Verso la fine del XIX secolo le donne divennero entusiaste utilizzatrici delle nuove biciclette a pedali, che offrivano un’inedita libertà di movimento
Una volta pensavo che la cosa peggiore che potesse fare una donna era fumare, ma ora ho cambiato idea. La cosa peggiore che ho visto in vita mia è una donna in sella a una bicicletta». Così scriveva il 25 luglio del 1891 la corrispondente del Chicago Tribune in un breve articolo, in cui sosteneva che avrebbe reso la vita impossibile alla sua futura nuora se questa avesse mostrato la minima inclinazione per il ciclismo. Le pioniere della bici iniziavano a destare scalpore.
Il cammino della bicicletta sarebbe stato lungo. I primi modelli, a partire dal 1817, consistevano in una semplice barra che univa due ruote. Attorno al 1870 vennero aggiunti i pedali, che consentivano di avanzare rimanendo in sella aumentando così le probabilità di arrivare incolumi al termine dell’operazione. Questi “velocipedi”, con la ruota anteriore più grande di quella posteriore, furono poi sostituiti da biciclette con ruote di identiche dimensioni e catene per trasmettere l’energia del pedale alla ruota posteriore. Molto più sicure, le bici dell’inizio della Belle Époque venivano acquistate a prezzi esorbitanti dai pochi che se le potevano permettere.
Le donne della classe alta si mostrarono ben disposte a usare questa nuova invenzione che permetteva di spostarsi liberamente e rapidamente in un mondo che le voleva rinchiuse tra le mura domestiche. Queste intrepide pioniere attiravano gli sguardi della gente, un fatto considerato già di per sé negativo. I manuali di comportamento dell’epoca, infatti, spiegavano chiaramente che l’ultima cosa che doveva fare una signora per strada era mettersi in mostra. Procedere rapidamente era un segno di cattiva educazione, così come parlare ad alta voce o tenere le braccia lontane dal corpo.
Rompere gli schemi
Le donne che andavano in bicicletta, quindi, infrangevano le regole di comportamento femminile stabilite e diventavano persone di “dubbia moralità”. La londinese Emma Eades fu oggetto di lanci di pietre e molte altre donne vennero insultate e aggredite. Come se non bastasse, i medici del tempo affermavano che il ciclismo era un’attività dannosa per l’organismo femminile, considerato più debole di quello maschile. Andare in bicicletta, si diceva, poteva causare sterilità e disturbi nervosi. Ma queste temerarie non dovettero affrontare solo i consolidati pregiudizi dell’epoca. Avevano di fronte anche un altro ostacolo: gli abiti femminili, indumenti pesanti (la biancheria intima poteva pesare anche sei chili) e striminziti corpetti con cui era già un miracolo fare un piccolo sforzo senza svenire.
Secondo i medici dell'epoca andare in bicicletta poteva causare sterilità e disturbi nervosi
In soccorso alle cicliste arrivarono dei pantaloni molto ampi, i bloomer. Ma quando alcune donne osarono indossarli, sollevarono un nuovo polverone. I sacerdoti dedicavano intere prediche a sottolineare l’aspetto peccaminoso dell’indumento. Alle professoresse francesi fu proibito di indossarli a scuola e all’aristocratica Lady Harberton venne impedito di entrare con i bloomer in un caffè dove voleva bere qualcosa prima di tornare in sella alla sua bici. La battaglia per i pantaloni era persa, ma nel frattempo le donne avevano compiuto grandi progressi nell’impervio cammino dell’emancipazione.
Un po’ alla volta l’immagine della donna in bicicletta smise di essere così strana. Sempre più economiche, le bici si diffusero tra le classi popolari. Sorsero moltissimi club femminili che offrivano l’opportunità di viaggiare in compagnia ed evitare così le molestie per strada. Imprese come quella di Annie Londonderry, che nel 1895 fece il giro del mondo in bici, accesero l’immaginazione della gente e dimostrarono che le donne non erano da meno degli uomini. Intanto la pubblicità iniziava a presentare il ciclismo come un’attività rispettabile, i medici ne raccomandavano l’uso e i giornalisti vedevano nella ciclista “la nuova donna”. Il genere femminile conquistava un nuovo spazio che prima gli era precluso.
Il fenomeno si era diffuso a tal punto che, verso la fine della Belle Époque, una donna single si lamentava del fatto che ormai era difficile fare nuovi incontri senza andare in bicicletta. E lei, per quanto quest’attività sportiva ampliasse l’orizzonte del genere femminile, non riusciva ad abituarsi alle scomodità che comportava. Non si può mica accontentare tutti.
https://www.storicang.it/a/bicicletta-e-lemancipazione-femminile_14726?fbclid=IwAR2LLMOAL7EjZSv0FwmchvPmsRY82IWe2KBV_f67Oy3DWAeX8ZZJp_PwXUI
sabato 29 febbraio 2020
venerdì 28 febbraio 2020
Malala e Greta insieme: l'importante messaggio che sta dietro un'immagine iconica diventata virale di An. Loi
Le due attiviste si sono incontrate a Oxford e hanno parlato dei temi cari alle loro campagne. Cosa si sono dette
Si sono incontrate a Oxford dove Malala studia all'Università. Greta ha fatto lì una tappa mentre si recava a Bristol dove è attesa per la protesta sul clima di venerdì. L'immagine che ritrae insieme le due attiviste, postata su Twitter, in breve è diventata virale e ha fatto il giro del mondo. E' chiaro che l'immagine è pregna di significato: da una parte la ragazzina svedese affetta dalla sindrome di Asperger che ogni venerdì salta la scuola per protestare contro il silenzio dei governi sugli effetti devastanti delle emissioni - e degli stili di vita errati - sui cambiamenti climatici, l'altra, Premio Nobel per la Pace nel 2014, ha messo in gioco la propria vita a favore dell'istruzione delle bambine nel Pakistan martoriato dal regime oscurantista dei Talebani. Malala aveva solo 11 anni quando ha aperto il suo blog e 12 quando ha subito l'attentato in cui ha rischiato la vita, mentre ne aveva 16 quando ha pronunciato il primo discorso davanti alle Nazioni Unite.
