domenica 21 settembre 2014

So che non potrò mai fare carriera come un uomo, crescere figli perfetti fare sesso e stare in forma come Beyoncé di Viviana Mazza

«La ricerca della perfezione deve finire». L’anno scorso Debora Spar, la presidente del Barnard College, prestigiosa scuola femminile di New York, ha confessato nel suo libro Wonder Women che la sua generazione ha frainteso l’appello del femminismo alla liberazione delle donne, scambiandolo con l’imperativo a fare tutto, ad essere superdonne: far carriera come gli uomini e intanto diventare madri, crescere figli perfetti, continuare a restare sveglie per far sesso e mantenersi in forma come Beyoncé.
Oggi, al telefono da New York, Debora Spar descrive quest’ansia come una specie di dipendenza da cui bisogna riabilitarsi, imparando ad essere imperfette.
«Devi ricordare a te stessa che è okay dire di no, devi individuare intere categorie di cose che non cercherai di fare bene. Cucinare per esempio: è una cosa che adoro, ma ho dovuto accettare che lo farò male e mai come Martha Stewart. Come la corsa: ho fatto jogging per tutta la mia vita, ma non ho alcuna ambizione competitiva. Ci sono una serie di attività che ho tolto dalla lista delle cose-da-fare e ho inserito in una lista delle cose-da-fare-meno-bene».
Gran parte delle aspettative della generazione post-femminista di Spar erano dovute al fatto che le madri non avevano potuto fare tutto.
«Quelle ragazze degli anni Quaranta e Cinquanta, cresciute per essere madri, volevano che le figlie avessero qualcosa di più delle lavatrici, delle asciugatrici e dei ferri da stiro, volevano che facessero carriera e che partecipassero più attivamente alla società». L’idea di poter fare tutto nello stesso tempo e alla perfezione, secondo Spar, è stata promossa dai media con immagini e prodotti come Barbie astronauta, che riusciva ad essere sexy mentre orbitava intorno alla luna, oppure la pubblicità del profumo «Charlie» in cui una donna con i capelli lunghi e fluttuanti, una tuta blu aderente e i tacchi a spillo teneva in una mano una valigetta da ufficio e nell’altra una bambina bellissima.
Dodici anni fa, a 38 anni, dopo aver avuto due figli maschi, Debora Spar andò col marito fino in Russia per adottare una bambina. Kristina aveva sei anni e non parlava una parola d’inglese, ma prese la mano del futuro papà e gli chiese: « Kupi mnye Barbi?», «Mi compri una Barbie?» L’hanno portata in America, Debora l’ha educata con grande attenzione agli stereotipi di genere («Non potevo fare altrimenti, considerato il mio lavoro») ed è cresciuta con un papà che fa i lavori di casa (il che secondo uno studio recente aumenta le probabilità che diventi astronauta). La mamma la portava avanti e indietro a corsi e attività d’ogni tipo, inclusi calcio e balletto, finché un giorno non si è schiantata contro un palo del telefono e si è resa conto che la cosa più importante non è riempire la vita dei figli ma aiutarli a conoscere se stessi e a scegliere ciò che li appassiona.
«La loro generazione è più realista della nostra. Sanno che non possono fare tutto alla perfezione». Pochi giorni fa Kristina, che ha compiuto 18 anni, è andata a frequentare l’università. Quel giorno, sua madre ha notato che si è soffermata davanti allo specchio e ha scelto con cura la biancheria da portare al campus. «È molto femminile ma va bene così perché è sicura di sé». Come molte ragazze tra i 18 e i 22 anni, spiega Spar, pensa che il mondo che l’aspetta sia paritario. «Si scontreranno con una realtà diversa, più avanti, nel mondo lavoro. Anche se in alcuni settori le chance delle donne oggi sono le stesse degli uomini, non è ancora così dappertutto».
Anche in casa i ruoli di uomini e donne sono cambiati rispetto agli anni Settanta. In America, nel 1965 le ore settimanali dedicate dai padri ai lavori domestici erano quattro, oggi sono 18 – secondo un rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo – ma le ore impiegate dalle donne continuano ad essere di più (27). In Italia la differenza è la più grande di tutti i paesi industrializzati: 36 ore le donne, 14 ore gli uomini. La ragione, sostiene Spar, è in parte che gli uomini sono più disponibili a contribuire alla cura dei figli piuttosto che ai lavori domestici, ma anche che le donne sono restie a cedere certi spazi e responsabilità. «Ma anche se la coppia si divide i compiti equamente, quando entrambi i partner lavorano non ci sono semplicemente abbastanza ore in una giornata».

