mercoledì 6 marzo 2019

Care senatrici, dite no alla catastrofe del ddl Pillon


Il disegno di legge del leghista Simone Pillon, quello che afferma la legge del più forte nelle famiglie, potrebbe essere approvato in Commissione Giustizia del Senato senza dibattito d’aula. Ora tocca alle donne della commissione reagire, al di là dell’appartenenza politica

Fra le cose senza precedenti che stanno succedendo in Italia, ci potrebbe essere presto quella di una riforma del diritto di famiglia approvata senza dibattito d’aula. Non è mai successo. La famiglia è un tema che tocca tutti, costituzionalmente garantito, e anche per questo tutti i cambiamenti in materia sono stati discussi con un assoluto rilievo pubblico, tempi lunghi e il coinvolgimento non solo delle forze politiche ma anche dei media, dei corpi intermedi, dell'associazionismo. Il divorzio (Legge Fortuna-Baslini), approvata nel 1970 dopo cinue anni di discussione. La procreazione assistita (Legge 40), approvata nel 2004 dopo dieci anni di dibattito. L’affido condiviso, anno 2006, o il divorzio breve, anno 2015, entrambi scaturiti da ripetuti tentativi legislativi e arrivati al voto finale dopo una discussione che ha coinvolto l'intero Paese.

Il ddl Pillon no, non dovrà passare sotto le forche caudine di questo tipo di esame perché potrà essere varato dalla Commissione Giustizia del Senato (alla quale appartiene il senatore proponente) secondo le felpate regole dell'assegnazione in sede redigente. Significa che faranno tuttto lì, nel chiuso dei 24 membri della Commissione, e poi l’Aula sarà chiamata solo a dire il sì finale. In quel ristretto circolo ci sono solo otto rappresentanti donne, una assoluta minoranza. Quattro appartengono al Movimento Cinque Stelle, due al Pd, una a Forza Italia e una alla Svp. Qui si scrive per fare un appello a loro, che in quel contesto sono chiamate a rappresentare molto di più dei rispettivi partiti, e cioè l'interesse e il benessere di migliaia di ex-mogli e dei loro figli.

Ora, tocca alle donne della Commissione dire la loro. Il futuro di questa norma – che può essere silenziosamente respinta al mittente o diventare legge dello Stato – è soprattutto nelle loro mani

L’impianto del ddl di Simone Pillon è noto. Viene respinto persino da larga parte del mondo cattolico a cui il senatore dice di fare riferimento. C’è la follia dell’affido paritario a qualsiasi età (quindici giorni a casa di mamma, quindici da papà), c’è l’abolizione dell'assegno di mantenimento, c’è la fine dell’assegnazione della casa famigliare. C’è, soprattutto, il disconoscimento della violenza domestica, l’obbligo di sottoporsi a sei mesi di mediazione famigliare prima di separarsi, la potestà del padre rifiutato dai figli di sottrarli alla madre giudicata comunque “alienante”.

Insomma, è una norma che introduce nelle famiglie spezzate una specie di legge del più forte, con conseguenze gravi e misurabili anche statisticamente: Linda Laura Sabbadini, su La Stampa, ha dato di recente i numeri della possibile catastrofe che impoverirebbe un numero enorme di donne e leverebbe ogni tutela ai minori vittime di violenza diretta o assistita.

Ora, tocca alle donne della Commissione dire la loro. Il futuro di questa norma – che può essere silenziosamente respinta al mittente o diventare legge dello Stato – è soprattutto nelle loro mani, perché è difficile aspettarsi che i colleghi maschi comprendano fino a che punto la legge comprima diritti duramente conquistati.

