giovedì 29 marzo 2018

Cinque anni di lotte e diritti: buon compleanno Ventunesimo donna di Francesca Grillo

Cinque anni di lotte e diritti: buon compleanno Ventunesimo donna
Ventunesimo donna

C’erano tante donne (ma anche tanti uomini), ognuna con la propria storia, a festeggiare il quinto compleanno dell’associazione.
Donne che nel mondo intrecciano lotte, scioperi, diritti. Donne che affrontano le battaglie più dure, quelle che spesso sembrano perse in partenza. Donne in prima linea a manifestare, che tendono la mano ad altre donne. Che fanno rete, che si siedono vicino a chi è in difficoltà e dicono “tranquilla, per quanto può essere dura farcela, noi siamo qui”. La storia di Ventunesimo donna intreccia tante storie, quelle delle attiviste e quelle di chi si trova a passare momenti di paura, spaventata da problemi che sembrano non avere mai una soluzione.

Nata nel 2010
Una storia che inizia nel 2010 con un obiettivo politico: sostenere le candidature di donne alle elezioni. Finito l’impegno politico, le componenti del gruppo hanno deciso di non mettere fine all’ambizione ma, anzi, iniziare un percorso di “sensibilizzazione e di denuncia sul problema della dignità delle donne e sul tema della violenza”, spiegano dal gruppo. Da quel momento, dal 2013, le parole che descrivono l’associazione diventano inclusione, valore, relazione, partecipazione, cooperazione. Diritti.

Soprattutto diritti
Quelli per i quali le socie si battono, quelli che ancora non vengono riconosciuti, tutelati, ma, anzi, troppo spesso affossati. Battaglie contro gli stereotipi sessisti che “ingabbiano le donne in modelli fissi e ne negano il ruolo reale”. Temi sempre tristemente attuali, difficili da combattere, ma che non spaventano le “ventunesime” che continuano con la stessa determinazione e passione a valorizzare il ruolo femminile e a organizzare incontri per parlare, per raccontare il passato di lotte e disegnare, insieme, un futuro al femminile, dove ogni diritto conta.

La festa al Bem Viver



C’erano tante donne (ma anche tanti uomini), ognuna con la propria storia, a festeggiare il quinto compleanno dell’associazione. Una festa (preparata al Bem Viver Cafè) non solo per celebrare, tutte insieme, il grande lavoro svolto in questo primo lustro, ma anche per raccontare, soprattutto alle giovani, cosa significa essere donne. Le ventunesime non si fermano qui.

Dopo il grande successo di One billion rising, il flashmob di San Valentino per dire no alla violenza sulle donne, che ha radunato centinaia di partecipanti (anche uomini), sono tante le iniziative e gli incontri del gruppo che continua instancabile a stare dalla parte delle vittime, a stare vicino a chi viene negato un diritto, di stare di fianco a chi soffre. Di stare dalla parte giusta.

Francesca Grillo
http://giornaledeinavigli.it/attualita/cinque-anni-lotte-diritti-buon-compleanno-ventunesimo-donna/

martedì 20 marzo 2018

Contro il boldrinismo arriva l’angelo del focolare - di Manuela Manera 16/03/2018

 È di ieri un articolo uscito sul quotidiano «La Stampa» dal titolo Le donne della Lega tutte patria e sicurezza: “Basta boldrinismo”.
La giornalista Flavia Perina ci racconta “l’immaginario femminile leghista” perché meglio saperle certe cose, visto che, ci avverte Perina, “nel prossimo Parlamento avrà una sua incidenza: 41 donne elette nei collegi uninominali e almeno 27 (i conteggi non sono ancora completi) nel proporzionale, contro le appena cinque della legislatura precedente”.

Come faranno politica queste donne? Quali battaglie porteranno avanti? Entro quale cornice discorsiva? Riassume così la giornalista: “Le donne per la Lega non sono un genere o un sesso titolare di particolari questioni e di specifici diritti ma heimat, patria, focolare, radice della comunità”. Ci sono due snodi importanti in questa descrizione.

