martedì 30 aprile 2019

Non ti crederà nessuno Maria G. Di Rienzo

Sottorappresentazione nella sfera politica decisionale, esclusione da opportunità economiche, svalutazione in ambito lavorativo (in casa e fuori casa), oggettivazione mediatica ossessiva e persistente, presentazione e percezione negative basate su stereotipi in relazione al ruolo sociale, limitazione della libertà di espressione e movimento giustificate con i medesimi stereotipi. Poiché ciò costituisce il fertile terreno in cui la violenza nasce e si nutre, non stupisce che il 27 per cento di appartenenti al gruppo di persone trattato come sopra, in Italia, dichiari di aver subito almeno un atto di violenza fisica o sessuale a partire dai quindici anni di età – e tale violenza costa allo Stato 26 miliardi l’anno (dati EIGE – Istituto europeo per l’eguaglianza di genere, 2018): inoltre, le vittime incontrano per la maggior parte un’ulteriore violenza nel responso inadeguato al meglio e ostile al peggio da parte delle istituzioni a cui presentano le loro denunce.

Se non si trattasse di donne, il quadro susciterebbe un’esplosione di orrore. I corsivisti produrrebbero analisi angosciate con paralleli storici e i politici si affretterebbero a metter mano alla questione, se non altro per placare l’opinione pubblica giustamente pervasa di indignazione. Ma trattandosi appunto di donne, i corsivisti sguazzano fra psicologia d’accatto e biasimo delle vittime, l’opinione pubblica è accecata da tonnellate di mutande e seni rifatti, e i politici stanno meramente sul pezzo (l’ultimo fatto in ordine di tempo che ha raggiunto la cronaca) urlando lo slogan di turno: “castrazione chimica” (Salvini) o “galera” (Di Maio).

E così è ovviamente andata per lo stupro perpetrato dai due giovani farabutti – diciannove e ventuno anni – di Casa Pound. Come si usa di questi tempi, hanno filmato l’impresa per riguardarsela con gusto sul cellulare e vantarsene condividendola con gli amici fidati. Il rischio di cementare prove a proprio carico vale la candela, per questi intelligenti individui. Dopo aver preso a pugni e violentato una donna per ore, Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci le chiariscono come vanno le cose, in caso lei non lo sappia ancora: “Stai zitta, tanto non ti crederà nessuno“.

È una previsione dotata di buone probabilità di avverarsi e comunque fondata sull’osservazione della realtà: perché come fa a essere credibile un soggetto quasi totalmente privo di peso istituzionale (sottorappresentazione nella sfera politica decisionale), svantaggiato a livello economico (svalutazione in ambito lavorativo), ridotto a portapene ambulante ventiquattro ore su ventiquattro (oggettivazione mediatica ossessiva e persistente), descritto in termini di inferiorità e mancanza da religioni – teorie pseudo psicologiche – costumi e tradizioni (presentazione e percezione negative basate su stereotipi in relazione al ruolo sociale)?

Se io adesso scrivo “La violenza contro le donne e le bambine è una delle più diffuse, durature e devastanti violazioni dei diritti umani presente al mondo” sto citando a braccio le Nazioni Unite e corsivisti, politici e opinione pubblica non fanno una gran fatica a essere d’accordo. È quando si chiede loro di esaminare le ragioni per cui questa violenza esiste e di intervenire su di esse che danno di matto.
https://comune-info.net/2019/04/non-ti-credera-nessuno-casa-pound/?fbclid=IwAR0r5W_dAAxhptXlnycMbG4fNxi_9OltiIYY0IltKdNYl0IbWUTyWM5587k

lunedì 29 aprile 2019

Figlie mie, siate fottutamente egoiste Raiawadunia

Figlie mie, siate delle fottute egoiste.

Pretendete ciò che è vostro.

La maternità non è una missione.
Il matrimonio neppure.
La vostra esistenza sì.

Siate egoiste quando vi chiedono di rinunciare in nome della famiglia.
Non alzatevi da tavola, se un uomo non lo ha fatto prima di voi.

Ritagliatevi spazi degni, per fare ciò che vi piace: cinema, teatro, passioni.

Siate egoiste quando vi chiedono di essere il loro “tutto”. Che siano figli, partner, amici. Tenete qualcosa per voi. Di segreto. Protetto. Irraggiungibile.

Siate egoiste. Non condividete ogni cosa. Ci sono luoghi che vi devono appartenere in maniera esclusiva, in cui potrete tornare quando le cose non vanno.

Siate così egoiste da essere economicamente indipendenti.

Un conto in banca solo vostro, che a mischiare amore e soldi si fa un gran casino. E non si sa mai.

