Il leader leghista farebbe bene a valutare l’attendibilità dei suoi informatori, perché se sono come quelli che lo mandano a citofonare nelle case di ragazzi innocenti, ha un problema. Qual’é la verità?
“Vanno in Pronto Soccorso a chiedere di abortire”. Non sono tante, ma esistono, certo che esistono, ci sarà l’operatore sanitario che con disprezzo lo ha detto a Salvini. “Vengono qui, vengono al Pronto Soccorso per abortire! Anche sei volte!”
Certo che vengono, anche se non così tante, anche se non tante volte come lascia intendere quest’affermazione, che fa eco al coro “le donne! Prima hanno rapporti senza riflettere e poi abortiscono/prendono la pillola del giorno dopo/fanno figli senza ragionare…”.
Esistono… e vengono mandate via, fra l’altro, qualche volta con qualche istruzione in più, qualche volta via e basta.
Sono italiane a cui nessuno ha mai detto che esistono i Consultori familiari, disabituate a credere che la sanità pubblica esista e funzioni.
Sono straniere a cui i servizi pubblici fanno storie, nonostante lavorino in regola con i contributi, perché non hanno la residenza (gli italiani gli affittano casa a nero per non pagare le tasse).
Straniere che hanno perso il lavoro e con esso la nostra assistenza, non più classificabili come irregolari, ma senza diritto alle cure.
Straniere con problemi di lingua, o di comprensione delle nostre burocrazie.
Italiane in difficoltà, che si vergognano di chiedere al loro medico di famiglia, che magari è un obiettore, che hanno un ginecologo a pagamento cattolico, o non lo hanno per niente, o non hanno i soldi per pagargli l’ennesima visita. Si buttano al Pronto Soccorso in preda alla paura, all’ansia, non sapendo dove andare, non trovando altro accesso alla sanità pubblica, chiedendo di essere “soccorse”.
In un paese civile ci domanderemmo tutti dov’è la difficoltà per loro ad accedere ai servizi, come intercettarle, come aiutarle. Loro, come quelle che la gravidanza la vogliono portare avanti, spesso anche loro con le stesse difficoltà, spesso anche loro in Pronto Soccorso per fare le analisi “da furbe” senza pagare.
Noi dal telefono di Vita di donna le conosciamo bene. “Vado in Pronto soccorso?” “No, cara, no, cerca il Consultorio familiare più vicino, dicci se ti fanno delle storie, chiamaci magari da lì.”
E anche: “Non se lo mette il preservativo questo tuo fidanzato/compagno/marito o chi per lui? no eh. Dice che gli dà fastidio/che ti ama troppo/che tanto lui è così bravo…”
Questo io lo chiamo un comportamento incivile. Mettere incinta una donna perché non ti va di usare una precauzione, perchè disturba il tuo piacere. Cominciamo a dirlo. Salvini è un uomo. La posizione migliore per dire agli uomini di usare una precauzione, coraggio.
Al Ministro Speranza il compito di chiedersi come aiutare queste donne. (Ma nel milleproroghe non ho trovato la contraccezione gratuita…).
A noi di raccontare e lottare”.
* Elisabetta Canitano è ginecologa all’ospedale Grassi di Roma, da anni combatte per il diritto alla salute delle donne. È presidente dell’associazione Vita Di Donna, che fornisce assistenza telefonica, supporto, visite se necessario, alle donne in difficoltà h 24 gratuitamente.
En passant, è anche candidata con Potere al Popolo alle elezioni suppletive di Roma. Quelle in cui il Pd candida il ministro dell’economia Gualtieri, uno degli autori del “Milleproroghe”…
http://contropiano.org/news/politica-news/2020/02/17/donne-aborto-pronto-soccorso-salvini-parla-0124175?fbclid=IwAR1wTEiAuLEneRIYSujwD5q--diBH-Ak1bG0hMw9XI-rQ1yghWdT2WOzs0k
martedì 18 febbraio 2020
lunedì 17 febbraio 2020
giovedì 13 febbraio 2020
Consultori, una conquista da difendere di Roberta Lisi
A distanza di 45 anni dalla loro istituzione, sono diventati sempre di meno: la legge ne prevede uno ogni 20 mila abitanti, in realtà la media è di uno ogni 35 mila, quando va bene. Dettori (Cgil): "Dobbiamo invertire la rotta"
Era il 1975 quando il Parlamento approvò una legge, la 405, che fu contemporaneamente frutto della mobilitazione delle donne e anticipò – forse in parte ispirò – quella che tre anni avrebbe istituito dopo il Servizio sanitario nazionale. Nacquero, nel ’75, i consultori. Erano tante cose insieme: non poliambulatori, ma luoghi di cura della salute delle donne e dei bambini, primo esperimento di integrazione tra servizi sanitari e sociali facendo perno sulla multidisciplinarità e il territorio. E ancora, straordinari luoghi di partecipazione che contribuirono alla presa di coscienza femminile e alla crescita democratica. Poi venne il ‘78 e portò altre norme che a quella dei consultori erano però legate a doppio filo: la 180, meglio conosciuta come legge Basaglia che riformò la psichiatria e si pose l’obiettivo di chiudere i manicomi; la 194, nota come legge sull’interruzione di gravidanza che in realtà si pose anche l’obiettivo di promuovere il valore sociale della maternità che proprio sui consultori fece perno; e infine – come detto – l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Quattro riforme di una stagione felice che misero al centro salute e dignità e fecero della partecipazione uno straordinario strumento di azione.
