giovedì 9 ottobre 2014

Le donne laureate più brave dei compagni Ma con meno chance di lavoro dei maschi DI FRA. SI.

Finiscono in tempo. Con 110 e lode. Più spesso dei loro coetanei. Ma escono sconfitte nell'occupazione: più disoccupate, oppure impiegate in mansioni che non richiedono un titolo di studio. Un nuovo rapporto fotografa la disparità di genere dopo l'Università. Ancora forte
Voto di laurea: 110 e lode. 
Frequenza: costante. 
Scelta: per passione.
 «Ma svolgi una mansione adeguata al tuo titolo?». 
Il 46,4 per cento delle ragazze ha risposto di no. E per il 38 per cento il no riguarda qualsiasi vaga coerenza con gli studi affrontati. Sono alcuni dei risultati del rapporto "Bachelor" sulle laureate italiane. Mille interviste, in tutto il paese, in diverse facoltà, sul rapporto fra università, interessi e lavoro. Le risposte fotografano un ritardo che non riusciamo a colmare: le giovani universitarie hanno meno possibilità dei loro coetanei maschi, nonostante i risultati siano mediamente migliori.
Il 41,6 per cento delle ventenni intervistate infatti ha preso 110 e lode come voto finale. Fra i maschi la percentuale è di dieci punti inferiore. Ma a questo non corrisponde maggior successo nel difficile mondo del lavoro di oggi.
 La disoccupazione infatti colpisce le giovani più loro dei compagni: una ragazza su due fra quelle residenti al Sud è senza impiego. 
Al Centro il 28,7 per cento delle laureate contattate è senza stipendio a un anno dalla fine degli studi. Per i laureati la percentuale è del 12,7.
 Così al Nord: 13,2 contro 12 per cento. E anche quando un lavoro c'è spesso non ha nulla a che fare con gli esami superati con lode: solo per un terzo dei giovani (meno per le compagne di classe) il posto occupato valorizza la fatica di cinque anni in facoltà.

Altri dati emergono dal rapporto di Bachelor, una multinazionale italiana che si occupa di ricerca e selezione di talenti per le aziende; che la differenza di genere riguarda ancora alcuni indirizzi (35 su cento le donne nell'area umanistica, contro gli 11 uomini, e l'inverso in Ingegneria: 4,6 quote rosa su 22,5 matricole maschili) ma non tutti: legge, economia, architettura e tutta l'area scientifica sono ormai in quasi parità. E che nella scelta dell'indirizzo di studio per le ragazze conta più il proprio interesse dei consigli altrui: i maschi intervistati hanno dichiarato di aver seguito i suggerimenti di professori e parenti con più costanza rispetto alle colleghe.

mercoledì 8 ottobre 2014

Storia di Hawa, la «nonna» che ha salvato 90mila profughi somali di Carlotta De Leo

