La nuova "didattica a distanza" è conosciuta come DAD, che in inglese vuol dire papà. Avremmo dovuto chiamarla MUM (Mamme Ufficialmente Malmesse). Sono le madri italiane, infatti, che hanno retto la baracca educativa e familiare nei mesi della pandemia. E continuano a farlo. Sentiamo parlare di plexiglass, orari flessibili, classi ridotte. Una cosa è certa: siamo stati i primi a chiudere, saremo gli ultimi a riaprire. Si può dire? Per le famiglie con bambini qualcosa di più si sarebbe dovuto fare. Non si capisce perché i bimbi possano trovarsi nei parchi, nei centri estivi, presto sulle spiagge. A scuola, no. Abbiamo sottovalutato l'impatto della chiusura su bambini e ragazzi. L’attenzione - della politica, dei media, dell'opinione pubblica - era su altre due generazioni: quella dei nonni, vulnerabile dal punto di vista sanitario; e quella dei genitori, alle prese con il crollo del reddito. Ai figli abbiamo pensato meno. Ci sembravano fisicamente e psicologicamente forti, se la sarebbero cavata. Con senno di poi, possiamo dirlo: che sciocchezza. Ai bambini e agli adolescenti è stato sottratto il lato sociale e divertente della scuola, lasciando il resto (studio, compiti, voti). Il peso delle novità s'è scaricato in parte sui docenti, costretti a reinventarsi (molti ci sono riusciti, alcuni non ce l’hanno fatta, qualcuno non ci ha nemmeno provato). Ma sopratutto sulle mamme, che hanno dovuto combinare lavoro da casa, lavoro in casa e aiuto scolastico ai figli. Una conferma? Il 72% delle persone rientrate al lavoro nella Fase 2 erano uomini. Alessia Mosca e Francesco Luccisano hanno ricordato sul "Foglio" che, di 8 milioni di studenti italiani, 850mila non hanno gli strumenti per la didattica a distanza; degli altri, il 57% li condivide con altri membri della famiglia. E questo modo d'insegnamento taglia fuori i più vulnerabili: disabili, studenti a rischio d'abbandono, famiglie a basso livello di alfabetizzazione (per elementari e medie, la distanza richiede il contributo dei genitori). E poi c'è la sensazione d'abbandono. Paola A., insegnante alle elementari, mi ha raccontato di una bimba che si rifiuta di fare i compiti se non le piazzano davanti una fotografia della maestra. A settembre vogliamo chiuderla dentro il plexiglass?
http://italians.corriere.it/2020/06/08/ecco-le-mum-mamme-ufficialmente-malmesse/?fbclid=IwAR3h2aKHOoJ4QXuuhEkFW_En9HcfykSaZmlwXBc1iaIMMjaNaKCcQ7k1uQ0
venerdì 12 giugno 2020
sabato 2 maggio 2020
Le scienziate italiane: «Pretendiamo un equilibrio di genere nelle commissioni per la gestione Covid»
Democrazia, civiltà e merito devono diventare una priorità.
Vorremmo portare all’attenzione delle Istituzioni e della pubblica opinione la mancanza di donne nelle commissioni tecniche nominate dal Governo a supporto della gestione della pandemia di Covid-19.
Che siano presenti entrambi i generi negli organismi che prendono decisioni rilevanti a livello scientifico, sanitario, sociale ed economico dell’intera popolazione è una questione di democrazia e civiltà. Ma riteniamo che sia ancora più importante porre in evidenza come la scarsa presenza femminile in tali commissioni denoti, in maniera più grave, una scarsa attenzione al merito e alle competenze.
È infatti evidente che la società italiana è ricca di competenze femminili di primissimo livello in tutti i campi, non ultimo quello medico-scientifico. Nel nostro paese, le donne rappresentano il 56% dei medici iscritti all’albo e sono quasi il doppio degli uomini tra i medici con meno di 40 anni. Il 77% degli infermieri è donna. Dunque sono donne la maggioranza delle professionalità che si sono fatte carico in prima linea di questa pandemia e che tutti i giorni, con ragione, definiamo eroi.
Inoltre, sono numerose le donne italiane ai vertici della ricerca biomedica internazionale. Molti dei capi di stato dei paesi che hanno risposto meglio alla pandemia sono donne. Considerare il nostro contributo è importante per includere lo spettro completo di competenze ed esperienze che la nostra comunità medico-scientifica possiede.
Quando si effettua una selezione di competenze e qualità la scelta dovrebbe essere in base al merito. Siamo certe che anche soltanto una maggiore attenzione nell’applicazione di quest’ultimo criterio avrebbe certamente portato alla selezione di un adeguato numero di donne all’interno delle varie commissioni, di cui sicuramente avrebbe beneficiato la gestione dell’Emergenza Covid-19.
Da ora in avanti pretendiamo che un equilibrio di genere negli organi di rappresentanza e nelle commissioni tecniche e scientifiche sia una priorità assoluta.
Vorremmo portare all’attenzione delle Istituzioni e della pubblica opinione la mancanza di donne nelle commissioni tecniche nominate dal Governo a supporto della gestione della pandemia di Covid-19.
