Approvato un emendamento al ddl Codice rosso che punisce chi costringe bambine o ragazze con la reclusione da uno a cinque anni. La firmataria Mara Carfagna: «Finalmente sarà reato come in tutta Europa».
Dopo l'approvazione del reato di Revenge porn alla Camera, un'altro passo avanti della nostra politica in favore dei diritti delle donne e dei minori: dalla Camera è arrivato lo stop ai matrimoni forzati, più frequenti di quanto si immagini anche in Italia: l'Aula ha infatti approvato un emendamento di Mara Carfagna- che da mesi si batte per colmare un grave vuoto normativo sul tema - al ddl Codice rosso in base al quale «chiunque induce taluno a contrarre matrimonio o unione civile mediante violenza, minaccia, approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica ovvero mediante persuasione fondata su precetti religiosi è punito con la reclusione da uno a cinque anni».
REATO PUNIBILE ANCHE SE COMMESSO ALL'ESTERO
La norma prevede che il delitto sia punibile «anche se è commesso all'estero in danno di un cittadino o di uno straniero legalmente residente in Italia al momento del fatto». Inoltre, il reato si applica anche a «chiunque con artifizi e raggiri, violenza o minaccia ovvero mediante persuasione fondata su precetti religiosi induce taluno a recarsi all'estero allo scopo di costringerlo a contrarre matrimonio o unione civile, anche se il matrimonio o l'unione civile non è contratto». La pena è, inoltre, aumentata con la reclusione da due a sei anni in caso di induzione al matrimonio di persona minorenne, ed aggravata della metà se la condotta è messa in atto «in danno di una persona che, al momento del fatto, non ha compiuto 14 anni; dall'ascendente, dal genitore, anche adottivo, o dal di lui convivente, dal tutore ovvero da altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia con quest'ultimo una relazione di convivenza».
CARFAGNA: «FINALMENTE REATO COME IN TUTTA EUROPA»
La vice Presidente della Camera Mara Carfagna che ha presentato l'emendamento in materia al Codice Rosso ha commentato con entusiasmo l'approvazione in aula: «Costringere una bambina o una ragazza a sposarsi contro la sua volontà, in Italia o all'estero, sarà reato come già in tutta Europa. È il risultato di una lunga battaglia per sostenere l'integrazione delle giovani immigrate che vogliono vivere secondo le nostre leggi e i nostri valori. Dedico questa vittoria alla memoria di Farah e di Sana Cheema, che volevano vivere libere». La deputata di Forza italia si è detta «soddisfatta» perché, «come accadde per la legge sullo stalking esattamente 10 anni fa, abbiamo costruito uno schieramento trasversale». Con questo stesso spirito - ha continuato - «grazie al nostro emendamento, gli affidatari di orfani di femminicidio hanno finalmente ottenuto il sostegno, anche economico, cui hanno pieno diritto. Ora ci auguriamo che il Senato proceda rapidamente e poi vigileremo perché l'esecutivo approvi subito i decreti attuativi indispensabili per far arrivare davvero i soldi alle famiglie».
https://www.letteradonna.it/it/articoli/politica/2019/04/03/matrimoni-forzati-in-italia-legge/28013/?fbclid=IwAR066I8vyYVYaF79XZovU3Nf63RMPdoi54LsQnsaL-SCN7bI18faepzze_s
domenica 7 aprile 2019
sabato 6 aprile 2019
Girare la frittata. Gli MRA e il negazionismo su violenze e discriminazioni di genere DA SIMONASFORZ
Negare, spostare il focus, adoperare parole sbagliate e fuorvianti, ridimensionare i fenomeni che riguardano la violenza e le discriminazioni di genere: sono tutte strategie di un patriarcato che reagisce all’emancipazione e alla liberazione femminile e mette in campo operazioni di restaurazione.
In questo clima di negazionismo in ogni dove, in cui si pubblica di tutto, sullo spazio “Invece Concita”, dopo la lettera del padre “mancato” dopo la scelta della compagna di abortire, arriva la missiva di un uomo di 26 anni, con tanto di curriculum e pedigree politico che lo collocherebbe tra i social-liberali, che discetta come un perfetto MRA, ovvero i men’s right activists, i maschilisti che parlano di una discriminazione al contrario, di diritti maschili calpestati dalla narrazione distorta e misandrica delle femministe. Naturalmente va da sé che si negano secoli di dominio patriarcale, di potere in mano agli uomini, di una invisibilizzazione e subordinazione sistematica delle donne. Mica vero che gli uomini sono in una posizione privilegiata, ma sì, le donne se la passano assai bene, sono i numeri che lo dicono. Naturalmente si adopera strumentalmente anche il caso della donna che dava ripetizioni a un 14enne da cui ha avuto un figlio. E giù a fare di tutta l’erba un fascio.
“Credo che questa vicenda rappresenti un’opportunità per riflettere sui diritti maschili, sui doppi standard giudiziari e sulle discriminazioni che colpiscono gli uomini, in una società definita patriarcale e maschilista, ponendo fine alla retorica del “maschio privilegiato in quanto tale”. Numerosi dati confermano la totale assenza di privilegi nel nascere maschi: gli uomini rappresentano l’80% dei suicidi, l’85% dei senzatetto, il 93% delle morti bianche sul lavoro. Nell’oltre 90% dei casi di divorzio, la custodia dei figli viene affidata alla madre”.
Si noti bene, “totale assenza di privilegi”, così come coloro che negano le peculiarità della violenza di genere, che negano il gender gap (di cui però non parlano solo le femministe), che negano tutte le volte in cui una donna nella sua esistenza si trova di fronte a un muro, a gabbie derivanti dal suo essere donna, che negano la diffusione della violenza in ogni luogo e in molteplici forme, che negano il suo apice e i femminicidi delle donne in quanto donne, che negano tutte le miriadi di occasioni in cui i corpi delle donne vengono oggettivati, strumentalizzati e diventano terreno di battaglia politica. Si nega così tutto, e tutto finisce in un immenso buco nero, in cui si fa strada sempre più il tarlo che sia solo una grande costruzione e mistificazione di quelle odiatrici seriali delle femministe. Si sente anche quando entro nelle scuole, tra i professori e i ragazzi, quanto sia diffusa questa mentalità. Ogni due/tre giorni in Italia una donna viene uccisa da un uomo che non riconosce, non accetta la sua scelta autonoma di libertà, il suo diritto di autodeterminare la sua vita, anche in ambito sentimentale e relazionale. Una relazione non è come tanti testi di canzoni la rappresentano, tra un “mia”, un “ti pretendo”, un “mi appartieni, e una donna è “cosa mia”. Un rapporto affettivo si basa sul rispetto, che si esplica nel riconoscersi e darsi reciprocamente libertà. Non c’è amore dove abita la violenza, la gelosia, il possesso. La passione non deve continuare ad essere un alibi. Eppure siamo immersi/e nell’amore romantico, in una possessività in cui ci si annulla vicendevolmente, in cui l’appartenersi è misura di amore, in cui ci si culla in una dimensione altamente pericolosa.
