Lo studio di McKinsey dice cosa accadrebbe se le donne avessero gli stessi ruoli degli uomini: si creerebbe in un decennio la ricchezza di Cina e Usa messe insieme. I margini maggiori in India. Quattro le lacune da colmare: istruzione, inclusione finanziaria, tutele legali e retribuire il 'lavoro' in famiglia
L'agognata parità di genere sul lavoro? Sarebbe una vittoria dei diritti ma anche uno stimolo per l'economia che stenta a uscire dalla crisi. Un nuovo rapporto del McKinsey Global Institute citato dal Wall Street Journal offre una nuova stima di questo potenziale non sfruttato. Secondo lo studio infatti se le donne avessero gli stessi ruoli degli uomini il Pil annuo globale aumenterebbe di 28 mila miliardi nel 2025, il 26% del Pil globale, che equivarrebbe alla ricchezza di Cina e Usa messe insieme.
Il rapporto tiene conto di alcuni indicatori di genere, tassi di partecipazione delle donne come forza-lavoro, ma anche tassi di mortalità ed inclusione sociale in 95 paesi che rappresentano il 90% del Pil mondiale. Ma anche una semplice riduzione del gap di potere tra uomini e donne darebbe un significativo contributo alla crescita: secondo lo studio infatti, se ogni paese esaminato migliorasse la parità sul posto di lavoro stimolerebbe la crescita per circa 12 trilioni in 10 anni.
Il più alto potenziale di vantaggio economico sarebbe in India, insieme con il resto dell'Asia del Sud, del Medio Oriente e del Nord Africa, che hanno segnato gli score più bassi in materia. Ma sia le economie avanzate che quelle emergenti avrebbero da guadagnarci. Secondo gli autori, 74 dei 95 paesi analizzati potrebbero incrementare il Pil di oltre il 20% nel 2025 se le donne venissero messe in condizione di esprimere il loro potenziale economico. Negli Stati Uniti ad esempio la parità di genere potrebbe aggiungere 4,3 trilioni di dollari all'economia, il 19% del Pil, mentre una riduzione del divario che porti il paese ai livelli della Spagna (che ha segnato il risultato migliore dell'area Europa-Nord America) aggiungerebbe 2,7 trilioni al prodotto interno lordo, il 12%.
Secondo i ricercatori McKinsey sarebbero i progressi in quattro aree chiave ad avere l'impatto maggiore: colmare le lacune in materia di istruzione; colmare il gap in termini di inclusione finanziaria e digitale; rafforzare le tutele legali per le donne e migliorare l'atteggiamento verso lavoro non retribuito, dunque il lavoro domestico e la cura dei membri della famiglia. "Conferire poteri alle donne non è solo un dovere morale ma è anche un'ovvietà in termini economici", ha detto Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale all'ultimo G20 ad Ankara. "Aiuterebbe a rilanciare la crescita - ha spiegato - aumentare il reddito complessivo pro capite, a
combattere la povertà e ridurre le disuguaglianze di reddito nel mondo". Un recente rapporto della Banca Mondiale ha rilevato che circa il 90% dei Paesi ha nelle leggi forme di discriminazione verso le donne, molte delle quali impediscono loro di partecipare pienamente all'economia.
giovedì 10 dicembre 2015
domenica 6 dicembre 2015
La parità di genere si impara da piccoli di Stefania Prandi
La scuola fa differenza Il progetto promosso dall’associazione Scosse si occupa di formare gli insegnanti, l’obiettivo è crescere bambini e bambine in grado di esprimere le proprie potenzialità evitando modelli preconcetti
«È compito della scuola crescere bambini e bambine in grado di esprimere le proprie potenzialità, indipendentemente dal loro essere maschi o femmine, senza costringerli a seguire percorsi già tracciati». Così Sara Marini spiega l’obiettivo dei training formativi di educazione alla parità di genere, che porta avanti con l’associazione Scosse (acronimo di Soluzioni comunicative, studi, servizi editoriali), di cui è la vicepresidente. Tra le iniziative, promosse in diverse città d’Italia, che includono seminari di un giorno, laboratori, corsi di lungo termine, c’è «La scuola fa differenza». Si tratta di un progetto triennale che prevede la formazione e l’aggiornamento di 200 insegnanti dell’infanzia e degli asili nido pubblici, in 17 istituti, dalla periferia al centro di Roma. «Attraverso cicli di incontri nell’arco dell’anno scolastico, che in tutto durano 22 ore, spieghiamo alle maestre e ai maestri che lavorano con i bambini fino a sei anni, che è a quest’età che vengono introiettati i meccanismi di disparità di genere – racconta Marini. – Veniamo al mondo e abbiamo già un fiocco celeste o rosa sopra al portone di casa e un corredo di abitini del colore corrispondente; cresciamo e un cesto di bambole o macchinine diventa la reggia dei nostri giochi preferiti. Se siamo femmine, veniamo educate a dedicarci alla cura degli altri, a essere docili, a credere di non essere portate per i giochi meccanici e il calcolo, mentre se siamo maschi impariamo a non esprimere certe emozioni, a non mostrarci deboli, e a esasperarne altre, come l’aggressività. I modelli che influenzano lo sviluppo sono onnipresenti, attecchiscono anche nelle personalità apparentemente più autonome e “ribelli” o nelle famiglie più libere e anticonformiste, condizionando la fantasia dei più piccoli, la capacità di immaginare e di costruire la realtà».
Per scardinare questi schemi è necessario, prima di tutto, che gli insegnanti si mettano in discussione e si rendano conto dei condizionamenti che hanno fatto propri. «È un processo lungo, che richiede tempo – osserva la vicepresidente di Scosse. – Noi partiamo dall’osservazione di sé e poi arriviamo a quella dei comportamenti che si mettono in atto con i bambini e con le bambine. Da questo doppio lavoro emerge una convinzione diffusa da parte dei docenti che riguarda, ad esempio, la propensione maschile all’irruenza e alla mancanza di controllo e quella femminile alla dolcezza e alla posatezza. Cerchiamo di fare capire che certi comportamenti non sono naturali, cioè non sono dovuti a questioni biologiche, ma sono il risultato di condizionamenti sociali e culturali e vengono reiterati ogni volta che si dice a un bambino di non fare la femminuccia, quando piange, ad esempio, e a una bambina di non fare il maschiaccio, se si dimostra troppo energica oppure manesca».
I risultati del primo anno di incontri nelle scuole romane sono stati raccontati, con riferimenti teorici, bibliografici e con l’impiego di numeri e grafici, in un ebook scaricabile gratuitamente sul sito dell’associazione (il link è www.scosse.org/ebook – scuola – fa – differenza).
Scosse, nata da una start up universitaria nel 2011, include un numero variabile di educatrici, tra le 8 e le 12, in base ai periodi, ed è diventata un punto di riferimento per tutto il territorio italiano. Da due anni, in collaborazione con Stonewall di Siracusa e Progetto Alice di Bologna, organizza un meeting nazionale per chi si occupa di educazione di genere nelle scuole, dai nidi all’università. Nell’edizione dello scorso settembre, una parte importante del convegno è stata dedicata all’autoformazione, con laboratori, scambio di buone pratiche e condivisione di metodologie e strumenti didattici, con il contributo di esperte ed esperti da diversi Paesi europei (Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Francia).
