tante donne e tanti uomini insieme per il diritto delle donne di muoversi in libertà e sicurezza sempre e ovunque
giovedì 6 novembre 2014
LIBERE di USCIRE. LIBERE di CORRERE
Uno
dei capisaldo di un cammino verso reali Pari Opportunità è
costruire un mondo dove donnee uomini, bambini e bambine godano degli
stessi diritti. Per un genitore, padre o madre che sia, è terribile
dovere dare istruzoni diverse a seconda che si rivolga ad un figlio o
ad una figlia.
Mi
batto contro questa ingiustizia da quando sono piccola.
L'ingiustizia
permane ancora oggi e chiunque abbia figli maschi e figlie femmine sa
bene che quest'ultime sono più limitate nei loro spostamenti: la
discoteca è lontana? hai 16 anni? e allora troviamo qualcuno che ti
accompagni, ti vengo a prendere non ci vai eccetera eccetera.
Giorni
fa Irene correva lungo il Naviglio, frequentato canale milanese,
durante un giorno festivo,mezzogiorno. Mentre era ferma ad una
fontanella per bere, in quattro l'hanno circondata e seviziata
tentando di stuprarla. Per torturarla hanno usato un pezzo di vetro
ed un coltello.
Irene
è poi scappata, ha corso insanguinata fino al Centro Sportivo più
vicino, dopodiché è svenuta.
"Meno
male che è viva" diceva ieri un'amica.
"Meno
male che la violenza non è riuscita" diceva un'altra.
Sì.
Certo
è che la vita di Irene non sarà mai più la stessa, di questo ne
siamo tutte consapevoli.
E
allora da quando Irene è stata aggredita, noi donne siamo ancora più
spaventate: anch'io corro spesso sul Naviglio ed ho pensato che da
sola forse non ci andrò più. Le madri impaurite hanno ridotto la
libertà delle figlie, le ragazze sono corse a dotarsi di spray
antiaggressione.
Come
tanti anni fa. Siamo ancora ferme qui.
NO.
Non
riduciamo il nostro spazio vitale, né il nostro né quello delle
nostre figlie.
Milano
ci appartiene, e' anche nostra e abbiamo diritto a viverla
liberamente.
Che
l'Amministrazione delle città facciano in modo che le loro cittadine
possano vivere liberamente. Come vivono liberamente gli uomini.
Che
ci si informi delle azioni intraprese in città ritenute sicure: ero
a Berlino recentemente e alle 3 del mattino vedevo moltissime ragazze
tornare liberamente a casa sole.
Che
si inizino questi corsi alla relazione e al rispetto di cui si parla
da anni, e che li si proponga nelle scuole ma anche agli adulti
italiani e stranieri.
E
che di questo problema, che è un problema di democrazia che non
funziona, si occupino donne e uomini insieme.
Perchè
la battaglia per il diritto alla libertà di ci riguarda tutte e
tutti.
mercoledì 5 novembre 2014
Consigliere di parità o dame di carità? Di Valeria Maione
Private
di fondi e risorse, senza uno stipendio, impossibilitate a fare il
loro lavoro ma sovraccariche di responsabilità formali: questa è
oggi la situazione delle consigliere di parità. Il forte
disinvestimento rende esplicito che la politica istituzionale le
considera superflue e non crede nel loro operato. La domanda dunque
è: sono davvero necessarie?
Il
ruolo delle consigliere e i consiglieri di parità, che di seguito
menzioneremo al femminile data la scarsa rappresentanza di uomini
nella categoria, viene messo in discussione dai tagli alle risorse
necessarie per svolgere le proprie mansioni. Vista la situazione di
stillicidio forse vale la pena ripercorrere la storia della funzione
di consigliera, analizzarne le funzioni e capire se ancora ha un
senso che esista questa figura.