Loredana e Romina sono le ultime donne vittime della cultura del possesso, della violenza machista patriarcale. Perché questa mentalità possa cambiare, occorre innanzitutto che ne prendiamo coscienza e consapevolezza in modo capillare, tutti e tutte, per non sentire più parlare di tempeste emotive, donne isteriche, false accuse, alibi negazionisti e assolutori degli uomini che scelgono deliberatamente di compiere violenza.
Eppure l’odio crescente sappiamo da dove viene, sappiamo da cosa monta, sappiamo che si tratta ancora una volta di un tentativo di backlash del patriarcato, un contrattacco in chiave di restaurazione, che negando l’evidenza cerca di riaffermare se stesso, la sua cultura e il suo dominio.
Tra le sue strategie c’è esattamente quel tarlo che tende a ridimensionare il problema, a spostare continuamente il focus, a negare che sia una questione maschile, che deriva da un lungo corso di discriminazioni, strutture sociali, dinamiche relazionali e di potere. Il contesto attuale in cui c’è un deterioramento del rispetto in ogni ambito e scarseggiano esempi positivi anche in ambito istituzionale, appare solo particolarmente adatto al perpetuarsi di schemi dalle radici antiche. Il differenziale di potere da difendere, la preoccupazione di perdere lo scettro e il comando, e con essi privilegi, status e certezze granitiche, rappresentano ciò che anima nel profondo uomini e ragazzi come colui che scrive a Concita De Gregorio. Una replica incessante e secolare di una virilità che ha mostrato più volte segni evidenti di ricadute negative.
Sui presunti doppi standard giudiziari. La realtà della violenza
Conosciamo quanti danni può fare una sentenza in cui si usano le parole “sbagliate”.
Conosciamo altrettanto bene cosa accade alle donne che denunciano e non si sentono protette, credute e tutelate a sufficienza, come dovrebbe essere loro diritto.
Due degli stupratori della ragazza di 24 anni, violentata nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano, sono stati scarcerati. Le sue parole.
“Bastano pochi minuti e ritorno col pensiero. Erano attimi di incapacità a reagire di fronte la brutalità e la supremazia di tre corpi. Erano attimi in cui la mente sembrava come incapace di comprendere, di totale perdizione dell’essere. E dopo che il corpo era diventato scarto e oggetto, ho provato una sorta di distacco da esso. Il mio corpo, sede della mia anima, così sporco. Mi sembrava di essere avvolta dalla nebbia mentre mi trascinavo su quella panchina dopo quelli che saranno stati 7 o 8 minuti. Mi sono seduta e non l’ho avvertito più. Ho cominciato ad odiarlo e poi a provare una profonda compassione per il mio essere. Compassione che ancora oggi mi accompagna, unita ad una sensazione di rabbia impotente, unita al rammarico, allo sdegno, allo sporco, al rifiuto e poi all’accettazione di un corpo che fatico a riconoscere perché calpestato nella sua purezza. Il futuro diviene una sorta di clessidra. Consumato il corpo e la mente dal tempo odierno ricerca una vita semplice. Mi piacerebbe essere a capo di un’associazione che si occupa della prevenzione, della tutela e della salvaguardia delle donne, ragazze, bambine a rischio, perché donare se stessi e il proprio vissuto per gli altri è l’unico modo per accettarlo.” Un invito agli uomini a “non far valere i propri istinti, né la coercizione fisica e mentale, ma la forza della parola e quella della ragione”.
E non chiedeteci più perché non denunciamo o perché ci mettiamo del tempo a farlo.
Negare, sostenendo di essere stati fraintesi e di non capire
Facendo una ricerca mi sono imbattuta nella canzone di Skioffi, Killer, che vorrebbe essere la replica uscita a dicembre scorso, dopo le numerose reazioni negative alla sua canzone Yolandi.
Naturalmente siamo noi a non capire e a volerlo censurare: “Questi non capiscono un cazzo di me” – “Mi vogliono tappare la bocca”. Lui “racconta storie” ci tiene a farci sapere, peccato che le donne siano sempre degradate a oggetti sessuali e Yolandi si concluda con: “La collana che costava troppo Adesso dimmi che mi ami, visto che l’ho presa e te la sto stringendo al collo” ed il video che a accompagna trasudi in ogni fotogramma una violenza esplicita inaudita.
Un po’ come quando qualcuno dice: “Le femministe esagerano, colpevolizzano gli uomini perché sono misandriche”… ecco anziché continuare a deresponsabilizzarsi e a scaricare sulle donne, forse sarebbe ora di farsi un viaggio dentro se stessi e sul proprio modo di essere uomini.
Intanto ci aspettiamo che si cambi cultura per miracolo, ma nulla avviene da sé specialmente se non si lavora strutturalmente a partire dalle scuole, dove questi temi sono ancora considerati “facoltativi”, con qualcuno che ancora tenta di sabotare l’ingresso di un po’ di aria nuova. Ebbene, forse occorre meno astio nei confronti delle femministe e più coraggio di cambiare finalmente modelli. Iniziando ad accogliere le proposte di approfondimento e di laboratori scolastici ad hoc, non subendole passivamente o peggio facendo ostruzionismo.
Non abbiamo bisogno di uomini che con una pacca sulla spalla si confortano a vicenda autoassolvendosi e dichiarando che la cosa non li riguarda, ma che sappiano riflettere schiettamente sulla propria idea di uomo, praticata e pensata, per riuscire a costruire modelli differenti, elaborare nuove forme del maschile, guardare in faccia debolezze e conseguenze di una cultura patriarcale, riconoscere cosa si perde (non solo ciò che si guadagna) dall’appartenere e dall’aderire a questa cultura, cosa storicamente ha rappresentato la subordinazione delle donne e l’affermazione del dominio su di esse. Non è allontanando da sé e negando il problema che si risolveranno le cose. Non è nemmeno pensabile di poter continuare in questo modo, perché vi sono evidenze, studi, ricerche, statistiche che evidenziano bene la realtà, che è più vicina di quanto si pensi, che è tanto diffusa da non poter far finta di niente. Tutto questo bussa alla porta delle nostre coscienze e implica un agire corrispondente.
Negate e invisibilizzate per secoli, le donne insorgono come soggetto inaspettato, inatteso, insubordinato della storia, ci siamo riappropriate di una esistenza e di un agire non più solo privato, ma pubblico ed è in questa direzione che occorre continuare a lavorare, sulla cultura e sul nostro ruolo, su rappresentazione e voce, su ciò che in nome della natura ci vorrebbe imporre un destino e un controllo sui nostri corpi e desideri. Nominiamo ogni cosa, senza paura, disveliamo i trucchi di una sovrastruttura culturale che per secoli ci ha negato esistenza e parola. Smontiamo ogni tentativo di ricondurci a un ruolo subordinato e controllabile. Non accettiamo chi paternalisticamente ci suggerisce parole, idee, chiavi di lettura e in che posizione porci. Tutto il discorso enfatico sulla famiglia, sulla protezione e sui vantaggi che ne deriverebbero, rientrano in una somministrazione di quel modello di controllo e di dominio patriarcale, che cozza con la realtà dei fatti, soprattutto in termini di violenza di genere. Insomma c’è la fregatura e soprattutto si tace ciò che la famiglia rappresenta come fulcro che tramanda e replica i modelli di cui sopra.