Per fortuna, dice la studiosa, il mondo del lavoro sta un po’ cambiando. «Oggi Silicon Valley è diventato il posto più desiderabile dove i giovani più brillanti cercano il primo impiego, incluse molte ragazze. Aziende come Google e Facebook cercano di creare un ambiente più piacevole per tutti, con cibo gratis, tavoli da ping pong, e anche una riduzione delle ore lavorative. E anche alcune banche e agenzie di consulenza, proprio per contrastare la competizione delle aziende high-tech, stanno iniziando a cambiare, riducendo le ore di lavoro e aumentando gli eventi sociali». Un cambiamento, questo, che potrà aiutare a conciliare lavoro e famiglia senza richiedere doti di superdonne.



sabato 20 settembre 2014

Sei donna, quindi ti insulto di Giulietta Ruggeri

Quando a inizio estate è scoppiata la polemica innescata dalle giovani americane contro il femminismo, pur apprezzando le risposte delle columnist o delle intellettuali che si sono cimentate in una sorta di difesa dei femminismi anni ‘70, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa di fondamentale importanza, che continua a sfuggire. Dopo avere incrociato l’ultimo libro della sociologa Graziella Priulla mi sembra di averla trovata. Titolo, per me molto accattivante: Parole tossiche. Ecco esposto e analizzato un “fatto” che è sotto gli occhi di tutti/e: quelle ragazze e chi loro risponde sono, siamo, sommerse da una enorme quantità di parole che intossicano la relazione tra i sessi e tra le donne stesse: «Da sempre, attraverso il linguaggio, le donne interiorizzano una cultura patriarcale che sancisce la loro subalternità», scrive Priulla. E, se negli anni ‘70 era facile individuare rispetto a chi, noi donne eravamo subalterne, oggi, in pieno emancipazionismo, specie delle ragazze nordamericane, ha probabilmente la meglio la complicità con il maschile.
Per le femministe anni ‘70 si trattava di conquistare diritto di parola, per esempio, attraverso la rielaborazione di un classico di quei tempi: Noi e il nostro corpo, sui nostri corpi di donne; oggi, più che mai il corpo delle donne viene troppo spesso esplicitamente identificato nei singoli organi sessuali, il che riduce, tra l’altro proprio la sessualità, il far l’amore, a prestazioni meccaniche tese alla performance, e, salve ovviamente le eccezioni, a «cronache di ordinario sessismo». Infatti, «Alla perdita di riferimenti nella comunità, alla debolezza dell’offerta educativa, alla scarsa competenza riflessiva e comunicativa si accompagna una spersonalizzazione dei rapporti tra i sessi cui molte affidano una paradossale valenza emancipatoria»(p. 33).
Attualmente l’insulto, tollerato da insegnanti e genitori, più frequentemente rivolto alle ragazze, da ambo i sessi, è troia, mentre quello rivolto ai ragazzi è figlio di troia. Rileva Priulla che, secondo le regole del politically correct si deve dire «ottimizzazione delle dimensioni aziendali» e non licenziamenti di massa, ma per qualunque dissenso con una donna che esercita una funzione politica pubblica si dice troiazza e, se nera, sporca troia.
Nelle relazioni amicali di gruppo come anche in Parlamento gli insulti sessuali sono al top. Quando Berlusconi ragionava con i suoi di cambiare il nome del partito che sperimentava una caduta libera, in «forza gnocca», Daniela Santanchè rispondeva che era «un’idea del cazzo».