Primo: le donne non sono un genere o un sesso titolare di particolari questioni e di specifici diritti.Questo indica la totale negazione delle differenze di genere e, dal momento che tutti quanti hanno le medesime esigenze, necessità, esperienze, indica anche la negazione di un agire politico e giuridico che tenga in considerazione le specificità.

Secondo: le donne sono heimat, patria, focolare, radice della comunità. Le donne, cioè, non devono agire ma essere, ed essere non in uno spazio pubblico, ma nello spazio privato; non sono persone attive ma – con un linguaggio e una visione che non si discosta dalle politiche fasciste – heimat, patria, focolare, garanti della comunità che si regge sulla loro stessa presenza.

Entrambi questi punti, presentati come capisaldi di una certa visione politica, sono però contraddetti dall’esperienza stessa delle candidate.

Si legge infatti in chiusura d’articolo: “«Ma davvero senza quote tu avresti avuto un capolistato, un collegio, un’opportunità?» - la risposta collettiva è un onesto «no» e qualcuna ride dicendo: «Ma figuriamoci, in lista ci sarebbero solo uomini, come dappertutto, peraltro»”. Dunque, se senza il meccanismo delle “quote rosa” non sarebbero state elette, queste stesse donne che negano di essere “un genere o un sesso titolare di particolari questioni e di specifici diritti” risultano – loro malgrado – essere, eccome, titolari di una particolare questione e di specifici diritti.

Inoltre, entrando nell’agone politico (nello spazio pubblico), di fatto si allontanano da quel focolare (sfera privata) verso cui vorrebbero riportare le altre donne. Loro, lungi dall’essere heimat, hanno sviluppato esperienze politiche nel territorio (“abbiamo alle spalle anni di gavetta”) e hanno agito con determinazione e in modo molto combattivo (“rispetto alle donne degli altri partiti hanno superato una selezione particolarmente dura, di cui sono consapevoli e anche orgogliose”).

Se da un lato emerge – giustamente – la fierezza per aver superato le difficoltà ed essere riuscite a raggiungere obiettivi difficili (“La Lega non è mai stata un partito amico delle donne.Nessuna quota, scarsissima attenzione”), perché, una volta conquistata una posizione di visibilità e autorità, invece di disinnescare i meccanismi discriminatori che tanto hanno ostacolato la realizzazione di sé, vestono invece, e vantandosene, gli abiti e le modalità del sistema oppressore che loro stesse hanno dovuto fronteggiare?

Sono donne che – forse senza rendersene conto – vivono e agiscono in modo profondamente contraddittorio. Da un lato, negano la differenza tra uomini e donne in ambito politico (salvo però usufruire di una politica che, proprio perché tiene conto di quella differenza, ha permesso loro di essere elette); dall’altro, riconoscono una diversità tra i sessi in ambito privato: “noi sappiamo che i ruoli sono distinti, che ci sono cose che le donne fanno meglio e cose più adatte agli uomini”.

“Non esisterà una Lega rosa”, dicono, “Né si lavorerà alle questioni femminili in quanto tali”, perché se “la donna è heimat, patria, focolare, i suoi problemi sono quelli di tutti […]. Le neo-deputate leghiste sembrano ansiose di allinearsi ai colleghi maschi nel raccontare l’Italia che vorrebbero”. L’ultima frase è rivelatrice: sono le neo-deputate che vogliono allinearsi ai colleghi, non il contrario. E, d’altra parte, le “donne della Lega” cosa potrebbero mai chiedere di diverso se (in contraddizione a quanto narrato rispetto alla propria esperienza personale) “tutte negano che l’Italia sia un Paese particolarmente sessista. Tutte spiegano che il talento femminile quando esiste non ha bisogno di aiutini. Tutte giurano che nella Lega non hanno mai avuto problemi di discriminazione”?

