martedì 1 dicembre 2020

La legge sul divorzio in Italia ha 50 anni di Antonella Baccaro

I dati dell’Istat sul divorzio in Italia: la legge entrò in vigore il 1 dicembre 1970, il boom avvenne tra il 2014 e il 2015, ma siamo sempre sotto la media Ue

Cinquant’anni di legge sul divorzio. Cosa è cambiato nel tempo nella definizione dei rapporti tra ex coniugi? Per capirci di più dobbiamo affidarci ai dati dell’Istat, che vanno interpretati alla luce delle novità normative introdotte dal legislatore. Le più recenti sono l’iter negoziato nel 2014 e il divorzio breve nel 2015. Ma andiamo per ordine.

Un po’ di storia

«Il codice del 1942 non conosceva lo scioglimento del matrimonio - spiega Claudio Cecchella, professore ordinario di Diritto processuale civile all’Università di Pisa e presidente dell’Osservatorio sul diritto di famiglia -, ma si deve dire all’abilità dei codificatori, per lo più appartenenti a giuristi di stampo liberale, l’introduzione di una separazione dal sapore di scioglimento nel caso uno dei coniugi abbandonasse la causa di separazione dopo la prima ordinanza del giudice, che al punto valeva per sempre». La legge 898 del 1970, dopo lunga battaglia, introduce finalmente il divorzio, ma con una scelta unica in Europa: far precedere lo scioglimento da una fase di separazione, una sorta di anticamera cui affidare un eventuale ripensamento dei coniugi, la cui durata è stata drasticamente ridotta dal «divorzio breve».

Visti da fuori

Secondo Eurostat, in Italia si divorzia poco. Dagli ultimi dati sui divorzi ogni mille abitanti, l’Italia è a quota 1,53, considerando una media del 2016, 2017 e 2018: decisamente meno del valore medio Ue di 1,9. A alzare la media sono i Paesi del Nord e dell’Est, come la Lettonia, dove si arriva a un massimo di 3,1, la Lituania, con 3,07, la Danimarca, con 2,73 e l’Estonia, a quota 2,47, seguita da Finlandia e Svezia con 2,43. Nel nostro Paese il tasso di divorzio è balzato da 0,9 a 1,4 solo nel 2015 con l’approvazione del «divorzio breve». Ma se siamo tra i Paesi con meno divorzi per abitante, poiché in Italia i matrimoni sono in calo, siamo tra i primi cinque nella Ue per divorzi per numero di matrimoni, ben 47,9, dopo Paesi Bassi (50,9), Finlandia, Repubblica

I dati storici

I divorzi nel primo anno di applicazione della legge, il 1971 furono 17.134, raddoppiarono l’anno dopo (31.717), si assestarono nel ‘73 (21.272), calarono l’anno appresso (14.087). A dieci anni dall’introduzione, nel 1981, se ne contarono ancora meno: 12.608. Il dato esplode alla fine degli anni ‘80: nel 1991 i divorzi sono 27.350, nel 2001 arrivano a 40.051, nel 2011 a 53.806. Secondo l’Istat, tra il 1991 e il 2018 si è assistito a un vero e proprio boom dei divorzi in Italia. Basti pensare che nel 1991 i divorziati erano 375.569 ma, nel giro di un quarto di secolo, sono lievitati superando quota 1,6 milioni (1.671.534 persone). All’interno del valore complessivo si può osservare che il numero più consistente si concentra da sempre nella fascia tra 15 (valore statistico, ndr) e 65 anni anche se, nel periodo considerato, è proprio qui che si registra un notevole calo: dall’88,1% del totale nel 1991 al 77,9% del 2018. Un dato interessante è quello che vede unaumento consistente nel gruppo tra 65 e 79 anni, il quale raddoppia dal 1991 a oggi la sua quota: dall’11,9% al 22,1% (da 44.848 a 368.678 divorziati) e il gruppo over 80 che addirittura arriva quasi a triplicare la sua presenza passando dall’1,3% al 3,2% (da 4.818 a 53.174).

Com’è cambiata l’Italia

Scrive l’esperta di statistica Linda Laura Sabbadini, a corredo dell’ultima analisi dell’Istat su dati del 2018: «In Italia l’instabilità coniugale è in costante crescita, a seguito delle importanti trasformazioni socio-demografiche che hanno riguardato la formazione e lo scioglimento delle unioni. Tuttavia, rispetto ad altri contesti, quello italiano si caratterizza per un’incidenza più contenuta di separazioni e divorzi e per una prevalenza delle prime rispetto ai secondi. Tradizionalmente si è osservato, infatti, che una volta separati legalmente i coniugi non sempre procedono con lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio che si ottiene solo con la sentenza di divorzio».