Le due ragazzine hanno saputo guardare oltre se stesse e voluto mettere in gioco la propria determinazione a favore del prossimo divenendo esempio per tante e tanti giovani che oggi si organizzano e scendono in piazza per i diritti umani e civili. "È l’unica amica per cui salterei la scuola", ha scritto Malala Yousafzai su Twitter commentando l'incontro.
"Quindi… oggi ho incontrato il mio modello. Che altro posso dire?", è il cinguettio di Greta Thunberg partito dal suo profilo. Entrambe stanno sedute su una panchina all'esterno del campus di Oxford e si abbracciano.
Un incontro importante nel quale si è riflettuto e discusso di "Scienza, voto, limiti della protesta, disinvestimento, zero reale e zero netto e molto altro", come ha riferito il preside del College Alan Rusbridger. L'attenzione l'hanno catturata. Non bisogna dimenticare che accanto alle ragazze agiscono organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani, da loro volute e animate, che portano avanti i temi su cui si sintetizza la loro lotta. Lo scatto è importante perché riconduce all'importanza delle "immagini positive" in un mondo fatto di apparenze e influenzato da modelli spesso discutibili, che con facilità raggiungono i giovani. In questo contesto le due ragazzine divenute "influencer" globali incarnano perfettamente l'aspetto positivo della comunicazione di massa via socialnetwork.
https://notizie.tiscali.it/lovedifferences/articoli/malala-greta-immagine-virale/?fbclid=IwAR0teOHpC4ZABGucIMyQ_fAAosUAvzu1-ZbQ1lshErB_6FHg5IbdtxjEp_0
Si sono incontrate a Oxford dove Malala studia all'Università. Greta ha fatto lì una tappa mentre si recava a Bristol dove è attesa per la protesta sul clima di venerdì. L'immagine che ritrae insieme le due attiviste, postata su Twitter, in breve è diventata virale e ha fatto il giro del mondo. E' chiaro che l'immagine è pregna di significato: da una parte la ragazzina svedese affetta dalla sindrome di Asperger che ogni venerdì salta la scuola per protestare contro il silenzio dei governi sugli effetti devastanti delle emissioni - e degli stili di vita errati - sui cambiamenti climatici, l'altra, Premio Nobel per la Pace nel 2014, ha messo in gioco la propria vita a favore dell'istruzione delle bambine nel Pakistan martoriato dal regime oscurantista dei Talebani. Malala aveva solo 11 anni quando ha aperto il suo blog e 12 quando ha subito l'attentato in cui ha rischiato la vita, mentre ne aveva 16 quando ha pronunciato il primo discorso davanti alle Nazioni Unite.
Le due ragazzine hanno saputo guardare oltre se stesse e voluto mettere in gioco la propria determinazione a favore del prossimo divenendo esempio per tante e tanti giovani che oggi si organizzano e scendono in piazza per i diritti umani e civili. "È l’unica amica per cui salterei la scuola", ha scritto Malala Yousafzai su Twitter commentando l'incontro.
"Quindi… oggi ho incontrato il mio modello. Che altro posso dire?", è il cinguettio di Greta Thunberg partito dal suo profilo. Entrambe stanno sedute su una panchina all'esterno del campus di Oxford e si abbracciano.
Un incontro importante nel quale si è riflettuto e discusso di "Scienza, voto, limiti della protesta, disinvestimento, zero reale e zero netto e molto altro", come ha riferito il preside del College Alan Rusbridger. L'attenzione l'hanno catturata. Non bisogna dimenticare che accanto alle ragazze agiscono organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani, da loro volute e animate, che portano avanti i temi su cui si sintetizza la loro lotta. Lo scatto è importante perché riconduce all'importanza delle "immagini positive" in un mondo fatto di apparenze e influenzato da modelli spesso discutibili, che con facilità raggiungono i giovani. In questo contesto le due ragazzine divenute "influencer" globali incarnano perfettamente l'aspetto positivo della comunicazione di massa via socialnetwork.
https://notizie.tiscali.it/lovedifferences/articoli/malala-greta-immagine-virale/?fbclid=IwAR0teOHpC4ZABGucIMyQ_fAAosUAvzu1-ZbQ1lshErB_6FHg5IbdtxjEp_0
giovedì 27 febbraio 2020
Anche le donne sono sessiste: persino le femministe dichiarate sono considerate inconsciamente prevenute contro le donne.
Una traduzione da Why are even women biased against women?
Nel programma di Radio 4 Analysis, Mary Ann Sieghart si domanda: “Da dove vengono questi atteggiamenti discriminatori e cosa possiamo fare in proposito?”
“Le donne sono considerate incompetenti se non dimostrano la loro competenza, mentre si presume che gli uomini siano competenti soltanto perché non si hanno prove del contrario.” Questa è l’osservazione di qualcuno che ha la rara esperienza di aver vissuto sia come uomo che come donna: la professoressa Joan Roughgarden, ex docente della Stanford University. La sua esperienza di donna transgender conferma ciò che le donne hanno sempre sospettato: devono lavorare due volte più duramente per dimostrare di essere brave in quello che fanno.
Perché le donne hanno aspettative inferiori rispetto alle altre donne? Catherine Nichols, una scrittrice di Boston, ha un’esperienza di prima mano. Dopo aver finito di scrivere il suo romanzo, ha inviato i primi capitoli, più una sinossi, a 50 agenti letterari, in grande maggioranza donne. Ricevette solo due risposte positive da agenti che chiedevano di vedere il manoscritto.
Questo la sconcertò, poiché gli amici scrittori le avevano detto quanto fosse bello il suo romanzo. Così ha concepito quello che lei definisce un “piano pazzo”: ha spedito lo stesso identico materiale ad altri 50 agenti, ma questa volta firmandosi con un nome maschile. Il risultato? Ha avuto 17 risposte positive.
In altre parole, gli agenti la ritenevano otto volte e mezzo una scrittrice migliore se fingeva di essere un uomo. Inoltre, ha ricevuto molte critiche costruttive su come migliorare il romanzo, un aiuto che non ha mai avuto quando scriveva con il suo nome. “Era scioccante constatare quanto fosse evidente che c’era una grande differenza”, ha detto.
