sabato 13 settembre 2014

La Chiesa patriarcale e il femminismo Stefania Friggeri

Francesco, le riforme avviate e quelle impossibili. Le teologhe cattoliche non si accontentano delle itenzioni. E delle belle parole
Gli ammiratori più entusiasti, se non fanatici, di papa Francesco possono acquistare un’esile rivista intitolata “Il mio Papa” interamente dedicata alla sua persona: raccoglie frammenti biografici da parenti, amici o conoscenti, intervista coloro che hanno avuto occasione di incontrarlo per i motivi più diversi, e riveste ogni fatto o testimonianza di un calore agiografico che conferma il lettore nella sensazione che papa Francesco, come Gesù, vuole vivere intera la sua umanità, vuole camminare insieme alla gente ed ascoltarla. L’ubriacatura mediatica è così contagiosa che la frase “chi sono io per giudicare?” riferita ai gay, o quell’altra con cui ha espresso alle donne che hanno abortito la sua vicinanza umana, vengono interpretate come segnali prodromici di una rivoluzione culturale della dottrina della Chiesa cattolica. E in verità Bergoglio già procede sulla strada delle riforme (lo IOR, la Curia, la CEI), ma una rivoluzione potrà realizzarsi solo se nel mondo teologico della tradizione, monolitico maschile gerarchico, sarà accolto il seme della sapienza femminile. Che però ancora oggi non trova accoglienza, se non attraverso parole generiche di elogio. Le teologhe cattoliche invece chiedono un chiaro riconoscimento della loro creatività, né si accontentano dell’intenzione papale di “lavorare più duramente per sviluppare una profonda teologia della donna”: sia perché non vogliono essere escluse, o lasciate ai margini, da questa elaborazione, sia perché chiedono venga riconosciuto il lavoro di ricerca da cui, ispirandosi ai tratti peculiari della loro identità femminile, hanno elaborato nuovi e difformi modelli di spiritualità. Modelli che però sono rimasti oscurati o inespressi, schiacciati dalla cultura tipica di una società patriarcale da cui era influenzata la stessa interpretazione dei testi sacri; testi che le teologhe hanno preso in mano, traendo da essi, nel rifiuto di una cultura androcentrica, letture e commenti di orientamento diverso (espressione della loro molteplicità culturale), ma tutti accomunati dalla fede in un Dio che ama: non un Dio maschio, potente e signore, ma un Dio d’amore, un Dio femminile che, come la madre che dà la vita, chiede reciprocità, ama e vuole essere amato.
Dunque a cinquanta anni dal Concilio Vaticano II che ha aperto alle donne la facoltà di accedere, sia come allieve che come insegnanti, alla facoltà di teologia, le donne, impegnate nella ricerca del volto femminile di Dio, non si accontentano più degli elogi (vedi la “Mulieris Dignitatem” di Wojtyla) ma affermano con decisione che ormai è scoccata l’ora di parlare “con le donne”, non “delle donne”. Perché nel rifiuto di un modello ispirato dal turbamento che suscita la maternità, vincolo e destino di una condizione strettamente biologica, il pensiero femminile rivendica il diritto della donna a definire in prima persona la propria identità anche all’interno del percorso teologico. Una posizione, questa, rivoluzionaria per la Chiesa cattolica che infatti guarda al femminismo con sospetto, se non con riprovazione. Si legga il Documento preparatorio “Le sfide pastorali sulla famiglia” dove sono segnalate “le forme di femminismo ostile alla Chiesa”, oppure le parole di Ratzinger nella “Lettera ai vescovi”: “Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale.
In questo livellamento la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria.” Dunque già nel 2004 papa Ratzinger individuava nella “gender theory” “la minaccia alla pienezza dell’Umano” (C. Gentile) perché il termine gender appartiene ad una filosofia dove il sesso non è visto come un dato originario della natura, ma come un ruolo sociale che l’individuo riempie liberamente di senso. “Maschio e femmina Dio li creò” sono le parole della Genesi che la teoria del gender mette in discussione perché se l’essere umano non ha una natura precostituita dalla sua corporeità, decide lui stesso di crearla per sé: eterosessuale, omosessuale, transessuale…. Ma rivendicare al soggetto la libertà di definire in autonomia la propria identità, indipendentemente dall’ordine sociale culturale e religioso, vuol dire affilare un’arma contro la famiglia tradizionale e papa Francesco su questo tema, non meno che sul rinnovamento della Curia, dovrà affrontare grandi difficoltà. Nel 2010 infatti lui stesso, dalla cattedra del magistero vescovile, ha chiamato gli argentini a combattere una “guerra di Dio” contro la legge che avrebbe legalizzato le coppie gay, definite “un atto ispirato dall’invidia del diavolo”; e sempre in Argentina, riferendosi alla candidatura della Kirchner, ebbe a dire: “Le donne sono naturalmente inadatte ai compiti politici… le Scritture ci mostrano che le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, ma niente più di questo”. Inadatte alla politica, ammoniva ieri il vescovo Bergoglio, inadatte al sacerdozio, puntualizza oggi papa Francesco nell’ “Evangelii Gaudium”.
Eppure, anche se molte suore non vi aspirano affatto, pare venuto il tempo di discutere del sacerdozio femminile, anche perché non esistono ragioni né scritturali né teologiche contro l’ordinazione delle donne. E infatti Martha Heizer (cofondatrice e presidente di “Wir sind Kirche”, il movimento di base presente in molti paesi che si batte da tempo per riformare la Chiesa) già nel 2011 era stata richiamata perché insieme al marito Gerd officiava messa nella loro casa. La questione, ferma da tre anni, è sfociata recentemente nella scomunica. Martha ha risposto indignata: “Siamo stupiti e amareggiati dal fatto che la nostra attività rientri nella stessa categoria dei preti che commettono abusi sui minori. Anzi è ancora più grave che, a differenza di questi, a noi è arrivata una scomunica”. Il sacerdozio femminile appare dunque un traguardo assai difficile da raggiungere anche perché la storia ci insegna che “solo i santi si spogliano spontaneamente dei loro privilegi” (L. Muraro), e papa Francesco dovrebbe rompere una tradizione secolare da cui deriva che, negando alle donne le prerogative riservate ai consacrati, non è stato mai loro permesso di accedere ai ruoli di potere.