Da un sondaggio lanciato da Snoq Genova sul web dall’8 marzo al 5 aprile 2014, che ha raccolto 411 risposte di cui 329 donne (pari all’80%), 77 uomini (18,8%) e 5 transgender è emerso che il 48,5% , cioè quasi la metà dei/delle rispondenti, si esprime con esclamazioni di uso comune che contengono offesa per le donne. L’altra metà sostiene di non usare mai tali interiezioni. Dai commenti è emersa in numerosi casi, soprattutto da parte degli uomini, la negazione che tali espressioni contengano un’offesa per le donne, mentre molte donne, quando si rendono conto di subire un’offesa, riconoscono che è un’abitudine da cambiare. Un uomo over 60 commenta così: «A Roma ‘figlio di mignotta’ non è un’espressione sessista, infatti è considerato un complimento. Significa che quella persona è un furbo». Un ragazzo della fascia di età 21/30 scrive: «nella mia città, Mantova, è comunque uno slang, non è un’offesa»; sulla stessa linea un uomo over 60: «si tratta di esclamazioni/interlocuzioni mai rivolte direttamente ad una donna». Una donna, anch’essa over 60 riconosce il problema dell’abitudine: «fa parte di un’abitudine, lenta a sparire»; mentre un’altra, più giovane scrive: «cerco di starci attenta, ma è un automatismo culturale difficile da scardinare». Una ragazza under 30 sta cercando di eliminare queste espressioni dal suo modo di parlare e c’è chi cerca di contrastare sostituendo a mignotta (o troia) il mestiere di «parlamentare» intendendo, per l’appunto, «categorie che, in linea di massima, sono poco stimabili».
Se siamo diventati/e più sensibili alle differenze di razza (neri, extracomunitari), di classe (operatore ecologico) e persino religiose (culti acattolici, non cristiani), siamo invece talmente immersi/e nella cultura sessista, misogina che neppure ci accorgiamo delle mille situazioni di prevaricazione e di disparità nella vita quotidiana. D’altra parte, nel linguaggio comune parolacce, insulti, imprecazioni, invettive, persino anatemi, oltraggi, improperi, contumelie (e per ognuna delle categorie Priulla offre una definizione) sembrano essere diventate elementi quasi indispensabili, rendendoci appena appena conto che sono parole che caratterizzano discorsi violenti che inducono l’odio. Eppure se ne fa pieno uso per esempio nei talk show, dove siedono fra i “moderatori” veri professionisti del battibecco. In questo contesto generale, il richiamo alle parti anatomiche e alle attività sessuali ha un ruolo di particolare rilievo e, secondo Priulla che lo argomenta, al centro, il motivo conduttor, è l’attrazione/odio per le donne. Anche i verbi usati troppo spesso per indicare l’atto sessuale, e l’Autrice li elenca ricercandone il senso linguistico, sono di per sé violenti e oggettivanti. E non può stupire più di tanto se (p. 97) sul sito Pontifex.roma.it, Bruno Volpe scrive «Finiamola con la litania del femminicidio […]. Le donne diventano libertine e gli uomini già esauriti, talvolta esagerano […]. Le donne provocano gli istinti peggiori e se poi si arriva anche alla violenza o all’abuso sessuale facciano un sano esame di coscienza…».Risultato? Cinquantamila Mi piace.
Parole tossiche, dunque, parole che intossicano i rapporti e le relazioni. Graziella Priulla si è addentrata con polso fermo in tutto ciò da cui sono banditi gentilezza e pudore ma ci dà anche l’indicazione di un sito gentilezza.org, che è una sezione del Movimento mondiale per la gentilezza, nato a Tokyo nel 1988, utile anche per re-imparare un uso consapevole della lingua c.d. madre.



