Vorremmo che non fosse così, ma anche nei Paesi del G7 la violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso e il problema non è risolto. Insieme, totalizzano 4608 omicidi di donne in un anno, più della metà di questi omicidi è opera di partner o ex. È un dato che parla da solo. Dunque, la violenza più diffusa per le donne è quella domestica, la violenza inattesa giunge da parte di chi la donna ama o ha amato.
Nel gruppo dei 7, gli Stati Uniti sono il Paese che presenta i valori più alti. Ma i femminicidi sono solo la punta di un iceberg, prima vengono maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, economica, sessuale, stalking. Si tratta di violenza di genere, cioè le donne la subiscono in quanto donne, riguarda trasversalmente donne di tutte le classi sociali. Esistono, però, gruppi più vulnerabili di altri. In Italia, sono le donne migranti che subiscono la violenza più grave, e anche le donne disabili sono molto esposte. Negli Stati Uniti, le donne nere sono più colpite delle bianche, in Canada le donne aborigene. Le forme della violenza possono assumere caratteristiche diverse e più gravi, se si combinano con altri fattori come l’orientamento sessuale, la religione, l’ origine etnica, la classe sociale, l’età, la nazionalità, la disabilità. La vulnerabilità si accentua laddove l’empowerment economico delle donne è basso e la maggior parte delle donne non lavora, dipendendo tra l’altro dal permesso di soggiorno del marito, come nel caso italiano delle marocchine e delle albanesi.
Le donne migranti di alcune comunità specifiche sono anche più esposte al traffico di esseri umani e alle mutilazioni genitali, problema presente per i Paesi del G7 con movimenti migratori di particolari comunità ed etnie.
La violenza contro le donne pone una barriera all’empowerment femminile, cioè allo sviluppo della libertà e indipendenza delle donne, genera paura e insicurezza nella loro vita e rappresenta un grande ostacolo al raggiungimento della parità, dello sviluppo, del benessere. Vittime sono anche bambini e bambine che assistono alla violenza della loro madre, e rischiano di vedere la loro vita futura fortemente segnata da questa esperienza. È diffusa l’idea che in presenza di tante vittime si debba correre ai ripari attraverso politiche di sola tutela e di aiuti alle donne. In realtà non basta, la via è un’altra.
Per combattere la violenza è necessario sviluppare programmi di empowerment, azioni che potenzino la libertà delle donne. Le politiche, le stesse pratiche delle associazioni devono rapportarsi alle donne non come a vittime e soggetti vulnerabili, ma a soggetti che possono essere protagonisti del percorso di uscita dalla violenza, pratica che da tanti anni viene portata avanti dai centri antiviolenza e anche in strutture pubbliche sanitarie di eccellenza. Si tratta di sviluppare azioni che potenzino la libertà femminile, sostenere i centri antiviolenza, che già mettono in pratica questo approccio da anni nei vari Paesi, potenziare e formare adeguatamente gli operatori e le operatrici dei servizi sociali, sanitari, di polizia, le forze armate, perché agiscano in un’ottica di empowerment femminile.
La sinergia di tutti gli attori in campo è la chiave del successo di queste politiche. Per prevenire, e contrastare la violenza contro le donne, c’è bisogno di una grande rivoluzione culturale che abbatta gli stereotipi di genere in tutti i Paesi e metta in discussione profondamente la radice della violenza contro le donne, il desiderio di dominio dell’uomo sulla donna. C’è bisogno di una grande offensiva educativa nelle scuole e più in generale nella società a tutti i livelli, verso gli uomini perché perdano il loro desiderio di possesso e per le donne, per far crescere il loro livello di autostima, fondamentale antidoto contro la violenza. C’è bisogno che gli uomini scendano in campo e non solo le donne. E che i media si facciano sentire, ma nel modo giusto, rinunciando alle immagini femminili irrispettose e stereotipate e dando spazio paritario alle donne e alle loro vite reali in trasmissione. È venuto il momento di lavorare intensamente in sinergia su questo a livello di G7, imparando gli uni dagli altri, perché i problemi sono gli stessi. Sarebbe un grande passo in avanti per tutti.
http://www.lastampa.it/2017/04/06/cultura/opinioni/editoriali/i-grandi-diano-una-risposta-alla-violenza-contro-le-donne-d8zH2Qw8iKpcb2zaUIfXvL/pagina.html
domenica 9 aprile 2017
sabato 8 aprile 2017
L'inesistenza della Teoria del Gender - La circolare del Ministero dell'Istruzione alle scuole
Da qualche tempo, in Italia come all'estero, sta prendendo piede una pericolosa caccia alle streghe basata su quella che viene definita Teoria del Gender, una teoria per cui il movimento LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) vorrebbe abbattere le differenze biologiche dei generi per "confondere" la mente dei bambini, sfruttando le scuole per indottrinarli ad abbandonare la propria identità sessuale in favore di un genere "indefinito".
Quello di "teoria del gender" è un concetto creato dall'estrema destra religiosa fondendo le definizioni di "gender studies" e "queer theory". Il risultato è una presunta "gender theory", che però, al di fuori di questo contesto, non esiste, e non è mai stata teorizzata da nessuno. In Italia, la provenienza dei sostenitori di questa visione dalle frange più estreme della Chiesa cattolica spiega l'insolita rozzezza delle loro tesi, la cui difesa è spesso affidata a "esperti" autonominati, dei quali è spesso facile dimostrare che letteralmente "non sanno nemmeno di cosa stanno parlando". (cit. Wikipink)
Per fortuna, dopo varie sollecitazioni, anche il Ministero dell'Istruzione ha preso posizione su questa controversa questione, smentendo l'esistenza di questa fantomatica teoria e affermando che "nell'ambito delle competenze che gli alunni devono acquisire, fondamentale aspetto riveste l'educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione, e la promozione ad ogni livello del rispetto della persona e delle differenze senza alcuna discriminazione."
Inoltre "pone all'attenzione delle scuole la necessità di favorire l'aumento delle competenze relative all'educazione all'affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere".
Nella circolare viene inoltre espressamente citato l'orientamento sessuale tra le discriminazioni richiamate dalle norme comunitarie che devono trovare applicazione nella scuola italiana.
