sabato 7 maggio 2016

martedì 10 maggio proiezione del film "Suffragette" al cinema Cristallo di Cesano Boscone



Come già preannunciato, iniziamo un percorso insieme sui 70 anni del conquistato diritto di voto delle donne.

Prima iniziativa sarà il 10 maggio ore 21 al Cinema Teatro Cristallo (Via mons. Domenico Pogliani 7/A Cesano Boscone (MI) tel. 024580242 ) con la proiezione di Suffragette
La documentarista inglese Sarah Gavron ci racconta come nacquero le suffragette: donne che lottarono per il diritto di voto, non esitando davanti ad atti dimostrativi anche violenti. Film impegnato in costume, con ricostruzione d'epoca, macchina da presa che trasmette intensità, per una storia che il cinema finora non ha raccontato.Regia: Sarah Gavron con  Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Meryl Streep
Ringraziamo il Cinema Cristallo, che ha accolto la richiesta di proiezione avanzata da noi "ventunesimodonna" e dal Circolo Sibilla Aleramo di Cesano Boscone.

Seguirà il 17 giugno una serata, di cui avrete ulteriori informazioni, sulle difficoltà affrontate dalle donne italiane per ottenere il diritto di cittadinanza.

Vi aspettiamo tante e tanti

venerdì 6 maggio 2016

Come può una mamma proteggere un uomo che violenta le figlie? di Michela Marzano

«Poi passa», diceva Marianna alle figlie violentate dal compagno. «Poi passa», diceva questa madre alle bambine, mentre lasciava fare Raimondo Caputo. «Poi passa», diceva la donna che, solo qualche anno prima, aveva perso un figlio di due anni precipitato dalla finestra di casa. Ma cosa passa? L’infanzia? La purezza? Il dolore? La rabbia? Come può una mamma proteggere un uomo che violenta le figlie? Come può far finta di niente e, lasciando correre, chiedere alle bimbe di tacere e di mentire? Come ci può dimenticare che, quando si è piccoli, si dipende in tutto dai propri genitori fidandosi e abbandonandosi al loro buon volere? Dov’è in tutta questa storia, se non l’amore, almeno la pietà?
La terribile vicenda di Fortuna, la bimba di sei anni caduta dall’ottavo piano di un palazzo del Parco Verde di Caivano il 24 giugno del 2014, è tornata in questi giorni in prima pagina su tutti i giornali. Pare che non sia stato affatto un incidente. Pare che a buttarla giù sia stato proprio il compagno di Marianna, quel Raimondo Caputo che tutti chiamavano Titò e che da tempo violentava sia le figlie sia Fortuna. Pare che dopo due anni di silenzio e di bugie, gli investigatori abbiano finalmente cominciato a districarsi all’interno dell’orrore che vivevano le bambine all’interno dell’isolato 3, scala C, del complesso residenziale del Parco Verde. Una delle tante case popolari in mezzo a strade senza negozi e a piazze di spaccio che di verde non hanno mai avuto niente. Un palazzo all’abbandono dove viveva appunto la piccola Fortunata, Chicca per la mamma e per le amiche. Almeno fino a quel maledetto 24 giugno. Prima di dire alla madre che sarebbe andata a giocare da un’amichetta. Prima di essere ritrovata morta nel cortile, buttata giù da Titò solo perché aveva fatto resistenza e non voleva più essere violentata.
«Ma veramente Chicca l’ha uccisa Titò?» aveva detto una bimba del palazzo parlando con un’altra. «Mi uccideva pure a me se andavo con Chicca», aveva detto una figlia alla madre. E la madre? «Oh, che non esce manco un poco di segreto», aveva detto stringendo un patto con la piccolina. Ancora un lasciar correre. Ancora nessun amore. Ma nessuno doveva parlarne a Caivano. E dopo un po’, anche i più piccoli hanno smesso di farlo. Aspettando che passasse. Ma cosa passa? La paura? L’innocenza? L’assenza di amore?
Potrebbe essere la trama di un film d’orrore. E invece è la realtà. Quella che con le fiabe non c’entra proprio niente. Non solo perché non esistono principi azzurri o principesse rosa, ma anche e soprattutto perché di amore non ce n’è affatto. Non c’è ascolto e non c’è protezione. Non c’è cura e non c’è riconoscimento. Non c’è attenzione e non c’è affetto. Ci sono solo violenza e dolore. Tutta quella violenza e tutto quel dolore che non passano. Perché certe cose non passano mai. Soprattutto in assenza di chi si prenda la pena di riparare le ferite e di fare in modo che la fiducia negli adulti possa pian piano risorgere. Almeno fino a quando non è interviene chi, come il pubblico ministero e una psicologa, cominciano rompere il segreto e a nominare le cose in maniera corretta.
Le figlie di Marianna ora vivono in comunità e sono lontane dal Parco Verde. A differenza di Chicca, sono in vita. Ma quale vita si può mai vivere dopo aver attraversato l’inferno? Chissà quanto tempo passerà prima che possano anche loro riconciliarsi con la vita. E capire che l’amore esiste, anche se fino ad ora non l’hanno mai sperimentato.
http://www.vanityfair.it/news/cronache/16/05/04/michela-marzano-omicidio-fortuna-loffredo

