Pubblichiamo dal sito "Rete Pari Opportunità"
L'indice sull'uguaglianza di genere 2015, presentato il 25 giugno a Bruxelles dall'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (EIGE), rileva che l'Unione europea ha percorso solo la metà del cammino iniziato nel 2005 verso una società rispettosa dell'uguaglianza di genere.
L'indice fornisce un punteggio sull'attività svolta dagli Stati membri in questo ambito e sui progressi compiuti verso l'eliminazione delle discriminazioni basate sul genere. Il punteggio è compreso tra 1 e 100, dove 100 rappresenta lo scenario migliore. A distanza di due anni dalla sua introduzione nel 2013, l'EIGE ha creato una serie temporale dell'indice relativa al 2005, al 2010 e al 2012: il punteggio complessivo dell'indice per l'UE è salito marginalmente, da 51,3 su 100 nel 2005 a 52,9 nel 2012 .
I progressi per Stato membro e per settore, tuttavia, non sono uniformi: alcuni Stati hanno fatto registrare miglioramenti, mentre altri sono regrediti.
"Le significative differenze a livello di progressi compiuti tra gli Stati membri riflettono le diverse scelte di priorità e approcci nell'attuazione delle politiche e nel raggiungimento degli obiettivi dell'UE" ha dichiarato Virginija Langbakk, direttrice dell'EIGE.
La commissaria responsabile di giustizia, consumatori e parità di genere, Vera Jourová, ha sottolineato come "i progressi compiuti verso l'uguaglianza di genere negli Stati membri sono concreti, ma rimangono importanti lacune da colmare. Mi sono assunta l'impegno di superare le disparità di genere che ancora rimangono in Europa. L'indicatore della parità di genere sviluppato dall'EIGE è uno strumento utile per misurare i passi avanti fatti dagli Stati membri verso il conseguimento dell'obiettivo dell'uguaglianza di genere".
L'indice sull'uguaglianza di genere si articola su sei domini principali (lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute) e due domini satellite (violenza contro le donne e disuguaglianze intersezionali). Esso si basa sulle priorità politiche dell'UE e valuta l'impatto delle politiche in materia di uguaglianza di genere nell'Unione europea e da parte degli Stati membri nel tempo.
Nell'indice sull'uguaglianza di genere del 2015, il dominio del potere riflette le maggiori conquiste, con un aumento del valore da 31,4 su 100 nel 2005 a 39,7 nel 2012. Nonostante ciò, gli uomini continuano a essere sovrarappresentati ai vertici dei processi decisionali in tutti gli Stati membri, in ambito sia politico che economico.
Nel dominio del tempo si registra il punteggio più basso (37,6 su 100) dei sei domini principali dell'indice. Ciò riflette la divisione ancora poco equilibrata del lavoro non retribuito tra donne e uomini nella sfera privata, che rimane la principale barriera all'uguaglianza di genere.
Il dominio satellite della violenza mostra che il contesto in cui si registrano episodi di violenza contro le donne, gli atteggiamenti sociali nei confronti di questo fenomeno e la fiducia nelle istituzioni sono tutti elementi fondamentali per comprendere i livelli di violenza contro le donne. I risultati mostrano che la raccolta di dati in questo ambito necessita di uno sforzo concertato da parte degli Stati membri.
L'EIGE, che funge da centro di conoscenza dell'UE sull'uguaglianza tra donne e uomini, ha elaborato questo strumento unico nel suo genere per misurare i progressi compiuti verso il traguardo della parità di genere nell'Unione europea e negli Stati membri. Negli anni scorsi l'indice è diventato sempre più significativo, in particolare dopo che alcuni Stati membri l'hanno adottato come strumento di controllo standard all'interno dei propri sistemi statistici nazionali o regionali (per esempio, Irlanda, Estonia, Lussemburgo e i Paesi Baschi).
Relazione integrale qui Gender Equality Index
Care amiche, cari amici,
come la pensa Andersen in fatto di libri, diritti e libertà lo sapete bene, ne parliamo dal 1982 dalle colonne della rivista e anche quando non sono tema esplicito dei nostri articoli non è difficile riconoscere la tensione civile e libertaria di chi scrive sul mensile, perfino nelle recensioni. Del resto, le firme storiche e attuali della rivista le conoscete. È la linea editoriale della nostra rivista; una scelta naturale e addirittura semplice, anche in questi tempi difficili. Semplice perché non è chissà quale idea politica a informare la nostra tensione, no, è banalmente la letteratura a imporre di schierarci. Tutta la buona letteratura è a suo modo sovversiva, perché ci conduce allo sguardo dell’altro, perché è capace di commuovere e di metterci in moto insieme, e pure di farci crescere individualmente. Così, saldi, di fronte ai fatti di Venezia ci vorremmo far scappare da ridere. Ma non si può fare solo quello, anche perché se è vero che i fatti di Venezia hanno avuto vasta eco mediatica, altre analoghe polemiche in questi ultimi anni hanno attraversato più di una volta la provincia italiana.