Non crediamo di avere diritti, quelli potrebbero andar via con un sol colpo di vento. La liberazione delle donne è una rivoluzione in cammino, tuttora da completare, ma soprattutto da accettare da parte di taluni soggetti.
https://www.dols.it/2019/04/02/girare-la-frittata-gli-mra-e-il-negazionismo-su-violenze-e-discriminazioni-di-genere/?fbclid=IwAR22-FQFLkNzeFHk3QD23fwXG4jTQ2d9z11FH63vS0peUryoyUFS5Z8QHUY
In questo clima di negazionismo in ogni dove, in cui si pubblica di tutto, sullo spazio “Invece Concita”, dopo la lettera del padre “mancato” dopo la scelta della compagna di abortire, arriva la missiva di un uomo di 26 anni, con tanto di curriculum e pedigree politico che lo collocherebbe tra i social-liberali, che discetta come un perfetto MRA, ovvero i men’s right activists, i maschilisti che parlano di una discriminazione al contrario, di diritti maschili calpestati dalla narrazione distorta e misandrica delle femministe. Naturalmente va da sé che si negano secoli di dominio patriarcale, di potere in mano agli uomini, di una invisibilizzazione e subordinazione sistematica delle donne. Mica vero che gli uomini sono in una posizione privilegiata, ma sì, le donne se la passano assai bene, sono i numeri che lo dicono. Naturalmente si adopera strumentalmente anche il caso della donna che dava ripetizioni a un 14enne da cui ha avuto un figlio. E giù a fare di tutta l’erba un fascio.
“Credo che questa vicenda rappresenti un’opportunità per riflettere sui diritti maschili, sui doppi standard giudiziari e sulle discriminazioni che colpiscono gli uomini, in una società definita patriarcale e maschilista, ponendo fine alla retorica del “maschio privilegiato in quanto tale”. Numerosi dati confermano la totale assenza di privilegi nel nascere maschi: gli uomini rappresentano l’80% dei suicidi, l’85% dei senzatetto, il 93% delle morti bianche sul lavoro. Nell’oltre 90% dei casi di divorzio, la custodia dei figli viene affidata alla madre”.
Si noti bene, “totale assenza di privilegi”, così come coloro che negano le peculiarità della violenza di genere, che negano il gender gap (di cui però non parlano solo le femministe), che negano tutte le volte in cui una donna nella sua esistenza si trova di fronte a un muro, a gabbie derivanti dal suo essere donna, che negano la diffusione della violenza in ogni luogo e in molteplici forme, che negano il suo apice e i femminicidi delle donne in quanto donne, che negano tutte le miriadi di occasioni in cui i corpi delle donne vengono oggettivati, strumentalizzati e diventano terreno di battaglia politica. Si nega così tutto, e tutto finisce in un immenso buco nero, in cui si fa strada sempre più il tarlo che sia solo una grande costruzione e mistificazione di quelle odiatrici seriali delle femministe. Si sente anche quando entro nelle scuole, tra i professori e i ragazzi, quanto sia diffusa questa mentalità. Ogni due/tre giorni in Italia una donna viene uccisa da un uomo che non riconosce, non accetta la sua scelta autonoma di libertà, il suo diritto di autodeterminare la sua vita, anche in ambito sentimentale e relazionale. Una relazione non è come tanti testi di canzoni la rappresentano, tra un “mia”, un “ti pretendo”, un “mi appartieni, e una donna è “cosa mia”. Un rapporto affettivo si basa sul rispetto, che si esplica nel riconoscersi e darsi reciprocamente libertà. Non c’è amore dove abita la violenza, la gelosia, il possesso. La passione non deve continuare ad essere un alibi. Eppure siamo immersi/e nell’amore romantico, in una possessività in cui ci si annulla vicendevolmente, in cui l’appartenersi è misura di amore, in cui ci si culla in una dimensione altamente pericolosa.
Loredana e Romina sono le ultime donne vittime della cultura del possesso, della violenza machista patriarcale. Perché questa mentalità possa cambiare, occorre innanzitutto che ne prendiamo coscienza e consapevolezza in modo capillare, tutti e tutte, per non sentire più parlare di tempeste emotive, donne isteriche, false accuse, alibi negazionisti e assolutori degli uomini che scelgono deliberatamente di compiere violenza.
Eppure l’odio crescente sappiamo da dove viene, sappiamo da cosa monta, sappiamo che si tratta ancora una volta di un tentativo di backlash del patriarcato, un contrattacco in chiave di restaurazione, che negando l’evidenza cerca di riaffermare se stesso, la sua cultura e il suo dominio.
Tra le sue strategie c’è esattamente quel tarlo che tende a ridimensionare il problema, a spostare continuamente il focus, a negare che sia una questione maschile, che deriva da un lungo corso di discriminazioni, strutture sociali, dinamiche relazionali e di potere. Il contesto attuale in cui c’è un deterioramento del rispetto in ogni ambito e scarseggiano esempi positivi anche in ambito istituzionale, appare solo particolarmente adatto al perpetuarsi di schemi dalle radici antiche. Il differenziale di potere da difendere, la preoccupazione di perdere lo scettro e il comando, e con essi privilegi, status e certezze granitiche, rappresentano ciò che anima nel profondo uomini e ragazzi come colui che scrive a Concita De Gregorio. Una replica incessante e secolare di una virilità che ha mostrato più volte segni evidenti di ricadute negative.
Sui presunti doppi standard giudiziari. La realtà della violenza
Conosciamo quanti danni può fare una sentenza in cui si usano le parole “sbagliate”.
Conosciamo altrettanto bene cosa accade alle donne che denunciano e non si sentono protette, credute e tutelate a sufficienza, come dovrebbe essere loro diritto.
Due degli stupratori della ragazza di 24 anni, violentata nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano, sono stati scarcerati. Le sue parole.
“Bastano pochi minuti e ritorno col pensiero. Erano attimi di incapacità a reagire di fronte la brutalità e la supremazia di tre corpi. Erano attimi in cui la mente sembrava come incapace di comprendere, di totale perdizione dell’essere. E dopo che il corpo era diventato scarto e oggetto, ho provato una sorta di distacco da esso. Il mio corpo, sede della mia anima, così sporco. Mi sembrava di essere avvolta dalla nebbia mentre mi trascinavo su quella panchina dopo quelli che saranno stati 7 o 8 minuti. Mi sono seduta e non l’ho avvertito più. Ho cominciato ad odiarlo e poi a provare una profonda compassione per il mio essere. Compassione che ancora oggi mi accompagna, unita ad una sensazione di rabbia impotente, unita al rammarico, allo sdegno, allo sporco, al rifiuto e poi all’accettazione di un corpo che fatico a riconoscere perché calpestato nella sua purezza. Il futuro diviene una sorta di clessidra. Consumato il corpo e la mente dal tempo odierno ricerca una vita semplice. Mi piacerebbe essere a capo di un’associazione che si occupa della prevenzione, della tutela e della salvaguardia delle donne, ragazze, bambine a rischio, perché donare se stessi e il proprio vissuto per gli altri è l’unico modo per accettarlo.” Un invito agli uomini a “non far valere i propri istinti, né la coercizione fisica e mentale, ma la forza della parola e quella della ragione”.