Uno dei nuovi progetti avviati dall’associazione è «Costruisci il futuro, combatti il bullismo», con il quale è appena stato vinto un bando europeo. Si tratta di un’iniziativa coordinata dalla presidente di Scosse, Monica Pasquino, che sarà sviluppata in Italia e in altri cinque Paesi europei: attraverso l’educazione del personale scolastico, dei genitori e degli studenti delle scuole medie, mira a creare un clima di inclusione e apertura alle differenze per tutti, con particolare attenzione per i giovani più vulnerabili. Prevede seminari, lezioni e l’uso dell’«Antibullying radar», un sistema di analisi tecnologica che permette di identificare i primi segnali di allarme di bullismo nelle classi, in modo da prevenire episodi di violenza e sofferenza degli studenti e delle studentesse.
Un altro settore sul quale si concentra l’attività di Scosse è quello dei libri, che passa dall’osservatorio online «Leggere senza stereotipi». Obiettivo della piattaforma è l’analisi del panorama editoriale, alla ricerca di rappresentazioni che stimolino bambini e bambine a compiere scelte, fare esperienze, avere sogni e ambizioni, leggere il mondo in modo libero, a prescindere dal proprio sesso biologico. Dall’esperienza è nato un manuale, appena pubblicato con la casa editrice Settenove, fondata e gestita da Monica Martinelli. Il testo, intitolato appunto Leggere senza stereotipi, si rivolge a insegnanti, genitori, educatori che operano con i bambini fino a 6 anni, e si articola in vari percorsi, ciascuno legato a un tema chiave per la costruzione dell’identità di genere. Una breve introduzione teorica precede le schede dedicate agli albi italiani ed esteri, le proposte di attività, gli approfondimenti e i suggerimenti bibliografici, per offrire un agile strumento di lavoro anche a chi si avvicina per la prima volta a questi argomenti.
«È compito della scuola crescere bambini e bambine in grado di esprimere le proprie potenzialità, indipendentemente dal loro essere maschi o femmine, senza costringerli a seguire percorsi già tracciati». Così Sara Marini spiega l’obiettivo dei training formativi di educazione alla parità di genere, che porta avanti con l’associazione Scosse (acronimo di Soluzioni comunicative, studi, servizi editoriali), di cui è la vicepresidente. Tra le iniziative, promosse in diverse città d’Italia, che includono seminari di un giorno, laboratori, corsi di lungo termine, c’è «La scuola fa differenza». Si tratta di un progetto triennale che prevede la formazione e l’aggiornamento di 200 insegnanti dell’infanzia e degli asili nido pubblici, in 17 istituti, dalla periferia al centro di Roma. «Attraverso cicli di incontri nell’arco dell’anno scolastico, che in tutto durano 22 ore, spieghiamo alle maestre e ai maestri che lavorano con i bambini fino a sei anni, che è a quest’età che vengono introiettati i meccanismi di disparità di genere – racconta Marini. – Veniamo al mondo e abbiamo già un fiocco celeste o rosa sopra al portone di casa e un corredo di abitini del colore corrispondente; cresciamo e un cesto di bambole o macchinine diventa la reggia dei nostri giochi preferiti. Se siamo femmine, veniamo educate a dedicarci alla cura degli altri, a essere docili, a credere di non essere portate per i giochi meccanici e il calcolo, mentre se siamo maschi impariamo a non esprimere certe emozioni, a non mostrarci deboli, e a esasperarne altre, come l’aggressività. I modelli che influenzano lo sviluppo sono onnipresenti, attecchiscono anche nelle personalità apparentemente più autonome e “ribelli” o nelle famiglie più libere e anticonformiste, condizionando la fantasia dei più piccoli, la capacità di immaginare e di costruire la realtà».
Per scardinare questi schemi è necessario, prima di tutto, che gli insegnanti si mettano in discussione e si rendano conto dei condizionamenti che hanno fatto propri. «È un processo lungo, che richiede tempo – osserva la vicepresidente di Scosse. – Noi partiamo dall’osservazione di sé e poi arriviamo a quella dei comportamenti che si mettono in atto con i bambini e con le bambine. Da questo doppio lavoro emerge una convinzione diffusa da parte dei docenti che riguarda, ad esempio, la propensione maschile all’irruenza e alla mancanza di controllo e quella femminile alla dolcezza e alla posatezza. Cerchiamo di fare capire che certi comportamenti non sono naturali, cioè non sono dovuti a questioni biologiche, ma sono il risultato di condizionamenti sociali e culturali e vengono reiterati ogni volta che si dice a un bambino di non fare la femminuccia, quando piange, ad esempio, e a una bambina di non fare il maschiaccio, se si dimostra troppo energica oppure manesca».
I risultati del primo anno di incontri nelle scuole romane sono stati raccontati, con riferimenti teorici, bibliografici e con l’impiego di numeri e grafici, in un ebook scaricabile gratuitamente sul sito dell’associazione (il link è www.scosse.org/ebook – scuola – fa – differenza).
Scosse, nata da una start up universitaria nel 2011, include un numero variabile di educatrici, tra le 8 e le 12, in base ai periodi, ed è diventata un punto di riferimento per tutto il territorio italiano. Da due anni, in collaborazione con Stonewall di Siracusa e Progetto Alice di Bologna, organizza un meeting nazionale per chi si occupa di educazione di genere nelle scuole, dai nidi all’università. Nell’edizione dello scorso settembre, una parte importante del convegno è stata dedicata all’autoformazione, con laboratori, scambio di buone pratiche e condivisione di metodologie e strumenti didattici, con il contributo di esperte ed esperti da diversi Paesi europei (Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Francia).
Uno dei nuovi progetti avviati dall’associazione è «Costruisci il futuro, combatti il bullismo», con il quale è appena stato vinto un bando europeo. Si tratta di un’iniziativa coordinata dalla presidente di Scosse, Monica Pasquino, che sarà sviluppata in Italia e in altri cinque Paesi europei: attraverso l’educazione del personale scolastico, dei genitori e degli studenti delle scuole medie, mira a creare un clima di inclusione e apertura alle differenze per tutti, con particolare attenzione per i giovani più vulnerabili. Prevede seminari, lezioni e l’uso dell’«Antibullying radar», un sistema di analisi tecnologica che permette di identificare i primi segnali di allarme di bullismo nelle classi, in modo da prevenire episodi di violenza e sofferenza degli studenti e delle studentesse.
Un altro settore sul quale si concentra l’attività di Scosse è quello dei libri, che passa dall’osservatorio online «Leggere senza stereotipi». Obiettivo della piattaforma è l’analisi del panorama editoriale, alla ricerca di rappresentazioni che stimolino bambini e bambine a compiere scelte, fare esperienze, avere sogni e ambizioni, leggere il mondo in modo libero, a prescindere dal proprio sesso biologico. Dall’esperienza è nato un manuale, appena pubblicato con la casa editrice Settenove, fondata e gestita da Monica Martinelli. Il testo, intitolato appunto Leggere senza stereotipi, si rivolge a insegnanti, genitori, educatori che operano con i bambini fino a 6 anni, e si articola in vari percorsi, ciascuno legato a un tema chiave per la costruzione dell’identità di genere. Una breve introduzione teorica precede le schede dedicate agli albi italiani ed esteri, le proposte di attività, gli approfondimenti e i suggerimenti bibliografici, per offrire un agile strumento di lavoro anche a chi si avvicina per la prima volta a questi argomenti.
sabato 5 dicembre 2015
Mamma dai, me lo compri quel giocattolo? di Giovanna Badalassi
Quante volte le mamme si saranno sentite rivolgere questa domanda? E quante volte avranno ceduto? Dietro a questa semplice, innocente domanda si celano business miliardari, ingenti giri d’affari ma anche scelte di marketing che possono contribuire al superamento degli stereotipi di genere, o, al contrario, incentivarli ancora di più (possibile?).