«Mia madre sognava che diventassi una persona importante». E così è stato: Hawa Abdi Diblawe, medico e attivista per i diritti umani ha passato la vita ad aiutare i rifugiati e, nel 2012, è stata candidata al Nobel per la Pace. In oltre 22 anni passati nel Corridoio di Afgooye, travagliata regione a nord ovest della Mogadiscio, oltre 90mila persone hanno trovato un riparo nel campo profughi nato spontaneamente nel giardino di casa sua.
«Per lo più sono venuti donne e bambini in fuga dagli orrori della guerra civile. Fanno tutti ormai parte della mia famiglia. Le mie figlie, Deqo e Amina, sono diventate dottoresse e ora lavoriamo tutte insieme». A Cosenza, per ritirare il premio Cultura Mediterranea, Hawa (ormai la «nonna dei rifugiati») è arrivata proprio insieme a Deqo che ora gestisce la Fondazione nata da un piccolo ambulatorio di provincia per la salute delle donne. «Mia madre rimase incinta del suo settimo figlio quando io avevo appena 11 anni. Mentre la sua pancia cresceva, lei era sempre più debole e sofferente. La morte in Somalia può arrivare attraverso le violenze, le malattie o anche il parto – ricorda – È per questo che sono diventata un dottore, una ginecologa, perché volevo risparmiare ad altri le sofferenze che avevo patito io».
Con l’aiuto della Russia, Hawa si è laureata all’università di Kiev ed è diventata la prima ginecologa donna in Somalia. «Io sono cresciuta in tempi molto diversi, la Somalia era un Paese diverso –ricorda – La mia Mogadiscio era il posto migliore di tutta l’Africa. Nelle zone rurali, i bambini avevano latte fresco, carne fresca e aria fresca. La vita era molto semplice e molto tranquilla».
Ma nel 1991 tutto cambiò. «Quando il governo cadde, sempre più persone vennero all’ambulatorio e a casa in cerca di un rifugio dai combattimenti delle città. Mi sembrò doveroso dare a tutti un posto per dormire e sentirsi sicuri. Piano piano si sparse la voce e aumentava la gente che bussava alla nostra porta. Quando nella nostra casa non ci furono più letti liberi, le famiglie dormivano fuori sotto gli alberi del nostro giardino».
È da quell’accampamento di fortuna che è nato il suo villaggio: «Non è sempre stato facile, negli anni abbiamo temuto per la nostra vita: più volte mi sono trovata di fronte ai guerriglieri».
La Somalia di oggi si sta avviando verso la normalizzazione, ma « il governo è ancora troppo debole. Non riusciamo ancora ad avere una stabilità, alcuna sicurezza. E le vere vittime di questa tragedia sono proprio le donne e i bambini – racconta Hawa – Il nostro Paese sta soffrendo da 22 anni ininterrottamente. L’emergenza oggi è la mancanza di lavoro. Con la guerra, era impossibile lavorare, produrre, sfamare la propria famiglia. E la conseguenza è che nei campi i bambini muoiono per fame. Non per malattie incurabili: è la malnutrizione che se li porta via».
Tra le emergenze, anche quella dell’educazione soprattutto per le bambine. «Nel nostro campo c’è una scuola elementare che di fatto copre fino alle medie, dalla prima all’ottava classe. Il prossimo anno creeremo anche una scuola superiore – dice Deqo che aiuta la mamma a organizzare le lezioni- Ovviamente dobbiamo fronteggiare diversi problemi: mancanza di fondi, di insegnanti, di spazi e attrezzature. Ma nonostante tutto, il 25% dei nostri bambini riceve un’istruzione di base».

Per le ragazze, poi, la situazione è ancora più complessa: «I figli sono fonte di reddito per le loro famiglie, soprattutto le bambine che si occupano, a loro volta, della gestione degli altri piccoli e della casa. Per questa ragione, stiamo cercando di aprire questa un asilo dove le famiglie possono portare i neonati. E finalmente anche le bambine potranno andare a scuola» conclude Deqo.