giovedì 5 maggio 2016

Suffragette, il coraggio di essere donne di Rita Cavallari

È qui la chiave del film, quando Maud sente che deve uscire dalla situazione di sudditanza in cui vive e deve mettere tutta se stessa nella lotta per la parità, sacrificando la propria vita privata, anche a costo di perdere la famiglia, anche se dovrà affrontare la prigione, anche se resterà sola.

 Scena dal film "Suffragette" di Sarah Gavron (UK, 2015)
Scena dal film “Suffragette” di Sarah Gavron (UK, 2015)
C’è voluta la prima guerra mondiale perché le donne del Regno Unito potessero votare. Nel 1918 fu loro riconosciuto il diritto di voto purché fossero sposate e avessero almeno trent’anni di età, ma dovettero aspettare altri dieci anni perché il voto fosse esteso a tutte. Fu il movimento delle Suffragette a portare avanti questa battaglia, battaglia dura e dolorosa, che costò prezzi altissimi alle donne che vi presero parte e che fino ad ora sono rimaste nell’ombra. Il film che parla di loro, scritto da Abi Morgan e diretto da Sarah Gavron, fa luce sulle loro storie. Sono operaie che vivono nei quartieri più miserabili di Londra e che dopo anni di promesse non mantenute decidono per la disobbedienza civile e le azioni violente, senza indietreggiare di fronte alla repressione della polizia, alla disapprovazione delle famiglie, allo stigma sociale.

Una suffragetta arrestata da due poliziotti a Londra (1914)Una suffragetta arrestata da due poliziotti a Londra (1914)

Cosa credi di fare col tuo voto, urla il marito della protagonista che l’aveva attesa a casa fino a tarda sera mentre lei era ad una manifestazione. Quello che ci fai tu, gli risponde la donna esasperata. È dura la vita nella Londra del 1912. Le donne hanno un orario di lavoro più lungo di quello degli uomini e guadagnano molto di meno. Non hanno accesso all’istruzione e molte sono analfabete, tanto che per ricostruire la loro vita l’autrice ha avuto come unica fonte le relazioni della polizia. Devono sottostare in silenzio ai soprusi e alle violenze dei padroni, perché quello è il prezzo per poter continuare a lavorare. La protagonista, Maud, poco più che bambina ha subìto le violenze del proprietario della lavanderia in cui fa la stiratrice. Come si chiamerà nostra figlia, se ne avremo una, e come sarà la sua vita, chiede una sera al marito. Si chiamerà Margaret come mia madre, risponde lui, e avrà una vita come la tua.

È qui la chiave del film, quando Maud sente che deve uscire dalla situazione di sudditanza in cui vive e deve mettere tutta se stessa nella lotta per la parità, sacrificando la propria vita privata, anche a costo di perdere la famiglia, anche se dovrà affrontare la prigione, anche se resterà sola. Senza paura di fronte alla morte, come Emily Davison, travolta dal cavallo del re Giorgio V mentre mostrava uno striscione di protesta. Al funerale di Emily parteciparono seimila donne e fu in quell’occasione che finalmente i giornali si accorsero del movimento delle Suffragette e parlarono di loro.