Il mercato dei giocattoli nella UE è consistente: secondo una ricerca UE il consumo di giochi valeva un giro di affari di 12,4 Miliardi di Euro nel 2008. Di questi 5,7 erano prodotti in Europa, 8 erano importati dall’Estero, mentre 1,4 erano esportati verso altri paesi. In Europa il business dei giocattoli occupa più di 100.000 persone e 2000 aziende. Non poco.
Dietro a questa economia si celano diverse dimensioni di genere: le scelte delle mamme che sono le principali acquirenti di giocattoli per i figli, l’educazione dei bambini e delle bambine attraverso la scelta dei vari prodotti. E’ una vera “Gender Economy”!.
Una cosa è infatti certa: attraverso il gioco si tramanda una visione di identità di genere che non necessariamente corrisponde ai reali talenti e inclinazioni dei bambini e delle bambine. Maschi che giocano alle bambole e femmine con le ruspe sono da noi ancora un tabù.
Detto questo, chiediamoci se le aziende produttrici di giocattoli facciano solo il loro mestiere, cogliendo e accentuando le culture di genere locali dei vari paesi dei loro clienti, o se potrebbero avere anche una capacità educativa per la loro clientela. La risposta è chiara, ma la realizzazione in pratica difficile. Solo le aziende più illuminate sanno indirizzare i propri clienti piuttosto che accontentarli. Tocca quindi prima alle mamme e ai papà maturare la consapevolezza che anche la scelta dei giochi è un momento fondamentale di costruzione dell’identità dei bambini e delle bambine, poiché incide su un immaginario del sè infantile che ci accompagna poi per tutta l’età adulta.
In altri paesi la consapevolezza dei genitori è più matura, al punto che le case costruttrici di giocattoli propongono nei paesi più avanzati pubblicità di giochi neutre e non stereotipate, mentre in Italia, come ben dimostrato nell’articolo di Giulia Siviero su “il Post” sui giocattoli sessisti, siamo ancora al rosa e alle mitragliette.

Toys R Us, Catalogo svedese
Il cambiamento deve quindi partire dai genitori (e dai nonni!!!). Ogni tanto parte anche da bambine intraprendenti. Una ragazzina in UK ha criticato DC Comics perché non fa fumetti con Supereroine. La sua lettera, diventata virale, ha costretto Dc Comics a correre ai ripari e promettere di proporre anche supereroine donne, scoprendo così all’improvviso che stava lasciando scoperta una bella fetta di mercato di ragazzi. Buonismo dell’azienda? No! Puro marketing.
Se le aziende stanno cercando attraverso l’analisi di mercato di capire come sta cambiando la società nei vari paesi, è importante che anche noi consumatrici ne siamo consapevoli e che cerchiamo di comprendere bene la differenza nel gioco tra bambini e bambine.
Qual è quindi la situazione in Italia? Anche se crediamo di conoscerla, è importante aiutarci con i numeri per capire meglio.
La prima differenza tra maschie e femmine relativamente al gioco riguarda la diversa quantità di tempo libero che maschi e femmine possono dedicare a questa attività: in un giorno medio settimanale, le bambine tra i 3 e i 13 anni hanno 18’ in meno di tempo libero rispetto ai coetanei, quelle tra i 14 e i 19 ne hanno 47’ di meno. Pare quindi che le aspettative sociali di un maggiore impegno familiare per le donne siano talmente elevate e scontate che anche i modelli educativi in qualche modo si sono evoluti in una forma di addestramento delle bambine ad un maggiore sacrificio dedicato alle incombenze familiari o allo studio a scapito del tempo libero e del gioco.
Una seconda differenza riguarda il genitore con il quale giocano i bambini. Tra madre e padre l’impegno nel gioco con i figli è molto differente: tra i bambini da 3 a 10 anni solo il 35% gioca tutti i giorni con il padre, il 57% invece con la madre.
Ne consegue che la scelta dei giochi preferiti dai bambini e dalle bambine è fortemente influenzata dall’offerta di gioco da parte dei genitori. Tra i 6 e i 10 anni i maschi giocano infatti soprattutto a pallone (74,2%), ai videogiochi (65,8%), fanno giochi di movimento (51,1%), con le automobiline e i trenini (51,1%), mentre le preferenze delle bambine vanno al disegno (77,7%), alle bambole (67,6%), ai giochi di movimento (64,1%) e ai videogiochi (47,5%).
Certamente la scelta dei bambini e delle bambine è influenzata anche dalla caratterizzazione di genere contenuta nei giochi. Un caso di particolare sbilanciamento di genere al maschile si può osservare ad esempio nei videogiochi i quali, tra l’altro, rappresentano un importante canale di alfabetizzazione alle nuove tecnologie per i giovani. L’uso dei videogiochi è una prerogativa maschile per il 28,6% dei maschi contro il 14,8% delle femmine, con un picco nella fascia di età tra gli 11 e i 14 anni (l’83,5% dei ragazzi contro il 66,4% delle coetanee). D’altronde tale caratterizzazione di genere non può stupire se si pensa alla tipologia di offerta dei più famosi videogames. Basta a tal proposito osservare le copertine di quelli più famosi dove gli stereotipi di ruolo sono particolarmente marcati.


Un’analisi di genere sulle caratteristiche fisiche e di ruolo dei protagonisti dei videogames condotta negli USA conferma questa tendenza: su 67 personaggi analizzati, 55 erano uomini vestiti o parzialmente vestiti contro 12 donne. Gli uomini erano sempre protagonisti (19 personaggi), antagonisti (21), supporter (17), eroi (23), cattivi (23). Il ruolo comunque minoritario delle donne si esprimeva nel ruolo della supporter (13), abbinato o alternato con quello dell’assistente (8) e della persona salvata (5).
Quindi, mamme, papà e….nonni, la prossima volta che comprate un giocattolo pensateci bene!
Il mercato dei giocattoli nella UE è consistente: secondo una ricerca UE il consumo di giochi valeva un giro di affari di 12,4 Miliardi di Euro nel 2008. Di questi 5,7 erano prodotti in Europa, 8 erano importati dall’Estero, mentre 1,4 erano esportati verso altri paesi. In Europa il business dei giocattoli occupa più di 100.000 persone e 2000 aziende. Non poco.
Dietro a questa economia si celano diverse dimensioni di genere: le scelte delle mamme che sono le principali acquirenti di giocattoli per i figli, l’educazione dei bambini e delle bambine attraverso la scelta dei vari prodotti. E’ una vera “Gender Economy”!.
Una cosa è infatti certa: attraverso il gioco si tramanda una visione di identità di genere che non necessariamente corrisponde ai reali talenti e inclinazioni dei bambini e delle bambine. Maschi che giocano alle bambole e femmine con le ruspe sono da noi ancora un tabù.
