lunedì 16 dicembre 2019

LE MADRI CHE DALL’ITALIA SFIDANO LE POLITICHE DELLA GALASSIA SOVRANISTA di FEDERICA D'ALESSIO

In Italia le madri sono figura fra le più idealizzate; argomento di canzoni, pubblicitario più che letterario, non hanno mai costituito un vero e proprio soggetto politico. Anche per questo motivo, la lotta che alcune madri italiane hanno avviato nei confronti di quella che definiscono “violenza istituzionale” dei Tribunali rappresenta una novità tutta da cogliere. Sono donne come Laura Massaro a Ostia, Ginevra Amerighi a Roma, Imma Cusmai a Milano e altre, che nel corso di separazioni giudiziali si sono viste privare della potestà genitoriale perché accusate di “alienazione parentale”, cioè di comportamenti manipolatori verso i figli finalizzati a mettere in cattiva luce la figura paterna. Le perizie che spesso le accusano adducono, come unica prova, la difficoltà di relazione fra i bambini e i loro padri. Padri, in diversi casi, già denunciati per atti di violenza domestica, contro le partner o contro i bambini stessi.

Secondo le statistiche, fra le ragioni principali delle separazioni coniugali ci sono i maltrattamenti maschili violenti, che aumentano nei mesi appena successivi a una separazione, i più pericolosi per le donne. L’associazione Save the Children ha stimato nel 2018 che in Italia almeno 427mila bambini, nel solo periodo fra il 2009 e il 2014, hanno assistito dentro casa ad atti di violenza, nella quasi totalità dei casi compiuta dal padre nei confronti della madre. La violenza assistita, secondo gli studiosi, ingenera gli stessi traumi di quella direttamente subìta.

Per  la legge italiana ciò non è importante: si applica in ogni caso il principio di “bigenitorialità”. Una filosofia psico-giuridica in base alla quale l’interesse del minore, quando due genitori si separano, non è quello di crescere in un ambiente domestico sereno e ricevere le cure cui ha diritto per una crescita e uno sviluppo sani, bensì mantenere una relazione con entrambi i genitori, a tutti i costi in misura equivalente, a prescindere dal genere di legame che intercorreva prima della separazione. A prescindere persino da eventuali casi di violenza domestica, che nelle sentenze viene descritta quasi sempre come “conflittualità”.

La bigenitorialità e l’affido condiviso sono legge dal 2006, e sono centinaia, in tutta Italia, le sentenze che ogni anno vedono i tribunali deliberare sulla “conflittualità genitoriale”. Nelle separazioni consensuali, questioni anche minime che riguardano la vita dei figli devono essere comunque stabilite dai giudici e diventano il terreno per continui dispetti e microaggressioni; nei casi più gravi, la ratio dell’affido condiviso consente a padri violenti e abusanti di utilizzare il diritto paterno di relazione con il figlio come una forma di ricatto e vendetta nei confronti delle donne, che non possono allontanarli dalla loro vita. Come ha spiegato la neonatologa pediatra Serenella Pignotti nel libro “I nostri bambini meritano di più“, la bigenitorialità, più che un diritto dei bambini, si traduce nel diritto dei genitori a rivendicare il controllo – di fatto la proprietà – dei figli come ulteriore strumento di abuso e violenza di coppia. E sebbene la Cassazione sia intervenuta di recente per precisare l’applicazione legittima della bigenitorialità rimettendo al centro l’interesse dei minori, le storture nell’applicazione sono proseguite. Violando la Convenzione di Istanbul, i bambini vengono frequentemente obbligati contro la loro volontà a incontri con padri già riconosciuti come violenti, al fine di soddisfare il diritto di questi ultimi ad avere un rapporto con i figli.

Dieci anni fa fece scalpore, ma forse non abbastanza, la vicenda del piccolo Federico Barakat, ucciso dal padre che gli sparò e poi lo uccise a coltellate durante un incontro protetto, cui il piccolo fu obbligato nonostante le denunce della madre e nonostante si fosse più volte opposto a vederlo. Anche in quel caso la madre, Antonella Penati, era stata accusata di alienazione genitoriale da periti e assistenti che ne seguivano il caso. In seguito alla morte di Federico, Penati ha fondato l’associazione Federico nel cuore Onlus che offre sostegno e solidarietà alle madri e ai figli vittime di violenza domestica.