L'incarico
di consigliera di parità nasce con le leggi 863/84 e 56/87 e
attraversa quattro fasi[1] . Il primo periodo, negli anni ‘80, è
caratterizzato da una attribuzione di funzioni che però non è
sostenuta da una conseguente attribuzione di poteri. In pratica, per
assolvere ad un obbligo di immagine, si concedeva un riconoscimento
formale, senza rendere agibile un effettivo controllo sul mercato del
lavoro. Nella seconda fase, con la legge 125/91, i poteri furono
previsti e articolati ma i soldi per renderli operativi no. Le
consigliere divennero forti sulla carta ma deboli nella realtà. Alla
situazione rimediò la legge 196/2000, e siamo alla terza fase,
attraverso il decentramento e il potenziamento delle funzioni in rete
delle consigliere. Le funzioni vengono razionalizzate e potenziate,
vengono date dotazioni operative e finanziarie. Rimaneva qualche
criticità che avrebbe avuto bisogno di un intervento legislativo, ma
quando si presentò l'occasione nel 2006, anno in cui, per adeguarsi
alla direttiva europea dello stesso anno[2], viene stilato il Codice
delle pari opportunità, si fece tutto in fretta e furia a fine
legislazione e male, perdendo l'opportunità di rettificare e
innovare.
Con
la crisi e una revisione della spesa che ha tagliato con l'accetta
soprattutto nel sociale i fondi delle consigliere sono stati ridotti
drasticamente, e così si apre la quarta fase: grandi potenzialità e
scarse possibilità pratiche di intervento. Come se non bastasse,
l’esiguo fondo (attribuito nel 2013) per le attività delle
consigliere destina l’87% delle risorse alle Regioni a statuto
speciale inibendo di fatto l'operato delle altre realtà locali.
Parlando di soldi, non meritano commento i 16 euro lordi mensili
previsti come compenso forfettario per le consigliere di parità
regionali. C'è un ripiegamento, un colpo di frusta che non giova
alla tutela delle donne contro le discriminazioni sul lavoro, visto
che in alcuni casi le consigliere sono state chiamate a rispondere in
prima persona, anche a livello finanziario, di azioni in giudizio che
le hanno viste soccombenti. Situazione aggravata da un aumento delle
competenze, verificatosi in relazione alla legge 215 del 2012, che
prevede che le consigliere debbano vigilare sulla composizione delle
commissioni di concorso pubblico affinché sia garantita una presenza
“paritaria” dei due sessi.
Dal
Dgs. 198/2006 si evince che le Consigliere di parità hanno delle
attribuzioni che le connotano distinguendole da tutti gli altri
organismi territoriali simili. Sono infatti pubblici ufficiali,
soggetti terzi ai quali si richiede preparazione specifica ed
esperienza pluriennale. Per la verità, sui curricula, specie negli
ultimi tempi, non sembra ci sia stata la necessaria attenzione e
d’altra parte l’aver introdotto il concetto di “funzionalità”
al sistema di fatto lega un organismo di garanzia, che dovrebbe
essere di per sé indipendente, alle decisioni politiche delle
istituzioni locali.
Cosa
fanno concretamente le consigliere? Operano in ambito lavorativo per
promuovere e monitorare l’applicazione dei principi di parità, di
pari opportunità e contrastare le discriminazioni di genere , fanno
parte delle Commissioni tripartite, dei Tavoli di partenariato locale
e dei Comitati di sorveglianza. Possono chiedere alle Direzioni del
lavoro ispezioni e andare in giudizio contro le discriminazioni[3] a
prescindere dalla volontà di parte. In molti contesti e con numerosi
soggetti hanno stilato protocolli di intesa che consentono di rendere
ancor più forte il legame con il territorio che hanno nel tempo
coltivato. Ogni due anni le consigliere di parità regionali
raccolgono ed elaborano i rapporti sulla situazione del personale
delle imprese con più di 100 addetti, operazione che dovrebbe
consentire, oltre alla conoscenza del contesto, il richiamo di quelle
unità produttive troppo squilibrate per genere. Altre attività e
funzioni[4] potrebbero essere menzionate così come si potrebbe
evocare la giurisprudenza che si è andata creando negli anni, penso
ad esempio alla legittimazione ad agire dinanzi al TAR nei confronti
di Giunte con la sola presenza maschile, per la consigliera di parità
regionale, oppure la costituzione di parte civile nelle molestie
sessuali in ambito lavorativo (sentenza del Tribunale di PT, 8/9/2012
n. 177-8).