Se questo è il passato, il presente è assai meno felice. Dello stato attuale dei consultori si è parlato in un seminario organizzato oggi (5 febbraio) dalla Cgil nazionale. “Occorre difendere e potenziare una grande conquista che soffre di mali diversi”, ha affermato Denise Armerini, responsabile Medicina di genere per la Cgil, aprendo l’incontro. A distanza di 45 anni dalla loro istituzione sono diventati sempre meno, con meno personale: la legge prevede ve ne sia uno ogni 20 mila abitanti, in realtà la media è uno ogni 35 mila quando va bene. E anche in questo caso la differenza tra Nord e Sud del Paese conta eccome. Sono scomparsi i comitati di gestione che erano appunto il luogo della partecipazione e del legame attivo con il territorio e si sono trasformati sempre più in poliambulatori che non riescono nemmeno a dare piena applicazione alla 194 vista la diffusione dell’obiezione di coscienza (che certo riguarda anche e forse soprattutto il personale ospedaliero). Nel frattempo sono stati accreditati consultori privati, quasi sempre di natura confessionale. Anche il definanziamento del Ssn e la precarizzazione del lavoro rendono sempre più difficile gestire un servizio adeguato e di qualità che resiste solo grazie all’impegno di operatrici e operatori. Insomma, i consultori sono sempre meno la risposta ai bisogni di salute delle donne.
“Occorre invertire questa rotta – ha affermato Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil – e occorre cogliere questa necessità anche per adeguare i consultori al nostro tempo”. Salute delle donne, risposta ai bisogni, vera integrazione tra servizi sociali e sanitari, territorio, laicità: questi, secondo la dirigente dalla Cgil, sono i perni attorno ai quali rilanciare i consultori facendoli tornare a essere come fu nel 1975, uno dei punti di partenza del confronto tra organizzazioni sindacali e governo sul futuro del Servizio sanitario nazionale. “Nella Legge di bilancio appena approvata – ha ricordato Dettori – sono stati stanziati finalmente i fondi per l’edilizia sanitaria. Bene, era una nostra richiesta. Ora dobbiamo batterci affinché in parte consistente vengano destinati ai servizi territoriali, a partire dai consultori”.
Nella piattaforma di genere “Tutte insieme, Vogliamo tutto” elaborata dalle donne della Cgil sono molte le proposte per il rilancio di questo servizio. Proviamo a citarne alcune. Occorre innanzitutto realizzare quanto prevede la norma: un consultorio ogni 20 mila abitanti in tutto il territorio nazionale. Per farlo è necessario partire da un piano di assunzioni mirato di tutte le figure professionali necessario a garantire la salute sessuale e riproduttiva in un’ottica di inclusione dei diversi orientamenti sessuali, delle donne migranti, delle persone disabili. Anche la medicina di genere – si legge nel documento sindacale – ha bisogno di una preparazione specifica, quindi è necessario che le università prevedano dei piani formativi specifici. Deve, inoltre, essere verificata e garantita l’appropriatezza del servizio dando piena applicazione al nuovo decreto sui Livelli essenziali di assistenza ed è necessario istituire i Livelli essenziali di prestazioni sociali. Infine, nei consultori e non solo, va garantita la piena applicazione della legge 194 che, tra le altre cose, significa che per essere assunti in quelle strutture non si deve essere obiettori di coscienza. Le proposte ci sono, ora occorre che le istituzione facciano la propria parte.