Leggi la circolare del Ministero dell'Istruzione »
Di seguito, altre importanti dichiarazioni sulla Teoria del Gender:
Il Sottosegretario all'Istruzione Faraone sull'inesistenza della Teoria del Gender: leggi l'articolo »
L'Associazione Italiana Psicologia sull'incosistenza scientifica della Teoria del Gender: leggi il documento »
L'Associazione Italiana Sociologi sull'inesistenza della Teoria del Gender: leggi l'intervista »
Prof.ssa Nicla Vassallo, filosofa: leggi l'intervista »
Prof.ssa Chiara Saraceno, sociologa: guarda il video »
Altre testate che hanno affrontato la questione:
Wired: leggi l'articolo »
Internazionale: leggi l'articolo »
Ordine degli Psicologi, Lazio: leggi l'articolo [1] »
Ordine degli Psicologi, Lazio: leggi l'articolo [2] »
Wikipink: leggi l'articolo »
http://www.omphalospg.it/component/content/article/78-progetti/lotta-alle-discriminazioni/367-l-inesistenza-della-teoria-del-gender-la-circolare-del-ministero-dell-istruzione-alle-scuole.html
Quello di "teoria del gender" è un concetto creato dall'estrema destra religiosa fondendo le definizioni di "gender studies" e "queer theory". Il risultato è una presunta "gender theory", che però, al di fuori di questo contesto, non esiste, e non è mai stata teorizzata da nessuno. In Italia, la provenienza dei sostenitori di questa visione dalle frange più estreme della Chiesa cattolica spiega l'insolita rozzezza delle loro tesi, la cui difesa è spesso affidata a "esperti" autonominati, dei quali è spesso facile dimostrare che letteralmente "non sanno nemmeno di cosa stanno parlando". (cit. Wikipink)
Per fortuna, dopo varie sollecitazioni, anche il Ministero dell'Istruzione ha preso posizione su questa controversa questione, smentendo l'esistenza di questa fantomatica teoria e affermando che "nell'ambito delle competenze che gli alunni devono acquisire, fondamentale aspetto riveste l'educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione, e la promozione ad ogni livello del rispetto della persona e delle differenze senza alcuna discriminazione."
Inoltre "pone all'attenzione delle scuole la necessità di favorire l'aumento delle competenze relative all'educazione all'affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere".
Nella circolare viene inoltre espressamente citato l'orientamento sessuale tra le discriminazioni richiamate dalle norme comunitarie che devono trovare applicazione nella scuola italiana.
Leggi la circolare del Ministero dell'Istruzione »
Di seguito, altre importanti dichiarazioni sulla Teoria del Gender:
Il Sottosegretario all'Istruzione Faraone sull'inesistenza della Teoria del Gender: leggi l'articolo »
L'Associazione Italiana Psicologia sull'incosistenza scientifica della Teoria del Gender: leggi il documento »
L'Associazione Italiana Sociologi sull'inesistenza della Teoria del Gender: leggi l'intervista »
Prof.ssa Nicla Vassallo, filosofa: leggi l'intervista »
Prof.ssa Chiara Saraceno, sociologa: guarda il video »
Altre testate che hanno affrontato la questione:
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http://www.omphalospg.it/component/content/article/78-progetti/lotta-alle-discriminazioni/367-l-inesistenza-della-teoria-del-gender-la-circolare-del-ministero-dell-istruzione-alle-scuole.html
giovedì 6 aprile 2017
LETTERA APERTA ALLE LAVORATRICI E SCIOPERANTI DE LOTTOMARZO| NONUNADIMENO
Care scioperanti: lavoratrici-disoccupate-inoccupate-studentesse-artiste-professioniste-casalinghe-pensionate…
scriviamo, dopo lo Sciopero globale dello scorso 8 marzo, in primo luogo per ringraziare tutte per la forza, il coraggio, per la passione, la fantasia con cui è stata animata e fatta vivere questa splendida giornata di lotta e mobilitazione globale.
Lo Sciopero è stato un successo. Non era facile andare controcorrente, sfidare il blocco che in tante aziende è stato disposto non tanto e non solo dai datori, ma anche dai sindacati confederali, che non hanno ritenuto la violenza maschile sulle donne ragione abbastanza concreta per proclamare lo sciopero generale.
Eppure, noi lo sentivamo nei nostri corpi, nelle nostre teste, nel nostro diritto inalienabile a vivere e lavorare con dignità e libertà; lo avete e lo abbiamo fatto, reinventandolo tutte insieme, senza paura.
In tanti luoghi di lavoro, nei servizi e nelle cooperative, nelle scuole e negli ospedali, nel pubblico impiego come in quello privato, abbiamo incrociato le braccia, ci siamo astenute dalla fatica, abbiamo lottato. E non hanno scioperato soltanto le lavoratrici dipendenti; lo hanno fatto anche, mettendosi doppiamente a rischio, le lavoratrici autonome e parasubordinate, quelle precarie che il diritto di sciopero non lo hanno. Ognuna a suo modo, ognuna mettendosi in gioco fino in fondo. Abbiamo scioperato in Italia, milioni di donne hanno scioperato e si sono mobilitate in tutto il mondo, in oltre 50 paesi.
Dobbiamo dirlo, senza arroganza: forse il più importante evento di lotta degli ultimi decenni.
Passato l’evento, con il ricordo ancora nitido, si tratta ora di consolidare questa straordinaria nuova marea femminista, conquistando uno dopo l’altro i diritti che ci vengono negati quotidianamente, affermando concretamente, battaglia dopo battaglia, il nostro Piano femminista contro la violenza. Piano che, già a partire dalle assemblee nazionali di novembre e di febbraio scorsi, abbiamo cominciato a delineare. Per questo motivo, invitiamo tutte a continuare insieme questo percorso, a partecipare ai prossimi appuntamenti e momenti di discussione: alle riunioni dei Tavoli che stanno proseguendo nel lavoro di studio e di scrittura per il Piano, sino alla prossima assemblea nazionale di Non una di meno, che si svolgerà a Roma il 22 e 23 aprile. Saranno occasioni per elaborare collettivamente quanto è accaduto lo scorso 8 marzo, per portare a termine il nostro Piano, per definire le prossime scadenze di lotta, per articolare il nostro intervento nei territori.
Ci siamo riprese la strada e la piazza, ci siamo riprese lo Sciopero, ora dobbiamo imparare a riprenderci tutto. Unite possiamo farcela.
Non una di meno
https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/04/04/lettera-aperta-alle-lavoratrici-e-scioperanti-de-lottomarzo/
martedì 4 aprile 2017
Dopo l’Islanda, la Germania approva la legge contro il divario salariale fra uomo e donna. E l’Italia? scritto da Monica D'Ascenzo
Se più governi scendono in campo per porvi rimedio, vuol dire che il problema esiste. La differenza salariale di genere, testimoniata da diversi studi a livello internazionale, è entrata a pieno titolo nelle agende di lavoro delle istituzioni di diversi Paesi, dopo che l’Unione Europea da anni ha posto l’accento sul tema tanto da creare un progetto ad hoc per sensibilizzare i Paesi membri.
La linea che si sta seguendo, nella maggior parte dei casi, è quella di rendere “visibili” le remunerazioni, secondo il principio che rendere noto il divario sia di per sé già un incentivo a sanarlo. E dopo la legge islandese (in verità ben più restrittiva), ieri è stata la volta della Germaia, che ha approvato la normativa in tema di gender pay gap.