Come sottolinea Perina, “il racconto leghista si è qualificato come alternativa assoluta al cosiddetto boldrinismo e lì intende attestarsi”. Il “boldrinismo”: un neologismo costruito sul cognome dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, vittima di campagne d’odio  per la sua lotta verso le discriminazioni. Il termine sta genericamente a indicare, in modo sprezzante, tutte quelle politiche e pratiche che si occupano di pari opportunità e accoglienza. Per rendersi conto della diffusione e dell’uso di questo neologismo, basta fare un salto su twitter, dove si leggeranno messaggi intrisi d’odio lanciati contro tutto ciò che viene percepito come una minaccia nei confronti di una sedicente “identità italiana”. Annoverati tra gli effetti del “boldrinismo”, sono persino i refusi e, all’opposto, il rispetto della grammatica italiana laddove si applicano i femminili per cariche, professioni, ruoli.
E sul linguaggio, tema molto più politico di quanto non appaia, l’intervistata Claudia Maria Terzi afferma: “La battaglia per la declinazione al femminile degli incarichi non ci interessa. […] Mi sono beccata anche i cartelloni di protesta perché mi facevo chiamare assessore. Adesso sarò deputato, punto”. Non stupisce, certo. Le scelte linguistiche, d’altra parte, restituiscono la visione politica che si ha, dicono a quale tipo di società si sta pensando, quali tipi di rapporti soggiacciono a tale società, quale sia il ruolo del femminile – e non solo nella grammatica.
Se la neoeletta vorrà essere chiamata “deputato, punto”, sarà una sua scelta personale, in contrasto persino con le posizioni dell’Accademia della Crusca. Colpisce invece che la giornalista non usi, fuor di virgolettato, un linguaggio corretto e declini al maschile quasi tutte le cariche e professioni (fanno eccezione neodeputate e candidate).

Usare le parole correttamente significa descrivere in modo veritiero la realtà che ci circonda, vuol dire comunicare in modo chiaro e trasparente per evitare fraintendimenti; significa farsi garante di onestà e lealtà, rifuggendo i sotterfugi di espressioni opache e, per questo, ingannatrici. Perché con le parole si può ingannare, confondere, mascherare, ferire. Perché ci sono parole (come nel caso di boldrinismo) che fungono da contenitore in cui riversare odio e distruzione. E allora poi i discorsi iniziano a tessere narrazioni fosche, che sussurrano di angeli del focolare, invasioni, sicurezza, protezione. Nelle giravolte della neolingua fatta di boldrinismo, buonismo, perbenismo, avviene uno scollamento tra parola e vissuto, non ci si rende più conto di quel che significano le parole, si perde la comprensione di quel che accade.

Perché, al di là dell’ “immaginario femminile” su cui si può o meno essere d’accordo, resta un terribile dubbio di fondo: chi dice di combattere il “«finto perbenismo che era tipico della Boldrini, quella falsa vicinanza alle categorie deboli»” è consapevole che ciò contro cui si sta schierando altro non sono che quelle stesse politiche e pratiche antidiscriminatorie che hanno garantito a chi parla di essere eletta in Parlamento?

Manuela Manera, Linguista
L’autrice dell’articolo fa parte del Comitato SeNonOraQuando? Torino
http://www.noidonne.org/articoli/contro-il-boldrinismo-arriva-laangelo-del-focolare-14712.php

lunedì 19 marzo 2018

La mostra "Come eri vestita?" Fuori dagli stereotipi, lo stupro non dipende dall'abito

Una mostra a Milano con i vestiti delle sopravvissute risponde all'odiosa domanda 'Cosa indossava'

La violenza sessuale non può essere evitata cambiando abito: lo rende evidente, più di mille parole, la mostra allestita alla Casa dei diritti di Milano 'Com'eri vestita?' dove i vestiti esposti - un pigiama, una tuta, un jeans e una maglietta - rappresentano simbolicamente quelli indossati durante la violenza e sono accompagnati da brevi racconti delle donne che l'hanno subita. Lo racconta molto bene Gioia Giudici sull'Ansa: "Eravamo al mare, cercavo l'amore, il primo amore, ma tu mi hai giudicato per come ero vestita e ti sei sentito autorizzato": le parole scritte da una sopravvissuta a una violenza, sono la miglior risposta all'immancabile domanda "Cosa indossavi? Com'eri vestita?", che "colpevolizzano chi subisce violenza", come spiega Francesca Scardi, terapeuta e fondatrice della cooperativa Cerchi d'acqua, organizzatrice della mostra.

