lunedì 9 giugno 2014

Fare un figlio ora è una sfida di Chiara Saraceno /Un paese senza più culle con 6 milioni di disoccupati così la crisi cambia l'Italia /Ricchi sempre più ricchi Crolla il reddito familiare di Marco Ventimiglia


Fare un figlio ora è una sfida di Chiara Saraceno

NON riprende l'economia, non riprendono le nascite. La difficoltà a riprodurre il capitale umano del nostro paese, nonostante il contributo degli immigrati, è la conseguenza dell'impossibilità a dar corso al desiderio di maternità e paternità sperimentata ormai da molti giovani italiani
. L'incertezza sul fronte dell'occupazione costringe a rimandare l'uscita dalla famiglia e i progetti per il futuro.
 C'è anche la consapevolezza che un figlio in più può mettere a rischio economie famigliari fragili. 
Per le donne, poi, ci sono due vincoli in più: il rischio di non vedersi rinnovare un contratto dopo una maternità e le difficoltà di conciliare cura dei figli e lavoro in un paese dove i servizi per l'infanzia sono insufficienti e costosi, le scuole a tempo pieno in via di riduzione e i calendari scolastici ignari dei problemi di organizzazione famigliare. L'insieme di queste difficoltà è forte nel Mezzogiorno, che ha oggi il primato dell'area territoriale non solo più povera e a più bassa occupazione femminile e a più alta presenza di NEET, ma anche a più bassa fecondità.
 A conferma che non è l'occupazione femminile a comprimere le nascite, ma al contrario la mancanza di occupazione e di possibilità di conciliarla i figli. 

 
Un paese senza più culle con 6 milioni di disoccupati così la crisi cambia l'Italia

ROMA . Niente lavoro, niente figli: la crisi ha trasformato l'Italia nel paese dei trentenni a spasso e delle culle vuote. Si vive più a lungo, ma con sempre meno bambini in famiglia: negli ultimi cinque anni ci sono state 64 mila nascite in meno e il 2013 ha segnato un nuovo record negativo, i bambini registrati all'anagrafe sono stati solo 515 mila, ancor peggio del già desolato minimo storico del 1995 (527 mila nascite).
 A cinquant'anni esatti dal picco massimo (il milione e 35 mila della classe 1964) la natalità si è dimezzata. Dunque siamo fermi, la recessione è finita, ma non ce ne siamo accorti: ce lo dicono i dati dell'ultimo Rapporto annuale Istat. Numeri che mettono assieme calo demografico e disoccupazione giovanile e che spiegano come, a lungo andare, non c'è rete familiare che tenga: se le nuove generazioni non raggiungono l'indipendenza economica il paese va in stallo.
 In Italia, infatti ci sono 6,3 milioni di persone senza lavoro e la povertà avanza, soprattutto al Sud e nelle famiglie più giovani. Ma la generazione degli under 35, quella che oggi dovrebbe pensare a far bambini è particolarmente sotto tiro: il rischio di diventare povero è tre volte più alto della media. Fra di loro, nel periodo 2008-2013 oltre 1,8 milioni di persone ha perso il posto di lavoro. A trainare l'economia familiare spesso restano solo i nonni: negli anni della crisi il potere d'acquisto medio è sceso del 10,4 per cento. Gli unici ad aver mantenuto stabile il livello di vita, al di là dei bassi assegni, sono stati proprio i pensionati, che hanno potuto contare su entrate stabili. Per il 2014, in termini di Pil, ci sono segnali di «moderata» ripresa, fa notare l'Istat, «ma il Paese dovrà valutare correttamente i punti di forza e di debolezza». 

 

Ricchi sempre più ricchi Crolla il reddito familiare
di Marco Ventimiglia Milano

I numeri hanno varie proprietà, compresa quella di tradurre in una lampante evidenza situazioni che in realtà sono sotto gli occhi di tutti nella vita di ogni giorno. Capita così che il rapporto sullo stato delle famiglie italiane diffuso ieri da Bankitalia proponga all'attenzione con statistica crudezza un fenomeno in atto da anni nel nostro Paese, ovvero l'impoverirsi delle famiglie italiane e il contemporaneo concentrarsi della ricchezza nelle mani di una percentuale sempre più minoritaria di soggetti. MENO DI 640 EURO Innanzitutto va sottolineato che lo studio di Via Nazionale è relativo al periodo più cruento della crisi economica, poiché ad essere preso in considerazione è il triennio 2010-2012. Una fase nella quale le condizioni economiche dei nuclei familiari sono peggiorate, senza se e senza ma. In particolare, il reddito familiare medio è calato in termini nominali del 7,3 per cento, mentre quello equivalente è sceso del 6%. A questa sequenza di segni meno corrisponde inesorabilmente una serie di variazioni positive relative alla povertà, che in termini generali risulta salita dal 14% del 2010 fino al 16% nel 2012. Va ricordato che la Banca d'Italia individua la soglia di povertà in un reddito di 7.678 euro netti all'anno, che diventano 15.300 nel caso di una famiglia composta da 3 persone (esempio classico quello di un figlio a carico). Dunque, un italiano su sei vive ormai con meno di 640 euro al mese. Nel contempo, come detto, cresce la disuguaglianza sociale. Via Nazionale, infatti, ci informa nel suo rapporto che il 10% delle famiglie più ricche possedeva nel 2012 il 46,6% delle ricchezza netta familiare totale, una percentuale che invece era del 45,7% due anni prima. Dall'indagine emerge inoltre che il 10% delle famiglie con il reddito più basso percepisce il 2,4% del totale dei redditi prodotti; di contro, il 10% di quelle con redditi più elevati percepisce una quota del reddito pari al 26,3%. Ed ancora, la quota di famiglie con ricchezza negativa è aumentata fino al 4,1% dal 2,8% del 2010, mentre la concentrazione della ricchezza, è fissata al 64 per cento, in netto aumento rispetto al passato (era il 62,3% nel 2010 e il 60,7 nel 2008). Il 10% delle famiglie a più alto reddito percepisce più di 55mila euro all'anno. E se la quota di famiglie indebitate è leggermente diminuita rispetto al 2010, il 26,1% ha almeno un debito per un ammontare medio di 51.175 euro (nel 2010 erano il 27,7% per un ammontare medio di 43.792 euro). Debiti che nella maggior parte dei casi sono costituiti da mutui per l'acquisto e per la ristrutturazione di immobili. L'indagine biennale della Banca d'Italia fotografa un'Italia che nel 2012 è divenuta sempre più anziana ed in cui sono aumentati i nuclei composti da una sola persona (28,3% contro il 24,9% del 2010) e diminuite le coppie con figli. Il reddito familiare annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, risulta in media pari a 30.338 euro, circa 2.500 euro al mese. Ma il 20% delle famiglie ha un reddito netto annuale inferiore a 14.457 euro (circa 1.200 euro al mese) mentre la metà ha un reddito sotto i 24.590 euro (circa 2.000 euro al mese). Nel dettaglio, il reddito familiare si compone per il 40% di reddito da lavoro dipendente, per poco più di un quarto (27,5%) di reddito da trasferimenti (pensioni, cig), per circa l'11% di reddito da lavoro autonomo e per il restante 22% di reddito capitale (affitti, rendite finanziarie). Un aspetto interessante dell'indagine è relativo al cosiddetto reddito equivalente, ovvero il reddito di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha nella famiglia in cui vive. Ebbene, nel 2012 questo risulta in media pari a circa 17.800 euro (1.500 euro al mese). Però si sale a circa 2.350 euro al mese per i laureati, 2.700 euro per i dirigenti e 2.550 euro per gli imprenditori, mentre per gli operai, i residenti nel Mezzogiorno e i nati all'estero il reddito equivalente scende rispettivamente a 1.200, 1.100 e 950 euro al mese. In posizione intermedia si collocano gli impiegati (1.900 euro), gli altri lavoratori autonomi (1.700 euro) e i pensionati (1.700 euro).