Con questo film, per la prima volta, si è cercato di far sentire la loro voce. E solo dopo questo film il Ministero dell’Istruzione in Gran Bretagna ha inserito nel programma scolastico lo studio delle battaglie femminili per il diritto al voto. In Italia abbiamo conquistato il diritto al voto settanta anni fa. Anche per noi è stata necessaria una guerra.
http://www.cheliberta.it/2016/03/08/suffragette-il-coraggio-di-essere-donne/

mercoledì 4 maggio 2016

Luisa Spagnoli, l’imprenditrice che sosteneva le donne

Chi è: Luisa Spagnoli, nata Luisa Sargentini, imprenditrice italiana, nata a Perugia il 30 Ottobre 1877 e morta a Parigi il 21 Settembre 1935.
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Cosa ha fatto: nacque in una famiglia umile, e a vent’anni incontrò Annibale Spagnoli, con il quale iniziò un sodalizio umano e professionale. Divenne suo marito, e venne spinto da Luisa ad acquistare una drogheria nel centro di Perugia. Nonostante non fosse esperta del ramo dolciario, Luisa iniziò a produrre e vendere confetti. Il suo spirito imprenditoriale e il suo spiccato senso degli affari la guidarono a un’importante collaborazione con Francesco Buitoni (noto imprenditore, figlio del fondatore dell’omonimo pastificio) e insieme fondarono la storica azienda Perugina. Le vicende di Luisa si intrecciarono con quelle societarie: iniziò una relazione con il figlio di Francesco Buitoni, Giovanni, e nel periodo della loro relazione inventarono il famoso cioccolatino “Bacio”. Lei avrebbe voluto chiamarlo “Cazzotto”, ma il suo amante la convinse, per una scelta di marketing, a utilizzare un nome che sarebbe stato più amato dalla gente.  Per stare con Giovanni Buitoni, si espose allo scandalo: esistono fonti contrastanti, alcune delle quali raccontano che lasciò il marito e che dei figli si occupò la cognata, per altre visse la tormentata storia con Buitoni senza mai abbandonare il tetto coniugale. Solo nel 1928 iniziò ad occuparsi di moda, interessandosi alla lana ricavata dai conigli d’angora. Ne avviò un allevamento nella sua villa di Perugia, fondando l’azienda Angora Spagnoli, che produceva capi di maglieria destinati a donne raffinate e si avvalse della collaborazione di donne italiane che erano eccellenti nella filatura a mano.
Dopo la sua scomparsa, il figlio Mario e il nipote Lino portarono avanti il progetto commerciale con la diffusione capillare di negozi a marchio Luisa Spagnoli. L’azienda, che ha il 90% di dipendenti donne, è attualmente guidata da Nicoletta Spagnoli, figlia di Lino.

Perché è “pasionaria”: per la Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici, abbiamo scelto di celebrare una donna che ha spiccato per il successo professionale, in un periodo storico durante il quale pochissime donne potevano emergere come imprenditrici. Ma non solo: Luisa era un’innovatrice anche nella gestione delle lavoratrici e nell‘introduzione di importanti diritti sul lavoro. Alla Perugina, durante il primo conflitto mondiale, vennero reclutate le donne, mentre gli uomini erano impegnati al fronte: vennero introdotte scuole e asili nido (come quello all’interno dello stabilimento di Fontivegge) per conciliare gli impegni delle operaie, alle quali furono dedicati anche particolari corsi di alfabetizzazione tenuti durante l’orario lavorativo. Luisa Spagnoli ha anche introdotto nei suoi stabilimenti il diritto all’allattamento e il congedo retribuito di maternità: per lei le donne non dovevano mai rinunciare alla propria indipendenza. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, ci si aspettava che alla Perugina le donne venissero licenziate per far posto agli uomini tornati dal fronte, ma ciò non accadde per una precisa scelta di continuare a investire sulle lavoratrici. In una recente intervista, la pronipote Nicoletta ha dichiarato:

Le vecchie maestranze l’adoravano, specie quando negli anni Venti progettò il primo asilo aziendale. Poi vennero le case per i dipendenti e negli anni perfino la piscina, tutto qui a Santa Lucia dove è ancora l’headquarter dell’azienda. Faceva beneficenza, regalava i cioccolatini ai poveri, sistemava gli orfani e faceva studiare le ragazze del popolo.
Luisa fu un’imprenditrice brillante e acuta, attenta al benessere e alla valorizzazione umana e professionale delle proprie operaie: una lezione che molti datori e datrici di lavoro, ancora oggi, dovrebbero imparare.

http://pasionaria.it/luisa-spagnoli/

martedì 3 maggio 2016

La Resistenza di Rossana Rossanda (da R.Rossanda, “La ragazza del secolo scorso”, Einaudi 2005)