https://www.rassegna.it/articoli/consultori-una-conquista-da-difendere?fbclid=IwAR1Q9QnhW-7LdDq3skoWi6fq_dKHgJYG3Kal_fgDjofpPCZqvAQOXWrmcfU
Era il 1975 quando il Parlamento approvò una legge, la 405, che fu contemporaneamente frutto della mobilitazione delle donne e anticipò – forse in parte ispirò – quella che tre anni avrebbe istituito dopo il Servizio sanitario nazionale. Nacquero, nel ’75, i consultori. Erano tante cose insieme: non poliambulatori, ma luoghi di cura della salute delle donne e dei bambini, primo esperimento di integrazione tra servizi sanitari e sociali facendo perno sulla multidisciplinarità e il territorio. E ancora, straordinari luoghi di partecipazione che contribuirono alla presa di coscienza femminile e alla crescita democratica. Poi venne il ‘78 e portò altre norme che a quella dei consultori erano però legate a doppio filo: la 180, meglio conosciuta come legge Basaglia che riformò la psichiatria e si pose l’obiettivo di chiudere i manicomi; la 194, nota come legge sull’interruzione di gravidanza che in realtà si pose anche l’obiettivo di promuovere il valore sociale della maternità che proprio sui consultori fece perno; e infine – come detto – l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Quattro riforme di una stagione felice che misero al centro salute e dignità e fecero della partecipazione uno straordinario strumento di azione.
Se questo è il passato, il presente è assai meno felice. Dello stato attuale dei consultori si è parlato in un seminario organizzato oggi (5 febbraio) dalla Cgil nazionale. “Occorre difendere e potenziare una grande conquista che soffre di mali diversi”, ha affermato Denise Armerini, responsabile Medicina di genere per la Cgil, aprendo l’incontro. A distanza di 45 anni dalla loro istituzione sono diventati sempre meno, con meno personale: la legge prevede ve ne sia uno ogni 20 mila abitanti, in realtà la media è uno ogni 35 mila quando va bene. E anche in questo caso la differenza tra Nord e Sud del Paese conta eccome. Sono scomparsi i comitati di gestione che erano appunto il luogo della partecipazione e del legame attivo con il territorio e si sono trasformati sempre più in poliambulatori che non riescono nemmeno a dare piena applicazione alla 194 vista la diffusione dell’obiezione di coscienza (che certo riguarda anche e forse soprattutto il personale ospedaliero). Nel frattempo sono stati accreditati consultori privati, quasi sempre di natura confessionale. Anche il definanziamento del Ssn e la precarizzazione del lavoro rendono sempre più difficile gestire un servizio adeguato e di qualità che resiste solo grazie all’impegno di operatrici e operatori. Insomma, i consultori sono sempre meno la risposta ai bisogni di salute delle donne.
“Occorre invertire questa rotta – ha affermato Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil – e occorre cogliere questa necessità anche per adeguare i consultori al nostro tempo”. Salute delle donne, risposta ai bisogni, vera integrazione tra servizi sociali e sanitari, territorio, laicità: questi, secondo la dirigente dalla Cgil, sono i perni attorno ai quali rilanciare i consultori facendoli tornare a essere come fu nel 1975, uno dei punti di partenza del confronto tra organizzazioni sindacali e governo sul futuro del Servizio sanitario nazionale. “Nella Legge di bilancio appena approvata – ha ricordato Dettori – sono stati stanziati finalmente i fondi per l’edilizia sanitaria. Bene, era una nostra richiesta. Ora dobbiamo batterci affinché in parte consistente vengano destinati ai servizi territoriali, a partire dai consultori”.
Nella piattaforma di genere “Tutte insieme, Vogliamo tutto” elaborata dalle donne della Cgil sono molte le proposte per il rilancio di questo servizio. Proviamo a citarne alcune. Occorre innanzitutto realizzare quanto prevede la norma: un consultorio ogni 20 mila abitanti in tutto il territorio nazionale. Per farlo è necessario partire da un piano di assunzioni mirato di tutte le figure professionali necessario a garantire la salute sessuale e riproduttiva in un’ottica di inclusione dei diversi orientamenti sessuali, delle donne migranti, delle persone disabili. Anche la medicina di genere – si legge nel documento sindacale – ha bisogno di una preparazione specifica, quindi è necessario che le università prevedano dei piani formativi specifici. Deve, inoltre, essere verificata e garantita l’appropriatezza del servizio dando piena applicazione al nuovo decreto sui Livelli essenziali di assistenza ed è necessario istituire i Livelli essenziali di prestazioni sociali. Infine, nei consultori e non solo, va garantita la piena applicazione della legge 194 che, tra le altre cose, significa che per essere assunti in quelle strutture non si deve essere obiettori di coscienza. Le proposte ci sono, ora occorre che le istituzione facciano la propria parte.
https://www.rassegna.it/articoli/consultori-una-conquista-da-difendere?fbclid=IwAR1Q9QnhW-7LdDq3skoWi6fq_dKHgJYG3Kal_fgDjofpPCZqvAQOXWrmcfU
lunedì 10 febbraio 2020
sabato 15 febbraio One Billion Rising 2020 a Corsico
VI ASPETTIAMO
E' IMPORTANTE FAR SENTIRE LA NOSTRA VOCE VISTO IL NUMEROSO SPAVENTOSO DEI FEMMINICIDI NEL 2020
venerdì 7 febbraio 2020
Dalla parte di Nice, la donna che lotta contro le mutilazioni genitali femminili di ALESSIA DE LUCA TUPPUTI
A 25 anni Nice Nailantei Leng'ete è ambasciatrice Amref contro le mutilazioni genitali femminili. Nel 2018 la rivista Time l’ha inserita tra le cento personalità più influenti al mondo.