Sappiamo tutti che mai come adesso gli ordini di scuderia dei partiti sono perentori, intransigibili. Che la dissidenza è punita, il controcanto giudicato lesa maestà. Ma se c'è un momento in cui serve un atto di disobbedienza e assertività è appunto questo, e sarebbe un gran momento se le donne della Commissione Giustizia riuscissero a parlare con la stessa voce per dire: fate quel che vi pare sulle grandi questioni, le complesse strategie di conservazione degli equilibri di governo, le decisioni-bandiera sulla giustizia, sulla Tav, sulle nomine, ma lasciate stare il privato delle donne e dei bambini. Non interferite in vite già molto complicate. Il nostro Sì, comunque, non lo avrete.
https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/02/ddl-pillon-donne-commissione-senato/41280/?fbclid=IwAR1SIeJf8-oTNR4N-8x-llFu2AhLP-qNhidWH7H0soSXz6chgc--nzBd-6o


martedì 5 marzo 2019

Aborto al sicuro in Lombardia Una firma per la proposta di legge di iniziativa popolare per l'applicazione della legge 194

Dopo 40 anni dall'emanazione della legge 194 le donne anche in Lombardia incontrano molte difficoltà a interrompere nelle strutture pubbliche una gravidanza non desiderata.

Allarmanti le stime del ritorno alla clandestinità ed al ricorso di farmaci abortivi non controllati con rischi per la salute.

E' in corso una raccolta di firme attivata trasversalmente da partiti ed associazioni per una proposta di legge regionale di iniziativa popolare (sul retro del volantino i punti salienti) per rendere possibile la piena applicazione della legge 194 sempre più svuotata per la massiccia obiezione di coscienza del personale medico e sanitario e per la sottodimensione dei Consultori pubblici che non riescono a svolgere le loro funzioni.

Da sempre noi ventunesime poniamo al centro del nostro agire i diritti delle donne, ora più che mai messi in discussione, difendiamo il diritto di poter interrompere una gravidanza in sicurezza e legalità nel rispetto della autodeterminazione sui propri corpi.

                                                          INVITIAMO

                   donne e uomini a firmare la proposta di legge fino a fine marzo

RECANDOSI:
- presso la Segreteria Generale in via Roma,18 dal lunedì al giovedì dalle ore 9 alle 12 e dalle ore 14 alle 16, venerdì dalle 9 alle 12
oppure
 - presso il Punto Comune in via Monti lu/ma/gio/ve/sa dalle 8,30 alle 12 e mercoledì dalle 14,30 alle 19         

Consultando il sito www.abortoalsicuro.it è possibile individuare i luoghi nei quali firmare la proposta di legge


8 marzo 2019 con ventunesimodonna


lunedì 4 marzo 2019

L’internazionale femminista di Veronica Gago

La tessitura globale dello sciopero dell’8 marzo mostra in modo evidente la nuova dimensione internazionalista del movimento femminista, una dimensione che ne qualifica ormai ogni situazione concreta

Come accumula forze il movimento femminista? Ad una settimana dal lancio della prima assemblea moltitudinaria a Buenos Aires, nelle generose strutture del Mutual Sentimiento, lo sciopero internazionale si organizza ancora una volta in ogni luogo e da lì emerge il tessuto regionale, globale e plurinazionale.

Questa dimensione internazionalista qualifica ogni situazione concreta: la rende più ricca e complessa senza che debba abbandonare le proprie radici; la rende più cosmopolita, senza pagare il prezzo dell’astrazione. Amplia la nostra immaginazione politica e allo stesso tempo crea un’ubiquità pratica: questa sensazione che si grida quando diciamo “siamo ovunque!”. L’organizzazione dello sciopero dispiega così una politica del luogo: il movimento si amplifica attraverso la connessione di conflitti ed esperienze, facendo dello sciopero una scusa di incontro in ogni luogo. In altre parole: si tratta di un internazionalismo dai territori in lotta.