Graziella Priulla, Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo, Settenove Edizioni, 2014, pp. 176, euro 15,00.

giovedì 18 settembre 2014

La bicicletta da cross di Amy di Liz Smith*

Amy, una bimba inglese di nove anni, è stata di recente ad un festival estivo per la gioventù, dove ha visto alcune dimostrazioni di Bmx (Ndt. la sigla sta per “Bicycle Motocross”. Le bici da cross sono diverse dall’usuale per struttura, peso e dimensioni).
Ha quindi deciso che voleva una Bmx per il suo compleanno e la madre l’ha portata a dare un’occhiata a quelle disponibili in negozio. Le due sono state avvicinate da una commessa non appena hanno messo piede nella sezione per bambini. Dando un’occhiata ai lunghi capelli biondi di Amy, la commessa le ha dirottate immediatamente nell’angolo a colori caramellati del reparto.
Là c’era una sola Bmx “per femminucce”, nera e rosa acceso. Amy l’ha guardata ed è tornata a passo svelto dall’altra parte. “Penso che queste mi piacciano di più”, ha detto.
La commessa non si è arresa: “Queste sono biciclette da maschi, tesoro. Non preferiresti una bici da femmine?” Ho amato la risposta di Amy: ha fissato la commessa con uno sguardo interrogativo e beffardo al tempo stesso, una specialità da “novenni”, e ha detto: “Cosa importa?”
La mamma di Amy ha fatto un veloce confronto fra le biciclette per bambine e quelle per bambini. Per lo stesso prezzo, molte di quelle per maschi avevano funzionalità e componenti migliori delle altre: forcelle con sospensioni e ingranaggi, per esempio. Le biciclette per bambine si concentravano invece sull’apparenza e il comfort – sellini più larghi, canna più bassa e colori pastello con cascate di motivi floreali, e accessori come cestini, stelle filanti e copri-manubri a lustrini. Gli abiti e gli oggetti relativi al cross in bicicletta per bambine erano per la maggior parte rosa, con occasionali flash di bianco e porpora, e – di nuovo – si concentravano sull’essere graziosi anziché sull’avere una funzione.
Secondo i rivenditori, alla fine, i maschietti sono rudi e disordinati, guideranno le loro bici nel fango e il loro set di accessori dovrà essere lavato spesso dalle madri, mentre le femminucce faranno giretti oziosi, con le loro bambole nel cestino frontale. Se l’industria vuole davvero sostenere il ciclismo femminile, deve fare lo sforzo di andare oltre i sellini color gelatina e gli aggeggi in sfumature di rosa e pastello. Le bambine devono sapere che va bene sporcarsi e che c’è abbastanza detersivo al mondo per lavare le loro cose e quelle dei loro fratellini. Devono sapere che saranno le benvenute in qualsiasi associazione o club di ciclismo e che sono libere di scegliere qualsiasi disciplina vogliano apprendere o in cui vogliano competere.
Mi chiedo quante Amy ci siano che non hanno l’assertività o il sostegno necessari a dire al mondo che non vogliono essere inzuppate di rosa. Mi chiedo quante Amy, anziché avere quel che realmente volevano e che rifletteva ciò che erano, hanno finito per avere una bicicletta o altri oggetti – e invero a fare scelte – perché gli si è detto che quelle cose o quelle scelte dovevano piacere loro, e loro non volevano essere giudicate negativamente come differenti.

Sono felice però di ragguagliarvi sul fatto che Amy ha la sua nuova Bmx verde e blu – non dirò “smagliante”, perché lei sta passando così tanto tempo al parco per ciclisti locale che probabilmente “smagliante” non lo è più… Amy ha anche imparato ad usare la lavatrice.