Siate egoiste quando l’altro si offende perché non siete ancora a casa, perché non c’è la cena pronta. Pazienza. Non smettete di fare quello che state facendo. Se siete lì, vuol dire che quello spazio merita il vostro tempo.

Siate egoiste quando il lavoro, la carriera sono importanti e vengono prima del resto. Per gli uomini è così, dato accettato e riconosciuto. Perché non dovrebbe esserlo per voi?

Siate egoiste. Non fate l’amore se non volete. Non fingete. Siate sincere.

Anelate al piacere piuttosto, siate egoiste come lo è un uomo.

Pensate a voi. Prima di tutto a voi. Figlie mie.

Al vostro corpo.
Ai desideri.
All’anima.

Difendere i vostri diritti come una necessità finché non avranno lo stesso peso degli uomini che avete accanto.

Diritti che vanno al di là di una famiglia, di un figlio, di un amore.

Sono qualcosa di così intimo che riguarda solo voi e nessun altro.

Impossibile violarli, il rischio è l’infelicità camuffata da felicità. Il sacrificio camuffato in amore.

Siate così fottutamente egoiste da salvarvi.

E non importa quanto vi criticheranno, vi faranno sentire in colpa, vi richiameranno nello spazio chiuso di un ruolo. Magari quello di moglie. Magari quello di madre.

Voi non abbiate dubbi.

Scegliete sempre di essere le donne che desiderate.

Siate fottutamente egoiste.
Questa la mia eredità di madre, per voi.
https://raiawadunia.com/figlie-mie-siate-fottutamente-egoiste/?fbclid=IwAR2f8YcQRzebFwnP-bkufinffBkWy-BMs2kjI3n7W_ey9KqpuX9aBMlCTK4

domenica 28 aprile 2019

Quattro Giornate, la storia dimenticata dei femminielli che fecero la Resistenza Quando Napoli insorse contro i nazifascisti, il 27 settembre 1943, furono in prima linea e costruirono le barricate per fermare i rastrellamenti. Ora si cerca di ricostruire le storie di coraggio di una comunità che ha precorso le lotte LGBT DI LUIGI MASTRODONATO

