giovedì 6 novembre 2014


tante donne e tanti uomini insieme per il diritto delle donne di muoversi in libertà e sicurezza sempre e  ovunque









LIBERE di USCIRE. LIBERE di CORRERE


Uno dei capisaldo di un cammino verso reali Pari Opportunità è costruire un mondo dove donnee uomini, bambini e bambine godano degli stessi diritti. Per un genitore, padre o madre che sia, è terribile dovere dare istruzoni diverse a seconda che si rivolga ad un figlio o ad una figlia.
Mi batto contro questa ingiustizia da quando sono piccola.
L'ingiustizia permane ancora oggi e chiunque abbia figli maschi e figlie femmine sa bene che quest'ultime sono più limitate nei loro spostamenti: la discoteca è lontana? hai 16 anni? e allora troviamo qualcuno che ti accompagni, ti vengo a prendere non ci vai eccetera eccetera.
Giorni fa Irene correva lungo il Naviglio, frequentato canale milanese, durante un giorno festivo,mezzogiorno. Mentre era ferma ad una fontanella per bere, in quattro l'hanno circondata e seviziata tentando di stuprarla. Per torturarla hanno usato un pezzo di vetro ed un coltello.
Irene è poi scappata, ha corso insanguinata fino al Centro Sportivo più vicino, dopodiché è svenuta.
"Meno male che è viva" diceva ieri un'amica.
"Meno male che la violenza non è riuscita" diceva un'altra.
Sì.
Certo è che la vita di Irene non sarà mai più la stessa, di questo ne siamo tutte consapevoli.
E allora da quando Irene è stata aggredita, noi donne siamo ancora più spaventate: anch'io corro spesso sul Naviglio ed ho pensato che da sola forse non ci andrò più. Le madri impaurite hanno ridotto la libertà delle figlie, le ragazze sono corse a dotarsi di spray antiaggressione.
Come tanti anni fa. Siamo ancora ferme qui.
NO.
Non riduciamo il nostro spazio vitale, né il nostro né quello delle nostre figlie.
Milano ci appartiene, e' anche nostra e abbiamo diritto a viverla liberamente.
Che l'Amministrazione delle città facciano in modo che le loro cittadine possano vivere liberamente. Come vivono liberamente gli uomini.
Che ci si informi delle azioni intraprese in città ritenute sicure: ero a Berlino recentemente e alle 3 del mattino vedevo moltissime ragazze tornare liberamente a casa sole.
Che si inizino questi corsi alla relazione e al rispetto di cui si parla da anni, e che li si proponga nelle scuole ma anche agli adulti italiani e stranieri.
E che di questo problema, che è un problema di democrazia che non funziona, si occupino donne e uomini insieme.
Perchè la battaglia per il diritto alla libertà di ci riguarda tutte e tutti.