domenica 8 giugno 2014

Le pari opportunità e la conciliazione dei tempi di vita


Le pari opportunità e la conciliazione dei tempi di vita

di Cecilia Chiesa
La questione dell’uguaglianza
Il concetto di pari opportunità è fortemente connesso alla questione femminile ed ai movimenti originatisi nel XVII secolo per rivendicare l’uguaglianza fra uomini e donne nell’ambito della vita politica, ovvero ai movimenti per l’acquisizione del diritto di voto. Dagli anni ’70 del secolo scorso, quanto meno in Europa, le donne hanno acquisito pieni diritti politici. In seguito al periodo delle lotte dei movimenti femminili, l’acquisizione di tali diritti ha portato a riflettere sulla specificità femminile e a rivendicare la propria diversità rispetto agli uomini. La questione dell’uguaglianza fra i generi è slittata, dunque, verso il concetto di “parità”.
Il concetto di parità
Poiché il diritto al voto era acquisito, ma le donne (per motivi che comprendono: fattori culturali, radicamento nell’ambito familiare, mancanza effettiva di tempo da dedicare all’attività politica, resistenze da parte maschile; e che impediscono loro di partire da una condizione paragonabile a quella maschile) non erano e non sono presenti quanto e come gli uomini nelle sfere decisionali, il dibattito si è spostato verso il concetto di pari opportunità, cioè una serie di misure che consentano alle donne di partecipare alla vita politica attiva del proprio paese quanto meno in pari misura rispetto ai loro colleghi maschi .
Il concetto di pari opportunità
Il concetto di pari opportunità consente, sostanzialmente, di non ignorare le differenze e di colmare il deficit di risorse a cui alcune categorie sono soggette, e che rischierebbero di escludere parte della popolazione dai propri diritti di cittadinanza. Tale concetto ha assunto, nel corso del tempo, un significato più ampio andando ad interessare anche altre sfere della vita delle donne, con particolare riferimento alla sfera lavorativa (per un incremento dell’occupazione femminile e perché le donne occupino posizioni dirigenziali, ed abbiano la stessa retribuzione) e all’ambito familiare (per una condivisione dei carichi di cura e di lavoro domestico fra uomini e donne).
Tempi e pari opportunità
Il tema della conciliazione dei tempi e degli orari si inserisce dunque nella questione delle pari opportunità, essendo parte di un percorso più ampio, finalizzato proprio alla riduzione delle disuguaglianze di genere.
In una società come quella attuale, investita da una serie di profonde trasformazioni in campo demografico, sociale e lavorativo (aumento dei divorzi e delle famiglie monogenitoriali, aumento del tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, aumento delle persone dipendenti anziane affidate alle cure della famiglia, nuova organizzazione del lavoro che richiede estrema flessibilità dei rapporti di lavoro, degli orari di lavoro e della retribuzione), la disponibilità temporale rappresenta una forte barriera segregativa tra uomini e donne, non solo per quanto riguarda la possibilità di entrare nel mercato del lavoro, ma anche nel grado di qualità della vita esperito: non solo, quindi, la quantità del tempo, ma cosa si fa del tempo complessivo a disposizione.
Cause di discriminazione: il fattore tempo
Le cause che vengono indicate dalla letteratura come fattori critici, che potenzialmente possono essere fonte di fattori discriminanti, sono la diseguale divisione dei carichi extralavorativi, l’inadeguatezza dei servizi di conciliazione (siano essi pubblici o privati) e la resistenza delle imprese a ripensare i modelli di organizzazione del lavoro. Come si può notare sono tutte cause connesse in modi diversi alla tematica dei tempi ed in particolare alla conciliazione della vita lavorativa con la vita familiare.
Cos’è la conciliazione
Per cercare di meglio comprendere cosa s’intende con il termine conciliazione verranno qui di seguito proposte alcune definizioni.
“Conciliare significa accordarsi, essere consenzienti nel pagare un prezzo (ad esempio conciliare una multa). Conciliare vita privata e lavoro professionale significa dunque mettere sul piatto della bilancia i pesi diversi che questi fattori assumono nella vita quotidiana di una persona, nella consapevolezza che è necessario fare qualche sforzo, pagare qualche prezzo perché questi tempi e mondi diversi non si schiaccino a vicenda o non si alleino per schiacciare la stessa persona, la sua identità e il suo benessere.
(2001, “Cosa vogliono le donne. Cosa fanno le donne per conciliare lavoro e famiglia”, Regione Lombardia - Pari opportunità, Formaper)
“Il termine conciliazione si riferisce al rapporto che esiste tra almeno due sfere di vita: la famiglia e il lavoro (ma non solo…); sarebbe meglio dire tra due ambiti di organizzazione del tempo: il tempo di vita e il tempo lavorativo professionale. Il termine, oltre ad evocare l’interferenza, il problema da risolvere, i tempi da far coesistere – portare i bambini a scuola ed arrivare in ufficio in tempo, passare in ospedale a visitare la mamma anziana e malata e trovare il tempo per fare la spesa – richiama la ricerca individuale e familiare di un equilibrio. Dunque quando si parla di conciliazione si fa riferimento anche alle strategie attraverso le quali le persone (le donne e gli uomini) tentano di raggiungere un equilibrio, di ridurre le interferenze, in modo che i diversi tempi nel corso di vita personale e professionale di uomini e donne possano coesistere senza produrre troppi stress o svantaggi – insomma senza che essi schiaccino la persona, il suo equilibrio, il suo benessere e quello della sua famiglia.”
(2004, Rapporto finale, Progetto Equal “Da donna a donna”, COREP).
Chi si occupa di conciliare?
Appare evidente, dunque, che la conciliazione tra i tempi si gioca concretamente all’interno di un complesso intreccio di fattori, quali i tempi ed i modelli dell’organizzazione del lavoro, del lavoro di cura, della vita sociale allargata; i tempi, gli spazi ed i servizi della città; il tempo libero ed il tempo per sé. Questo comporta che un efficace sistema di misure di conciliazione non possa prescindere dal prendere in considerazione il complesso insieme di questi fattori. Occorre inoltre sottolineare che, data l’ampiezza e la portata della problematica, appare evidente che mettere in atto strategie di conciliazione non possa più essere considerato un compito che le donne devono assolvere privatamente: famiglia, società, cultura e soprattutto le politiche pubbliche devono preoccuparsi di attuare tutte le strategie che la normativa (legge 53/2000; legge regionale 23/99 e legge regionale 28/2004) consente di perseguire in direzione della conciliazione, e quindi anche delle pari opportunità.
Servizi per la conciliazione
Quali sono, dunque, quei servizi la cui funzione va, direttamente o indirettamente , a supporto della conciliazione? Di seguito vengono proposte due possibili definizioni.
La prima è ripresa dal progetto Equal “Acrobate”, sviluppato nel 2004 in Lombardia, da una partnership di dodici partecipanti (www.equalacrobate.it). Nell’ambito del progetto, è stato stilato un elenco di servizi che possono fungere da indicatori per il monitoraggio delle risorse territoriali in tema di pari opportunità . Tali servizi includono:
a. Servizi di cura per minori, anziani e disabili:
- offerta di nidi, baby parking, micro nidi, scuole materne, scuole dell’obbligo con tempo prolungato con offerta di servizi mensa, doposcuola, attività pomeridiane
- asili nido aziendali
- servizi per il tempo extra scolastico della seconda infanzia e dell’adolescenza: (ludoteca c.a.g., oratori )
- servizi di accoglienza dei minori durante il periodo estivo: centri vacanze, centri estivi, etc.
- case di riposo e di cura:
- centri diurni per anziani:
- strutture socio riabilitative (es. CSE, CRT centri diurni per disabili)
b. Servizi pubblici e area trasporti:
- rete di trasporti locale orari e frequenza dei servizi
- orari dei servizi pubblici
c. Progetti e sperimentazioni:
- progetti sperimentali a sostegno della famiglia quali banca del tempo, progetti Equal, etc
- presenza di un piano dei tempi delle città
d. Servizi area lavoro:
- offerta di servizi a sostegno dell’occupazione femminile (Sportelli donne all’interno dei centri per l’impiego) e della partecipazione femminile alla vita sociale
- offerte formative per la popolazione adulta attivate sul territorio
attivazione sul territorio di progetti per l’inclusione sociale finanziati con FSE e altri fondi comunitari
La seconda definizione fa invece riferimento al progetto “Il tempo delle donne”, sviluppato da CAAM, ASNM e Clavim (crf. pag. 9), e per il quale il Politecnico di Milano ha realizzato una mappatura dei servizi per la conciliazione sul territorio interessato dal progetto (Alto Milanese, Nord Milano e Vimercatese). La definizione di servizi per la conciliazione sulla base della quale è stata condotta tale mappatura, include le seguenti risorse:
a. Scuole: asili nido, scuole materne, elementari, medie;
b. Servizi di cura: servizi per anziani, servizi per handicappati, servizi di assistenza individuali, servizi di assistenza collettivi (case di riposo o luoghi di aggregazione), baby sitting, tages mutter;
c. Trasporti: (il sistema dei trasporti può essere collegato ad altri servizi): il sistema dei trasporti nel Comune (la rete urbana ed extraurbana) ed il “ trasporto dedicato” come ad esempio il servizio pullman per accompagnare i bambini/e a scuola ecc;
d. Per l'occupazione: Centri per l’ impiego, Agenzie di lavoro interinale, sportello unico per l’ impiego sarà necessario elencare anche quali tipi di servizi specifici o meglio con un’ attenzione specifica all’occupabilità delle donne;
e. Centri donna, di risorse, di parità sono servizi spesso erogati anche dall’ associazionismo.
Esempi di tipologia di servizi che offrono:
• la fornitura di informazioni e “mappe” per orientarsi sul territorio alla ricerca di servizi, associazioni, iniziative utili
• la distribuzione di materiali e documentazione utile per affrontare al meglio le problematiche legate alle responsabilità familiari e lavorative
• l’ informazione sulle legislazioni di parità, pari opportunità, maternità, congedi parentali e conciliazione familiare
• l’ organizzazione di seminari e incontri dedicati ai padri
• Iniziative e consulenze specialistiche sui bisogni di conciliazione per chi si prende cura di bimbi e/o persone anziane
• Sono anche un luogo di incontro per gruppi di donne e associazioni, con uno spazio attento a bambine e bambini
f. Tempo libero: servizi erogati da associazioni, associazioni sportive, enti locali per differenti età. Occorre tenere presente le attività commerciali, che non vanno censite, ma che, soprattutto riguardo il sistema degli orari, possono venire incontro a bisogni di conciliazione.
Come si può ben notare, i servizi indicati in entrambi gli ambiti di ricerca (progetto “Acrobate” e progetto “Il tempo delle donne”) come direttamente o indirettamente utili alle strategie di conciliazione, sono assai simili ed in parte di ripetono, investono molte sfere della vita familiare e più ambiti di politiche pubbliche.
Le dimensioni della conciliazione
Infine, l’ISFOL – Unità Pari Opportunità, nel Febbraio 2004 ha pubblicato la ricerca “Conciliazione fra vita lavorativa e vita familiare. Integrazione delle politiche e problemi di valutazione”, nella quale propone uno schema che mette bene in luce la complessità delle politiche di conciliazione, indicando peraltro le azioni che possono essere intraprese, dalle aziende e dall’ente pubblico, per offrire alla cittadinanza servizi che contribuiscano concretamente a strutturare le strategie di conciliazione.
Al centro si trovano le donne, principalmente le donne occupate o in cerca di occupazione, che devono far fronte ai tempi del lavoro, ai bisogni di cura per sé e per la propria famiglia (in particolare figli e genitori anziani). Nello schema vengono indicati non solo i bisogni (la cura di sé, la cura degli altri), ma anche i servizi (asili, scuole, ludoteche, strutture per anziani) o gli interventi (riorganizzazione del lavoro, flessibilizzazione tempi di lavoro e di apertura dei servizi pubblici e di cura, congedi formativi) che possono sollevare la donne dai propri compiti, in modo da liberare tempo e migliorare la propria qualità della vita; che permettono loro di “incastrare” gli orari, acquisire informazioni e conoscenza e far crescere competenze, in modo da offrir loro pari opportunità di ingresso nel mondo del lavoro, rispetto agli uomini.

