martedì 17 novembre 2020

La realtà di cui tutte le donne hanno esperienza e che gli uomini non conoscono Traduzione a cura di Luana (grazie!) di un articolo apparso il 15/07/16 su goodmenproject:


Uomini, è la vostra occasione di ascoltare ciò che le donne affrontano sin da quando sono troppo piccole. Quindi: ascoltate. Solo questo.C’è una cosa che accade tutte le volte che parlo o scrivo di problemi femminili. Intendo argomenti come dress code, cultura dello stupro e sessismo.Ricevo commenti come: non ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi? È davvero una questione così seria?

Non è che sei troppo sensibile?   Sei sicura di affrontare razionalmente la cosa?

Ogni. Singola. Volta.  E ogni singola volta mi sento frustrata. Perché non capiscono? Credo di aver realizzato perché.Loro non sanno.Non sanno che ridimensioniamo. Minimizziamo. Ci adeguiamo in silenzio.Diamine, anche se come donne viviamo queste cose, non sempre ne siamo coscienti. Ma lo abbiamo fatto tutte.Tutte abbiamo imparato, per istinto o per esperienza e per errore, come minimizzare una situazione che ci fa sentire a disagio. Come evitare di irritare un uomo o di metterci in pericolo. Tutte, in molteplici occasioni, abbiamo ignorato un commento offensivo. Tutte abbiamo riso di una avance inappropriata. Tutte abbiamo mandato giù la rabbia quando siamo state sminuite o trattate con sufficienza.Non è una sensazione piacevole. È nauseante. È pesante. Ma lo facciamo, perché non farlo potrebbe metterci in pericolo, potrebbe farci licenziare o farci chiamare cagne. Così di solito prendiamo la strada meno precaria.Non è qualcosa di cui parliamo ogni giorno. Non ne parliamo ai nostri fidanzati, mariti e amici tutte le volte che accade. Perché è così frequente, così pervasivo, che è diventato semplicemente qualcosa con cui facciamo i conti.

Quindi, forse loro non sanno.

Forse non sanno che alla tenera età di tredici anni abbiamo dovuto ignorare degli adulti che ci guardavano il seno.    Forse non sanno che uomini dell’età dei nostri padri ci hanno provato con noi mentre facevamo le cassiere.    Probabilmente non sanno che quel ragazzo al corso di inglese ci ha mandato dei messaggi pieni di rabbia solo perché lo abbiamo respinto.  Potrebbero non essere a conoscenza del fatto che il nostro relatore ci dà regolarmente pacche sul sedere.  E di sicuro non sanno che la maggior parte delle volte sorridiamo a denti stretti, guardiamo da un’altra parte o fingiamo di non essercene accorte. È probabile che non abbiano idea di quanto spesso accadono queste cose. Che queste piccole cose sono diventate la routine. Che sono così previste che quasi non ce ne accorgiamo più. Così di routine che le ignoriamo e minimizziamo meccanicamente.  Non mostriamo la nostra rabbia repressa, la paura, la frustrazione. Un sorrisino veloce o una risatina soffocata ci permetteranno di continuare la nostra giornata. Ridimensioniamo. Minimizziamo. Dentro e fuori di noi. Dobbiamo farlo. Non passarci sopra ci metterebbe in condizione di scontrarci più spesso di quanto la maggior parte di noi riesca a fare.

Impariamo a farlo fin da quando siamo piccole. Non abbiamo dato un nome o un’etichetta a questa cosa. Non abbiamo nemmeno badato al fatto che le altre ragazzine facevano lo stesso. Ma stavamo insegnando a noi stesse a padroneggiare l’arte del ridimensionare. Apprendevamo, osservando e valutando velocemente i rischi, come le nostre reazioni avrebbero o non avrebbero dovuto essere. Facciamo un elenco veloce. Lui ci sembra irascibile, arrabbiato? Ci sono altre persone qui intorno? Sembra ragionevole e sta solo cercando di essere simpatico, anche se non potrebbe essere meno capace? Sta per dire qualcosa che avrà un impatto sulla mia vita scolastica/sul mio lavoro/sulla mia reputazione? In pochi secondi determiniamo se rispondere qualcosa o se lasciarci scivolare tutto addosso. Se sfidarlo o se girarci dall’altra parte, sorridere educatamente o fare finta di non aver sentito/visto/percepito.

