lunedì 27 luglio 2015


Martedì 28 luglio 2015 alle ore 19.00 a Corsico Via Cavour, Fontana dell'Incontro

#NESSUNA SCUSA! FLASH MOB CONTRO LA SENTENZA DELLO STUPRO ALLA FORTEZZA DI FIRENZE

facciamo nostre le parole del comitato "UNITE IN RETE":
-Le motivazioni della sentenza sono inaccettabili.
-Questa sentenza ha leso l'autodeterminazione di tutte le donne.
-Il processo è stato fatto alla ragazza e alla sua vita.
- Vogliamo sapere perché la Procura Generale non ha fatto ricorso facendo scadere i termini.

RIAFFERMIAMO LA NOSTRA VOLONTA': 
SIANO PROCESSATI I VIOLENTI E NON LE VITTIME!
NON VOGLIAMO ESSERE GIUDICATE PER COME CI VESTIAMO, IL NOSTRO ORIENTAMENTO SESSUALE, I NOSTRI COMPORTAMENTI!

domenica 26 luglio 2015

Piccolo glossario della domenica per capirsi nelle discussioni sulla questione gender di Michela Murgia

Piccolo glossario della domenica per capirsi nelle discussioni sulla questione gender (ovvero di cosa parliamo quando parliamo di sesso, genere, identità sessuale, identità di genere e orientamento sessuale, termini tra loro NON intercambiabili).

***Sesso biologico***: è la constatazione che sono nata con corpo femminile.

***Genere***: è l'insieme di ruoli e comportamenti che la società si aspetta da me in base al sesso biologico femminile e che mi sono stati insegnati sin da bambina cercando di spacciarmeli come innati e immutabili. In realtà, essendo frutto di costruzione culturale, cambiano nel tempo (per fortuna).

****Identità sessuale****: mi sento una donna nella mia dimensione soggettiva.

****Identità di genere****: mi sento una donna anche nella mia dimensione sociale, cioè in generale non fatico a comportarmi come la società si aspetta che si comporti una donna, salvo quando riconosco le aspettative come oppressive: contro quelle combatto perchè non ricadano sulle donne che verranno, come le donne dei decenni scorsi hanno fatto per me.

****Orientamento sessuale****: tendenzialmente mi attraggono gli uomini.

Ma...
Potrei essere nata in un corpo femminile e sentirmi maschio.
Potrei essere nata in un corpo femminile e sentirmi attratta dalle donne.
Potrei essere nata in un corpo femminile, sentirmi maschio ed essere attratta dai maschi.
Potrei essere nata in un corpo femminile, sentirmi donna, essere attratta da entrambi e non trovare affatto normale comportarmi come la società si aspetta che si comporti una donna.
Nessuna di queste combinazioni e le sue risultanze di relazione dovrebbe causare a me o a chi le esprime una discriminazione sociale.

Questo alcuni lo chiamano "ideologia gender".

Io lo chiamo rispetto.