Non ci sono ragioni commerciali a monte di questa disparità. Dei primi dieci titoli di narrativa pubblicati lo scorso anno, nove erano di autrici. Ma forse l’esperienza di Nichols è solo aneddotica.
Esistono prove scientifiche che le donne siano prevenute nei confronti delle donne?
La risposta è sì. Diversi esperimenti lo hanno dimostrato. Uno, messo a punto da dei ricercatori di Yale, ha inviato domande di lavoro e CV per un posto di responsabile di laboratorio a professori di scienze di entrambi i sessi. Le domande erano identiche, tranne che a metà era stato assegnato il nome di un uomo e all’altra metà quello di una donna.
Cosa è successo? I professori – sia maschi che femmine – hanno trovato più interessante il profilo dell’uomo e si sono mostrati più propensi ad assumerlo e fargli da mentore. E gli hanno offerto uno stipendio sostanzialmente più alto.
Da dove proviene questo pregiudizio? Da un momento nel passato del nostro percorso evolutivo, quando stavamo imparando a distinguere l’amico dal nemico. Il nostro cervello inconscio ha un potere di elaborazione enormemente maggiore rispetto al nostro cervello cosciente, ed escogita sempre scorciatoie, conosciute come euristiche.
Queste euristiche, parte del nostro cervello rettiliano, si formano con l’esperienza. Quindi, se da bambini ci bruciamo con un piatto caldo proveniente dal forno, impariamo velocemente ad associare “forno” a “caldo” e “dolore”.
Allo stesso modo, se la nostra società è piena in modo sproporzionato di uomini che occupano posizioni al vertice, assoceremo automaticamente “maschio” con “leader”, “successo” e “competenza”, mentre “femminile” è associato a “casa”, “bambini” e “famiglia” . Questo meccanismo scavalca qualsiasi pregiudizio naturale che le donne potrebbero avere nei confronti della propria specie.
Esiste un test per i pregiudizi inconsci, noto come test di associazione implicita. Con mia costernazione, ha suggerito che anche io – una femminista convinta che ha sempre avuto una carriera – sia leggermente prevenuta nei confronti delle donne lavoratrici. Parole maschili e femminili e parole che rappresentano il lavoro e la famiglia, si illuminano sullo schermo. Il test poi misura quanto velocemente riesci ad associare ogni categoria e quanti errori fai.
La Professoressa Mazarin Banaji di Harvard è una dei creatori del test. Il test le disse che anche lei poteva essere di parte. “È stato i giorno più importante della mia vita, quello che ha cambiato le cose: quando mi sono trovata faccia a faccia con il mio pregiudizio, con il fatto che la mia mente e le mie mani non erano in grado di associare la donna con la leadership tanto quanto vi associavo il maschio.”
“Quando mi sono dovuta controntare con il fatto che non riesco ad associare le persone dalla pelle scura a cose buone come vi associo le facce di persone dalla pelle chiara a cose buone, ho raggiunto qualcosa di diverso dalla semplice consapevolezza: è come se qualcuno mi avesse pugnalato e stesse rigirando la lama dentro di me mentre mi intimava di sedermi e prenderne atto. ”
Il test sulla carriera e il genere che entrambe abbiamo fatto è una misura di quanto siano potenti le nostre euristiche, dice Banaji: “Ci dice che l’impronta digitale della cultura è nel nostro cervello”. I risultati di questo test mostrano che l’80% delle donne e il 75% degli uomini hanno qualche pregiudizio.
Quindi cosa possiamo fare a riguardo? Bene, il primo passo è diventare consapevoli. Per quanto tu sia liberale e socialmente impegnata, è probabile che ad un livello inconscio il tuo cervello sia infarcito degli stessi stereotipi che disdegni esteriormente. Comprendere di avere dei pregiudizi inconsci è un inizio, ma non è abbastanza.
Come dice la professoressa Banaji: “Se dovessi tenere una conferenza su grasso e zucchero e su come il nostro corpo lo converte in energia, alla fine di una lezione di tre ore, avresti perso del peso?”
L’importante è essere consapevoli di ogni possibile pregiudizio. Quando stai valutando dei candidati, cerca di correggere qualsiasi pregiudizio inconscio che ti possa dire che il timbro della voce di una donna non ha autorità.
Assicurati di non perdonare più carenze ad un uomo che ad una una donna. Confrontali entrambi rigorosamente con le specifiche del lavoro e non affidarti al tuo istinto o alla tua impressione.
Richiede un po’ di lavoro. Ma sicuramente ne vale la pena? Il sessismo è vile quanto il razzismo e non dovrebbe avere posto nella società moderna. Quindi la prossima volta che presumi che una donna non sia competente fino a quando non si dimostra altrimenti, datti una tirata d’orecchi, ricordati che è il tuo cervello rettiliano a parlare e prendi la decisione di comportarsi come una persona del 21 ° secolo, non come un uomo – o una donna – delle caverne.
https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2020/02/27/le-donne-maschiliste/?fbclid=IwAR28pEiUEffqYnesQEpTujeC_vFVwTqdJq7GSby2uqwrXROOUe7b6BTFD70
Nel programma di Radio 4 Analysis, Mary Ann Sieghart si domanda: “Da dove vengono questi atteggiamenti discriminatori e cosa possiamo fare in proposito?”
“Le donne sono considerate incompetenti se non dimostrano la loro competenza, mentre si presume che gli uomini siano competenti soltanto perché non si hanno prove del contrario.” Questa è l’osservazione di qualcuno che ha la rara esperienza di aver vissuto sia come uomo che come donna: la professoressa Joan Roughgarden, ex docente della Stanford University. La sua esperienza di donna transgender conferma ciò che le donne hanno sempre sospettato: devono lavorare due volte più duramente per dimostrare di essere brave in quello che fanno.