La soluzione tedesca
La Cdu di Angela Merkel festeggia la nuova norma per la riduzione del gap fra gli
stipendi di uomini e donne in Germania. Il Bundestag tedesco ha approvato il 30 marzo una normativa che dovrebbe favorire la riduzione dello scarto di remunerazione. La legge prescrive per le imprese con oltre 200 impiegati di render conto, a chi vuole saperlo, di quanto viene pagato un collega per la stessa prestazione lavorativa. Nel provvedimento sono coinvolte 18 mila imprese tedesche. Mentre circa 4.000 imprese con oltre 500 impiegati dovranno regolarmente fornire dei rapporti proprio sul trattamento salariale, chiarendo quindi quanto gli stipendi siano effettivamente “allineati”.
La misura si è resa necessaria dal momento che lo scarto di stipendio fra uomini e donne in Germania è del 21% circa. In media ogni donna guadagna 4,50 euro meno degli
uomini.
L’imposizione islandese
In Islanda il governo (nel quale metà dei ministri sono donna) ha deciso di fare un passo in più. La legge, approvata poche settimane fa dall’Althingi (il parlamento islandese) e ora pubblicata sulla gazzetta ufficiale, prevede che i datori di lavoro dovranno fornire documentazione sufficiente per ottenere la certificazione ufficiale di azienda o istituzione che davvero rispetta la parità retributiva tra gender. Il controllo del rispetto della gender equality salariale non è, però, solo teorico. E’ stato, infatti, affidato alla Lögreglan (polizia), alla polizia tributaria e anche al reparto scelto delle forze dell’ordine. I controlli inizieranno dal 2018 e termineranno entro il 2022. Nel Paese, di 330mila abitanti, l’occupazione femminile è attorno all’80%, mentre il divario salariale si attesta tra il 14 e il 20%. Le donne da anni scendono in piazza in sciopero in segno di protesta, guidate da The Icelandic Women’s Rights Association.
La via britannica
In Gran Bretagna sta per entrare in vigore (probabilmente dal prossimo 6 aprile) la regolamentazione 2017 del The Equality Act 2010 (Gender Pay Gap Information), in base alla quale le società private con oltre 250 dipendenti dovranno pubblicare, entro un anno dall’entrata in vigore, i dati relativi alle remunerazioni e ai bonus dei dipendenti (quanto e a quanti) con uno spaccato di genere. Da quest’anno l’obbligo sarà annuale e interesserà 7.960 aziende e 11 millioni di dipendenti, pari al 34% della forza lavoro totale britannica.
La normativa è il frutto del lavoro del Women and Equalities Select Committee, che ha presentato lo scorso anno un report sulla situazione in Uk a seguito dell’impegno dell’allora primo ministro di voler chiudere il gender pay gap innell’arco di tempo di una generazione. In base agli ultimi dati disponibili (aprile 2016) nel lavoro a tempo pieno gli uomini hanno in media una paga settimanale di 578 sterline, mentre le donne si fermano a 480 steline: il 17% in meno.
La “volontarietà” americana
Negli Stati Uniti era stato John F. Kennedy ha firmare nel 1963 The Equal Pay Act. Allora le donne guadagnavano in media 59 centesimi ogni dollaro guadagnato da un uomo. Dopo 50 anni erano arrivate a 77 centesimi. Un progresso troppo lento, secondo l’amministrazione Obama, tanto che nel 2009 il presidente firmò Lilly Ledbetter Fair Pay Act, cui ha fatto poi seguito The White House Equal Pay Gap del 2016. Quest’ultimo, già siglato da oltre 100 società, è l’impegno volontario a dare visibilità delle politiche di remunerazione interne e dei dati relativi agli stipendi.
Certo, lasciare che si aderisca in modo volontario ha il rischio che non ci sia un impegno concreto da parte delle aziende. Ma un nuovo fattore sta entrando in gioco, a cominciare dagli Usa: le richieste degli investitori istituzionali. Non è passata inosservata la notizia che la società di gestioni Pax World Management, con masse gestite attorno ai 4,1 miliardi di dolalri, ha convinto alcune società in cui investe (Goldman Sachs, BNY Mellon, Verizon, AT&T e Qualcomm) a prendere un impegno a favore della parità salariale fra i generi. Un segnale non da poco, per quanti sono quotati a Wall Street. Segnale che potrebbe essere seguito da altri investitori istituzionali.
E l’Italia?
Forse non tutti sano che anche da noi esiste una normativa a riguardo. Si tratta dell’articolo 46 del Decreto Legislativo 11 aprile 2006 n. 198 (ex art. 9 L. 125/91), (modificato dal D. Legislativo 25 gennaio 2010 n. 5 in attuazione della direttiva 2006/54/CE relativa al principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione). Cosa prevede?
1.Le aziende pubbliche e private che occupano oltre cento dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile in ognuna delle professioni e in relazione allo stato di assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica, di altri fenomeni di mobilità, dell’intervento della Cassa integrazione guadagni, dei licenziamenti, dei prepensionamenti e pensionamenti, della retribuzione effettivamente corrisposta.
2.Il rapporto di cui al comma 1 è trasmesso alle rappresentanze sindacali aziendali e alla consigliera e al consigliere regionale di parità, che elaborano i relativi risultati trasmettendoli alla consigliera o al consigliere nazionale di parità, al Ministero del lavoro delle politiche sociali e al Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
3. Il rapporto è redatto in conformità alle indicazioni definite nell’ambito delle specificazioni di cui al comma 1 dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con proprio decreto.
4. Qualora, nei termini prescritti, le aziende di cui al comma 1 non trasmettano il rapporto, la Direzione regionale del lavoro, previa segnalazione dei soggetti di cui al comma 2, invita le aziende stesse a provvedere entro sessanta giorni. In caso di inottemperanza si applicano le sanzioni di cui all’articolo 11 del decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1955, n.520. Nei casi più gravi può essere disposta la sospensione per un anno dei benefici contributivi eventualmente goduti dall’azienda.
Il termine per presentare gli ultimi rapporti sulla situazione del personale è scaduto il 30 aprile 2016. Forse eravamo distratti e non ci siamo accorti di questa marea di informazioni. Resta il fatto che in Italia il divario di remunerazione, fra uomini e donne è del 10,9%. Una differenza che sale al 36,3% fra i laureati.
http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/04/03/dopo-lislanda-anche-la-germania-approva-la-legge-contro-il-divario-salariale-fra-uomo-e-donna/
La linea che si sta seguendo, nella maggior parte dei casi, è quella di rendere “visibili” le remunerazioni, secondo il principio che rendere noto il divario sia di per sé già un incentivo a sanarlo. E dopo la legge islandese (in verità ben più restrittiva), ieri è stata la volta della Germaia, che ha approvato la normativa in tema di gender pay gap.
La soluzione tedesca
La Cdu di Angela Merkel festeggia la nuova norma per la riduzione del gap fra gli
stipendi di uomini e donne in Germania. Il Bundestag tedesco ha approvato il 30 marzo una normativa che dovrebbe favorire la riduzione dello scarto di remunerazione. La legge prescrive per le imprese con oltre 200 impiegati di render conto, a chi vuole saperlo, di quanto viene pagato un collega per la stessa prestazione lavorativa. Nel provvedimento sono coinvolte 18 mila imprese tedesche. Mentre circa 4.000 imprese con oltre 500 impiegati dovranno regolarmente fornire dei rapporti proprio sul trattamento salariale, chiarendo quindi quanto gli stipendi siano effettivamente “allineati”.