sabato 25 luglio 2015

Fortezza da Basso, il silenzio degli assolti di Monica Lanfranco

Il silenzio, il loro silenzio.
Quello dei giovani uomini, (oggi con sette anni in più sulle spalle) prima condannati per stupro di gruppo e oggi assolti, con le motivazioni note.
La vicenda di Firenze è cronaca, così come la coraggiosa e dolente lettera della giovane donna violata, che ha raccontato cosa vuol dire essere incrinata, nel corpo e nella mente e doverci fare i conti per tutta la vita, ogni giorno.
Scrivere quella lettera, in epoca di social media, vuol dire affrontare ciò che arriverà dal mondo: forse anche solidarietà, ma di certo un urto impressionante di odio e disprezzo. Oltre alla violenza in sé, dopo le indagini e il tribunale, c’è quella dello sciame digitale, senza volto, in maggioranza anonimo e con il suo potente carico di aggressiva e arrogante cattiveria.
Nel frastuono che si accavalla intorno a questa storia c’è il vuoto assordante e l’assenza di voce dei sei uomini, dei quali uno era amico della vittima all’epoca dei fatti. Questo silenzio maschile cosa racconta? Possibile che l’unica traccia dell’esistenza di questi uomini sia quella dei loro corpi predatori?
Quale cultura familiare, scolastica, sociale e individuale ha fatto sì che sei giovani abbiano costruito se stessi, la loro sessualità e la visione del corpo dell’altra in modo da diventare un branco, al punto che nessuno, resosi conto di quello che stava per accadere, si sia fermato? Che compagni, magari un giorno padri, saranno? Cosa racconteranno di quella sera, cosa si stanno raccontando?
Un pezzo di risposta è qui, nel docufilm (diventato poi libro) Processo per stupro. Siamo nel 1978: Fiorella, di 18 anni, denunciò per violenza carnale quattro uomini di quarant’anni circa, fra cui Rocco Vallone, un suo conoscente. La ragazza, invitata da Vallone in una villa di Nettuno con il pretesto di un lavoro, viene sequestrata e violentata per un pomeriggio intero da Vallone stesso e da altri tre uomini. Gli imputati ammisero spontaneamente i fatti al momento dell’arresto, ma interrogati successivamente negarono tutto e, in istruttoria, dichiarano che il rapporto era avvenuto dopo aver concordato con la ragazza un compenso di 200.000 lire. Il tribunale condannò Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni ad un anno e otto mesi di reclusione, mentre Roberto Palumbo fu condannato a due anni e quattro mesi. Tutti e quattro gli imputati beneficiarono della libertà condizionale e furono subito rilasciati. Il risarcimento dei danni venne calcolato in due milioni di lire.
Il processo fu ripreso dalla RAI il 26 aprile 1979. Quella sera le televisioni italiane trasmisero lo spettacolo di una mentalità intrisa di maschilismo, capace di trasformare la vittima in istigatrice e quindi imputata.
In una intervista del 2007 l’avvocata Tina Lagostena Bassi, difensora di parte civile, dichiarò:“Ricordo che la gente era sconvolta, perché nessuno immaginava realmente quello che avveniva in un’aula giudiziaria, dove la giustizia era altrettanto violenta degli stupratori nei confronti delle donne”.
L’avvocata della vittima di Firenze ha rilasciato questa intervista che in parte riecheggia il clima processuale del 1978, e le parole di Lagostena Bassi.
A leggere la sentenza di assoluzione dei fatti di Firenze sembra che il tempo, dal 1978, si sia fermato e che i corpi degli uomini siano impermeabili ai cambiamenti del mondo, quando c’è in gioco il potere esercitato attraverso la sessualità: la prova, se ce ne fosse ancora bisogno, che il problema della violenza sulle donne è un problema, (urgente), maschile.