martedì 7 ottobre 2014

SOLDATESSE PUBBLICATO DA PAROLADISTREGA

Nei social (soprattutto Facebook) gira la testimonianza di Jacques Berès, fondatore di Medici senza Frontiere, sulla situazione curda
E colpisce molto ciò che Berès riporta sulle donne armate curde, vere eroine combattenti, temute anche dall’ISIS (il c.d. nuovo Stato Islamico): “Almeno il 40% dei guerriglieri che ho operato in seguito a gravi ferite provocate da esplosioni, missili e bombe sono donne. Questa è una caratteristica unica nella regione. Le strutture della società sono laiche, il ruolo della donna qui è importante, a capo di ogni istituzione ci sono generalmente un uomo e una donna, una visione nettamente in contrasto con la misoginia tipica di queste zone del Medioriente e soprattutto che cozza con la visione integralista che vogliono imporre i seguaci del Califfo. Sono stato a un chilometro dal fronte di battaglia con l’ISIS. Ho visto molte donne guerrigliere e anche giovani respingere gli assalti dei jihadisti con armi modeste.”
Da questa notizia (non nuovissima, perché sapevamo dell’esistenza delle donne curde armate, ormai da un po’ di tempo) nascono commenti ed opinioni di donne sul tema delle “DONNE NELL’ESERCITO” (comprendendo nelle discussioni, eserciti nazionali o gruppi partigiani di resistenza).
Le femministe storiche non amano l’idea delle armi e della donna nell’esercito, rifiutando in tal senso un modello maschile di “risoluzione dei conflitti”.
C’è un rifiuto delle armi e della violenza come problem solving di tensioni sociali, culturali, economiche.
C’è un rifiuto delle donne nell’esercito, considerando il tutto come una “ripetizione” degli errori al maschile.
Quindi: le donne devono e possono risolvere in modo alternativo e diverso la società e la cultura, perché volere la parità dei diritti-doveri non significa cerca di imitare i lati peggiori e distruttivi del mondo maschile.
Condivido questo pensiero.
MA. C’è un MA.
Come ho scritto nel gruppo FEMMINISTE di Facebook – come commento al post di una giovane soldatessa, che sollecita l’arruolamento di donne nell’esercito italiano – deve esistere una “via di fuga”, una “via di emergenza” rispetto al pensiero di fondo, a quello che poniamo come uno dei “principi etici” del femminismo.
La “via di emergenza”, secondo me è la seguente: non si può dire in senso assoluto che le donne rifiutano le armi e l’esercito.
Facile dirlo in tempo di pace.
Facile dirlo se non stiamo vivendo la situazione delle donne curde.
Facile dirlo se non siamo sottoposte alla minaccia di RAPIMENTI, STUPRO, MASSACRO da parte di fanatici organizzati in esercito.
Se fossimo nelle donne curde, rifiuteremmo l’uso delle armi?
Se fossimo nelle donne curde, attenderemmo in santa pace di essere stuprate e vendute come schiave?
Se fossimo nelle donne curde, non difenderemmo le nostre madri, sorelle e figlie?
Io sono contro le armi: tutte, sia ben chiaro. Proprio non ne sopporto neppure la vista. Odio anche la caccia, figuriamoci se tollero l’uso delle armi in “normali condizioni di vita”. Ma non sempre e non in tutto il mondo, esistono “normali condizioni di vita”.
La violenza fa parte dell’uomo, da sempre.
Certo, sarebbe bello contrastarla civilmente, combatterla con le parole, le azioni positive, il confronto, il dialogo costruttivo. Ma ci sono momenti storici e contesti culturali dove la PAROLA non basta a garantire la sopravvivenza di sé e del proprio gruppo sociale. Ci sono eventi più grandi delle buone intenzioni delle donne. Purtroppo.
Io ammiro quindi le donne curde: stanno dimostrando al mondo intero una forza, una determinazione, una capacità organizzativa incredibile. Non sono donne di eserciti occidentali, finanziati e strutturati: sono al livello di partigiane sulle montagne, nel senso che gli arruolamenti e gli addestramenti avvengono in situazione di emergenza.
Ricordate le nostre partigiane?
Sì, c’è chi sostiene che alcune combattevano senza armi. Ma senza armi il nazismo e il fascismo sarebbero sopravvissuti. Purtroppo le guerre non si fanno con le parole, il sangue non si lava con le parole, le teste e gli arti mozzati non si “ricuciono” con le parole.
Pur odiando le armi, mi chiedo quindi cosa farei di fronte al pericolo di violenza e morte: credo che il mio ”spirito di sopravvivenza” sarebbe più forte di qualsiasi altro spirito, volontà e buona intenzione.
Sono femminista e il femminismo odia le armi. Ma ama le donne.
Quindi, credo che – in fondo – le amiche femministe comprenderanno la difficile e terribile posizione delle donne armate curde: hanno scelto di combattere. Per sopravvivere.