mercoledì 17 settembre 2014

Wassyla Tamzali: il femminismo in Italia è virtualmente scomparso

Scrittrice, giornalista, ex avvocato. Soprattutto femminista. Wassyla Tamzali, 74 anni, nata in Algeria, è la “voce” delle donne arabe, di quelle donne che sognano una società dove pari diritti e pari dignità (con gli uomini) non debbano nascondersi sotto il velo islamico. «La parola femminismo – dice in un francese senza inflessioni la signora Tamzali, un’intellettuale che ha vissuto da protagonista la lotta di liberazione del suo Paese – può apparire desueta in Occidente. Ma nei Paesi arabi è più che attuale, ed è capace di mettere in pericolo chi la pronuncia». Certo, aggiunge Wassyla, anche nei Paesi più avanzati le donne hanno ancora molto da conquistare quanto a posizione e rivendicazioni. Però «è un fatto che in Italia il movimento è virtualmente scomparso».
La pasionaria dei diritti femminili («ma io parlo di liberazione della donna»), è molto chiara sul valore intrinseco delle definizioni: «Io rifiuto il termine neo femminista. Sono solo femminista, punto. Perché la parola nel mondo arabo può acquistare significati differenti a seconda di quali termini le vengono accostati. Per esempio, c’è chi professa il femminismo islamico. Che è una copertura per annacquare la nostra lotta per l’emancipazione. Insieme a tutte le altre donne abbiamo sentito la necessità di tornare all’inizio del femminismo. Che è un’ideologia della liberazione. Non è solo una questione di diritti. No, è soprattutto un veicolo per ottenere la liberazione delle donne in quanto individui. Dunque, se me lo chiede le dico che non è ancora finito il suo scopo».
Wassyla Tamzali conosce il mondo arabo e conosce l’Europa e oltre. È conscia della differenza fondamentale tra la condizione femminile nei Paesi più avanzati e nei Paesi arabo-islamici. Ma non si lascia ingannare dalle apparenze. «La condizione delle donne è carente anche in Occidente – spiega -. La violenza, l’ineguaglianza c’è anche da voi. Certo, le donne sono più libere, possono uscire sole, lavorano. Perché le società da voi sono più avanzate, la Chiesa non ha più il ruolo di freno che aveva un tempo».
«Ma – prosegue – la morale sessuale, ovvero il rapporto tra uomini e donne è tutt’altro che paritaria». Eppure nel mondo arabo-islamico il ruolo della donna è continuamente minacciato, le conquiste sono neglette… «È così. Nei Paesi arabi, in Algeria, in tutto il Maghreb, la dominazione sulle donne è una parte integrante della politica. Dipende della struttura delle società. Lottiamo per i nostri diritti da 50 anni, e se non riusciamo a progredire è perché dovremmo riuscire a cambiare l’intera società. Il potere politico, da noi, è militare e fondato sui clan familiari. La piramide resta intatta se agli uomini, ai maschi, è garantito il diritto di vita e di morte sulla famiglia».
L’oppressione della donna come mezzo per la sopravvivenza politica, insomma. «In tutti questi Paesi il potere economico, l’amministrazione, la diplomazia sono nelle mani dei clan politici, non dei partiti. Sono tutti governi totalitari: per garantirsi l’acquiescenza del popolo, è garantito all’ultimo dei cittadini maschi il potere sulle donne».
Dopo decenni di lotta per il proprio genere, Wassyla Tamzali, che ha letto con attenzione Pasolini, parla dell’enigma della condizione delle donne. «Noi non viviamo in Paesi primitivi: sono moderni, hanno tutti vantaggi della modernità, si può viaggiare, studiare, istruirsi. Tutti tranne le donne. Questa differenza – secondo Wassyla è il punto nodale della questione – è basata sulla superiorità della mascolinità, vista come un totem dalla società. La religione non c’entra. L’Islam è la maschera di questa deriva verso una fallocrazia fiera della propria condizione. Prendiamo il velo: perché occorre metterlo? Perché gli uomini non abbiamo desiderio sessuale, cioè si suppone che il desiderio dei maschi valga più di ogni cosa. Non è una condizione genetica, non è perché siamo arabi. È una questione politica. Il velo è collegato alla gestione del potere».
Certo, la strada è ancora lunga perché si possa parlare di donne protagoniste della loro esistenza. anche nei Paesi arabi. «Le donne sono deboli, non solo fisicamente: se una donna non ha un uomo nella sua vita (perché ha perso il marito, o magari perché ha divorziato) cessa di esistere socialmente, e perciò è molto fragile. Quando mette il velo accetta il sistema, perché fuori da questo sistema non si esiste. Ecco perché sono contro il femminismo islamico: una dottrina che sostiene come noi laiche non avremmo legittimità a occuparci delle donne musulmane».
D’altro canto, dice ancora Wassyla Tamzali – che domenica 14 settembre sarà sul palco del Teatro Franco Parenti, a Milano, accanto a Lizzie Doron, Aliza Lavie e le altre protagoniste del Festival Jewish and the City all’incontro Condotte e condottiere, libere di essere donne - si può essere musulmane e femministe. «Io sono una libera pensatrice. Ma ho molte amiche profondamente devote. Praticano la religione e chiedono libertà, come si può essere cristiane o ebree e femministe. Ci sono Imam donne a New York. E io credo che la religione debba evolversi dal di dentro. Mentre noi non abbiamo impatto sulla dottrina, siamo laici, siamo fuori. Femminista islamica? Un ossimoro. Il movimento è solo propaganda. L’obiettivo non è liberare la donna ma attribuire solo qualche diritto».
Non c’è molto spazio per l’ottimismo, dunque, per vedere un futuro dove le donne musulmane saranno padrone del proprio destino. «Al contrario, le cose miglioreranno. È successo in Tunisia e, anche, a suo modo, in Marocco. Pr quanto ci sia ancora molto da fare. Certo, i mostri che dobbiamo affrontare sono potenti e tutti figli della dittatura, dai salafiti agli integralisti di Iraq e Arabia Saudita. Ma c’è sempre chi crea, le donne sono artiste, scrivono, fanno film, dipingono. Siamo come le lucciole di Pasolini, rappresentiamo il mondo come era, con i suoi valori morali. Non dobbiamo essere disperate. Sì siamo le lucciole del mondo arabo».

martedì 16 settembre 2014

CONCORSO 2014 - "Concilia? Tra lavoro, cura e tempo per sè"


SIAMO PROSSIME ALLA SCADENZA... FORZA!!