giovedì 5 giugno 2014

Valorizzare le donne conviene Ruoli di genere nell'economia italianaD. DEL BOCA, L. MENCARINI, S. PASQUA /Facciamoci avanti Sheryl Sandberg

D. DEL BOCA, L. MENCARINI, S. PASQUA

Valorizzare le donne conviene Ruoli di genere nell'economia italiana
«Verrà proprio dal lavoro femminile l’impulso più importante alla crescita nel prossimo futuro. Nei paesi europei dove gli squilibri di genere nei tassi di occupazione e nei salari sono minori, la crescita economica è maggiore e la fecondità in aumento.»
All’affermazione di principio per cui bisogna favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro per rispondere a principi di pari opportunità e di eguaglianza tra i generi, si aggiunge un’argomentazione ulteriore, decisiva, che potrebbe far convertire anche gli uomini alla causa della valorizzazione femminile: il lavoro delle donne fa crescere l’economia. Se le politiche per l’occupazione femminile fossero accompagnate da politiche di conciliazione che le agevolassero nel loro doppio ruolo di lavoratrici e madri, le donne contribuirebbero alla sostenibilità del sistema pensionistico, il loro lavoro farebbe crescere il reddito delle famiglie, produrrebbe nuovi posti di lavoro, con il conseguente incremento dei consumi. Un vero e proprio circolo virtuoso: ma allora perché non cogliere questa opportunità?
DANIELA DEL BOCA Esperta di economia del lavoro e della famiglia con attenzione al ruolo delle istituzioni, nel corso della sua carriera ha ricercato le cause del pesante ritardo dell’Italia in tre ambiti cruciali: occupazione femminile, povertà infantile e tasso di fertilità. Dati alla mano, ha dimostrato che mettere le donne nella condizione di poter conciliare famiglia e lavoro farebbe bene all’economia prima che alla coscienza. Ha pubblicato molti saggi in riviste internazionali e volumi, sia in Italia che all’estero. Tra le ultime pubblicazioni ricordiamo: Valorizzare le donne conviene (Il Mulino, 2012), Famiglie Sole (Il Mulino, 2009) e Social Policies, Labour, Markets and Motherhood (Cambridge University Press, 2008). Nel 2007 il Presidente Napolitano le ha conferito l’Ordine del Merito della Repubblica per i suoi contributi alle politiche per la famiglia.
Coverstory
Le autrici sono affiliate al Collegio Carlo Alberto e a CHILD, Centre for Household, Income, Labour and Demographic economics, diretto da Daniela Del Boca.

ARTICOLO DI COMMENTO
 Womenomics: perché valorizzare le donne conviene?
Nonostante le donne italiane siano sempre più istruite e preparate (sono il 60% dei laureati), non sembrano trovare le opportunità e i canali per una maggiore partecipazione alla vita economica e politica del Paese. Favorire attivamente la loro presenza nel mercato del lavoro non corrisponde solo a principi di pari opportunità, ma anche a obiettivi di efficienza economica”. A dirlo è Daniela del Boca, Dottore di ricerca all’Università di Wisconsin-Madison,
Professore di Economia Politica all’Università di Torino, membro del Collegio Carlo Alberto e Direttore del Centro di Economia della Famiglia (CHILD), nell’ambito di Segnavie, il ciclo di conferenze promosso e realizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Nel suo saggio scritto con Letizia Mencarini e Silvia Pasqua “Valorizzare le donne conviene” (Il Mulino, 2012) Del Boca dimostra che il lavoro delle donne, se messe in condizione di parità, innescherebbe un vero e proprio circolo virtuoso: l’obiettivo del 60% di occupazione femminile fissato dalla Strategia di Lisbona potrebbe creare 15 nuovi posti nel settore dei servizi ogni 100 assunzioni femminili e una crescita del prodotto interno lordo stimata intorno al 7% a produttività invariata. Un incremento dell’occupazione femminile pari a quella maschile potrebbe addirittura generare incrementi del PIL del 13% nell’Eurozona e ben del 22% in Italia (Goldman Sachs).
“A livello macroeconomico – prosegue Del Boca, intervistata dall’inviata economica de La Stampa Tonia Mastrobuoni – un maggior numero di occupate aumenterebbe le entrate fiscali e previdenziali. D’altra parte, la crescita dell’occupazione femminile stimolerebbe anche una maggiore domanda di servizi, soprattutto di cura, che avrebbe un effetto indiretto sul PIL. A livello microeconomico ridurrebbe il rischio di povertà, rendendo le famiglie meno vulnerabili alle difficoltà economiche”.
Anche la riforma del lavoro Fornero fa troppo poco per le donne: “Non dedica abbastanza spazio a tutelare le donne – commenta Del Boca – riconoscere il peso del loro ruolo familiare e incentivare una loro maggiore presenza sul mercato del lavoro. Questa situazione non può che peggiorare nel breve periodo: le recenti misure economiche stanno spingendo molti comuni a tagliare i servizi pubblici, come asili nido, scuole a tempo pieno, assistenza agli anziani e disabili. Inoltre, in assenza di politiche per la crescita, la disoccupazione dei giovani che vivono in famiglia imporrà ancora più lavoro alle donne anziane che, con la nuova età pensionabile, dovranno conciliare lavoro e famiglia per un numero maggiore di anni. Come è possibile che in queste condizioni le donne possano mantenere o aumentare la loro partecipazione al mercato del lavoro e contribuire così a redditi familiari erosi dalla crisi?” .
Le ricerche della Professoressa Del Boca dimostrano che congedi parentali più lunghi e più part time farebbero crescere l’offerta di lavoro del 7-10%, mentre un +10% dei nidi farebbe aumentare la probabilità di lavoro del 7% per le donne europee più istruite, e addirittura del 14% per le donne meno istruite. Invece, secondo gli ultimi dati ISTAT 2010, il tasso di occupazione femminile in Italia è sceso al 46% tornando indietro ai livelli del 2006, ben lontano dal 60% fissato dagli obiettivi di Lisbona. In Francia, nello stesso periodo, l’occupazione femminile è rimasta stabile intorno al 60%, mentre in Germania ha raggiunto addirittura il 66%. L’Italia è quindi sempre più distante dai principali Paesi europei.