Perché le donne hanno aspettative inferiori rispetto alle altre donne? Catherine Nichols, una scrittrice di Boston, ha un’esperienza di prima mano. Dopo aver finito di scrivere il suo romanzo, ha inviato i primi capitoli, più una sinossi, a 50 agenti letterari, in grande maggioranza donne. Ricevette solo due risposte positive da agenti che chiedevano di vedere il manoscritto.
Questo la sconcertò, poiché gli amici scrittori le avevano detto quanto fosse bello il suo romanzo. Così ha concepito quello che lei definisce un “piano pazzo”: ha spedito lo stesso identico materiale ad altri 50 agenti, ma questa volta firmandosi con un nome maschile. Il risultato? Ha avuto 17 risposte positive.
In altre parole, gli agenti la ritenevano otto volte e mezzo una scrittrice migliore se fingeva di essere un uomo. Inoltre, ha ricevuto molte critiche costruttive su come migliorare il romanzo, un aiuto che non ha mai avuto quando scriveva con il suo nome. “Era scioccante constatare quanto fosse evidente che c’era una grande differenza”, ha detto.
Non ci sono ragioni commerciali a monte di questa disparità. Dei primi dieci titoli di narrativa pubblicati lo scorso anno, nove erano di autrici. Ma forse l’esperienza di Nichols è solo aneddotica.
Esistono prove scientifiche che le donne siano prevenute nei confronti delle donne?
La risposta è sì. Diversi esperimenti lo hanno dimostrato. Uno, messo a punto da dei ricercatori di Yale, ha inviato domande di lavoro e CV per un posto di responsabile di laboratorio a professori di scienze di entrambi i sessi. Le domande erano identiche, tranne che a metà era stato assegnato il nome di un uomo e all’altra metà quello di una donna.
Cosa è successo? I professori – sia maschi che femmine – hanno trovato più interessante il profilo dell’uomo e si sono mostrati più propensi ad assumerlo e fargli da mentore. E gli hanno offerto uno stipendio sostanzialmente più alto.
Da dove proviene questo pregiudizio? Da un momento nel passato del nostro percorso evolutivo, quando stavamo imparando a distinguere l’amico dal nemico. Il nostro cervello inconscio ha un potere di elaborazione enormemente maggiore rispetto al nostro cervello cosciente, ed escogita sempre scorciatoie, conosciute come euristiche.
Queste euristiche, parte del nostro cervello rettiliano, si formano con l’esperienza. Quindi, se da bambini ci bruciamo con un piatto caldo proveniente dal forno, impariamo velocemente ad associare “forno” a “caldo” e “dolore”.
Allo stesso modo, se la nostra società è piena in modo sproporzionato di uomini che occupano posizioni al vertice, assoceremo automaticamente “maschio” con “leader”, “successo” e “competenza”, mentre “femminile” è associato a “casa”, “bambini” e “famiglia” . Questo meccanismo scavalca qualsiasi pregiudizio naturale che le donne potrebbero avere nei confronti della propria specie.
Esiste un test per i pregiudizi inconsci, noto come test di associazione implicita. Con mia costernazione, ha suggerito che anche io – una femminista convinta che ha sempre avuto una carriera – sia leggermente prevenuta nei confronti delle donne lavoratrici. Parole maschili e femminili e parole che rappresentano il lavoro e la famiglia, si illuminano sullo schermo. Il test poi misura quanto velocemente riesci ad associare ogni categoria e quanti errori fai.
La Professoressa Mazarin Banaji di Harvard è una dei creatori del test. Il test le disse che anche lei poteva essere di parte. “È stato i giorno più importante della mia vita, quello che ha cambiato le cose: quando mi sono trovata faccia a faccia con il mio pregiudizio, con il fatto che la mia mente e le mie mani non erano in grado di associare la donna con la leadership tanto quanto vi associavo il maschio.”
“Quando mi sono dovuta controntare con il fatto che non riesco ad associare le persone dalla pelle scura a cose buone come vi associo le facce di persone dalla pelle chiara a cose buone, ho raggiunto qualcosa di diverso dalla semplice consapevolezza: è come se qualcuno mi avesse pugnalato e stesse rigirando la lama dentro di me mentre mi intimava di sedermi e prenderne atto. ”
Il test sulla carriera e il genere che entrambe abbiamo fatto è una misura di quanto siano potenti le nostre euristiche, dice Banaji: “Ci dice che l’impronta digitale della cultura è nel nostro cervello”. I risultati di questo test mostrano che l’80% delle donne e il 75% degli uomini hanno qualche pregiudizio.
Quindi cosa possiamo fare a riguardo? Bene, il primo passo è diventare consapevoli. Per quanto tu sia liberale e socialmente impegnata, è probabile che ad un livello inconscio il tuo cervello sia infarcito degli stessi stereotipi che disdegni esteriormente. Comprendere di avere dei pregiudizi inconsci è un inizio, ma non è abbastanza.
Come dice la professoressa Banaji: “Se dovessi tenere una conferenza su grasso e zucchero e su come il nostro corpo lo converte in energia, alla fine di una lezione di tre ore, avresti perso del peso?”
L’importante è essere consapevoli di ogni possibile pregiudizio. Quando stai valutando dei candidati, cerca di correggere qualsiasi pregiudizio inconscio che ti possa dire che il timbro della voce di una donna non ha autorità.
Assicurati di non perdonare più carenze ad un uomo che ad una una donna. Confrontali entrambi rigorosamente con le specifiche del lavoro e non affidarti al tuo istinto o alla tua impressione.