Per
dare un'idea di che cosa fa una consigliera, racconterò una delle
storie di discriminazione che si sono risolte con il mio intervento
in veste di consigliera della Liguria. Una giovane donna stava
facendo un percorso formativo in un particolare settore per il quale
potevano (ma non dovevano) essere richieste caratteristiche fisiche,
che proprio in quanto donna, la giovane non aveva. La donna mi
riportò una situazione di obiettiva e continua umiliazione perchè
secondo i formatori non rientrava negli standard richiesti. C'era un
piccolo particolare però: la società responsabile del corso aveva
preso dei contributi locali proprio perché nel percorso formativo
sarebbero state ammesse anche le donne. Ci vedemmo una prima volta
con il titolare che mi fece notare come non discriminassero le donne
in generale, ma avessero a che fare con una donna che non riusciva a
fare quanto previsto. Chiedemmo un incontro anche con l’interessata
che, al momento di spiegare la situazione, si dimostrò fragile,
provata, molto, forse troppo, emotivamente coinvolta. Per un attimo
temetti di non riuscire ad ottenere granché. Ma quando mi fecero
presente che, essendo dei formatori, consideravano il fallimento di
una discente, oltre che un dispiacere, un fattore di debolezza della
struttura, domandai loro se e quanto fossero attribuibili a loro
stessi le debolezze e le criticità che la giovane aveva palesato, se
le stesse non potessero essere frutto di un loro scarso impegno nel
supportarla e metterla in condizione di superarle. Fu la svolta. Ci
accordammo che la studentessa avrebbe cambiato percorso mantenendo
molti dei crediti che il suo obiettivo impegno le aveva fatto
acquisire e avrebbe ottenuto un brevetto per compiere operazioni che
non richiedevano quegli standard per lei non raggiungibili. Alla fine
quella giovane ha conseguito più di un brevetto con piena
soddisfazione sua e della struttura di formazione. Potrei aggiungere
che la persona che l’aveva trattata, diciamo così, con poco tatto,
è stata allontanata, ma questa è un’altra storia.
Molti
casi di questo genere sono alla continua attenzione delle consigliere
che si prodigano in primo luogo ascoltando e trovando delle
soluzioni, quando possibile, a prescindere dalle azioni specifiche
che possono essere messe in atto coinvolgendo i sindacati e i
giudici. Posso testimoniare che spesso l’ascolto risulta una
medicina più efficace di molte altre. Anche perché ascoltando e
impegnandosi si trovano soluzioni, spesso inattese. Ricordo ancora un
lavoratore, maschio, perché alle consigliere non si rivolgono solo
le donne, che si riteneva discriminato nel suo lavoro. Probabilmente
era soltanto non opportunamente collocato. Per non limitarmi al puro
ascolto mi rivolsi ad un altro organismo di garanzia che opera sul
mio territorio. Oggi lavora con soddisfazione proprio in quella
struttura alla quale l’avevo proposto come persona da seguire…
Conoscere
il ruolo e le attività del lavoro delle consigliere dovrebbe indurre
quantomeno a riflettere sul percorso politico in atto che vede lo
svuotamento di questa figura. Alcune consigliere rinunciano a
ricandidarsi perchè un ruolo così denso di funzioni operative
diventa incompatibile con l'attività che svolgono per mantenersi,
altre si dimettono perchè nei contesti in cui operano non vengono
riconosciute e appoggiate. Quindi la domanda è “non servono più”?
Se la risposta politica è che no, non servono, sarebbe opportuno
dirlo chiaramente invece di osteggiare e svuotare.
Non
si può negare la necessità di ripensare per intero la materia, e
probabilmente su questo versante non si è ancora fatto abbastanza,
ma un ripensamento non comporta necessariamente una totale
distruzione. Da economista prima di tutto mi sembra che ciò
costituisca uno spreco di risorse e di esperienze che non possiamo
permetterci.
martedì 4 novembre 2014
#vagadetotes: le donne cominciano a fermare il mondo da Barcellona
Il
22 ottobre è stato il primo giorno di #VagaDeTotes. Dopo numerose
assemblee nelle piazze e la stesura di un manifesto politico, le
manifestanti, femministe e donne di diverse provenienze e differenti
per età, si sono mobilitate fin dalla mattina presto realizzando
blocchi del traffico in diversi punti della città. La giornata di
mobilitazione, ricca di perfomance e azioni mirate, si e’ conclusa
con una manifestazione unitaria in Pl. Catalunya alle 19.