In queste settimane l’iniziativa del neosindaco Brugnaro però ha suscitato una reazione a catena, e il silenzio diffuso è stato rotto da una moltitudine di iniziative, più o meno organizzate, più o meno sovrapponibili, tutte però improntate a uno spirito d’indignazione fiero, giocoso, competente, libero, scanzonato, colorato, qualche volta argutamente irriverente. Così come è, per fortuna, il nostro mondo di chi fa cultura per l’infanzia. Difficile ora, ancora in corsa, dare il conto di tutte le belle iniziative, a molte delle quali abbiamo aderito come Andersen. A tutte, anche a quelle minute e senza casse di risonanza, va il grazie mio e dello staff della rivista. Altre iniziative si stanno concertando. Ve ne daremo conto.
Sulle vicende veneziane proverò a non ripetermi, lasciando spazio a quanto ho scritto nell’ultimo editoriale di Andersen [n. 324, luglio/agosto]: “… mentre qui eravamo in procinto di consegnare in tipografia il numero che state leggendo, a Venezia si insediava il nuovo sindaco della città: Luigi Brugnaro. Lo aveva promesso in campagna elettorale e lo ha fatto appena entrato in Comune (ancor prima di insedirsi): ha ritirato dalle scuole dei servizi 0/6 (asili nido e scuole dell’infanzia) i libri del progetto “Leggere senza stereotipi”, quelli che maldestramente lui definisce gender e altri favole gay. Non sapendo bene di cosa stanno parlando, in generale e nello specifico, verrebbe da dire. E nella confusione intorno ai temi in questione, il neosindaco non si è risparmiato neppure nel discorso di insediamento. Evidentemente la sua piccola crociata gli è parsa una priorità di fronte ai grandi problemi della città. Peccato, davvero. Peccato, davvero, che adulti con responsabilità amministrative non si prendano la briga di capire cos’è Piccolo blu e piccolo giallo, solo per fare un esempio banale. Peccato, davvero, perché, come gli ha opportunamente scritto l’amico bibliotecario Tito Vezio Viola in un’ironica lettera pubblica, prima o poi toccherà anche a Pinocchio venir bandito giacché creato e cresciuto da Geppetto, attempato single. Peccato, davvero, perché accadimenti come quelli veneziani sono spie di un mondo in preda a timori e rincrescimenti, a ignoranza e chiusura”. Nel frattempo l’amministrazione ha fatto una parziale e maldestra marcia indietro. Non basta.
A voi cari lettori,
alle famiglie che non si fanno intimorire dalle grida della politica ignorante,
a tutte i bambini che intanto, se ne faccia una ragione sindaco, di quelle grida poco importa,
e perfino a lei sindaco Brugnaro un augurio di buona estate e di buone letture,
di quelle capaci di aprire orizzonti prima inattesi.
Barbara Schiaffino, direttore di Andersen
Fra la Chiesa e i libri è sempre esistito qualche problema. Che si riteneva superato, evidentemente.
Anche se, secondo l’Odan (Opus Dei Awareness Network) i testi che la Chiesa metteva all’indice sino al 1948 sarebbero ancora proibiti dall’Opus Dei.
Qualche esempio: le opere di Zola e di Benedetto Croce, la gran parte di Gabriele D’Annunzio e di Ugo Foscolo, La critica della ragion pura di Kant, e poi testi di Spinoza, Voltaire, Rousseau, Hugo, Stendhal.
Qualche anno fa, mi è capitato di parlare con Giuseppe Corigliano, portavoce dell’Opus Dei, che ha smentito: “Avendo la Chiesa abolito l’indice, l’Opera non potrebbe mai riproporlo. Solo, negli anni Settanta, Escrivà mise in guardia dai libri di influsso marxista. Da qui a parlare di lavaggio del cervello ce ne corre”.