Succede sempre. E non sempre è chiaro se la situazione è pericolosa o innocua.

È il capo che fa o dice qualcosa di inappropriato. È il cliente che tiene lontana la mancia finché non siamo costrette a sporgerci su di lui per prenderla. È l’amico che ha bevuto troppo e cerca di spingerci in un angolo per un momento di “trombamicizia” anche se abbiamo messo in chiaro che non siamo interessate. È il ragazzo che si infuria se rifiutiamo un appuntamento. O un ballo. O un drink. Lo vediamo accadere alle nostre amiche. Lo vediamo accadere in così tanti scenari e situazioni che diviene la norma. E non pensiamo nulla al riguardo, fino a quella volta che va a tanto così dal diventare pericolosa. Finché non sentiamo dire che quell’amico che ci aveva spinte in un angolo è stato accusato di stupro il giorno dopo. Finché il nostro capo non mantiene la promessa di baciarci alla festa di Capodanno appena ci becca da sole in cucina.  Queste sono le cose che potremmo raccontare ai nostri amici, ai nostri fidanzati, ai nostri mariti.

Ma tutte le altre volte? Tutte le volte che ci siamo sentite a disagio, o nervose, ma non è accaduto niente di più? Quelle volte in cui riprendiamo i nostri affari, senza pensarci due volte? È la realtà dell’essere donne nel nostro mondo.  È mettersi a ridere di fronte a un atteggiamento sessista perché sentivamo di non avere altra scelta. È avere la nausea di aver dovuto “stare al gioco” per tirarcene fuori.  È sentire vergogna e rimorso di non aver risposto per le rime a quel ragazzo, quello che sembrava minaccioso, ma col senno di poi forse era inoffensivo. Forse. È tirare fuori il telefono col dito pronto sul tasto di chiamata quando camminiamo da sole di sera.  È tenere le chiavi strette tra le dita, nel caso in cui avessimo bisogno di un’arma mentre andiamo a prendere la macchina.  È mentire e dire che abbiamo un fidanzato, così un ragazzo accetterà un “no” come risposta.   È essere in un bar affollato/a un concerto/*inserire un qualsiasi luogo affollato*, e doversi girare per vedere chi è lo stronzo che ci ha appena palpeggiato il sedere.  È sapere che anche se lo beccassimo non gli diremmo niente. È camminare nel parcheggio di un centro commerciale e rispondere educatamente “buongiorno” quando un tizio sconosciuto passandoci accanto ci dice “ciao”. È fare finta di non sentirlo mentre ci insulta perché non ci siamo fermate a parlare con lui. “Cos’è? Te la tiri troppo per parlare con me? Che problemi hai? Pfff… cagna!”.  È non raccontarlo ai nostri amici, ai nostri genitori o ai nostri mariti, perché è semplicemente un dato di fatto, una parte delle nostre vite.  

 È il ricordo che ci perseguita di quella volta che siamo state abusate, aggredite o violentate.  È la storia che le nostre amiche ci raccontano, tra le lacrime che ci spezzano il cuore, di quella volta che sono state abusate, aggredite o violentate.  È realizzare che i pericoli che percepiamo, ogni volta che dobbiamo scegliere di confrontarci con queste situazioni, non sono frutto della nostra immaginazione. Perché conosciamo troppe donne che sono state abusate, aggredite o violentate. 

Di recente mi è venuto da pensare che molti uomini potrebbero non essere consapevoli di questo. Hanno sentito parlare di cose del genere, talvolta le avranno viste e saranno intervenuti per fermarle. Ma forse non hanno idea di quanto spesso accadano. Non è detto che sappiano che influiscono su molto di quello che diciamo, che facciamo, e su come lo facciamo. 