Quando ha detto no al ‘taglio’ ed è scappata dal suo villaggio, in Kenya, Nice aveva solo 9 anni. La prima volta, lei e sua sorella maggiore rimasero tutta la notte su un albero. Quando i parenti le trovarono, le picchiarono. La seconda volta, la sorella si rifiutò di nascondersi e si lasciò tagliare. “Mi disse che era giusto che a sacrificarsi fosse lei che era la più grande. Che così forse, mi avrebbero lasciata in pace”, racconta. La incontriamo a Milano, in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (mgf). Indossa un abito tradizionale e collane masai, lo sguardo deciso e il sorriso dolce.
Per le famiglie masai, la mutilazione genitale femminile è un rito – che non ha nulla a che vedere con la religione – che trasforma le ragazze in donne e le rende pronte al matrimonio. “Avevo paura di morire. Qualcuno era morto a causa del taglio. E temevo che, se anche non fossi, morta, non mi avrebbero più mandato a scuola e mi avrebbero costretto a sposarmi ” spiega, e aggiunge: “un’insegnante che avevo avuto mi aveva aperto gli occhi sulle mutilazioni. Proveniva da una comunità in cui non erano praticate e mi spiegò perché era una cosa bruttissima e sbagliata. Così decisi di sfidare la tradizione”.
Cosa sono le mutilazioni genitali femminili
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le mutilazioni genitali femminili come “qualunque procedura che includa la rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili, o qualsiasi altra ferita agli organi genitali femminili, inferta senza alcuna ragione medica”. Nel 2016, seppur fuorilegge in molti paesi, le mgf interessano almeno 200 milioni di donne e bambine, 70 milioni in più di quelli stimati nel 2014. In alcuni stati dell’Africa Orientale (Kenya, Sudan, Etiopia, Somalia) l’incidenza del fenomeno tocca punte del 98 per cento nella popolazione femminile. Alla pratica sono strettamente correlati fenomeni come i matrimoni precoci e l’abbandono scolastico.
I riti di passaggio alternativi
Nel 2008, grazie a un programma di Amref sulla salute femminile, Nice diventa educatrice della comunità. “Vennero a dirci che servivano un ragazzo e una ragazza che sapessero leggere e scrivere. Anche se la mia scelta mi aveva messo in cattiva luce nella comunità, fui scelta perché ero una delle poche ragazze ad aver studiato. Le altrre, dopo il taglio, si erano sposate ed avevano avuto figli”. Da quel momento inizia la vera battaglia.
Nice va di villaggio in villaggio, per sensibilizzare le donne sulle mutilazioni e sulla necessità di sostituire la pratica con dei riti di passaggio alternativi. Attraverso questi riti, il passaggio delle donne dall’infanzia all’età adulta non è più legato ad una lametta, ma a libri scolastici, istruzione e al coinvolgimento attivo delle comunità. La sua caparbietà alla fine ottiene i risultati sperati. Al punto che i maschi della comunità le riconoscono una leadership naturale. Riceve l’Esiere, “il bastone nero” che viene concesso solo ai saggi Masai.
Con Amref per il futuro delle bambine
“Non è facile far capire, a chi proviene da mondi diversi dal mio, perché è così complicato estirpare questa odiosa tradizione. I genitori delle bambine e tutte le comunità coinvolte, sono convinte di agire nel loro interesse. Se una bambina non è ‘tagliata’ non troverà marito e dovrà portare lo stigma della sua condizione. È una mentalità che va cambiata, con l’educazione e l’informazione consapevole”.
Da allora, la sua battaglia al fianco di Amref le ha permesso di salvare più di 16mila donne.
“Le Nazioni Unite hanno fissato la messa al bando totale delle mgf entro il 2030”, osserva Nice. “Io continuerò a fare la mia parte, perché le bambine diventino adulte senza essere sottoposte ad alcun taglio. E perché ciascuna di loro sappia, in Kenya e altrove, che può diventare la donna dei suoi sogni”.
https://www.lifegate.it/persone/news/amref-nice-mutilazioni-genitali-femminili
Quando ha detto no al ‘taglio’ ed è scappata dal suo villaggio, in Kenya, Nice aveva solo 9 anni. La prima volta, lei e sua sorella maggiore rimasero tutta la notte su un albero. Quando i parenti le trovarono, le picchiarono. La seconda volta, la sorella si rifiutò di nascondersi e si lasciò tagliare. “Mi disse che era giusto che a sacrificarsi fosse lei che era la più grande. Che così forse, mi avrebbero lasciata in pace”, racconta. La incontriamo a Milano, in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (mgf). Indossa un abito tradizionale e collane masai, lo sguardo deciso e il sorriso dolce.