Che siano presenti entrambi i generi negli organismi che prendono decisioni rilevanti a livello scientifico, sanitario, sociale ed economico dell’intera popolazione è una questione di democrazia e civiltà. Ma riteniamo che sia ancora più importante porre in evidenza come la scarsa presenza femminile in tali commissioni denoti, in maniera più grave, una scarsa attenzione al merito e alle competenze.
È infatti evidente che la società italiana è ricca di competenze femminili di primissimo livello in tutti i campi, non ultimo quello medico-scientifico. Nel nostro paese, le donne rappresentano il 56% dei medici iscritti all’albo e sono quasi il doppio degli uomini tra i medici con meno di 40 anni. Il 77% degli infermieri è donna. Dunque sono donne la maggioranza delle professionalità che si sono fatte carico in prima linea di questa pandemia e che tutti i giorni, con ragione, definiamo eroi.
Inoltre, sono numerose le donne italiane ai vertici della ricerca biomedica internazionale. Molti dei capi di stato dei paesi che hanno risposto meglio alla pandemia sono donne. Considerare il nostro contributo è importante per includere lo spettro completo di competenze ed esperienze che la nostra comunità medico-scientifica possiede.
Quando si effettua una selezione di competenze e qualità la scelta dovrebbe essere in base al merito. Siamo certe che anche soltanto una maggiore attenzione nell’applicazione di quest’ultimo criterio avrebbe certamente portato alla selezione di un adeguato numero di donne all’interno delle varie commissioni, di cui sicuramente avrebbe beneficiato la gestione dell’Emergenza Covid-19.
Da ora in avanti pretendiamo che un equilibrio di genere negli organi di rappresentanza e nelle commissioni tecniche e scientifiche sia una priorità assoluta.
Le firmatarie sono scienziate italiane di prestigio molte delle quali fanno parte deiTop Italian Scientists : seguono i nomi che potete leggere all'articolo
venerdì 1 maggio 2020
"Dateci voce": sabato flash mob sui social
Che fine hanno fatto le donne? Non sono nelle task-force. Rischiano il lavoro più degli uomini. Eppure tutti gli studi affermano che solo con le donne si può ripartire. Per questo sabato saranno sui social.
Un flashmob virtuale, sabato 2 maggio, per ribadire che le donne ora vogliono prendere la parola, essere presenti, contare: e sui social si attendono centinaia di foto di donne (e di uomini!) con la mascherina con su scritto "Dateci voce".
Il comunicato che lancia l'iniziativa, spiega i numeri e le ragioni del movimento (che ad oggi conta l’adesione di 107 tra associazioni e organizzazioni firmatarie migliaia di adesioni di cittadini e cittadine e nomi illustri di politica, cultura, imprese e sport):
"Lunedì 4 maggio - è scritto - a tornare al lavoro saranno per il 72% uomini, lo scrive uno studio pubblicato su Lavoce.info che evidenzia ancora una volta come la pandemia da COVID-19 rischi di pesare sul già difficile e complesso percorso di emancipazione delle donne in Italia. Non solo, la mancata apertura delle scuole, comprensibile sotto il profilo della sicurezza, non ha finora minimamente tenuto conto tuttavia delle necessità delle famiglie e delle disuguaglianze sociali che porterà con sé".
"La totale assenza di parole adeguate da parte del Presidente del Consiglio nell’ultima conferenza stampa sulla “fase 2” conferma questa tendenza: le conseguenze della chiusura delle scuole che impattano fortemente sull’organizzazione delle famiglie e delle donne, così come la mancanza di inclusione di giovani e bambini, sono state appena accennate in modo superficiale".
Ancora: "Sulla equa rappresentanza di genere, tema sollevato da Dateci Voce con migliaia di adesioni, il Presidente Conte ha sorvolato come fosse un problema non di sua responsabilità. Il medesimo silenzio ha contraddistinto tutte le dichiarazioni da parte di Colao.
“Il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli – dice Azzurra Rinaldi, economista e tra le prime firmatarie e promotrici – motiva l’assenza totale di donne dal comitato tecnico-scientifico con l’assenza di donne in ruoli rilevanti ai fini della sua composizione. Ecco, questo il motivo per cui, se andiamo avanti così, non avremo mai donne in posizioni che contano. Questa è quella che Emma Bonino ha definito la “old boys net”, che genera poi il famoso tetto di cristallo. A chi oppone il merito al genere va spiegato proprio questo: che sono gli uomini, molto spesso, a non essere lì per merito. Questo è il momento di cambiare le regole del gioco”.
Dateci Voce chiede che vengano valorizzate le differenze attraverso l'applicazione delle leggi sulla parità di genere in tutti i luoghi decisionali del Paese e in particolare nelle commissioni “task force”.
E rileva, infine, come ci siano in Europa esempi di leader – per la maggior parte donne – che riescono a trovare politiche per le famiglie e parole adeguate per spiegare ai bambini e alle bambine la pandemia da COVID-19 e perché sono richiesti sacrifici. Le donne, infatti, sanno portare professionalità e pragmatismo, oltre a una spiccata capacità di vedere le disuguaglianze sociali e di prendersi cura di chi è rimasto indietro.