L'esposizione - aperta fino al prossimo 21 marzo - trae ispirazione dalla poesia "What I was Wearing" di Mary Simmerling, che Mary Wyandt-Hiebert, docente alla University of Arkansas, e da Jen Brockman, direttrice del Sexual Assault Prevention Center presso la University of Kansas,hanno sviluppato nel 2013 in un'istallazione artistica dal titolo "what were you wearing?", che ha girato i college americani per sfatare gli stereotipi sulla violenza sessuale. In mostra "ci sono alcune storie che arrivano dalle colleghe americane, le parole delle ragazze che subiscono violenza all'interno dei campus, cui noi - racconta Scardi - abbiamo abbinato dei vestiti in base ai loro racconti. Poi abbiamo chiesto alle donne che frequentano i nostri gruppi di auto aiuto se avevano voglia di partecipare a questa mostra, anche perché per loro poteva essere un pezzo importante di un percorso di elaborazione del trauma, e ci hanno mandato brevi frasi in risposta alla domanda 'com'eri vestita?'.

L'idea della mostra - sottolinea - è dire che non è il vestito che genera la violenza, anche perché ci sono jeans e magliette, vestiti da signora, pigiami e purtroppo anche costumini da bambina. Nelle situazioni dove la violenza era avvenuta anni prima, le donne hanno fatto una descrizione del vestito che indossavano e noi lo abbiamo ricostruito, in altre situazioni sono state loro a portare dei vestiti collegati alla loro storia". L'esigenza più forte, rispetto alla mostra americana, è stata quella di raccontare la realtà italiana: "nella maggioranza delle situazioni che vediamo - spiega la terapeuta - le violenze avvengono all'interno della coppia o della famiglia. Come cerchi d'acqua, dal 2000 al 2016 abbiamo seguito oltre 10mila situazioni di violenza, 595 solo nel 2017, con una media di 600 donne all'anno a Milano e provincia". La cooperativa, nata con l'obiettivo di dare uno spazio libero da giudizio, anonimo e gratuito per l'elaborazione del trauma, offre anche consulenze legali, ma "il pezzo più grosso è la psicoterapia, con 7 gruppi di auto aiuto per donne che subiscono maltrattamenti". E' in questo percorso che si è inserita la mostra, che a livello psicologico "riattiva la riflessione e ha un portato positivo, tanto che alcune donne ci hanno detto: 'vi consegniamo i nostri contributi, così ce ne liberiamo'". La speranza, sottintesa, è che anche un progetto come questo - già richiesto in altre città e visitato da diverse scuole - contribuisca ad avviare il cambiamento culturale di cui c'è tanto bisogno perché "le donne sono stufe di sentirsi dire 'ma com'eri vestita?'".
http://www.globalist.it/news/articolo/2018/03/16/come-eri-vestita-fuori-dagli-stereotipi-lo-stupro-non-dipende-dall-abito-2021093.html