Per le famiglie masai, la mutilazione genitale femminile è un rito – che non ha nulla a che vedere con la religione – che trasforma le ragazze in donne e le rende pronte al matrimonio. “Avevo paura di morire. Qualcuno era morto a causa del taglio. E temevo che, se anche non fossi, morta, non mi avrebbero più mandato a scuola e mi avrebbero costretto a sposarmi ” spiega, e aggiunge: “un’insegnante che avevo avuto mi aveva aperto gli occhi sulle mutilazioni. Proveniva da una comunità in cui non erano praticate e mi spiegò perché era una cosa bruttissima e sbagliata. Così decisi di sfidare la tradizione”.
Cosa sono le mutilazioni genitali femminili
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le mutilazioni genitali femminili come “qualunque procedura che includa la rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili, o qualsiasi altra ferita agli organi genitali femminili, inferta senza alcuna ragione medica”. Nel 2016, seppur fuorilegge in molti paesi, le mgf interessano almeno 200 milioni di donne e bambine, 70 milioni in più di quelli stimati nel 2014. In alcuni stati dell’Africa Orientale (Kenya, Sudan, Etiopia, Somalia) l’incidenza del fenomeno tocca punte del 98 per cento nella popolazione femminile. Alla pratica sono strettamente correlati fenomeni come i matrimoni precoci e l’abbandono scolastico.
I riti di passaggio alternativi
Nel 2008, grazie a un programma di Amref sulla salute femminile, Nice diventa educatrice della comunità. “Vennero a dirci che servivano un ragazzo e una ragazza che sapessero leggere e scrivere. Anche se la mia scelta mi aveva messo in cattiva luce nella comunità, fui scelta perché ero una delle poche ragazze ad aver studiato. Le altrre, dopo il taglio, si erano sposate ed avevano avuto figli”. Da quel momento inizia la vera battaglia.
Nice va di villaggio in villaggio, per sensibilizzare le donne sulle mutilazioni e sulla necessità di sostituire la pratica con dei riti di passaggio alternativi. Attraverso questi riti, il passaggio delle donne dall’infanzia all’età adulta non è più legato ad una lametta, ma a libri scolastici, istruzione e al coinvolgimento attivo delle comunità. La sua caparbietà alla fine ottiene i risultati sperati. Al punto che i maschi della comunità le riconoscono una leadership naturale. Riceve l’Esiere, “il bastone nero” che viene concesso solo ai saggi Masai.
Con Amref per il futuro delle bambine
“Non è facile far capire, a chi proviene da mondi diversi dal mio, perché è così complicato estirpare questa odiosa tradizione. I genitori delle bambine e tutte le comunità coinvolte, sono convinte di agire nel loro interesse. Se una bambina non è ‘tagliata’ non troverà marito e dovrà portare lo stigma della sua condizione. È una mentalità che va cambiata, con l’educazione e l’informazione consapevole”.
Da allora, la sua battaglia al fianco di Amref le ha permesso di salvare più di 16mila donne.
“Le Nazioni Unite hanno fissato la messa al bando totale delle mgf entro il 2030”, osserva Nice. “Io continuerò a fare la mia parte, perché le bambine diventino adulte senza essere sottoposte ad alcun taglio. E perché ciascuna di loro sappia, in Kenya e altrove, che può diventare la donna dei suoi sogni”.
https://www.lifegate.it/persone/news/amref-nice-mutilazioni-genitali-femminili
giovedì 6 febbraio 2020
Femminicidi, 6 donne morte in una settimana. Il pg della Cassazione: "Emergenza nazionale"
L'analisi del Procuratore generale Giovanni Salvi nella sua relazione all'anno giudiziario. In Italia calano complessivamente gli omicidi ma quelli che vedono vittime le donne restano stabili. E nel 28% dei casi - recita il Rapporto Eures - vengono preceduti da altri reati
Cinque donne uccise in due giorni, sei in una settimana, più il cadavere di una donna ritrovato dopo mesi e il fidanzato arrestato. E' un bilancio orribile, che porta il Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi nella sua relazione all'anno giudiziario a parlare dei femminicidi come "emergenza nazionale".