Detto questo, chiediamoci se le aziende produttrici di giocattoli facciano solo il loro mestiere, cogliendo e accentuando le culture di genere locali dei vari paesi dei loro clienti, o se potrebbero avere anche una capacità educativa per la loro clientela. La risposta è chiara, ma la realizzazione in pratica difficile. Solo le aziende più illuminate sanno indirizzare i propri clienti piuttosto che accontentarli. Tocca quindi prima alle mamme e ai papà maturare la consapevolezza che anche la scelta dei giochi è un momento fondamentale di costruzione dell’identità dei bambini e delle bambine, poiché incide su un immaginario del sè infantile che ci accompagna poi per tutta l’età adulta.
In altri paesi la consapevolezza dei genitori è più matura, al punto che le case costruttrici di giocattoli propongono nei paesi più avanzati pubblicità di giochi neutre e non stereotipate, mentre in Italia, come ben dimostrato nell’articolo di Giulia Siviero su “il Post” sui giocattoli sessisti, siamo ancora al rosa e alle mitragliette.
Toys R Us, Catalogo svedese
Il cambiamento deve quindi partire dai genitori (e dai nonni!!!). Ogni tanto parte anche da bambine intraprendenti. Una ragazzina in UK ha criticato DC Comics perché non fa fumetti con Supereroine. La sua lettera, diventata virale, ha costretto Dc Comics a correre ai ripari e promettere di proporre anche supereroine donne, scoprendo così all’improvviso che stava lasciando scoperta una bella fetta di mercato di ragazzi. Buonismo dell’azienda? No! Puro marketing.
Se le aziende stanno cercando attraverso l’analisi di mercato di capire come sta cambiando la società nei vari paesi, è importante che anche noi consumatrici ne siamo consapevoli e che cerchiamo di comprendere bene la differenza nel gioco tra bambini e bambine.
Qual è quindi la situazione in Italia? Anche se crediamo di conoscerla, è importante aiutarci con i numeri per capire meglio.
La prima differenza tra maschie e femmine relativamente al gioco riguarda la diversa quantità di tempo libero che maschi e femmine possono dedicare a questa attività: in un giorno medio settimanale, le bambine tra i 3 e i 13 anni hanno 18’ in meno di tempo libero rispetto ai coetanei, quelle tra i 14 e i 19 ne hanno 47’ di meno. Pare quindi che le aspettative sociali di un maggiore impegno familiare per le donne siano talmente elevate e scontate che anche i modelli educativi in qualche modo si sono evoluti in una forma di addestramento delle bambine ad un maggiore sacrificio dedicato alle incombenze familiari o allo studio a scapito del tempo libero e del gioco.
Una seconda differenza riguarda il genitore con il quale giocano i bambini. Tra madre e padre l’impegno nel gioco con i figli è molto differente: tra i bambini da 3 a 10 anni solo il 35% gioca tutti i giorni con il padre, il 57% invece con la madre.
Ne consegue che la scelta dei giochi preferiti dai bambini e dalle bambine è fortemente influenzata dall’offerta di gioco da parte dei genitori. Tra i 6 e i 10 anni i maschi giocano infatti soprattutto a pallone (74,2%), ai videogiochi (65,8%), fanno giochi di movimento (51,1%), con le automobiline e i trenini (51,1%), mentre le preferenze delle bambine vanno al disegno (77,7%), alle bambole (67,6%), ai giochi di movimento (64,1%) e ai videogiochi (47,5%).
Certamente la scelta dei bambini e delle bambine è influenzata anche dalla caratterizzazione di genere contenuta nei giochi. Un caso di particolare sbilanciamento di genere al maschile si può osservare ad esempio nei videogiochi i quali, tra l’altro, rappresentano un importante canale di alfabetizzazione alle nuove tecnologie per i giovani. L’uso dei videogiochi è una prerogativa maschile per il 28,6% dei maschi contro il 14,8% delle femmine, con un picco nella fascia di età tra gli 11 e i 14 anni (l’83,5% dei ragazzi contro il 66,4% delle coetanee). D’altronde tale caratterizzazione di genere non può stupire se si pensa alla tipologia di offerta dei più famosi videogames. Basta a tal proposito osservare le copertine di quelli più famosi dove gli stereotipi di ruolo sono particolarmente marcati.
Un’analisi di genere sulle caratteristiche fisiche e di ruolo dei protagonisti dei videogames condotta negli USA conferma questa tendenza: su 67 personaggi analizzati, 55 erano uomini vestiti o parzialmente vestiti contro 12 donne. Gli uomini erano sempre protagonisti (19 personaggi), antagonisti (21), supporter (17), eroi (23), cattivi (23). Il ruolo comunque minoritario delle donne si esprimeva nel ruolo della supporter (13), abbinato o alternato con quello dell’assistente (8) e della persona salvata (5).
Quindi, mamme, papà e….nonni, la prossima volta che comprate un giocattolo pensateci bene!
venerdì 4 dicembre 2015
Le italiane sono più sessiste degli uomini: "I maschi non devono stirare né stare a casa con i figli" Ansa
Donne italiane? Portatrici sane di stereotipi, almeno secondo un'indagine socio antropologica sull'identità di genere condotta per il sesto osservatorio Cera di Cupra da Eikon Strategic Consulting.
L'indagine, attraverso il metodo della narrazione, ha chiesto al campione di immaginare una storia con protagonisti un uomo e una donna che vivono fasi tipiche della vita personale e professionale.
La professione immaginata più spesso per la donna è l'impiegata o l'insegnante mentre molto basse sono le percentuali con cui entrambi i sessi indicano un lavoro meno tradizionale, come l'imprenditrice, il medico o l'informatica. Il desiderio del matrimonio è attribuito alla donna dalla grande maggioranza del campione sia maschile (52,8%) sia femminile (43,4%), mentre all'uomo si attribuisce maggiormente il desiderio di convivere.
Nella conduzione della vita domestica, c'è apertura a ruoli più simmetrici nella coppia: tranne che per lo stirare che è una peculiarità femminile (sia per il campione maschile 69,5%, che ancor più per quello femminile con il 76,5%), uomo e donna collaborano per la maggioranza del campione maschile e femminile. L'opzione che sia l'uomo a fare da solo però, raccoglie percentuali molto basse, quelle del campione femminile addirittura più basse di quello maschile.
Ma è sulla gestione dei figli che lo stereotipo di genere emerge in tutta la sua forza: di fronte alla scelta di come affrontare l'arrivo di due gemelli, solo il 6% del campione femminile ipotizza che possa essere l'uomo a prendersi una pausa lavorativa per seguirli, a fronte del 14,3% del campione maschile. Che sia la donna a restare a casa con i bambini è la risposta indicata dalla maggioranza del campione, ma più dalle donne (41,2%) che dagli uomini (36,1%).
L'indagine, attraverso il metodo della narrazione, ha chiesto al campione di immaginare una storia con protagonisti un uomo e una donna che vivono fasi tipiche della vita personale e professionale.
La professione immaginata più spesso per la donna è l'impiegata o l'insegnante mentre molto basse sono le percentuali con cui entrambi i sessi indicano un lavoro meno tradizionale, come l'imprenditrice, il medico o l'informatica. Il desiderio del matrimonio è attribuito alla donna dalla grande maggioranza del campione sia maschile (52,8%) sia femminile (43,4%), mentre all'uomo si attribuisce maggiormente il desiderio di convivere.