Richiede un po’ di lavoro. Ma sicuramente ne vale la pena? Il sessismo è vile quanto il razzismo e non dovrebbe avere posto nella società moderna. Quindi la prossima volta che presumi che una donna non sia competente fino a quando non si dimostra altrimenti, datti una tirata d’orecchi, ricordati che è il tuo cervello rettiliano a parlare e prendi la decisione di comportarsi come una persona del 21 ° secolo, non come un uomo – o una donna – delle caverne.
https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2020/02/27/le-donne-maschiliste/?fbclid=IwAR28pEiUEffqYnesQEpTujeC_vFVwTqdJq7GSby2uqwrXROOUe7b6BTFD70
mercoledì 26 febbraio 2020
Weinstein condannato per stupro, ora sarà difficile dire che il metoo è "caccia alle streghe" Non è solo una condanna, è un momento storico. DI GIULIA BLASI
Anche a voler essere molto, molto cinici, la sentenza del processo Weinstein è un momento che resterà nella storia. Lo era già stata, a suo modo, la condanna inflitta a Bill Cosby nel 2019, poi confermata in appello: ma Weinstein è un caso-totem, un caso-scuola. Quello a Harvey Weinstein – per chi negli ultimi vent'anni avesse vissuto in una capanna di legno senza internet e televisore: ex produttore cinematografico potentissimo, fondatore della Miramax e ora, possiamo dirlo, stupratore seriale – è ben più che un processo per stupro.
Dal caso Weinstein è nato un modo radicalmente diverso di inquadrare la violenza sessuale all'interno dei rapporti di potere che regolano la società capitalista, in cui le donne sono considerate ancora oggetti a malapena animati che devono conquistarsi il diritto di essere riconosciute come esseri umani. Da quel caso sono nate la campagna #metoo e la sua parallela italiana, #quellavoltache, creata a sostegno di Asia Argento: una donna a cui forse ora (ma non da ora) dobbiamo tutti delle scuse.
Cinici, dicevo, perché Weinstein è stato condannato per due capi di imputazione su cinque fra quelli per cui è andato a processo, i due meno gravi. Per riassumere in maniera molto grossolana: sì, ha stuprato Jessica Mann (insieme a Miriam Haley, la donna che lo ha portato in tribunale), ma non ha usato la forza per farlo. Nel verdetto, inoltre, viene reso chiaro che la giuria non ha creduto oltre ogni dubbio alla testimonianza di Annabella Sciorra, una delle prime accusatrici pubbliche di Weinstein. Nel male, gli è comunque andata bene: andrà in prigione, ma poteva andarci per più tempo. E anche se è stato condannato, la sua difesa ha lavorato bene sui luoghi comuni associati alle vittime di stupro, e sull'idea dello stupro come atto necessariamente accompagnato dalla violenza fisica.
C'è un dettaglio, però, che è rilevante. Ed è che le due donne che hanno portato Weinstein a processo non hanno smesso di vederlo dopo lo stupro. Quando questo succede, è molto difficile ottenere una condanna: la maggior parte delle donne viene dissuasa dal portare avanti una causa se ha anche solo mandato dei messaggi di testo al suo aggressore (e se lo fa, come sappiamo, è probabile che le accuse vengano archiviate): eppure, come ha testimoniato la psichiatra Barbara Ziv al processo, questa è la circostanza più comune.
Una donna stuprata può non capire subito cosa le sia successo, specialmente se conosce il suo aggressore e non ha mai avuto motivo di pensare che potesse farle del male. A questo si aggiunge la nostra idea di stupro come di atto barbarico che si consuma fra sconosciuti: la maggior parte delle violenze sessuali, al contrario, avviene fra persone che si conoscono e senza eccessive forzature. Lo stupro non è il frutto di un desiderio improvviso e incontrollabile, non è il risultato di una condotta dissoluta della vittima, non sono le minigonne, il gin tonic o le droghe a stuprarti: è (quasi) sempre un uomo.
Donna Rotunno, l'avvocata a capo del team di difesa di Weinstein, ha messo in campo ogni argomento patriarcale per screditare le due accusatrici e le varie testimoni del processo. Ha gridato allo scandalo e accusato gli avversari di voler creare una “realtà alternativa” in cui le donne “non sono responsabili per le feste a cui vanno, gli uomini con cui flirtano, le scelte che fanno per fare carriera, gli inviti nelle stanze d'albergo e i biglietti aerei che accettano”. L'abbiamo sentito dire mille volte, no? Andare a una festa è consenso. Voler fare carriera è consenso. Parlare con un uomo, anche civettare, magari; entrare in una stanza, farsi pagare un aereo è consenso. Dire altrimenti, secondo Rotunno, vuol dire “togliere alle donne la loro autonomia di giudizio”.
Rotunno fa il suo lavoro, e lo fa bene. Il suo assistito se l'è cavata con meno di quello che rischiava. Ma quell'arringa finale ci ricorda da dove continuiamo a ripartire, ogni volta: dall'idea che in fondo lo stupro sia sempre colpa delle donne, che il nostro comportamento sia rilevante rispetto alla volontà di un uomo di stuprarci o meno, e che saranno altre donne, in molti casi, a tenerci ferme mentre il mondo ci stupra di nuovo.
Questa condanna è importante perché segna un passaggio. Non è la prima volta che un uomo potente viene condannato per violenza sessuale, ma è forse la prima volta che un uomo potente viene condannato per una violenza che non è rimasta circoscritta e che ha finito per somigliare a un rapporto fra adulti consenzienti. Con la condanna di Harvey Weinstein, ci siamo mossi di qualche centimetro verso una definizione di violenza sessuale più aderente alla realtà delle vittime. È presto per dire quali saranno gli effetti culturali di questo piccolo progresso, ma intanto possiamo portarla a casa
https://www.esquire.com/it/news/attualita/a31081022/weinstein-condannato-stupro/?fbclid=IwAR0spj2R2nv2REB2ZS1d888CP0hC3XQ9T6m_hrperN_h1oqIQm4wyMkNXn8
Dal caso Weinstein è nato un modo radicalmente diverso di inquadrare la violenza sessuale all'interno dei rapporti di potere che regolano la società capitalista, in cui le donne sono considerate ancora oggetti a malapena animati che devono conquistarsi il diritto di essere riconosciute come esseri umani. Da quel caso sono nate la campagna #metoo e la sua parallela italiana, #quellavoltache, creata a sostegno di Asia Argento: una donna a cui forse ora (ma non da ora) dobbiamo tutti delle scuse.