Da più parti si ritiene però che se l'indice dei libri proibiti non esiste ufficialmente più, ci siano stati e ci siano autori fortemente sconsigliati: una sorta di "bibliografia", insomma, a cura della stessa Opus Dei.
Tra le opere considerate da evitare, quelle di Simone de Beauvoir, André Gide, Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia, Aldo Capitini. Secondo altri nella guida bibliografica come opere inadatte ai figli ci sarebbero anche Milan Kundera, Asimov, Stephen King, Jack Kerouac, Bukowski, Camus, Philip K. Dick.
Se qualcuno dell'Opus Dei è all'ascolto, dovrebbe aggiornare la lista con E con Tango siamo in tre (edizioni Junior) di Peter Parnell e Justin Richardson, e Piccolo Uovo con testo di Francesca Pardi e illustrazioni di Altan (pubblicato da Lo Stampatello). Sono stati definiti "libri gender" dal nuovo sindaco di Venezia e in quanto tali dovranno essere ritirati dalle scuole.
Benvenuti, care e cari, nella nuova Inquisizione. Ci sono giorni, e questo è uno di quelli, in cui essere nata e vivere in questo paese mi disgusta profondamente.
Che dovessi spendere tempo a scrivere questo post non l'avrei mai detto...non per il post in sé naturalmente ma perché a volte nella realtà accadono cose che l'immaginazione non riesce a prevedere.
E' il caso dei libri per bambini destinati ad aggiornare ed arricchire i biblioteche di asili nido e scuole dell'infanzia di Venezia (da sempre oserei dire all'avanguardia nella cura dei servizi ai minori) comprati, poi bloccati, poi in parte consegnati ed oggi, dopo 2 anni, ritirati dalle scuole... Perché tutto questo via vai per ben 49 libri destinati alle scuole? (si è parlato di 36 ma siccome come Botolo amo la precisione sono 49 e le trovate tutte elencate e in immagine di seguito)
È presto detto: qualche mente poco raffinata ha pensato che si trattasse di "fiabe gay" (che cosa poi significhi questa espressione nessuno lo sa...) ovvero storie che travierebbero l'idea di famiglia dei bambini...
Incredibile ma vero, nel 2015, anche a Venezia che per alcune cose poteva sembrare una piccola isola felice, si pensa che dei libri per bambini possano avere il potere di scongiurare la malaugurata ipotesi (spero la mia ironia si legga bene tra le righe) che un bambino da grande si scopra gay.
Ora, sono troppo fuori di me da troppi giorni per questa questione per mettermi qui a dire il perché e per come tutto ciò sia follia, tanto più che se siete qui vuol dire che l'educazione alla lettura in qualche modo vi sta a cuore. Però mi preme fare chiarezza sul perché questa vicenda sia emblema della stupidità più assoluta e non di un qualche legittimo punto di vista. Vi racconto in ordine i passaggi della vicenda e poi vi do la lista dei libri che vi lascerà a bocca aperta per l'assoluta incongruenza con queste specie di "accuse" mosse loro.
Tutto cominciò 2 anni fa quando in un momento forse illuminato il sindaco Orsoni incaricò la delegata del sindaco Camilla Seibezzi a scegliere ed acquistare dei libri per aggiornare le biblioteche di nidi e infanzie comunali. La Seibezzi aiutata dalla biblioteca pedagogica Bettini e dalla libreria a cui su è rivolta per l'acquisto dei libri (Il libro con gli stivali a Mestre che quest'anno ha avuto il premio Roberto Denti come migliore libreria per l'infanzia d'Italia) ha individuato 49 titoli che vi riporto sotto. Essendo questa delegata dichiaratamente omosessuale ed essendo presenti tra questi libri un paio di titoli con riferimenti alle coppie mono parentali si è scatenato il putiferio. Tanto che il sindaco congelò per un bel pezzo i libri nei magazzini del comune. E volete sapere qual è la cosa più bella? Nessuno dei giornalisti o di chi ha scatenato il putiferio conosce i libri in questione!
Alla fine i libri sono stati in parte consegnati alle scuole con grande contentezza di maestre e maestri. Oggi, 2 anni dopo, il neo eletto sindaco di destra Brugnaro alle prese con un comune in dissesto si preoccupa, a pochissimi giorni dall'elezione, di ordinare con una circolare la restituzione di quei libri.