Il biennio della svolta

L’introduzione del decreto legge 132/2014 (iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali) e della legge 55/2015 («divorzio breve») ha comportato una crescita che ha riguardato per lo più i divorzi e soprattutto quelli consensuali. Tra il 2014 e il 2015 i divorzi sono passati da circa 50 mila l’anno a oltre 80 mila, per poi raggiungere i 99 mila nell’anno seguente. Tra il 2014 e il 2016 il tasso di crescita annuo è stato del 44,6% per i divorzi rispetto al 5,8% per le separazioni. Al contrario, nel 2017 si è osservata una diminuzione del numero di divorzi. Si può supporre che l’effetto congiunturale della legge «divorzio breve» stia progressivamente riducendosi. Le separazioni, nota Sabbadini, hanno invece subito un incremento più contenuto: da 89 mila del 2014 a oltre 91 mila del 2015 per poi posizionarsi intorno a 99 mila negli anni successivi.

Il vantaggio delle nuove leggi

«Il decreto 2014 - spiega il professor Cecchella - consente ai coniugi che abbiano già ottenuto un provvedimento di separazione dal giudice, di accordarsi e chiudere il divorzio in 6 mesi, se assistiti da avvocati e in assenza di figli; oppure in 12 mesi, in assenza di legali (e sempre che non ci siano figli), semplicemente registrando gli atti all’ufficio dello Stato civile». Solo per avere un’idea, l’Istat registra nel 2018 qualcosa come 6.519 divorzi secondo la prima delle procedure, quella con gli avvocati e 20.203 secondo quella senza gli avvocati. «Dati in difetto - avverte Cecchella -perché spesso gli atti non vengono comunicati». La novità introdotta dal divorzio breve invece sta nel consentire di giungere dalla separazione al divorzio non più in tre anni, ma in sei mesi, se la separazione è consensuale, e in 12 se c’è contenzioso. Negli anni la tipologia di procedimento prevalente si è rivelata quella consensuale: nel 2017 si sono chiuse con questa modalità l’85,5% delle separazioni e il 73,3% dei divorzi; quota che risulta molto stabile nel tempo per le separazioni e leggermente in crescita per i divorzi.

Nord e Sud

Storicamente il Mezzogiorno mostra una maggiore tenuta dell’unione matrimoniale. Scrive Sabbadini che «questo risultato è anche frutto della diversa incidenza di alcune caratteristiche, come ad esempio la quota più alta di matrimoni religiosi», dove la propensione a separarsi è molto inferiore.

Genitori e figli

Per quanto riguarda il tipo di affidamento, con l’entrata in vigore della legge 54/2006 si è verificato un radicale cambiamento di approccio, sia per le separazioni sia per i divorzi. Infatti, l’istituto dell’affido condiviso dei figli minori tra i due coniugi è stato introdotto come modalità ordinaria. Secondo la nuova legge, entrambi i genitori ex-coniugi conservano l’esercizio della responsabilità genitoriale (che prima spettava esclusivamente al genitore affidatario) e devono provvedere direttamente al sostentamento economico dei figli, in misura proporzionale al reddito. Il «sorpasso» vero e proprio è avvenuto nel 2007 (72,1% di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre). Tuttavia restano ancora ampi spazi per una discrezionalità eccessiva del giudice che conduce inevitabilmente ad orientamenti contrastanti.

 Il mantenimento

Anche l’assegno divorzile ha subito una forte evoluzione: il criterio del «tenore di vita» dei coniugi che andava mantenuto, contenuto in alcune sentenze del 1999, è stato superato drasticamente con una sentenza del giudice di legittimità del 2017 che collega la concessione dell’assegno solo al caso in cui il coniuge non abbia mezzi di sostentamento propri, né può facilmente conseguirli. «Il criterio - spiega Cecchella - è stato poi moderato grazie alla sentenza delle Sezioni Unite del 2018 che ha parametrato l’assegno non solo sul criterio assistenziale, ma anche su quello di compensazione. Cioè si tiene anche conto del caso che il coniuge abbia sacrificato la sua carriera professionale di lavoro per dedicarsi alla famiglia».

La pandemia

Il Covid-19 ha prodotto l’introduzione di alcune semplificazioni nelle procedure: tutte le udienze possono essere svolte da remoto(e spesso si tengono via Teams) o tramite note scritte degli avvocati. L’unica procedura che resta invariata è l’audizione dei minori che va svolta in presenza. La pandemia ha rallentato la lavorazione delle pratiche: gli uffici hanno ripreso a lavorare realmente da settembre e ora dovranno smaltire l’arretrato.

https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_30/legge-divorzio-italia-ha-50-anni-f32e5e30-3343-11eb-af7b-c18cb439eaf5.shtml

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