Come condividere la vita, senza percorsi obbligati, è il tema “europeo” di questa seconda edizione del premio fotografico Lo sguardo di Giulia, per contribuire a cambiare i linguaggi dell’informazione. Ai fotografi, professionisti e dilettanti, si chiede di raccontare in positivo, ovvero con denuncia o con ironia, la Conciliazione fra Lavoro e Vita familiare. Di donne e uomini soprattutto, con uno sguardo ampio che comprenda coppie eterosessuali e omosessuali, singoli, famiglie tradizionali e di fatto, nuclei conviventi di parenti o di amici: insomma persone che stanno assieme perché, insieme e paritariamente, impegnate a costruire un futuro. Per sé e per i propri figli.
Sotto il titolo "Concilia?", che sembra il tormentone di un vecchio Carosello, c'è la convinzione che uno scatto fotografico azzeccato spesso vale più di mille parole. Dimostriamo quindi, attraverso un'immagine, che la convivenza pacifica e paritaria è possibile. Nella società ed in famiglia. E che l'impegno della cura di prole e anziani non è "roba da donne", ma dev'essere fatica comune. Perchè costruire rapporti di sostegno reciproco e solidale, tempi di lavoro flessibili e scuole più accoglienti, ruoli intercambiabili e infrastrutture intelligenti..., non è un’utopia, ma un obiettivo cui mirare in tempi stretti.
Come? Con foto simboliche, o realistiche, foto di cronaca, serie fotografiche, minivideo, racconti animati. Un premio aperto ad ogni forma di creatività e sensibilità. cui possono accedere sia professionisti sia appassionati, anche minorenni (col consenso dei genitori). Le prove andranno inviate - sotto forma di file in alta definizione all’indirizzo sguardodigiulia@gmail.com, allegando le liberatorie, i dati anagrafici e irecapiti, nonché una breve spiegazione - entro e non oltre la mezzanotte del 27 settembre 2014. Il bando completo è scaricabile su www.giuliagiornaliste.it , oppure scrivendo a giulia.lombardia@gmail.com . A tutti andrà un attestato di partecipazione, mentre i quattro vincitori (professionisti, non professionisti, under 18, video) riceveranno macchine fotografiche e videocamere offerte da aifoto (www.aifotoweb.it) e un abbonamento ad una rivista specializzata.

Il concorso - "Chiamala violenza, non amore" nel 2013 e "Concilia? Tra lavoro, cura e tempo per sè" nel 2014 - è bandito da un'associazione di giornaliste democratiche ("Giulia Giornaliste") stufe di vedere l'informazione ancora soggetta ad un'iconografia di genere stereotipata. L'anno scorso il tema era la violenza sulle donne "travestita" da amore. Quest'anno la sfida sulla conciliazione è più ardua e simbolica, ma proprio per questo ancora più interessante. Il concorso, che ha ottenuto i patrocini non onerosi di Regione Lombardia, Provincia di Milano, Comune di Milano, Comune di Sesto San Giovanni e Ordine dei giornalisti della Lombardia, si svolge quest'anno nell’ambito del progetto Così sono, se mi pare. Oltre gli stereotipi, la sfida della parità, promosso dal Comune di Sesto San Giovanni e realizzato nell’ambito dell’iniziativa regionale «Progettare la parità in Lombardia 2014».