Credo la faccenda si commenti da sé. Vi segnalo solo che fattacci simili sono accaduti anche in altre città italiane, ne avevo già parlato qui e che data la gravità della situazione che ci fa regredire nelle classifiche di Paese civile sta girando per l'Italia una bella mostra intitolata "Ci sono anch'io" con 120 albi dedicati al tema della diversità, diversi comuni e biblioteche la stanno ospitando.
A questo punto i titoli, tutti di grande qualità, delle più disparate case editrici, alcuni premiatissimi come il famigerato Piccolo uovo edito da Lo stampatello,
alcuni imprescindibili come Piccolo giallo e piccolo blu di Lionni o A caccia dell'orso.
Ma chi l'avrebbe mai detto a Elemr il piccolo elefante variopinto che sarebbe entrato nelle fiabe gender? L'idiozia non ha limiti e il sopruso verso la libertà d'insegnamento nemmeno!
Cosa fare ora? Qualcosa di sicuro, certo il periodo estivo non aiuta, le scuole in questione tra 3 giorni chiuderanno e la cosa aiuterà a far calare il silenzio sul ritiro dei libri.
A me piacerebbe che si riuscisse a far sì che i genitori riuscissero a regalare quegli stessi libri alle scuole così da garantire la presenza, ribadirne l'importanza e garantire la libertà di maestre e maestre di utilizzarli se, come e quando ritengono opportuno....
Vedremo.
Certo che la lotta all'ignoranza continua, da domani torno a scrivere di bei libri!
da teste fiorite.blogspot.com
libri per bambini, spunti e appunti per adulti con l'orecchio acerbo
Nella tragedia della sedicenne violentata a Roma la scorsa notte al quartiere Prati, una luce brilla. Sembra che la madre di una delle amiche abbia visto lo stupratore fuggire e abbia anche tentato di rincorrerlo. Poiché la vittima è così giovane, è lei, la madre, l'altra protagonista di queste storia. Il suo dolore. La sua angoscia. Le sue domande. È dai tempi de "La ciociara" con la splendida Sofia Loren, che il dolore di una madre, in quel film anche lei vittima, ha quel volto e il rumore di quel grido. Cosa fare? Sul momento ogni madre regge. Sviene, forse, ma regge.
Urla, forse, ma regge. Piange, sicuro. Questa mamma, nello stupro di Roma, è riuscita ad arrivare quasi in tempo. Non ha potuto fare molto, non ha salvato l'amica di sua figlia, ma ha visto lo stupratore e lo ha rincorso. Mi ha dato forza e tenerezza, questa mamma che rincorre un uomo, lo stupratore della figlia di un'altra, ma so che se una cosa sanno fare le donne in quei momenti, quelli in cui i figli vengono minacciati, è allearsi. Quando devi proteggere chi ami, ti viene una forza che una donna si mette a rincorrere un uomo più grosso e, in questo caso, più cattivo, ma non fa niente. Lei lo rincorre. Perché l'amore rende le donne forti, l'amore ferito le rende pericolose.
Ma il dopo di quella madre, di tutte le madri, è terribile. Quando si dovrà tornare alla vita normale. Perché ci dovrà essere un vita normale per quella sedicenne, per sua madre e la madre dell'amica.
Anche se forse viene voglia di morire piuttosto che di vivere, invece non si muore e la vita continua: ma dobbiamo fare in modo che continui bene. Deve continuare e deve continuare bene. Tua figlia dovrà ricominciare, ricomincerà ad uscire, ad andare a scuola, a vedere le amiche, ad andare al cinema, a vivere, insomma. Non sono madre e non sono donna ma voglio consigliare un articolo, #notguilty, ve lo ricorderete. Una giovane donna aggredita a Londra aveva rotto il muro della vergogna e del silenzio.
Aveva curato non solo le ferite da pronto soccorso ma anche quelle interiori, sociali. Quelle del "non si va in giro conciate così, a quell'ora poi". L'altra sera, nel quartiere Prati di Roma quella sedicenne era a terra distesa a subire, non aveva difese, ma ora in piedi devi dirsi, glielo dobbiamo dire noi insieme alla madre, che non è colpevole di nulla. Non ha niente di cui farsi scusare o da cambiare di sé. Dovrà continuare a prendere l'ultimo autobus e a camminare da sola. "Non ci sottometteremo al pensiero che siamo in pericolo comportandoci così", diceva l'articolo che ho citato.