Per questo motivo, i territori domestici (storicamente racchiusi da quattro muri) sono oggi spazi di internazionalismo pratico, dove si discutono le catene globali di cura, le modalità di invisibilizzazione del lavoro riproduttivo e la mancanza di infrastrutture pubbliche. Per questo motivo, i territori indigeni (storicamente espropriati) sono oggi spazi di alleanze senza frontiere, di accorporamenti comunitari, dove si denunciano i megaprogetti estrattivi e i nuovi proprietari di terreni dell’agroalimentare. Per questo motivo, i territori della precarizzazione (storicamente considerati “non organizzati”) sono oggi forme di sperimentazione di nuove dinamiche sindacali, di accampamenti e occupazioni nei laboratori, nelle fabbriche e nelle piattaforme virtuali, di rivendicazioni creative e di denunce che esplicitano come l’abuso sessuale, la discriminazione contro i migrant* e lo sfruttamento vadano sempre insieme di pari passo.

Questo modo di allargare le richieste, di far crescere i linguaggi e di mettere in rete le geografie richiede che ogni spazio sia sempre più ampio nel modo in cui si enunciano i problemi, le contestazioni, i conflitti ed anche le strategie, le alleanze e i modi di procedere, di nuovo, accumulando forza comune.

Saperci intrecciate, condividere piste e ipotesi, tessere resistenze e invenzioni qui e là rende questa “geografia acquatica” dello sciopero (come la chiamava Rosa Luxemburg) una composizione di ritmi, di affluenti, di velocità e di flussi.

Le compagne in tutta Spagna hanno preparato una tabella di marcia nella quale hanno iniziato lo scorso venerdì narrando i “mille” motivi per scioperare, per continuare con assemblee ed eventi fino ad una “operazione ragno” nella metropolitana di Madrid, ispirate da quello che abbiamo fatto qui in mezzo alla marea verde.

Nel frattempo, continuano le manifestazioni NiUnaMenos in Messico. Migliaia di donne, lesbiche, trans e travestiti denunciano il femminicidio come un crimine di Stato e la situazione di minaccia permanente rispetto ai tentativi di rapimento che hanno avuto luogo nella metropolitana e che si volevano correggere solamente con un aumento della polizia. Ed è sempre in Messico che vediamo una lunga serie di proteste e scioperi dei lavoratori delle maquilas1 di Tamaulipas. E dal sud-est, le donne zapatiste hanno appena inviato una lettera che spiega perché questo 8M non ci saranno incontri nel loro territorio, denunciando la minaccia militare che sta dietro l’avanzata dei mega-progetti turistici e neo-estrattivi del nuovo governo. In questa triplice scena vediamo condensarsi quello scenario messo in moto dall’orizzonte organizzativo dello sciopero internazionale: connettere le lotte e da questa connessione affermare come le lotte contro la precarizzazione e gli abusi sul lavoro siano inscindibili dai femminicidi e dalle molestie e anche dalle forme di sfruttamento del territorio da parte delle multinazionali.

Nel frattempo, in Italia, le compagne di NonUnaDiMeno hanno lanciato il “conto alla rovescia” allo sciopero internazionale femminista con una serie di manifesti che “narrano” le scene che meritano uno sciopero. Contro il mancato pagamento del cibo da parte degli ex mariti, per gli abusi da parte dei datori di lavoro, ma anche contro l’uso dei sussidi come gestione della povertà invece di essere una possibilità di autodeterminazione.

Questo è un punto chiave oggetto di discussione in varie organizzazioni: la gestione delle risorse pubbliche sotto forma di sussidi o di stipendi sociali come strumento che il movimento femminista contesta a partire da una logica propria. Nel senso: evidenziando come sono le donne, lesbiche, trans e travestiti coloro che si stanno facendo carico concretamente nei territori di uno stato di emergenza di fronte alle violenze machiste e ai tagli. Lo stanno facendo le operatrici di genere nei territori e anche le reti di cura e autogestione, chi si prende cura delle cliniche mediche e delle mense, chi fa corsi di autodifesa e accompagna in maniera “non professionale” ma costante chi subisce violenza. Come abbiamo scritto nell’appello a questo 8M dal collettivo NiUnaMenos: non c’è opposizione tra l’urgenza della fame imposta dalla crisi e la politica femminista. Al contrario, è il movimento in tutta la sua diversità che ha politicizzato questa crisi, è il movimento che mette il proprio corpo giorno per giorno ed è il movimento che è in condizione di lottare per il suo riconoscimento economico senza mediazioni patriarcali per garantire la propria autonomia e il proprio potenziamento.