mercoledì 5 novembre 2014

Consigliere di parità o dame di carità? Di Valeria Maione

Private di fondi e risorse, senza uno stipendio, impossibilitate a fare il loro lavoro ma sovraccariche di responsabilità formali: questa è oggi la situazione delle consigliere di parità. Il forte
disinvestimento rende esplicito che la politica istituzionale le considera superflue e non crede nel loro operato. La domanda dunque è: sono davvero necessarie?
Il ruolo delle consigliere e i consiglieri di parità, che di seguito menzioneremo al femminile data la scarsa rappresentanza di uomini nella categoria, viene messo in discussione dai tagli alle risorse necessarie per svolgere le proprie mansioni. Vista la situazione di stillicidio forse vale la pena ripercorrere la storia della funzione di consigliera, analizzarne le funzioni e capire se ancora ha un senso che esista questa figura.
L'incarico di consigliera di parità nasce con le leggi 863/84 e 56/87 e attraversa quattro fasi[1] . Il primo periodo, negli anni ‘80, è caratterizzato da una attribuzione di funzioni che però non è sostenuta da una conseguente attribuzione di poteri. In pratica, per assolvere ad un obbligo di immagine, si concedeva un riconoscimento formale, senza rendere agibile un effettivo controllo sul mercato del lavoro. Nella seconda fase, con la legge 125/91, i poteri furono previsti e articolati ma i soldi per renderli operativi no. Le consigliere divennero forti sulla carta ma deboli nella realtà. Alla situazione rimediò la legge 196/2000, e siamo alla terza fase, attraverso il decentramento e il potenziamento delle funzioni in rete delle consigliere. Le funzioni vengono razionalizzate e potenziate, vengono date dotazioni operative e finanziarie. Rimaneva qualche criticità che avrebbe avuto bisogno di un intervento legislativo, ma quando si presentò l'occasione nel 2006, anno in cui, per adeguarsi alla direttiva europea dello stesso anno[2], viene stilato il Codice delle pari opportunità, si fece tutto in fretta e furia a fine legislazione e male, perdendo l'opportunità di rettificare e innovare.
Con la crisi e una revisione della spesa che ha tagliato con l'accetta soprattutto nel sociale i fondi delle consigliere sono stati ridotti drasticamente, e così si apre la quarta fase: grandi potenzialità e scarse possibilità pratiche di intervento. Come se non bastasse, l’esiguo fondo (attribuito nel 2013) per le attività delle consigliere destina l’87% delle risorse alle Regioni a statuto speciale inibendo di fatto l'operato delle altre realtà locali. Parlando di soldi, non meritano commento i 16 euro lordi mensili previsti come compenso forfettario per le consigliere di parità regionali. C'è un ripiegamento, un colpo di frusta che non giova alla tutela delle donne contro le discriminazioni sul lavoro, visto che in alcuni casi le consigliere sono state chiamate a rispondere in prima persona, anche a livello finanziario, di azioni in giudizio che le hanno viste soccombenti. Situazione aggravata da un aumento delle competenze, verificatosi in relazione alla legge 215 del 2012, che prevede che le consigliere debbano vigilare sulla composizione delle commissioni di concorso pubblico affinché sia garantita una presenza “paritaria” dei due sessi.
Dal Dgs. 198/2006 si evince che le Consigliere di parità hanno delle attribuzioni che le connotano distinguendole da tutti gli altri organismi territoriali simili. Sono infatti pubblici ufficiali, soggetti terzi ai quali si richiede preparazione specifica ed esperienza pluriennale. Per la verità, sui curricula, specie negli ultimi tempi, non sembra ci sia stata la necessaria attenzione e d’altra parte l’aver introdotto il concetto di “funzionalità” al sistema di fatto lega un organismo di garanzia, che dovrebbe essere di per sé indipendente, alle decisioni politiche delle istituzioni locali.