Quattro Giornate, la storia dimenticata dei femminielli che fecero la Resistenza
“Quando scoppiarono le insurrezioni, i femminielli scesero in strada sparando al fianco di noialtri. Si trattava di maschi omosessuali travestiti da donna, presenti a decine nel quartiere dove erano soliti riunirsi in un terreno nella zona di Piazza Carlo III”.
Antonio Amoretti è probabilmente l’ultimo partigiano ancora in vita ad aver combattuto durante le Quattro Giornate di Napoli. Quel lontano 27 settembre del 1943 scoppiò una delle insurrezioni più dure e gloriose della storia recente della città, che andò avanti per quattro lunghi giorni e portò alla liberazione di Napoli dai nazifascisti un giorno prima dell’arrivo degli Alleati. Il campo d’azione di Amoretti era proprio l’area di Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, oggi un susseguirsi di maestosi ed eleganti palazzi dove spiccano bar, alberghi e negozietti. La strada è quella che dall’Aeroporto di Capodichino conduce al centro città, il che rende il quartiere un punto di transito per migliaia di pullmann, taxi e auto. Quello che oggi è un crocevia nevralgico nella viabilità cittadina nel 1943 è stato però un luogo simbolo per la sopravvivenza della Napoli come la conosciamo ora.
La rivolta fu l’ultimo capitolo di settimane di esasperazione per le esecuzioni, i saccheggi e i rastrellamenti portati avanti dagli occupanti nazisti. Una misura straordinaria del Prefetto intimava la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per tutti i maschi di età compresa fra i 18 e i 33 anni. Su 30mila napoletani rispondenti ai criteri stabiliti, si presentarono solo in 150 e le forze tedesche iniziarono i rastrellamenti per scovare gli ammutinati. Madri e mogli scesero in strada fronteggiando gli occupanti così da ostacolare i nazifascisti e proteggere i loro figli, mariti e amanti. Ci furono però altri protagonisti nelle barricate di alcuni rioni, San Giovanniello in particolare. I femminielli, figure tradizionali della cultura urbana napoletana e in qualche modo gli 'antenati' del futuro movimento LGBT.
Una definizione esaustiva di femminiello viene data nel 1983 da Pino Simonelli e Giorgio Carrano in Masques, Revue des Homosexualités. “I femminielli sono uomini che vivono e sentono da donna: abbigliati e truccati da donna. Spesso prostitute ma non necessariamente: ogni vicolo ha il suo femminiello accettato dalla comunità”. Definiti gli antenati dei transgender, i femminielli erano una comunità che non rispondeva alle logiche della moderna transessualità, che non faceva uso di ormoni e chirurgia estetica e non rivendicava particolari diritti politici e civili, e che possedeva un’identità di genere che si discostava dalle aspettative sociali dettate dal genere maschile.
“Ricordo molto bene questo gruppo di persone che si distinse al nostro fianco nella lotta per liberare Napoli dal nazifascismo” mi spiega Antonio Amoretti, oggi Presidente dell’Anpi di Napoli. L’associazione è da alcuni anni impegnata nel lavoro di ricostruzione storica del ruolo dei femminielli nei combattimenti di quei giorni.
Accanto a lei, l’Arcigay di Napoli, attraverso il Presidente Antonello Sannino: “Quando ci fu la barricata a San Giovanniello i femminielli erano in prima linea, secondo la logica che non avevano niente da perdere: non avevano figli, la famiglia li aveva ripudiati e la società li rispettava culturalmente ma comunque entro certi limiti” mi spiega. “Abituati a fronteggiare la polizia e il potere, i femminielli non si tirarono indietro davanti all’occupazione nazista”.
Il coraggio dei femminielli è ben rappresentato dalla storia di Vincenzo. Ai tempi quarantenne, vendeva sigarette, cibo e fazzoletti mentre la sera si prostituiva in strada. “Lo chiamavano Vincenzo ‘o femminiello ed era un vero e proprio boss del rione San Giovanniello, nel senso buono del termine” mi racconta Rosa Rubino, transessuale oggi ultrasettantenne molto amica di Vincenzo e cresciuta sotto la sua ala protettiva.
“Ci ha raccontato più volte della sua partecipazione alle Quattro Giornate, del suo contributo nell’ergere le barricate per non far entrare i tedeschi nel quartiere”. Rubino ricollega il protagonismo del suo amico nell’insurrezione al ruolo che Vincenzo aveva nel quartiere. “Era una presenza fissa in strada, un punto di riferimento e questo spiega perché durante un momento così forte come le Quattro Giornate fosse in prima linea nei combattimenti”. Vincenzo fu anche tra i protagonisti, 40 anni dopo, delle proteste rionali contro l’abusivismo edilizio post-terremoto dell’Irpinia.
Questa presenza costante dei femminielli nelle dinamiche storiche urbane napoletane li ha resi tra i protagonisti della realtà antropologica locale. A confermarlo è Paolo Valerio, professore di Psicologia Clinica all’Università Federico II di Napoli, Presidente‎ della Fondazione Genere Identità Cultura e studioso dei femminielli. “Il fatto che nella lingua napoletana sia stato inventato un termine, femminiello, che altrove non esiste è sintomatico dell’importanza di questa figura nella cultura urbana e nell’antropologia locale” mi spiega. “E’ un po’ il corrispettivo dei Ladyboys in Thailandia o dei Muxè del Messico. Napoli si è contraddistinta come una città che ha consentito a queste persone di potersi manifestare più liberamente e di ritagliarsi persino un ruolo sociale – curare anziani e bambini oltre alla più classica prostituzione”.