Facciamoci avanti di Sheryl Sandberg

La condizione femminile, negli ultimi anni, è indubbiamente migliorata: rispetto alla generazione che le ha precedute, le donne di oggi hanno più facilmente accesso agli studi universitari, hanno migliori opportunità di lavoro, hanno finalmente la possibilità di decidere della propria vita. Eppure, nonostante questi progressi, gli uomini detengono ancora la stragrande maggioranza delle posizioni di potere nella politica e negli affari, mentre le donne sono ancora poco ascoltate quando si tratta di prendere decisioni che influiscono sulla vita della collettività.
Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, di recente nominata da "Time" una delle 100 persone più influenti al mondo, esamina le ragioni del mancato progresso delle donne verso ruoli di leadership, ne spiega le cause di fondo e offre soluzioni semplici e convincenti per aiutarle a realizzare pienamente il loro potenziale.
Sheryl si avvale di dati statistici e studi scientifici utili a superare le ambiguità e i pregiudizi che circondano le vite e le scelte delle donne che lavorano, ma soprattutto si affida alla propria esperienza e racconta delle decisioni, degli errori, delle battaglie quotidiane che ha condotto per portare avanti le scelte giuste per sé, per la propria carriera e la propria famiglia.
Descrive i passi necessari per riuscire a conciliare il successo professionale e la realizzazione personale e dimostra, una volta per tutte, come anche gli uomini abbiano da guadagnare supportando le donne al lavoro e a casa.
Scritto con ironia e passione, Facciamoci avanti è una chiamata alle armi per tutte le donne che si sono trovate a dover scegliere tra una promettente carriera e il desiderio di costruire una famiglia: vivere in modo soddisfacente entrambe le dimensioni è possibile, ma per farlo dobbiamo prima di tutto vincere i nostri pregiudizi e le barriere sociali e culturali ancora esistenti, partendo dai vertici del sistema. Uomini e donne hanno il diritto di poter conciliare carriera e famiglia: e maggiore sarà il numero di donne a ricoprire posizioni di potere, più facilmente questo traguardo potrà realizzarsi.
Quello che mi allarma non è solo che noi donne continuiamo a non metterci in primo piano, ma anche che non notiamo questo divario e non cerchiamo di colmarlo. Quel "noi", naturalmente, comprende anche me."
(Sheryl Sandberg, Facciamoci Avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire, Mondadori, 2013)
Semplice, persuasivo ma documentato e rigoroso
Qualunque donna leggerà il suo libro, in uscita il 12 marzo per Mondadori, non potrà non annuire a ogni osservazione scritta da Sheryl Sandberg. E lo farà con la sensazione che l'autrice non sia la quarantatreenne americana che nel 2011 la rivista Forbes definiva la quinta donna più potente nel mondo, ma un'amica di vecchia data, molto in gamba e molto fortunata nella carriera lavorativa. Perché la forza di Facciamoci avanti sta tutta nella capacità dell’attuale top manager di facebook di riuscire a trasmettere le sue idee sulle donne, il lavoro e la voglia di riuscire con la semplicità di un post scritto in Rete, accreditato però dalla documentazione di una ricerca scientifica.
Il fulcro del libro è già tutto nell'intervento tenuto dalla Sandberg a dicembre 2010 in una TED talk diventata un punto di riferimento per molte donne: nonostante le condizioni di vita e quelle lavorative siano nettamente migliorate negli ultimi decenni, le donne non stanno raggiungendo i traguardi professionali degli uomini. Su 195 capi di stato solo 17 sono donne. In politica e negli affari le loro percentuali rispetto agli uomini si fermano al 15%, 16%. Nel non profit, settore apparentemente più consono al mondo femminile, non superano il 20%. Per non parlare poi degli stipendi percepiti, sempre inferiori di circa il 20% rispetto a quelli degli uomini.
Condizionamenti sociali
Secondo l'autrice, la causa del ritardo femminile è da ricercare prima di tutto nelle donne stesse: si arrendono, si rassegnano a una posizione di secondo piano e, pur avendo tutte le potenzialità per riuscire, inconsciamente vi rinunciano. Con abbondanza di statistiche e casi concreti, tra i quali molti sono gli esempi legati alla sua carriera, Sandberg spiega che le ragioni di questo comportamento derivano in gran parte dai condizionamenti sociali con cui le donne convivono fin dalla nascita. Condizionamenti che, però, solo le donne possono modificare.
L'autrice è la prima ad ammettere che, per avere successo ed essere accettata nelle posizioni di comando, ogni donna deve adottare una strategia del compromesso: risultare troppo brillanti non aiuta a raccogliere consensi; opporsi platealmente e drasticamente a decisioni che si ritengono sbagliate non paga. Bisogna essere "carine", apparentemente vulnerabili, ma determinate: è difficile, ma è il prezzo che l'attuale generazione deve ancora pagare per far sì che nei prossimi anni le cose vadano meglio. Senza rinunciare mai a sedersi al tavolo di comando e a farsi avanti. Non mollando mai se non si è veramente deciso di staccare la spina.
Femminismo dei piccoli circoli
Il messaggio lanciato non è un semplice inno all'autostima collettiva, ma è il primo passo verso la creazione negli USA di un movimento femminista basato sui "Lean in circles ": piccoli gruppi in cui donne tra i 20 e i 30 anni si incontreranno con cadenza mensile per parlare e risolvere insieme i propri problemi. Un modello "metà Business School e metà Book Club", che ha già attirato su di sé parecchie critiche da parte di chi ha una visione del femminismo ben più radicale e accusa la Sandberg di elargire consigli dall'alto del suo reddito miliardario.
In Italia il libro ha un sito , una pagina facebook e un account twitter che ha lanciato l'hashtag #FacciamociAvanti , già molto frequentato.
Darà i suoi frutti? Di sicuro farà parlare molto di sé. E servirà a noi donne per pensare che forse, durante il prossimo colloquio di lavoro o la prossima riunione aziendale potremmo anche provare a cambiare strategia e farci avanti in modo diverso.