Cosa fanno concretamente le consigliere? Operano in ambito lavorativo per promuovere e monitorare l’applicazione dei principi di parità, di pari opportunità e contrastare le discriminazioni di genere , fanno parte delle Commissioni tripartite, dei Tavoli di partenariato locale e dei Comitati di sorveglianza. Possono chiedere alle Direzioni del lavoro ispezioni e andare in giudizio contro le discriminazioni[3] a prescindere dalla volontà di parte. In molti contesti e con numerosi soggetti hanno stilato protocolli di intesa che consentono di rendere ancor più forte il legame con il territorio che hanno nel tempo coltivato. Ogni due anni le consigliere di parità regionali raccolgono ed elaborano i rapporti sulla situazione del personale delle imprese con più di 100 addetti, operazione che dovrebbe consentire, oltre alla conoscenza del contesto, il richiamo di quelle unità produttive troppo squilibrate per genere. Altre attività e funzioni[4] potrebbero essere menzionate così come si potrebbe evocare la giurisprudenza che si è andata creando negli anni, penso ad esempio alla legittimazione ad agire dinanzi al TAR nei confronti di Giunte con la sola presenza maschile, per la consigliera di parità regionale, oppure la costituzione di parte civile nelle molestie sessuali in ambito lavorativo (sentenza del Tribunale di PT, 8/9/2012 n. 177-8).
Per dare un'idea di che cosa fa una consigliera, racconterò una delle storie di discriminazione che si sono risolte con il mio intervento in veste di consigliera della Liguria. Una giovane donna stava facendo un percorso formativo in un particolare settore per il quale potevano (ma non dovevano) essere richieste caratteristiche fisiche, che proprio in quanto donna, la giovane non aveva. La donna mi riportò una situazione di obiettiva e continua umiliazione perchè secondo i formatori non rientrava negli standard richiesti. C'era un piccolo particolare però: la società responsabile del corso aveva preso dei contributi locali proprio perché nel percorso formativo sarebbero state ammesse anche le donne. Ci vedemmo una prima volta con il titolare che mi fece notare come non discriminassero le donne in generale, ma avessero a che fare con una donna che non riusciva a fare quanto previsto. Chiedemmo un incontro anche con l’interessata che, al momento di spiegare la situazione, si dimostrò fragile, provata, molto, forse troppo, emotivamente coinvolta. Per un attimo temetti di non riuscire ad ottenere granché. Ma quando mi fecero presente che, essendo dei formatori, consideravano il fallimento di una discente, oltre che un dispiacere, un fattore di debolezza della struttura, domandai loro se e quanto fossero attribuibili a loro stessi le debolezze e le criticità che la giovane aveva palesato, se le stesse non potessero essere frutto di un loro scarso impegno nel supportarla e metterla in condizione di superarle. Fu la svolta. Ci accordammo che la studentessa avrebbe cambiato percorso mantenendo molti dei crediti che il suo obiettivo impegno le aveva fatto acquisire e avrebbe ottenuto un brevetto per compiere operazioni che non richiedevano quegli standard per lei non raggiungibili. Alla fine quella giovane ha conseguito più di un brevetto con piena soddisfazione sua e della struttura di formazione. Potrei aggiungere che la persona che l’aveva trattata, diciamo così, con poco tatto, è stata allontanata, ma questa è un’altra storia.
Molti casi di questo genere sono alla continua attenzione delle consigliere che si prodigano in primo luogo ascoltando e trovando delle soluzioni, quando possibile, a prescindere dalle azioni specifiche che possono essere messe in atto coinvolgendo i sindacati e i giudici. Posso testimoniare che spesso l’ascolto risulta una medicina più efficace di molte altre. Anche perché ascoltando e impegnandosi si trovano soluzioni, spesso inattese. Ricordo ancora un lavoratore, maschio, perché alle consigliere non si rivolgono solo le donne, che si riteneva discriminato nel suo lavoro. Probabilmente era soltanto non opportunamente collocato. Per non limitarmi al puro ascolto mi rivolsi ad un altro organismo di garanzia che opera sul mio territorio. Oggi lavora con soddisfazione proprio in quella struttura alla quale l’avevo proposto come persona da seguire…
Conoscere il ruolo e le attività del lavoro delle consigliere dovrebbe indurre quantomeno a riflettere sul percorso politico in atto che vede lo svuotamento di questa figura. Alcune consigliere rinunciano a ricandidarsi perchè un ruolo così denso di funzioni operative diventa incompatibile con l'attività che svolgono per mantenersi, altre si dimettono perchè nei contesti in cui operano non vengono riconosciute e appoggiate. Quindi la domanda è “non servono più”? Se la risposta politica è che no, non servono, sarebbe opportuno dirlo chiaramente invece di osteggiare e svuotare.
Non si può negare la necessità di ripensare per intero la materia, e probabilmente su questo versante non si è ancora fatto abbastanza, ma un ripensamento non comporta necessariamente una totale distruzione. Da economista prima di tutto mi sembra che ciò costituisca uno spreco di risorse e di esperienze che non possiamo permetterci.