Il
loro prossimo obiettivo è uno sciopero generale indetto dalle donne
e che rappresenti le donne.
Non
si tratta di uno sciopero come gli altri. Date le diverse misure
politiche e l’attacco legale, sociale ed economico sempre più
gravi contro i diritti, la dignità e la libertà, si vogliono
riappropriare dello sciopero come strumento di lotta, recuperando la
tradizione che ha visto le donne avere ruoli chiave in scioperi e
sommosse storiche. “Cosa vuol dire per noi riappropriarsi dello
sciopero come strumento di lotta? Significa, in primo luogo, che la
modalità di scioperi generali degli ultimi anni non è utile, in
quanto si limita ai dipendenti impegnati nel mercato del lavoro
salariato riconosciuto, escludendo molte persone e molti posti di
lavoro. L’iniziativa si propone di colpire il mondo produttivo, sì,
ma soprattutto di superare i modelli androcentrici classici per
essere utile a tutte le persone e a tutto il mondo del lavoro:
produttivo, riproduttivo, domestico, sessuale, formale o sommerso.
Uno sciopero dei consumatori, uno sciopero della cura, uno sciopero
di disobbedienza civile, in breve, uno sciopero di tutte”, si legge
nel loro blog.
Lo
sciopero di tutte, una mobilitazione dal nome “Noi donne muoviamo
il mondo, fermiamolo!”. Culmina a Barcelona in una manifestazione
di massa per denunciare che le donne sono quelle che maggiormente
soffrono gli effetti della crisi. La giornata di protesta è stata
piena di azioni tra le quali è in evidenza l’occupazione del
Circolo Economia da parte di decine di femministe per denunciare i
suoi legami con l’Associazione di Imprenditori presieduto da Monica
Oriol Pau Rodriguez.
Se
le donne si muovono il mondo, lo possono anche fermare.
Sulla
base di questa logica centinaia di donne giovedì hanno sostenuto “lo
sciopero di tutte”, una giornata piena di azioni per rivendicare i
diritti delle donne e dei diversi fronti di lotta femminista che
hanno avuto il loro culmine in una manifestazione di massa per le
strade del centro di Barcellona. “Siamo stanche delle politiche
sociali, economiche e legali che minano in modo sempre più grave i
nostri diritti e la nostra dignità“, proclama il loro manifesto,
redatto dopo un processo di quasi un anno di incontri di gruppi
femministi una mobilitazione che è stato molto più di un semplice
sciopero generale che, loro dicono, è troppo legato al concetto di
lavoratore di sesso maschile, con problemi spesso diversi dai
problemi delle donne. “Siamo quelle che soffrono di più gli
effetti della crisi: tagli in ambito sanitario ed educativo sono
quelli che maggiormente di pregiudicano, perché siamo noi donne che
tendiamo a prenderci cura dei nostri cari,piccoli o grandi che
siano”, si lamenta Laura Lozano attivista femminista, mentre la
manifestazione avanzava da Plaza Catalunya fino alla Gran Via.
“Facendo lavori molto diversi tra loro molto mal pagati”, ha
spiegato Laura, “non si riesce a partecipare a scioperi generali,
ritenendoche un giorno come oggi sia imprescindibile per dare
visibilità a tutti i problemi delle donne. “C’è vita oltre la
riforma dell’aborto” sentenziava, quando la protesta raggiungeva
già Calle Diputaciòn. Ed è al di là della riforma guidata dal
ministro dimissionario Alberto Ruiz Gallardón, ora temporaneamente
“parcheggiata” dal governo stesso, che la rivendicazione dei
collettivi femministi vuole mettere l’accento su molte altre
politiche che incidono negativamente sulle donne. “Vogliamo uno
sciopero politico, creativo, che vada al di là dello sciopero
produttivo,” spiega il manifesto che nasce dalle denunce contro la
violenza di genere (35 donne uccise da questo flagello, o la
riduzione del patrimonio netto di bilancio 2014, fino al rifiuto
della legge sull’immigrazione – “che ci condanna al lvoro
sommerso ed al razzismo ” )recita il manifesto e alla riforma del
lavoro. Quest’ultima aumenta,di questo si lamentano, le
disuguaglianze che già colpiscono le donne. Tuttavia, la giornata è
stata un continuo di azioni principalmente concentrate a Barcellona,
con blocchi stradali dalle prime ore del mattino, alcune interruzioni
ddi lezioni universitarie e di apertura più spazi di discussione.