Da quando nella psicologia giuridica si è affermato il costrutto dell’alienazione parentale, le difficoltà di relazione dei bambini con i padri non vengono imputate a comportamenti negativi dei padri stessi, ma alle strategie – definite alienanti, manipolatorie o in altri modi fantasiosi – che la madre metterebbe in campo per allontanare il figlio dal padre. Una madre orca, o strega se vogliamo. Considerata responsabile delle violenze commesse dagli uomini: com’è da sempre nel senso comune, quando di una vittima di stupro si dice che “se l’è cercata”. O come ai tempi del delitto d’onore. O come secondo le teorie di Richard A. Gardner, il teorico della pedofilia che s’inventò l’alienazione parentale negli Stati Uniti decenni fa. Gardner, pur sconfessato da tutte le autorità accademiche e scientifiche, ebbe successo nel promuoverla come escamotage giudiziario per gli uomini accusati di aver abusato dei propri figli: se i bambini raccontano di aver subìto violenza, non è perché hanno subìto davvero violenza, ma perché le madri li hanno imbeccati e fanno loro credere di averla subìta. Secondo alcuni comitati di vittime di pedofilìa in Italia, come il comitato “Voci vere“, anche la strumentalizzazione della recente vicenda di Bibbiano va in questa direzione: far credere che la prassi abituale sia la manipolazione dei bambini è il modo migliore per privarli di credibilità nel momento in cui denunciano violenze realmente subite; e per farla passare liscia agli abusanti.

Con il suo disegno legislativo, Simone Pillon nel 2018 ha cercato di inasprire ulteriormente tutti i principi alla base della legge sull’affido condiviso, compresa la necessità di allontanare da casa i bambini figli di genitori separati, ritenuti dai giudici vittime di alienazione parentale, e di collocarli in strutture in cui possano essere “riprogrammati“, e preparati a una nuova relazione con il padre.

La sua azione è stata sostenuta da decine di associazioni dei Padri separati, gli stessi che negli anni 2000 chiesero la legge per la bigenitorialità e la ottennero nel 2006. Con poche eccezioni, come per esempio l’associazione italiana “Padri in movimento“, i Padri separati afferiscono in buona parte ai cosiddetti “Men’s Rights Movement”, i movimenti per i diritti maschili sorti negli anni ’70 come diretta reazione al femminismo. Per loro, il fine del femminismo sarebbe umiliare e soggiogare i maschi. Il web ha fornito a queste realtà, a lungo minoritarie, l’occasione per incontrarsi e moltiplicarsi, mettersi in rete e stringere alleanze. Si è trattato fin dal principio di un movimento transnazionale, con istanze politiche molto simili da un Paese all’altro.  L’estrema destra sovranista e internazionale che fa capo a Steve Bannon, cara a Vladimir Putin e a Donald Trump, ricava ampie sacche di consenso dai Movimenti per i diritti maschili. Vox, il partito di estrema destra spagnolo nato da appena quattro anni, che domenica scorsa è diventato il terzo partito nazionale, si fonda su un esplicito antifemminismo militante tanto quanto sul razzismo e sul nazionalismo, come ha scritto Flavia Perina su Linkiesta.

I movimenti maschili vanno quindi ben oltre l’hate speech online: hanno un’agenda politica e una rappresentanza politica. I Padri separati che fanno capo ai Men’s Rights Movement sono da sempre buoni alleati delle realtà cattoliche più reazionarie, quelle che si riconoscono nel Family Day e nel World Congress of Families. Organizzano convegni, giornate di studio, congressi, Festival della Bigenitorialità e della Paternità. Muovendosi con astuzia e approfittando dell’inconsapevolezza diffusa, hanno spacciato una legge dal tratto smaccatamente patriarcale come quella sull’affido condiviso (che fu promossa anche dai settori cattolici allora facenti capo alla Margherita/Ulivo, e a sinistra vide solo astensioni, ma non contrarietà) come una misura innovativa presso l’opinione pubblica, sfruttando l’ambiguità di un termine, come “bigenitorialità”, che nessuno all’epoca, né nel mondo dei media né tantomeno intellettuale ritenne di dover approfondire e venne superficialmente scambiato come sinonimo di paritarietà, pur significando tutt’altro.