Forse dobbiamo spiegarlo meglio. Forse dobbiamo smettere di ignorare noi stesse e di minimizzare. I ragazzi che fanno spallucce o si deconcentrano quando una donna parla di sessismo nella nostra cultura? Forse non sono per forza cattivi ragazzi. Non hanno vissuto la nostra realtà, tutto qui. Noi non parliamo davvero di tutto quello che vediamo e viviamo ogni giorno. Quindi, come fanno a sapere?

Dunque, forse gli uomini buoni che sono presenti nelle nostre vite non hanno idea che dobbiamo affrontare tutto questo regolarmente. Forse per noi è la norma a tal punto che non ci è venuto in mente che avremmo dovuto parlargliene.  Ho pensato che non ne conoscono la portata, che non sempre capiscono che questa è la nostra realtà. Quindi, sì, quando mi infurio per un commento che qualcuno fa per il vestitino corto di una ragazza, non sempre lo capiscono. Quando mi agito per tutto il sessismo quotidiano che vedo, che osservo e di cui sono testimone, quando sento le cose che mia figlia e le sue amiche stanno passando… non realizzano che questa è la punta di un iceberg molto più grande.        Forse sto realizzando che non possiamo aspettarci che gli uomini capiscano quanto sia pervasivo il sessismo di ogni giorno se non iniziamo a parlargliene e a indicarglielo quando si manifesta. Forse sto iniziando a realizzare che gli uomini non hanno idea del fatto che persino quando entriamo in un negozio le donne devono tenere alta la guardia: dobbiamo essere istintivamente consapevoli di ciò che ci circonda e di ogni possibile minaccia.  Forse inizio a capire che fare spallucce e non pensare che sia un grande problema non aiuterà nessuno.   Noi siamo abituate a ridimensionare.  Abbiamo acuta coscienza della nostra vulnerabilità. Siamo consapevoli che se ne avesse avuto l’intenzione, quel tizio nel parcheggio avrebbe potuto sopraffarci e farci qualsiasi cosa avesse voluto.  Ragazzi, questo è ciò che significa essere una donna.  Siamo sessualizzate prima ancora di capire che cosa questo significhi. Ci sviluppiamo fisicamente come donne mentre le nostre menti sono ancora innocenti.  Riceviamo occhiate e commenti prima ancora di avere l’età per prendere la patente. Da uomini adulti. Ci sentiamo a disagio ma non sappiamo cosa fare, quindi andiamo avanti con le nostre vite. Impariamo presto che affrontare a muso duro ogni situazione che ci mette in imbarazzo potrebbe metterci in pericolo. Siamo consapevoli di essere spesso il genere più piccolo e fisicamente più debole, del fatto che ragazzi e uomini sono capaci di sopraffarci se scelgono di farlo. Dunque minimizziamo e ridimensioniamo.Quindi, la prossima volta che una donna vi racconterà di aver ricevuto bacini di apprezzamento, come si fa per chiamare un gatto, e che questo l’ha messa a disagio, non ignoratela. Ascoltate.La prossima volta che vostra moglie si lamenta di essere stata chiamata “amore” al lavoro, non fate apaticamente spallucce. Ascoltate.La prossima volta che leggete o sentite una donna che ha sfidato un linguaggio sessista, non sminuitela. Ascoltate.La prossima volta che la vostra fidanzata vi racconta che un ragazzo le ha parlato in un modo che l’ha fatta sentire a disagio, non ignoratela. Ascoltate.

Ascoltate, perché la vostra realtà non è uguale alla sua.  Ascoltate, perché le sue preoccupazioni sono concrete, non esagerate né eccessive. Ascoltate, perché la realtà è che lei, o qualcuno che lei conosce, in qualche momento della sua vita è stata abusata, aggredita o violentata. E lei sa che c’è sempre il pericolo che le accada. Ascoltate, perché un semplice commento di un estraneo può infondere brividi di terrore. Ascoltate, perché forse sta cercando di fare sì che la sua esperienza non sia quella delle sue figlie. Ascoltate, perché ascoltare non ha mai fatto male a nessuno.