E non chiedeteci più perché non denunciamo o perché ci mettiamo del tempo a farlo.
Negare, sostenendo di essere stati fraintesi e di non capire
Facendo una ricerca mi sono imbattuta nella canzone di Skioffi, Killer, che vorrebbe essere la replica uscita a dicembre scorso, dopo le numerose reazioni negative alla sua canzone Yolandi.
Naturalmente siamo noi a non capire e a volerlo censurare: “Questi non capiscono un cazzo di me” – “Mi vogliono tappare la bocca”. Lui “racconta storie” ci tiene a farci sapere, peccato che le donne siano sempre degradate a oggetti sessuali e Yolandi si concluda con: “La collana che costava troppo Adesso dimmi che mi ami, visto che l’ho presa e te la sto stringendo al collo” ed il video che a accompagna trasudi in ogni fotogramma una violenza esplicita inaudita.
Un po’ come quando qualcuno dice: “Le femministe esagerano, colpevolizzano gli uomini perché sono misandriche”… ecco anziché continuare a deresponsabilizzarsi e a scaricare sulle donne, forse sarebbe ora di farsi un viaggio dentro se stessi e sul proprio modo di essere uomini.
Intanto ci aspettiamo che si cambi cultura per miracolo, ma nulla avviene da sé specialmente se non si lavora strutturalmente a partire dalle scuole, dove questi temi sono ancora considerati “facoltativi”, con qualcuno che ancora tenta di sabotare l’ingresso di un po’ di aria nuova. Ebbene, forse occorre meno astio nei confronti delle femministe e più coraggio di cambiare finalmente modelli. Iniziando ad accogliere le proposte di approfondimento e di laboratori scolastici ad hoc, non subendole passivamente o peggio facendo ostruzionismo.
Non abbiamo bisogno di uomini che con una pacca sulla spalla si confortano a vicenda autoassolvendosi e dichiarando che la cosa non li riguarda, ma che sappiano riflettere schiettamente sulla propria idea di uomo, praticata e pensata, per riuscire a costruire modelli differenti, elaborare nuove forme del maschile, guardare in faccia debolezze e conseguenze di una cultura patriarcale, riconoscere cosa si perde (non solo ciò che si guadagna) dall’appartenere e dall’aderire a questa cultura, cosa storicamente ha rappresentato la subordinazione delle donne e l’affermazione del dominio su di esse. Non è allontanando da sé e negando il problema che si risolveranno le cose. Non è nemmeno pensabile di poter continuare in questo modo, perché vi sono evidenze, studi, ricerche, statistiche che evidenziano bene la realtà, che è più vicina di quanto si pensi, che è tanto diffusa da non poter far finta di niente. Tutto questo bussa alla porta delle nostre coscienze e implica un agire corrispondente.
Negate e invisibilizzate per secoli, le donne insorgono come soggetto inaspettato, inatteso, insubordinato della storia, ci siamo riappropriate di una esistenza e di un agire non più solo privato, ma pubblico ed è in questa direzione che occorre continuare a lavorare, sulla cultura e sul nostro ruolo, su rappresentazione e voce, su ciò che in nome della natura ci vorrebbe imporre un destino e un controllo sui nostri corpi e desideri. Nominiamo ogni cosa, senza paura, disveliamo i trucchi di una sovrastruttura culturale che per secoli ci ha negato esistenza e parola. Smontiamo ogni tentativo di ricondurci a un ruolo subordinato e controllabile. Non accettiamo chi paternalisticamente ci suggerisce parole, idee, chiavi di lettura e in che posizione porci. Tutto il discorso enfatico sulla famiglia, sulla protezione e sui vantaggi che ne deriverebbero, rientrano in una somministrazione di quel modello di controllo e di dominio patriarcale, che cozza con la realtà dei fatti, soprattutto in termini di violenza di genere. Insomma c’è la fregatura e soprattutto si tace ciò che la famiglia rappresenta come fulcro che tramanda e replica i modelli di cui sopra.
Non crediamo di avere diritti, quelli potrebbero andar via con un sol colpo di vento. La liberazione delle donne è una rivoluzione in cammino, tuttora da completare, ma soprattutto da accettare da parte di taluni soggetti.
https://www.dols.it/2019/04/02/girare-la-frittata-gli-mra-e-il-negazionismo-su-violenze-e-discriminazioni-di-genere/?fbclid=IwAR22-FQFLkNzeFHk3QD23fwXG4jTQ2d9z11FH63vS0peUryoyUFS5Z8QHUY
venerdì 5 aprile 2019
"I figli dei gay non avranno la carta di identità" ricorsi e proteste delle regioni Dopo il decreto ministeriale che sui documenti dei minori al posto di genitore uno e due ripristina padre e madre, Famiglie Arcobaleno, Cgil, politici del M5S contestano la decisione del governo. Mentre il Piemonte si offre di pagare i procedimenti delle coppie di CATERINA PASOLINI
ROMA "Perché i nostri figli non siano fantasmi senza diritti, perché sia riconosciuta la loro storia, la loro realtà anche sui documenti. I figli dei gay non sono bambini di serie B a cui non spetta la carta di identità" dicono i genitori omosessuali preoccupati. Sono in un arrivo una pioggia di ricorsi e di proteste, dalla Cgil alla regione Piemonte, contro il decreto ministeriale voluto da Salvini sulle carte di identità ai minori. Prevede infatti la dicitura madre e padre e non più il generico "genitore", nonostante il parere contrario del garante per la privacy e dell'Anci. Le associazioni delle Famiglie Arcobaleno annunciano ricorso al Tar, le coppie si stanno rivolgendo agli avvocati, la regione Piemonte ha già annunciato che chi volesse ricorrere potrà farlo con il suo aiuto economico. Così il comune di Torino, apripista nella lotta per i diritti delle Famiglie Arcobaleno con la registrazione all'anagrafe del figlio di due mamme, si ribella al provvedimento del "governo amico" Lega-5 Stelle con cui è stata abolita la dicitura "genitore 1 - genitore 2" sulla carta d'identità per tornare ai tradizionali "padre" e "madre".
Perché il rischio è che i figli di coppie gay si vedano negata la carta di identità per l'espratrio, soprattutto quelli che hanno visto la loro origine riconsciuta da sentenze dei tribunali poi trascritte dall'anagrafe , oppure nel documento valido solo per l'Italia si ritrovino la famaiglia dimezzata, un solo genitore.