Nella conduzione della vita domestica, c'è apertura a ruoli più simmetrici nella coppia: tranne che per lo stirare che è una peculiarità femminile (sia per il campione maschile 69,5%, che ancor più per quello femminile con il 76,5%), uomo e donna collaborano per la maggioranza del campione maschile e femminile. L'opzione che sia l'uomo a fare da solo però, raccoglie percentuali molto basse, quelle del campione femminile addirittura più basse di quello maschile.
Ma è sulla gestione dei figli che lo stereotipo di genere emerge in tutta la sua forza: di fronte alla scelta di come affrontare l'arrivo di due gemelli, solo il 6% del campione femminile ipotizza che possa essere l'uomo a prendersi una pausa lavorativa per seguirli, a fronte del 14,3% del campione maschile. Che sia la donna a restare a casa con i bambini è la risposta indicata dalla maggioranza del campione, ma più dalle donne (41,2%) che dagli uomini (36,1%).
giovedì 3 dicembre 2015
Altro che Natale, il problema è che il cattolicesimo non rende le donne libere di Elisabetta Addis Headshot
La scuola di San Donato, a Sassari, non ha accettato la proposta, informale, di una visita pastorale dell'arcivescovo Atzei in occasione del Natale. La scuola San Donato è un modello di integrazione delle fasce disagiate e dei bambini e delle bambine figlie di migranti. Dei 250 alunni, 122 sono di famiglie immigrate e di altre religioni. Sassari è la città in cui sono nata e in cui lavoro: posso testimoniare direttamente che la scuola di San Donato ha una meritata fama di eccellenza per come la dirigente scolastica ha saputo gestire l'integrazione sociale e culturale in uno dei quartieri più problematici della città.
Massimo Gramellini si è espresso sulla vicenda criticando la dirigente e dichiarandosi favorevole al mantenimento della tradizione cattolica, senza conoscere a fondo quella scuola; come pure aveva fatto Michele Serra nel caso analogo della scuola di Rozzano, che tra l'altro si è poi rivelato una montatura. Mi permetto, io che non ho pulpiti altrettanto prestigiosi, di spiegare loro sommessamente perché da italiana, battezzata, madre di due figlie, sono grata alla dirigente per non avere consentito la visita di un vescovo cattolico nella sua scuola, e chiedo una scuola rigorosamente laica: non per non urtare la sensibilità dei musulmani, ma perché la presenza della chiesa cattolica in una scuola, oggi, urta la mia sensibilità di cittadina italiana.
Ho cercato di educare le mie figlie alla parità, a non sentirsi inferiori ai loro coetanei maschi, a pretendere gli stessi diritti. Ho cercato di educarle alla libertà, al rispettare le scelte di ciascuno e ciascuna, e a non rinunciare alla propria. Ho cercato di educarle al rispetto della ragione, della logica, e del metodo scientifico: per credere a un'affermazione, questa doveva essere supportata da fatti. In un mondo pieno di bufale e di ciarlatani, il rispetto rigoroso dell'evidenza dei fatti e della coerenza interna dei ragionamenti è indispensabile per il progresso civile, per lo sviluppo umano.
La chiesa cattolica oggi è in contrasto pieno con questo progetto educativo. È una religione in cui si crede ancora che solo i maschi abbiano un certo qualcosa in più che le femmine non hanno, lascio a voi individuare di cosa si tratta. In virtù di quest'organo solo i maschi sarebbero capaci di guidare, di mediare con il sacro, di essere sacerdoti. Insegna alle mie figlie che loro, in quanto donne, sono "mancanti", incapaci per natura ad accedere a uno dei sacramenti. A quel sacramento, guarda caso, che apre la strada del potere decisionale dentro la chiesa: per cui questa esclusione significa anche sottomissione. Questo è in contrasto con il primo principio del credo educativo che ho esposto, la parità.
In questi stessi giorni la chiesa cattolica sta acconsentendo, in molte sue parrocchie e sedi, con un assenso silenzioso, ad una campagna contro una fantomatica teoria "gender" che mischia insieme elementi di sessuofobia, di omofobia, e soprattutto, di misoginia. In nome della lotta a questo fantomatico gender si vorrebbe continuare a negare alle coppie omosessuali alcune libertà e diritti basilari: di essere accanto ai propri cari nel momento della malattia, di gestire con la stessa facilità delle coppie eterosessuali contratti, abitazioni, e proprietà, di adottare. Libertà fondamentali che non esistono in Italia anche grazie alla feroce opposizione delle gerarchie cattoliche. Tutto in contrasto con il secondo punto del mio progetto educativo, la libertà.
Nelle scienze sociali in tutto il mondo si studia una relazione sociale, chiamata gender e in italiano genere, che spiega che le differenze tra uomini e donne sono in parte biologiche, e in parte culturali. Che le diverse culture hanno diverse idee su cosa dovrebbero fare i maschi e cosa dovrebbero fare le femmine. C'è una differenza tra quel che ci si aspetta che una donna faccia in Arabia Saudita, in Italia, in Giappone, negli Stati Uniti. C'è una differenza tra quel che ci si aspettava che una donna facesse 100 anni fa, e quello che ci si aspetta possa fare oggi. Anche tra quello che ci si aspettava che un uomo facesse 100 anni fa, morire gratis in guerra per la patria, sfidare a duello d'onore, picchiare la moglie e i bambini. Anche i maschi hanno un genere, e anche il genere maschile era diverso, per fortuna, rispetto a quello di oggi. Il genere esiste, è una rappresentazione sociale dei due sessi che cambia nel tempo e nelle culture. Prendersela col gender è negare un fatto evidente. E questo è in contrasto con il terzo punto del mio progetto educativo: è ignoranza dei fatti.
La chiesa cattolica ha chiesto scusa giustamente per lo scandalo dei preti pedofili, scandalo che tuttavia indicava che nella visione del sesso di alcuni suoi membri, e soprattutto nell'istituzione del celibato dei preti, ci sono elementi problematici non ancora del tutto sviscerati. La chiesa cattolica è corresponsabile, e questo è ancora più grave, del dolore e del sangue di molte donne costrette ancora ad abortire in condizioni terribili. Anche in Italia, come ha ben messo in luce il servizio sull'ultimo numero di Pagina99 in edicola, l'eccesso di obiezione e di burocrazia probabilmente spinge a soluzioni illegali e pericolose. E questo nel nome di credenze che non tengono conto di fatti biologici: un embrione è un grumo di cellule, anche se con delle potenzialità, e un feto non è un bambino. Ragionevolmente, e ascoltando il parere dei biologi e dei ginecologi, dovremmo poterci mettere d'accordo. C'è un punto entro il quale una donna deve essere libera di decidere del proprio corpo, e mandare a monte un inizio di gravidanza indesiderata, e un punto in cui invece non può più. Come infatti propone la civilissima legge 194, contro la quale i cattolici continuano a battersi con successo, rendendola quasi inapplicata. Tutto ciò mentre si ostinano ancora anche a essere contrari alla contraccezione. Abbiamo visto purtroppo che esistono anche i terroristi cristiani, che in USA sparano nelle cliniche in cui si praticano legalmente interruzioni di gravidanza.