L’azione più eclatante è stata forse l’occupazione da parte di
decine di femministe del Circolo dell’ Economia per denunciare il
suo legame con il Circolo degli Impresari, organizzazione guidata da
Monica Oriol, autrice delle dichiarazioni controverse secondo le
quali che l’assunzione di donne tra i 25 e 45 potrebbe essere un
problema perché queste donne potrebbero rimanere incinte. Anche se
la giornata ha visto il proprio punto focale con la manifestazione
attraverso le vie del centro di Barcellona, l’obiettivo della
mobilitazione è che le rivendicazioni ottenute oggi possano
progredire in avanti, nel futuro.
I
collettivi che hanno aderito a questo Manifesto hanno già circa 600
aderenti tra entità sociali e gli individui. Tra gli obiettivi del
gruppo c’è il lavoro per poter programmare e mettere in atto uno
sciopero di tutte in maggio, che sia però questa volta uno sciopero
di lavoratrici
lunedì 3 novembre 2014
Argentina: il raduno femminista più grande al mondo
All'inizio
nel 1986 erano solo 10 oggi hanno invaso in 40mila le strade di Salta
per parlare dei loro problemi, per dare voce ai loro bisogni e per
celebrare la femminilità libera e spontanea. In un paese dove ogni
35 ore si compie un femminicidio, come quello di Eva Murillo, il cui
nome le donne gridavano negli slogan, e dove si muore ancora per gli
aborti clandestini, riuscire a incontrarsi è come una rivoluzione.
Benvenuti nella città delle donne
Argentina:
il raduno femminista più grande al mondo Le ragazze californiane che
viaggiano per l'America Latina con lo zaino in spalla, i signori
delle piantagioni di tabacco che prendono un caffè in piazza con la
camicia della domenica, le donne indigene che vendono i pani di mais
stufato, i mocciosi all'inseguimento del pallone e con loro anche
tutti gli altri personaggi che solitamente circolano per la città
argentina di Salta, si sono sorpresi durante l'ultimo fine settimana
davanti a un fenomeno unico: le strade erano state invase da migliaia
di donne, venute da tutto il paese, dal continente e finanche dal
mondo per incontrarsi e parlare dei loro problemi, per dare voce ai
loro bisogni e per celebrare la femminilità libera e spontanea del
loro essere.
Se
ne attendevano 25 mila, ma sono state più di 40 mila. Alcune hanno
viaggiato in pullman per ore, provando i cori della manifestazione,
altre hanno valicato in aereo quelle Ande maestose che coronano il
luogo in cui si erano date appuntamento, intrattenendosi con una
commedia romantica e una coppa di rosè. Le une giovani e
intransigenti contro la vecchia abitudine delle battute maschiliste e
allusive. Altre più avanti negli anni, rapide nello spararne in
serie, perché dicono che con l'età si scherzi più volentieri sul
sesso. Già, il sesso, il "sesso debole", il "gentil
sesso", si continua a sentir dire, facendo andare su tutte le
furie le fanatiche che per settimane hanno coltivato il rifiuto della
depilazione e ora lo sfoggiano orgogliose marciando su un viale a
seno nudo, sputando in faccia ai fondamentalisti che proteggono le
belle chiese cittadine con una catena di preghiera, e litigando
continuamente con le compagne che si danno una crema costosa al
gruppo di dibattito sul divorzio, o quelle che vanno col rosario al
collo a dormire sul pavimento di una delle scuole che il comune ha
aperto per alloggiarle tutte.
Non
c'è aggettivo per descrivere il tipo di donne che si sono incontrate
a Salta, o almeno, non ce n'è uno che ne comprenda l'insieme. È
proprio perché sono uniche e diverse che si sono incontrate ogni
anno per 29 volte, dal 1986 a oggi. All'inizio erano solo 10, poi
sono cresciute, andando di pari passo con la storia argentina e del
resto del pianeta. Un pianeta in cui tuttavia la maggior parte degli
stati a sud dell'Equatore proibisce ancora l'aborto, assistendo alla
morte di 40 donne al minuto, che hanno cercato un'interruzione di
gravidanza clandestina; ma anche un'Argentina dove la violenza sulle
donne segna ogni mese un nuovo record, portando la stessa città di
Salta a dichiarare l'emergenza sanitaria e gli statistici locali a
riferire di un femicidio ogni 35 ore in tutto il paese, che spesso
resta impunito.