La misura si è resa necessaria dal momento che lo scarto di stipendio fra uomini e donne in Germania è del 21% circa. In media ogni donna guadagna 4,50 euro meno degli
uomini.
L’imposizione islandese
In Islanda il governo (nel quale metà dei ministri sono donna) ha deciso di fare un passo in più. La legge, approvata poche settimane fa dall’Althingi (il parlamento islandese) e ora pubblicata sulla gazzetta ufficiale, prevede che i datori di lavoro dovranno fornire documentazione sufficiente per ottenere la certificazione ufficiale di azienda o istituzione che davvero rispetta la parità retributiva tra gender. Il controllo del rispetto della gender equality salariale non è, però, solo teorico. E’ stato, infatti, affidato alla Lögreglan (polizia), alla polizia tributaria e anche al reparto scelto delle forze dell’ordine. I controlli inizieranno dal 2018 e termineranno entro il 2022. Nel Paese, di 330mila abitanti, l’occupazione femminile è attorno all’80%, mentre il divario salariale si attesta tra il 14 e il 20%. Le donne da anni scendono in piazza in sciopero in segno di protesta, guidate da The Icelandic Women’s Rights Association.
La via britannica
In Gran Bretagna sta per entrare in vigore (probabilmente dal prossimo 6 aprile) la regolamentazione 2017 del The Equality Act 2010 (Gender Pay Gap Information), in base alla quale le società private con oltre 250 dipendenti dovranno pubblicare, entro un anno dall’entrata in vigore, i dati relativi alle remunerazioni e ai bonus dei dipendenti (quanto e a quanti) con uno spaccato di genere. Da quest’anno l’obbligo sarà annuale e interesserà 7.960 aziende e 11 millioni di dipendenti, pari al 34% della forza lavoro totale britannica.
La normativa è il frutto del lavoro del Women and Equalities Select Committee, che ha presentato lo scorso anno un report sulla situazione in Uk a seguito dell’impegno dell’allora primo ministro di voler chiudere il gender pay gap innell’arco di tempo di una generazione. In base agli ultimi dati disponibili (aprile 2016) nel lavoro a tempo pieno gli uomini hanno in media una paga settimanale di 578 sterline, mentre le donne si fermano a 480 steline: il 17% in meno.
La “volontarietà” americana
Negli Stati Uniti era stato John F. Kennedy ha firmare nel 1963 The Equal Pay Act. Allora le donne guadagnavano in media 59 centesimi ogni dollaro guadagnato da un uomo. Dopo 50 anni erano arrivate a 77 centesimi. Un progresso troppo lento, secondo l’amministrazione Obama, tanto che nel 2009 il presidente firmò Lilly Ledbetter Fair Pay Act, cui ha fatto poi seguito The White House Equal Pay Gap del 2016. Quest’ultimo, già siglato da oltre 100 società, è l’impegno volontario a dare visibilità delle politiche di remunerazione interne e dei dati relativi agli stipendi.
Certo, lasciare che si aderisca in modo volontario ha il rischio che non ci sia un impegno concreto da parte delle aziende. Ma un nuovo fattore sta entrando in gioco, a cominciare dagli Usa: le richieste degli investitori istituzionali. Non è passata inosservata la notizia che la società di gestioni Pax World Management, con masse gestite attorno ai 4,1 miliardi di dolalri, ha convinto alcune società in cui investe (Goldman Sachs, BNY Mellon, Verizon, AT&T e Qualcomm) a prendere un impegno a favore della parità salariale fra i generi. Un segnale non da poco, per quanti sono quotati a Wall Street. Segnale che potrebbe essere seguito da altri investitori istituzionali.
E l’Italia?
Forse non tutti sano che anche da noi esiste una normativa a riguardo. Si tratta dell’articolo 46 del Decreto Legislativo 11 aprile 2006 n. 198 (ex art. 9 L. 125/91), (modificato dal D. Legislativo 25 gennaio 2010 n. 5 in attuazione della direttiva 2006/54/CE relativa al principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione). Cosa prevede?
1.Le aziende pubbliche e private che occupano oltre cento dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile in ognuna delle professioni e in relazione allo stato di assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica, di altri fenomeni di mobilità, dell’intervento della Cassa integrazione guadagni, dei licenziamenti, dei prepensionamenti e pensionamenti, della retribuzione effettivamente corrisposta.
2.Il rapporto di cui al comma 1 è trasmesso alle rappresentanze sindacali aziendali e alla consigliera e al consigliere regionale di parità, che elaborano i relativi risultati trasmettendoli alla consigliera o al consigliere nazionale di parità, al Ministero del lavoro delle politiche sociali e al Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
3. Il rapporto è redatto in conformità alle indicazioni definite nell’ambito delle specificazioni di cui al comma 1 dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con proprio decreto.
4. Qualora, nei termini prescritti, le aziende di cui al comma 1 non trasmettano il rapporto, la Direzione regionale del lavoro, previa segnalazione dei soggetti di cui al comma 2, invita le aziende stesse a provvedere entro sessanta giorni. In caso di inottemperanza si applicano le sanzioni di cui all’articolo 11 del decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1955, n.520. Nei casi più gravi può essere disposta la sospensione per un anno dei benefici contributivi eventualmente goduti dall’azienda.
Il termine per presentare gli ultimi rapporti sulla situazione del personale è scaduto il 30 aprile 2016. Forse eravamo distratti e non ci siamo accorti di questa marea di informazioni. Resta il fatto che in Italia il divario di remunerazione, fra uomini e donne è del 10,9%. Una differenza che sale al 36,3% fra i laureati.
http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/04/03/dopo-lislanda-anche-la-germania-approva-la-legge-contro-il-divario-salariale-fra-uomo-e-donna/
lunedì 3 aprile 2017
Lidia Menapace Novara 1924 - vivente. di Monica Lanfranco e Rosangela Pesenti
«Molto mi ha giovato la lettura dei testi che le donne vengono scrivendo e pubblicando, ma più ancora – sto per dire – il poterle incontrare, il parlarsi di persona, vedere volti e gesti, inflessioni di voce e timbro di sorriso, sentire quanta parte della ricerca è andata persa per circostanze varie, quali orizzonti apre, quali motivazioni ha avuto».
Veramente difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista quale è Lidia Menapace.
Una anticipatrice: questa forse la caratteristica più nitida ed esclusiva del suo lavoro.
La prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo, «[…]Poiché ho ribattuto che possiamo cominciare a sessuare il linguaggio nei miliardi di volte in cui si può fare senza nemmeno modificare la lingua, e poi ci occuperemo dei casi difficili, ecco subito di nuovo a chiedermi perché mai mi sarei accontentata di così poco. Se è tanto poco, dicevo, perché non si fa?
Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere » (prefazione a Parole per giovani donne, 1993).