giovedì 11 settembre 2014

Le 18 invenzioni femminili che hanno cambiato la storia di Valentina Rorato

Le donne non possono solo cambiare la vita di un uomo, ma la storia dell’umanità con la loro intelligenza.
Le donne nella storia hanno portato grandi contributi.
Esistono 18 invenzioni che portano una firma femminile che hanno davvero cambiato la nostra esistenza.
Quali sono?
Se in macchina avete la fortuna di non patire freddo è grazie a Margaret A. Wilcox che nel 1893 ha inventato il primo riscaldamento. Per la casa, il riscaldamento centralizzato risale al 1919 e lo si deve a Alice Parker.
Il famosissimo gioco da tavolo Monopoly è stato creato nel 1904 da Elizabeth Magie: quante partite avete fatto senza saperlo?
Le donne mettono sempre la sicurezza al primo posto. E infatti è merito di Anna Connelly nel 1887 l’invenzione della scala anti-incendio e di Maria Beasely nel 1882 della zattera di salvataggio.
Farsi bucherellare non è il massimo, ma le iniezioni hanno salvato la vita a un sacco di persone. La siringa è stata creata nel 1899 da Letitia Geer.
Maria Telkes e l'architetto Eleonora Raymond hanno precorso i tempi nel 1947, costruendo la prima casa interamente riscaldata da energia solare.
Il chimico Stephanie Kwolek è l’inventrice del tessuto resistente anche alle fiamme, la fibra di Kevlar
Un altro settore che adoriamo è quello degli elettrodomestici. Sono stati inventati da donne il frigorifero moderno e la gelatiera, rispettivamente nel 1904 e nel 1843
Nel 1887 Josephine Cochrane ha dato il suo contributo con la lavastoviglie.
Se possiamo usare il computer non è merito si Steve Jobs, ma della moglie di Lord Byron, Ada Lovelace, che ha elaborato il primo algoritmo, mentre Grazia Murray Hopper ha prodotto il primo software.
La fibra ottica e tanti accessori utili nelle telecomunicazioni, come il fax e il telefono portatile, si devono a Shirley Jackson.
Le basi de wifi si devono a Hedy Lamarr, mentre nel 1969 Marie Van Brittan Brown ha messo la sua firma sul sistema di sicurezza di televisione a circuito chiuso.
Margaret Cavaliere ha brevettato una macchina per confezionare sacchetti di carta.
Infine, tra le invenzioni in rosa c’è bibita più amata dagli uomini: la birra.