Ascoltate. Solo questo.

https://abbattoimuri.wordpress.com/2016/08/22/la-realta-di-cui-tutte-le-donne-hanno-esperienza-e-che-gli-uomini-non-conoscono/?fbclid=IwAR0uY7VCzBxoNdpTIfgqIY3DQh6VUpzsaTyCZ4Hvl2hv9XAhZnp4s6AJvZI

lunedì 16 novembre 2020

Ihaveavoice

@I.have.a.voice1 Organizzazione no-profit

“Ehi bella, dai, fammelo un sorriso!”

“Che gnocca! Vieni qua, non te la tirare!”

“Che bel c*lo!”

“Non sai quello che ti farei!”

Quante volte camminando per strada, sentiamo certe frasi, da così a molto peggio?

Magari di notte, da gruppi di uomini, con il terrore che possano farci qualcosa di brutto?

Questi non sono complimenti, né attenzioni lusinghiere, questa è una vera e propria molestia.

Il “catcalling” consiste in frasi ammiccanti non richieste da uomini sconosciuti verso donne che camminano per strada. La donna, quindi, viene trattata come un oggetto a disposizione del piacere maschile. È una una forma di violenza, che genera ansia, stress, rabbia e senso di impotenza.

La donna si può sentire in colpa, perché forse se non avesse indossato quel vestito non avrebbe attirato attenzioni o se non avesse quel seno prosperoso non le avrebbero detto quelle cose oscene. 

La donna si può sentire in pericolo, perché non si sa quali siano le vere intenzioni e se si sta rischiando qualcosa di grave, come uno stupro.

La donna si può sentire inerme, perché non sa cosa fare, come reagire: ribattere e rischiare di peggio o stare zitta e subire?

La donna si può sentire arrabbiata, perché si sente considerata come un oggetto sessuale, non rispettata, e non c'è niente che possa fare per difendersi.

Le donne lo subiscono e gli uomini si sentono in diritto di poter dire e fare qualsiasi cosa alle donne, come se, appunto, l'esistenza stessa delle donne fosse legata al loro piacere. Come se le donne fossero sempre e comunque a loro disposizione.

Ci hanno fatto credere che dovevamo sentirci apprezzate, che siamo belle solo se l’occhio maschile ci lusinga.

Ci hanno fatto credere che le parole dei maschi fossero fondamentali per la nostra autostima, che dovevamo ascoltare la loro voce più della nostra.

Ci hanno fatto credere di essere arrabbiate o esagerate, quando ci siamo riprese la nostra voce e abbiamo smesso di subire in silenzio.

Ma non è così. 

Abbiamo tutto il diritto di pretendere rispetto.

Non solo chiederlo, ma pretenderlo.

Non siamo qui per il piacere di nessuno, se non per il nostro.

Il catcalling spaventa le donne e ne limita la libertà, non facendole sentire al sicuro. È una violenza che in Francia è considerata reato.

Quando le donne potranno girare per la città, di notte, da sole, senza provare paura? 

In che modo sarebbe diversa la nostra vita se gli uomini non si ritenessero in diritto di considerarci oggetti a loro disposizione?

C’è bisogno di una maggior sensibilità nei confronti di questo tema. Non deve essere banalizzato o analizzato in modo superficiale, perché rappresenta una vera minaccia per le donne. E, soprattutto, a vergognarsi non deve più essere chi lo subisce, ma chi lo pratica.

Mettiamo fine al catcalling.

https://www.facebook.com/I.have.a.voice1/posts/3982731178420821

sabato 14 novembre 2020

Femminicidi: Lettera aperta a giornaliste e giornalisti

 "... la violenza contro le donne non può essere ridotta a meri fatti di cronaca... facciamo appello al senso di responsabilità..."