domenica 18 marzo 2018

Il gender pay gap spiegato (dai bambini) agli adulti

La differenza di stipendi tra uomini e donne è un dato di fatto. Ma siamo davvero sicuri che sia una cosa 'normale'? Qualcuno pensa di no.
 L'uguaglianza tra uomini e donne, nel 2018, è ancora molto lontana. E non riguarda soltanto la sfera dei diritti: sul fronte 'lavoro' la situazione è più o meno la stessa, cioè spesso, per le stesse posizioni professionali, il divario salariale tra maschi e femmine (cioè il gender pay gap)è enorme. Ed è sempre a favore dei primi. Ma davvero questa differenza è percepita da tutti come 'normale'? Il sindacato norvegese Finansforbundet ha organizzato un esperimento per evidenziare che le donne impiegate nel settore finanziario guadagnano in media il 20% in meno rispetto agli uomini. Ha filmato diverse coppie di bambini, sempre un maschio e una femmina, mentre facevano lo stesso lavoro, cioè raccogliere tutte le palline blu e rosa della stanza e metterle dentro a due diversi contenitori, uno per colore. Alla fine, un'attrice ha dato loro una ricompensa: un bicchiere di vetro con delle caramelle. Indovinate chi ha 'guadagnato' di più?
Sorpresa: i maschietti. Ma non proprio tutti l'hanno presa benissimo. Prendiamo ad esempio la prima coppia: al momento della ricompensa è seguito un lungo silenzio imbarazzante. Nessuno dei due sapeva cosa dire. Passiamo alla seconda. L'attrice dice: «Molly, sai perché hai ricevuto meno caramelle di Thomas? Perché sei una femmina». Thomas sorride imbarazzato, Molly non riesce a capire in un primo momento, poi ribatte: «È una cosa strana. Non ci sono differenze tra ragazzi e ragazze». La stessa domanda e la stessa risposta dell'intervistatrice viene fatta a tutti. C'è anche qualche bambino che non accetta la spiegazione: «È stata brava quanto me: avremmo dovuto ricevere lo stessa quantità di caramelle. È ingiusto». Una bambina, Felicia, prova a fare un ragionamento: «Abbiamo fatto lo stesso lavoro ma abbiamo ricevuto una ricompensa diversa». La conclusione del video è un perfetto lieto fine: i maschi hanno accettato il decurtamento di 'stipendio' per arrivare all'effettiva 'parità salariale' con le colleghe femmine.
http://www.letteradonna.it/it/articoli/fatti/2018/03/13/gender-pay-gap-bambini/25450/

sabato 17 marzo 2018

Uma Menos, Cem Mais! “Eu serei porque você era” (Una di meno, cento di più! “Lo sarò perchè lo eri”) Anarkikka

Uma Menos, Cem Mais! “Eu serei porque você era” (Una di meno, cento di più! “Lo sarò perchè lo eri”)       
A Marielle Franco     Anarkikka

Hanno ammazzato Marielle Franco.
Consigliera del partito socialista, attivista femminista, nera, sempre in prima linea per i diritti umani nelle favelas, è stata uccisa. Con una vera e propria esecuzione, è stata freddata con quattro colpi di pistola alla testa.

venerdì 23 marzo festeggiamo il 5°compleanno raccontando l'8 marzo alle giovani


venerdì 16 marzo 2018

Donne e stereotipi di genere: una ricerca svela cosa pensano le italiane. E non è quello che credete di Greta Di Maria