"Che è ciò che ora si dovrebbe fare: a partire dai bambini e dalle bambine che facevano l’unico pasto completo a scuola, dagli immigrati - i cui lavori sono essenziali a famiglie e imprese ma che non trovano modo di essere regolarizzati -, dalle donne che avevano intrapreso un percorso di uscita dalla violenza e sono ora costrette a casa con i propri aggressori (al 16 aprile sono pervenute ai centri antiviolenza 1200 richieste di aiuto in più)".
Tra i nomi di rilievo che hanno aderito a "Dateci voce" ci sono Carlo Robiglio, Presidente Piccola Industria Confindustria; Enrico Cereda, CEO IBM Italia; Mario Mantovani, Presidente CIDA; Anna Maria Tarantola, già Presidente RAI; Francesca Cavallo, scrittrice e imprenditrice; Piero Chiambretti; Michela Marzano scrittrice; Josefa Idem olimpionica; Francesca Faedi astrofisica; Tosca cantante; Susanna Camusso Resp. Dip. Politiche di Genere CGIL; le parlamentari Laura Boldrini, Valeria Fedeli, Cristina Rossello, Daniela Sbrollini, Valeria Valente, Veronica Giannone, Rossella Muroni e Paolo Lattanzio.
"Ci aspettiamo dal Presidente del Consiglio, che si è definito “Avvocato del popolo” - conclude il comunicato - il rispetto di quel diritto di rappresentanza che sta nella nostra Costituzione, nonché in diverse leggi, tra cui la Legge 120/11 detta Golfo-Mosca".
Per aderire all’appello #Datecivoce è sufficiente andare sul sito www.datecivoce.it e inviare il proprio nome e cognome nell’apposito modulo.
È possibile seguire #Datecivoce su:
https://twitter.com/datecivoce https://www.instagram.com/datecivoce/ https://www.facebook.com/DateciVoce
Le promotrici di "Dateci voce" sono:
Emma Amiconi; Giovanna Badalassi; Tiziana Bartolini; Marzia Camarda; Elisa Campra; Daniela Carlà; Daniela Colombo; Mariolina Coppola; Valentina Dolciotti; Denise Di Dio; Patrizia Ghiazza; Emanuela Girardi; Costanza Hermanin; Alessandra Lomonaco; Monica Lucarelli; Darya Majidi; Monica Martinelli; Sila Mochi; Cristina Muccioli; Valentina Parenti; Francesca Parviero; Daniela Poggio; Azzurra Rinaldi; Luisa Rizzitelli; Katia Scannavini; Federica Thiene; Elisa Ercoli; Paola Poli.
https://giulia.globalist.it/news/2020/04/30/dateci-voce-sabato-flash-mob-sui-social-2057255.html?fbclid=IwAR0Yp8kUh8W8NoYSPUxllOjp3_ZFdJHWpmQaMWVm3LVAOByZx-l0l9bi668
Un flashmob virtuale, sabato 2 maggio, per ribadire che le donne ora vogliono prendere la parola, essere presenti, contare: e sui social si attendono centinaia di foto di donne (e di uomini!) con la mascherina con su scritto "Dateci voce".
Il comunicato che lancia l'iniziativa, spiega i numeri e le ragioni del movimento (che ad oggi conta l’adesione di 107 tra associazioni e organizzazioni firmatarie migliaia di adesioni di cittadini e cittadine e nomi illustri di politica, cultura, imprese e sport):
"Lunedì 4 maggio - è scritto - a tornare al lavoro saranno per il 72% uomini, lo scrive uno studio pubblicato su Lavoce.info che evidenzia ancora una volta come la pandemia da COVID-19 rischi di pesare sul già difficile e complesso percorso di emancipazione delle donne in Italia. Non solo, la mancata apertura delle scuole, comprensibile sotto il profilo della sicurezza, non ha finora minimamente tenuto conto tuttavia delle necessità delle famiglie e delle disuguaglianze sociali che porterà con sé".
"La totale assenza di parole adeguate da parte del Presidente del Consiglio nell’ultima conferenza stampa sulla “fase 2” conferma questa tendenza: le conseguenze della chiusura delle scuole che impattano fortemente sull’organizzazione delle famiglie e delle donne, così come la mancanza di inclusione di giovani e bambini, sono state appena accennate in modo superficiale".
Ancora: "Sulla equa rappresentanza di genere, tema sollevato da Dateci Voce con migliaia di adesioni, il Presidente Conte ha sorvolato come fosse un problema non di sua responsabilità. Il medesimo silenzio ha contraddistinto tutte le dichiarazioni da parte di Colao.
“Il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli – dice Azzurra Rinaldi, economista e tra le prime firmatarie e promotrici – motiva l’assenza totale di donne dal comitato tecnico-scientifico con l’assenza di donne in ruoli rilevanti ai fini della sua composizione. Ecco, questo il motivo per cui, se andiamo avanti così, non avremo mai donne in posizioni che contano. Questa è quella che Emma Bonino ha definito la “old boys net”, che genera poi il famoso tetto di cristallo. A chi oppone il merito al genere va spiegato proprio questo: che sono gli uomini, molto spesso, a non essere lì per merito. Questo è il momento di cambiare le regole del gioco”.