Ci ha regalato la definizione più suggestiva del Movimento delle donne osservando che è carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza. Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.
Negli anni dirompenti del Movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che «Il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc» e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso.
Nell’UDI ha guidato la stagione politicamente più creativa contribuendo all’uscita dell’associazione dallo stallo generato dall’XI Congresso, attraverso l’innovazione delle forme politiche nelle responsabilità condivise, proponendo un Patto tra pensieri politici teoricamente incomponibili e promuovendo la formazione del gruppo nazionale, domiciliato al Buon Pastore occupato, allora cuore storico del femminismo, che prendeva il nome da quella Scienza della vita quotidiana, frutto dell’elaborazione politica raccolta per la prima volta nel libro Economia politica della differenza sessuale.
Comincia proprio con questo testo la proposta teorica intorno all’Economia della riproduzione, declinata nelle specificità biologica, domestica e sociale, che troppo spesso viene ancora genericamente definita “lavoro di cura”, mentre, osserva puntualmente Lidia, la cura è il modo senza il quale non si realizza il lavoro stesso.
Non solo molti libri: la sua produzione è diffusa, e talvolta dispersa, in una miriade di giornali, riviste, pubblicazioni. Questo per la sua disponibilità ad essere presente nell’accadere delle cose, nel tempo vissuto dei vari collettivi umani che la considerano una maestra, ma anche perché, lontana da ogni vezzo accademico, considera la forma “occasionale” dei suoi scritti parte integrante della sua stessa elaborazione teorica. Instancabile viaggiatrice, è sempre stata disponibile a raggiungere i più remoti gruppi in ogni parte d’Italia, e generosa nel diffondere il patrimonio della sua esperienza. L’occasione infatti, nel senso montaliano del termine, è il suo modo teorico di stare nel mondo, che per lei è sempre il territorio concreto, abitato, che può allargarsi a comprendere perfino tutta la terra, ma si tratta sempre di una terra che è tale in quanto incessantemente percorsa da donne e uomini e dalle loro umanissime vicende. Dice e scrive, attenta alle condizioni materiali della vita e a come i luoghi possono favorire o mortificare la conoscenza, continuando a scegliere per sé la scrittura dell’articolo più vicina alla continuità del pensiero nella vicinanza del vivere.
Attivamente pacifista ha proposto la Convenzione permanente di donne contro tutte le guerre e la scuola politica sotto l’egida di Rosa Luxembourg, figura storica snobbata sia dai partiti a sinistra come da buona parte del femminismo che invece Lidia Menapace ha non solo riscoperto ma anche attualizzato, arrivando a scoprirne le radici protoecologiste e animaliste (cfr. Donne disarmanti- storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi (2003).
Pressoché unica a ricordare alle generazioni più giovani il lavoro di Alma Sabatini, che cita sempre quando parla della necessità di sessuare il linguaggio, generosa con chi le ha chiesto di partecipare anche in luoghi sperduti a dibattiti e incontri, sempre disponibile a scrivere e a condividere i suoi materiali, Lidia Menapace è probabilmente la miglior testimonianza di come il paese nel suo complesso, e la sinistra in particolare, non sappia valorizzare i suoi talenti: per oltre 20 anni, con raccolte di firme e petizioni, si è cercato senza successo di farla eleggere in Parlamento, a cominciare dal Pci dell’epoca della Carta delle donne di Livia Turco.
Una enorme quantità di firme sono state raccolte sia per la sua elezione parlamentare sia per la sua nomina come Senatrice a vita, anche in questo caso senza successo.
La sua breve permanenza in Senato (eletta nelle liste di Rifondazione Comunista), già ottantenne, è raccontata da lei stessa in una raccolta di lettere, inviate quasi quotidianamente, che restituiscono uno sguardo inedito:
«Sono convinta che una nuova strumentazione politica teorica possa muovere non da cattedre, bensì da tavole, non da scranni, bensì da incontri conviviali» scrive Lidia nell’introduzione del suo ultimo libro.
Sua madre è una ragazza emancipata d’inizio Novecento, così si autodefiniva e suo padre un geometra illuminista senza saperlo, che portava le figlie bambine a visitare città d’arte. Lidia Brisca è stata una giovanissima resistente durante la guerra di liberazione; ha avuto il grado di sottotenente, rifiutato poi assieme al riconoscimento economico subito dopo la guerra, come raccontato nel libro Resistè : non aveva fatto la guerra come militare – spiegherà – e ciò che aveva fatto non aveva prezzo e non era monetizzabile. A soli 21 anni, nel 1945, consegue la laurea col massimo dei voti, a conclusione degli studi in letteratura italiana. Partecipando a giugno del 2011 a Genova al decennale di Punto G, che nel 2001 aprì le manifestazioni politiche di dibattito sulla globalizzazione, Lidia Menapace ha raccontato di come alla sua laurea uno dei relatori avesse giudicato la sua tesi, per farle un complimento, “frutto di un ingegno davvero virile”. Ebbene lei, nonostante il luogo solenne e la giovane età, ebbe il coraggio di ribattere e quello di replicare che la candidata era proprio una donna, quindi “isterica” (video su YouTube).
Impegnata nella Democrazia Cristiana, prima donna eletta nel Consiglio Provinciale di Bolzano nel 1964, dove si era trasferita dopo il matrimonio con il medico trentino, Nene Menapace (morto nel 2004), accanto a lei con discrezione per tutta la vita. In quella stessa legislatura è anche la prima donna ad entrare nella Giunta provinciale come assessora alla Sanità, ma si giocherà una brillante carriera all’Università Cattolica dichiarandosi marxista e contribuendo alla fondazione del quotidiano «Il Manifesto» (1969) sul quale scriverà regolarmente fino alla metà degli anni ’80. Conflittuale, anche a causa della distanza dal movimento femminista, il rapporto con Rossana Rossanda, altra fondatrice dello storico giornale della sinistra italiana.
A partire dagli anni ‘70 è presente nella politica attiva in associazioni, movimenti, incarichi istituzionali con un impegno che si caratterizza da subito e sempre per il femminismo e il pacifismo. Eletta al Senato nel 2006 nelle liste di Rifondazione Comunista, è attualmente direttora della rivista teorica per la rifondazione comunista «Su la testa<».
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/lidia-menapace/
Veramente difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista quale è Lidia Menapace.
Una anticipatrice: questa forse la caratteristica più nitida ed esclusiva del suo lavoro.
La prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo, «[…]Poiché ho ribattuto che possiamo cominciare a sessuare il linguaggio nei miliardi di volte in cui si può fare senza nemmeno modificare la lingua, e poi ci occuperemo dei casi difficili, ecco subito di nuovo a chiedermi perché mai mi sarei accontentata di così poco. Se è tanto poco, dicevo, perché non si fa?
Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere » (prefazione a Parole per giovani donne, 1993).
Ci ha regalato la definizione più suggestiva del Movimento delle donne osservando che è carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza. Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.
Negli anni dirompenti del Movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che «Il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc» e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso.