martedì 4 novembre 2014

#vagadetotes: le donne cominciano a fermare il mondo da Barcellona

Il 22 ottobre è stato il primo giorno di #VagaDeTotes. Dopo numerose assemblee nelle piazze e la stesura di un manifesto politico, le manifestanti, femministe e donne di diverse provenienze e differenti per età, si sono mobilitate fin dalla mattina presto realizzando blocchi del traffico in diversi punti della città. La giornata di mobilitazione, ricca di perfomance e azioni mirate, si e’ conclusa con una manifestazione unitaria in Pl. Catalunya alle 19.
Il loro prossimo obiettivo è uno sciopero generale indetto dalle donne e che rappresenti le donne.
Non si tratta di uno sciopero come gli altri. Date le diverse misure politiche e l’attacco legale, sociale ed economico sempre più gravi contro i diritti, la dignità e la libertà, si vogliono riappropriare dello sciopero come strumento di lotta, recuperando la tradizione che ha visto le donne avere ruoli chiave in scioperi e sommosse storiche. “Cosa vuol dire per noi riappropriarsi dello sciopero come strumento di lotta? Significa, in primo luogo, che la modalità di scioperi generali degli ultimi anni non è utile, in quanto si limita ai dipendenti impegnati nel mercato del lavoro salariato riconosciuto, escludendo molte persone e molti posti di lavoro. L’iniziativa si propone di colpire il mondo produttivo, sì, ma soprattutto di superare i modelli androcentrici classici per essere utile a tutte le persone e a tutto il mondo del lavoro: produttivo, riproduttivo, domestico, sessuale, formale o sommerso. Uno sciopero dei consumatori, uno sciopero della cura, uno sciopero di disobbedienza civile, in breve, uno sciopero di tutte”, si legge nel loro blog.
Lo sciopero di tutte, una mobilitazione dal nome “Noi donne muoviamo il mondo, fermiamolo!”. Culmina a Barcelona in una manifestazione di massa per denunciare che le donne sono quelle che maggiormente soffrono gli effetti della crisi. La giornata di protesta è stata piena di azioni tra le quali è in evidenza l’occupazione del Circolo Economia da parte di decine di femministe per denunciare i suoi legami con l’Associazione di Imprenditori presieduto da Monica Oriol Pau Rodriguez.
Se le donne si muovono il mondo, lo possono anche fermare.
Sulla base di questa logica centinaia di donne giovedì hanno sostenuto “lo sciopero di tutte”, una giornata piena di azioni per rivendicare i diritti delle donne e dei diversi fronti di lotta femminista che hanno avuto il loro culmine in una manifestazione di massa per le strade del centro di Barcellona. “Siamo stanche delle politiche sociali, economiche e legali che minano in modo sempre più grave i nostri diritti e la nostra dignità“, proclama il loro manifesto, redatto dopo un processo di quasi un anno di incontri di gruppi femministi una mobilitazione che è stato molto più di un semplice sciopero generale che, loro dicono, è troppo legato al concetto di lavoratore di sesso maschile, con problemi spesso diversi dai problemi delle donne. “Siamo quelle che soffrono di più gli effetti della crisi: tagli in ambito sanitario ed educativo sono quelli che maggiormente di pregiudicano, perché siamo noi donne che tendiamo a prenderci cura dei nostri cari,piccoli o grandi che siano”, si lamenta Laura Lozano attivista femminista, mentre la manifestazione avanzava da Plaza Catalunya fino alla Gran Via. “Facendo lavori molto diversi tra loro molto mal pagati”, ha spiegato Laura, “non si riesce a partecipare a scioperi generali, ritenendoche un giorno come oggi sia imprescindibile per dare visibilità a tutti i problemi delle donne. “C’è vita oltre la riforma dell’aborto” sentenziava, quando la protesta raggiungeva già Calle Diputaciòn. Ed è al di là della riforma guidata dal ministro dimissionario Alberto Ruiz Gallardón, ora temporaneamente “parcheggiata” dal governo stesso, che la rivendicazione dei collettivi femministi vuole mettere l’accento su molte altre politiche che incidono negativamente sulle donne. “Vogliamo uno sciopero politico, creativo, che vada al di là dello sciopero produttivo,” spiega il manifesto che nasce dalle denunce contro la violenza di genere (35 donne uccise da questo flagello, o la riduzione del patrimonio netto di bilancio 2014, fino al rifiuto della legge sull’immigrazione – “che ci condanna al lvoro sommerso ed al razzismo ” )recita il manifesto e alla riforma del lavoro. Quest’ultima aumenta,di questo si lamentano, le disuguaglianze che già colpiscono le donne. Tuttavia, la giornata è stata un continuo di azioni principalmente concentrate a Barcellona, con blocchi stradali dalle prime ore del mattino, alcune interruzioni ddi lezioni universitarie e di apertura più spazi di discussione. L’azione più eclatante è stata forse l’occupazione da parte di decine di femministe del Circolo dell’ Economia per denunciare il suo legame con il Circolo degli Impresari, organizzazione guidata da Monica Oriol, autrice delle dichiarazioni controverse secondo le quali che l’assunzione di donne tra i 25 e 45 potrebbe essere un problema perché queste donne potrebbero rimanere incinte. Anche se la giornata ha visto il proprio punto focale con la manifestazione attraverso le vie del centro di Barcellona, l’obiettivo della mobilitazione è che le rivendicazioni ottenute oggi possano progredire in avanti, nel futuro.
I collettivi che hanno aderito a questo Manifesto hanno già circa 600 aderenti tra entità sociali e gli individui. Tra gli obiettivi del gruppo c’è il lavoro per poter programmare e mettere in atto uno sciopero di tutte in maggio, che sia però questa volta uno sciopero di lavoratrici