Cinici, dicevo, perché Weinstein è stato condannato per due capi di imputazione su cinque fra quelli per cui è andato a processo, i due meno gravi. Per riassumere in maniera molto grossolana: sì, ha stuprato Jessica Mann (insieme a Miriam Haley, la donna che lo ha portato in tribunale), ma non ha usato la forza per farlo. Nel verdetto, inoltre, viene reso chiaro che la giuria non ha creduto oltre ogni dubbio alla testimonianza di Annabella Sciorra, una delle prime accusatrici pubbliche di Weinstein. Nel male, gli è comunque andata bene: andrà in prigione, ma poteva andarci per più tempo. E anche se è stato condannato, la sua difesa ha lavorato bene sui luoghi comuni associati alle vittime di stupro, e sull'idea dello stupro come atto necessariamente accompagnato dalla violenza fisica.
C'è un dettaglio, però, che è rilevante. Ed è che le due donne che hanno portato Weinstein a processo non hanno smesso di vederlo dopo lo stupro. Quando questo succede, è molto difficile ottenere una condanna: la maggior parte delle donne viene dissuasa dal portare avanti una causa se ha anche solo mandato dei messaggi di testo al suo aggressore (e se lo fa, come sappiamo, è probabile che le accuse vengano archiviate): eppure, come ha testimoniato la psichiatra Barbara Ziv al processo, questa è la circostanza più comune.
Una donna stuprata può non capire subito cosa le sia successo, specialmente se conosce il suo aggressore e non ha mai avuto motivo di pensare che potesse farle del male. A questo si aggiunge la nostra idea di stupro come di atto barbarico che si consuma fra sconosciuti: la maggior parte delle violenze sessuali, al contrario, avviene fra persone che si conoscono e senza eccessive forzature. Lo stupro non è il frutto di un desiderio improvviso e incontrollabile, non è il risultato di una condotta dissoluta della vittima, non sono le minigonne, il gin tonic o le droghe a stuprarti: è (quasi) sempre un uomo.
Donna Rotunno, l'avvocata a capo del team di difesa di Weinstein, ha messo in campo ogni argomento patriarcale per screditare le due accusatrici e le varie testimoni del processo. Ha gridato allo scandalo e accusato gli avversari di voler creare una “realtà alternativa” in cui le donne “non sono responsabili per le feste a cui vanno, gli uomini con cui flirtano, le scelte che fanno per fare carriera, gli inviti nelle stanze d'albergo e i biglietti aerei che accettano”. L'abbiamo sentito dire mille volte, no? Andare a una festa è consenso. Voler fare carriera è consenso. Parlare con un uomo, anche civettare, magari; entrare in una stanza, farsi pagare un aereo è consenso. Dire altrimenti, secondo Rotunno, vuol dire “togliere alle donne la loro autonomia di giudizio”.
Rotunno fa il suo lavoro, e lo fa bene. Il suo assistito se l'è cavata con meno di quello che rischiava. Ma quell'arringa finale ci ricorda da dove continuiamo a ripartire, ogni volta: dall'idea che in fondo lo stupro sia sempre colpa delle donne, che il nostro comportamento sia rilevante rispetto alla volontà di un uomo di stuprarci o meno, e che saranno altre donne, in molti casi, a tenerci ferme mentre il mondo ci stupra di nuovo.
Questa condanna è importante perché segna un passaggio. Non è la prima volta che un uomo potente viene condannato per violenza sessuale, ma è forse la prima volta che un uomo potente viene condannato per una violenza che non è rimasta circoscritta e che ha finito per somigliare a un rapporto fra adulti consenzienti. Con la condanna di Harvey Weinstein, ci siamo mossi di qualche centimetro verso una definizione di violenza sessuale più aderente alla realtà delle vittime. È presto per dire quali saranno gli effetti culturali di questo piccolo progresso, ma intanto possiamo portarla a casa
https://www.esquire.com/it/news/attualita/a31081022/weinstein-condannato-stupro/?fbclid=IwAR0spj2R2nv2REB2ZS1d888CP0hC3XQ9T6m_hrperN_h1oqIQm4wyMkNXn8
martedì 25 febbraio 2020
Maxi-multa alla Rai anche per Sanremo: "Ha dato una scorretta immagine delle donne"
Maxi-multa alla Rai anche per Sanremo: "Ha dato una scorretta immagine delle donne"
Nella delibera costata Agcom 1,5 milioni di euro a Viale Mazzini non si cita nessun episodio specifico ma solo "Il ruolo stereotipato della donna nelle trasmissioni".
Bufera a posteriori per il Festival di Sanremo. La kermesse canora, la cui edizione di quest’anno è stata scandita prima durante e dopo da una pletora di polemiche, è stata infatti citata nella delibera con la quale l’Agcom ha multato la Rai per 1,5 milioni di euro per “scorretta rappresentazione dell’immagine femminile”.
All’interno della delibera si contesta una configurazione stereotipata del ruolo della donna:
"In relazione alla trasmissione del Festival di Sanremo - scrive l'Agcom - si evidenzia che sono pervenute all’Autorità diverse segnalazioni che lamentavano la scorretta rappresentazione dell’immagine femminile e il ruolo stereotipato della donna nelle trasmissioni Rai. Anche in questo caso è stata verificata una carenza della particolare responsabilità richiesta alla Rai nella garanzia della dignità della persona e nella rappresentazione dell’immagine femminile".
La delibera in questione non dà però dei riferimenti specifici a determinati episodi: non è dato dunque sapere se la scorretta rappresentazione dell’immagine femminile sia correlata alla discussa conferenza di Amadeus, alla presenza di Junior Cally, rapper i cui contenuti passati erano considerati sessisti, o ad altre vicende.
https://www.globalist.it/news/2020/02/21/maxi-multa-alla-rai-nel-mirino-dell-agcom-anche-sanremo-ha-dato-una-scorretta-immagine-delle-donne-2053440.html?fbclid=IwAR2K8N_kGe7jduQRXDkoRdeADg7FSmZ4kfHKDMQAEVbz8yPL33e5KTH1Y70
Nella delibera costata Agcom 1,5 milioni di euro a Viale Mazzini non si cita nessun episodio specifico ma solo "Il ruolo stereotipato della donna nelle trasmissioni".