Ecco,
se c'è una parola che può comprendere la varietà delle
partecipanti all'Incontro delle Donne 2014, non è un aggettivo, ma
un nome: quello di Eva Murillo. Fino alla settimana scorsa Carmen
Evelia Murillo era solo una maestrina di campagna, mentre oggi è già
un idolo delle masse. Certo, ci ha dovuto mettere la vita, ma, come
dice sua sorella Mirta, che le ha scritto una poesia, "forse non
è stato un sacrificio vano". La sua è la storia di una ragazza
madre che, non appena la figlia è diventata maggiorenne, ha
accettato il trasferimento in una scuola remota, in un posto che fa
arrossire chi ne pronuncia il nome, perché in spagnolo suona tipo
"lo stupidaio": El Bobadal. A El Bobadal Eva avrebbe
guadagnato il doppio che a Salta e avrebbe potuto pagare l'iscrizione
ad architettura di Sofia, anche se al costo di tornare a casa solo
ogni tre mesi.
Così
ha accettato di andarci. Di cucinare col forno a legna ogni giorno
per 10 scolari di etnia wichi. Di insegnare loro tutte le materie del
programma e di spostare i banchi la sera, per fare spazio ai
materassi in cui quei 10 piccoli indiani avrebbero passato la notte,
perché le loro famiglie vivono a 20, 30 km di savana da lì, e
passano a prenderli solo nel week-end. Una routine da seconda madre
che Eva considerava temporanea, ma che è stata interrotta prima del
previsto da José Cortez, detto Macu, e dalla sua sbornia. L'arrivo
del Macu ubriaco è stato annunciato venerdì 3 ottobre da una
ragazza di diciott'anni, che ha aperto la porta della scuola di Eva
verso le dieci di sera, piangendo perché un uomo voleva violentarla.
Quando
Macu ha bussato, Eva ha detto alla ragazza: "Stai dentro",
e poi è uscita a dire: "Vai via!" allo stupratore, ma
l'altro aveva un fucile e ha sparato senza ribattere. Puntando dritto
al petto, perché per ammazzare gli eroi bisogna fermargli il cuore.
"Da quando c'è stato il funerale, viene tutti i giorni un sacco
di gente", dice la portinaia del cimitero, di quella donna di 44
anni che ha sfidato la morte per salvare una ragazzina. "La
testa è da quella parte", precisa invece il becchino, indicando
il lato sud della cucitura di terra smossa che ha lavorato sul prato
fresco del camposanto. Sulla tomba di Eva c'è solo un mazzo di
fiori, in una bottiglia di plastica tagliata. Il suo nome, quel nome
che nella Bibbia fu della prima donna sulla terra, non c'è, perché
l'hanno preso le altre e l'hanno messo su tutte le bandiere, su tutti
i cartelli e l'hanno scritto sui muri di Salta, la città delle
donne.
Accanto
alla sorella di Eva c'è spesso quella di Paola Acosta, Marina. Maru
è convinta di aver assistito a un miracolo, da quando suo cognato ha
ucciso la sorella e l'ha gettata in un tombino insieme alla loro
figlia di due anni. Ci sono volute 80 ore prima che la polizia le
trovasse: la madre ha ceduto piano piano l'ultimo calore che le
restava al mondo e ha salvato la bimba. "La faremo pagare a quel
figlio di troia", ruggisce Marina contro l'assassino, coniando
una frase che diventa subito uno slogan. Uno slogan come quello che
ha chiuso l'incontro: "Nonostante tutto, ce l'abbiamo fatta: ci
siamo incontrate anche quest'anno". Significa nonostante i
conservatori che hanno fatto di tutto per evitare l'incontro,
nonostante i divieti di certi mariti e la diffidenza di certe
signore. Nonostante tutto, ce l'hanno fatta e ognuna di loro adesso,
tornando a casa, scopre di essere cambiata.
domenica 2 novembre 2014
Quest'articolo e' sul corriere ..con la foto del Parco ex Pozzi......quindi siamo a Corsico....