Durante le Quattro Giornate, la presenza di decine di femminielli nelle strade impegnati a combattere gli occupanti nazisti va ricondotta a diverse cause, tra cui la prostituzione. Molti femminielli intrattenevano relazioni clandestine con gli uomini dei rispettivi rioni, dunque il loro interventismo va letto in parte nella stessa accezione delle donne che scesero in piazza per ostacolare le deportazioni forzate dei loro mariti nei campi di lavoro tedeschi.
Il protagonismo dei femminielli viaggiava poi di pari passo con il mero spirito di sopravvivenza. “Rifiutati dalla famiglia, difendevano sè stessi e il loro terraneo” continua Sannino, che sottolinea come l’occupazione nazista della città, con i coprifuochi che ne derivavano, si scontrava con la quotidianità rionale dei femminielli, soffocandone abitudini e costumi e dunque l’esistenza stessa.
Il contributo in termini numerici che i femminielli diedero in quelle quattro giornate di insurrezione urbana fu modesto, ma non irrisorio. “Erano qualche decina quelli che hanno combattuto con noi nel quartiere” ricorda ancora Amoretti. “Certo, a riunirsi nel loro terraneo di fronte all’ex cinema Gloria erano molti di più, ma comunque c’era una buona rappresentanza della loro comunità a combattere al nostro fianco”.
Tutti questi elementi sono rimasti nascosti per lungo tempo. Il protagonismo dei femminielli nelle Quattro Giornate sta però emergendo oggi tanto attraverso i racconti orali delle persone più anziane, comprese quelle appartenenti alla comunità LGBT napoletana del dopoguerra, quanto attraverso le fonti scritte provenienti dai diversi archivi nazionali e locali – l’archivio dell’associazione nazionale partigiani e quello dell’istituto campano della resistenza in particolare. Gli esponenti della comunità femminiella napoletana di quei tempi sono peraltro tutti deceduti oggi, il che complica il lavoro di ricerca. “E’ rimasta solo una persona” mi spiega Sannino, “nel 1943 aveva una decina di anni, ma fino a ora è stato impossibile parlare con lui”. Andrea – nome di fantasia - crebbe nel rione San Giovanniello e fin da piccolo frequentò la comunità omosessuale divenendo poi lui stesso un femminiello. Oggi, ormai ultraottantenne, percepisce ancora quello stato di assedio frutto di decenni di discriminazioni e non vuole condividere i suoi ricordi sul ruolo che la sua comunità ebbe in quei quattro giorni di insurrezione popolare.
Il contributo dei femminielli alla liberazione della città non venne minimamente celebrato, nemmeno a guerra finita. Solo l’anno scorso l’ex assessora per le pari opportunità di Napoli, Simona Marino, ha citato tra i protagonisti della rivolta “donne, omosessuali e femminielli” - in una lettera inviata al Presidente della Repubblica per l’anniversario dell’insurrezione.
L’attivismo bellico dei femminielli contribuì comunque ad affermarli ancor di più come protagonisti antropologici di certi quartieri napoletani. “Dopo l’insurrezione i femminielli continuarono a essere presenti nel rione San Giovanniello, come e più di prima, con le loro cerimonie nel terraneo” mi racconta Amoretti. Con le loro usanze, i loro costumi e i loro punti d’incontro, il ruolo dei femminielli nella quotidianità rionale napoletana è rimasta forte fino agli anni ’70-’80. Poi le trasformazioni urbanistiche e sociali, le conseguenze micro-locali della globalizzazione e lo sviluppo di nuove forme espressive e culturali legate al mondo LGBT hanno messo in ombra un gruppo protagonista della realtà sociale napoletana. Questo non ha però intaccato l’eredità che i femminielli hanno lasciato alla città.
Oggi sono circa 3mila i transessuali che abitano a Napoli, e sebbene si ripetano episodi di transfobia e discriminazione, la predisposizione di servizi sociali ad hoc come consultori, punti di ascolto e case di accoglienza, così come l’attivismo politico di alcuni di loro, raccontano bene quella che è una città che ha imparato nel corso dei secoli a essere più open-minded. La rivolta contro i nazisti del 1943, con eterosessuali e femminielli che combatterono fianco a fianco, fu in effetti una delle principali lezioni di integrazione nella storia contemporanea italiana. Questo, peraltro, in un momento storico caratterizzato da confino, violenze e eccidi contro omosessuali e transessuali.
“Il fatto che oggi Napoli abbia una delle più ampie comunità transessuali d’Europa e sia una delle città più gay friendly d’Italia è soprattutto il frutto della storia dei femminielli” spiega orgoglioso Sannino. L’eredità femminella lasciata alla storia della città non si ferma però qui e il Presidente dell’Arcigay Napoli ci tiene a sottolinearlo: “Senza il contributo delle donne e dei femminielli, alcune zone di Napoli come le conosciamo oggi non ci sarebbero più” conclude. “Sarebbero state rase al suolo nel 1943”.
http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/09/27/news/quattro-giornate-di-napoli-la-storia-dei-femminielli-che-fecero-la-resistenza-1.309802?fbclid=IwAR1TQpvJmybxQlwTHmWWQufsDnMOpX2xmkFgipxPthdepL-QkJtRosuIXJw