Le realtà femministe che hanno protestato contro il DDL Pillon non hanno mai esteso l’oggetto del contendere anche alla legge 54/2006.  Nel testo di convocazione per la manifestazione contro il DDL Pillon inizialmente prevista per il 28 settembre scorso – genericamente indetta da “Movimenti Femministi, Associazioni di donne, Centri antiviolenza, Collettivi, Organizzazioni” – poi sospesa in seguito al cambio di governo, la legge 54/2006 che ha dato il via all’affermazione del principio della bigenitorialità e all’utilizzo del costrutto dell’alienazione parentale non viene neanche nominata. Se, cioè, la contrarietà al DDL Pillon ha visto le femministe genericamente tutte d’accordo sulla richiesta del ritiro del disegno di legge, manca una strategia unitaria per quanto riguarda la legge 54/2006. Tale mancanza è in parte dovuta anche agli approcci differenti, a volte distanti o contrapposti, che le varie realtà femministe adottano e hanno storicamente adottato nell’affrontare le istanze delle donne; strategie più istituzionali, o viceversa più sensibili alla lotta, che spesso faticano a incontrarsi fra loro per dare vita a un percorso unitario per quanto attraversato da diverse sensibilità.

Laura Massaro ha iniziato da oltre un anno, da sola, convinta fosse la cosa giusta da fare per proteggere suo figlio, un’opera di denuncia pubblica incessante delle perizie inesatte delle cosiddette Consulenti tecniche d’ufficio (CTU); pur riconoscendole il Tribunale di essere una brava madre, è stata privata della potestà genitoriale, dopo che aveva denunciato le violenze e gli abusi a opera del partner e per questa ragione è stato ritenuto facesse da ostacolo alla relazione fra il padre e il figlio. Ogni settimana, sostenuta dalla sua famiglia e da poche altre donne, Laura protesta davanti al Tribunale dei minori, a volte sotto Montecitorio. Le realtà del femminismo organizzato finora non si sono unite alla sua protesta mediatica, con poche eccezioni fra cui la rete “Giù le mani dai bambini e dalle donne“, l’associazione Maison Antigone; ma centinaia di donne nel corso degli ultimi mesi hanno cominciato ad appassionarsi al suo coraggio, a sostenerla e far circolare la sua storia sui social network. Lo scorso settembre Laura e altre madri hanno dato vita al Comitato “Madri unite contro la violenza istituzionale” e finalmente, anche la politica ha iniziato ad accorgersi di loro.

A ottobre il Tribunale dei minori ha decretato che il figlio di Laura venisse collocato presso il padre, nonostante il difficile rapporto di questo con il bambino, anzi proprio in virtù di questo difficile rapporto, perché possa essere riequilibrato. La scorsa settimana, le assistenti sociali recatesi a casa di Laura Massaro per una visita ispettiva – secondo Massaro finalizzata a prelevare finalmente il bambino, ad oggi ancora collocato presso di lei nonostante il decreto del Tribunale – hanno trovato ad accoglierle una rete di donne solidali, alcune arrivate anche da 500 km di distanza. Le assistenti hanno fatto dietro front senza neanche entrare dentro casa, e stigmatizzato la vicenda in un comunicato, dichiarando che tali presenze non avrebbero consentito lo svolgimento del loro incarico con la dovuta serenità.

Alcune deputate e senatrici nelle scorse settimane hanno espresso la loro solidarietà a Laura, organizzando rapidamente una Conferenza stampa alla Camera nel corso della quale Laura Boldrini, Veronica Giannone, Lucia Annibali, Valeria Valente Presidente della Commissione d’Inchiesta sul femminicidio e altre si sono impegnate a vario titolo a combattere l’applicazione del principio di alienazione parentale. Ma oltre la singola iniziativa di alcune personalità, contano le azioni politiche: nel contratto di governo fra M5s e Lega l’inasprimento della bigenitorialità era contemplato fra i punti da realizzare, e fu affidato a Pillon. Di contro, nell’intesa di governo fra M5s e PD non si parla della necessità di correggere gli abusi sulle donne e i bambini consentiti dalla legge sull’affido condiviso. Laura e le madri unite sono i primi soggetti politici ad aver trovato il coraggio di scontrarsi direttamente con l’agenda riconducibile al Men’s Rights Movement e all’estrema destra internazionale.
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