Un articolo di commento
Ho da poco terminato la lettura del libro “Lean In” (tradotto in italiano “Facciamoci avanti“) scritto da Sheryl Sandberg (Direttore Operativo di Facebook).
L’ho iniziato con scarsa convinzione: un po’ per quanto avevo letto sul web (che mi faceva intendere un cambio di passo sostanziale rispetto allo stile misurato di Susan Cain), un po’ a causa della introduzione scritta da Daniela Riccardi (Amministratore Delegato di Diesel, attualmente al termine del suo mandato, ed ex-Amministratore Delegato di Procter&Gamble Cina).
Quanto avevo letto sul libro (prima che venisse pubblicato e durante la fase di lancio pubblicitario) mi aveva fatto pensare ad un testo in tipico stile aggressivo-manageriale-americano. Ed appena uscita dal libro-soft (ma non per questo meno emozionante) “Quiet“, temevo – presupponendo – una dissertazione ad “alto impatto”.
E – purtroppo – l’introduzione aveva iniziato a confermare le mie pre-riflessioni: Daniela Riccardi dissertava con stile energetico (troppo energetico e vincente, secondo me) della difficoltà di essere mamma-manager che si doveva dividere tra aerei-marito-figlio-nanny (alias baby sitter), non necessariamente in questo ordine. Mentre leggevo le pagine iniziali pensavo – tra me e me – “Vallo a dire a quelle donne che non hanno una nanny al seguito come se la devono cavare!” (ed io ne conosco alcune…).
Invece, superato lo scoglio, nelle prime pagine Sheryl descrive sé stessa (ai tempi di Google) come una creatura stile “balena” (era incinta di uno dei suoi due figli), con camminata “a papera”, afflitta una nausea (che la perseguiterà per ben nove mesi). Insomma una descrizione umana e simpatica che riesce a farti vedere l’autrice non come la super-manager vincente, ma come una donna che si trova – sì – in una posizione privilegiata, ma che comunque si scontra con le difficoltà lavorative, con gli ambienti maschili e la gestione di una famiglia (ed il senso di inadeguatezza da mamma, accompagnata da sindromi da workaholic).
E’ un po’ il racconto della sua esperienza di vita e delle riflessioni che la accompagnano nella sua quotidianità lavorativa e umana.
Niente di epocale, ma comunque una dissertazione abbastanza trasversale e parecchio vivace (e leggera) sul binomio donne-lavoro. Da un punto di vista americano (dove non è tutto rose e fiori, come possiamo immaginare… tutt’altro…).
Si lascia leggere piacevolmente e ti fa fare qualche considerazione (soprattutto quando si parla dell’auto-sabotaggio, argomento a me molto caro…).
Una nota un po’ stonata è forse il finale: ho trovato la call-to-action troppo enfatica. E qui capisco anche perché il libro sia stato etichettato come un testo filo-femminista (cosa che l’autrice nega più volte nel corso della narrazione).
Comunque qualche spunto qui e là c’è.
Di seguito riporto quelli che mi hanno colpito di più:
“Non penso più che esista un professionista dal lunedì al venerdì, e una persona vera per il resto del tempo. Probabilmente questa separazione non è mai esistita e, oggi che viviamo nell’era dell’espressione individuale, aggiornando di continuo il nostro stato su Facebook e twittando ogni minima mossa, ha ancora meno senso. Anziché indossare una falsa “personalità tutta-e-solo-lavoro”, penso che ci farebbe bene esprimere la nostra verità, parlare di situazioni personali e riconoscere che, spesso, le decisioni professionali sono dettate dalle emozioni.”
“[...] la vera leadership nasce da un’individualità espressa onestamente e, talvolta, in modo imperfetto. Tutti ritengono che i leader dovrebbero privilegiare l’autenticità anche a scapito della perfezione.”
““Avere tutto” è da vedersi come un mito e, come molti miti, può comunicare un utile ammonimento. Pensate a Icaro, che si librò a grandi altezze con le ali preconfezionate con le sue mani. Il padre lo aveva avvertito di non volare troppo vicino al sole, ma Icaro ignorò il consiglio. Volò ancora più in alto, le ali si sciolsero e precipitò a terra. Il perseguimento di una vita sia professionale che privata è un obiettivo nobile e raggiungibile, ma fino ad un certo punto. Le donne dovrebbero imparare da Icaro a puntare al cielo, ma tenendo presente che tutte noi abbiamo dei limiti oggettivi.”
““Fatto è meglio che perfetto”
La ricerca della perfezione porta alla frustrazione nel migliore dei casi, e alla paralisi nel peggiore.”
“Sarà piuttosto caotico, ma abbracciate il caos. Sarà complicato, ma gioite delle complicazioni. Sarà del tutto diverso da come pensate, ma le sorprese vi faranno bene. E non spaventatevi: potrete sempre cambiare idea. Io lo so bene: ho avuto tre carriere e quattro mariti.” [Nora Ephron alla cerimonia di conferimento delle lauree a Wellesley nel 1996.]
“So che non è istintivo, ma io successo a lungo termine nel lavoro spesso dipende dal non cercare di accontentare ogni richiesta che ci viene fatta. Il miglior modo per lasciare spazio sia alla vita che alla carriera è fare deliberatamente delle scelte: porre dei limiti e rispettarli.”
“Il generale Colin Powell [...] spiega che la sua visione di leadership rifiuta “gli stronzi stakanovisti” che trascorrono lunghe ore in ufficio senza rendersi conto delle conseguenze sul loro staff. [...] “Li pago per la qualità del loro lavoro, non per il numero di ore”“
Se dovessi adottare una definizione del successo, direi che successo significa fare le scelte migliori possibili, e accettarle.
Ogni lavoro richiede un sacrificio. Tutto sta nell’evitare i sacrifici inutili. Questo è particolarmente difficile perché la nostra cultura del lavoro dà molto valore alla dedizione totale . Temiamo che menzionare altre priorità ci faccia perdere valore come lavoratrici.
“Leadership significa migliorare la condizione altrui grazie alla vostra presenza e accertarsi che i risultati siano duraturi anche in vostra assenza” [Youngme Moon, Frances Frei e Nitin Nohria - Harvard Business School]
I genitori a tempo pieno – per lo più madri – rappresentano un’ampia quota del talento che ci aiuta a sostenere le scuole, le organizzazioni non profit e le comunità locali.
Alzare la mano e dire “Non si può fare” è garanzia che non si farà mai.

mercoledì 4 giugno 2014

Donne & lavoro, tempo scaduto Basta parole, bisogna agire di Maria Silvia Sacchi / La busta paga virtuale delle casalinghe di Irene Maria Scalise / Giovannini: "Asili, welfare e reddito minimo per battere la paura del futuro"

Detrazione completa del lavoro di cura e congedo di paternità obbligatorio per 3 mesi   
Parole, parole, parole…
Dopo tanto discutere siamo ancora qui.
Inchiodati sotto il 47% di occupazione femminile; alle dimissioni in bianco; all’uno virgola “rotti” di figli per donna (per giunta con sempre meno “rotti” dopo la virgola).
Ce lo ha ricordato l’altro ieri Christine Lagarde, presidente del Fondo monetario internazionale. E, nell’editoriale pubblicato oggi sul Corriere della Sera, Maurizio Ferrera sottolinea che “il nodo principale sta nel nostro modello economico-sociale che ostacola la realizzazione del progetto di vita a cui aspirano le donne italiane (come quelle di tutti i Paesi sviluppati): avere un lavoro e fare figli. Tutte e due le cose, non solo una”.
Come è concesso agli uomini, d’altra parte: perché dovrebbe stupire che questa possa essere l’aspirazione anche di una donna?
E allora? E allora è tempo di smetterla con le parole e di prendere decisioni VERE da parte di chi queste decisioni è tenuto a prenderle. Abbiamo, per prima cosa, un governo e un parlamento. E, poi, abbiamo Confindustria, Rete Imprese Italia, sindacati di tutte le sigle. Ci siamo noi stesse/i.
Non è impossibile decidere, la legge che ha introdotto le quote di genere nelle società quotate e pubbliche è la dimostrazione che si può. Se si vuole.
Cosa fare? Poche cose semplici e senza troppi distinguo (basta – e non solo in tema di famiglia – con le leggine che normano mille situazioni diverse!):
1)     Congedo di paternità OBBLIGATORIO per 3 MESI (discutere su uno, due, tre o comunque pochi giorni come “simbolo” è solo tempo perso).
2)     Detrazione COMPLETA dalla dichiarazione dei redditi dei lavori di cura, qualunque essi siano (per i figli fino alla scuola media compresa, per le persone anziane, per le persone non autosufficienti) e per qualunque reddito. A fronte, ovviamente, di un regolare contratto di assunzione della persona che presta il lavoro di cura. (Io, peraltro, aspetto con speranza il famoso e più generale “conflitto di interessi” fiscale)
Poi, c’è il piano culturale, che richiede tempi più lunghi ma che non dev’essere un alibi per stare fermi.
Agire, quindi, come sta facendo il Corriere della Sera, mettendo in evidenza gli stereotipi per poterli combattere; mutando il linguaggio (più ministre e avvocate, definitivamente basta con “l’ha uccisa perché l’amava troppo”); chiedendo la collaborazione degli uomini.
La mia agenda è tutta qui.
Ps. A chi obietta che non tutte le donne vogliono fare carriera ma molte preferiscono occuparsi della famiglia e della casa, rispondo che è perfettamente legittimo e non c’è alcun giudizio negativo, anzi! Ma 1) lavoro significa indipendenza economica, non necessariamente carriera, 2) nel caso in cui in una famiglia si scelga una divisione dei ruoli “tradizionale” è bene metterlo per iscritto fin dall’inizio perché non si debbano pagare conseguenze troppo alte quando diventa impossibile recuperare il tempo perduto.



La busta paga virtuale delle casalinghe di Irene Maria Scalise
“Il loro lavoro vale 7mila euro al mese” Cuoche, autiste, psicologhe nello stesso tempo: uno studio calcola lo stipendio che meritano