Bufera a posteriori per il Festival di Sanremo. La kermesse canora, la cui edizione di quest’anno è stata scandita prima durante e dopo da una pletora di polemiche, è stata infatti citata nella delibera con la quale l’Agcom ha multato la Rai per 1,5 milioni di euro per “scorretta rappresentazione dell’immagine femminile”.
All’interno della delibera si contesta una configurazione stereotipata del ruolo della donna:
"In relazione alla trasmissione del Festival di Sanremo - scrive l'Agcom - si evidenzia che sono pervenute all’Autorità diverse segnalazioni che lamentavano la scorretta rappresentazione dell’immagine femminile e il ruolo stereotipato della donna nelle trasmissioni Rai. Anche in questo caso è stata verificata una carenza della particolare responsabilità richiesta alla Rai nella garanzia della dignità della persona e nella rappresentazione dell’immagine femminile".
La delibera in questione non dà però dei riferimenti specifici a determinati episodi: non è dato dunque sapere se la scorretta rappresentazione dell’immagine femminile sia correlata alla discussa conferenza di Amadeus, alla presenza di Junior Cally, rapper i cui contenuti passati erano considerati sessisti, o ad altre vicende.
https://www.globalist.it/news/2020/02/21/maxi-multa-alla-rai-nel-mirino-dell-agcom-anche-sanremo-ha-dato-una-scorretta-immagine-delle-donne-2053440.html?fbclid=IwAR2K8N_kGe7jduQRXDkoRdeADg7FSmZ4kfHKDMQAEVbz8yPL33e5KTH1Y70
domenica 23 febbraio 2020
L’accusa delle studentesse, «molestate in tante» Napoli. Si dimette il docente dell'accademia accusato di violenza sessuale Adriano Pollice
l’Accademia di Belle Arti di Napoli sono iniziate le sessioni d’esame, uno dei docenti non ci sarà: la procura lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di violenza sessuale. La presunta vittima sarebbe una sua allieva ventenne, trent’anni più giovane. Tre colleghe della ragazza sono state sentite ieri in procura. A far emergere la vicenda è stato il collettivo di Non una di meno: la ragazza, con la consulta studentesca, si era rivolta a ottobre alla direzione dell’Accademia, il professore aveva avuto un ammonimento verbale.
Una misura molto timida rispetto al clima nelle aule. Il docente ha dato le dimissioni martedì scorso con l’intento di «fare chiarezza prima possibile» perché, sostiene, si sarebbe trattato di una relazione consensuale. Il direttore dell’Accademia, Giuseppe Gaeta, ha annunciato l’avvio uno sportello di ascolto in collaborazione con la consulta studentesca.
Le allieve hanno pubblicato ieri una lettera aperta per raccontare la quotidianità a cui sono state costrette: «Diversamente da quanto si sta narrando, l’abuso di potere da parte del docente in questione non ha colpito solo una collega. Siamo state in tantissime, purtroppo, a essere state colpite dalla politica di terrore, dalla violenza e dal non poterci sottrarre anche solo a un complimento non gradito, messaggi su chat mai richiesti. Siamo in tante quelle che durante i test di ammissione siamo state rintracciate, quando ancora non iscritte al corso e ignare del risultato della prova, dal docente che aveva già deciso cosa farne dei nominativi delle candidate che volevano accedere ai corsi scelti».
Quello che raccontano è un meccanismo esibito che non può essere sfuggito agli altri professori: «Siamo in tante quelle che nella prova orale avremmo dovuto sostenere l’esame con un altro docente e ci siamo ritrovate, per sua richiesta, a sederci dinanzi a lui. Ci chiediamo come questo docente, prima ancora che avesse i nostri indirizzi elettronici, avesse i nostri nominativi da usare per la ricerca su social network. Per quelle che avevano deciso di mandarlo a quel paese via chat è iniziato un calvario, per alcune durato anni. Situazioni che, in più casi, erano giunte a chi avrebbe dovuto tutelarci nello spazio accademico». Illuminante la storia che racconta una studentessa: «Tutto è iniziato ai test d’ingresso: mi disse che dovevo fare la prova con lui nonostante fosse già occupato.
La sera mi contattò su Facebook, mi invitò a vedere un film ma io non accettai. Alla fine non gli risposi più». Risultato: al primo esame ha dovuto subire una serie di bocciature a catena per avere alla fine solo 18. Con il secondo esame le bocciature sono ricominciate. Quando ha chiesto spiegazioni, la risposta è stata: «Se avessi accettato il mio invito sarebbe stato tutto più semplice». Per mettere fine alla tortura si è dovuta presenta con il fidanzato.
È stata Non una di meno a sollevare il caso: «A fare notizia è la gogna mediatica a cui è sottoposto il docente. Questa persona vorrebbe ridurre tutto a un episodio, presentandosi come parte lesa, tentando di isolare chi ha avuto il coraggio di ribellarsi. Siamo partite dal visibilizzare la violenza negli spazi della formazione per nominare le molestie, le avance, gli abusi che hanno visto coinvolte numerose donne». E ancora: «Imbarazzanti le dichiarazioni di responsabili e soggetti che avrebbero potuto fare qualcosa per il ruolo ricoperto. Diverse sono state le ragazze che hanno provato a denunciare non ottenendo supporto: il docente non è stato allontanato, nessuna misura di tutela è stata presa, nessun codice etico promulgato. Solo l’invito a cambiare corso o suggerimenti su come comportarsi».
https://ilmanifesto.it/laccusa-delle-studentesse-molestate-in-tante/?fbclid=IwAR16bCUyIptsFDTMRxqTHB81_G7vtay0NwIDf8oYyas0CiTs48bY2HNTHhY
Una misura molto timida rispetto al clima nelle aule. Il docente ha dato le dimissioni martedì scorso con l’intento di «fare chiarezza prima possibile» perché, sostiene, si sarebbe trattato di una relazione consensuale. Il direttore dell’Accademia, Giuseppe Gaeta, ha annunciato l’avvio uno sportello di ascolto in collaborazione con la consulta studentesca.