lunedì 3 novembre 2014

Argentina: il raduno femminista più grande al mondo

All'inizio nel 1986 erano solo 10 oggi hanno invaso in 40mila le strade di Salta per parlare dei loro problemi, per dare voce ai loro bisogni e per celebrare la femminilità libera e spontanea. In un paese dove ogni 35 ore si compie un femminicidio, come quello di Eva Murillo, il cui nome le donne gridavano negli slogan, e dove si muore ancora per gli aborti clandestini, riuscire a incontrarsi è come una rivoluzione.
Benvenuti nella città delle donne
Argentina: il raduno femminista più grande al mondo Le ragazze californiane che viaggiano per l'America Latina con lo zaino in spalla, i signori delle piantagioni di tabacco che prendono un caffè in piazza con la camicia della domenica, le donne indigene che vendono i pani di mais stufato, i mocciosi all'inseguimento del pallone e con loro anche tutti gli altri personaggi che solitamente circolano per la città argentina di Salta, si sono sorpresi durante l'ultimo fine settimana davanti a un fenomeno unico: le strade erano state invase da migliaia di donne, venute da tutto il paese, dal continente e finanche dal mondo per incontrarsi e parlare dei loro problemi, per dare voce ai loro bisogni e per celebrare la femminilità libera e spontanea del loro essere.
Se ne attendevano 25 mila, ma sono state più di 40 mila. Alcune hanno viaggiato in pullman per ore, provando i cori della manifestazione, altre hanno valicato in aereo quelle Ande maestose che coronano il luogo in cui si erano date appuntamento, intrattenendosi con una commedia romantica e una coppa di rosè. Le une giovani e intransigenti contro la vecchia abitudine delle battute maschiliste e allusive. Altre più avanti negli anni, rapide nello spararne in serie, perché dicono che con l'età si scherzi più volentieri sul sesso. Già, il sesso, il "sesso debole", il "gentil sesso", si continua a sentir dire, facendo andare su tutte le furie le fanatiche che per settimane hanno coltivato il rifiuto della depilazione e ora lo sfoggiano orgogliose marciando su un viale a seno nudo, sputando in faccia ai fondamentalisti che proteggono le belle chiese cittadine con una catena di preghiera, e litigando continuamente con le compagne che si danno una crema costosa al gruppo di dibattito sul divorzio, o quelle che vanno col rosario al collo a dormire sul pavimento di una delle scuole che il comune ha aperto per alloggiarle tutte.
Non c'è aggettivo per descrivere il tipo di donne che si sono incontrate a Salta, o almeno, non ce n'è uno che ne comprenda l'insieme. È proprio perché sono uniche e diverse che si sono incontrate ogni anno per 29 volte, dal 1986 a oggi. All'inizio erano solo 10, poi sono cresciute, andando di pari passo con la storia argentina e del resto del pianeta. Un pianeta in cui tuttavia la maggior parte degli stati a sud dell'Equatore proibisce ancora l'aborto, assistendo alla morte di 40 donne al minuto, che hanno cercato un'interruzione di gravidanza clandestina; ma anche un'Argentina dove la violenza sulle donne segna ogni mese un nuovo record, portando la stessa città di Salta a dichiarare l'emergenza sanitaria e gli statistici locali a riferire di un femicidio ogni 35 ore in tutto il paese, che spesso resta impunito.