Cuoca, autista, insegnante, psicologa, contabile, manager, addetta alle pulizie, operaia, lavandaia, babysitter. Dieci professioni in un corpo solo ma, ufficialmente, un nonlavoro: casalinga. Stipendio effettivo? Zero euro. Retribuzione teorica ai prezzi di mercato? Quasi 7mila euro al mese. Circa 83 mila euro l’anno. Non una cifra a caso, ma il risultato di un preciso algoritmo — calcolato da una ricerca del sito americano Salary. com che monetizza la rivincita delle desperate housewives.
Non più mogli e madri sull’orlo di una crisi di nervi, bensì insospettabili “tesoretti” di una famiglia media. Gli esperti hanno intervistato oltre sei mila donne, indagando sul tempo che dedicano ai dieci fondamentali lavori domestici ogni settimana. Una casalinga avrebbe cucinato per 14 ore settimanali a 10 euro l’ora. Si sarebbe trasformata in autista, per figli grandi e piccoli, per 8 ore alla settimana a 10 euro l’ora. Avrebbe impartito ripetizioni per 13 ore la settimana, alla stessa cifra. Non solo. Per tamponare le varie crisi familiari si sarebbe trasformata in psicologa almeno 7 ore alla settimana, a 28 euro l’ora, e in manager a 40 euro l’ora.
A quanto ammonterebbe dunque lo stipendio di una super mamma? Il risultato si ottiene moltiplicando il numero di ore trascorse, tra una lavatrice e una corsa per portare i figli in piscina, con le tariffe medie delle diverse categorie professionali. La somma finale, niente affatto trascurabile,
è pari a quella di un quadro di un’azienda o di un manager di buon livello: 6.971 euro al mese. Sfacchinando una media di 94 ore alla settimana, le “non lavoratrici” multitasking raggiungerebbero così un reddito annuo di 83 mila euro.
Una cifra destinata a lievitare in grandi metropoli come Roma, Milano, Parigi o New York dove uno psicologo o una governante viaggiano su ben altre tariffe.
Le casalinghe italiane, secondo i dati Istat, sono 4 milioni 879 mila. Una donna su sei. In parecchi casi sotto i 35 anni. Per tutte loro, considerate ingiustamente non produttive dal punto di vista economico, il sondaggio di Salary. com rivoluziona le
cose e regala una bella gratificazione. «Se non ci fossero le mamme come farebbero molte famiglie a conciliare i vari impegni? Chi andrebbe a prendere i bimbi a scuola visto che gli orari non si conciliano mai con quelli degli uffici? La realtà è che fanno risparmiare parecchi soldi allo Stato», ama commentare Tina Leonzi, fondatrice del Moica, Movimento italiano casalinghe. E dall’America arriva la conferma. «Sicuramente la posizione dell’Italia è insostenibile », aggiunge Alessia Mosca, capogruppo Pd nella Commissione Politiche Europee, da sempre attiva sulle questioni di genere, «senza contare il fatto che c’è moltissimo lavoro in Italia che viene fatto da quelle che vengono definite casalinghe ma in realtà non lo sono affatto perché aiutano il marito nella piccola azienda di famiglia. Ci troviamo così di fronte a occupazioni sommerse proprio in un Paese che ufficialmente ha il più alto tasso di casalinghe».
Come tutelare dunque il lavoro reale rispetto al non lavoro percepito? «Sicuramente un’ipotesi pensionistica sarebbe auspicabile, noi abbiamo più volte avanzato la richiesta che nell’età della pensione di ogni lavoratrice fosse riconosciuto uno sconto per ogni figlio avuto, ma anche un reddito minimo per quelle che non hanno un impiego sarebbe un segno di civiltà ». In attesa che le cose cambino le donne fanno fronte comune. Oltre al Moica o a Federcasalinghe, è nato il portale la Casalinga Ideale.it. «Ottimizzare il tempo e pianificare» è il mantra della fondatrice Giorgia Giorgi, lo stesso dei responsabili delle aziende di tutto il mondo. Peccato però che per la casalinga ideale non ci siano stipendi e neppure bonus. Almeno fino a oggi.


Giovannini: "Asili, welfare e reddito minimo per battere la paura del futuro"
Per l'ex ministro del Lavoro, ex presidente Istat e oggi fra i candidati alla guida dell'istituto, quando si parla di demografia ragionare in termini di Pil non basta  di LUISA GRION
ROMA - Non nasceranno bambini finché non riusciremo emergere della cappa d'incertezza che avvolge il Paese. Per Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro, ex presidente Istat e oggi fra i candidati alla guida dell'istituto, quando si parla di demografia ragionare in termini di Pil non basta. E anche se i bilanci sono stretti, assicura, lo spazio per uscirne c'è. 
Professore in Italia la natalità è crollata, tutta colpa della crisi economica? "In buona parte, ma non del tutto: la perdita di reddito e di occupazione sono determinanti nelle scelte demografiche, ma in questi anni sta scemando anche la spinta alla natalità che arrivava dalle famiglie immigrate. È un effetto dell'integrazione, i loro comportamenti si stanno omologando ai nostri. Poi certo mancanza di lavoro, e redditi bassi hanno fatto il resto".
Finché non faremo ripartire l'economia la natalità sarà destinata a calare? "Non dobbiamo guardare solo al Pil, dietro alla scelta di non procreare c'è anche un sentimento di paura e d'incertezza per il futuro che la politica deve combattere. Con misure a sostegno dell'occupazione giovanile, ma non solo".
Come allora? "Quand'ero ministro mi sono battuto per avviare il Sostegno per l'inclusione attiva e garantire un meccanismo universale di reddito minimo, condizionato all'impegno degli interessati, che potesse contrastare la povertà. Sono convinto che questa sia una condizione fondamentale per far ripartire il Paese e vedo con dispiacere che fra le cose di cui ora si dibatte questo tema non c'è. Ma la paura di cadere in uno stato di povertà blocca le persone e impedisce di programmare il futuro. La spirale va fermata perché lo squilibrio generazionale implica costi elevati".
Anche il suo meccanismo ha un costo. "Avevamo calcolato che con 7 miliardi e mezzo potevamo fare uscire tutto il paese dalla soglia della povertà, ma basterebbe un miliardo e mezzo per portare tutta la popolazione coinvolta al 50 per cento di quella soglia. È una cifra sulla quale si può ragionare, anche perché abbiamo visto che per la manovra Irpef degli 80 euro in busta paga i 10 miliardi di copertura sono stati trovati".
Perché investire sul lavoro non basta? "Perché non sempre il lavoro consente di uscire dalla povertà e la povertà genera effetti devastanti sul futuro. Oggi in Italia c'è un milione di bambini poveri, cancellare questa insicurezza di sopravvivenza è una questione centrale, perché i bambini poveri di oggi saranno gli esclusi di domani. È così che un paese scivola, la bassa natalità è solo uno dei tanti effetti. Poi certo servono asili nido e politiche per l'occupazione: con la Garanzia giovani ci stiamo muovendo nella giusta direzione, forse servirebbe anche una Garanzia di inclusione".
Che costi avrà la denatalità? "Costi previdenziali visto che le pensioni sono pagate da chi lavora e maggiori costi sanitari. Ma non solo: il valore di una società si misura nella sua capacità di passare alle nuove generazioni un testimone fatto di opportunità adeguate".

martedì 3 giugno 2014

"Perché una donna «vale» la metà di un uomo " / "Sul lavoro una donna vale la metà di un uomo" Chiara Saraceno