Potrei aggiungere che la stessa idea che la verità stia in un solo libro, sia esso vangelo, bibbia, corano, o capitale, è un'idea superstiziosa. Nessun Dio o Dea sarebbe stato così settario da rivelarsi solo ad alcuni e ed altre invece no, e la conoscenza sta in tanti libri, e nel dialogo, e in rete. Ma quello che mi importa di più è mettere in luce che non posso accogliere nella scuola di tutti e tutte, in nome della tradizione, il rappresentante di un'istituzione così apertamente schierata, proprio sui temi politici per me più cruciali dell'oggi, contro quei valori di parità dei diritti e libertà che dobbiamo difendere contro tutti i terrorismi.
In queste condizioni non posso presentare alle mie figlie un vescovo vestito di ori e porpore, chiedendo che gli sia dato ascolto come a persona di importanza e degna di uno speciale rispetto. Non nella scuola laica, che deve insegnare ai ragazzi e alle ragazze a pensare autonomamente, fuori dai dogmi, dentro la libertà. Nella scuola laica non c'è posto né per il vescovo, né per l'imam, né per il rabbino, né per il pastafariano. Al massimo ci potrebbe esser posto per tutti loro insieme, compreso anche un, o una, rappresentante dell'ateismo. Ma non per celebrare il Natale: per discutere di fede e ragione.
Anche nella mia casa ci sarà un presepe, perché anche a noi piacciono le tradizioni, e canteremo insieme "Tu scendi dalle stelle": ma è una casa privata. Nella sfera pubblica, per ora, non possiamo dimenticarci di cosa è ancora in gioco, oggi, in questo paese. Neanche per il piacere, pur grande, di condividere insieme i canti di Natale e i ricordi dell'infanzia. Sono ancora in gioco la parità, la libertà, il rispetto delle persone, il rispetto della conoscenza fondata su ragione e fatti. Assenza di libertà e parità che colpiscono soprattutto donne e omosessuali.
Io, italiana e battezzata, non voglio che nella scuola di mie figlie abbia accesso il rappresentante di una religione che nei primi anni della sua storia è stata amica delle donne, ma che ora è in aperto contrasto con punti cardine del progetto educativo di fare di loro persone libere e ragionevoli. Questo stesso progetto desidero che sia loro proposto anche nella scuola per la quale pago le tasse. Quindi ringrazio la dirigente della scuola di san Donato per il rispetto che ha mostrato verso di me e le mie figlie, anche se ormai sono grandi e non vanno alla sua scuola, verso le persone di cultura laica che la pensano come noi.
Gramellini e Serra provengono da una cultura simile alla mia, grazie alla quale hanno avuto successo, sono arrivati in una posizione autorevole nel mondo giornalistico. Non so niente della loro vita privata: ma sospetto che se fossero donne o omosessuali sarebbero meno indulgenti verso le tradizioni, e più attenti e sensibili verso le dinamiche di potere e oppressione ancora in atto.
Massimo Gramellini si è espresso sulla vicenda criticando la dirigente e dichiarandosi favorevole al mantenimento della tradizione cattolica, senza conoscere a fondo quella scuola; come pure aveva fatto Michele Serra nel caso analogo della scuola di Rozzano, che tra l'altro si è poi rivelato una montatura. Mi permetto, io che non ho pulpiti altrettanto prestigiosi, di spiegare loro sommessamente perché da italiana, battezzata, madre di due figlie, sono grata alla dirigente per non avere consentito la visita di un vescovo cattolico nella sua scuola, e chiedo una scuola rigorosamente laica: non per non urtare la sensibilità dei musulmani, ma perché la presenza della chiesa cattolica in una scuola, oggi, urta la mia sensibilità di cittadina italiana.
Ho cercato di educare le mie figlie alla parità, a non sentirsi inferiori ai loro coetanei maschi, a pretendere gli stessi diritti. Ho cercato di educarle alla libertà, al rispettare le scelte di ciascuno e ciascuna, e a non rinunciare alla propria. Ho cercato di educarle al rispetto della ragione, della logica, e del metodo scientifico: per credere a un'affermazione, questa doveva essere supportata da fatti. In un mondo pieno di bufale e di ciarlatani, il rispetto rigoroso dell'evidenza dei fatti e della coerenza interna dei ragionamenti è indispensabile per il progresso civile, per lo sviluppo umano.
La chiesa cattolica oggi è in contrasto pieno con questo progetto educativo. È una religione in cui si crede ancora che solo i maschi abbiano un certo qualcosa in più che le femmine non hanno, lascio a voi individuare di cosa si tratta. In virtù di quest'organo solo i maschi sarebbero capaci di guidare, di mediare con il sacro, di essere sacerdoti. Insegna alle mie figlie che loro, in quanto donne, sono "mancanti", incapaci per natura ad accedere a uno dei sacramenti. A quel sacramento, guarda caso, che apre la strada del potere decisionale dentro la chiesa: per cui questa esclusione significa anche sottomissione. Questo è in contrasto con il primo principio del credo educativo che ho esposto, la parità.
In questi stessi giorni la chiesa cattolica sta acconsentendo, in molte sue parrocchie e sedi, con un assenso silenzioso, ad una campagna contro una fantomatica teoria "gender" che mischia insieme elementi di sessuofobia, di omofobia, e soprattutto, di misoginia. In nome della lotta a questo fantomatico gender si vorrebbe continuare a negare alle coppie omosessuali alcune libertà e diritti basilari: di essere accanto ai propri cari nel momento della malattia, di gestire con la stessa facilità delle coppie eterosessuali contratti, abitazioni, e proprietà, di adottare. Libertà fondamentali che non esistono in Italia anche grazie alla feroce opposizione delle gerarchie cattoliche. Tutto in contrasto con il secondo punto del mio progetto educativo, la libertà.
Nelle scienze sociali in tutto il mondo si studia una relazione sociale, chiamata gender e in italiano genere, che spiega che le differenze tra uomini e donne sono in parte biologiche, e in parte culturali. Che le diverse culture hanno diverse idee su cosa dovrebbero fare i maschi e cosa dovrebbero fare le femmine. C'è una differenza tra quel che ci si aspetta che una donna faccia in Arabia Saudita, in Italia, in Giappone, negli Stati Uniti. C'è una differenza tra quel che ci si aspettava che una donna facesse 100 anni fa, e quello che ci si aspetta possa fare oggi. Anche tra quello che ci si aspettava che un uomo facesse 100 anni fa, morire gratis in guerra per la patria, sfidare a duello d'onore, picchiare la moglie e i bambini. Anche i maschi hanno un genere, e anche il genere maschile era diverso, per fortuna, rispetto a quello di oggi. Il genere esiste, è una rappresentazione sociale dei due sessi che cambia nel tempo e nelle culture. Prendersela col gender è negare un fatto evidente. E questo è in contrasto con il terzo punto del mio progetto educativo: è ignoranza dei fatti.