Nell’UDI ha guidato la stagione politicamente più creativa contribuendo all’uscita dell’associazione dallo stallo generato dall’XI Congresso, attraverso l’innovazione delle forme politiche nelle responsabilità condivise, proponendo un Patto tra pensieri politici teoricamente incomponibili e promuovendo la formazione del gruppo nazionale, domiciliato al Buon Pastore occupato, allora cuore storico del femminismo, che prendeva il nome da quella Scienza della vita quotidiana, frutto dell’elaborazione politica raccolta per la prima volta nel libro Economia politica della differenza sessuale.
Comincia proprio con questo testo la proposta teorica intorno all’Economia della riproduzione, declinata nelle specificità biologica, domestica e sociale, che troppo spesso viene ancora genericamente definita “lavoro di cura”, mentre, osserva puntualmente Lidia, la cura è il modo senza il quale non si realizza il lavoro stesso.
Non solo molti libri: la sua produzione è diffusa, e talvolta dispersa, in una miriade di giornali, riviste, pubblicazioni. Questo per la sua disponibilità ad essere presente nell’accadere delle cose, nel tempo vissuto dei vari collettivi umani che la considerano una maestra, ma anche perché, lontana da ogni vezzo accademico, considera la forma “occasionale” dei suoi scritti parte integrante della sua stessa elaborazione teorica. Instancabile viaggiatrice, è sempre stata disponibile a raggiungere i più remoti gruppi in ogni parte d’Italia, e generosa nel diffondere il patrimonio della sua esperienza. L’occasione infatti, nel senso montaliano del termine, è il suo modo teorico di stare nel mondo, che per lei è sempre il territorio concreto, abitato, che può allargarsi a comprendere perfino tutta la terra, ma si tratta sempre di una terra che è tale in quanto incessantemente percorsa da donne e uomini e dalle loro umanissime vicende. Dice e scrive, attenta alle condizioni materiali della vita e a come i luoghi possono favorire o mortificare la conoscenza, continuando a scegliere per sé la scrittura dell’articolo più vicina alla continuità del pensiero nella vicinanza del vivere.
Attivamente pacifista ha proposto la Convenzione permanente di donne contro tutte le guerre e la scuola politica sotto l’egida di Rosa Luxembourg, figura storica snobbata sia dai partiti a sinistra come da buona parte del femminismo che invece Lidia Menapace ha non solo riscoperto ma anche attualizzato, arrivando a scoprirne le radici protoecologiste e animaliste (cfr. Donne disarmanti- storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi (2003).
Pressoché unica a ricordare alle generazioni più giovani il lavoro di Alma Sabatini, che cita sempre quando parla della necessità di sessuare il linguaggio, generosa con chi le ha chiesto di partecipare anche in luoghi sperduti a dibattiti e incontri, sempre disponibile a scrivere e a condividere i suoi materiali, Lidia Menapace è probabilmente la miglior testimonianza di come il paese nel suo complesso, e la sinistra in particolare, non sappia valorizzare i suoi talenti: per oltre 20 anni, con raccolte di firme e petizioni, si è cercato senza successo di farla eleggere in Parlamento, a cominciare dal Pci dell’epoca della Carta delle donne di Livia Turco.
Una enorme quantità di firme sono state raccolte sia per la sua elezione parlamentare sia per la sua nomina come Senatrice a vita, anche in questo caso senza successo.
La sua breve permanenza in Senato (eletta nelle liste di Rifondazione Comunista), già ottantenne, è raccontata da lei stessa in una raccolta di lettere, inviate quasi quotidianamente, che restituiscono uno sguardo inedito:
«Sono convinta che una nuova strumentazione politica teorica possa muovere non da cattedre, bensì da tavole, non da scranni, bensì da incontri conviviali» scrive Lidia nell’introduzione del suo ultimo libro.
Sua madre è una ragazza emancipata d’inizio Novecento, così si autodefiniva e suo padre un geometra illuminista senza saperlo, che portava le figlie bambine a visitare città d’arte. Lidia Brisca è stata una giovanissima resistente durante la guerra di liberazione; ha avuto il grado di sottotenente, rifiutato poi assieme al riconoscimento economico subito dopo la guerra, come raccontato nel libro Resistè : non aveva fatto la guerra come militare – spiegherà – e ciò che aveva fatto non aveva prezzo e non era monetizzabile. A soli 21 anni, nel 1945, consegue la laurea col massimo dei voti, a conclusione degli studi in letteratura italiana. Partecipando a giugno del 2011 a Genova al decennale di Punto G, che nel 2001 aprì le manifestazioni politiche di dibattito sulla globalizzazione, Lidia Menapace ha raccontato di come alla sua laurea uno dei relatori avesse giudicato la sua tesi, per farle un complimento, “frutto di un ingegno davvero virile”. Ebbene lei, nonostante il luogo solenne e la giovane età, ebbe il coraggio di ribattere e quello di replicare che la candidata era proprio una donna, quindi “isterica” (video su YouTube).
Impegnata nella Democrazia Cristiana, prima donna eletta nel Consiglio Provinciale di Bolzano nel 1964, dove si era trasferita dopo il matrimonio con il medico trentino, Nene Menapace (morto nel 2004), accanto a lei con discrezione per tutta la vita. In quella stessa legislatura è anche la prima donna ad entrare nella Giunta provinciale come assessora alla Sanità, ma si giocherà una brillante carriera all’Università Cattolica dichiarandosi marxista e contribuendo alla fondazione del quotidiano «Il Manifesto» (1969) sul quale scriverà regolarmente fino alla metà degli anni ’80. Conflittuale, anche a causa della distanza dal movimento femminista, il rapporto con Rossana Rossanda, altra fondatrice dello storico giornale della sinistra italiana.
A partire dagli anni ‘70 è presente nella politica attiva in associazioni, movimenti, incarichi istituzionali con un impegno che si caratterizza da subito e sempre per il femminismo e il pacifismo. Eletta al Senato nel 2006 nelle liste di Rifondazione Comunista, è attualmente direttora della rivista teorica per la rifondazione comunista «Su la testa<».
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/lidia-menapace/
domenica 2 aprile 2017
Il pregiudizio del muletto Quando i pregiudizi maschili sono duri a morire Arianne Lapelouse
È una vita che affronto con il sorriso sulle labbra e il sopracciglio alzato le tante verità e le troppe false idee legate ai pregiudizi maschili.
Facciamo un esempio: se sei donna e rispondi al telefono della TUA azienda, spesso ti senti chiedere: “Ciao, mi passi il titolare?”.
“La titolare sono io, salve!”.
“Ah, pensavo fosse LA segretaria”.
Come se per una donna fosse impossibile dirigere un’impresa e per un uomo fosse INCONCEPIBILE lavorare come segretario o telefonista.
I pregiudizi sono alla base di molte ingiustizie, che ci trasciniamo dietro da secoli come macigni.