sabato 27 aprile 2019

25 aprile, la storia dell’unica brigata composta da sole donne: “Coscienza di genere e prime lotte per parità salariale” di Paolo Frosina

La più anziana aveva settant’anni e usava il nome di battaglia “Nonnina”. La più giovane ne aveva quindici ed entrambi i suoi genitori erano stati deportati. Sui monti liguri, negli anni dell’occupazione nazifascista, ha combattuto l’unica brigata partigiana composta da sole donne, anche nei gradi di comando. Nell’autunno 1944 prese il nome di “brigata Alice Noli”, in omaggio a una giovane staffetta di Campomorone, nell’entroterra di Genova, seviziata e uccisa dalle milizie nere per aver dato sepoltura ad alcuni tra i 147 partigiani morti nell’eccidio della Benedicta, nell’aprile dello stesso anno.

Alice era una ragazza piena di passioni: amava il canto e la pittura, “e spesso scendeva da Campomorone fino al centro di Genova per ottenere un autografo dai suoi artisti preferiti”, racconta Massimo Bisca, presidente provinciale dell’Anpi. A 16 anni aveva cominciato a lavorare alla Brambilla, una ditta di pelletteria nel quartiere genovese di Pontedecimo. Fece assidua propaganda partigiana, procurò aiuti e rifornimenti e collaborò con i Gruppi di difesa della donna, la più importante organizzazione femminile di sostegno alla Resistenza. Nel gennaio del 1944 era entrata a far parte della 3° brigata “Liguria”. Scoperta e catturata insieme ad altri sei compagni, venne portata in caserma: poiché si rifiutava di fornire informazioni, fu caricata su un camion e infine fucilata.