“Ho avuto spesso paura. Le scelte obbligate sono serie. Non avevo sognato avventure, volevo passare la vita in biblioteca. E ora stavo in una avventura di molti, accettando di fare e andare dove mi era detto, non molto, nulla di impossibile; il più era ripetere gesti e strade ignorando se qualcuno mi osservava, sapendo di contar poco e però sussultando davanti ai proclami di Kesselring, freschi sul muro, che mi informavano come per meno del niente che facevo sarei stata impiccata. Essere impiccata mi faceva orrore, li ho visti gli impiccati, il collo storto, le membra lunghe e abbandonate. Non li posso guardare, non ho retto neanche i corpi appesi per i piedi a piazzale Loreto. Non era la morte, alla quale ci si abitua a testa bassa come a qualcosa che c’è sempre stato. E’ che la morte si può guardare finché porta ancora una traccia di chi era vissuto (…)”

“Prendere e portare stampa clandestina, messaggi, armi, medicine, fasce, e cercar soldi -con l’aria di fare un favore a chi te ne dava- non era difficile. Gli appuntamenti erano precisi, nessuno mancava, e se mancava si sapeva che cosa fare, chi avvertire e come. Non ci facevamo domande, ci proteggevamo l’un l’altro. E si tastavano in giro gli umori, le caute disponibilità, di chi magari non aveva saputo a chi rivolgersi, dove dare la testa. Al ritorno da Milano a Como mi aspettava alla stazione Pino Binda, un bel ragazzo biondo: dovevamo parere due innamorati che sottobraccio facessero due passi, qualche volta concedendosi un polveroso tè in piazza; gli passavo e ne ricevevo materiali e notizie. In bicicletta arrivavo a Ponte Chiasso o Argegno sotto la Val di Lanzo o fino a Varese; erano in bicicletta tutti, carichi di valigie o pacchi, la guerra è tutto un trasportare.”

“Era una liberazione, la liberazione. La fine di un’angoscia, la fine di un’epoca, si sarebbe ricominciato tutto, per qualche giorno fui trasportata anche io, anche Mimma –quel tanto che potevo nel silenzio di mio padre, anche lui sollevato, ma c’era tra noi quel gelo. In piazzale Loreto guardai i corpi sospesi per i piedi. Erano come sfatti, qualcuno aveva per pietà legato la gonna della Petacci sopra le ginocchia, i volti erano gonfi e anonimi, come se non fossero vissuti mai, cadaveri non ricomposti.”

“Oggi qualcuno si indigna che più d’una vendetta fosse tratta a guerra finita, in quei giorni e dopo. Come se una guerra che era stata anche fra la stessa gente si chiudesse a una certa ora. Non si chiude niente finché il tempo non passa e oblitera, lasciando lungo la strada chi non sa dimenticare. E noi non tornavamo integri a casa come gli inglesi o i russi o gli americani. Noi avevamo un lungo strascico che sprofondava negli anni di complicità o inerzia.”

lunedì 2 maggio 2016

25 aprile, Elsa l’ex staffetta bambina: “Lottai coi partigiani, ma nessuno ci credeva: mi guardavano come fossi una poco di buono” di Annalisa Dall'Oca

Il racconto di Elsa Pelizzari, nome di battaglia Gloria, volontaria a 14 anni: "Avevo passato molto tempo sulle montagne circondata da uomini e la gente mi umiliò per anni sospettando chissà cosa". Rischiò la vita fino agli ultimi giorni prima della Liberazione. Il 22 aprile 1945 fu catturata dai nazisti. Poi un autista la graziò, salvandola dal campo di sterminio

Quando nel 1959 una bambina di 13 anni visitò per la prima volta una mostra sui lager nazisti, decise di scrivere una lettera: finalmente qualcuno racconta cos’è successo. E Primo Levi rispose: “Questa è la lettera che noi sopravvissuti aspettavamo. Non possiamo più tacere”.
Rosi Romelli e i partigiani della 54a Brigata Garibaldi (il padre Bigio Romelli impugna la mitragliatrice) - Estate 1944 Val Saviore - Anpi Brescia

