Rete, ove la vita simulata, ove tutto è possibile, prende spesso il posto della vita reale. Mentre i successi scolastici, artistici e professionali delle donne stanno trovando il riconoscimento che meritano, scivola sempre più nell’ombra l’altro versante dell’identità femminile, la maternità. Ne sono una riprova il calo delle nascite, l’incremento della sterilità, l’uso abituale di contraccettivi, non preventivi ma posticipati rispetto al rapporto sessuale. Non sappiamo più attendere, scrive Baumann, perché il presente è diventato l’unica dimensione del tempo: vogliamo tutto e subito.
Il rifiuto del limite impedisce di scegliere nella misura in cui ogni scelta comporta di stabilire delle priorità e di rinunciare a delle possibilità. Ma la maternità, idealizzata a parole è poi ostacolata nei fatti. Molte giovani donne si pongono il problema quando suona l’allarme dell’orologio biologico, ma anche allora non hanno esperienze di bambini piccoli, immagini che prefigurino il percorso materno, precognizioni del nascituro, parole per dire un desiderio che proviene dall’inconscio e chiede di essere riconosciuto e valorizzato. La donna che desidera essere madre ha bisogno, per accogliere, di essere accolta. Ma in una società competitiva non c’è posto per sentimenti materni, spesso scambiati per debolezza e inefficienza. Abbiamo bisogno di penombra e di silenzio per ritrovare ciò che manca a una identità compiuta e a una vita armoniosa. I valori femminili non sono migliori di quelli maschili, sono solo diversi e dobbiamo trovare il coraggio di dichiararlo per dare, come diceva un vecchio slogan, “alle donne la forza delle donne”.
http://27esimaora.corriere.it/17_aprile_11/siamo-sicure-che-essere-donne-occorra-essere-superdonne-43ed0332-1e92-11e7-a4c9-e9dd4941c19e.shtml