Ecco la risposta alla paura di ogni donna che vede la figlia uscire di sera. Il sostegno che noi dobbiamo dare a quella ragazza e a sua madre. Ma sarà possibile se le aiuteremo: se non lasceremo sole quelle ragazze e quelle madri. La ragazza di Londra aveva con sé la comunità del suo Campus universitario. Questa sedicenne chi avrà accanto per non essere costretta a vivere con orari da coprifuoco e vestita dell'armatura della vergogna?
Potevi fare qualcosa.
Quella volta che sei uscita con le amiche, ti sei messa la minigonna, le calze velate, la scollatura. E quei tizi ti hanno urlato dalla macchina che eravate tutte troie.
Potevi non andare in giro come una troia.
Potevi fare qualcosa.
Quella volta che hai bevuto, ti sei divertita, hai “esagerato” come tutti i tuoi coetanei, come i maschi. E poi uno di loro invece di accompagnarti a casa ha deciso di violentarti in macchina.
Potevi non bere come un uomo.
Potevi fare qualcosa.
Quella volta che a quella festa non sei stata attenta al bicchiere mentre flirtavi con quel tipo e dopo aver bevuto non ci hai capito più niente. La mattina dopo ti sei ritrovata per strada mezza nuda.
Potevi non dimostrarti disponibile sessualmente.
Potevi fare qualcosa.
Quella volta che stavi tornando a casa da scuola, dal lavoro, e un uomo ti ha seguito mettendoti ansia, fin sotto al portone.
Potevi non uscire di casa.
Potevi fare qualcosa.
Quella volta in cui tuo padre, tuo marito, il tuo fidanzato, il tuo amico ti ha picchiata oppure ti ha costretta a fare sesso, dentro casa, in quello che sembrava un mondo sicuro.
Potevi non essere nata.
A denunciare la violenza fisica o sessuale sono pochissime donne. Chi non lo fa rimane in silenzio per paura, per vergogna, spessissimo perchè si sente in colpa.
La colpa nasce dalla cultura patriarcale del peccato originale, della mela di Eva che condannò l’uomo al suo stesso peccato, ma viene comunicata spesso anche da media ben più attuali della Bibbia: giornali e notiziari pronti a insinuare subdolamente il dubbio della responsabilità femminile.
Di recente abbiamo lanciato una campagna, #giornalismodifferente, volta proprio a chiedere un nuovo linguaggio e nuove rappresentazioni per l’informazione.
Tra le rivendicazioni che abbiamo proposto, una chiede proprio al giornalismo italiano di smettere di dare particolari sull’aspetto fisico ( avvenente, bella, affascinante ) e sull’abbigliamento ( scosciata, in tiro, appariscente ) delle donne al centro della cronaca perchè vittime di violenza. Che si tratti di femminicidio o di stupro infatti i giornali spesso corredano le notizie di cronaca nera con foto sexy delle vittime per catturare qualche lettore in più, oppure citano abbigliamento o atteggiamento ( flirtava, dava confidenza, alla mano ) della donna come a ricercare in lei la colpa della violenza maschile.
Com’è vestita una vittima di violenza? Chissenefrega. Ci è venuto da dire.
Anche perchè le vittime di violenza sono in pigiama come in lungo.
L’abito è davvero poco rilevante quando si vive in un mondo in cui le donne sono di per sé oggetti sessuali per la fruizione di un maschile.
Non la pensa così però gran parte dei media, che continua a perpetrare l’idea che la violenza dipenda invece dalla bellezza, dall’abbigliamento di una donna o, ancora peggio, sia una forma di apprezzamento e di lusinga.
Non la pensa così nemmeno la polizia ungherese che, in questi giorni, ha diffuso un video per la prevenzione degli stupri che racconta la storia di una ragazzina che, al ritorno da una serata in discoteca con le amiche, viene aggredita da uno sconosciuto che l’ha adocchiata per strada.
Il video mostra tre ragazze che si divertono prima in casa e poi in discoteca, dove bevono alcol insieme ad alcuni ragazzi con cui flirtano sorridenti. Al termine della serata però, una di loro, seduta a terra, con il trucco disfatto e la t shirt strappata, piange la violenza appena subita. Una vera e propria pornovittima servita al pubblico e poi la scitta: “Puoi fare qualcosa, puoi fare qualcosa a riguardo”
E questo qualcosa è non uscire con le amiche, non andare in discoteca, non bere alcolici, non flirtare con dei ragazzi.
Cosa si può fare per evitare uno stupro?
Lottare per i diritti delle donne, da quello a mettere una minigonna senza essere chiamata “troia” a quello al lavoro ad esempio, o specularmente, al reddito. Lottare per essere degli uomini migliori di quelli a cui non si rivolge nessuna campagna progresso.