Spiega Marilena Grassadonia, Presidente delle Famiglie Arcobaleno: "Il decreto è palesemente illegittimo e discriminatorio perché non permette di far coincidere lo status documentale con quello legale dei bambini e delle bambine che già oggi – attraverso trascrizioni di atti esteri o che sono stati adottati dal compagno o dalla compagna del genitore biologico grazie all’art. 44, lett. d (adozione in casi particolari) – sono riconosciuti figli e figlie di due padri e due madri e di quelli che invece verranno riconosciuti in futuro".
Angelo Schillaci, avvocato e docente di diritto pubblico comparato alla Sapienza ha studiato il decreto ministeriale firmato da Salvini, ministro dell'Interno, Bongiorno, pubblica amministrazione e Tria , finanze. E per l'associazione Famiglie Arcobaleno studia ricorsi.
"il decreto ministeriale prevede infatti che per la carta di identità, non valida per l'espatrio, la richiesta la possa presentare un solo genitore, per andare all'estero invece padre e madre si devono presentare insieme. Difficile per una coppia gay... Non solo, i software dell'anagrafe ci risulta siano già stati modificati: non più genitore 1 e 2, ma padre e madre. Come potranno gli ufficiali giudiziari inserire due babbi, due mamme per quel ragazzino?. Non possono violare quello che è una norma e cosi saranno costretti a dire di no. Col risultato che un minore vedrà negata la sua identità, la sua storia, e proprio quelle che coppie che più hanno lottato nelle aule di giustizia, che alla fine con una sentenza hanno visto i loro figli riconosciuti come figli di due mamme o di due papa, rischiano di vedersi negato la carta di identità valida per l'estero. I genitori single non dovrebbero avere problemi, ma bisogna vedere come sarà intepretata la norma. Ecco, qualcosa di inaudito, ingiusto, illegale, incostituzionale" .
Un atto amministrativo, ricorda l'avvocato, non può contravvenire alle disposizioni di legge e alle sentenze dei Tribunali. E i tribunali dicono che quei bambini sono figli di due mamme o due padri. Se viola la legge puo essere annullato dal Tar perché discriminatorio, non rispetta la Ccostituzione. E sottolinea che è " una violazione gravissima del diritto all'identita dei bambini oltre ad impedire di eseguire sentenza passate in giudicato. Un assurdo giuridico".
Contraria anche la Cgil: "Questo provvedimento non solo cerca di precludere sviluppi futuri nel senso dell'ampliamento dei diritti familiari esistenti (a partire dalla nostra battaglia per la libera scelta del cognome dei e delle figlie) ma va a colpire con un'intollerabile discriminazione famiglie già esistenti e in particolare i bambini e le bambine figlie e figli di quei genitori. Siamo e saremo con tutti i mezzi a fianco delle famiglie, dei minori e di tutte le persone bersaglio di questa orrenda discriminazione e sosterremo con ogni mezzo la battaglia già annunciata di famiglie arcobaleno per chiedere ai tribunali amministrativi la cancellazione della nuova norma".
E dagli stessi esponenti del partito di governo, M5S, arrivano proteste:; "Ma voi avete una persona cara, una che vi sta davvero a cuore che è gay? Avete idea del percorso che ha dovuto fare per accettarsi e farsi accettare, le difficoltà? No? E allora immaginate un disagio, una esclusione che avete subito nella vostra vita, a scuola, sul lavoro o anche in famiglia, che non sia legata all'identità sessuale, e moltiplicatelo per cento. Sono cose da poco? Non fanno il governo del cambiamento?". Così Paola Nugnes, senatrice M5S dissidente, si esprime in un post su Fb sul ritorno della dicitura 'padre' e 'madre' sulla carta d'identità, voluto dal ministro dell'Interno Matteo Salvini.
"I figli dei gay non avranno la carta di identità" ricorsi e proteste delle regioni Dopo il decreto ministeriale che sui documenti dei minori al posto di genitore uno e due ripristina padre e madre, Famiglie Arcobaleno, Cgil, politici del M5S contestano la decisione del governo. Mentre il Piemonte si offre di pagare i procedimenti delle coppie di CATERINA PASOLINI
Perché il rischio è che i figli di coppie gay si vedano negata la carta di identità per l'espratrio, soprattutto quelli che hanno visto la loro origine riconsciuta da sentenze dei tribunali poi trascritte dall'anagrafe , oppure nel documento valido solo per l'Italia si ritrovino la famaiglia dimezzata, un solo genitore.
Spiega Marilena Grassadonia, Presidente delle Famiglie Arcobaleno: "Il decreto è palesemente illegittimo e discriminatorio perché non permette di far coincidere lo status documentale con quello legale dei bambini e delle bambine che già oggi – attraverso trascrizioni di atti esteri o che sono stati adottati dal compagno o dalla compagna del genitore biologico grazie all’art. 44, lett. d (adozione in casi particolari) – sono riconosciuti figli e figlie di due padri e due madri e di quelli che invece verranno riconosciuti in futuro".
Angelo Schillaci, avvocato e docente di diritto pubblico comparato alla Sapienza ha studiato il decreto ministeriale firmato da Salvini, ministro dell'Interno, Bongiorno, pubblica amministrazione e Tria , finanze. E per l'associazione Famiglie Arcobaleno studia ricorsi.
"il decreto ministeriale prevede infatti che per la carta di identità, non valida per l'espatrio, la richiesta la possa presentare un solo genitore, per andare all'estero invece padre e madre si devono presentare insieme. Difficile per una coppia gay... Non solo, i software dell'anagrafe ci risulta siano già stati modificati: non più genitore 1 e 2, ma padre e madre. Come potranno gli ufficiali giudiziari inserire due babbi, due mamme per quel ragazzino?. Non possono violare quello che è una norma e cosi saranno costretti a dire di no. Col risultato che un minore vedrà negata la sua identità, la sua storia, e proprio quelle che coppie che più hanno lottato nelle aule di giustizia, che alla fine con una sentenza hanno visto i loro figli riconosciuti come figli di due mamme o di due papa, rischiano di vedersi negato la carta di identità valida per l'estero. I genitori single non dovrebbero avere problemi, ma bisogna vedere come sarà intepretata la norma. Ecco, qualcosa di inaudito, ingiusto, illegale, incostituzionale" .
Un atto amministrativo, ricorda l'avvocato, non può contravvenire alle disposizioni di legge e alle sentenze dei Tribunali. E i tribunali dicono che quei bambini sono figli di due mamme o due padri. Se viola la legge puo essere annullato dal Tar perché discriminatorio, non rispetta la Ccostituzione. E sottolinea che è " una violazione gravissima del diritto all'identita dei bambini oltre ad impedire di eseguire sentenza passate in giudicato. Un assurdo giuridico".
Contraria anche la Cgil: "Questo provvedimento non solo cerca di precludere sviluppi futuri nel senso dell'ampliamento dei diritti familiari esistenti (a partire dalla nostra battaglia per la libera scelta del cognome dei e delle figlie) ma va a colpire con un'intollerabile discriminazione famiglie già esistenti e in particolare i bambini e le bambine figlie e figli di quei genitori. Siamo e saremo con tutti i mezzi a fianco delle famiglie, dei minori e di tutte le persone bersaglio di questa orrenda discriminazione e sosterremo con ogni mezzo la battaglia già annunciata di famiglie arcobaleno per chiedere ai tribunali amministrativi la cancellazione della nuova norma".