sabato 4 ottobre 2014

“La Filosofia Maschia” la combatte un blog

Continuano le nostre interviste in vista di “Educare alle differenze”, incontrando Fiammetta Mariani e Lorenzo Gasparrini del blog “La Filosofia maschia”.
Con loro cerchiamo di indagare in che modo le donne sono escluse dal sistema didattico italiano, in particolare dallo studio della filosofia, dove si contano molti nomi di illustri studiose nemmeno citati nei manuali.
Cercando di capire come si può cambiare questo modo di insegnare e di apprendere.
Educare
Come nasce il vostro blog? Come si è evoluto nel tempo?
Lorenzo: Nasce dal fatto che volevamo entrambi fare qualcosa per la disciplina che amiamo e farlo a scuola, dove è più maltrattata che altrove. E farlo secondo l’antisessismo che ci piace. Pubblichiamo quello che aiuta a immaginare e creare una scuola migliore riguardo le questioni di genere, cercando di accumulare informazioni utili a chi ci legge, che sono privati, insegnanti, associazioni con i nostri stessi interessi.
Perchè la filosofia è maschia? E’ più maschia di altre discipline?
Fiammetta: La filosofia è maschia perché siamo nel XXI secolo e non è più accettabile che nei libri di testo dei licei, nei manuali di storia della filosofia non si menzionino ordinariamente le donne, le filosofe, che hanno contribuito allo sviluppo speculativo e al pensiero stesso. Il punto centrale resta capire come mai, nella didattica generale le filosofe restano marginali, menzionate come “minori” – rispetto a chi?, sarebbe da chiedersi – o nei casi più fortunati nominate come oggetto della narrazione, del pensiero.Mai come soggette.
Lorenzo: il nome del nostro blog è ironico, come l’immagine di Hannah Arendt con i baffoni pop. filosofia maschia
E la filosofia è “maschia” perché così la raccontano i manuali nelle scuole: priva di donne, e sostanzialmente priva di argomenti legati al corpo, alle emozioni, ai sentimenti, a tutto ciò che aiuterebbe a pensare criticamente il rapporto con l’altro – genere, sesso, quello che vuoi. Insomma, un falso.
Fiammetta: Non è più sostenibile questa assenza, questo rifiuto nel considerare quanto e come le filosofe abbiano contribuito allo sviluppo filosofico con un approccio diverso ed altro rispetto al pensiero maschile tradizionale, facendo della filosofia una disciplina spesso più pratica, più politica,ponendo l’accento sul valore dell’esperienza e delle relazioni e slegando lo studio di questa disciplina dal solo esercizio astrattivo e dalle dissertazioni sull’Universale.
Quali sono le grandi escluse dalla filosofia insegnata e studiata a scuola?
Fiammetta: Moltissime, si potrebbero fare decine di esempi; figure importanti come Didone, le Pitagoriche, Ipazia, Eloisa, Ildegarda di Bingen e molte altre che stiamo cercando di nominare in rete, sul nostro blog e con fatica portando nelle scuole. Tutte donne che spesso non sono mai state neanche insignite del titolo di “filosofe” solo perché non ci hanno lasciato scritti o perché non si sono occupate in maniera squisitamente tradizionale del “sapere filosofico”.
Lorenzo: c’è solo l’imbarazzo della scelta, non ha senso fare nomi perché sono tantissimi. Abbiamo finora parlato di Ipazia, Elisabetta del Palatinato, le Preziose, ma sono solo esempi. Nei manuali le donne compaiono – se compaiono – solo dopo il secondo dopoguerra: è ridicolo.
Riuscite a comunicare una filosofia diversa attraverso il vostro blog?