A Mussomeli, Caltanissetta, un uomo ha ammazzato la compagna e la figlia 27enne della donna, poi si sparato. A Genova una donna è stata uccisa da un uomo (forse l'ex marito) che poi ha tentato il suicidio. Ieri una donna è morta dopo tre giorni di violenze fisiche subite dal marito e una 28enne incinta è stata trovata senza vita. Il marito è stato arrestato. Lunedì è stata trovata senza vita nel Bresciano Francesca Fantoni, l'uomo che l'ha uccisa ha confessato dopo due giorni. Ad Alghero, Speranza Ponti, scomparsa mesi fa è stata ritrovata cadavere: il fidanzato è in stato di fermo.
Nonostante gli omicidi di ambo i sessi siano calati in Italia, rimangono percentualmente più elevati i numeri di quelli che vedono come vittime le donne. Ad accorgersene è anche l'analisi statistica condotta dal Pg della Cassazione. Il dato che riguarda l'uccisione di donne nel nostro Paese è tanto più grave, questo il ragionamento del Pg, dal momento che l'Italia è sotto la media Ue, in assoluto, per quanto riguarda gli omicidi in generale.
Nel "contesto positivo" del calo degli omicidi con uomini come vittime - 297 nel 2019, dato inferiore a quelli che si registrano in media negli altri Paesi Ue - "è ancora più drammatico il fatto che permangono pressoché stabili, pur in diminuzione, i cosiddetti femminicidi", ha detto Salvi ritenendoli una "emergenza nazionale". In particolare, secondo i dati illustrati con allarme dal Pg, "le donne uccise sono state 131 nel 2017, 135 nel 2018 e 103 nel 2019. Aumenta di conseguenza il dato percentuale, rispetto agli omicidi di uomini, in maniera davvero impressionante", ha sottolineato Salvi tralasciando i dati che riguardano gli uomini.
L'ultimo Rapporto Eures su 'Femminicidio e violenza di genere', ha messo in evidenza come quello familiare sia l'ambiente dove viene commessa la maggior parte di questi reati. Tra le mura domestiche, o comunque per mano di partner, mariti e fidanzati, vengono commessi oltre l'85% dei delitti con vittime femminili. La coppia si conferma come un 'luogo' ad alto rischio. Nel 28% dei casi, la violenza procede il suo corso ingravescente e sono stati riscontrati precedenti maltrattamenti come violenze fisiche, stalking e minacce. Per l'Eures, il femminicidio rappresenta "l'ultimo anello di una escalation di vessazione e violenze che la presenza di un'efficace rete di supporto potrebbe invece riuscire ad arginare".
Su questo aspetto della 'rete', il Primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone parlando del 'Codice rosso' - l'insieme di norme introdotte a luglio per dare maggiore tutela alle donne abusate - ha sottolineato che "l'intervento in favore delle vittime deve interessare non solo le strutture giudiziarie, ma anche quelle pubbliche (servizi sociali), private (associazioni di volontariato) e sanitarie, sulla base di un modello di intervento di cui dovrà necessariamente essere individuato un credibile soggetto di coordinamento".
https://www.repubblica.it/cronaca/2020/01/31/news/103_femminicidi_nel_2019_emergenza_nazionale-247264904/?fbclid=IwAR2uTCBufwcR4nFTGhPqJLQgy67hFsG_GcyFvgLXDh7yt7t1M_gmsmuy79Y
Cinque donne uccise in due giorni, sei in una settimana, più il cadavere di una donna ritrovato dopo mesi e il fidanzato arrestato. E' un bilancio orribile, che porta il Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi nella sua relazione all'anno giudiziario a parlare dei femminicidi come "emergenza nazionale".
A Mussomeli, Caltanissetta, un uomo ha ammazzato la compagna e la figlia 27enne della donna, poi si sparato. A Genova una donna è stata uccisa da un uomo (forse l'ex marito) che poi ha tentato il suicidio. Ieri una donna è morta dopo tre giorni di violenze fisiche subite dal marito e una 28enne incinta è stata trovata senza vita. Il marito è stato arrestato. Lunedì è stata trovata senza vita nel Bresciano Francesca Fantoni, l'uomo che l'ha uccisa ha confessato dopo due giorni. Ad Alghero, Speranza Ponti, scomparsa mesi fa è stata ritrovata cadavere: il fidanzato è in stato di fermo.
Nonostante gli omicidi di ambo i sessi siano calati in Italia, rimangono percentualmente più elevati i numeri di quelli che vedono come vittime le donne. Ad accorgersene è anche l'analisi statistica condotta dal Pg della Cassazione. Il dato che riguarda l'uccisione di donne nel nostro Paese è tanto più grave, questo il ragionamento del Pg, dal momento che l'Italia è sotto la media Ue, in assoluto, per quanto riguarda gli omicidi in generale.