Rivendicazioni solo apparentemente distanti, ma che si avvicinano nel tentativo di affermare la libera autodeterminazione delle donne, fuori dal controllo patriarcale, dell’uomo che ancora pensa di avere un potere sulle donne della sua vita e non.
Questo eviterà di essere stuprate?
Non è detto. Lo stupro nulla ha a che fare con il desiderio sessuale, la sessualità o il piacere, è un’affermazione di potere, un’umiliazione destinata proprio a chi sembra sfuggire al controllo.
Non è raro che le donne quando escono in gruppo badino reciprocamente a loro stesse.
Se un’amica sparisce per un po’ in discoteca si parte alla sua ricerca.
Se una ragazza vaga da sola per strada ubriaca non è raro che le si dia un passaggio, tra donne, per tutelarla dalla notte.
Neanche questo eviterà uno stupro, ma è una solidarietà femminile sempre più diffusa.
Iniziamo col ricordare almeno che il “poter fare qualcosa”non vuol dire non uscire di casa, non bere alcolici, non indossare minigonne e scollature. Iniziamo col dire a tutti quelli che commenteranno “eh ma comunque ti esponi a un maggior rischio se bevi qualcosa di più e flirti con gli uomini” che stanno avvalorando la cultura patriarcale del potere sulle donne, la retorica della paura, donne che devono temere tutti, persino se stesse.
Ma allora cos’è che protegge davvero da uno stupro?
Se il video fosse rivolto a degli uomini, lo slogan sarebbe “puoi fare qualcosa per evitare uno stupro: non stuprare”.
Ed è forse questo l’unico insegnamento da dare in fatto di violenza sessuale.
Ma chissà perchè, la prevenzione degli stupri tocca alle vittime, non agli stupratori.
Ce lo spiega subito Giulia Siviero – laurea in filosofia, studi sul pensiero della differenza sessuale e sulle questioni di genere – in questo articolo denso di contenuti del quale vi proponiamo la lettura. Ella elenca tra i “rumorosi” critici della “teoria del genere” anche Papa Francesco. Afferma che in tutte queste critiche c’è molta confusione e non c’è alcuna corrispondenza o conoscenza dell’evoluzione del pensiero che si può riassumere sotto la formula “studi di genere”: non esiste, innanzitutto, alcuna “teoria del genere” o “ideologia di genere”. Queste espressioni sono in sostanza delle invenzioni e delle costruzioni che pretendono di unire sotto un unico ombrello studi, ricerche e rivendicazioni di diritti da parte della comunità LGBTI (lesbiche, gay, omosessuali o transgender), ma non solo, spesso travisandoli. Parole forti, ma supportate da fatti ben documentati. Chapeau, Giulia!
Lo scorso 16 aprile, durante un’udienza generale in Piazza San Pietro dedicata alla famiglia – e al «grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio» – Papa Francesco ha parlato della “teoria del gender” – “teoria del genere”, o gender theory – criticandola e dicendo:
«La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Eh, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione».
La “teoria del genere” è già oggetto di critiche da parte di vescovi, associazioni cattoliche e movimenti conservatori di tutto il mondo, soprattutto a seguito di una serie di progetti che, secondo questi stessi detrattori, vorrebbero introdurne l’insegnamento nelle scuole: è successo in Francia ma anche in Italia, dove i governi Monti e Letta hanno promosso la diffusione nelle scuole primarie e secondarie dei volumi “Educare alla diversità a scuola” e dove un’associazione ha realizzato in 16 istituti di Roma un corso di formazione (autorizzato dal Comune) a oltre 200 insegnanti di scuole dell’infanzia e asili nido contro gli stereotipi di genere. Il progetto si chiama “La scuola fa la differenza”e ha lo scopo di promuovere l’educazione alle differenze tra donna e uomo e lo sviluppo della libera espressione della personalità, la lotta al sessismo e all’omofobia.
Proprio come in Francia, questi progetti sono stati molto criticati da alcuni giornali e movimenti di estrema destra. Il gruppo Militia Christi, per esempio, ha inviato per settimane lettere e appelli; articoli molto critici sono stati pubblicati sulTempo, sul Giornale d’Italia, su Tempi e Avvenire: questi articoli parlano di “ideologia”, di bambini strumentalizzati, confusi e indottrinati, di lezioni porno negli asili e dicono di difendere un dato naturale – la differenza sessuale – da chi vuole trascurarlo e contestarlo «come obsoleto stereotipo culturale».