lunedì 15 settembre 2014

»"Dare a Santippe quel che è di Santippe" Giovanna Romualdi

GiULiA giornaliste rilancia il problema di un uso della lingua italiana corretto per quanto riguarda il genere con una guida per chi opera nel campo dell’informazione curata da Cecilia Robustelli.
Circa trent’anni fa la Presidenza del Consiglio dei Ministri, raccogliendo una proposta di Alma Sabatini alla Commissione delle Pari opportunità, commissionava e successivamente pubblicava una ricerca su Il sessismo nella lingua italiana, curata dalla stessa Alma Sabatini; l’Autrice anche allora vedeva il risultato di questa ricerca come "... suggerimenti rivolti in primo luogo alla stampa che massimamente contribuisce a coniare e far passare i neologismi e le mode linguistiche...".
L'11 giugno 2014) Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati (?), partecipa alla presentazione nella Sala Moro a palazzo Montecitorio di Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano" di Cecilia Robustelli , edito da GiULiA giornaliste [1]
Questi due fatti evidenziano non solo un salto ma anche una continuità istituzionale, come rileva Cecilia Robustelli che nella presentazione ricorda che in questi trenta anni si sono avuti molti atti istituzionali che raccomandavano proprio un’attenzione al linguaggio al fine della promozione della parità di genere. Non si riparte dall’anno zero perché si raccoglie non solo l’eredità dell’opera anticipatrice di Alma Sabatini, il cui valore è stato ricordato dalla stessa Cecilia Robustelli, ma anche il frutto della continua ricerca andata avanti sul tema ( come testimonia lo stesso percorso di ricercatrice di Cecilia Robustelli) - v. anche alcuni dei tanti testi che sono stati prodotti in quest’arco di tempo e che riportiamo in nota.
Questa breve e sicuramente incompleta nota ci conferma però che Il discorso viene da lontano; è un percorso lungo e impegnato che ha accompagnato questo "problema" negli anni anche con incontri nelle scuole, corsi nelle università, presso la Commissione nazionale Pari Opportunità dove, negli anni novanta, fu insediato il Tavolo delle Giornaliste (importante luogo di confronto libero sulla funzione, i contenuti e le forme del lavoro nel campo dell’informazione); un percorso molto in giro per l’Italia purtroppo senza Alma (morta nel 1988) ma ininterrottamente lo stesso, grazie alle Commissioni di parità. Anche grazie a quel lavoro costante si sono prodotte nel tempo le condizioni, che abbracciano anche il linguaggio, ma non solo, per arrivare ad avere oggi - speriamo - la giusta attenzione e forse un qualche cambiamento. Allora la stampa dedicò alla pubblicazione delle "raccomandazioni" poco spazio, quasi sempre in negativo perché evidentemente si toccava un nodo culturale forte, di potere. Oggi, la presenza di un maggior numero di donne anche sulla scena istituzionale rende - speriamo - di uso più immediato questo "libretto da bisaccia" ( così lo definisce - con citazione culturale - Cecilia Robustelli, per il suo formato tascabile).
Ben venga dunque questo Donne, grammatica e media, "libretto prezioso" in funzione di un problema che non è solo di conoscenza: per l’economista Fiorella Kostoris le donne sono spesso esse stesse responsabili dell’uso sessista delle parole perché hanno paura di sminuire la loro posizionew faticosamente raggiunta.
Ma l’avvio di quell’ampio dibattito pubblico auspicato da Laura Boldrini avrà bisogno di iniziative concrete per avere una attenzione di sostanza da parte dei media, perché finisca nelle tasche e sui tavoli di lavoro di giornaliste e - ci auguriamo tutte - di giornalisti. Perlomeno io, personalmente, ho così fatto con quell’altro "libretto da bisaccia" che esattamente venti anni fa pubblicava la rivista settimanale "Avvenimenti": il Dizionario sessuato della lingua italiana curato da Elettra Deiana, Bianca Madeccia, Silverio Novelli, Edgrado Pellegrini oltre a Marcella Mariani che aveva già collaborato alla ricerca di Alma Sabatini. Non so quale diffusione, od uso abbia avuto su altri tavoli ...
Oggi non viene presentato un "dizionario sessuato": Cecilia Robustelli dà al suo testo una forma di "proposte operative" partendo da esempi concreti di "come si parla nei media", dai "dubbi grammaticali e grafici" che insorgono quando si scrive o si rappresentano soggetti donna, accompagnandole con riflessioni, soluzioni attente alla correttezza lignuistica delle "’nuove’ forme.femminili", alle questioni morfosintattiche, ma anche alla comprensibilità/accettazione di chi oggi legge.
La "guida" si chiude con un "breve vocabolario delle professioni e delle cariche", curato da GiULiA
Nella prefazione, Nicoletta Maraschio presidente onoraria dell’Accademia della Crusca, ci dice che "la lingua non solo rispecchia una realtà in ’movimento’, ma può svolgere una funzione ben più importante: quella di rendere più visibile quello stesso movimento e contribuire così ad accelerarlo in senso migliorativo".
Ancora una volta l’obiettivo è politico, "dare a Santippe quel che è di Santippe", come dice l’economista Fiorella Kostoris nella presentazione a Montecitorio: dare visibilità anche attraverso il linguaggio alle donne perché "Ciò che non si dice non esiste " ricorda nell’introduzione Maria Teresa Manuelli, segretaria di GiULiA). Ma, richiama ancora Kostoris, si tratta di andare poi oltre il linguaggio, promuovere per le donne "tempi nuovi".
per informazioni e contatti: giuliagiornaliste@gmail.com; www.giuliagiornaliste.it



domenica 14 settembre 2014

Le donne e il sessismo nella lingua: intervista alla Prof.ssa Gabriella Alfieri dell’Università di Catania Alessia Costanzo