Ecco, se c'è una parola che può comprendere la varietà delle partecipanti all'Incontro delle Donne 2014, non è un aggettivo, ma un nome: quello di Eva Murillo. Fino alla settimana scorsa Carmen Evelia Murillo era solo una maestrina di campagna, mentre oggi è già un idolo delle masse. Certo, ci ha dovuto mettere la vita, ma, come dice sua sorella Mirta, che le ha scritto una poesia, "forse non è stato un sacrificio vano". La sua è la storia di una ragazza madre che, non appena la figlia è diventata maggiorenne, ha accettato il trasferimento in una scuola remota, in un posto che fa arrossire chi ne pronuncia il nome, perché in spagnolo suona tipo "lo stupidaio": El Bobadal. A El Bobadal Eva avrebbe guadagnato il doppio che a Salta e avrebbe potuto pagare l'iscrizione ad architettura di Sofia, anche se al costo di tornare a casa solo ogni tre mesi.
Così ha accettato di andarci. Di cucinare col forno a legna ogni giorno per 10 scolari di etnia wichi. Di insegnare loro tutte le materie del programma e di spostare i banchi la sera, per fare spazio ai materassi in cui quei 10 piccoli indiani avrebbero passato la notte, perché le loro famiglie vivono a 20, 30 km di savana da lì, e passano a prenderli solo nel week-end. Una routine da seconda madre che Eva considerava temporanea, ma che è stata interrotta prima del previsto da José Cortez, detto Macu, e dalla sua sbornia. L'arrivo del Macu ubriaco è stato annunciato venerdì 3 ottobre da una ragazza di diciott'anni, che ha aperto la porta della scuola di Eva verso le dieci di sera, piangendo perché un uomo voleva violentarla.
Quando Macu ha bussato, Eva ha detto alla ragazza: "Stai dentro", e poi è uscita a dire: "Vai via!" allo stupratore, ma l'altro aveva un fucile e ha sparato senza ribattere. Puntando dritto al petto, perché per ammazzare gli eroi bisogna fermargli il cuore. "Da quando c'è stato il funerale, viene tutti i giorni un sacco di gente", dice la portinaia del cimitero, di quella donna di 44 anni che ha sfidato la morte per salvare una ragazzina. "La testa è da quella parte", precisa invece il becchino, indicando il lato sud della cucitura di terra smossa che ha lavorato sul prato fresco del camposanto. Sulla tomba di Eva c'è solo un mazzo di fiori, in una bottiglia di plastica tagliata. Il suo nome, quel nome che nella Bibbia fu della prima donna sulla terra, non c'è, perché l'hanno preso le altre e l'hanno messo su tutte le bandiere, su tutti i cartelli e l'hanno scritto sui muri di Salta, la città delle donne.

Accanto alla sorella di Eva c'è spesso quella di Paola Acosta, Marina. Maru è convinta di aver assistito a un miracolo, da quando suo cognato ha ucciso la sorella e l'ha gettata in un tombino insieme alla loro figlia di due anni. Ci sono volute 80 ore prima che la polizia le trovasse: la madre ha ceduto piano piano l'ultimo calore che le restava al mondo e ha salvato la bimba. "La faremo pagare a quel figlio di troia", ruggisce Marina contro l'assassino, coniando una frase che diventa subito uno slogan. Uno slogan come quello che ha chiuso l'incontro: "Nonostante tutto, ce l'abbiamo fatta: ci siamo incontrate anche quest'anno". Significa nonostante i conservatori che hanno fatto di tutto per evitare l'incontro, nonostante i divieti di certi mariti e la diffidenza di certe signore. Nonostante tutto, ce l'hanno fatta e ognuna di loro adesso, tornando a casa, scopre di essere cambiata.

domenica 2 novembre 2014

Quest'articolo e' sul corriere ..con la foto del Parco ex Pozzi......quindi siamo a Corsico....