Perché una donna «vale» la metà di un uomo
di Alberto Sofia
Se si analizza la capacità di generare reddito, emerge una forte differenza di genere nel nostro Paese
Le donne? Se si analizza la capacità di generare reddito, secondo le stime dell’Istat , «valgono» la metà degli uomini. Dallo studio dell’istituto nazionale di statistica, in base ai dati del 2008, emerge una forte differenza di genere nel nostro Paese. Il valore stimato per calcolare il “capitale umano” di ogni italiano ammonta a 342mila euro. Lo stock complessivo si concentra però per il 66% nella componente maschile, per la quale il capitale umano pro capite è pari a 453 mila euro. Soltanto 231 mila euro a testa è invece quello della componente femminile: per questo l’Istat ha evidenziato come la capacità di generare reddito sia per le donne quasi dimezzata (-49%). Il motivo? Pesano disoccupazione e salari: restano forti le differenze di remunerazione esistenti tra uomini e donne, ma ad incidere è anche il minor numero di donne che lavorano e quello relativo agli anni lavorati in media dalle stesse nell’arco della loro vita. Va sottolineato però come i numeri siano differenti se si analizzano non soltanto le attività di mercato, ma anche quelle domestiche.
Donne Istat valore capacità generare reddito
Dato che,  come ha spiegato l’Istat, «le donne prevalgono di gran lunga nel lavoro domestico», le differenze di genere si riducono se si estendono le stime dello stock di capitale umano considerando le attività non “market” (la produzione di beni e servizi ceduti e fruiti gratuitamente), che comprendono anche il lavoro domestico. In questo caso le donne si aggiudicano un valore pro-capite di 431 mila euro (con un +12,3% rispetto agli uomini).
LE DONNE E LA CAPACITÀ  DI GENERARE REDDITO - I numeri del lavoro dell’Istat hanno mostrato come, sulle “attività market”, in Italia siano necessarie due donne per creare il reddito di un uomo. Numeri pesanti, quelli forniti dall’ente di statistica, che per la prima volta ha calcolato sulla base dei parametri Ocse, “l’ammontare” in euro degli italiani e delle italiane in quanto individui. Se ogni italiano “vale” sul lavoro 342mila euro. Diversi i parametri usati per l’analisi: dal genere, all’età, passando per le potenzialità professionali e la preparazione scolastica. Indicatori che, come ha spiegato l’Istat, permettono di “monetizzare” le potenzialità di un individuo e quindi l’impatto dello stesso sul Pil. L’Italia sconta “un rilevante gap in termini di stock di capitale umano” rispetto ai “principali Paesi Ocse”, secondo l’Istat: il nostro Paese è ultimo tra Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Spagna, gli Stati che hanno aderito al progetto Human Capital dell’Ocse. Ma l’anomalia più rilevante, come spiega anche Repubblica, è proprio l’ennesima conferma delle enormi differenze di genere. tra donne e uomini. Pesa la questione della disoccupazione femminile, considerato che soltanto il 50% delle donne italiane lavora. Quando ha un’occupazione, poi, la sua retribuzione è inferiore rispetto a quella dei colleghi uomini. Per questo, nel calcolo del capitale umano, pesa soltanto 231mila euro contro i 453mila del partner.
IL LAVORO DOMESTICO – Va ricordato come alle cifre andrebbero aggiunte quelle che derivano dal lavoro domestico. Quello quasi invisibile, legato alla cura della famiglia, ai figli, alla casa, che pesa spesso molto di più sulle donne. Il cosiddetto “welfare familiare”, come spiega Repubblica, quasi mai riconosciuto né monetizzato. La docente Daniela Del Boca spiega sul quotidiano diretto da Ezio Mauro:
    «La donna viene ulteriormente penalizzata dalla sottrazione dei periodi di maternità, dai congedi. Subisce poi una doppia discriminazione: non soltanto negli stipendi, ma anche in quella che si chiama discriminazione preventiva. Sapendo cioè di dover fare una scelta inconciliabile tra famiglia e occupazione, si autoesclude dal mercato».
Questioni che pesano sui numeri e sugli studi sulle potenzialità o meno di produrre reddito.
DIFFERENZE DI GENERE E GIOVANI – I numeri, in pratica, non dimostrano come sia meno conveniente investire nel capitale umano delle donne, bensì fotografano soltanto le forti discriminazione di genere ancora presenti nel nostro Paese, in questo caso nel mondo del lavoro. Dal basso tasso di occupazione femminile – dovuto anche al peso del lavoro domestico – ai salari bassi, le donne che si trovano nel mercato in Italia restano discriminate. E il nostro Paese continua così a sprecare un alto potenziale del proprio capitale a disposizione. C’è anche un altro dato rilevante, quello che fotografa la capacità di generare reddito dei giovani. Il capitale umano pro-capite di un giovane è pari a oltre 556 mila euro, contro i 293 mila euro dei lavoratori nella classe centrale (35-54anni) e ai soli 46 mila euro dei lavoratori tra 55 e 64 anni. «Va però rilevato che l’alto livello della disoccupazione giovanile nel nostro Paese suggerisce forte incertezza circa la possibilità per i giovani di inserirsi nei processi produttivi», ha concluso l’Istat, secondo cui è possibile rivedere la ribasso la stima del valore del capitale umano complessivo del Paese. Conclude Chiara Saraceno su Repubblica:
    «I giovani sono teoricamente portatori di un capitale umano più consistente di chi è più anziano. Non solo, infatti, sono mediamente più istruiti, ma hanno una vita (di lavoro nel mercato) davanti a sé più lunga. Il reddito da loro generato nel corso della vita è stimato in oltre 556 mila euro, contro i 293 mila euro dei lavoratori nella classe centrale (35-54anni) e ai soli 46 mila euro dei lavoratori tra 55 e 64 anni. Questa stima teorica, tuttavia, come segnala anche l’Istat, non tiene conto della crescente e prolungata disoccupazione giovanile, specie negli anni successivi al 2008. La disoccupazione non solo accorcia la durata del tempo in cui si può mettere a frutto il proprio capitale umano, ma rischia di depauperarlo, invece di farlo ulteriormente sviluppare. Anche nel caso dei giovani, quindi, l’Italia sta minando alle basi la propria ricchezza. Per questo si colloca ultima, per valore del capitale umano, nel gruppo di paesi Ocse che hanno fatto lo stesso esercizio: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Spagna»

"Sul lavoro una donna vale la metà di un uomo"
Chiara Saraceno


La ricerca Istat: in Italia ci vogliono due femmine per fare il reddito di un maschio.
LA CAPACITÀ di una società di produrre i beni e servizi necessari a soddisfare i propri bisogni dipende dalla quantità, qualità e combinazione delle risorse a propria disposizione. Perquesto il capitale umano viene sempre più frequentemente incluso tra le risorse economiche. In quei numeri tutti i ritardi del nostro Paese.
Insieme all`ambiente e al capitale fisico, il capitale umano rappresenta ilpatrimonio di unanazione. Ed ecco perché `Investimento in capitale umano è diventata la parola d`ordine delle politiche sociali europee (ancorché non con la stessa forza e cogenza del pareggio di bilancio). Parallelamente, il concetto di capitale umano e la sua stessa misurazione sì sono affinati, superando una visione strettamente economicistica.
I risultati della misurazione fatta dall`Istat sul capitale umano degli italiani sono a prima vista sconcertanti. Se si tiene conto solo del potenziale di reddito, il capitale umano delle donne vale molto meno di quello degli uomini: 231mila euro contro 453mi1a. Ilgap si chiude quasi del tutto solo se si tiene conto delle attività non di mercato. Il valore di questa attività è stimato in 431 mila euro per le donne, 384 mila per gli uomini. La differenza è dovuta principalmente al fatto che le donne svolgono la gran parte del lavoro famigliare, ovvero il lavoro a favore dei membri della famiglia, uomini adulti inclusi. Significa che le donne hanno meno capacità degli uomini e quindi non vale la pena di investire nel capitale umano delle donne, specie nelle dimensioni più rilevanti per la partecipazione al mercato del lavoro (istruzione, servizi)? Al contrario. Il basso valore di mercato del capitale umano femminile deriva da due fattori molto italiani, che contribuiscono a comprimere il potenziale complessivo del capitale umano italiano. Il primo è il più basso tasso di occupazione femminile, dovuto anche al carico di lavoro famigliare. Il secondo è la minore valorizzazione, a parità di competenze, delle donne che stanno nel mercato `del lavoro. In altri termini, in Italia si spreca allegramente una grossa fetta del capitale umano teoricamente disponibile. Allo stesso tempo, le donne contribuiscono parecchio, a titolo gratuito, al benessere complessivo.
Vi è un secondo risultato sconcertante dell`esercizio effettuato dall`Istat. I giovani sono teoricamente portatori di un capitale umano più consistente di chi è più anziano. Non solo, infatti, sono mediamente più istruiti, ma hanno una vita (di lavoro nel mercato) davanti a sé più lunga. Il reddito da loro generato nel corso della vita è stimato in oltre 556 mila euro, contro i 293 mila euro dei lavoratori nella classe centrale (35-54anni) e ai soli 46 mila euro dei lavorato- ri tra 55 e 64 anni. Questa stima teorica, tuttavia, come segnala anche l`Istat, non tiene conto della crescente e prolungata disoccupazione giovanile, specie negli anni successivi al 2008. La disoccupazione non solo accorcia la durata del tempo in cui si può mettere a frutto il proprio capitale umano, ma rischia di depauperarlo, invece di farlo ulteriormente sviluppare. Anche nel caso dei giovani, quindi, l`Italia sta minando alle basi la propria ricchezza. Per questo si colloca ultima, per valore del capitale umano, nel gruppo di paesi Ocse che hanno fatto lo stesso esercizio: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Spagna.
Anche senza fame un caso di equità e democrazia, questi due dati dovrebbero indurre i politici italiani ed europei a fare in modo che le politiche di investimento e valorizzazione del capitale umano - istruzione, salute, strumenti di conciliazione tra famiglia e lavoro, di sostegno all`accesso alle risorse di valorizzazione delle capacità - sono altrettanto, se non più, importanti delle politiche d investimento nelle infrastrutture. Perciò devono rientrare a pieno titolo nelle negoziazioni sul patto di stabilità e il pareggio di bilancio.

lunedì 2 giugno 2014

Basta con le mamme sorridenti Vogliamo foto di donne vere” /QUELLE MAMME ACROBATE CHE TIRANO AVANTI DA SOLE /Donne&Lavoro: 10 cose che si possono fare

Basta con le mamme sorridenti Vogliamo foto di donne vere”