Nel frattempo, il coordinamento 8M in Cile non smette di crescere, dopo le incredibili mobilitazioni di maggio per l’educazione non sessista e l’enorme incontro plurinazionale delle donne in lotta a dicembre. Gridano: “Lo sciopero femminista va!”, per indicare come si costruisce dal basso e continua così. Nel frattempo in Brasile, le compagne del nordest dicono che il fascismo non passerà e i femminismi neri si preparano a marciare facendo giustizia a Marielle Franco e a tutte coloro che sostengono le economie popolari e di favela contro la criminalizzazione delle loro attività. Nel frattempo, in Bolivia si sta preparando il #Bloqueo8M, denunciando i femminicidi con i quali è iniziato l’anno ma anche accompagnando la resistenza delle donne della Riserva di Tariquía, a Tarija, che stanno bloccando le opere di PETROBRAS. Nel frattempo, le assemblee in Uruguay sono già iniziate, con una coordinazione di femminismi sempre più alimentata nelle reti. Nel frattempo, in Ecuador, si discute dello sciopero e della rivolta come strumenti delle molteplici storie di lotta. Nel frattempo, in Colombia e Perù si fanno riunioni anche queste settimanali con l’orizzonte dell’8M, quel data-talismano che ci riunisce perché prima di tutto cominciamo a vederci e a riconoscerci a vicenda.
https://www.dinamopress.it/news/linternazionale-femminista/?fbclid=IwAR3CHhXYUQXyNi4fiW0S812kb0f0MmVsBaK_SjtxFAzTIc56h6umaUx5BTg

sabato 2 marzo 2019

Ddl De Poli: un altro disegno di legge che non tutela le donne dalla violenza di genere Silvia Belloni

Tanto si è discusso del disegno di legge Pillon, quanto è rimasto sottotraccia il disegno di legge connesso n. 45 dal titolo Disposizioni in materia di tutela dei minori nell’ambito della famiglia e nei procedimenti di separazione personale dei coniugi, in discussione al Senato insieme con il primo (ed altri, sempre in materia di affidamento condiviso). Ma la circostanza che poco o niente se ne sia parlato non deve lasciare tranquilli, anzi. Emblematica sul punto è la relazione introduttiva che si apre con il richiamo alla necessità di scongiurare la famigerata PAS, sindrome di alienazione genitoriale, documentata da Richard A. Gardner, attraverso l’introduzione di strumenti da fornire ai genitori «per impostare correttamente un nuovo tipo di vita familiare»…nell’ottica del «completamento della riforma in materia di affidamento condiviso». Ecco dunque che al ddl Pillon, risulta perfettamente abbinato il ddl De Poli (più altri) che impatta fortemente anche sulla materia penale, in una prospettiva univoca e condivisa dai proponenti.

La mia curiosità di avvocato penalista è stata attirata dalle disposizioni del disegno di legge che riguardano alcuni reati che verrebbero del tutto stravolti rispetto alla disciplina attuale (provate ad immaginare a danno di chi…).
Viene innanzitutto modificato il reato di calunnia sancito dall’art. 368 c.p. con la introduzione della sanzione/pena accessoria (non è affatto chiaro) della sospensione della potestà genitoriale (dal 2013 sostituita dalla responsabilità genitoriale, ma nel ddl si parla ancora di potestà…) se il reato è commesso da un genitore a danno dell’altro.

Evidente appare l’intento di disincentivare denunce per reati commessi in ambito familiare, con la chiara conseguenza che se le donne hanno ora mille resistenze ad intraprendere azioni giudiziarie per le ipotesi di violenza subita, ne avranno domani ancora di più. Perché infatti prevedere una pena accessoria così incisiva solo in ambito familiare? Vale di più una falsa denuncia in famiglia che per esempio fra colleghi o in altri contesti?