mercoledì 10 settembre 2014

Caro Matteo, ho 31 anni, sono fidanzata e voglio sposarmi. Ma non posso di Martina Pennisi

Caro Matteo Renzi,

ho 31 anni e ho un problema. Anzi, avendone 31 e vivendo in Italia ne ho più di uno. Il mercato del lavoro caro Matteo, mi permetto di darti del tu visto l’approccio amichevole e giovanile che sfoggi, è quello che è ma, per fortuna, passione e voglia di fare mi hanno permesso di posizionarmi in modo decente. Sufficiente, diciamo. O meglio, vista la situazione dei miei coetanei, facciamo che non mi lamento. E non lo farei comunque in questo contesto perché il problema è un altro. Sono fidanzata, una cosa seria. Sai, Matteo, di questi tempi c’è quasi da vantarsene. Dicono che la mia generazione non abbia voglia di impegnarsi sentimentalmente (che sia l’instabilità professionale ad aver inquinato anche le questioni di cuore?). Io mi impegno, eccome: convivo da 3 anni, ho una relazione stabile da 5. Non starò ad annoiarti con il racconto di tutta la (bella) storia, ti basti sapere che andiamo a gonfie vele. Di quei rapporti che fai grandi progetti, sai?

La casa già ce l’abbiamo, grazie alla generazione precedente. Sogniamo una famiglia, un futuro insieme, viaggi, traguardi condivisi, ostacoli superati. Lo sogniamo nel tempo libero, quando ci incrociamo in casa tra turni e scadenze lavorative e nelle domeniche in cui abbiamo il privilegio di poltrire po’. Lo sogniamo quando vediamo i nostri amici, quelli che non hanno paura di impegnarsi, fare lo stesso. Mentre sfogliamo le liste nozze altrui o cerchiamo i vestiti per partecipare al loro grande giorno. Quando ascoltiamo il prete o l’ufficiale dello stato elencare i doveri dei coniugi e ci guardiamo, sorridendo, sapendo quanto siano impegnativi, nel bene e nel male. Partecipiamo con gioia, caro Matteo, a questi momenti e con la carica che ti cresce dentro sapendo che anche il nostro sta arrivando. Il momento di dire sì e iniziare un nuovo capitolo, con tutto l’entusiasmo e l’energia che serve per essere 30enni in questo paese senza pensare alla fuga un giorno sì e l’altro pure. Beh, non possiamo. La mia metà della mela è una donna, e lo sono anche io. Siamo ferme, impantanate, frustrate e in attesa di qualcosa di cui in campagna elettorale si è parlato chiaramente e a proposito del quale in questi mesi sono stati fatti solo accenni sporadici. Civil partnership alla tedesca le hai sempre chiamate, furbescamente attento a non scivolare sulla buccia di banana del termine ‘matrimonio’ e a tenere lontano le temute adozioni con un modello già utilizzato altrove. Il Pil ti ha aiutato a metterle da parte: potrei scrivere da sola i commenti di chi “sì certo, si potrebbe anche fare, ma le priorità sono altre”. Io non ho 40 anni ma non ne ho più 20 e, guarda un po’, è una mia priorità. Quanto lo è un futuro professionale stabile, perlomeno. Tu rimandi e intanto i tribunali ti ricordano che siamo già oltre, ci dobbiamo già occupare di famiglie vere e proprie. Arcobaleno, ma fantasma. Tu rimandi mentre il mondo intero galoppa; abbiamo tutti gli negli occhi il tweet di David Cameron di congratulazioni alle prime coppie gay a sposarsi nel Regno Unito.

martedì 9 settembre 2014

«Donne toste», la scrittura femminile oltre il rosa di Alessia Rastelli

Il precariato. 
Le mamme in carriera.
Le umiliazioni di una colf peruviana.