Nei mesi successivi, la brigata femminile che già operava sui monti di Genova – svolgendo una funzione di raccordo tra gli stabilimenti industriali della Val Polcevera e i nuclei partigiani – adotta il nome di Alice. Con l’inizio della guerra le donne avevano sostituito gli uomini in molti luoghi di lavoro, sviluppando coscienza di genere e iniziando le prime lotte per la parità salariale. L’8 marzo ’45 le donne della ‘Alice Noli’ distribuirono clandestinamente a Genova 20mila volantini e realizzarono oltre 500 scritte sul selciato, per testimoniare il proprio ruolo nella Resistenza.

Dopo la Liberazione, nel grande corteo del 1° maggio in cui sfilarono tutte le formazioni partigiane, qualcuno non vedeva di buon occhio la presenza della brigata femminile. Un dirigente delle Sap – Squadre d’azione patriottica – disse a una partigiana di stare attente a sfilare in pantaloni, perché avrebbero rischiato di sembrare delle poco di buono. “Lei gli rispose in malo modo – racconta Massimo Bisca – e assicurò che avrebbero cucito delle gonne per il corteo, ma lo mise in guardia dal toccare le armi dei fascisti che loro stesse avevano conquistato in battaglia”.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/25/25-aprile-la-storia-dellunica-brigata-composta-da-sole-donne-coscienza-di-genere-e-prime-lotte-per-parita-salariale/5131235/?fbclid=IwAR2rIiDIq6dwDb2pB381QaghgUFZX4d2pGEDbZW1yUgo37071FDdX

giovedì 25 aprile 2019

Buon 25 aprile 2019 tutte e tutti al Municipio di Corsico alle 10

Liliana Segre
Per me il 25 aprile del 1945 non fu il giorno della Liberazione. Non poteva esserlo perché io quel giorno ero ancora prigioniera nel piccolo campo di Malchow, nel Nord della Germania. C’era un grande nervosismo da parte dei nostri aguzzini, ma non sapevamo nulla di quel che accadeva in Europa. A darci qualche notizia furono dei giovani francesi prigionieri di guerra mentre passavano davanti al filo spinato. « Non morite adesso! » , scongiurarono alla vista delle disgraziate ombre che eravamo. «Tenete duro. La guerra sta per finire. E i tedeschi stanno perdendo sui due fronti: quello occidentale con gli americani e quello orientale con i russi». Nelle ultime ore da prigioniere assistemmo alla storia che cambiava. Fuori dal lager ci costrinsero all’ennesima orribile marcia ma niente era uguale a prima. La mia personale festa di liberazione fu quando vidi il comandante del campo mettersi in abiti civili e buttare a terra la sua pistola. Era un uomo terribile, crudele, che a ogni occasione picchiava selvaggiamente le prigioniere. La vendetta mi parve a portata di mano, ma scelsi di non raccogliere quell’arma. All’improvviso realizzai che io non avrei mai potuto uccidere nessuno e questa era la grande differenza tra me e il mio carnefice. Fu in quel momento che mi sentii libera, finalmente in pace.
Il 25 aprile del 1945 fu quindi un’esplosione di gioia che mi sarebbe arrivata più tardi filtrata dai racconti di amici e famigliari. Avevo avuto bisogno di una tregua prima di tornare in Italia. E dovevo guarire da troppe ferite per riuscire a fare festa insieme agli altri. Ero stata ridotta a un numero, costretta a vivere in un mondo nemico e costantemente con il male altrui davanti a me, come diceva Primo Levi. Ci vollero anni perché riscoprissi il sentimento della felicità collettiva.
Poi quel momento è arrivato. E il 25 aprile è diventata una festa famigliare, la festa della libertà ritrovata. Simboleggiava la caduta definitiva del nazifascismo e la liberazione. E rendeva omaggio al sacrificio di partigiani e militari, ai resistenti senz’armi, ai perseguitati politici e razziali. Era la festa del popolo italiano ma anche una festa celebrata in famiglia insieme a mio marito Alfredo, che era stato un internato militare in Germania per aver detto no alla Rsi. Avevamo patito entrambi la privazione della libertà e potevamo capire il significato profondo di quella data che poneva le fondamenta della democrazia e della carta costituzionale. Ogni 25 aprile sventolavamo idealmente la nostra bandiera.
Non ho mai smesso di sventolare quella bandiera. E ancora oggi mi ostino a spiegare ai ragazzi perché è una festa fondamentale. Ma è sempre più difficile combattere con i vuoti di memoria. Solo se si studia la storia si comprende cosa è stato il depauperamento mentale di masse di italiani e tedeschi indottrinate dai totalitarismi fascista e nazista. Bisogna raccontare alle giovani generazioni cos’è stata la dittatura, soprattutto ora che il saluto romano non stupisce più nessuno. Mi chiedo se a una parte della politica non convenga questa diffusa ignoranza della storia. Chi ignora il passato è più facilmente plasmabile. E non oppone “ resistenza”.
In anni non lontani, c’è stato anche chi ha proposto di abolire il 25 aprile dal calendario civile. Temo che prima o poi si arriverà a cancellarlo. Perché il tempo è crudele: livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le generazioni passano. Qualche anno fa ci siamo illusi che intorno a questa data fosse stata raggiunta l’unanimità delle forze politiche. Oggi leggo con preoccupazione che alla festa della Liberazione si preferisca una cerimonia di altro genere. Se devo dire la verità, rimango esterrefatta. In tarda età assisto a degli atti che non avrei mai immaginato di vedere: soprattutto avendo vissuto cosa volesse dire essere vittime prima del 25 aprile, quando la democrazia non c’era, e dissidenti e minoranze venivano imprigionati, torturati e anche uccisi.
Così come rimango tristemente stupita di fronte alla cancellazione della prova di storia alla maturità. La mancanza di memoria può portare a episodi come quello che ha coinvolto pochi giorni fa un istituto alberghiero di Venezia. Un insegnante su Facebook ha offeso la Costituzione con parole che preferisco non ripetere. E si è augurato che Liliana Segre finisca in «un simpatico termovalorizzatore». Questa non l’avevo ancora sentita: probabilmente il « simpatico termovalorizzatore » è la forma aggiornata del forno crematorio.
Preferisco però concentrarmi sui moltissimi italiani che mi vogliono bene. E insieme ai quali festeggerò il 25 aprile, un rito laico che continua a emozionarmi. E a portarmi via con sé. Perché la libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile. Buon 25 aprile a tutti.
https://www.facebook.com/notes/roberto-masiero/buon-25-aprile-a-tutti/10155993024091560/