SAN FRANCISCO — C’è la donna d’affari in tailleur, occhiali e ventiquattr’ore. C’è la madre, che con un sorriso versa il latte sui cereali della colazione dei bambini. C’è la multitasker: laptop in grembo e pargolo tra le braccia. Immagini familiari a chiunque abbia mai visto una pubblicità o sfogliato una rivista che mostrano famiglie e donne che lavorano. E poiché perpetuano stereotipi ormai antiquati, la loro onnipresenza nuoce alle donne e alle ragazze. Ad affermarlo è Sheryl Sandberg, la dirigente di Facebook che si batte affinché le donne raggiungano ruoli di responsabilità sul posto di lavoro.
Per porre rimedio, LeanIn. org, l’organizzazione no profit di Sandberg, ha annunciato un’iniziativa in collaborazione con Getty Images, uno dei principali fornitori di immagini generiche. Il progetto mira alla creazione di una speciale collezione di immagini che, spiega Sandberg, valorizzino maggiormente donne e famiglie. «Le immagini che spesso capita di vedere si ispirano a quegli stereotipi che cerchiamo di superare», dice Sandberg. «Non si può diventare ciò che non ci viene mostrato».
La nuova collezione di foto mostra donne nel ruolo di chirurgi, pittrici, fornaie, soldatesse e cacciatrici. Le immagini raffigurano ragazze intente ad andare sullo skateboard, donne che sollevano pesi e padri che cambiano i pannolini. Ma anche donne in ufficio, con acconciature e abiti di stile contemporaneo e un tablet o uno smartphone tra le mani. Un bella differenza rispetto alle tradizionali foto di repertorio degli Anni ‘80, dove le donne apparivano in abiti di taglio maschile.
La collaborazione tra LeanIn. org e Getty coincide con un rinnovato interesse verso il ruolo delle donne e del lavoro, alimentato in parte dal libro di Sandberg
Lean In: Women, Work and the Will to Leade dalla possibile candidatura di Hillary Rodham Clinton alla presidenza Usa. Il messaggio alla base dell’iniziativa potrebbe raggiungere un vasto settore della società, dal momento che sono ben 2,4 milioni i clienti di Getty che attingono al suo archivio di 150 milioni di immagini. Delle nuove immagini vi è certamente bisogno, se si pensa che i termini più ricercati nel database Getty sono «donne», «affari» e «famiglia».
«Uno dei sistemi più rapidi per indurre le persone a cambiare opinione riguardo a qualcosa, è quello di modificare il modo in cui questa viene presentata», dichiara Cindy Gallop, fondatrice della succursale Usa dell’agenzia pubblicitaria Bartle Bogle Hegarty. «Il fatto è queste immagini agiscono a livello inconscio e rafforzano l’idea che già abbiamo delle persone».
Getty e Lean In hanno scelto 2500 immagini (un quarto delle quali non facevano parte degli archivi dell’agenzia) e prevedono aggiungerne di nuove. L’iniziativa assume un’importanza particolare di questi tempi, afferma Jonathan Klein, co-fondatore e ad di Getty, dato che smartphone e applicazioni come Pinterest e Instagram hanno aumentato la comunicazione visiva. «Questa generazione comunica per immagini, e il modo in cui le persone sono rappresentate visivamente influisce più di ogni altra cosa sul modo in cui vengono viste e percepite».
«Qui, a Facebook», afferma Sandberg, «penso a quale sia il ruolo del marketing in tutto ciò, perché il marketing riflette i nostri stereotipi e al tempo stesso li rafforza. Vogliamo incoraggiare il sessismo o combatterlo?».
(© 2014 New York Times News Service Traduzione di Marzia Porta)

La Repubblica28 maggio 2014  – Chiara SaracenoLe famiglie i n cui è presente un solo genitore sono oggi il 15, 3 per cento di tutte le famiglie, con una tendenza all’aumento. In particolare sono aumentate quelle in cui l’unico genitore presente non è vedovo; quindi il genitore mancante è tale non per morte, ma per interruzione, o mancata attivazione, della convivenza. Per lo più ciò avviene a seguito di una separazione coniugale, ma sempre piú spesso anche per interruzione di una convivenza senza matrimonio, nella misura in cui tra le coppie che convivono senza sposarsi, un fenomeno in crescita, sono in aumento quelle che hanno figli. Nel 90 per cento dei casi, l’unico genitore presente nella famiglia anagrafica è la madre. In realtà, occorrerebbe distinguere, soprattutto dal punto di vista dei figli, tra famiglie effettivamente monogenitore perché l’altro non c’è, è morto o solo sparito, assente per scelta, indifferenza, incapacità di gestire una genitorialità distinta dal rapporto di coppia, e famiglie che sono tali anagraficamente, ma l’altro genitore è presente attivamente nella vita dei figli, corresponsabile del loro benessere in vari modi e intensità.Dal 2006 in Italia il modello normativo prevalente di affido dei figli minori prevede anche formalmente il mantenimento della cogenitorialitá tramite l’istituto dell’affido condiviso, che distingue tra univocitá della residenza e, appunto, condivisione tendenzialmente paritetica di responsabilità, presenza, tempo. Oggi oltre l’80 per cento degli affidi è formalmente condiviso.È un modello di cogenitorialitá che richiede senza dubbio maturità, fiducia, rispetto reciproco, flessibilità organizzativa tra gli ex partner ed anche un minimo di disponibilità economiche per far fronte alla necessità di due abitazioni capaci di accogliere i figli che transitano da una all’altra. La pratica non sempre vi corrisponde, non solo per mancanza di risorse economiche, lasciando un solo genitore, per lo più la madre, con il carico maggiore di responsabilitá. Inoltre la norma può essere utilizzata dai genitori separati come strumento non per cooperare, ma per continuare il conflitto tra loro. Così come può avvenire ancora oggi che una minoranza di padri separati (si stima attorno al 15-20 per cento) si estranei progressivamente dai figli sia dal punto di vista della responsabilità economica sia da quello relazionale e affettivo.Sono queste le situazioni più difficili, per i figli ed anche per le madri. Lo svantaggio che sperimentano, come tutte le donne con figli, a conciliare famiglia e lavoro mentre, a parità di competenze, sono spesso pagate meno ed hanno meno opportunità di carriera degli uomini, sono aggravate dal fatto che il loro reddito è spesso l’unico, o principale, per loro e i loro figli, mentre non possono condividere neppure in piccola parte i compiti di cura con l’altro genitore. Per questo, in Italia come in altri paesi, le famiglie in cui l’unico genitore presente è la madre sono più a rischio di povertà sia delle famiglie bigenitore, sia delle famiglie in cui è presente solo il padre. A differenza che in altri paesi, tuttavia, c’è poca attenzione per questa particolare vulnerabilità, anche perché c’è poca attenzione in generale alla questione della conciliazione tra responsabilità famigliari e lavorative. Anzi, le poche misure esistenti sia sul piano dei servizi pubblici (servizi per l’infanzia, tempo pieno scolastico), sia sul piano del welfare aziendale, sono le prime ad essere state tagliate in tempi di crisi. Rimane il welfare famigliare procurato dai nonni, che offrono a queste famiglie cura, ospitalità, sostegno economico in misura ancora maggiore di quanto non facciano nei confronti delle famiglie bigenitore. Per altro, i nonni sono anche la risorsa di ultima istanza per quei padri separati che non possono permettersi un’abitazione in cui poter accogliere i figli quando è il loro turno, fare loro spazio, perché si sentano a casa. Ma non tutti possono, o desiderano, contare esclusivamente su un welfare famigliare che li riconduce ad uno status di figlie/i dipendenti quando dovrebbero imparare a fare i genitori, se non da soli, senza il sostegno affettivo del rapporto di coppia con l’altro genitore.

Donne&Lavoro: 10 cose che si possono fare

1. Stipendi più alti per le donne. Si possono ridurre le aliquote dell’Irpef oppure si possono aumentare i crediti di imposta per le donne che lavorano.
2. Meno oneri sociali per le imprese che assumono donne (le valutazioni sugli incentivi introdotti al Sud nel 2008 sono positive).
3. Crediti agevolati e più sostegni alle donne che vogliono creare nuove imprese (anche piccole).
Mettere d’accordo privato e ufficio
4. Orari e organizzazione del lavoro più flessibili. Diritto a passare al lavoro part time per dodici mesi dopo la nascita di un figlio, come in Olanda e nei Paesi nordici.
5. Congedo di paternità retribuito. Un giorno non basta, bisogna arrivare almeno a tre e introdurre incentivi per le imprese che arrivano a cinque
6. Aumentare gli importi dei congedi parentali. Oggi chi sta a casa per accudire il figlio perde il 70% dello stipendio: troppo.
7. Più asili nido. Almeno centomila posti in più in cinque anni. Bisogna anche abbassare le rette (altrimenti se ne va gran parte della busta paga).
Promuovere le pari opportunità
8. Varare una «Legge sull’eguaglianza di genere» che renda più stringenti i divieti di discriminazione contro le donne sul lavoro e incentivi amministrazioni pubbliche e imprese private ad accrescere la quota di personale femminile, soprattutto nelle posizioni dirigenziali.
9. Creare una «Accademia nazionale per i talenti femminili». Premi, borse di studio, corsi di formazione per le studentesse più brave delle scuole secondarie e dell’università.
10. Parità di genere nelle liste elettorali. Il pensiero liberale riconosce i trattamenti preferenziali (per periodi limitati) per scardinare situazioni di vantaggio sistematiche.


.