Aggredita
dal branco, sfregiata, tagliuzzata con un vetro o la punta di un
coltellino sul viso, sulle braccia, sulle gambe, sul ventre.
Picchiata. Presa alle spalle in pieno giorno mentre beveva alla
fontanella dopo una corsa di quattordici chilometri. Sbattuta contro
il muro poco lontano, come un cencio, violata da sei, otto mani e
lasciata lì a gridare, sporca del suo sangue, i pantaloncini e la
maglietta sportivi strappati, ferita fuori e nell'anima,
terrorizzata. È andata così, per Irene, 40 anni, milanese, runner
quasi professionista, capelli scuri raccolti dietro la nuca.
Mercoledì scorso all'una, nel parco ex Area Pozzi, lungo il Naviglio
Grande, tre o quattro balordi l'hanno circondata mentre rientrava dal
solito allenamento. Ancora un chilometro e mezzo e sarebbe arrivata
alla Canottieri Milano. Il traguardo.
La
doccia, pensava Irene. E poi ancora di corsa. Un altro tipo di corsa,
per fare la mamma, gestire la casa, organizzare il lavoro per il
giorno dopo e sentire le amiche. C'era il sole ancora caldo, la luce
di fine ottobre che pareva primavera, e alla vista di quella
fontanella, nel parco, si è fermata un attimo. Stop al ritmo. Un
clic al cronometro sul polso per stoppare il tempo. Ed è iniziato
l'inferno.
Non
appena si è chinata per appoggiare le labbra al filo d'acqua fresca,
l'hanno presa e fatta prigioniera. Il cronometro non è più
ripartito. Erano tre, quattro, Irene non sa dire. Il terrore le ha
cancellato la memoria. L'hanno sbattuta contro il muro del caseggiato
giallo pieno di scritte e graffiti e nessuno sa dire grazie a chi, o
cosa, il branco non sia riuscito a portare a termine lo stupro. È
un'atleta, Irene, e si è difesa come ha potuto. Ha urlato, pregato,
invocato. E intanto quelli affondavano il coltellino sul suo corpo.
Le mani la toccavano, le strappavano i vestiti, la picchiavano
ancora.
Quando
pensava d'essere perduta, s'è ritrovata libera. Allora Irene, una
maschera di sangue e lacrime, si è messa a correre a perdifiato. È
crollata tra le braccia di altri due runner, l'hanno portata nel
centro sportivo della Canottieri Milano e lì ha perso i sensi. Un
giorno e una notte in ospedale per medicare le ferite, poi la visita
alla Mangiagalli, dove transitano le donne vittime di violenza
sessuale. Ai carabinieri ha detto quel poco che sa. Di quei maiali
ricorda ancora l'odore forte e i grugniti. Non i volti, non la voce.
«Uno aveva i guanti», ripete Irene. L'ipotesi è che il branco, in
quel tratto di città fatto per lo sport e per due salti all'aria
aperta, stesse aspettando la preda giusta. Lungo quella stradina, sul
Naviglio, furti e crimini si consumano da sempre. Eppure nessuno fa
niente.
sabato 1 novembre 2014
Aborti, in Italia nel 2013 calati del 4%. Ma interruzioni clandestine oltre 15miladi Adele Lapertosa
I
risultati del rapporto del ministero della Salute inviato al
Parlamento sull'applicazione della legge 194. Resta alto il numero
degli obiettori di coscienza tra ginecologi, anestesisti e infermieri
Continua
a calare il numero di aborti in Italia e a rimanere alto quello degli
obiettori di coscienza tra ginecologi, anestesisti e infermieri,
anche se quei (pochi) che eseguono le interruzioni volontarie di
gravidanza sono comunque sufficienti rispetto agli interventi che si
fanno: queste alcune delle conclusioni che emergono dalla relazione
inviata al Parlamento dal ministero della Salute sull’applicazione
della legge 194. Dati che confermano quelli dell’anno precedente,
ma che, secondo i ginecologi della Laiga (Libera associazione
italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194), raccontano
una realtà diversa da quella che invece vivono ogni giorno medici e
pazienti.