venerdì 24 luglio 2015

Private del diritto al rispetto di simona Sforza

 Con questa ennesima sentenza colma di moralismo, a mio avviso è come se dicessero a tutte noi che non solo è inutile denunciare, che lo stupro alla fine è una cosa da poco, ma anche che dobbiamo stare al nostro posto, non dobbiamo alzare la testa, chiedendo pari diritti. L’obiettivo è ricacciarci in un luogo storico in cui eravamo senza diritti e senza voce. È come se ci stessero consigliando: “Se state al vostro posto nulla di così terribile vi potrà capitare”. Stare al nostro posto, seguire una infinità di regole e di consigli di “sano comportamento donnesco”, essere in linea con un modello che è stato creato per noi e tramandato al maschio nei secoli per far di noi quello che meglio crede, per soddisfare il suo desiderio di dominio, da esprimere anche attraverso un atto di violenza. Siamo donne e come tali vogliono farci credere che dobbiamo avere un margine ridotto di scelte, di movimento, di azione e di modi di essere e dividere. Come se ancora, sulla base di una Natura diversa, noi dovessimo auto-ridurci a qualcosa di minuscolo, adeguato a qualcosa che gli uomini si aspettano da noi.
Aggiungo un altro elemento di analisi. Questa sentenza è il risultato di una giustizia che agevola di fatto chi meglio può difendersi, chi ha gli avvocati migliori e non chi in tutto questo orrore è la vera vittima, l’unica che andrebbe difesa, ascoltata e creduta. Perché è un problema di giustizia equa, che metta difesa e accusa ad armi pari, senza che il risultato finale sia fortemente influenzato in base alle disponibilità economiche e di potere delle parti in causa. Perché è soprattutto, ancora, una questione di potere, di differenziale di potere, di vario tipo. E questo il punto più importante su cui riflettere.
Questo continuare a emettere sentenze semplicemente sulla base di uno scavare nella vita di una persona, senza ascoltare i fatti in questione. La sentenza di fatto è come se cancellasse il diritto della donna a non essere abusata e a vedersi riconosciuta dalla giustizia come parte lesa. I suoi diritti esistono solo se il suo comportamento viene ritenuto moralmente conforme. Come se i diritti umani potessero essere sospesi per una o più ragioni. Puoi violentare liberamente se una donna ha uno o più elementi “non conformi”.
Un no è un no, un abuso è tale, da sobria o meno. Se non si sancisce questo una volta per tutte, ci ritroveremo ancora di fronte a questi orrori.
Siamo un Paese che ancora marchia a fuoco le donne che pensano e scelgono con la propria testa, che parlano, che si esprimono, che si dichiarano femministe, che si battono per i diritti, che vanno a studiare fuori casa, che si cercano un lavoro e cercano di essere autonome. Perché ancora oggi, noi dobbiamo rinunciare a queste cose, altrimenti siamo strane, pericolose, pazze, fuori-norma e in quanto tali, tutti sono legittimati a fare di noi ciò che vogliono e a privarci dei nostri diritti fondamentali. Non voglio credere che questo stato di cose sia immutabile, perciò da qualche parte credo che esista un modo per cambiare questo contesto e questa mentalità che poi porta a creare l’humus ideale per questo tipo di sentenze.
Abbiamo ancora un forte ritardo culturale se ancora oggi sentiamo dire che se una ragazza, una donna è indipendente, cerca di esserlo, compie le sue scelte autonomamente, vive cercando di essere felice, libera, senza catene, fuori dalle gabbie è da considerare non normale. Ce ne fossero tante di donne così! Se pensiamo che una ragazza possa fare in potenza meno cose di un ragazzo, se nemmeno la nostra famiglia ci rispetta se chiediamo di essere considerate allo stesso modo, dobbiamo rimboccarci le maniche per invertire la nostra storia. Oggi, dopo tanti anni, rispondo a una battuta di mio cugino che quando mi trasferii a Milano nel 2003, mi disse: “Ah ti stai divertendo.. bella vita”. In pratica, essendo donna sarei dovuta rimanere nella mia città natale, perché l’unica prospettiva idonea a una donna era quella di sposarsi. Il fatto che avessi trovato lavoro a Milano era un dettaglio, ai suoi occhi ero andata a Milano per fare la bella vita, per divertirmi e per essere finalmente marchiata “secondo il libro sacro della tradizione maschile” come una “con i grilli per la testa” in tutti i sensi. Nessun pensiero lo ha mai sfiorato (a lui come a tanti altri) che io stessi facendo enormi sacrifici per darmi un futuro, una prospettiva di vita e di lavoro. Ero la pecora nera della famiglia, lo sono, oggi forse più di ieri, con lo stesso orgoglio di avere una nuvola da “irriducibile” che mi segue. Vi ho raccontato questo aneddoto, per farvi capire come il pregiudizio culturale sia più forte di anni di conoscenza. Il pregiudizio dovuto a un tipo di cultura e di mentalità direi di tipo patriarcale, è come se azzerasse la percezione reale della persona e portasse a giudicarla e a etichettarla secondo parametri immaginari, gli stessi che portano a giustificare dei modelli di comportamento differenziati per genere e che portano a partorire sentenze come quella che ha scagionato quei sei “bravi ragazzi”.
Così si rovina per sempre la vita di una ragazza, di una donna, convincendola che comportandosi bene, assecondando un certo modello di vita e di comportamento, avrà una vita esente da “guai”. Niente della vita di una donna deve poter diventare un alibi, un via libera al fatto che i suoi diritti umani fondamentali possano essere violati. Lo ripeto, non è tollerabile che si emettano sentenze sulla base di giudizi morali e richiamando dettagli della vita della vittima. Aver convissuto, aver avuto qualche rapporto occasionale vuol dire automaticamente “autorizzare” tutti gli uomini a violentarti? Ciascuna donna dovrà sentirsi in pericolo di stupro semplicemente perché non ha il pedigree di una vita immacolata, lineare? Chi ha stabilito poi cosa sia una vita lineare? Nulla può giustificare mai uno stupro. NULLA MAI! Che facciamo, autorizziamo tutti gli uomini violenti a commettere stupri e violenze se qualche dettaglio del mosaico della vita di una donna non è al suo posto?
Se essere “bisessuale dichiarata, femminista e attivista lgbt” deve essere considerato dalla giustizia italiana un lasciapassare, che esenta gli uomini da un rispetto dei diritti di un altro individuo, io non ci sto. E nessuna di noi ci deve stare. Non voglio sentire più da nessuno, né tantomeno da una donna, che in qualche modo “se l’è cercata”. Perché questa, come altre sentenze similari, colpisce tutte noi: un giorno potremmo trovarci al posto della “ragazza dello stupro della Fortezza”, e non essere credute, non avere giustizia vera.