Nel "contesto positivo" del calo degli omicidi con uomini come vittime - 297 nel 2019, dato inferiore a quelli che si registrano in media negli altri Paesi Ue - "è ancora più drammatico il fatto che permangono pressoché stabili, pur in diminuzione, i cosiddetti femminicidi", ha detto Salvi ritenendoli una "emergenza nazionale". In particolare, secondo i dati illustrati con allarme dal Pg, "le donne uccise sono state 131 nel 2017, 135 nel 2018 e 103 nel 2019. Aumenta di conseguenza il dato percentuale, rispetto agli omicidi di uomini, in maniera davvero impressionante", ha sottolineato Salvi tralasciando i dati che riguardano gli uomini.
L'ultimo Rapporto Eures su 'Femminicidio e violenza di genere', ha messo in evidenza come quello familiare sia l'ambiente dove viene commessa la maggior parte di questi reati. Tra le mura domestiche, o comunque per mano di partner, mariti e fidanzati, vengono commessi oltre l'85% dei delitti con vittime femminili. La coppia si conferma come un 'luogo' ad alto rischio. Nel 28% dei casi, la violenza procede il suo corso ingravescente e sono stati riscontrati precedenti maltrattamenti come violenze fisiche, stalking e minacce. Per l'Eures, il femminicidio rappresenta "l'ultimo anello di una escalation di vessazione e violenze che la presenza di un'efficace rete di supporto potrebbe invece riuscire ad arginare".
Su questo aspetto della 'rete', il Primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone parlando del 'Codice rosso' - l'insieme di norme introdotte a luglio per dare maggiore tutela alle donne abusate - ha sottolineato che "l'intervento in favore delle vittime deve interessare non solo le strutture giudiziarie, ma anche quelle pubbliche (servizi sociali), private (associazioni di volontariato) e sanitarie, sulla base di un modello di intervento di cui dovrà necessariamente essere individuato un credibile soggetto di coordinamento".
https://www.repubblica.it/cronaca/2020/01/31/news/103_femminicidi_nel_2019_emergenza_nazionale-247264904/?fbclid=IwAR2uTCBufwcR4nFTGhPqJLQgy67hFsG_GcyFvgLXDh7yt7t1M_gmsmuy79Y
martedì 4 febbraio 2020
I dati sui femminicidi spiegati a Libero di Eliana Cocca
Se dico “penna” o se dico “cucchiaio”, do per scontato che il mio interlocutore capisca di cosa sto parlando e crei nella sua mente il giusto significato delle parole. Prevedevo questo meccanismo anche per il termine “femminicidio”, ma credo di aver esagerato con le aspettative. Mercoledì Libero ha titolato “Più maschicidi che femminicidi”, evocando la presunta evidenza dei fatti nelle statistiche.
Quali statistiche? I dati sono presenti nello studio Violenza domestica e di prossimità, i numeri oltre il genere a cura dell’Osservatorio Nazionale Sostegno delle Vittime, curato da Barbara Benedettelli, ex candidata di Fratelli d’Italia e tra i coniatori della parola “maschicidio”. Il punto focale riportato sul quotidiano riguarderebbe il numero annuale di uccisioni di uomini e donne, in famiglia, fra amici, sul luogo di lavoro (ecco il significato di “prossimità”). Ci sarebbe una sostanziale parità: 120 a 120, palla al centro. Anzi, balla al centro.
Per svelare la balla in questione non serve andare lontano, ci basta un dizionario. Femminicidio, “uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna , spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa” (Zingarelli, 2016). Capite? Non è la rissa dopo il calcetto, non è nemmeno la coltellata del parente a cui non è andata una fetta di eredità e neanche la battuta di caccia tra amici finita male (certo, non per il cinghiale). Si tratta di donne uccise per motivi passionali, per gelosia, per non aver adempiuto ai cosiddetti “doveri coniugali”, per non aver taciuto all’ennesimo schiaffo.

Grafico Istat sui femminicidi
Come si vede da questa tabella Istat con rilevazioni del 2018, è vero sì che gli uomini muoiono di più, ma non si tratta di “maschicidi”. Basta guardare la colonnina dell’uccisione per mano di partner o ex per rendersene conto. Anche secondo i dati Eures del rapporto Femminicidio e violenza di genere in Italia dello scorso novembre, nel 2018 sono morte 142 donne per femminicidio, e l’85% dei casi sono registrati in famiglia. Perciò abbiamo avuto bisogno di una parola nuova, per denotare un abuso con radici più profonde, quelle che fanno credere a un uomo che la donna sia di sua proprietà. Femminicidio non è banalmente “omicidio di donna”. Fare informazione sorvolando su questo concetto, è grave. Le parole sono importanti, direbbe Nanni Moretti. Soprattutto se ci servono per battaglie giuste, aggiungo io.