«Presidente della camera», «cittadino» e «cattolico»: in tal modo si definì Irene Pivetti quando fu eletta nel 1994 come Presidente della camera dei deputati. Ma se attualmente dovessimo riferirci ad una donna, che riveste una carica istituzionale, quali termini utilizzeremmo? Il presidente, la presidente o la presidentessa?
La lingua, soggetta a mutamenti, non sempre possiede dei confini ben definiti. Nell’incertezza linguistica, i parlanti compiono degli svarioni che non consistono solo nell’adottare forme deviate rispetto alla norma, ma anche nel servirsi delle tradizionali forme maschili, pur riferendosi ad una donna. Anche questa “messa in sicurezza” da parte del parlante, dovrebbe rappresentare un errore, che non è ancora stato riconosciuto chiaramente. Già nel 1993 nell’opuscolo “Il sessismo della lingua”, curato da Alma Sabatini, vi era un capitolo dedicato al campo delle professioni femminili. Si richiedeva di scegliere forme linguistiche femminili che avessero pari dignità rispetto a quelle maschili , e in seguito veniva elencata una serie di termini come “ingegnera, architetta, avvocata”, che avrebbe dovuto essere utilizzata. L’appello rimase però inascoltato. Ѐ difatti raro sentire l’uso di tali termini, e non solo da parte degli uomini, ma anche delle donne, che dovrebbero dare l’input per un cambiamento, anzi per il cambiamento.
In ambito filosofico la donna é stata definita «un vivente che ha un linguaggio nella forma dell’auto-estraniazione, non si autorappresenta nel linguaggio ma accoglie rappresentazioni di lei prodotte dall’uomo; così la donna parla e pensa, si parla e si pensa, ma non a partire da sé.». Definizione dalla quale ci mette in guardia la docente di Storia della lingua italiana all’Università di Catania, Gabriella Alfieri, che con molta disponibilità ha accettato di essere intervistata su una questione così rilevante. «Ѐ una citazione condivisibile. Se noi prendiamo tale osservazione come una storicizzazione di quello che finora è stato il ruolo della donna sono d’accordo, ma occorre contestualizzare: se la donna appartiene ad una classe sociale elevata, ha gli strumenti sociali, come l’istruzione, e si realizza socialmente, difficilmente questo tipo di donna si autorappresenterà con gli stereotipi ereditati. Se la donna appartiene ad ambienti socio-culturali dove c’è ancora la predominanza maschile assoluta, allora la citazione può essere accettabile»: in tal modo si è espressa a riguardo la prof.ssa Alfieri. Dunque se la donna non si nasconde dietro ad un linguaggio maschile, perché forme femminili per le professioni non sono state ancora accolte dai parlanti? Ciò è dovuto alla cacofonia di termini come “ingegnera”, o la società non è ancora pronta ad abbandonare una visione maschilista anche in ambito linguistico? La docente a tal proposito ci ha suggerito di prendere in considerazione la norma, non dettata dall’alto, ma come consuetudine sedimentata: difatti è un gruppo di parlanti che influisce fortemente sull’uso di un termine. L’esempio, è rappresentato da forme come “ministra”, che in passato non veniva utilizzata dalle donne che dovevano salvaguardare la propria dignità socio-professionale, perché era un espressione molto recente; oggi il termine ministra è invece entrato nell’uso, grazie alla presenza delle donne nei governi precedenti.
La prof.ssa Gabriella Alfieri sostiene difatti che forme come “ingegnera” potrebbero essere utilizzate in futuro, nel momento in cui le neolaureate vorranno essere chiamate o si firmeranno in tal modo, e aggiunge inoltre che «se le donne continueranno ad incrementare la propria presenza sociale e professionale, tali forme verranno utilizzate». Il sessismo della lingua non riguarda solo le professioni, ma coinvolge anche espressioni come “diritti dell’uomo”, che anche in questo caso escludono la donna dal punto di vista linguistico. Secondo la docente, sarebbe difatti corretto utilizzare forme alternative , come “diritti della persona”, che dovrebbero essere adottate dai legislatori. “Paternità dell’opera” si è diffuso invece perché la maggior parte degli scrittori sono sempre stati uomini. La prof.ssa propone di sostituire tali termini non con “la maternità dell’opera”, ma con “la genitorialità dell’opera”.
 Oggigiorno il ruolo della donna è sempre più determinante, soprattutto in ambito sociale, dunque perché mai dovremmo essere restii ai cambiamenti linguistici atti a rappresentarci nel migliore dei modi?