 I racconti dei campi di concentramento parevano incredibili. E coloro che parteciparono alla Resistenza non sempre ebbero più fortuna.
Le donne, soprattutto. Elsa Pelizzari, nome di battaglia Gloria, per quasi 10 anni, a guerra finita, fu vittima di occhiate di biasimo e malelingue. “Avevo lottato assieme ai partigiani – racconta a ilfattoquotidiano.it – lassù sulle montagne, circondata da tanti uomini, e quando tornai a casa la gente mi guardava come fossi una poco di buono. Fu l’umiliazione più grande che abbia mai dovuto sopportare”. Dopo la Liberazione Elsa provò anche a trovare lavoro, al cotonificio che aprirono a Roè Volciano, provincia di Brescia. “Mi presero sì, ma come operaia, perché essendo stata partigiana non ero degna di stare in ufficio”.
Elsa viene dalla Valsabbia e oggi nel Bresciano la conoscono tutti come la staffetta bambina. Aveva 14 anni quando cominciò a collaborare con i partigiani, prima portando i loro messaggi, “perché sei piccola, mi dicevano, e nessuno farà caso a te quando attraverserai i posti di blocco”. Iniziò con il gruppo Nico Fiamme Verdi, brigata Perlasca, 12 ragazzi e lei, la più piccola, che allora era soprannominata la Nigrina. Poi lavorò anche con la 122esima Brigata Garibaldi  e con la Matteotti, e successivamente si fece assumere a Salò come segretaria, al sindacato dell’agricoltura. Divenne staffetta a tempo pieno, doveva scovare informazioni utili per la lotta di resistenza. “All’inizio mi davano una paga, ma poi i soldi finirono e io continuai come volontaria. Patimmo la fame, io, mia madre e mia sorella, ma non pensai mai di lasciare“.
La paura c’era, c’era sempre, tra lei e le SS spesso c’era solo la sua bicicletta. “Non era facile per niente, si viveva giorno per giorno con la consapevolezza che si poteva venire catturati, torturati o uccisi come tanti nostri compagni – spiega Elsa – ma è dalla paura che nasce il coraggio e così si andava avanti”. Fino all’ultimo, fino al 22 aprile del 1945, tre giorni prima che il Comando di liberazione nazionale Alta Italia proclamasse l’insurrezione di tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti. A Tormini, porta d’accesso alla Valsabbia, si fermò un’autocolonna tedesca: “Ottanta veicoli, truppe della Wehrmacht e SS, diretti al Brennero – ricorda – il nostro comandante, Nico, ebbe l’ordine di trattare con loro la resa, e lasciargli un salvacondotto fino al Brennero se si fossero arresi, ma sapeva che se avesse mandato un partigiano lo avrebbero ucciso. Quindi mi offrii volontaria per trattare, parlavo un po’ di tedesco perché all’epoca lo insegnavano a scuola. Mi diedero una borsa con del pane e andai a Tormini, all’osteria dove i comandanti stavano bevendo del vin brulè, che era ancora freddo, per parlare con un comandante della Wehrmacht. Lui mi ascoltò, e poi mi disse che doveva accompagnarmi al comando delle SS”.
L’ufficiale SS ascoltò Elsa parlare, ma poi rispose alle condizioni poste dai partigiani sparando una raffica di mitra, che per un soffio non la colpì. “Quindi mi chiusero in una stanza e mi interrogarono per 7 ore. I particolari sono troppo penosi da ricordare – racconta Pelizzari – ma quando finì mi fecero salire su un camion”. Alla guida c’era un uomo dai capelli brizzolati, tedesco, di mezza età. “Gli dissi che somigliava a mio padre, anche se non era vero, e lui mi guardò quasi con compassione. Gli ricordavo sua figlia, che non vedeva da 3 anni. Quando il camion svoltò per la valle spalancò la portiera, e mi gridò Raus!. Mi lasciò scappare. Sapeva che altrimenti mi avrebbero deportata in un campo di sterminio”.
Elsa si salvò, ma quella non fu l’unica volta che si trovò a un passo dalla morte. “Due anni sono lunghi, ne sono capitate tante. Ma non ho rimpianti”. Delusioni sì. “Molte partigiane come me sono state discriminate. Dopo la guerra la mia amica Maria Boschi, nome di battaglia Stella, dovette cercare lavoro in Svizzera perché qui nessuno la assumeva, e io a 18 anni mi vergognavo a uscire di casa per come mi guardavano. Per molto tempo l’Italia ci ha dimenticate. Ma è a questo che servono le giornate come il 25 aprile. La politica oggi dimostra di aver disimparato ciò che ci ha lasciato la Resistenza, ma è ai giovani che dobbiamo guardare. E’ a loro che dico tenete le mani e la faccia pulita, solo così potrete difendere la vostra libertà”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/23/25-aprile-elsa-lex-staffetta-bambina-lottai-coi-partigiani-ma-nessuno-ci-credeva-mi-guardavano-come-fossi-una-poco-di-buono/2663827/