Dateci Voce chiede che vengano valorizzate le differenze attraverso l'applicazione delle leggi sulla parità di genere in tutti i luoghi decisionali del Paese e in particolare nelle commissioni “task force”.
E rileva, infine, come ci siano in Europa esempi di leader – per la maggior parte donne – che riescono a trovare politiche per le famiglie e parole adeguate per spiegare ai bambini e alle bambine la pandemia da COVID-19 e perché sono richiesti sacrifici. Le donne, infatti, sanno portare professionalità e pragmatismo, oltre a una spiccata capacità di vedere le disuguaglianze sociali e di prendersi cura di chi è rimasto indietro.
"Che è ciò che ora si dovrebbe fare: a partire dai bambini e dalle bambine che facevano l’unico pasto completo a scuola, dagli immigrati - i cui lavori sono essenziali a famiglie e imprese ma che non trovano modo di essere regolarizzati -, dalle donne che avevano intrapreso un percorso di uscita dalla violenza e sono ora costrette a casa con i propri aggressori (al 16 aprile sono pervenute ai centri antiviolenza 1200 richieste di aiuto in più)".
Tra i nomi di rilievo che hanno aderito a "Dateci voce" ci sono Carlo Robiglio, Presidente Piccola Industria Confindustria; Enrico Cereda, CEO IBM Italia; Mario Mantovani, Presidente CIDA; Anna Maria Tarantola, già Presidente RAI; Francesca Cavallo, scrittrice e imprenditrice; Piero Chiambretti; Michela Marzano scrittrice; Josefa Idem olimpionica; Francesca Faedi astrofisica; Tosca cantante; Susanna Camusso Resp. Dip. Politiche di Genere CGIL; le parlamentari Laura Boldrini, Valeria Fedeli, Cristina Rossello, Daniela Sbrollini, Valeria Valente, Veronica Giannone, Rossella Muroni e Paolo Lattanzio.
"Ci aspettiamo dal Presidente del Consiglio, che si è definito “Avvocato del popolo” - conclude il comunicato - il rispetto di quel diritto di rappresentanza che sta nella nostra Costituzione, nonché in diverse leggi, tra cui la Legge 120/11 detta Golfo-Mosca".
Per aderire all’appello #Datecivoce è sufficiente andare sul sito www.datecivoce.it e inviare il proprio nome e cognome nell’apposito modulo.
È possibile seguire #Datecivoce su:
https://twitter.com/datecivoce https://www.instagram.com/datecivoce/ https://www.facebook.com/DateciVoce
Le promotrici di "Dateci voce" sono:
Emma Amiconi; Giovanna Badalassi; Tiziana Bartolini; Marzia Camarda; Elisa Campra; Daniela Carlà; Daniela Colombo; Mariolina Coppola; Valentina Dolciotti; Denise Di Dio; Patrizia Ghiazza; Emanuela Girardi; Costanza Hermanin; Alessandra Lomonaco; Monica Lucarelli; Darya Majidi; Monica Martinelli; Sila Mochi; Cristina Muccioli; Valentina Parenti; Francesca Parviero; Daniela Poggio; Azzurra Rinaldi; Luisa Rizzitelli; Katia Scannavini; Federica Thiene; Elisa Ercoli; Paola Poli.
https://giulia.globalist.it/news/2020/04/30/dateci-voce-sabato-flash-mob-sui-social-2057255.html?fbclid=IwAR0Yp8kUh8W8NoYSPUxllOjp3_ZFdJHWpmQaMWVm3LVAOByZx-l0l9bi668
mercoledì 29 aprile 2020
Appello a noi donne Resistere resistere resistere
Succede ancora. Come è successo in tutte le fasi di costruzione di mondi nuovi seguiti ai cambiamenti storici. Le donne, presenti attivamente come gli uomini nella fase della lotta, delle fatiche e del pericolo vengono rimandate a casa.
Dalla Rivoluzione francese, al Risorgimento, alla prima e seconda guerra mondiale.
E sta accadendo ancora sotto i nostri occhi di donne del XXI secolo.
Nelle decine di commissioni, gruppi e task force del durante e del post Covid-19 le donne non ci sono o sono una sparuta minoranza.
Sta per iniziare la seconda fase Covid-19. E' stata creata una task force [con solo 4 donne su 17 componenti] per gestire una nuova Ricostruzione dell'Italia, dopo quella postbellica. Bisogna rimuovere le macerie sanitarie, relazionali, sociali, culturali oltre che economiche lasciate dall'invisibile virus e costruire un mondo nuovo. Sarà una fase importante che cambierà il paradigma delle nostre vite che devono per tempi non definiti ancora convivere con il virus. Nulla sarà come prima.
Mediche, infermiere, scienziate, virologhe, immunologhe in “prima linea” e poi economiste, psicologhe, prefette, commesse, poliziotte, badanti, sindache, operaie, docenti, dirigenti, vigile, esperte in nuove tecnologie, giornaliste, volontarie della protezione civile e del mondo delle associazioni, cantanti, musiciste, scrittrici, mamme, figlie, nonne, mogli.