Care colleghe e cari colleghi,

in questi mesi di pandemia non si fermano i casi di femminicidio, punta dell’iceberg della violenza contro le donne.

Raccontiamola in modo corretto: basta parlare di raptus! Basta giustificare gli assassini! Basta ai facili moventi come la depressione e la gelosia! Basta far ricadere sulle donne la responsabilità della loro morte!

La grave crisi che sta attraversando il nostro Paese sta mettendo sotto pressione anche la nostra categoria. Ma proprio in un momento complesso come questo dobbiamo dare prova di essere capaci di narrare quanto accade nella consapevolezza della grande responsabilità che abbiamo nei confronti di chi ci legge e ascolta.

Abbiamo elaborato il Manifesto di Venezia, a cui hanno aderito liberamente centinaia di giornaliste e giornalisti (https://bit.ly/3pcnKSx), nel tentativo di offrire uno strumento di lavoro utile ad inquadrare in modo corretto il fenomeno. Sappiamo che molte e molti si sforzano di farlo ogni giorno.

Ancora troppo spesso però ci dimentichiamo, scrivendo i nostri articoli o servizi radiofonici e televisivi, che la violenza contro le donne non può essere ridotta a meri fatti di cronaca. Che si tratta di un fenomeno strutturale della nostra società e come tale abbiamo il dovere di raccontarlo: violenza contro le donne in quanto donne, per questo è necessario utilizzare la parola “femminicidio”.

Facciamo appello al senso di responsabilità di ciascuna e ciascuno. L’omicida di Torino - solo l’ultimo di molti esempi - non ha avuto un raptus, lo sterminio che ha compiuto non è nato dal nulla. I dati ci raccontano che il gesto finale di eliminazione della propria compagna, moglie, ex arriva dopo un lungo periodo di violenze e soprusi.

Non rendiamo vittime una seconda volta le donne assassinate, non cadiamo in queste narrazioni tossiche, diamo valore alla nostra libertà di informare.

Mimma Caligaris (presidente CPO Fnsi)

Paola Dalle Molle (coordinatrice Cpo Cnog)

Silvia Garambois (presidente GiULiA giornaliste)

Monica Pietrangeli (coordinatrice CPO Usigrai)

http://www.noidonne.org/articoli/femminicidi-lettera-aperta-a-giornaliste-e-giornalisti.php?fbclid=IwAR0eH87YQNaZ95fwk1UAjWQzVXr6VXaAO642lkbKCTRxQmf7PxbxnAxDmEY

giovedì 12 novembre 2020

Ogni anno l’associazione di donne “VIVA VITTORIA” di Brescia (https://www.vivavittoria.it/) propone di “ricoprire” simbolicamente per il mese di marzo una piazza di una città italiana con dei manufatti di lana.

Ogni anno l’associazione  di donne “VIVA VITTORIA” di Brescia  (https://www.vivavittoria.it/) propone di “ricoprire” simbolicamente per il mese di marzo una piazza di una città italiana con dei manufatti  di lana.

Quest'anno la scelta è caduta su Piazza Duomo, o comunque una piazza simbolo di Milano, che verrà ricoperta con centinaia di coperte di lana nel corso del mese di marzo (il comune di Milano patrocina l'iniziativa).
Le coperte saranno poi vendute e il ricavato verrà devoluto all’associazione SVS Donna aiuta Donna Onlus Milano e a Telefono Donna Milano, associazioni impegnate nel contrasto alla violenza sulle donne.
La scelta di Milano, in un momento in cui forse più di altre ha sofferto e sta soffrendo il dramma della pandemia, ci è sembrata un segnale importante.

Ventunesimodonna insieme alle amiche di Cesano Boscone partecipa a questo percorso di solidarietà, facendo appello alla sensibilità e all'attenzione  che da sempre le socie e le amiche delle due associazioni riservano a questo tema.