La chiesa cattolica ha chiesto scusa giustamente per lo scandalo dei preti pedofili, scandalo che tuttavia indicava che nella visione del sesso di alcuni suoi membri, e soprattutto nell'istituzione del celibato dei preti, ci sono elementi problematici non ancora del tutto sviscerati. La chiesa cattolica è corresponsabile, e questo è ancora più grave, del dolore e del sangue di molte donne costrette ancora ad abortire in condizioni terribili. Anche in Italia, come ha ben messo in luce il servizio sull'ultimo numero di Pagina99 in edicola, l'eccesso di obiezione e di burocrazia probabilmente spinge a soluzioni illegali e pericolose. E questo nel nome di credenze che non tengono conto di fatti biologici: un embrione è un grumo di cellule, anche se con delle potenzialità, e un feto non è un bambino. Ragionevolmente, e ascoltando il parere dei biologi e dei ginecologi, dovremmo poterci mettere d'accordo. C'è un punto entro il quale una donna deve essere libera di decidere del proprio corpo, e mandare a monte un inizio di gravidanza indesiderata, e un punto in cui invece non può più. Come infatti propone la civilissima legge 194, contro la quale i cattolici continuano a battersi con successo, rendendola quasi inapplicata. Tutto ciò mentre si ostinano ancora anche a essere contrari alla contraccezione. Abbiamo visto purtroppo che esistono anche i terroristi cristiani, che in USA sparano nelle cliniche in cui si praticano legalmente interruzioni di gravidanza.
Potrei aggiungere che la stessa idea che la verità stia in un solo libro, sia esso vangelo, bibbia, corano, o capitale, è un'idea superstiziosa. Nessun Dio o Dea sarebbe stato così settario da rivelarsi solo ad alcuni e ed altre invece no, e la conoscenza sta in tanti libri, e nel dialogo, e in rete. Ma quello che mi importa di più è mettere in luce che non posso accogliere nella scuola di tutti e tutte, in nome della tradizione, il rappresentante di un'istituzione così apertamente schierata, proprio sui temi politici per me più cruciali dell'oggi, contro quei valori di parità dei diritti e libertà che dobbiamo difendere contro tutti i terrorismi.
In queste condizioni non posso presentare alle mie figlie un vescovo vestito di ori e porpore, chiedendo che gli sia dato ascolto come a persona di importanza e degna di uno speciale rispetto. Non nella scuola laica, che deve insegnare ai ragazzi e alle ragazze a pensare autonomamente, fuori dai dogmi, dentro la libertà. Nella scuola laica non c'è posto né per il vescovo, né per l'imam, né per il rabbino, né per il pastafariano. Al massimo ci potrebbe esser posto per tutti loro insieme, compreso anche un, o una, rappresentante dell'ateismo. Ma non per celebrare il Natale: per discutere di fede e ragione.
Anche nella mia casa ci sarà un presepe, perché anche a noi piacciono le tradizioni, e canteremo insieme "Tu scendi dalle stelle": ma è una casa privata. Nella sfera pubblica, per ora, non possiamo dimenticarci di cosa è ancora in gioco, oggi, in questo paese. Neanche per il piacere, pur grande, di condividere insieme i canti di Natale e i ricordi dell'infanzia. Sono ancora in gioco la parità, la libertà, il rispetto delle persone, il rispetto della conoscenza fondata su ragione e fatti. Assenza di libertà e parità che colpiscono soprattutto donne e omosessuali.
Io, italiana e battezzata, non voglio che nella scuola di mie figlie abbia accesso il rappresentante di una religione che nei primi anni della sua storia è stata amica delle donne, ma che ora è in aperto contrasto con punti cardine del progetto educativo di fare di loro persone libere e ragionevoli. Questo stesso progetto desidero che sia loro proposto anche nella scuola per la quale pago le tasse. Quindi ringrazio la dirigente della scuola di san Donato per il rispetto che ha mostrato verso di me e le mie figlie, anche se ormai sono grandi e non vanno alla sua scuola, verso le persone di cultura laica che la pensano come noi.
Gramellini e Serra provengono da una cultura simile alla mia, grazie alla quale hanno avuto successo, sono arrivati in una posizione autorevole nel mondo giornalistico. Non so niente della loro vita privata: ma sospetto che se fossero donne o omosessuali sarebbero meno indulgenti verso le tradizioni, e più attenti e sensibili verso le dinamiche di potere e oppressione ancora in atto.
mercoledì 2 dicembre 2015
Ecco perché dovremmo smetterla di dire alle donne che sono uguali agli uomini
Il torto più grande che facciamo alle donne è quello di andare loro a dire che sono uguali agli uomini. Così facendo non le stiamo preparando alla realtà dei fatti che si troveranno davanti, le stiamo piuttosto imbarcando in una vita intera di sacrifici, delusioni e infelicità.
Gli uomini e le donne non sono uguali... sono diversi. Come le mele e le arance. Sì, siamo tutti frutti, ma solo con alcune di noi potrai preparare una torta di mele decente.
Tutta questa tiritera del cresci-le-tue-figlie-come-faresti-coi-tuoi-figli non ha alcun senso. Quand'è che abbiamo deciso che esiste un prototipo ideale d'essere umano, e che questo debba essere maschile? Allora perché nessuno cresce i propri figli come farebbe con delle figlie?
Molte donne della mia generazione sono state "cresciute come figli". Ci hanno mandato alle scuole e ai college migliori che i nostri genitori potevano permettersi. Non ci hanno semplicemente incoraggiato ad essere ambiziose, ma ci hanno insistito parecchio su. Ci è stato chiesto di sognare, e noi abbiamo sognato in grande. Ci è stato detto che avremmo potuto fare tutto quello che facevano gli uomini, e per un periodo di tempo incredibilmente lungo ci abbiamo anche creduto. Ci siamo prese dei buoni voti, ci siamo guadagnate i posti di lavoro più prestigiosi, e li abbiamo svolti bene. Ci siamo sposate gli uomini che ci siamo scelte, e loro ci hanno "permesso" di spiegare le ali in modi in cui le nostre madri non avrebbero mai potuto neanche sognarsi all'interno dei loro matrimoni.
E poi abbiamo avuto dei bebè.
Avere un figlio è la cosa più caratteristica del proprio genere che una donna possa fare -- e per quanto siano carini, i bebè afferrano qualunque idea tu possa esserti formata in merito all'uguaglianza fra uomo e donna, te la sbattono in testa finché non ti passa del tutto, e alla fine tu ti riduci a un mucchio di ormoni materni, nello stesso identico modo in cui è accaduto a innumerevoli altre donne prima di te. Solo che oggi è tutto molto peggio.
"Perché stiamo sempre lì a sperare che la madre se ne vada, alla ricerca d'ulteriori modi per trasformarla in una 'donna in carriera', mettendosi in fila per poter andare a svolgere tutte le attività che svolgono gli uomini?".
I bambini non hanno la minima idea del fatto che oggi, essendo nati nel ventunesimo secolo, dovrebbero trattare diversamente le proprie madri. Avere un figlio continua quindi a portare con sé il medesimo carico di lavoro: il parto resta un'impresa difficile, e gli impulsi biologici di una madre continuano a legarla al figlio con la stessa forza prevista dalla natura. Ma le nostre aspettative nei confronti delle donne adesso sono molto diverse. Perché in teoria loro dovrebbero essere degli uomini.
Ci si aspetta che siano degli uomini, ma non possono neanche smettere di esser donne. Ciò che ne consegue è che in India oggi la donna con le più alte competenze, la più istruita ed economicamente indipendente risulta anche terribilmente impreparata ad affrontare la propria realtà.