Competenti in tutti i campi affrontano un'emergenza senza precedenti nella storia della nostra Repubblica, sono invisibili a coloro che stanno al potere: non viene concesso loro diritto di voce nei luoghi in cui si decide.
Si pensa di ricostruire il mondo nuovo senza le donne, la metà dell'umanità, come se il futuro fosse affare di soli uomini.
E non è questione di rappresentanza numerica, che pure è importante, ma di competenze di cui il paese si priva e di rappresentanza di un pezzo di realtà.
Per cui può succedere che il dibattito pubblico si incentri su partite sì o maratone no, ma poco si discuta di scuola, di futuro di anziane e di anziani, di sanità, di welfare.
La situazione sfugge di mano o c'è altro?
Abbiamo il timore che il protrarsi dell'epidemia gestita da soli pensieri maschili possa portare indietro l'orologio della storia delle donne. Il tetto di cristallo non del tutto aperto rischia di essere richiuso e le frontiere dei diritti di cittadinanza spostate indietro. Una Restaurazione accanto alla Ricostruzione.
Certo è complicato agire in questo momento di chiusura, ma tacere significherebbe accettare questa situazione.
Dobbiamo cercare modalità rinnovate, donne e uomini insieme, per agire a livello nazionale e locale e poter “riveder le stelle” di una rinnovata e resiliente umanità.
Resistere Resistere e ancora Resistere
Dalla Rivoluzione francese, al Risorgimento, alla prima e seconda guerra mondiale.
E sta accadendo ancora sotto i nostri occhi di donne del XXI secolo.
Nelle decine di commissioni, gruppi e task force del durante e del post Covid-19 le donne non ci sono o sono una sparuta minoranza.
Sta per iniziare la seconda fase Covid-19. E' stata creata una task force [con solo 4 donne su 17 componenti] per gestire una nuova Ricostruzione dell'Italia, dopo quella postbellica. Bisogna rimuovere le macerie sanitarie, relazionali, sociali, culturali oltre che economiche lasciate dall'invisibile virus e costruire un mondo nuovo. Sarà una fase importante che cambierà il paradigma delle nostre vite che devono per tempi non definiti ancora convivere con il virus. Nulla sarà come prima.
Mediche, infermiere, scienziate, virologhe, immunologhe in “prima linea” e poi economiste, psicologhe, prefette, commesse, poliziotte, badanti, sindache, operaie, docenti, dirigenti, vigile, esperte in nuove tecnologie, giornaliste, volontarie della protezione civile e del mondo delle associazioni, cantanti, musiciste, scrittrici, mamme, figlie, nonne, mogli.
Competenti in tutti i campi affrontano un'emergenza senza precedenti nella storia della nostra Repubblica, sono invisibili a coloro che stanno al potere: non viene concesso loro diritto di voce nei luoghi in cui si decide.
Si pensa di ricostruire il mondo nuovo senza le donne, la metà dell'umanità, come se il futuro fosse affare di soli uomini.
E non è questione di rappresentanza numerica, che pure è importante, ma di competenze di cui il paese si priva e di rappresentanza di un pezzo di realtà.
Per cui può succedere che il dibattito pubblico si incentri su partite sì o maratone no, ma poco si discuta di scuola, di futuro di anziane e di anziani, di sanità, di welfare.
La situazione sfugge di mano o c'è altro?
Abbiamo il timore che il protrarsi dell'epidemia gestita da soli pensieri maschili possa portare indietro l'orologio della storia delle donne. Il tetto di cristallo non del tutto aperto rischia di essere richiuso e le frontiere dei diritti di cittadinanza spostate indietro. Una Restaurazione accanto alla Ricostruzione.
Certo è complicato agire in questo momento di chiusura, ma tacere significherebbe accettare questa situazione.
Dobbiamo cercare modalità rinnovate, donne e uomini insieme, per agire a livello nazionale e locale e poter “riveder le stelle” di una rinnovata e resiliente umanità.
Resistere Resistere e ancora Resistere
sabato 25 aprile 2020
OLTRE 55MILA DONNE COMBATTERONO NELLA RESISTENZA. NEGLI ANNI SONO STATE DIMENTICATE. DI JENNIFER GUERRA
Ne L’Agnese va a morire di Renata Viganò, l’unico romanzo della Resistenza scritto da una donna, l’Agnese del titolo diventa partigiana quasi senza rendersene conto. Dopo la firma dell’Armistizio l’8 settembre 1943, i tedeschi irrompono in casa della lavandaia Agnese per catturare il marito Palita, un militante comunista quasi del tutto infermo. Un giorno dei compagni la vanno a trovare per chiederle di trasportare la “roba da scoppiare” nei cesti del bucato: l’Agnese diventa una staffetta, trasporta le armi e fa le calze per i partigiani. Ma non si limita a questo. Una sera, presa da un impeto di rabbia contro il soldato che uccide la sua gatta per divertimento, fa “quella cosa”: mentre dorme, ruba il suo mitra e glielo scaglia in testa, uccidendolo. Da quel momento, l’Agnese entra a far parte a tutti gli effetti di una brigata, dandosi alla macchia e partecipando alle azioni.