Come contribuire?
- se sai lavorare confezionando quadrati di lana, misura 50cmx50cm, lavorati a ferri o all'uncinetto, con qualsiasi colore e punto
- se non sai lavorare, procurando lana in qualsiasi quantità e colore e portandola al punto di raccolta
- dando diffusione e visibilità a questo progetto

I quadrati lavorati dovranno essere consegnati nei due punti raccolta entro e non oltre il 25 gennaio, per permettere il confezionamento delle coperte

- a Corsico c/o la Bottega Equo Solidale “Justo mondo” in via Monti, 10
cell. 3389224312

- a Cesano Boscone c/o  Sede Centro Culturale Villa Marazzi via Dante, 47  
cell.3472929598   

mercoledì 11 novembre 2020

Quando i media giustificano il carnefice che massacra moglie e figli Daniela Amenta

E' una costante: l'uomo che fa una strage, poi si toglie la vita è sempre "una brava persona". E ad armarlo è il terrore di perdere la sua famiglia mentre le vittime vere spariscono dalla narrazione

Forse basterebbe capire da che parte stare. O almeno provare a raccontare evitando la trappola del pregiudizio pesantissimo, dello stereotipo reiterato, della violenza continua, costante. Che i media parlino di stupro, violenza, femminicidio e perfino stragi familiari c'è spesso uno squilibrio sconcertante, perfino volgare tra vittima e carnefice.

L'ultimo carnefice, in ordine di tempo, si chiamava Alberto Accastello. A Carignano, in Piemonte, all'alba dell'8 novembre, armato di pistola, ha ucciso la moglie Barbara, il figlioletto di due anni Alessandro e perfino il cane. Ha fatto fuoco anche contro l'altra bimba della coppia, Aurora, che è in condizioni disperate. Poi si è tolto la vita.

Nel raccontarci questa tragedia il Corriere della Sera riporta la testimonianza dei vicini, immancabili nella narrazione del dramma. Leggiamo per scoprire che Accastello "era un gran lavoratore, viveva per la famiglia. La moglie Barbara voleva separarsi, ma il marito non accettava la sua decisione. Ultimamente le liti tra loro sarebbero state frequenti. Lui «lavorava anche al sabato e la domenica per finire la villetta che avevano costruito — continuano i vicini —. Alberto era una persona tranquilla. Sempre attento e gentile. Evidentemente la prospettiva della separazione lo ha sconvolto. Aveva chiesto a Barbara un’altra possibilità, ma lei diceva “quando dico di no è no”. L’abbiamo vista ieri sera era tranquilla, anzi euforica».

Sintesi: Accastello, brav'uomo, diventa pazzo quando la moglie Barbara gli chiede la separazione. Lei è "euforica", "quando dice no e no" e tanto basta per far scattare la mattanza.

Oltre alle testimonianze dei vicini non esiste contraddittorio in questo articolo pubblicato dal quotidiano più importante d'Italia. E' un'equazione miserabile che confonde i piani, i ruoli. Chi è vittima, chi è carnefice? La strage della "persona tranquilla" sconvolta dall'eventualità della fine del rapporto è, in pratica, giustificata.

Accade quasi sempre così. Se ti stuprano te la sei cercata (il vestito troppo corto, sei uscita di notte, hai bevuto), se ti ammazzano anche. Nella sostanza, insomma, il tema dell'articolo non riguarda il terribile gesto in sé, ma la narrazione del fatto. Una narrazione tossica. Nessuna separazione provoca un delitto. Dice bene sul Dubbio Simona Musco: "Applicare ad un tale orrore una attenuante di fondo è solo la conferma che c’è un problema culturale. Quello che magari anche in maniera inconscia – ma molto più spesso assolutamente consapevole – accetta le logiche del patriarcato, del possesso, della riduzione della donna e dei bambini ad oggetti che esistono solo in relazione al loro rapporto col marito/padre e della famiglia come unità inscindibile, da salvaguardare ad ogni costo".

E' già successo, stesso taglio, medesima interpretazione.

7 giugno 2020. Lecco. Un uomo, Mario Bressi, uccide strangolandoli i due figli gemelli di 12 anni. Poi si toglie la vita.