E dagli stessi esponenti del partito di governo, M5S, arrivano proteste:; "Ma voi avete una persona cara, una che vi sta davvero a cuore che è gay? Avete idea del percorso che ha dovuto fare per accettarsi e farsi accettare, le difficoltà? No? E allora immaginate un disagio, una esclusione che avete subito nella vostra vita, a scuola, sul lavoro o anche in famiglia, che non sia legata all'identità sessuale, e moltiplicatelo per cento. Sono cose da poco? Non fanno il governo del cambiamento?". Così Paola Nugnes, senatrice M5S dissidente, si esprime in un post su Fb sul ritorno della dicitura 'padre' e 'madre' sulla carta d'identità, voluto dal ministro dell'Interno Matteo Salvini.
"I figli dei gay non avranno la carta di identità" ricorsi e proteste delle regioni Dopo il decreto ministeriale che sui documenti dei minori al posto di genitore uno e due ripristina padre e madre, Famiglie Arcobaleno, Cgil, politici del M5S contestano la decisione del governo. Mentre il Piemonte si offre di pagare i procedimenti delle coppie di CATERINA PASOLINI
giovedì 4 aprile 2019
Tutti i ddl che vogliono limitare i diritti delle donne di CRISTINA OBBER
Oltre al 735 di Pillon sono stati presentati altri disegni di legge che vorrebbero riformare aborto e divorzio. Li abbiamo analizzati con Cristina Tropepi, avvocata familiarista.
Si parla molto del disegno di legge nr. 735 promosso dal senatore leghista Simone Pillon, contestatissimo in questi mesi sia fuori che dentro le istituzioni da chi si occupa di diritto di famiglia, di violenza sulle donne, di abusi sui minori, anche all’interno del mondo cattolico e cristiano. Ci sono, però, altri ddl presentati dall’inizio della legislatura di cui, nonostante non se ne sia parlato molto, che non solo fortificano gli obiettivi dell'iniziativa del senatore leghista, ma li ampliano fino ad arrivare a proporre quello che di fatto renderebbe l’aborto un reato punibile con il carcere come ci ha spiegato Cristina Tropepi, avvocata familiarista.
Quali sono i disegni di legge presentati nell’ultimo anno correlati alla riforma Pillon?
Sicuramente il 45, il 118 e il 768 ne supportano specificamente i contenuti. Il primo, firmato De Poli, Binetti e Saccone, dà la possibilità al genitore che viene condannato perchè fa mancare il necessario per vivere ai figli (reati ex art 570 c.p) o per maltrattamenti (ex art 572 c.p) di sostituire, nei casi meno gravi, la condanna alla detenzione con i lavori di pubblica utilità. Insieme alla norma del 735 che abolisce il reato di non pagamento dell’assegno di mantenimento ai figli (art 570 bis c.p.), questo disegno si inquadra in un generale progetto di affievolimento della tutela per i minori: le sanzioni penali sono eliminate o depotenziate e il genitore che non assolve i suoi doveri se la cava senza subire conseguenze o con poco disagio.
E il 768 che ha come prima firmataria Maria Alessandra Gallone di Forza Italia?
Impone tempi di permanenza paritari dei figli presso ciascun genitore, mantenimento diretto e mediazione obbligatoria, come il ddl Pillon. In più prevede che il giudice possa escludere l'affidamento del figlio a uno dei due genitori solo in casi tassativamente previsti: cioè in presenza di violenze e maltrattamenti nei confronti dei minori o dell'altro genitore oppure quando, con manipolazioni psichiche, induca nei figli il rifiuto dell'altro genitore, facendo riferimento all’alienazione parentale.
Si toglie al giudice il potere di giudicare caso per caso?
Sì, la norma gli impone di optare per l'affido paritario, salvo le due eccezioni previste, anche una scelta di questo tipo non tiene conto delle diverse esigenze e i tempi di crescita dei minore. Senza dimenticare che mette sullo stesso piano maltrattamenti e la controversa alienazione genitoriale.
Quindi si inserisce in quella visione «adultocentrica» tanto criticata del ddl Pillon.
Certo. L’interesse del figlio soccombe davanti alle esigenze e decisioni del genitore. Questo viola il principio, consolidato a livello internazionale del 'best interest of the child' secondo cui chi si occupa di minori, sia esso legislatore o magistrato, deve tenere prioritariamente in considerazione l’interesse dei bambini coinvolti, anche a scapito delle rivendicazioni dei padri e madri.
«L’interesse del figlio soccombe davanti alle esigenze e decisioni del genitore».
Passiamo quindi al 118 di Antonio De Poli sempre in quota Forza Italia.
Questo ddl introduce la mediazione obbligatoria, a pagamento, finalizzata alla riconciliazione dei coniugi, che di fatto costringe chi non può permettersi tali spese a rinunciare forzatamente alla separazione. Se teniamo conto che oltre l’80% delle separazioni è d’iniziativa femminile e che, in genere, il coniuge economicamente più debole è la moglie, si comprende come questi disegni di legge siano interpretabili come un’iniziativa che intende colpire i diritti e la dignità delle donne.
A proposito di dignità delle donne, un ddl che fa discutere perchè riguarda l’aborto è il ddl 950 proposto da Maurizio Gasparri, sempre del partito di Berlusconi. Può chiarirci che cosa significa per il diritto?
Propone la riforma dell’articolo 1 del codice civile, riconoscendo la capacità giuridica al feto. Secondo la legge attualmente in vigore il nascituro non è titolare di diritti e doveri in senso pieno, ma ha una legittima aspettativa a vedersi riconosciuti questi diritti, quando nascerà. Pertanto, durante la gestazione, il feto è tutelato dalla legge, in vista della nascita. Il problema si pone principalmente quando la protezione dell’embrione si scontra con altri diritti fondamentali, in particolare con il diritto alla vita della madre. L’importantissima sentenza della Corte Costituzionale numero 27 del 18 febbraio 1975 ha affermato infatti che la tutela del nascituro è prevista dalla Costituzione negli articoli 2 e 31, ma anche che il diritto a nascere soccombe davanti al diritto alla vita della mamma, che prevale giacché «persona già nata» a fronte di chi deve ancora nascere.
Che cosa accadrebbe quindi se questo disegno di legge fosse approvato?
Potrebbe essere messo in discussione il diritto all’aborto, anche in caso di pericolo di vita per la gestante, poiché in quel caso il diritto alla vita del feto avrebbe pari tutela rispetto a quello della madre e quindi l’interruzione della gravidanza sarebbe equiparata all’omicidio volontario. Non solo, potrebbe essere considerata reato (tentativo di lesioni colpose) la condotta della donna che durante la gravidanza possa danneggiare il nascituro, come bere alcolici, fumare, svolgere lavori pesanti. Si potrebbero intentare cause di risarcimento nei confronti di donne che durante la gestazione hanno hanno avuto un incidente domestico o stradale dovuto a loro imprudenza. Paradossalmente la vita delle cittadine sarebbe posta sotto vincolo anche prima della stessa fecondazione: si configurerebbe un danno al feto anche in carico alla madre che rimane incinta pur sapendo di avere una patologia, genetica o acquisita, che può danneggiarlo.