Quella de L’Agnese va a morire e della sua autrice Renata Viganò, che prese parte alla Liberazione come staffetta e infermiera, è la storia di tantissime donne non politicizzate che, toccate in prima persona dagli eventi che seguirono l’Armistizio, decisero di compiere questa scelta estremamente difficile e radicale. Tuttavia, il sacrificio di queste donne è rimasto per lungo tempo ai margini della corposa storiografia dedicata alla Resistenza, che spesso si è concentrata solo sull’eroica e archetipica figura del partigiano giovane e maschio. Viganò ci racconta invece di una donna matura, goffa, molto pragmatica, lontana da ogni romanticismo ideologico, e lo fa nel 1949, pochissimi anni dopo la Liberazione. Eppure, nonostante la nostra memoria letteraria disponga di questo incredibile personaggio che va oltre ogni aspettativa, se parliamo di Resistenza pensiamo subito al partigiano Johnny o a Pin de Il sentiero dei nidi di ragno, e non a un’Agnese.
Le partigiane erano e sono considerate come delle aiutanti degli uomini, principalmente perché il loro lavoro nella Resistenza, come racconta bene il romanzo, fu soprattutto quello che la teoria femminista chiama lavoro riproduttivo e di cura: cucinare, lavare, curare le ferite, dispensare affetto e compagnia, organizzare la parte “burocratica” delle missioni. Questo contributo è considerato minore rispetto a quello di chi invece imbracciava il fucile. Tuttavia, si tratta di un duplice pregiudizio: da un lato, si ignora completamente che molte di queste donne a un certo punto presero effettivamente parte ad attentati e agguati; dall’altro si considera il lavoro riproduttivo come qualcosa di accessorio e non di essenziale come invece è avere vestiti puliti e rammendati, mangiare bene, dormire, trasportare di nascosto armi e munizioni e riceve cure mediche in una situazione di clandestinità. Le donne erano l’unico ponte tra la macchia e la vita civile, anche grazie al ruolo che ricoprivano nella società di allora: insospettabili, considerate incapaci di commettere violenza e deputate alla cura della casa. Questo significava poter eludere facilmente i controlli e disporre della tessera annonaria, una fonte di cibo imprescindibile in tempo di guerra.
Come scrive Pino Casamassima in Bandite! Brigantesse e partigiane – Il ruolo delle donne col fucile in spalla, “Sebbene la guerra sottoponga il concetto di politica a tensioni fortissime, pochi fra i protagonisti sembrano capaci di vedere nelle pratiche delle donne qualcosa di diverso dal prolungamento dei ruoli di assistenza e di cura, espansi al di fuori del privato in deroga alla ‘naturale’ divisione degli spazi”. C’era quindi anche un problema interno alla Resistenza e connesso al maschilismo della società italiana di allora, non estraneo ai partiti di sinistra. Comunisti e socialisti non volevano estendere il suffragio alle donne per paura che, per natura, avrebbero votato quello che diceva loro il prete: non ci deve quindi stupire se, nella maggior parte dei casi, vennero escluse da qualsiasi processo decisionale all’interno delle brigate e degli organismi di autogoverno.
Le donne diventarono così le maggiori esponenti di quella che lo storico francese Jacques Sémelin ha chiamato “Resistenza civile”, cioè tutte quelle pratiche di lotta messe in atto dai civili che non prevedevano l’uso della violenza, ma del coraggio, dell’astuzia e della capacità di influenzare gli altri. Una “guerra senz’armi”, come l’hanno chiamata Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone in un saggio sulla storia della Resistenza femminile in Piemonte. Questo non fu il destino di tutte le partigiane, ovviamente. L’Anpi riconosce 35mila “partigiane combattenti” (a fronte di 150mila uomini), che hanno ottenuto il ruolo di tenenti, sottotenenti o al massimo maggiori, e 20mila “patriote”, con compiti di supporto, assistenza e organizzazione. Le donne decorate con la Medaglia d’oro al valor militare sono 19, di cui 15 alla memoria e 4 in vita; gli uomini con questa onorificenza sono 572. Ma secondo la storica Simona Lunadei, questo si spiegherebbe anche col fatto che molte donne si rifiutarono di chiedere un riconoscimento a guerra terminata: molte, come il personaggio di Renata Viganò, sentivano solo di aver fatto quello che andava fatto.