Titoli:

“L’uomo ha commesso l'omicidio perché non poteva sopportare l'idea della separazione" (Ansa)

"Separazione difficile, uomo uccide i due figli e si toglie la vita" (Tg Com).

“Il dramma dei papà separati”. (Il Mattino)

Morale: di chi è la colpa? Di un assassino o della separazione, ergo della donna che l'ha chiesta?

E' un crinale pericolosissimo quello che i media in Italia, anche i più autorevoli, attraversano con la leggerezza degli incoscienti, talvolta dei complici.

Nel caso di Accastello la strage è totale, in quella compiuta a Lecco c'è perfino un elemento devastante in più. Mario Bressi non uccide la ex moglie Daniela Fumagalli ma di fatto la condanna all'eterna consunzione, al pubblico ludibrio, al giudizio infame. E' una condanna a morte in contumacia.

Colpa, è colpa tua. Come si sopravvive alla colpa di essere la ragione di un gesto così devastante? Come si sopravvive alla morte dei figli provocata da un incidente, una malattia, figuriamoci da quella ideata e realizzata dall'uomo che avevi scelto per amore? Esistono gli orfani, le vedove, i vedovi. Come si chiama un genitore, una madre, che subisce la morte di un figlio? In molte lingue non c'è parola. In sanscrito si dice vilomah, significa "evento avverso all'ordine naturale".

Potremmo citare altre decine di casi.

La semantica della violenza ha sempre una base linguistica. Le parole fanno male. Malissimo a volte. I professionisti dell'informazione dovrebbero saperlo e invece non si sottraggono alla lapidazione, al pregiudizio, agli stereotipi. Parte di un Tribunale che ha già scelto da che parte stare, chi condannare.  

Il 3 settembre del 2017 Lucio Marzo, anni 17, ammazza a pugnalate Noemi Durini, anni 16, in un paese in provincia di Lecce. La seppellisce, agonizzante, sotto un cumulo di pietre in aperta campagna. Dieci giorni dopo confessa. Il 14 settembre il Corriere titola "Il fidanzatino sotto torchio confessa: l'ho uccisa io". Sommario del pezzo: "Chi poteva pensare a una violenza tale da togliere la vita al suo amore?".

Di che amore parliamo, scusate? Ripeto: chi è la vittima, chi è il carnefice?

Quando il femminicidio avviene tra le pareti domestiche (nel 2019 le vittime sono state 73. A settembre 2020 siamo già a 53, e mancano 3 mesi alla fine dell'anno) la titolazione è perfino più subdola, una sovrabbondanza di termini che di fatto giustificano il massacratore.

Eccoli: 

raptus

raptus di gelosia

passione

paura dell'abbandono

aveva il terrore di perderla

la donna della sua vita

amore tormentato

amore malato

perdita di controllo

Guardate, basta digitare su Google "uccisa per gelosia", 211mila risultati in 50 secondi.

Il meccanismo è sempre lo stesso: rendere le vittime invisibili, portare le donne sul banco degli imputati, reiterare la colpa di chi colpe non ha nel chiedere una separazione. Sono codici linguistici pericolosissimi, tanto da indurre il lettore/la lettrice a ricercare particolari morbosi sulla vittima tali da spiegare la gelosia dell'uomo, e in fondo a motivare l'accaduto in virtù del terribile e ingestibile raptus.

All'interno del Codice deontologico dei giornalisti esiste il Manifesto di Venezia, settembre 2017, fortissimamente voluto da Giulia, il collettivo di giornaliste nato nel 2011 con l’obiettivo di modificare lo squilibrio informativo sulle donne anche utilizzando un linguaggio privo di stereotipi e correttamente declinato al femminile.

Tre anni dopo è cambiato poco, purtroppo. Quasi nulla.

https://www.globalist.it/media/2020/11/10/quando-i-media-giustificano-il-carnefice-che-massacra-moglie-e-figli-2067871.html