mercoledì 24 aprile 2019

Marisa Rodano, una conversazione a partire dal 25 aprile Incontro con Marisa Cinciari Rodano, testimone e protagonista della Storia, per parlare della politica, delle donne, della pace, del mondo che si prospetta di Tiziana Bartolini

“Ho l'impressione che nessuno ricordi più le ragioni per cui il 25 aprile è la Festa della Repubblica. È piuttosto grave, occorrerebbe dare di nuovo tutte le informazioni su cosa è successo, spiegare le ragioni che ci hanno portato alla Lotta di Liberazione, chi ha combattuto, contro chi e per quali obiettivi”. A parte l’ovvio rammarico, Marisa Cinciari Rodano esprime una forte preoccupazione. La sua è la voce limpida e autorevole di una donna che osserva il mondo e riflette sulla direzione che sta prendendo. I suoi 98 anni (compiuti in gennaio) sono una forza che si alimenta, ancora e quotidianamente, attraverso l'impegno in Noi Rete Donne e con l’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, aggregazioni di donne che Marisa ha contribuito a fondare oltre dieci anni fa. “È molto grave che si perdano le origini, le ragioni e il significato alla base della nostra democrazia, importante soprattutto per le donne. Tutti i mezzi di comunicazione e le forze politiche dovrebbero fare un'azione di informazione forte per evitare una perdita della memoria che avrebbe conseguenze pesanti”. Marisa Rodano aderì, giovanissima, al Partito Comunista Italiano di cui per decenni fu dirigente, sempre impegnata anche nell’Udi e a sostegno delle battaglie a favore delle donne. Fedele a queste radici, oggi è preoccupata della situazione politica. “Non credo possibile, però, che questo possa avvenire perché l'informazione è molto condizionata dalle forze politiche oggi al governo e che non sentono di avere radici in quella storia. Del resto anche una parte della Democrazia Cristina, nel dopoguerra, ne era distante. Ci fu una ripresa di interesse con i governi del centrosinistra. Però, se devo cercare una spiegazione alla mancanza di un sentimento nazionale condiviso per il 25 aprile, devo risalire al 1968: lì c’è stata una cesura, è mancato di racconto da parte di quelli che allora erano genitori. Da lì c'è stato un lento decadimento del valore del 25 aprile, poi - venendo più al presente - il Partito Democratico ha introdotto un’altra visione del mondo in cui quella data non aveva più centralità”. Oggi è difficile anche parlare di fascismo, nonostante i saluti romani nelle piazze (italiane e non solo) siano sempre più frequenti e sfacciati; si contesta che le categorie ‘destra’ e ‘sinistra’ siano superate dalla storia.”Il cima che sento crescere è molto simile a quello del 1919, cioè analogo alle condizioni economiche e sociali che hanno portato il fascismo al potere. Sì, vedo un pericolo reale di ritorno del fascismo. Anche una parte dell'Europa è dichiaratamente fascista, quindi l’Unione Europea non mi pare possa essere un argine sufficiente a garantire una protezione da questi rigurgiti fascisti e nazisti. Assistiamo al paradosso di un'Europa - nata dall'antifascismo grazie al manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann - che oggi sarebbe rinnegata nella sua sostanza”. E Marisa racconta, avendolo vissuto, cosa è stato il fascismo. “Facciamo fatica, oggi, a capire come si possa vivere senza libertà, ma il fascismo era questo. Il fascismo negava la libertà di stampa, il Ministero della Cultura Popolare emanava le direttive ai giornali, che dovevano rispettarle: me ne ricordo una ‘da lunedì meno Papa’..Non c'era libertà di associazione, se non avevi la tessera del partito non trovavi lavoro, il sabato fascista imponeva ai giovani di sfilare con le divise del fascio e poi c’erano i saggi ginnici. Il fascismo era un regime autoritario e illiberale che inquadrava la vita di tutti, a partire dai giovani. Il ruolo e il destino delle donne era di fare i figli e meno che mai di fare politica”. Le sue preoccupazioni sono accentuate anche per il contesto internazionale in cui tutto ciò accade, e che così descrive. “È un momento difficile in cui vedo a rischio la pace, proprio il valore della pace in un mondo nel quale le idee che contano sono quelle di Trump negli Stati Uniti, di Putin in Russia e di Erdogan in Turchia. Il Medio Oriente è a rischio di una guerra: basta guardare la situazione della Siria, del Libano e della Giordania con milioni di profughi. Sento un’aria di diciannovismo che mi preoccupa e che, invece, non mi sembra preoccupi molto la politica”. Il buon senso, prima ancora che la visione strategica internazionale, inducono a darle ragione e, viene da domandarsi, come mai di fronte a questa tendenza pericolosissima le forze della sinistra non riescano a tornare ad un protagonismo sulla scena nazionale ed internazionale. “Purtroppo la cultura progressista e di sinistra ha una voce flebile contro questi movimenti in crescita, l'unico che abbia un'idea in proposito è Pisapia, che vede una possibile soluzione nella creazione a Strasburgo, dopo le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, di un largo gruppo socialdemocratico in grado di contrastare questa ideologia nefasta e di rinsaldare l’Europa restituendole la possibilità di giocare un ruolo importante nello scacchiere internazionale. Del resto in Europa è nata l'idea di cultura moderna, è nato il Cristianesimo, è nata tutta la civiltà che è riferimento per il mondo”. E torna a ragionare sugli errori di casa nostra. “Penso che l’Europa al tempo di Romano Prodi abbia avuto troppa fretta di aprire l’ingresso a paesi dalle incerte adesioni all'idea di Unione, questo allargamento intempestivo ci sta procurando molti problemi. Anche i politici italiani hanno responsabilità e dobbiamo riconoscere che in sostanza sono singole persone che puntano all'affermazione personale e non hanno una visione politica del paese e dello sviluppo possibile. Tutto questo è drammatico se pensiamo che siamo in una situazione mondiale in cui i singoli Stati non contano praticamente niente. Questo va ricordato a chi si fa abbindolare dai sovranisti: l’affermazione dell'importanza degli Stati nazionali è pretestuosa perché è insostenibile nei fatti. A sinistra non ci sono leader e questa area politica è frantumata, non riesce ad essere presente nei gangli più delicati del paese e sembra vivere nella convinzione che cliccare sia un agire, invece non è così. La rivoluzione del web e dei social media ci ha colto impreparati, ci siamo man mano allontanati dal paese reale e oggi si sconta questo ritardo. I partiti di massa sono stati sostituiti da aggregazioni virtuali o affermando l’idea vaga che ‘uno vale uno’ in una piattaforma oppure aprendo la strada ad un’idea precisa ma reazionaria come quella di Salvini. Bisognerebbe tornare alla militanza di un tempo, dove le sezioni erano il luogo di incontro vivo e reale, di scambio di opinioni”. Marisa Rodano ha le idee chiare su quali soggetti possano, oggi, contrastare questa onda lunga che sembra inarrestabile. “Il fatto positivo, in generale, mi pare siamo le donne, che si comportano meglio degli uomini salvo che in Parlamento, dove hanno adottato il modello maschile. Le elette del Movimento 5S e della Lega di Salvini non svolgono nessun ruolo femminile ma si comportano come gli uomini, sembrano estranee al cammino che hanno compiuto le donne per conquistare diritti e leggi”. È il momento di fare un bilancio di quello che l’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria ha fatto. “Come Accordo abbiamo lavorato affinché fossero rimossi gli ostacoli che impediscono alle donne di essere candidate e di entrare nelle assemblee elettive a tutti i livelli: comuni, Regioni, Parlamento. Considero questo obiettivo raggiunto, il punto è che queste donne, una volta elette, hanno adottato un modello maschile e non svolgono la funzione che ci si attendeva da loro, ossia l’indipendenza dagli uomini, l’autonomia nelle scelte e nelle priorità. Rimane quindi aperto il grande tema dell'autonomia delle donne, una questione di grande attualità. Del resto dobbiamo sempre tenere presente che le donne ai vertici in tutti i campi, anche se aumentate, sono ancora poche. Mi pare il caso di sottolineare che manca una legge che regoli l'ordinamento interno dei partiti prevedendo un'equa rappresentanza tra uomini e donne, manca cioè una legge che determini la democrazia interna. Il fatto che le donne che arrivano i vertici non fanno la differenza è deleterio per tutte le donne, questo lo dobbiamo ricordare”. Tra i pericoli di questi tempi difficili Marisa Rodano per le donne vede anche la possibilità di retrocedere nelle condizioni di vita. “Non credo si possano abrogare leggi come la 194 o il divorzio, ma vedo molto concreta, e già nei fatti, la mancanza di sollecitazioni ad applicare le leggi che ci sono, come per esempio la parità salariale. C’è un rischio concreto anche nella mancanza di volontà di creare le condizioni per l’applicazione di tante leggi: penso alle infrastrutture sociali, ai servizi”. L’arretramento per le donne è molto più che una minaccia, ma il loro avanzamento è davvero assente, come dimostrerebbe una eventuale agenda delle donne che abbiamo chiesto a Marisa di stilare. Oggi, come ieri, vedrebbe “una società in cui ci sia uno sviluppo economico all’insegna di una reale parità, un'Europa che sia solidale nella quale si possa affermare un'idea di centrosinistra capace di affermare tali principi”. Quanta forza hanno, oggi, le donne per far sentire la loro voce? “In alcuni momenti del passato le donne sono state davvero unite. Per il divorzio e per l'aborto, per esempio. Oggi le donne sono sulla difensiva, il tema della violenza è centrale, ma c'è una difficoltà a individuare grandi temi su cui ritrovarsi unite. Penso che i grandi temi su cui le donne dovrebbero allearsi sono: il lavoro, i servizi sociali adeguati alla situazione odierna, normative sull’assistenza alle persone anziane”. Ripartire da dove non abbiamo mai smesso, praticamente, di ragionare. Solo, occorrerebbero parole d’ordine diverse e rinnovate energie.
Alla conversazione ha partecipato e contribuito Paola Ortensi
http://www.noidonne.org/articoli/marisa-rodano-una-conversazione-a-partire-dal-25-aprile.php