Oltre a quelle che si trovarono a combattere per caso”, per senso del dovere o per seguire mariti, fidanzati e talvolta figli, ci furono anche donne già impegnate in politica o nelle associazioni comuniste e cattoliche che pretesero un ruolo più attivo all’interno dei nuclei partigiani. Da queste esperienze nacquero i Gruppi di difesa della donna (Gdd), un’associazione comunista e femminista fondata da Lina Fibbi, Pina Palumbo e Ada Gobetti, che partecipò a molte azioni di sabotaggio e lotta armata, e l’Unione donne italiane di sinistra (Udi). Anche molte donne cattoliche parteciparono alla Resistenza, mettendo a frutto le esperienze maturate nella Gioventù femminile di Azione Cattolica (come ad esempio la futura ministra della Sanità Tina Anselmi). Se questi gruppi nacquero con l’esplicito obiettivo di aiutare gli uomini impegnati nella Liberazione, già dal 1944 si organizzarono in maniera più autonoma e, oltre a partecipare attivamente alle azioni, fornirono supporto alle vedove, alle contadine o alle madri lavoratrici. Nel 1944 l’Udi fondò anche il proprio giornale clandestino, Noi donne, in cui si discuteva di politica e del ruolo della donna, si commemoravano le cadute e si riportavano le notizie sulle lotte femminili. I Gdd organizzarono anche numerosi scioperi e manifestazioni, su esempio della “rivolta del pane” del 16 ottobre 1941, quando un gruppo di donne parmensi assaltò un furgone della Barilla per ridistribuire il pane alla popolazione.
Di alcune figure straordinarie si ricordano ancora gli atti coraggiosi: Mimma Bandiera, la partigiana bolognese che, una volta catturata, resistette per sette giorni alle torture senza mai tradire i propri compagni. O Carla Capponi, dei Gruppi di azione patriottica (Gap) romani, che prese parte all’attentato di via Rasella. Quest’ultima ci ha lasciato un’autobiografia molto importante per capire il ruolo delle donne nella Resistenza, Con cuore di donna. Capponi racconta la difficoltà nello stabilire un rapporto paritario con i compagni del Gap, la loro riluttanza a consegnarle un’arma (che infatti dovrà rubare a un soldato fascista su un autobus affollato), ma anche il vantaggio di essere una bella ragazza in grado di distrarre fascisti e tedeschi, unito alla costante minaccia della violenza sessuale.
Che fossero staffette o dinamitarde, lavandaie o tiratrici scelte, senza le donne non si sarebbe compiuta la Liberazione. “Non consideratemi diversamente da un soldato che va su un campo di battaglia”, dice una delle tante testimonianze che compongono La donna nella Resistenza, documentario del 1965 di Liliana Cavani. Il loro contributo, al pari delle altre “Resistenze dimenticate”, come quella degli Internati militari italiani o quella creola e jugoslava, non può e non deve essere archiviato come qualcosa di marginale. In un momento in cui la memoria della Liberazione è sempre più osteggiata, in cui il 25 aprile viene considerata una festa “divisiva”, non possiamo permetterci il lusso di una memoria parziale.
https://thevision.com/cultura/donne-resistenza/?fbclid=IwAR33TEeABmrz_yHCI7n6dK_YS9P45giQHS2CIoCbcsyMAVBKtkMPWQ_zTmY
Quella de L’Agnese va a morire e della sua autrice Renata Viganò, che prese parte alla Liberazione come staffetta e infermiera, è la storia di tantissime donne non politicizzate che, toccate in prima persona dagli eventi che seguirono l’Armistizio, decisero di compiere questa scelta estremamente difficile e radicale. Tuttavia, il sacrificio di queste donne è rimasto per lungo tempo ai margini della corposa storiografia dedicata alla Resistenza, che spesso si è concentrata solo sull’eroica e archetipica figura del partigiano giovane e maschio. Viganò ci racconta invece di una donna matura, goffa, molto pragmatica, lontana da ogni romanticismo ideologico, e lo fa nel 1949, pochissimi anni dopo la Liberazione. Eppure, nonostante la nostra memoria letteraria disponga di questo incredibile personaggio che va oltre ogni aspettativa, se parliamo di Resistenza pensiamo subito al partigiano Johnny o a Pin de Il sentiero dei nidi di ragno, e non a un’Agnese.
Le partigiane erano e sono considerate come delle aiutanti degli uomini, principalmente perché il loro lavoro nella Resistenza, come racconta bene il romanzo, fu soprattutto quello che la teoria femminista chiama lavoro riproduttivo e di cura: cucinare, lavare, curare le ferite, dispensare affetto e compagnia, organizzare la parte “burocratica” delle missioni. Questo contributo è considerato minore rispetto a quello di chi invece imbracciava il fucile. Tuttavia, si tratta di un duplice pregiudizio: da un lato, si ignora completamente che molte di queste donne a un certo punto presero effettivamente parte ad attentati e agguati; dall’altro si considera il lavoro riproduttivo come qualcosa di accessorio e non di essenziale come invece è avere vestiti puliti e rammendati, mangiare bene, dormire, trasportare di nascosto armi e munizioni e riceve cure mediche in una situazione di clandestinità. Le donne erano l’unico ponte tra la macchia e la vita civile, anche grazie al ruolo che ricoprivano nella società di allora: insospettabili, considerate incapaci di commettere violenza e deputate alla cura della casa. Questo significava poter eludere facilmente i controlli e disporre della tessera annonaria, una fonte di cibo imprescindibile in tempo di guerra.