Secondo
la relazione infatti, nel 2013 sono state notificate 102.644
interruzioni di gravidanza, cioè il 4,2% in meno rispetto al 2012, e
il tasso di abortività è risultato pari a 7,6 aborti per 1.000, con
un calo del 3,7% rispetto al 2012. Tante ancora le donne straniere
che ricorrono all’interruzione di gravidanza, visto che sono circa
il triplo delle italiane, anche se stanno iniziando a stabilizzarsi,
mentre l’Italia in Europa è uno dei paesi con il minore ricorso
all’aborto tra le minorenni, rispetto agli altri Paesi dell’Europa
Occidentale. Più o meno stabile, dal 2005, il numero di aborti
clandestini, che secondo i calcoli dell’Istituto superiore di
sanità per il 2012 sono stimabili in 12-15mila tra le italiane e
3-5mila tra le straniere.
Il
dato più interessante, e a tratti sorprendente, è quello che
riguarda invece l’obiezione di coscienza, che pur avendo numeri da
capogiro, non provocherebbe sostanzialmente problemi ai colleghi non
obiettori che devono lavorare di più né complicazioni alle
pazienti. La relazione contiene infatti i risultati del primo
monitoraggio su aborti e personale obiettore, condotto dal ministero
insieme alle Regioni. Da qui emerge che nel 2012 in media sono stati
obiettori più di due ginecologi su tre (69,6%), la metà degli
anestesisti (47,5%) e per il personale non medico c’è stato un
ulteriore incremento, con valori che sono passati dal 38,6% nel 2005
al 45% nel 2012. Poi ci sono i “picchi” di alcune regioni, come
Molise e Basilicata, dove i tassi di obiezione tra i ginecologi si
aggirano sul 90% e quello tra gli anestesisti sull’80%. Ma, secondo
i dati, le “ivg” vengono effettuate nel 64% delle strutture
disponibili, dunque con una copertura “soddisfacente”, tranne che
in Molise e nella provincia autonoma di Bolzano. E, considerando il
numero di aborti che ogni settimana deve fare ogni ginecologo non
obiettore, ipotizzando 44 settimane lavorative in un anno, a livello
nazionale ogni non obiettore ne effettua 1,4 a settimana, un valore
medio fra il minimo di 0,4 della Valle d’Aosta e quello massimo del
Lazio, con 4,2.
Il
numero dei non obiettori nelle strutture ospedaliere è dunque
“congruo” rispetto alle ivg effettuate, “quindi gli eventuali
problemi nell’accesso al percorso – conclude la relazione –
sono dovuti eventualmente ad una inadeguata organizzazione
territoriale”. Soddisfatta Eugenia Roccella, parlamentare Ncd.
“L’obiezione di coscienza – rileva – non rappresenta un
ostacolo al ricorso alle interruzioni volontarie di gravidanza. Le
criticità segnalate sono dovute alle eventuali inadeguatezze
sanitarie delle diverse regioni, ma non si possono usare gli
obiettori per mascherare i problemi dell’organizzazione sanitaria
locale”. “Favole” secondo Giovanna Scassellati, ginecologa non
obiettrice dell’ospedale San Camillo di Roma. “Noi così crediamo
alle favole – commenta amara – Il San Camillo fa un terzo di
tutte gli aborti della regione Lazio. Nel mio reparto di ginecologia,
siamo senza primario, lavoriamo sotto organico e su un sacco di
turni. Il problema è che non ci si ribella mai, e quando lo si fa,
si viene penalizzati”. Anche i numeri sul carico di lavoro
settimanale non collimano con quelli della realtà lavorativa
quotidiana, come conferma Silvana Agatone, presidente della Laiga.
“All’ospedale Pertini di Roma siamo in tre a fare 80 interruzioni
di gravidanza al mese, cui ci sono ad aggiungere gli aborti
terapeutici – evidenzia – I dati della relazione sono viziati da
una distorsione di fondo, perché monitorano l’offerta e non la
domanda. Sappiamo che ad esempio nel Lazio e nelle Marche ci sono
ospedali che fanno 2-3 interventi a settimana, costringendo così le
donne a ‘emigrare’ in altre strutture e regioni”.
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