Su questo si basa anche la nuova proposta di legge della Lega firmata dal fedelissimo del ministro Fontana, Alberto Stefani, che di fatto vuole vietare alle donne di interrompere una gravidanza per gravi malformazioni del feto.
Sì. Rendere adottabile il concepito sembra voler incidere sulla libertà della donna di scegliere liberamente se interrompere la gravidanza: la premessa è naturalmente che il concepito ha piena soggettività, quindi gli stessi diritti dell’individuo già nato. Le coppie disposte ad adottarlo possono dichiarare di dare la propria disponibilità anche in caso di gravi patologie o malformazioni del feto. A questo punto la madre che decide di abortire si scontra con il diritto del feto alla vita, che non può essere messo in discussione da valutazioni sulla qualità dell’esistenza del bambino, che comunque godrà dell’affetto della famiglia adottante anche in caso di gravi malformazioni. In caso di aborto, anche il diritto della coppia adottante a vedere realizzato il proprio desiderio di genitorialità sarebbe violato. Da qui a dichiarare illegittima l’interruzione di gravidanza in caso di adottabilità del feto, anche qualora fosse malformato, il passo è breve. Pertanto, anche se formalmente la 194 non viene messa in discussione, si pongono tali e tanti ostacoli al diritto di autodeterminazione della donna, che di fatto sarà molto difficile da esercitare.
Quali potrebbero essere le altre implicazioni del riconoscimento dell’embrione come persona?
In termini pratici uno potrebbe essere che coloro che stanno valutando se tenere il bambino oppure no si sottrarrebbero ai controlli sanitari per evitare poi, in caso di aborto, di essere individuate e incriminate. Ciò condurrebbe a un proliferare di danni alla salute delle donne e dei loro bambini, per mancanza di adeguate cure mediche, nonchè di aborti clandestini, una piaga che si pensava di aver debellato da decenni.
https://www.letteradonna.it/it/articoli/conversazioni/2019/03/27/ddl-pillon-aborto-e-divorzio/27957/?fbclid=IwAR0mlJBwC9yurf-Zk-j8YRoLKaIU6L29x0U8gVG3GmxHsnOK_aFFL6Aw2dI
Si parla molto del disegno di legge nr. 735 promosso dal senatore leghista Simone Pillon, contestatissimo in questi mesi sia fuori che dentro le istituzioni da chi si occupa di diritto di famiglia, di violenza sulle donne, di abusi sui minori, anche all’interno del mondo cattolico e cristiano. Ci sono, però, altri ddl presentati dall’inizio della legislatura di cui, nonostante non se ne sia parlato molto, che non solo fortificano gli obiettivi dell'iniziativa del senatore leghista, ma li ampliano fino ad arrivare a proporre quello che di fatto renderebbe l’aborto un reato punibile con il carcere come ci ha spiegato Cristina Tropepi, avvocata familiarista.
Quali sono i disegni di legge presentati nell’ultimo anno correlati alla riforma Pillon?
Sicuramente il 45, il 118 e il 768 ne supportano specificamente i contenuti. Il primo, firmato De Poli, Binetti e Saccone, dà la possibilità al genitore che viene condannato perchè fa mancare il necessario per vivere ai figli (reati ex art 570 c.p) o per maltrattamenti (ex art 572 c.p) di sostituire, nei casi meno gravi, la condanna alla detenzione con i lavori di pubblica utilità. Insieme alla norma del 735 che abolisce il reato di non pagamento dell’assegno di mantenimento ai figli (art 570 bis c.p.), questo disegno si inquadra in un generale progetto di affievolimento della tutela per i minori: le sanzioni penali sono eliminate o depotenziate e il genitore che non assolve i suoi doveri se la cava senza subire conseguenze o con poco disagio.
E il 768 che ha come prima firmataria Maria Alessandra Gallone di Forza Italia?
Impone tempi di permanenza paritari dei figli presso ciascun genitore, mantenimento diretto e mediazione obbligatoria, come il ddl Pillon. In più prevede che il giudice possa escludere l'affidamento del figlio a uno dei due genitori solo in casi tassativamente previsti: cioè in presenza di violenze e maltrattamenti nei confronti dei minori o dell'altro genitore oppure quando, con manipolazioni psichiche, induca nei figli il rifiuto dell'altro genitore, facendo riferimento all’alienazione parentale.
Si toglie al giudice il potere di giudicare caso per caso?
Sì, la norma gli impone di optare per l'affido paritario, salvo le due eccezioni previste, anche una scelta di questo tipo non tiene conto delle diverse esigenze e i tempi di crescita dei minore. Senza dimenticare che mette sullo stesso piano maltrattamenti e la controversa alienazione genitoriale.
Quindi si inserisce in quella visione «adultocentrica» tanto criticata del ddl Pillon.
Certo. L’interesse del figlio soccombe davanti alle esigenze e decisioni del genitore. Questo viola il principio, consolidato a livello internazionale del 'best interest of the child' secondo cui chi si occupa di minori, sia esso legislatore o magistrato, deve tenere prioritariamente in considerazione l’interesse dei bambini coinvolti, anche a scapito delle rivendicazioni dei padri e madri.
«L’interesse del figlio soccombe davanti alle esigenze e decisioni del genitore».
Passiamo quindi al 118 di Antonio De Poli sempre in quota Forza Italia.
Questo ddl introduce la mediazione obbligatoria, a pagamento, finalizzata alla riconciliazione dei coniugi, che di fatto costringe chi non può permettersi tali spese a rinunciare forzatamente alla separazione. Se teniamo conto che oltre l’80% delle separazioni è d’iniziativa femminile e che, in genere, il coniuge economicamente più debole è la moglie, si comprende come questi disegni di legge siano interpretabili come un’iniziativa che intende colpire i diritti e la dignità delle donne.
A proposito di dignità delle donne, un ddl che fa discutere perchè riguarda l’aborto è il ddl 950 proposto da Maurizio Gasparri, sempre del partito di Berlusconi. Può chiarirci che cosa significa per il diritto?
Propone la riforma dell’articolo 1 del codice civile, riconoscendo la capacità giuridica al feto. Secondo la legge attualmente in vigore il nascituro non è titolare di diritti e doveri in senso pieno, ma ha una legittima aspettativa a vedersi riconosciuti questi diritti, quando nascerà. Pertanto, durante la gestazione, il feto è tutelato dalla legge, in vista della nascita. Il problema si pone principalmente quando la protezione dell’embrione si scontra con altri diritti fondamentali, in particolare con il diritto alla vita della madre. L’importantissima sentenza della Corte Costituzionale numero 27 del 18 febbraio 1975 ha affermato infatti che la tutela del nascituro è prevista dalla Costituzione negli articoli 2 e 31, ma anche che il diritto a nascere soccombe davanti al diritto alla vita della mamma, che prevale giacché «persona già nata» a fronte di chi deve ancora nascere.