Non solo rosa, nella nuova antologia di racconti «Buon lavoro!», pubblicata da Emma Books, casa editrice femminile, solo digitale, del gruppo Bookrepublic. Al centro della raccolta è infatti il tema dell’occupazione, dal punto di vista di dodici diverse protagoniste donne.

«Con il nostro marchio pubblichiamo anche romanzi sentimentali ma la scrittura femminile non si riduce solo a quello» spiega Maria Paola Romeo, direttrice editoriale di Emma Books. «Le autrici spaziano tra generi diversi, dal giallo al racconto di viaggio – aggiunge -. E nel tempo hanno sfatato almeno due luoghi comuni sulle donne: che siano meno inclini alla tecnologia e che non sappiano fare rete».

Oltre a pubblicare solo in formato elettronico, infatti, Emma Books ha dato vita a una vivace community di scrittrici e lettrici raccolte attorno a un blog e agli account su Twitter e Facebook. «Nata tre anni fa, la casa editrice è cresciuta parallelamente a questa attività online, spesso diventata confronto e aiuto anche nella vita reale» racconta Romeo.

Che il genere femminile non sia così a disagio con il digitale era stato ribadito anche nel corso del convegno «Le donne preferiscono l’ebook?», organizzato a Roma dall’associazione delle imprenditrici Aidda.

 E la spinta a superare il sentimentalismo e gli stereotipi torna pure nella nuova collana «Donne toste», della casa editrice torinese Effatà. Una serie che raccoglie le biografie di alcune figure femminili esemplari per capacità e forza. Da Natalia Ginzburg a Rita Levi-Montalcini, fino alla ceca Milena Jesenská, intellettuale che visse un intenso legame con Franz Kafka, poi oppositrice del nazismo, deportata e uccisa nel campo di concentramento di Ravensbrück a causa della sua resistenza.

lunedì 8 settembre 2014

Educare alle differenze: Anarkikka e Stefania ci raccontano come cambiare il mondo