Aggredita dal branco, sfregiata, tagliuzzata con un vetro o la punta di un coltellino sul viso, sulle braccia, sulle gambe, sul ventre. Picchiata. Presa alle spalle in pieno giorno mentre beveva alla fontanella dopo una corsa di quattordici chilometri. Sbattuta contro il muro poco lontano, come un cencio, violata da sei, otto mani e lasciata lì a gridare, sporca del suo sangue, i pantaloncini e la maglietta sportivi strappati, ferita fuori e nell'anima, terrorizzata. È andata così, per Irene, 40 anni, milanese, runner quasi professionista, capelli scuri raccolti dietro la nuca. Mercoledì scorso all'una, nel parco ex Area Pozzi, lungo il Naviglio Grande, tre o quattro balordi l'hanno circondata mentre rientrava dal solito allenamento. Ancora un chilometro e mezzo e sarebbe arrivata alla Canottieri Milano. Il traguardo.
La doccia, pensava Irene. E poi ancora di corsa. Un altro tipo di corsa, per fare la mamma, gestire la casa, organizzare il lavoro per il giorno dopo e sentire le amiche. C'era il sole ancora caldo, la luce di fine ottobre che pareva primavera, e alla vista di quella fontanella, nel parco, si è fermata un attimo. Stop al ritmo. Un clic al cronometro sul polso per stoppare il tempo. Ed è iniziato l'inferno.
Non appena si è chinata per appoggiare le labbra al filo d'acqua fresca, l'hanno presa e fatta prigioniera. Il cronometro non è più ripartito. Erano tre, quattro, Irene non sa dire. Il terrore le ha cancellato la memoria. L'hanno sbattuta contro il muro del caseggiato giallo pieno di scritte e graffiti e nessuno sa dire grazie a chi, o cosa, il branco non sia riuscito a portare a termine lo stupro. È un'atleta, Irene, e si è difesa come ha potuto. Ha urlato, pregato, invocato. E intanto quelli affondavano il coltellino sul suo corpo. Le mani la toccavano, le strappavano i vestiti, la picchiavano ancora.

Quando pensava d'essere perduta, s'è ritrovata libera. Allora Irene, una maschera di sangue e lacrime, si è messa a correre a perdifiato. È crollata tra le braccia di altri due runner, l'hanno portata nel centro sportivo della Canottieri Milano e lì ha perso i sensi. Un giorno e una notte in ospedale per medicare le ferite, poi la visita alla Mangiagalli, dove transitano le donne vittime di violenza sessuale. Ai carabinieri ha detto quel poco che sa. Di quei maiali ricorda ancora l'odore forte e i grugniti. Non i volti, non la voce. «Uno aveva i guanti», ripete Irene. L'ipotesi è che il branco, in quel tratto di città fatto per lo sport e per due salti all'aria aperta, stesse aspettando la preda giusta. Lungo quella stradina, sul Naviglio, furti e crimini si consumano da sempre. Eppure nessuno fa niente.

sabato 1 novembre 2014

Aborti, in Italia nel 2013 calati del 4%. Ma interruzioni clandestine oltre 15miladi Adele Lapertosa