Che cosa accadrebbe quindi se questo disegno di legge fosse approvato?
Potrebbe essere messo in discussione il diritto all’aborto, anche in caso di pericolo di vita per la gestante, poiché in quel caso il diritto alla vita del feto avrebbe pari tutela rispetto a quello della madre e quindi l’interruzione della gravidanza sarebbe equiparata all’omicidio volontario. Non solo, potrebbe essere considerata reato (tentativo di lesioni colpose) la condotta della donna che durante la gravidanza possa danneggiare il nascituro, come bere alcolici, fumare, svolgere lavori pesanti. Si potrebbero intentare cause di risarcimento nei confronti di donne che durante la gestazione hanno hanno avuto un incidente domestico o stradale dovuto a loro imprudenza. Paradossalmente la vita delle cittadine sarebbe posta sotto vincolo anche prima della stessa fecondazione: si configurerebbe un danno al feto anche in carico alla madre che rimane incinta pur sapendo di avere una patologia, genetica o acquisita, che può danneggiarlo.
Su questo si basa anche la nuova proposta di legge della Lega firmata dal fedelissimo del ministro Fontana, Alberto Stefani, che di fatto vuole vietare alle donne di interrompere una gravidanza per gravi malformazioni del feto.
Sì. Rendere adottabile il concepito sembra voler incidere sulla libertà della donna di scegliere liberamente se interrompere la gravidanza: la premessa è naturalmente che il concepito ha piena soggettività, quindi gli stessi diritti dell’individuo già nato. Le coppie disposte ad adottarlo possono dichiarare di dare la propria disponibilità anche in caso di gravi patologie o malformazioni del feto. A questo punto la madre che decide di abortire si scontra con il diritto del feto alla vita, che non può essere messo in discussione da valutazioni sulla qualità dell’esistenza del bambino, che comunque godrà dell’affetto della famiglia adottante anche in caso di gravi malformazioni. In caso di aborto, anche il diritto della coppia adottante a vedere realizzato il proprio desiderio di genitorialità sarebbe violato. Da qui a dichiarare illegittima l’interruzione di gravidanza in caso di adottabilità del feto, anche qualora fosse malformato, il passo è breve. Pertanto, anche se formalmente la 194 non viene messa in discussione, si pongono tali e tanti ostacoli al diritto di autodeterminazione della donna, che di fatto sarà molto difficile da esercitare.
Quali potrebbero essere le altre implicazioni del riconoscimento dell’embrione come persona?
In termini pratici uno potrebbe essere che coloro che stanno valutando se tenere il bambino oppure no si sottrarrebbero ai controlli sanitari per evitare poi, in caso di aborto, di essere individuate e incriminate. Ciò condurrebbe a un proliferare di danni alla salute delle donne e dei loro bambini, per mancanza di adeguate cure mediche, nonchè di aborti clandestini, una piaga che si pensava di aver debellato da decenni.
https://www.letteradonna.it/it/articoli/conversazioni/2019/03/27/ddl-pillon-aborto-e-divorzio/27957/?fbclid=IwAR0mlJBwC9yurf-Zk-j8YRoLKaIU6L29x0U8gVG3GmxHsnOK_aFFL6Aw2dI
mercoledì 3 aprile 2019
Africa, il saccheggio continua...Lunedì 8 aprile 2019 ore 21 Oratorio S.Luigi Corsico
Continua il nostro viaggio nel complesso mondo delle migrazioni, tema centrale di un dibattito che si aggroviglia sempre più ed in cui vogliamo tentare di portare chiarezza.
In occasione della serata dell'8 aprile, faremo un viaggio virtuale in Africa, mettendo sotto la lente le questioni ambientali legate al consumo e al sovrasfruttamento delle risorse naturali, cause di antiche e nuove migrazioni
martedì 2 aprile 2019
lunedì 1 aprile 2019
“NON TRATTIAMO ‘BUONE USCITE’: IL DDL PILLON E I SUOI CORRELATI VANNO RITIRATI” UDI - Unione Donne in Italia
UDI - Unione Donne in Italia
“NON TRATTIAMO ‘BUONE USCITE’: IL DDL PILLON E I SUOI CORRELATI VANNO RITIRATI”
Alla luce delle dichiarazioni del Sottosegretario Spadafora, secondo il quale il Ddl Pillon è “archiviato”, ribadiamo che questa soluzione non soddisfa in alcun modo le richieste che le associazioni e i movimenti stanno sostenendo attraverso le mobilitazioni e i presidi in corso.
“Archiviare” un disegno di legge di cui nulla può essere salvato, e la stessa cosa vale per i suoi correlati, vuol dire mantenere il Ddl Pillon tra i disegni di legge depositati, facendone materia acquisita da cui è possibile attingere in successive costruzioni di testi di legge.
Tutto questo per noi è e sarà sempre inaccettabile. La mobilitazione continua.
Il disegno di legge Pillon va ritirato e con esso i suoi correlati.
Non siamo disposte ad alcuna pericolosa “buona uscita” che presti poi il fianco alla acquisizione di anche solo un articolo del Ddl Pillon o degli altri Ddl attualmente in discussione in Commissione Giustizia al Senato.
Dopo le 150 mila persone di Verona, non interromperemo le mobilitazioni e i presidi di protesta in tutta Italia, fino al completo ritiro di quello che è un attacco inaccettabile ai diritti di tutti, a cominciare dalle donne e dai minori.
“NON TRATTIAMO ‘BUONE USCITE’: IL DDL PILLON E I SUOI CORRELATI VANNO RITIRATI”
Alla luce delle dichiarazioni del Sottosegretario Spadafora, secondo il quale il Ddl Pillon è “archiviato”, ribadiamo che questa soluzione non soddisfa in alcun modo le richieste che le associazioni e i movimenti stanno sostenendo attraverso le mobilitazioni e i presidi in corso.
“Archiviare” un disegno di legge di cui nulla può essere salvato, e la stessa cosa vale per i suoi correlati, vuol dire mantenere il Ddl Pillon tra i disegni di legge depositati, facendone materia acquisita da cui è possibile attingere in successive costruzioni di testi di legge.
Tutto questo per noi è e sarà sempre inaccettabile. La mobilitazione continua.
Il disegno di legge Pillon va ritirato e con esso i suoi correlati.
Non siamo disposte ad alcuna pericolosa “buona uscita” che presti poi il fianco alla acquisizione di anche solo un articolo del Ddl Pillon o degli altri Ddl attualmente in discussione in Commissione Giustizia al Senato.
Dopo le 150 mila persone di Verona, non interromperemo le mobilitazioni e i presidi di protesta in tutta Italia, fino al completo ritiro di quello che è un attacco inaccettabile ai diritti di tutti, a cominciare dalle donne e dai minori.
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| anche per questo eccoci a Verona |
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