Le giornate di “Educare alle differenze” si avvicinano e noi continuiamo con le interviste a chi, come noi, parteciperà.
Conosciamo meglio una illustratrice già parecchio nota, soprattutto sul web. Si tratta di Stefania Spanò, in arte Anarkikka.
Con lei cogliamo l’occasione di parlare di comunicazione, satira e femminismo.
educare alle differenze
Come hai iniziato a fare l’illustratrice? Da che esigenza nascono i tuoi lavori?
Ho iniziato da giovanissima, poi ho ripreso quattro anni fa, per caso, con la sola voglia di raccontare quello che sentivo.
Come mai Stefania è diventata Anarkikka?
Stefania è diventata Anarkikka a sua insaputa! Probabilmente perchè Anarkikka è il mio modo di comunicare col mondo, il mio bisogno di non tacere, di partecipare, di esserci, con gli strumenti in mio possesso.
Come ci descriveresti il tuo personaggio?
Lei è piena di voglia di vivere, piena di energia, a volte arrabbiata, ma senza mai perdere la speranza.
Ci crede. Sempre, a dispetto di tutto. Crede ancora che possiamo cambiare il mondo. Come me.
Oggi che il femminismo ha tanti volti diversi e tante questioni aperte, che femminista è Anarkikka?
E’ difficile incasellare Anarkikka. ci sta un po’ stretta nelle definizioni, di qualsiasi genere. Quindi non so dirti che tipo di femminista sia… potrei provare a dire che tipo di donna è. Curiosa, determinata, rispettosa della propria e altrui libertà, che prova a urlare la propria rabbia per le discriminazioni, le ingiustizie, i diritti negati, la violenza.
Tutte cose che vedono spesso le donne come le più colpite. Anche in Paesi che si considerano civili, come il nostro, dove ancora poche sono le iniziative volte a dare un serio scossone ad una cultura maschilista in cui siamo tutt* immers* e di cui subiamo tutt* le conseguenze, spesso drammatiche.anarkikka 2
La comunicazione attenta al genere è molto rara in Italia. Pensiamo anche solo a come vengono riportate le notizie dei femminicidi o di violenza sulle donne. Come pensi si possa migliorare l’approccio dei media alle tematiche di genere?
Bisognerebbe che tutt* ci assumessimo la responsabilità di cambiare il linguaggio utilizzato nel raccontare l’assassinio di una donna! E in questo i media hanno una responsabilità grande. Il linguaggio è parte integrante di ogni cultura, e cambiare linguaggio è la base per il cambiamento. Come raccontiamo le cose, cambia le cose. Le parole hanno un peso. E quando le utilizzano le persone che hanno, o che dovrebbero avere consapevolezza del messaggio, il peso aumenta.
Il tuo è anche un lavoro di satira sociale, un genere molto incisivo, ma spesso controverso. La totale assenza di satira in Italia in questo momento è sintomo di un problema comunicativo/politico?
Credo che in italia più che assenza di satira, ci sia assenza di certezze, ma anche di domande, di dubbi. Può sembrare contraddittorio, ma il problema è che c’è un totale sbandamento, e che le piccole certezze che acquisiamo, non siamo disposti a metterle in discussione.
Per fare satira, ironia, bisogna innanzitutto saper accettare i propri limiti, sapendo che questa è la tua forza. Quindi prima che essere un problema politico, è comunicativo. Che poi diventa politico!
Quali sono le migliori iniziative comunicative che ricordi degli ultimi anni, sui temi di genere?
Una che ricordo al volo, è un video: “Per il diritto all’indifferenza”. Uno spot contro l’omofobia realizzato dall’Ilga, in portogallo. In generale, però, non ricordo nulla di particolarmente incisivo, anche perché la maggior parte di queste iniziative, passano troppo spesso in silenzio.
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Perchè hai deciso di partecipare a “Educare alle differenze”? Cosa ti aspetti da queste due giornate?
Spero che siano un occasione di confronto, quanto più ampio possibile. Educare alle differenze, ma in generale “educare”, è la sola risposta ai molti problemi. E bisogna partire da lì, dai più piccoli, e cominciare a raccontargli storie “differenti”. Perché la storia non è affatto sempre la stessa! Ma tutte le storie hanno pari dignità.
Quindi, secondo te, educare alle differenze è educare alla parità e all’uguaglianza?
Come ho detto prima, la storia, le persone, sono tutt* differenti, ma tutt* uguali difronte ai diritti, alla propria libertà.
E’ semplice, ma lo si complica.
Perché gli uomini, ad esempio, non temono tanto la tua libertà, quanto la propria. E se tu rivendichi la tua, li destabilizzi.
Perché essere liberi prevede un grande senso di responsabilità.
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Le interviste precedentiAct – agire con il teatro
Mamme online – casa editrice
Pisacane 0-11 – associazione di genitori
AIED – sessualità libera e consapevole