I risultati del rapporto del ministero della Salute inviato al Parlamento sull'applicazione della legge 194. Resta alto il numero degli obiettori di coscienza tra ginecologi, anestesisti e infermieri
Continua a calare il numero di aborti in Italia e a rimanere alto quello degli obiettori di coscienza tra ginecologi, anestesisti e infermieri, anche se quei (pochi) che eseguono le interruzioni volontarie di gravidanza sono comunque sufficienti rispetto agli interventi che si fanno: queste alcune delle conclusioni che emergono dalla relazione inviata al Parlamento dal ministero della Salute sull’applicazione della legge 194. Dati che confermano quelli dell’anno precedente, ma che, secondo i ginecologi della Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194), raccontano una realtà diversa da quella che invece vivono ogni giorno medici e pazienti.
Secondo la relazione infatti, nel 2013 sono state notificate 102.644 interruzioni di gravidanza, cioè il 4,2% in meno rispetto al 2012, e il tasso di abortività è risultato pari a 7,6 aborti per 1.000, con un calo del 3,7% rispetto al 2012. Tante ancora le donne straniere che ricorrono all’interruzione di gravidanza, visto che sono circa il triplo delle italiane, anche se stanno iniziando a stabilizzarsi, mentre l’Italia in Europa è uno dei paesi con il minore ricorso all’aborto tra le minorenni, rispetto agli altri Paesi dell’Europa Occidentale. Più o meno stabile, dal 2005, il numero di aborti clandestini, che secondo i calcoli dell’Istituto superiore di sanità per il 2012 sono stimabili in 12-15mila tra le italiane e 3-5mila tra le straniere.
Il dato più interessante, e a tratti sorprendente, è quello che riguarda invece l’obiezione di coscienza, che pur avendo numeri da capogiro, non provocherebbe sostanzialmente problemi ai colleghi non obiettori che devono lavorare di più né complicazioni alle pazienti. La relazione contiene infatti i risultati del primo monitoraggio su aborti e personale obiettore, condotto dal ministero insieme alle Regioni. Da qui emerge che nel 2012 in media sono stati obiettori più di due ginecologi su tre (69,6%), la metà degli anestesisti (47,5%) e per il personale non medico c’è stato un ulteriore incremento, con valori che sono passati dal 38,6% nel 2005 al 45% nel 2012. Poi ci sono i “picchi” di alcune regioni, come Molise e Basilicata, dove i tassi di obiezione tra i ginecologi si aggirano sul 90% e quello tra gli anestesisti sull’80%. Ma, secondo i dati, le “ivg” vengono effettuate nel 64% delle strutture disponibili, dunque con una copertura “soddisfacente”, tranne che in Molise e nella provincia autonoma di Bolzano. E, considerando il numero di aborti che ogni settimana deve fare ogni ginecologo non obiettore, ipotizzando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale ogni non obiettore ne effettua 1,4 a settimana, un valore medio fra il minimo di 0,4 della Valle d’Aosta e quello massimo del Lazio, con 4,2.
Il numero dei non obiettori nelle strutture ospedaliere è dunque “congruo” rispetto alle ivg effettuate, “quindi gli eventuali problemi nell’accesso al percorso – conclude la relazione – sono dovuti eventualmente ad una inadeguata organizzazione territoriale”. Soddisfatta Eugenia Roccella, parlamentare Ncd. “L’obiezione di coscienza – rileva – non rappresenta un ostacolo al ricorso alle interruzioni volontarie di gravidanza. Le criticità segnalate sono dovute alle eventuali inadeguatezze sanitarie delle diverse regioni, ma non si possono usare gli obiettori per mascherare i problemi dell’organizzazione sanitaria locale”. “Favole” secondo Giovanna Scassellati, ginecologa non obiettrice dell’ospedale San Camillo di Roma. “Noi così crediamo alle favole – commenta amara – Il San Camillo fa un terzo di tutte gli aborti della regione Lazio. Nel mio reparto di ginecologia, siamo senza primario, lavoriamo sotto organico e su un sacco di turni. Il problema è che non ci si ribella mai, e quando lo si fa, si viene penalizzati”. Anche i numeri sul carico di lavoro settimanale non collimano con quelli della realtà lavorativa quotidiana, come conferma Silvana Agatone, presidente della Laiga. “All’ospedale Pertini di Roma siamo in tre a fare 80 interruzioni di gravidanza al mese, cui ci sono ad aggiungere gli aborti terapeutici – evidenzia – I dati della relazione sono viziati da una distorsione di fondo, perché monitorano l’offerta e non la domanda. Sappiamo che ad esempio nel Lazio e nelle Marche ci sono ospedali che fanno 2-3 interventi a settimana, costringendo così le donne a ‘emigrare’ in altre strutture e regioni”.