A gennaio nei cinema americani è uscito Hidden Figures. Il film racconta della vera storia di tre scienziate della Nasa, che hanno lavorato al lancio di John Glenn in orbita nella celebre impresa spaziale del 1962.
È un film che accusa l’imperante maschilismo con il quale anche le donne più brillanti e preparate devono confrontarsi restando quindi spesso “hidden”, cioè nascoste, mentre sono i loro colleghi uomini a prendersi tutti gli applausi. Valeva negli anni ’60 e vale, in molto casi, ancora oggi.
I pregiudizi, si sa, sono duri a morire.
Ma piano piano, stanno cadendo uno a uno come i birilli del bowling dove voi maschietti, tra una birretta e l’altra, vi divertite a elencare i nostri presunti limiti.
Solo per schiarirvi le idee:
1. Vi assicuriamo che noi donne siamo portate per la matematica e le materie scientifiche esattamente come voi. Non abbiamo un difetto cerebrale che ci impedisca di fare le addizioni. Anzi, quando si tratta di chiedervi gli alimenti dopo che ci avete cornificate con mezzo condominio, siamo bravissime a calcolare il totale.
2. È poi ormai risaputo che noi donne sappiamo guidare l’automobile piuttosto bene. Anzi. Essere donna rappresenta un motivo di maggiore garanzia per le stesse compagnie assicuratrici, che tendono ad accaparrarsi le clienti. Meno incidenti, meno infortuni.
3. Certo, in molte donne c’è una vera e propria repulsione verso le catene da neve, di solito ci rifiutiamo di uscire sotto la tormenta per installarle. Ma perchè, sic et simpliciter, lo riteniamo un lavoraccio, faticoso e pure rischioso, così come lo trovate voi uomini. Tanto è vero che, potendo scegliere, optate ormai tutti massicciamente per un treno di gomme invernali.
4. Andrebbe anche rivista l’idea, tipicamente macho-latina, che le donne non sappiano fare squadra, non sappiano collaborare e siano solo capaci di demolirsi e di farsi dispetti infantili.
Si sa: noi donne siamo molto più concentrate sui reali problemi e, dovendo spesso dividerci tra casa e lavoro, facciamo tesoro del poco tempo a disposizione. Quindi non amiamo perderci tra faide e guerre di posizione. Non più di voi.
Detto questo: qualche anno fa nei test da superare all’esame da mulettista figurava la seguente domanda: “Puó una donna guidare un muletto?”. La risposta era ovviamente “Sì, caro. E saprebbe anche passarti sopra in retromarcia”.
http://www.syndromemagazine.com/it/il-pregiudizio-del-muletto/
Facciamo un esempio: se sei donna e rispondi al telefono della TUA azienda, spesso ti senti chiedere: “Ciao, mi passi il titolare?”.
“La titolare sono io, salve!”.
“Ah, pensavo fosse LA segretaria”.
Come se per una donna fosse impossibile dirigere un’impresa e per un uomo fosse INCONCEPIBILE lavorare come segretario o telefonista.
I pregiudizi sono alla base di molte ingiustizie, che ci trasciniamo dietro da secoli come macigni.
A gennaio nei cinema americani è uscito Hidden Figures. Il film racconta della vera storia di tre scienziate della Nasa, che hanno lavorato al lancio di John Glenn in orbita nella celebre impresa spaziale del 1962.
È un film che accusa l’imperante maschilismo con il quale anche le donne più brillanti e preparate devono confrontarsi restando quindi spesso “hidden”, cioè nascoste, mentre sono i loro colleghi uomini a prendersi tutti gli applausi. Valeva negli anni ’60 e vale, in molto casi, ancora oggi.
I pregiudizi, si sa, sono duri a morire.
Ma piano piano, stanno cadendo uno a uno come i birilli del bowling dove voi maschietti, tra una birretta e l’altra, vi divertite a elencare i nostri presunti limiti.
Solo per schiarirvi le idee:
1. Vi assicuriamo che noi donne siamo portate per la matematica e le materie scientifiche esattamente come voi. Non abbiamo un difetto cerebrale che ci impedisca di fare le addizioni. Anzi, quando si tratta di chiedervi gli alimenti dopo che ci avete cornificate con mezzo condominio, siamo bravissime a calcolare il totale.
2. È poi ormai risaputo che noi donne sappiamo guidare l’automobile piuttosto bene. Anzi. Essere donna rappresenta un motivo di maggiore garanzia per le stesse compagnie assicuratrici, che tendono ad accaparrarsi le clienti. Meno incidenti, meno infortuni.
3. Certo, in molte donne c’è una vera e propria repulsione verso le catene da neve, di solito ci rifiutiamo di uscire sotto la tormenta per installarle. Ma perchè, sic et simpliciter, lo riteniamo un lavoraccio, faticoso e pure rischioso, così come lo trovate voi uomini. Tanto è vero che, potendo scegliere, optate ormai tutti massicciamente per un treno di gomme invernali.
4. Andrebbe anche rivista l’idea, tipicamente macho-latina, che le donne non sappiano fare squadra, non sappiano collaborare e siano solo capaci di demolirsi e di farsi dispetti infantili.
Si sa: noi donne siamo molto più concentrate sui reali problemi e, dovendo spesso dividerci tra casa e lavoro, facciamo tesoro del poco tempo a disposizione. Quindi non amiamo perderci tra faide e guerre di posizione. Non più di voi.
Detto questo: qualche anno fa nei test da superare all’esame da mulettista figurava la seguente domanda: “Puó una donna guidare un muletto?”. La risposta era ovviamente “Sì, caro. E saprebbe anche passarti sopra in retromarcia”.
http://www.syndromemagazine.com/it/il-pregiudizio-del-muletto/
sabato 1 aprile 2017
LE SCARPE CON IL TACCO PER NEONATE COMMERCIALIZZATE DA UN'AZIENDA STATUNITENSE
Le PeeWeePumps sono state ideate per bambine da zero a sei mesi di vita. Il prodotto, lanciato sui social media, è stato giudicato di cattivo gusto da molte mamme
Occhiali da diva navigata, un foulard avvolto a formare una fascia legata intorno al capo, con tanto di fiocco davanti, e scarpe con il tacco abbinate. A indossare un abbigliamento del genere non è una giovane modella impegnata a posare su qualche catalogo di moda, bensì una neonata.
Il prodotto realizzato da un'azienda di calzature americana, la PeeWeePumps, è stato messo in commercio al fine di soddisfare la voglia glamour di molte neomamme, almeno stando alle dichiarazioni della sua fondatrice, Michelle Holbrook.
Una volta commercializzate e pubblicizzate sui siti e sui social media, le calzature sono state giudicate di cattivo gusto e molte mamme hanno definito “sbagliato e disgustoso” ritrarre i neonati in questo modo.
Le scarpette con il tacco denominate appunto PeeWeePumps, sono state realizzate in svariati colori: di raso, la calzatura somiglia nella forma alle decolleté per donne adulte. Il tacco che sporge è pieghevole, mentre la punta è arrotondata. Sono disponibili per bambine fino a sei mesi d'età.