L'uomo deve mantenere la famiglia; la maternità è l'unica esperienza di autorealizzazione di una donna; il successo è più importante per l'uomo... Secondo i dati della ricerca “Gli italiani e la violenza assistita” pubblicata dall’Istituto Ipsos resistono ancora gli stereotipi di genere. Con una sorpresa: anche le donne li sostengono
 Anche le donne contribuiscono ad alimentare gli stereotipi di genere sul mondo femminile. Un risultato che fa riflettere, quello raggiunto dall’Istituto Ipsos per conto di WeWorld Onlus che, nella ricerca “Gli italiani e la violenza assistita” condotta su un campione di 500 uomini e 500 donne intervistati sull’argomento, mette a fuoco la persistenza in Italia sia degli stereotipi di genere sia di chi li sostiene, donne comprese.
 Guardiamo i dati. Alla domanda "È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia?" le donne si sono trovate “molto d’accordo” per l’8,30% a fronte del 7,9% degli uomini, mentre solo 1 donna su 4 (il 25,04%) non è per niente d’accordo. Una differenza di soli 10 punti percentuali con gli uomini (il 15,36%). Questa affermazione trova lo stesso peso, per uomini e donne, sia nel nord che nel sud Italia: 8,54% degli intervistati "d’accordo" con questa affermazione abitano nel Nord Est, proprio come l’8,58% che abitano nel Sud e nelle isole. Stessi risultati per chi è "abbastanza d’accordo" (23,10% Nord Est; 21,22% Sud e isole). "È giusto che in casa sia l’uomo a comandare?". A questa domanda solo il 69,21% delle donne ha risposto, in maniera categorica, di no. Mentre la maggior parte del campione maschile si è mantenuta sull’incertezza (33% né si né no) e poco d’accordo (il 22%) che, sommati insieme al 32,42% di uomini che hanno risposto di no, fanno un 85% di uomini che, in ogni caso, esula complessivamente dal "comando".
 Il dato più interessante che emerge dalla ricerca consiste nel 37% degli intervistati di ambo i sessi che reputa il matrimonio il desiderio più importante di ogni donna, mentre il 36% sostiene che la donna deve restare in casa a prendersi cura dei figli. Il 65% degli intervistati invece dichiara che "la donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo", dato confermato dal 40% delle donne che si reputa "molto d'accordo". Il 32% ritiene che la maternità sia la sola esperienza che consente ad una donna di realizzarsi completamente, il 17% che l’istruzione universitaria sia molto più importante per un uomo che per una donna. Mentre per il 62% è molto importante che una donna sia attraente. Infine, se si guarda alla sfera lavorativa il 35% degli intervistati di ambo i sessi, secondo la ricerca Ipsos, ritiene che siano molto più importanti la realizzazione e il successo nel lavoro di un uomo piuttosto che quelli di una donna.
 «Dai dati raccolti dall’indagine di IPSOS» ha dichiarato Marco Chiesara, presidente di WeWorld Onlus, «emerge che gli stereotipi di genere non appartengono solo agli uomini ma anche alle donne. Questo dato trova conferma in ciò che ci riportano le operatrici dei nostri Spazio Donna dove le attività di empowerment femminile vengono messe in campo ogni giorno per combattere gli stereotipi là dove si pensa che non possano esistere: nella mente delle donne stesse. Riuscire a modificare il modo in cui gli uomini vedono le donne e il modo in cui le donne considerano se stesse è un lavoro duro, ma non impossibile. Sicuramente, perché un cambiamento si realizzi, è fondamentale portare avanti il dialogo con le future generazioni, tenendo sempre presente che anche i bambini e i ragazzi sono spesso a loro volta coinvolti in casi di denigrazione del modello femminile, fino alla violenza domestica».
 Ma oltre gli stereotipi di genere, risultano particolarmente allarmanti i dati sui comportamenti discriminatori nei confronti delle donne e ritenuti "accettabili". Per il 19% dei mille italiani che hanno partecipato al test è accettabile scherzare e offendere con battute a sfondo sessuale, per il 17% fare delle esplicite avances fisiche e per l’8% umiliare verbalmente. Inoltre per il 10% degli intervistati è accettabile costringere una donna a cercare un altro lavoro, impedire ad una donna qualsiasi decisione sulla gestione dell’economia della famiglia, controllare le amicizie della donna (8%), rinchiudere una donna in casa e controllare uscite e telefonate (7%), insultare o minacciare (6%) e requisire lo stipendio a una donna (5%).
 «La strada per raggiungere la vera parità di genere parte dal modo in cui le donne considerano se stesse fin da piccole» conclude Chiesara, «cambiare le mentalità è un processo molto lungo e attraverso il nostro lavoro e le nostre campagne ribadiamo tutti i giorni che la violenza si combatte con la prevenzione e che la prevenzione deve passare necessariamente anche da una corretta educazione».
http://d.repubblica.it/life/2018/03/15/news/stereotipi_di_genere_tra_le_donne_la_ricerca_gli_italiani_e_la_violenza_assistita_di_weworld_onlus-3899740/