venerdì 8 luglio 2016

L’importanza di dire sindaca di Massimo Lizzi

Gentile Barbara Spinelli. Ma davvero il problema è di dire avvocata invece che avvocato? Sindaca invece che sindaco? Io sono un persono abbastanza concreto, non sono certo un idealisto, ma questa cosa della a e della o, non è un po’ una stronzata? Io credo che tutte le persone e i personi di buon senso capiscano che se Maria è sindaco non è che ha cambiato sesso. E adesso magari mi diran che sono maschilisto.
Natalino Balasso – 21 giugno 2016

Più di uno ha il problema molto importante di stabilire che sia un problema poco importante la declinazione al femminile delle cariche pubbliche e delle professioni di prestigio, quando ricoperte da una donna. Secondo lui, il maschile, finché d’uso abituale, può andar bene per tutti (inclusivo di tutte). Pensarla in modo diverso, dirlo e scriverlo, significa fare una crociata. A cui, pare, occorre rispondere con una controcrociata.

Poiché sono un uomo, qualsiasi ruolo abbia interpretato, sono sempre stato chiamato con il genere che mi corrisponde. In questo modo, ho sempre visto e sentito chiamare gli altri uomini, miei simili. Inoltre, nella storia e nella contemporaneità, la mia soggettività, quella maschile, non è mai stata negata. Anzi, essa ha sempre preteso, e tuttora pretende, di essere neutra, universale e inclusiva della soggettività del sesso opposto. Di un uomo importante si può capire e nominare il genere sessuale. Di una donna importante, basta capirlo, ma non lo si può nominare altrimenti suona strano, forzato, cacofonico, ridicolo. Così, per me personalmente, la declinazione al femminile dei ruoli di potere non è un problema. Tuttavia da questa posizione sarei imbarazzato nel voler spiegare ad una donna, un’avvocata, una femminista, quali devono essere suoi problemi importanti, le sue priorità, il suo buon senso. Magari lei sa cogliere il nesso tra un problema e l’altro (specie quando sono i suoi) meglio di quanto sappia fare io.

Un problema, in effetti, lo può diventare, se presto attenzione alle regole grammaticali, per amore della lingua italiana; e lo diventa se presto attenzione alle ragioni simboliche e politiche, per amore di giustizia. Entrambe sono ben spiegate dall’Accademia della crusca.

Le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche.
Cecilia Robustelli – Accademia della Crusca, marzo 2013
Per provocazione o per ignoranza, gli oppositori della declinazione al femminile, controbattono con analogie scorrette, tipo: se bisogna dire sindaca quando è una donna, allora bisogna dire piloto, poeto, autisto, etc quando è un uomo. Va dunque ricordato che:
sono maschili quasi tutti i nomi con desinenza in -o; i nomi (in gran parte di origine straniera) terminanti in consonante; alcuni nomi con desinenza in -a, soprattutto di origine greca e di uso tecnico o scientifico.
Alcune parole (come insegnante, giornalista, fisiatra, amante) hanno un’unica forma invariabile per il maschile e il femminile.
I nomi maschili che terminano in -o formano il femminile cambiandolo in -a; i nomi maschili che terminano in -a, e i nomi di forma invariabile possono segnalare il genere con la presenza dell’articolo o di un aggettivo.
Ci sono poi (poche) parole di genere femminile usate anche per gli uomini, tuttavia, si tratta solo di possibili sinonimi di nomi maschili, per esempio: persona al posto di individuo, singolo, uomo; o guardia al posto di custode, vigile, sorvegliante, secondino.
Ciò detto, la questione è simbolica. E le questioni simboliche sono importanti, perché riguardano il significato che diamo alla realtà. Lo sono ancora di più, quando quel significato è dato in modo inconsapevole e naturale. Cosa significa, nel linguaggio corrente e giornalistico, che i ruoli umili siano declinabili al femminile e i ruoli di prestigio siano adoperati al maschile per entrambi i sessi?

Le ragioni culturali

Una giustificazione neutralizzante dice che usiamo il genere maschile nei ruoli occupati da sempre dagli uomini; dato che quei ruoli iniziano ad essere occupati anche dalle donne, piano piano inizieremo ad usare anche il genere femminile. In questa giustificazione c’è del vero e c’è del falso. Operaia si dice con facilità, anche se le operaie sono poche. Una donna in miniera è una rarità, ma non è il minatore, una donna sulle impalcature non è il muratore. Per quanto introvabile, una donna addetta all’installazione e alla manutenzione delle tubazioni dell’acqua, è in tutta tranquillità un’idraulica. Una donna in marina sarebbe facilmente una marinaia. Una donna che guida il taxi non è il taxista ed una che guida il camion non è il camionista. Quando il lavoro è collocato nella parte inferiore o intermedia della gerarchia sociale, pur se monopolizzato dagli uomini, si declina al femminile anche per poche e rare donne. Laura Boldrini, è presidente della camera. Per molti è il presidente; fosse tranviere, per nessuno sarebbe il tranviere.

Nei ruoli di prestigio e di potere resiste (ed è una strenua resistenza) la declinazione maschile, che vuole essere neutra. Ciò significa che in quei ruoli le donne sono considerate uniche, eccezioni transitorie, parentesi, oppure donne che si fanno uomo, assumono regole, requisiti e parametri maschili per essere competenti e adeguate come lo sarebbe un maschio. Da questo punto di vista, non sono sminuite dall’essere chiamate come un uomo, anzi sono elevate alla maschilità, poiché l’autorevolezza e il valore sono maschili. Infatti, vi sono donne, come Maria Elena Boschi, che vogliono essere chiamate il ministro.

Tutto questo può essere riconfermato, riprodotto, rinforzato dal linguaggio che scegliamo di usare. Oppure smentito. Un nuovo linguaggio può affermare che l’autorità, il carisma, il valore sono anche femminili e nominarli come tali quando sono incarnati da una donna.

Qualche volta chiamiamo crociata un conflitto condotto con fanatismo. Molte volte, chiamiamo crociata soltanto un conflitto che rifiutiamo. Spesso le donne aprono conflitti che gli uomini rifiutano e per rifiutarli reagiscono con la censura, il dileggio, l’insulto, la violenza. Il linguaggio non è pura e vergine spontaneità, è territorio di conflitto, fa egemonia, come Gramsci diceva della toponomastica (territorio prossimo alla battaglia sull’uso delle parole).

È vero che un linguaggio nuovo bisogna soprattutto parlarlo e scriverlo. Ciò non esclude il mettere in discussione l’uso del linguaggio tradizionale, anche se questo può ottenere effetti contrari, come quel leghista che, rivolto a Laura Boldrini, dice per dispetto il signor presidente. I conservatori possono continuare a parlare la loro lingua, ma ormai sanno che, appunto, è soltanto la loro lingua, un codice limitato, parziale, sessista, condiviso sempre più soltanto tra simili. Il punto, per me, nell’immediato, non è ottenere che tutti adoperino per dovere la corretta declinazione al femminile. Il punto è violare l’autorità patriarcale del linguaggio, rompere con l’idea che il linguaggio sia neutro e viva soltanto di vita propria, indiscutibile e insindacabile. Le donne hanno posto la questione del sessismo nel linguaggio. C’è da scegliere come parlare e assumersene la responsabilità, senza nascondersi dietro giustificazioni neutralizzanti e benaltriste.
http://www.massimolizzi.it/2016/06/28/linguaggio-resistenza-alla-sindaca/

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