Come scrive Pino Casamassima in Bandite! Brigantesse e partigiane – Il ruolo delle donne col fucile in spalla, “Sebbene la guerra sottoponga il concetto di politica a tensioni fortissime, pochi fra i protagonisti sembrano capaci di vedere nelle pratiche delle donne qualcosa di diverso dal prolungamento dei ruoli di assistenza e di cura, espansi al di fuori del privato in deroga alla ‘naturale’ divisione degli spazi”. C’era quindi anche un problema interno alla Resistenza e connesso al maschilismo della società italiana di allora, non estraneo ai partiti di sinistra. Comunisti e socialisti non volevano estendere il suffragio alle donne per paura che, per natura, avrebbero votato quello che diceva loro il prete: non ci deve quindi stupire se, nella maggior parte dei casi, vennero escluse da qualsiasi processo decisionale all’interno delle brigate e degli organismi di autogoverno.
Le donne diventarono così le maggiori esponenti di quella che lo storico francese Jacques Sémelin ha chiamato “Resistenza civile”, cioè tutte quelle pratiche di lotta messe in atto dai civili che non prevedevano l’uso della violenza, ma del coraggio, dell’astuzia e della capacità di influenzare gli altri. Una “guerra senz’armi”, come l’hanno chiamata Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone in un saggio sulla storia della Resistenza femminile in Piemonte. Questo non fu il destino di tutte le partigiane, ovviamente. L’Anpi riconosce 35mila “partigiane combattenti” (a fronte di 150mila uomini), che hanno ottenuto il ruolo di tenenti, sottotenenti o al massimo maggiori, e 20mila “patriote”, con compiti di supporto, assistenza e organizzazione. Le donne decorate con la Medaglia d’oro al valor militare sono 19, di cui 15 alla memoria e 4 in vita; gli uomini con questa onorificenza sono 572. Ma secondo la storica Simona Lunadei, questo si spiegherebbe anche col fatto che molte donne si rifiutarono di chiedere un riconoscimento a guerra terminata: molte, come il personaggio di Renata Viganò, sentivano solo di aver fatto quello che andava fatto.
Oltre a quelle che si trovarono a combattere per caso”, per senso del dovere o per seguire mariti, fidanzati e talvolta figli, ci furono anche donne già impegnate in politica o nelle associazioni comuniste e cattoliche che pretesero un ruolo più attivo all’interno dei nuclei partigiani. Da queste esperienze nacquero i Gruppi di difesa della donna (Gdd), un’associazione comunista e femminista fondata da Lina Fibbi, Pina Palumbo e Ada Gobetti, che partecipò a molte azioni di sabotaggio e lotta armata, e l’Unione donne italiane di sinistra (Udi). Anche molte donne cattoliche parteciparono alla Resistenza, mettendo a frutto le esperienze maturate nella Gioventù femminile di Azione Cattolica (come ad esempio la futura ministra della Sanità Tina Anselmi). Se questi gruppi nacquero con l’esplicito obiettivo di aiutare gli uomini impegnati nella Liberazione, già dal 1944 si organizzarono in maniera più autonoma e, oltre a partecipare attivamente alle azioni, fornirono supporto alle vedove, alle contadine o alle madri lavoratrici. Nel 1944 l’Udi fondò anche il proprio giornale clandestino, Noi donne, in cui si discuteva di politica e del ruolo della donna, si commemoravano le cadute e si riportavano le notizie sulle lotte femminili. I Gdd organizzarono anche numerosi scioperi e manifestazioni, su esempio della “rivolta del pane” del 16 ottobre 1941, quando un gruppo di donne parmensi assaltò un furgone della Barilla per ridistribuire il pane alla popolazione.
Di alcune figure straordinarie si ricordano ancora gli atti coraggiosi: Mimma Bandiera, la partigiana bolognese che, una volta catturata, resistette per sette giorni alle torture senza mai tradire i propri compagni. O Carla Capponi, dei Gruppi di azione patriottica (Gap) romani, che prese parte all’attentato di via Rasella. Quest’ultima ci ha lasciato un’autobiografia molto importante per capire il ruolo delle donne nella Resistenza, Con cuore di donna. Capponi racconta la difficoltà nello stabilire un rapporto paritario con i compagni del Gap, la loro riluttanza a consegnarle un’arma (che infatti dovrà rubare a un soldato fascista su un autobus affollato), ma anche il vantaggio di essere una bella ragazza in grado di distrarre fascisti e tedeschi, unito alla costante minaccia della violenza sessuale.
Che fossero staffette o dinamitarde, lavandaie o tiratrici scelte, senza le donne non si sarebbe compiuta la Liberazione. “Non consideratemi diversamente da un soldato che va su un campo di battaglia”, dice una delle tante testimonianze che compongono La donna nella Resistenza, documentario del 1965 di Liliana Cavani. Il loro contributo, al pari delle altre “Resistenze dimenticate”, come quella degli Internati militari italiani o quella creola e jugoslava, non può e non deve essere archiviato come qualcosa di marginale. In un momento in cui la memoria della Liberazione è sempre più osteggiata, in cui il 25 aprile viene considerata una festa “divisiva”, non possiamo permetterci il lusso di una memoria parziale.
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martedì 7 aprile 2020
giovedì 2 aprile 2020
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