martedì 16 aprile 2019

In molti Comuni si andrà a elezioni. Una costante: una strenua resistenza al linguaggio di genere. Simona Sforza


In molti Comuni si andrà a elezioni.
Una costante: una strenua resistenza al linguaggio di genere. 
Leggo le candidate ancorate al maschile, tutte "candidato sindaco", un vero cortocircuito. A destra, come a sinistra. 
Eppure quanto sarebbe meno stridente "la candidatA sindacA", esiste ed è italiano corretto. Se non si ha nemmeno il coraggio di portare avanti questo cambiamento simbolico ma tangibile, dalle ricadute positive enormi, cosa contraddistinguera' l'operato politico di queste donne? 
Quale la differenza che sapranno marcare e sulla quale qualcuna chiederà il voto. 
Quale occasione migliore per portare un cambiamento e spiegare i motivi di una scelta di declinazione corretta? 
Diamo esistenza alle donne, non appiattiamoci per assecondare consuetudini linguistiche ormai ingiustificabili e che cozzano con la realtà. 
Non significa sminuire un ruolo bensì dargli nuova luce e illuminare ciò che per secoli è stato invisibilizzato. 
Oggi abbiamo la possibilità di dipingere una nuova rappresentanza, adoperiamola e iniziamo a farlo a partire dal linguaggio. 
Non è un orpello inutile, bensì dare sostegno concreto al cambiamento. 
La parità di genere si costruisce mattoncino dopo mattoncino.
https://www.facebook.com/simona.sforza.7/posts/10218314222997306