In tutte queste critiche – così come nelle cose che ha detto Papa Francesco – c’è però molta confusione e non c’è alcuna corrispondenza o conoscenza dell’evoluzione del pensiero che si può riassumere sotto la formula “studi di genere”: non esiste, innanzitutto, alcuna “teoria del genere” o “ideologia di genere”. Queste espressioni sono in sostanza delle invenzioni e delle costruzioni che pretendono di unire sotto un unico ombrello studi, ricerche e rivendicazioni di diritti da parte della comunità LGBTI, ma non solo, spesso travisandoli. Volendo semplificare potremmo dire comunque che gli studi sul genere – i cosiddetti “gender studies” – hanno a che fare con lo studio di come nel tempo, nella storia e nella cultura siano state costruite le identità femminili e maschili. Mostrano come le norme che reggono l’ordine sessuale sono state storicamente create e sono ben lontani dal negare le differenze corporee o sostenere che ciascuno possa scegliere o inventare la propria identità e il proprio orientamento sessuale.
Il genere
La categoria di “genere” si trova a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta nella ricerca psichiatrica, sociologica e antropologica americana. Con la parola “sesso” si inizia a riferirsi esclusivamente alla dimensione corporea di una persona (cioè alla sua anatomia); con quella “genere” si inizia a indicare sia la percezione che ciascuno e ciascuna ha di sé in quanto maschio o femmina (cioè l’identità di genere), ma anche il sistema socialmente costruito intorno a quelle stesse identità (cioè il ruolo di genere). La distinzione fra sesso anatomico e ruolo di genere sta alla base di un nuovo pensiero: e cioè che possa esserci una discontinuità tra il corpo con cui si nasce, l’immagine che si ha sé (come ci si sente) e i ruoli stabiliti da altri (gli stereotipi di genere).
Il genere nel pensiero femminista
La categoria di genere è stata studiata innanzitutto nelle riflessioni femministe contemporanee su soggetto, identità e differenza. Il femminismo radicale statunitense degli anni Settanta – “radicale” perché si proponeva di andare alle radici della subordinazione delle donne, oltre la conquista dei diritti civili o di una loro indipendenza economica – ha messo al centro del suo discorso la sessualità e ha definito la categoria di genere come costruzione sociale e culturale dei sessi e dei ruoli.
L’identità maschile o femminile secondo questi studi non è “data per natura” ma è stata costruita socialmente. In questa costruzione la differenza di sesso biologico è stata trasformata in una differenza di ruoli (di “genere”, appunto), che a sua volta è diventata una gerarchia: gli uomini sono stati assegnati alla produzione e al lavoro, le donne alla riproduzione e alla cura. La gerarchizzazione delle differenze ha portato all’oppressione degli uomini sulle donne e alla creazione di confini rigidi tra le identità di genere, con l’allontanamento o il non riconoscimento di chi sta fuori da questa norma. Per questo, secondo le teoriche del genere, è necessario che le convenzioni sociali si emancipino dalla natura, ma anche che le persone sleghino la loro identità dall’ordine sociale sottraendosi al dualismo sessuale. A tutto questo è collegata la rivendicazione di nuovi diritti sessuali: quello di scegliere il proprio sesso, la difesa delle cosiddette minoranze sessuali, il diritto al matrimonio omosessuale e all’adozione, il diritto ad avere un bambino.
L’identità sessuale riguarda la natura o la cultura?
L’accusa che solitamente viene rivolta alla “teoria del genere” è che sia nemica dell’ordine naturale e neghi la differenza biologica tra uomini e donne. Chi afferma che siamo determinati e determinate dal nostro corpo rischia però di dedurre automaticamente tutta una serie di caratteristiche e di qualità sessuate: scivolare nel “riduzionismo naturalistico” (il mio corpo è il mio destino), aderire in modo acritico a una serie di stereotipi (le donne non sono brave in matematica o in ingegneria meccanica, gli uomini non piangono durante i film, eccetera) o negare l’identità o il riconoscimento di chi sfugge al codice binario uomo-donna.