Ad accompagnare il lancio del prodotto ci ha pensato un marketing definitio aggressivo per le frasi impiegate nel descrivere abbigliamento per neonati, come “cool” e “diva in erba”. Anche le foto che hanno accompagnato il prodotto non sono state apprezzate nella maggior parte dei casi.
Negli ultimi messaggi condivisi su Facebook dalla società, viene ritratta una bambina che siede a cavalcioni su una moto in miniatura accompagnata dalla seguente didascalia: “Questa piccola diva in erba si mette in posa con le #peeweepumps”.
L'azienda con sede a Greensburg, in Pennsylvania, non si è limitata a far indossare alle neonate protagoniste della campagna le scarpine con il tacco, ma anche collane di perline, abiti di paillettes e tutù.
Le critiche
“La promozione di prodotti per bambini in questo modo è malata”, ha scritto un altro commentatore sotto il post.
Le opinioni su queste calzature dai colori svariati sono state innumerevoli. Non sono mancati i commenti positivi di alcune utenti che hanno definito le scarpe “adorabili”.
L'azienda è stata segnalata all'inizio del mese di marzo da un gruppo di utenti del Regno Unito, che avevano rilanciato le immagini delle calzature e della vasta gamma di prodotti per l'infanzia con il messaggio di avvertenza "attenzione, le foto sono scioccanti".
Chiamata in causa, la fondatrice del marchio PeeweePumps, Michelle Holbrook, ha risposto alle critiche attraverso un comunicato pubblicato sul sito della sua società: “I nostri prodotti non sono fatti per camminare, ma per soddisfare l'attuale e sempre crescente richiesta popolare di alta moda anche per quanto concerne l'abbigliamento infantile”.
Queste scarpette con il tacco destinate alle neonate sono ergonomiche, costano circa 20 dollari e permettono alle bambine di avvicinarsi in modo precoce al mondo della moda, o perlomeno lo permettono alle loro mamme.
La questione nasce proprio su questo punto, ossia sul valore etico di una campagna promozionale che vuole vendere alle madri delle scarpe per bambina che sembrano, esteticamente, da donna. Nonostante l'azienda abbia già venduto più di un migliaio di paia, alcune mamma che hanno valutato il prodotto l'hanno giudicato inadeguato per una neonata.
La fondatrice della società travolta dalle critiche si è scusata con chi ha frainteso lo scopo delle scarpe con il tacco in miniatura, ritenendolo un gesto d'amore per le neonate. Le bambine di una volta si appropriavano al mondo delle scarpe con il tacco giocando con quelle della madre, in età sicuramente superiore ai cinque mesi.
Qui si ha a che fare con neonate dai 0 ai sei mesi di vita che sono diventate loro malgrado le consumatrici finali di un articolo più adatto alle donne adulte, rischiando così di cadere in un processo di sessualizzazione precoce, di cui i principali responsabili sono proprio i loro genitori.
http://www.tpi.it/mondo/stati-uniti/azienda-americana-crea-scarpe-tacco-neonate
Occhiali da diva navigata, un foulard avvolto a formare una fascia legata intorno al capo, con tanto di fiocco davanti, e scarpe con il tacco abbinate. A indossare un abbigliamento del genere non è una giovane modella impegnata a posare su qualche catalogo di moda, bensì una neonata.
Il prodotto realizzato da un'azienda di calzature americana, la PeeWeePumps, è stato messo in commercio al fine di soddisfare la voglia glamour di molte neomamme, almeno stando alle dichiarazioni della sua fondatrice, Michelle Holbrook.
Una volta commercializzate e pubblicizzate sui siti e sui social media, le calzature sono state giudicate di cattivo gusto e molte mamme hanno definito “sbagliato e disgustoso” ritrarre i neonati in questo modo.
Le scarpette con il tacco denominate appunto PeeWeePumps, sono state realizzate in svariati colori: di raso, la calzatura somiglia nella forma alle decolleté per donne adulte. Il tacco che sporge è pieghevole, mentre la punta è arrotondata. Sono disponibili per bambine fino a sei mesi d'età.
Ad accompagnare il lancio del prodotto ci ha pensato un marketing definitio aggressivo per le frasi impiegate nel descrivere abbigliamento per neonati, come “cool” e “diva in erba”. Anche le foto che hanno accompagnato il prodotto non sono state apprezzate nella maggior parte dei casi.
Negli ultimi messaggi condivisi su Facebook dalla società, viene ritratta una bambina che siede a cavalcioni su una moto in miniatura accompagnata dalla seguente didascalia: “Questa piccola diva in erba si mette in posa con le #peeweepumps”.
L'azienda con sede a Greensburg, in Pennsylvania, non si è limitata a far indossare alle neonate protagoniste della campagna le scarpine con il tacco, ma anche collane di perline, abiti di paillettes e tutù.
Le critiche
“La promozione di prodotti per bambini in questo modo è malata”, ha scritto un altro commentatore sotto il post.
Le opinioni su queste calzature dai colori svariati sono state innumerevoli. Non sono mancati i commenti positivi di alcune utenti che hanno definito le scarpe “adorabili”.
L'azienda è stata segnalata all'inizio del mese di marzo da un gruppo di utenti del Regno Unito, che avevano rilanciato le immagini delle calzature e della vasta gamma di prodotti per l'infanzia con il messaggio di avvertenza "attenzione, le foto sono scioccanti".
Chiamata in causa, la fondatrice del marchio PeeweePumps, Michelle Holbrook, ha risposto alle critiche attraverso un comunicato pubblicato sul sito della sua società: “I nostri prodotti non sono fatti per camminare, ma per soddisfare l'attuale e sempre crescente richiesta popolare di alta moda anche per quanto concerne l'abbigliamento infantile”.
Queste scarpette con il tacco destinate alle neonate sono ergonomiche, costano circa 20 dollari e permettono alle bambine di avvicinarsi in modo precoce al mondo della moda, o perlomeno lo permettono alle loro mamme.
La questione nasce proprio su questo punto, ossia sul valore etico di una campagna promozionale che vuole vendere alle madri delle scarpe per bambina che sembrano, esteticamente, da donna. Nonostante l'azienda abbia già venduto più di un migliaio di paia, alcune mamma che hanno valutato il prodotto l'hanno giudicato inadeguato per una neonata.
La fondatrice della società travolta dalle critiche si è scusata con chi ha frainteso lo scopo delle scarpe con il tacco in miniatura, ritenendolo un gesto d'amore per le neonate. Le bambine di una volta si appropriavano al mondo delle scarpe con il tacco giocando con quelle della madre, in età sicuramente superiore ai cinque mesi.
Qui si ha a che fare con neonate dai 0 ai sei mesi di vita che sono diventate loro malgrado le consumatrici finali di un articolo più adatto alle donne adulte, rischiando così di cadere in un processo di sessualizzazione precoce, di cui i principali responsabili sono proprio i loro genitori.
http://www.tpi.it/mondo/stati-uniti/azienda-americana-crea-scarpe-tacco-neonate
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