Fiammetta: Attraverso il blog tentiamo un approccio divulgativo, per non esperti del settore. Cerchiamo di incuriosire i/le lettori/lettrici anche sfatando miti, cliché e luoghi comuni su talune personaggi e le loro storie. Il ruolo che ci siamo assegnat* è stato quello di narratori/trici e nello stesso tempo sperimentatori/trici di nuovi modelli narranti. Questo condito da un approccio di genere; un’attenzione particolare la dedichiamo alla sfera della sessualità e delle relazioni, e a quanto queste abbiano influito nel pensiero e nelle vite di filosofe e filosofi.
Che tipo di visione del mondo vorreste far passare?
Lorenzo: un mondo dove tutti i generi sono presenti, vivi e non oppressi; dove si può debellare la violenza di genere e i poteri patriarcali ancora così pesanti da sopportare per tutti – che se ne accorgano o no.
In cosa consistono i percorsi di genere filosofici?
Fiammetta: Consistono nel raccontare proprio delle storie in modo nuovo; poniamo l’accento sulle vite – spesso intrecciate – di filosofe e filosofi, pensando i nostri laboratori su misura per classi e insegnanti, basandoci sulle loro necessità. Una delle poche figure femminili di spicco nella filosofia studiata nelle scuole, ad esempio, è Hanna Arendt. Questa filosofa viene frequentemente inserita nei programmi delle quinte liceo, raramente viene posto l’accento sulla sua vita, le sue relazioni, in un’ottica di genere. Si tende, infatti, ad affrontare il pensiero della Arendt se non in stretta correlazione – o peggio come riflesso – a quello di Heidegger oppure di Jaspers. Nessuno pone l’accento su Arendt in quanto soggetto-unicum del pensiero del XX secolo che ha addirittura avuto profondo ascendente sulle idee ed il pensiero di Gunter Anders. Questo è l’approccio con cui lavoriamo e come ci poniamo interrogativi sul pensiero delle filosofe.
L’acquisizione di una prospettiva di genere nello studio della filosofia potrebbe minacciare concretamente l’egemonia maschile, non solo nei libri? In che modo?
Fiammetta: Non credo si tratti di minacciare alcunché, nè di egemonia a nostro avviso; semmai il problema è il retaggio della cultura scolastica in Italia. Il sistema didattico in sé, prima dei contenuti della didattica. Per noi la sfida è tentare di costruire un nuovo orizzonte filosofico, didattico e pedagogico che preveda un significativo aumento della presenza delle filosofe nei programmi, e nei manuali, che sia però in grado di farsi carico di COME i contenuti vengono raccontati.
I manuali di filosofia utilizzano una narrazione “tradizionale”, noiosa perché incentrata all’impersonalità del racconto del pensiero. Questo, per concedere maggiore spazio allo studio del pensiero medesimo. Ma questo approccio si rivela disamorante ed improduttivo. C’è bisogno di dare spazio a buone pratiche di racconto; buone storie di vita e di relazioni, occupandosi del pensiero filosofico al fine di superare tradizioni e dicotomie.
Lorenzo: liberando il pensiero critico, scatenandolo contro la base patriarcale che condiziona il pensiero di tutti. Ripensare concetti ovvi e dati per scontati è necessario per smontare le costruzioni culturali che servono a mantenere in vita un odioso potere condizionante, per tutti i generi sessuali.
Perchè partecipate a “Educare alle differenze”? Cosa sperate di realizzare a partire da queste due giornate nazionali?
Fiammetta: Partecipiamo perché ci sentiamo esattamente al centro di un nuovo ripensamento del sistema educativo, che sia orientato alle differenze nel pensiero filosofico. In primis, speriamo di confrontarci e di conoscere nuove realtà. C’è bisogno di parlarsi; spesso i problemi dell’insegnamento della filosofia sono gli stessi che presentano le cosiddette scienze dure. Poca attenzione al contributo femminile, e resistenza al cambiamento di passo.

