domenica 21 settembre 2014

So che non potrò mai fare carriera come un uomo, crescere figli perfetti fare sesso e stare in forma come Beyoncé di Viviana Mazza

«La ricerca della perfezione deve finire». L’anno scorso Debora Spar, la presidente del Barnard College, prestigiosa scuola femminile di New York, ha confessato nel suo libro Wonder Women che la sua generazione ha frainteso l’appello del femminismo alla liberazione delle donne, scambiandolo con l’imperativo a fare tutto, ad essere superdonne: far carriera come gli uomini e intanto diventare madri, crescere figli perfetti, continuare a restare sveglie per far sesso e mantenersi in forma come Beyoncé.
Oggi, al telefono da New York, Debora Spar descrive quest’ansia come una specie di dipendenza da cui bisogna riabilitarsi, imparando ad essere imperfette.
«Devi ricordare a te stessa che è okay dire di no, devi individuare intere categorie di cose che non cercherai di fare bene. Cucinare per esempio: è una cosa che adoro, ma ho dovuto accettare che lo farò male e mai come Martha Stewart. Come la corsa: ho fatto jogging per tutta la mia vita, ma non ho alcuna ambizione competitiva. Ci sono una serie di attività che ho tolto dalla lista delle cose-da-fare e ho inserito in una lista delle cose-da-fare-meno-bene».
Gran parte delle aspettative della generazione post-femminista di Spar erano dovute al fatto che le madri non avevano potuto fare tutto.
«Quelle ragazze degli anni Quaranta e Cinquanta, cresciute per essere madri, volevano che le figlie avessero qualcosa di più delle lavatrici, delle asciugatrici e dei ferri da stiro, volevano che facessero carriera e che partecipassero più attivamente alla società». L’idea di poter fare tutto nello stesso tempo e alla perfezione, secondo Spar, è stata promossa dai media con immagini e prodotti come Barbie astronauta, che riusciva ad essere sexy mentre orbitava intorno alla luna, oppure la pubblicità del profumo «Charlie» in cui una donna con i capelli lunghi e fluttuanti, una tuta blu aderente e i tacchi a spillo teneva in una mano una valigetta da ufficio e nell’altra una bambina bellissima.
Dodici anni fa, a 38 anni, dopo aver avuto due figli maschi, Debora Spar andò col marito fino in Russia per adottare una bambina. Kristina aveva sei anni e non parlava una parola d’inglese, ma prese la mano del futuro papà e gli chiese: « Kupi mnye Barbi?», «Mi compri una Barbie?» L’hanno portata in America, Debora l’ha educata con grande attenzione agli stereotipi di genere («Non potevo fare altrimenti, considerato il mio lavoro») ed è cresciuta con un papà che fa i lavori di casa (il che secondo uno studio recente aumenta le probabilità che diventi astronauta). La mamma la portava avanti e indietro a corsi e attività d’ogni tipo, inclusi calcio e balletto, finché un giorno non si è schiantata contro un palo del telefono e si è resa conto che la cosa più importante non è riempire la vita dei figli ma aiutarli a conoscere se stessi e a scegliere ciò che li appassiona.
«La loro generazione è più realista della nostra. Sanno che non possono fare tutto alla perfezione». Pochi giorni fa Kristina, che ha compiuto 18 anni, è andata a frequentare l’università. Quel giorno, sua madre ha notato che si è soffermata davanti allo specchio e ha scelto con cura la biancheria da portare al campus. «È molto femminile ma va bene così perché è sicura di sé». Come molte ragazze tra i 18 e i 22 anni, spiega Spar, pensa che il mondo che l’aspetta sia paritario. «Si scontreranno con una realtà diversa, più avanti, nel mondo lavoro. Anche se in alcuni settori le chance delle donne oggi sono le stesse degli uomini, non è ancora così dappertutto».
Anche in casa i ruoli di uomini e donne sono cambiati rispetto agli anni Settanta. In America, nel 1965 le ore settimanali dedicate dai padri ai lavori domestici erano quattro, oggi sono 18 – secondo un rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo – ma le ore impiegate dalle donne continuano ad essere di più (27). In Italia la differenza è la più grande di tutti i paesi industrializzati: 36 ore le donne, 14 ore gli uomini. La ragione, sostiene Spar, è in parte che gli uomini sono più disponibili a contribuire alla cura dei figli piuttosto che ai lavori domestici, ma anche che le donne sono restie a cedere certi spazi e responsabilità. «Ma anche se la coppia si divide i compiti equamente, quando entrambi i partner lavorano non ci sono semplicemente abbastanza ore in una giornata».

Per fortuna, dice la studiosa, il mondo del lavoro sta un po’ cambiando. «Oggi Silicon Valley è diventato il posto più desiderabile dove i giovani più brillanti cercano il primo impiego, incluse molte ragazze. Aziende come Google e Facebook cercano di creare un ambiente più piacevole per tutti, con cibo gratis, tavoli da ping pong, e anche una riduzione delle ore lavorative. E anche alcune banche e agenzie di consulenza, proprio per contrastare la competizione delle aziende high-tech, stanno iniziando a cambiare, riducendo le ore di lavoro e aumentando gli eventi sociali». Un cambiamento, questo, che potrà aiutare a conciliare lavoro e famiglia senza richiedere doti di superdonne.



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