Cuntala – giochi senza stereotipi

sabato 6 settembre 2014

Jacqueline Risset, la Commedia ha uno charme francese

Addio alla studiosa di Dante Alighieri Jacqueline Risset. Tradusse integralmente il grande poema, riuscendo nella sfida estrema
Di Jac­que­line Ris­set che così improv­vi­sa­mente se ne è andata, che non si incon­trerà più né casual­mente dalle parti di piazza Vit­to­rio né la dome­nica mat­tina alle let­ture dan­te­sche della Casa di Dante a Tra­ste­vere, di cui era assi­dua e fedele fre­quen­ta­trice, ven­gono subito in mente le fol­go­ranti appa­ri­zioni nella Roma intorno al ’68, quando era appro­data qui col suo fascino biondo, con quella sua per­so­nale bel­lezza da cui spri­gio­nava l’aria insieme com­plice e miste­riosa di quella cul­tura fran­cese che allora sen­ti­vamo così essen­ziale, che ci apriva nuovi ter­ri­tori, ci invi­tava ad una cri­tica radi­cale, a nuove con­fi­gu­ra­zioni dell’esperienza, ad una libe­ra­zione della vita, della parola, della scrit­tura.
Con lei veniva in Ita­lia Tel quel, si per­ce­piva la forza rove­sciante dell’écri­ture, si incar­na­vano in sca­te­nata vita­lità i richiami della dif­fe­renza, dell’incon­scio come lin­guag­gio, tra Lacan, Bataille, Der­rida, Bar­thes, quelle teo­rie e quelle pra­ti­che che allora ci cat­tu­ra­vano e coin­vol­ge­vano. C’era il cari­sma della teo­ria, dello scavo del signi­fi­cante, anche di una poe­sia che ten­deva a dislo­care l’esperienza, ad aprire var­chi e béan­ces nella parola, a rivol­gersi verso l’impronunciabile Autre,tra gelide vibra­zioni mal­lar­méane e accese piro­tec­nie sur­rea­li­ste.
Con l’invadente splen­dore della Fran­cia strut­tu­ra­li­sta e poststrut­tu­ra­li­sta quella donna bel­lis­sima venuta dalla Parigi di Tel quel por­tava la pas­sione per il petrar­chi­smo fran­cese e per la let­te­ra­tura medie­vale, con una dispo­ni­bi­lità a cogliere le pie­ghe più interne, le ambi­guità nasco­ste den­tro le forme liri­che più codi­fi­cate e più pre­zio­sa­mente levi­gate. Poi, in un rapido vol­gere di anni, l’attenzione alla poe­sia rina­sci­men­tale e medie­vale la por­tava ad incon­trare, nel mezzo del cam­min della sua vita, pro­prio quello che doveva diven­tare in ogni senso suo mae­stro e suo autore, per lei fran­cese il più ita­liano di tutti, Dante Ali­ghieri.
Come appas­sio­nata let­trice e stu­diosa, Jac­que­line si è mossa con ecce­zio­nale discre­zione cri­tica (lon­ta­nis­sima dagli arzi­go­goli ecces­sivi di tanta cri­tica ame­ri­cana) verso una let­tura «laica» della Com­me­dia, rivolta a per­ce­pirne la forza lace­rante, l’assolutezza di quella scrit­tura capace di attra­ver­sare ogni limite, di porsi in ogni momento come fon­da­trice di se stessa, rivolta a vita­liz­zare all’estremo ogni parola, tra­sci­nando ogni forma entro il fer­reo e avvol­gente movi­mento delle ter­zine.
Pro­prio il fascino del mondo dan­te­sco, della sua impla­ca­bile den­sità, e di quella scrit­tura mag­ma­tica e impe­riosa, l’ha por­tata alla grande sfida, per­fet­ta­mente riu­scita, della tra­du­zione inte­grale del grande poema: è stata lei, venuta dalla Fran­cia in Ita­lia, a inse­gnare let­te­ra­tura fran­cese nell’università ita­liana, a ripor­tare Dante, in forma nuova e splen­dente, in Fran­cia e nella lin­gua fran­cese, vol­gendo quella lin­gua della clarté verso una diretta com­pren­sione del testo della Com­me­dia (con una chia­rezza che tal­volta rie­sce a scio­gliere nodi oscuri e dif­fi­coltà inter­pre­ta­tive di dif­fi­cili passi), ma nello stesso tempo pun­tando sulla sua forza espres­siva, sca­vando nelle sue pie­ghe più aspre, più vor­ti­cose o più acce­canti, evi­tando ogni incon­grua razio­na­liz­za­zione.
Un Dante per una let­tura moderna (come deve essere per ogni vera tra­du­zione), il Dante oggi impre­scin­di­bile per i let­tori fran­co­foni. A dar loro que­sto Dante è stata que­sta intel­let­tuale sem­pre pro­iet­tata in un oriz­zonte moderno, che ha sem­pre con­ti­nuato a cre­dere nel legame tra let­te­ra­tura e moder­nità, entro la più laica e spre­giu­di­cata tra­di­zione della sini­stra: nella piena con­vin­zione della totale soli­da­rietà tra cul­tura ita­liana e fran­cese, nella ten­sione verso un’Europa della libertà, della giu­sti­zia, della vigile ten­sione cri­tica, con­tro i miti pede­stri e le equi­vo­che deco­stru­zioni che ci asse­diano da tutte le parti.
Ricordo certi vita­lis­simi scambi di bat­tute con lei, certa sua indi­gna­zione per la buro­cra­tiz­za­zione e l’impoverimento dell’università, certe scon­so­late rifles­sioni sull’evaporazione della sini­stra, sulla con­fu­sione poli­tica del nostro paese e dell’Europa. Pen­sando anche agli sde­gni di Dante, di quel suo Dante che Jac­que­line ha saputo far par­lare così inten­sa­mente in quell’altra lin­gua che è come se fosse la sua.