Lorenzo: perché serve che tutti questi sforzi si conoscano e facciano rete, potenziandosi a vicenda, raccontando storie diverse dalla vigente narrazione monogenere, presentandosi ovunque sul territorio e fornendo informazioni e indicazioni a tutti gli attori sociali interessati e interessabili.

venerdì 3 ottobre 2014

Nuova ricerca, ancora differenze di genere tra gli scienziati dello spazio di Alessia Schiavon

Lo studio dello spazio è da sempre sinonimo di evoluzione dell’uomo. Le grandi conquiste dell’Universo che ci circonda, come da ultimo il raggiungimento di Marte da parte della sonda indiana Mangalayaan, rappresentano l’avanzamento progressivo della conoscenza umana, che non pare però ancora orientato verso la parità di genere. Lo Space Telescope Science Institute, che sovraintende alle operazioni del famoso telescopio Hubble, ha recentemente condotto un’approfondita ricerca su diversi cicli di proposte di osservazione rivolte all’Istituto e il risultato ha suscitato un’evidente interesse della comunità scientifica, e non solo, al punto che lo studio verrà prossimamente pubblicato sulla prestigiosa rivista Publications of the Astronomical Society of the Pacific.
La ricerca, che ha avuto inizio due anni fa, si è concentrata precisamente sulle richieste di osservazione attraverso il telescopio Hubble, il quale è a disposizione della comunità scientifica internazionale.
Per uno scienziato poter accedere all’Hubble Space Telescope rappresenta un successo importante, non solo per poter procedere con la propria ricerca, ma anche perché si tratta di un privilegio concesso a pochi scienziati. È stato calcolato, infatti, che tre quarti delle proposte ricevute dallo Space Telescope Science Institute sono state rifiutate. Tuttavia, la ricerca ha dimostrato che la maggior parte di queste erano state presentate da team scientifici guidati da donne. Un dato di fatto che ha portato a concludere che le richieste avanzate da scienziati di genere maschile risultano avere una percentuale di successo molto più elevata.
La ricerca è stata condotta prendendo in esame il tempo di osservazione del telescopio, il quale è comunemente diviso in cicli, la cui durata tipica è di un anno. Dopo ventiquattro anni dal suo lancio nello spazio, il telescopio è ora al suo ventunesimo ciclo di osservazione. Nello specifico, sono stati analizzati i cicli di osservazione dal numero 11 al numero 20, ovvero il periodo di tempo compreso tra il novembre 2001 e il maggio 2012, durante il quale lo Space Telescope Science Institute ha ricevuto più di 9.400 proposte. Queste sono state prima revisionate manualmente e poi categorizzate sulla base del genere dello scienziato sponsorizzatore della richiesta.
I dati statistici hanno mostrato una media di successo delle richieste promosse da uno scienziato di genere maschile pari al 23,5%, a fronte di un 18,1% nel caso di proposte con un team leader donna, raggiungendo picchi di insuccesso dell’11%-9% e in alcuni casi anche dell’1,5%-2.2%.
«Si potrebbe cercare di spiegare quest’effetto come semplici campionature statistiche, ma ciò accade ogni anno» ha affermato Neil Reid, scienziato a capo della ricerca. «Si tratta di un effetto sistematico, di sicuro maggiormente presente nelle proposte più datate. Più ci si avvicina al tempo attuale più si coglie un avvicinamento delle percentuali di successo tra donne e uomini».
«Un risultato in ogni caso inquietante» ha commentato l’astronoma della Yale University Meg Urry, la quale per ben sette anni è stata alla guida della commissione dello Space Telescope Science Institute che ha il compito di pronunciarsi in merito alle proposte di osservazione. «Da parte mia ho lottato molto perché la commissione stessa fosse composta da donne. Si tratta di una discriminazione sottile da percepire, ma i bias sono senza dubbio presenti».
Attualmente gli scienziati possiedono solo dati e nessuna informazione a riguardo delle cause di tale disparità. Per questo motivo l’istituto ha deciso di proseguire nella ricerca, richiedendo anche il contributo dei sociologi che si occupano di bias di genere.
Nel frattempo lo Space Telescope Science Institute ha precisato che sono state modificate le procedure relative alle proposte di osservazione, il cui format non prevede più l’indicazione del nome dello scienziato sponsorizzatore della ricerca, sostituito da semplici iniziali, così da neutralizzare almeno in una prima fase i rischi derivanti dalle differenze di genere.



giovedì 2 ottobre 2014

E se le quote servissero anche nel mondo della regia? di Laura Zangarini

«Le donne hanno ancora bisogno di “padri” e “padrini” nel cinema. Non avrei mai pensato di poterlo dire ma oggi chiedo che le “quote rosa” vengano introdotte anche per il cinema»
Il cinema è appannaggio dell’universo maschile? I risultati dello studio condotto dall’Osservatorio dell’audiovisivo del consiglio d’Europa riportati nella prima ricerca dedicata alle donne registe europee suggeriscono di si. Come in molti altri ambiti professionali (uno su tutti: i dati Istat sui dirigenti italiani parlano di 12 donne su 100), anche le cineaste vengono discriminate. Dallo studio emerge che nel periodo 2003-2012 le donne hanno diretto solo il 16,3% di tutti i film arrivati nelle sale europee (in Italia la percentuale scende al 10,05%, nonostante il nostro Paese nello stesso periodo sia il secondo, dietro alla Francia, per numero di film prodotti). La ricerca riporta inoltre che la quota di biglietti venduti dalle produzioni femminili è solo l’8,9% del totale (in Italia le cose sono andate anche peggio: la percentuale si è arrestata al 3,67%).
Risultati che non sorprendono Diana Dell’Erba, 32 anni, attrice e regista torinese, autrice nel 2013 di Registe, documentario (il 24 settembre uscirà in dvd per Eagle) in cui ripercorre la regia italiana al femminile sia da un punto di vista storico che di quello delle pari opportunità, «tentando di comprendere e spiegare – sottolinea – perché su 100 registi solo 7 siano donne. Un dato che è simile per tutte le nazioni del mondo e per molti ruoli di potere e che è stato anche il punto di partenza della mia tesi di laurea». Poiché i dati raccolti non sono sufficienti per raggiungere conclusioni certe, il rapporto si limita a formulare delle ipotesi per spiegare il fenomeno. È possibile, si legge, «che la causa sia da ricercare nel genere di film che donne e uomini dirigono. Le prime propongono per lo più pellicole che hanno una protagonista donna, o offrono una visione femminile della realtà o, ancora, sono incentrate sulle relazioni interpersonali. Mentre gli uomini dirigono più film d’avventura, azione e fantascienza, che sono anche quelli che vendono un maggior numero di biglietti». «Sono totalmente d’accordo» sottoscrive la regista e sceneggiatrice siciliana Roberta Torre (Tano da morire, 1997; Angela, 2002; Mare Nero, 2006). Che aggiunge: «Le donne hanno ancora bisogno di “padri” e “padrini” nel cinema. Chi ne ha, parte avvantaggiata. Per le altre esiste un problema di fiducia, quasi nessuno si azzarda a dare in mano a una donna un film con un budget importante. E con la crisi economica la situazione è peggiorata. Non avrei mai pensato di poterlo dire ma oggi chiedo che le “quote rosa” vengano introdotte anche per il cinema».