Si chiede inoltre la modifica del reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi previsto dall’art. 572 c.p.p. (che assumerà il titolo di “maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli”, con esclusione appunto dei conviventi).
Le pene edittali sono ridotte, l’imputato può risolvere il processo con la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità (utilizzata per esempio per la guida in stato di ebbrezza), vengono punite solo le ipotesi di violenza fisica e psichica (con esclusione delle condotte caratterizzate da violenza economica, psicologica e sessuale attualmente sanzionate) e viene introdotto il requisito della sistematicità dei maltrattamenti.

La proposta fa terra bruciata delle numerose modifiche legislative che hanno portato all’attuale norma incriminatrice a tutela di familiari e conviventi, del tutto dimenticando che le condotte maltrattanti sono caratterizzate dal cosiddetto ciclo della violenza nel quale si alternano fasi molto aggressive a fasi di riavvicinamento e riappacificazione, assolutamente incompatibili con la “sistematicità” delle azioni che la norma imporrebbe (con ciò mettendo a rischio ovviamente l’accertamento della responsabilità penale nel processo).
A completare il quadro, anche il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare previsto dall’art. 570 c.p. viene infine stravolto, analogamente al reato di maltrattamenti, con la riduzione delle pene edittali, la possibilità di definire il giudizio con la sanzione sostitutiva dei lavori di pubblica utilità e, udite udite, la introduzione di una nuova condotta delittuosa.

Si legge infatti nella proposta che la norma punisce anche chi «attua comportamenti che privano i figli della presenza dell’altra figura genitoriale». Ecco riapparire il tema delle condotte alienanti che assurgono al rango di reato, punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032. Fedele alle premesse annunciate nella relazione introduttiva e in linea con il ddl Pillon, il ddl 45 svilisce il fenomeno della violenza in famiglia; colpisce, attenua e in alcuni casi azzera ingiustificatamente le garanzie e le tutele che le norme incriminatrici avevano negli anni conquistato a favore delle donne vittime di reati e introduce surrettiziamente la nuova ipotesi di reato di alienazione parentale.
Lungi dal valorizzare la bigenitorialità tanto invocata, la proposta in realtà lede profondamente i diritti delle vittime vulnerabili e a pagare il prezzo più caro della riforma sarebbero sicuramente ancora una volta le bambine e i bambini.

Silvia Belloni, avvocata penalista del Foro di Milano
https://27esimaora.corriere.it/18_ottobre_09/ddl-de-poli-sull-affido-condiviso-altro-disegno-legge-che-non-tutela-donne-che-subiscono-violenza-d76829c6-cb88-11e8-a151-64ee02cc2acb.shtml?fbclid=IwAR3QMXc3KGiTBkvs8YHUB8SIV4OqzFYliU

mercoledì 20 febbraio 2019

"Cosa prevede il decreto sicurezza" 26.02.2019 ore 20.30 Bem Viver Cafè,via Monti 5 Corsico


Continua il nostro viaggio nel complesso e complicato mondo delle migrazioni.
Dopo la prima tappa in Sicilia, Spagna e Marocco per incontrare le braccianti agricole con la guida di Stefania Prandi autrice del libro “Oro Rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo”, una seconda tappa a Riace città dell'accoglienza di migranti, con la guida di Tiziana Barillà autrice del libro: “Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace”, la terza tappa per conoscere le donne sbarcate a Lampedusa raccontate dal medico Pietro Bartolo nel libro: “Le stelle di Lampedusa”,

Vi invitiamo a unirvi a noi    martedì 26 febbraio per la quarta tappa. Faremo un viaggio di gruppo per incontrare migranti dopo l'applicazione della “Legge sicurezza”. Cfr. volantino allegato

Il nostro viaggio prevede ulteriori percorsi di cui vi informeremo per tempo.