venerdì 5 settembre 2014

I libri più influenti scritti da donne

Li hanno scelti i lettori del Baileys Women's Prize for Fiction, il primo è “Il buio oltre la siepe”
Il Baileys women's prize for fiction è un premio letterario organizzato dalla marca di liquori irlandesi e uno dei più importanti premi letterari britannici. Dal 1996 premia le migliori scrittrici del mondo e tra le vincitrici delle edizioni passate ci sono romanziere come Zadie Smith, Chimamanda Ngozi Adichie e A.M. Homes. La vincitrice dell'edizione 2014 del premio è Eimear McBride, con il libro A Girl Is a Half-formed Thing, ancora inedito in Italia.
Quest'anno, oltre a premiare la migliore scrittrice, il premio ha anche lanciato una domanda fra i propri lettori (e tra tutti i lettori): «quale è il romanzo, scritto da una donna, che ha avuto il maggiore impatto sulle vostre vite?». Migliaia di persone hanno risposto e il 20 luglio sono stati pubblicati i risultati. E in cima alla classifica c'è Il buio oltre la siepe di Harper Lee, pubblicato nel 1960 e premio Pulitzer. Una delle giurate del Women's prize for fiction, Shami Chakrabarti, parla del libro di Lee come «una bellissima, commovente e a tratti tragica lotta per la giustizia. Giustizia razziale e giustizia individuale in tribunale. È anche una storia sull'essere genitori e sui bambini, e sul cercare di stare uniti come esseri umani della nostra società».
Tra i libri scelti ci sono moltissimi classici della letteratura, come Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen e Via col vento di Margaret Mitchell, ma c'è spazio anche per alcune scrittrici contemporanee: la saga di Harry Potter di J.K. Rowling è al quarto posto, il romanzo fantastico La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger è al quindicesimo e l'autobiografia della poetessa Maya Angelou, morta lo scorso 28 maggio, è al diciassettesimo. Qui sotto la lista completa dei libri scelti dai lettori, mentre sul sito thisbook.com trovate molte interviste a scrittrici e ex-vincitrici del Women's prize for fiction che raccontano quale libro scritto da una donna le ha più influenzate.

1) Il buio oltre la siepe di Harper Lee
2) Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood
3) Jane Eyre di Charlotte Brontë
4) La saga di Harry Potter di J.K. Rowling
5) Cime tempestose di Emily Brontë
6) Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen
7) Rebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier
8) Piccole donne di Louisa May Alcott
9) Dio di illusioni di Donna Tartt
10) Ho un castello nel cuore di Dodie Smith
11) La campana di vetro di Sylvia Plath
12) Amatissima di Toni Morrison
13) Via col vento di Margaret Mitchell
14) …e ora parliamo di Kevin di Lionel Shriver
15) La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger
16) Middlemarch di George Eliot (pseudonimo di Marie Anne Evans)
17) Il canto del silenzio di Maya Angelou
18) Il taccuino d'oro di Doris Lessing
19) Il colore viola di Alice Walker

20) Donne di Marilyn French