«Non è sempre una lotta drammatica o triste – sostiene la regista Francesca Archibugi nel documentario di Dell’Erba -. A volte è anche esaltante». Ilaria Borrelli fa notare che «la regia permette di essere psicanalisti di se stessi perché permette di dare voce alle emozioni» mentre Alina Marrazzi sottolinea che «In Italia gli studi di genere praticamente quasi non esistono». Un dato su cui si sofferma anche Dell’Erba: «nel mondo anglosassone è dagli anni 70 che si parla e si studia la figura femminile nel cinema. Quando invece nel nostro Paese si parla di registe donne si tende a etichettare i loro film come “drammatici”, di fatto ghettizzando lo sguardo delle autrici su tematiche specifiche, come se fossero incapaci di affrontare altro. Mentre uno sguardo alternativo a quello maschile è semplicemente necessario. Negli Stati Uniti c’è un interesse maggiore rispetto a questi temi – aggiunge –. Due biblioteche americane i cui allievi studiano il cinema italiano hanno chiesto di poter averne una copia di Registe per la consultazione». Resta un fatto: a prescindere dalla causa, il divario tra uomini e donne che decidono di intraprendere la carriera di registi è enorme. Tanto che, conclude lo studio, «se tutto rimane invariato ci vorrà mezzo secolo per ottenere la parità tra i sessi sul fronte del numero di film diretti, e tre quarti di secolo per ottenerla al botteghino».

mercoledì 1 ottobre 2014

Violenza sulle donne: uno stupro non può mai avere attenuanti di Pia Locatelli

Ho voluto attendere qualche giorno prima di intervenire sulla sentenza della Cassazione che non esclude la possibilità di applicare l’attenuante di minore gravità ad un marito che ha più volte stuprato la consorte. Ho cercato di far passare la rabbia del momento e di ragionare a freddo prima di commentare una notizia che arriva a pochi giorni dall’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e che va in senso diametralmente opposto a quanto questa stabilisce.

La rabbia non è passata. Anzi è cresciuta pensando ad altre sentenze che ci sono state in passato quando le vittime dello stupro erano considerate sempre un po’ colpevoli, quando si diceva che in fondo se l’erano cercata, quando molte, moltissime donne venivano violentate e umiliate una seconda volta nel dover affrontare il processo contro il loro aguzzino.

E mi è ritornata in mente la sentenza molto più recente della corte d’Appello di Catanzaro che nel dicembre scorso ha annullato il processo contro un uomo di 60 anni trovato a letto con una bambina di 11 anni che gli era stata assegnata in tutela dai servizi sociali, perché non è stata esaminata l’ipotesi dell’attenuante dell’accondiscendenza della vittima, in “relazione d’amore”, con l’imputato.

Attenuanti perché l’uomo era innamorato della bambina. Attenuanti perché il marito era ubriaco. Attenuanti perché la donna fino a un attimo prima aveva lasciato intendere che ci stava. Attenuanti perché la vittima non si è difesa abbastanza.

Basta. Bisogna dire, urlare, affermare una volta per tutte che uno stupro non può avere attenuanti. MAI.

Nella legge contro il femminicidio, approvata lo scorso ottobre, si parla di un piano anti violenza basato sulla prevenzione che prevede formazione nelle scuole, tra le forze dell’ordine, nell’apparato sanitario. Il piano lo stiamo ancora aspettando e la mancanza di una ministra con le deleghe alle Pari opportunità, più volte richiesta al presidente Renzi, di certo non aiuta.


E’ certo però che nella formazione andrebbero inclusi anche certi giudici le cui sentenze sono a dir poco vergognose.