Attenzione! Non sto negando che ci siano situazioni di abuso e manipolazione anche sugli uomini, anzi. Nei dati Istat, citati anche da Simona Pletto nell’articolo, si parla di più di 3 milioni di uomini maltrattati che non denunciano. Questo dato non viene sviscerato, però è in realtà importantissimo: anche gli uomini sono vittime della mentalità tossica del maschilismo. Colpevole è lo stereotipo che ci insegna che gli uomini soffrono in silenzio, che un vero uomo non si lascerebbe mai sopraffare da una femmina, che l’essere forzati a rapporti sessuali non consenzienti è solo una fortuna. Avercene, di mogli che ti obbligano a fare sesso anche quando non vuoi.
Signore e signori, questo è maschilismo. Lo stesso che ti fa pensare che la tua compagna non possa avere amici uomini, lo stesso che ti fa credere di avere potere sulle sue scelte riproduttive, o di poter controllare il suo conto in banca. Fa male a tutti. Sbarazziamocene una volta e per sempre. Insieme.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/31/i-dati-sui-femminicidi-spiegati-a-libero/5690562/?fbclid=IwAR03rQzuIxj3meda2NRa4x-7h0dF06TMp8VmcdW5bWiVwNwtelnQ08rp5mM
Quali statistiche? I dati sono presenti nello studio Violenza domestica e di prossimità, i numeri oltre il genere a cura dell’Osservatorio Nazionale Sostegno delle Vittime, curato da Barbara Benedettelli, ex candidata di Fratelli d’Italia e tra i coniatori della parola “maschicidio”. Il punto focale riportato sul quotidiano riguarderebbe il numero annuale di uccisioni di uomini e donne, in famiglia, fra amici, sul luogo di lavoro (ecco il significato di “prossimità”). Ci sarebbe una sostanziale parità: 120 a 120, palla al centro. Anzi, balla al centro.
Per svelare la balla in questione non serve andare lontano, ci basta un dizionario. Femminicidio, “uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna , spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa” (Zingarelli, 2016). Capite? Non è la rissa dopo il calcetto, non è nemmeno la coltellata del parente a cui non è andata una fetta di eredità e neanche la battuta di caccia tra amici finita male (certo, non per il cinghiale). Si tratta di donne uccise per motivi passionali, per gelosia, per non aver adempiuto ai cosiddetti “doveri coniugali”, per non aver taciuto all’ennesimo schiaffo.

Grafico Istat sui femminicidi
Come si vede da questa tabella Istat con rilevazioni del 2018, è vero sì che gli uomini muoiono di più, ma non si tratta di “maschicidi”. Basta guardare la colonnina dell’uccisione per mano di partner o ex per rendersene conto. Anche secondo i dati Eures del rapporto Femminicidio e violenza di genere in Italia dello scorso novembre, nel 2018 sono morte 142 donne per femminicidio, e l’85% dei casi sono registrati in famiglia. Perciò abbiamo avuto bisogno di una parola nuova, per denotare un abuso con radici più profonde, quelle che fanno credere a un uomo che la donna sia di sua proprietà. Femminicidio non è banalmente “omicidio di donna”. Fare informazione sorvolando su questo concetto, è grave. Le parole sono importanti, direbbe Nanni Moretti. Soprattutto se ci servono per battaglie giuste, aggiungo io.
Attenzione! Non sto negando che ci siano situazioni di abuso e manipolazione anche sugli uomini, anzi. Nei dati Istat, citati anche da Simona Pletto nell’articolo, si parla di più di 3 milioni di uomini maltrattati che non denunciano. Questo dato non viene sviscerato, però è in realtà importantissimo: anche gli uomini sono vittime della mentalità tossica del maschilismo. Colpevole è lo stereotipo che ci insegna che gli uomini soffrono in silenzio, che un vero uomo non si lascerebbe mai sopraffare da una femmina, che l’essere forzati a rapporti sessuali non consenzienti è solo una fortuna. Avercene, di mogli che ti obbligano a fare sesso anche quando non vuoi.
Signore e signori, questo è maschilismo. Lo stesso che ti fa pensare che la tua compagna non possa avere amici uomini, lo stesso che ti fa credere di avere potere sulle sue scelte riproduttive, o di poter controllare il suo conto in banca. Fa male a tutti. Sbarazziamocene una volta e per sempre. Insieme.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/31/i-dati-sui-femminicidi-spiegati-a-libero/5690562/?fbclid=IwAR03rQzuIxj3meda2NRa4x-7h0dF06TMp8VmcdW5bWiVwNwtelnQ08rp5mM
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