Le allieve hanno pubblicato ieri una lettera aperta per raccontare la quotidianità a cui sono state costrette: «Diversamente da quanto si sta narrando, l’abuso di potere da parte del docente in questione non ha colpito solo una collega. Siamo state in tantissime, purtroppo, a essere state colpite dalla politica di terrore, dalla violenza e dal non poterci sottrarre anche solo a un complimento non gradito, messaggi su chat mai richiesti. Siamo in tante quelle che durante i test di ammissione siamo state rintracciate, quando ancora non iscritte al corso e ignare del risultato della prova, dal docente che aveva già deciso cosa farne dei nominativi delle candidate che volevano accedere ai corsi scelti».
Quello che raccontano è un meccanismo esibito che non può essere sfuggito agli altri professori: «Siamo in tante quelle che nella prova orale avremmo dovuto sostenere l’esame con un altro docente e ci siamo ritrovate, per sua richiesta, a sederci dinanzi a lui. Ci chiediamo come questo docente, prima ancora che avesse i nostri indirizzi elettronici, avesse i nostri nominativi da usare per la ricerca su social network. Per quelle che avevano deciso di mandarlo a quel paese via chat è iniziato un calvario, per alcune durato anni. Situazioni che, in più casi, erano giunte a chi avrebbe dovuto tutelarci nello spazio accademico». Illuminante la storia che racconta una studentessa: «Tutto è iniziato ai test d’ingresso: mi disse che dovevo fare la prova con lui nonostante fosse già occupato.
La sera mi contattò su Facebook, mi invitò a vedere un film ma io non accettai. Alla fine non gli risposi più». Risultato: al primo esame ha dovuto subire una serie di bocciature a catena per avere alla fine solo 18. Con il secondo esame le bocciature sono ricominciate. Quando ha chiesto spiegazioni, la risposta è stata: «Se avessi accettato il mio invito sarebbe stato tutto più semplice». Per mettere fine alla tortura si è dovuta presenta con il fidanzato.
È stata Non una di meno a sollevare il caso: «A fare notizia è la gogna mediatica a cui è sottoposto il docente. Questa persona vorrebbe ridurre tutto a un episodio, presentandosi come parte lesa, tentando di isolare chi ha avuto il coraggio di ribellarsi. Siamo partite dal visibilizzare la violenza negli spazi della formazione per nominare le molestie, le avance, gli abusi che hanno visto coinvolte numerose donne». E ancora: «Imbarazzanti le dichiarazioni di responsabili e soggetti che avrebbero potuto fare qualcosa per il ruolo ricoperto. Diverse sono state le ragazze che hanno provato a denunciare non ottenendo supporto: il docente non è stato allontanato, nessuna misura di tutela è stata presa, nessun codice etico promulgato. Solo l’invito a cambiare corso o suggerimenti su come comportarsi».
https://ilmanifesto.it/laccusa-delle-studentesse-molestate-in-tante/?fbclid=IwAR16bCUyIptsFDTMRxqTHB81_G7vtay0NwIDf8oYyas0CiTs48bY2HNTHhY
giovedì 20 febbraio 2020
Sull'aborto, una lettera di Italo Calvino del 1975 a Claudio Magris. Umanità, intelligenza, cuore.
Caro Magris,
https://www.facebook.com/cristina.galletti.921/posts/10215766019160442
con grande dispiacere leggo il tuo articolo "Gli sbagliati".
Sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo.
Mettere al mondo un figlio ha un senso solo se questo figlio è voluto, coscientemente e liberamente dai due genitori. Se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri. Se no, l’umanità diventa – come in larga parte già è – una stalla di conigli. Ma non si tratta più della stalla «agreste», ma d’un allevamento «in batteria» nelle condizioni d’artificialità in cui vive a luce artificiale e con mangime chimico.
Solo chi – uomo e donna – è convinto al cento per cento d’avere la possibilità morale e materiale non solo d’allevare un figlio ma d’accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d’imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. Non capisco come tu possa associare l’aborto a un’idea d’edonismo o di vita allegra. L’aborto è «una» cosa spaventosa «…».
Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte. Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale «impiega» la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno. Sei un bell’incosciente, a dir poco, lascia che te lo dica. Non riderei tanto delle «misure igienico-profilattiche»; certo, a te un raschiamento all’utero non te lo faranno mai. Ma vorrei vederti se t’obbligassero a essere operato nella sporcizia e senza poter ricorrere agli ospedali, pena la galera. Il tuo vitalismo dell’«integrità del vivere» è per lo meno fatuo. Che queste cose le dica Pasolini, non mi meraviglia. Di te credevo che sapessi che cosa costa e che responsabilità è il far vivere delle altre vite.
Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia.
Sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo.
Mettere al mondo un figlio ha un senso solo se questo figlio è voluto, coscientemente e liberamente dai due genitori. Se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri. Se no, l’umanità diventa – come in larga parte già è – una stalla di conigli. Ma non si tratta più della stalla «agreste», ma d’un allevamento «in batteria» nelle condizioni d’artificialità in cui vive a luce artificiale e con mangime chimico.
Solo chi – uomo e donna – è convinto al cento per cento d’avere la possibilità morale e materiale non solo d’allevare un figlio ma d’accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d’imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. Non capisco come tu possa associare l’aborto a un’idea d’edonismo o di vita allegra. L’aborto è «una» cosa spaventosa «…».
Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte. Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale «impiega» la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno. Sei un bell’incosciente, a dir poco, lascia che te lo dica. Non riderei tanto delle «misure igienico-profilattiche»; certo, a te un raschiamento all’utero non te lo faranno mai. Ma vorrei vederti se t’obbligassero a essere operato nella sporcizia e senza poter ricorrere agli ospedali, pena la galera. Il tuo vitalismo dell’«integrità del vivere» è per lo meno fatuo. Che queste cose le dica Pasolini, non mi meraviglia. Di te credevo che sapessi che cosa costa e che responsabilità è il far vivere delle altre vite.
Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia.
Parigi 3/8 febbraio 1975
("Calvino. Lettere 1940-1985", Mondadori)
("Calvino. Lettere 1940-1985", Mondadori)
https://www.facebook.com/cristina.galletti.921/posts/10215766019160442
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