Il gender è stato comunque ampiamente criticato anche da alcune femministe, quelle ad esempio che appartengono al cosiddetto pensiero della differenza sessuale (movimento che ha in Italia le sue più importanti esponenti): le teoriche della differenza sessuale hanno in particolare interpretato (a torto o a ragione) il gender come una messa in discussione del corpo sessuato sostenendo che ogni cosa di cui un uomo o una donna fanno esperienza passa attraverso il loro corpo. Tuttavia, hanno affermato, le persone sono anche capaci di prendere distanza da ciò che le ha messe al mondo con quel corpo. Uomini e donne, hanno sottolineato, pur nella parità dei diritti, sono differenti nel modo in cui interpretano la realtà e questo a partire dal diverso rapporto con la generazione e dal diverso modo di vivere il proprio corpo come corpo sessuato.
Quindi, di cosa stiamo parlando?
I progetti previsti in Francia, ma anche quelli in Italia, parlano di “educazione alle differenze” e non di gender e hanno come obiettivo principale semplicemente supplire alle carenze strutturali della scuola nella costruzione delle identità di genere, promuovere lo sviluppo della libera espressione della personalità nel rispetto del prossimo e delle differenze individuali, la parità tra donna e uomo, la pluralità dei modelli familiari e dei ruoli sessuali, il contrasto al sessismo nella lingua a nella cultura, la lotta all’omofobia, al bullismo e a ogni forma di violenza sulle donne. Per capire si può anche leggere il documento approvato dall’Associazione italiana di psicologia che ha come obiettivo «rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane» e di «chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di ideologia del gender».
Il libro che ha introdotto nel dibattito comune degli anni Novanta la definizione di “teoria del genere” è Gender Trouble (Questione di genere) di Judith Butler, una delle pensatrici femministe più autorevoli e influenti dell’ultimo decennio. Secondo Butler la materia, i corpi e le differenze sessuali sono “atti” recitati: non ci sono “donna” e “uomo” (né ovviamente una “natura femminile” e una “natura maschile”) ma ci sono “recite” ripetute e obbligate dei codici dominanti. Nel 2013 Butler è stata intervistata su Le Nouvel Observateur e ha spiegato molto bene la propria posizione rispondendo innanzitutto a chi sostiene che la “teoria del genere” sia in generale una negazione dei sessi e che il suo insegnamento, se attuato, porti a questo come principale conseguenza.
Dice Butler:
«In molti mi domandano se io ammetta o no l’esistenza del sesso biologico. Implicitamente, è come se mi stessero dicendo: «bisognerebbe essere pazzi per dire che non esiste!» E in effetti è vero, il sesso biologico esiste, eccome. Non è né una finzione, né una menzogna, né un’illusione. Ciò che rispondo, più semplicemente, è che la sua definizione necessita di un linguaggio e di un quadro di comprensione – esattamente come tutte le cose che possono essere contestate, in linea di principio, e che infatti lo sono. Noi non intratteniamo mai una relazione immediata, trasparente, innegabile con il sesso biologico. Ci appelliamo invece sempre a determinati ordini discorsivi, ed è proprio questo aspetto che mi interessa».
E ancora:
«La teoria del genere non descrive “la realtà” in cui viviamo, bensì le norme eterosessuali che pendono sulle nostre teste. Norme che ci vengono trasmesse quotidianamente dai media, dai film, così come dai nostri genitori, e noi le perpetuiamo nelle nostre fantasie e nelle nostre scelte di vita. Sono norme che prescrivono ciò che dobbiamo fare per essere un uomo o una donna. E noi dobbiamo incessantemente negoziare con esse. Alcuni tra noi sono appassionatamente attaccati a queste norme, e le incarnano con ardore; altri, invece, le rifiutano. Alcuni le detestano, ma si adeguano. Altri ancora traggono giovamento dall’ambiguità… Mi interessa dunque sondare gli scarti tra queste norme e i diversi modi di rispondervi».
Butler spiega anche esplicitamente di rivolgersi a quelle persone il cui genere o la cui sessualità sono al centro di vari conflitti:
«Mi piacerebbe contribuire a rendere il mondo un luogo in cui vivere un po’ più facilmente. Si consideri il caso della bisessualità: il regime degli orientamenti sessuali rende ardua la possibilità di poter amare sia un uomo sia una donna – vi si dirà che dovete scegliere tra le due alternative. O si consideri ancora la situazione degli intersessuali, le persone sessualmente ambigue o indeterminate: alcuni chiedono che questa ambiguità sia accolta come tale, senza che queste persone siano costrette a divenire donne o uomini. Come fare per aiutarle? La Germania ha appena introdotto il “terzo genere” tra le categorie con cui amministrare i corpi. E mi sembra un tentativo di rendere il mondo più vivibile».