Nessuna giustificazione alla violenza deve avere cittadinanza. Facciamo sentire la nostra voce, URLIAMO IL NOSTRO NO! Mi unisco all’idea di Lea Fiorentini Pietrogrande, facciamo una manifestazione tutte insieme, per abbracciare e sostenere questa ragazza e tutte le donne vittime di violenza!

La sera del 28 luglio le compagne Unite in rete – Firenze stanno organizzando una manifestazione per ribadire che vogliamo vivere le strade liberamente, nonostante qualcuno voglia farci stare a casa e in silenzio.

giovedì 23 luglio 2015

Diretta a Giudici di Firenze Vergognatevi della vostra sentenza! Anna Maria Arlotta

Giudici che avete assolto i sei stupratori di Firenze, i firmatari di questa petizione vi chiedono di vergognarvi profondamente della vostra sentenza. Ad essere processata è stata la ragazza e non i colpevoli di un atto ignobile! 
Le vostre motivazioni denotano un’assoluta mancanza di logica.
Dunque, si tratta di una "vicenda incresciosa" e "non encomiabile per nessuno" E perché mai, se con l’assoluzione avete stabilito che c’è stato il consenso della ragazza? Cos’ha di increscioso e non encomiabile un rapporto tra adulti frutto di un accordo? 
Ah, ma attenzione! Ritenete che i ragazzi possano aver "mal interpretato" la disponibilità della ragazza. Cioè, lei ha detto no e loro hanno capito sì? 
La ragazza “era presente a se stessa anche se probabilmente ubriaca”. Questa è l'affermazione più assurda, perché le due cose sono antitetiche. “Il rapporto non fu ostacolato”. Beh, se era ubriaca non poteva ostacolare proprio niente! E cosa vi fa concludere che “la ragazza con la denuncia voleva rimuovere quello che considerava un suo discutibile momento di debolezza e fragilità”? Ve l’ha detto lei? Siete in possesso di una registrazione con queste sue parole? O è una vostra paternalistica supposizione? Perché mai un soggetto che chiamate disinibito avrebbe dovuto considerare quel momento uno di fragilità?
Non è che avete fatto il processo alla sua personalità e concluso che essendo lei bisessuale allora era depravata? Nei romanzi ottocenteschi le donne erano sante o puttane, e se avevano una sessualità libera erano disprezzate dalla società. Siamo nel 2015, ognuno si gestisce la sessualità come crede, ma il vostro giudizio risente, sembra, del retaggio culturale maschilista. 
Come dice la ragazza stessa:
“Ebbene sì, se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta. Dato che non hai passato gli anni dell’adolescenza e della giovinezza in ginocchio sui ceci con la gonna alle caviglie e lo sguardo basso, cosa vuoi aspettarti, che qualcuno creda a te, vittima di violenza?”

Signori giudici, con questa sentenza avete aggiunto sofferenza a una ragazza che ha tanto sofferto. Come afferma lei in una lettera: “…la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale.”
Con la vostra sentenza cercate di mettere un freno al progresso verso la parità tra i generi. Non ci riuscirete! Non illudetevi, il moralismo e il sessismo che la ispirano cederanno il posto alla modernità e al rispetto per la donna anche da noi. E il dibattito scaturito a seguito della vostra decisione si ritorcerà contro di voi, perché favorirà il cambiamento.

giovedì 16 luglio 2015

Il libro con gli stivali illustrazione di Philippe Corentin - www.babalibri.it


Cosa dire del modo col quale la polemica nata intorno ai libri del progetto “Leggere senza gli stereotipi” si è avvitata su se stessa?
Sosteniamo da molto tempo ormai, in compagnia con tutti i professionisti del settore che ci è capitato di incontrare in questi anni, che la letteratura per ragazzi è semplicemente letteratura rivolta a tutti, scritta dagli autori con l’attenzione rivolta alle fasce di età dell’infanzia e dell’adolescenza. Non abbiamo mai sentito nessuno, che avesse un’opinione ponderata sulla letteratura per ragazzi, sostenere che essa non debba addentrarsi in tematiche importanti.
Oggi si contesta ad alcuni libri per l’infanzia di offrire uno spaccato della società attuale. Poco o nulla importa se siano capolavori della letteratura o testi mediocri: ciò che si contesta è la possibilità per i libri di parlare della realtà esistente, attraverso metafore o meno. Di più, si contesta la possibilità di farlo nelle prime fasce di età.
Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, ha dichiarato di voler sottoporre al vaglio i libri del progetto, per valutare «quali siano, e soprattutto quali non siano, adatti a bambini in età prescolare».
Crediamo che la qualità di una democrazia si misuri nella sua capacità di rispettare la pluralità delle posizioni presenti in una società complessa, progredendo grazie al contributo di tutti i cittadini senza scivolare nella dittatura di una maggioranza relativa; per questo le società civili si dotano di vari organismi: tra questi certamente le università rappresentano uno dei corpi qualificati che, se ascoltati, possono offrire un punto di vista fondato sui contenuti invece che su criteri estranei alla materia.
Uno dei punti in questione è proprio questo: è lecito che un politico si occupi di qualunque argomento, senza consultare quei professionisti che all’interno della società di quegli argomenti si occupano? Non vogliamo pensare che la difficoltà ad affidarsi a un parere qualificato dipenda dal fatto che, già a inizio 2014, il mondo accademico si era espresso in modo chiaro e unanime in favore dei libri, giudicandoli quindi tutti adatti all’età prescolare.
Ci consideriamo professionisti del libro, specializzati in letteratura per l’infanzia; crediamo quindi di dover difendere il cuore della nostra professione prima che noi stessi.
Siamo quindi costretti a chiedere, a questo punto con fermezza, che la valutazione sui libri venga tenuta fuori da un dibattito politico che ne vuole fare terreno di scontro e non occasione di crescita per la società. Chiediamo a gran forza che i membri della medesima comunità tornino (o comincino?) a dialogare, abbandonando slogan e provocazioni. È una questione di civiltà: ne va di noi e del nostro futuro.


mercoledì 15 luglio 2015

La reverenda di Oxford: "Smettiamo di dire Lui per parlare di Dio" di Claudio Rao

 E se l'ordinazione delle donne-sacerdote fosse furiera di un'autentica rivoluzione non solo culturale, ma anche teologica?
Dio potrebbe diventare una donna !
Secondo la tradizione, la divinità cristiana è sempre stata rappresentata come maschile, un  vecchio con la barba bianca che presiede ai destini del mondo.
La Bibbia, scritta da uomini, ne parla attribuendogli caratteristiche inequivocabilmente maschili.
E se non fosse proprio così? Già papa Luciani, quella meteora di amabilità pastorale che ha illuminato il mondo col suo sorriso e la sua semplicità evangelica, disse: "Dio è padre, ma ancor di più è madre!". Ovviamente era solo un'immagine.
La reverenda Emma Percy della Chiesa anglicana, invece, sembra voler essere più concreta sull'argomento. Membro del consiglio WATCH, «Women and the Church» (Le donne e la Chiesa), ha fatto del sesso di Dio il suo cavallo di battaglia: «Cessiamo di designare Dio al maschile nei testi e negli inni della Chiesa d'Inghilterra».
Di Oxford, femminista, a 52 anni, la reverenda precisa: «E' dall'inizio degli anni Ottanta che rifletto al femminismo, al cristianesimo e al ruolo della donna nella tradizione anglicana».
E' evidente che il suo auspicio è che si smetta di pensare che Dio sia più ad immagine dell'uomo che non della donna.
«Quando diciamo "Lui" per parlare di Dio, rinforziamo l'idea che sia un uomo. Ora, nella Bibbia ci sono anche delle allusioni alla donna per parlare di Dio. Il genere è una realtà umana, ma Dio è al di sopra di tutto ciò. Se oggi parliamo di Dio al maschile è soltanto perché la tradizione è sempre stata creata da uomini» precisa Emma Percy.
La reverenda è una habituée di questa controversa questione. Già lo scorso anno il WATCH entrava in campagna per favorire la prima nomina di una donna a vescovo. Causa vinta il 15 gennaio scorso con la consacrazione di Libby Lane a Stockport. Tuttavia questa nuova crociata per il genere di Dio pare assai più complessa e difficile.
Certo è che, riflettendoci bene, ad un essere di puro spirito quale si concepisce la divinità, poco si addicono sembianze sia maschili che femminili. Un discorso che a noi laici sembra più simile alle annose discussioni teologiche sul sesso degli angeli. E decisamente meno concreta dell'apertura alle donne per l'ordinazione sacerdotale anche nella Chiesa cattolica, per esempio.