Tante delle battute che si fanno sul conto delle donne si basano sul presupposto che siano umorali, irrazionali, e che non sappiano mai ciò che che vogliono. In realtà la cosa non è per niente divertente -- perché in tutta onestà non abbiamo veramente idea di ciò che vogliamo. La natura ci ha programmato perché restassimo in quasi costante prossimità fisica dei nostri figli, dotandoci di un feroce istinto di protezione e nutrimento. Il capitalismo e la gamma delle sue definizioni di successo c'impongono di non assentarci dal lavoro e di darci sempre dannatamente da fare. I nostri genitori ci hanno detto che avremmo potuto essere i loro "figli", ma sarebbero proprio loro i primi ad allarmarsi se mai ci azzardassimo a trascurare le nostre abitazioni, i nostri figli, e se smettessimo d'essere le loro "figlie". Così siamo sempre, sempre lacerate.
Possiamo lottare quanto ci pare, ma contro la biologia il dibattito non lo vinceremo mai. Dov'è il riconoscimento dell'importanza del ruolo che una madre riveste all'interno di una casa nel periodo della crescita di un figlio? Perché trattiamo le madri come se all'interno della vita di un bambino fossero un elemento rimpiazzabile da un padre presente o da un sistema d'assistenza all'infanzia efficiente? Non si tratta di una questione di "genere", come invece direbbero alcune delle mie amiche femministe - l'effetto che il pianto di mio figlio esercita su di me non è lo stesso che avrebbe su suo padre. E se mi sfidate su questo tema sono pronta a scendere in guerra.
Com'è allora che non siamo disposti a riconoscere quest'aspetto essenziale dell'esser donna, e non lasciamo che entri a far parte della nostra realtà? Perché stiamo sempre lì a sperare che la madre se ne vada, alla ricerca d'ulteriori modi per trasformarla in una 'donna in carriera', mettendosi in fila per poter andare a svolgere tutte le attività che svolgono gli uomini?
Quand'ero piccola mia madre mi diceva spesso che avrei dovuto scegliere una carriera "adatta a una donna". Come quella di un'insegnante o di un medico in un ospedale pubblico - come lei - di modo che sarei potuta rincasare a un "orario decente", trovando del tempo libero da poter trascorrere, in generale, a casa. All'epoca il suggerimento mi mandava su tutte le furie, ma adesso mi suona come un consiglio terribilmente sensato. Di fronte a tutte le cose che oggi ho bisogno di fare, e voglio fare, se mi trovassi a svolgere un lavoro che non fosse in grado d'offrirmi questo genere di benefit, sarebbe un incubo - e infatti per tante donne lo è.
"[L]'effetto che il pianto di mio figlio esercita su di me non è lo stesso che avrebbe su suo padre. E se mi sfidate su questo tema sono pronta a scendere in guerra".
Mi trovo a lavorare all'interno di un settore che rappresenta a tutti gli effetti un baluardo dell'eguaglianza uomo-donna, con ampi margini per i propri dipendenti, fra i quali i benefit di maternità. Il mio capo è una persona eccezionalmente accomodante, che non solo mi permette di avere un lavoro, ma una carriera, con tutta la flessibilità di cui posso aver bisogno. Quando mi soffermo a riflettere su come io sia riuscita ad ottenere questo posto, la risposta è un po' una combinazione di mera, fortunata casualità con il fatto che, prima che avessi un figlio, nella mia carriera sono riuscita a compiere delle scelte piuttosto avventurose, finendo per acquisire una serie di capacità che oggi mi rendono preziosa agli occhi del datore di lavoro.
Gran parte di tutto questo è accaduto a causa di una felice coincidenza, ma in retrospettiva avrei tanto voluto che qualcuno mi avesse dato dei consigli, quando ancora ero intenta a valutare le mie alternative di carriera, o a programmare quelle che sarebbero state le mie mosse successive nell'ambito degli studi e nel mondo del lavoro. Avrei voluto che qualcuno m'avesse avvertito che in seguito sarebbe giunta una fase della vita in cui le decisioni da prendere nel corso della carriera avrebbero avuto ben poco a che fare con le mie priorità professionali, e tutto a che vedere con altre questioni prevalentemente non-negoziabili -- e che mi avessero spiegato come prepararmi.
Forse è arrivato il momento di presentare alle nostre figlie la verità su ciò che significa essere una donna, e insegnare loro a non doversene mai scusare.
Potremmo cominciare smettendola di negare loro le nostre differenze, e insegnando come affrontare la propria realtà. Cioè come riuscire ad essere economicamente indipendenti, trovando un lavoro che abbia un senso per sé, e che sia capace d'entusiasmarti, come avere la capacità di tenere sempre un piede dentro -- e allo stesso tempo come esser presenti per il proprio figlio, senza pestare così tanto sull'acceleratore da spezzare qualcosa, da qualche parte dentro di sé. Nella vita questa è una capacità essenziale, ma alle nostre ragazze nessuno gliela insegna.
Non si tratta di moderare l'ambizione, quanto di superare degli ostacoli. Però si tratta anche di fornire una definizione alternativa del concetto stesso d'ambizione, allineandola a ciò che le donne vogliono davvero - non a ciò che s'insegna loro ad anelare. D'individuare e ricavarsi degli spazi per se stesse man mano che le circostanze vanno mutando, d'esser consapevoli della propria biologia e di prepararsi al meglio a ciò che essa scaglierà loro contro, di saper chiedere aiuto man mano che le tradizionali strutture familiari si vanno disintegrando, di chiedere orari di lavoro flessibili, di saper formare le proprie capacità lavorative in modo tale da riuscire ad assicurarsi quel genere di flessibilità, di smetterla di sentire di doversi scusare quando ci si allontana [dal lavoro] o quando poi vi si ritorna nel momento in cui i nostri corpi e i nostri cuori ce lo chiedono, di non sentirsi obbligate a lottare contro i propri istinti naturali solo perché ci si ispira a un qualche prototipo ideale di donna in grado d'impegnarsi e di riuscire ad avere tutto ciò che vuole.
"Ma poi in realtà che c'è di male nei lavori "women friendly"? Se sono "friendly" nei confronti delle donne non dovrebbe forse essere una cosa buona?".
Nulla di quanto sopra serve a negare l'importanza della lotta per il riconoscimento delle pari opportunità e dei benefit di maternità da parte delle nostre istituzioni, né si tratta di un ragionamento che mira a spingere le ragazze a svolgere esclusivamente lavori "women friendly". Ma non sarebbe bello se, crescendo, sapessimo già di doverci un giorno trovare a combattere queste battaglie? Magari alcune di noi finirebbero per compiere altre scelte, e magari altre no. Però ciascuna di noi potrebbe prendere decisioni più informate.
Ma poi in realtà che c'è di male nei lavori "women friendly"? Se sono "friendly" nei confronti delle donne non dovrebbe forse essere una cosa buona?
Una mia amica si dice convinta che "offendendo il movimento femminista" io stia rendendo un pessimo servizio alle donne. Non sto facendo niente di simile. E - c'è da esserne grati - il movimento femminista è sufficientemente sfaccettato, e ha già trattato tutti questi aspetti in numerose opere... solo che noi ci siamo dimenticate di tutte le sue sottigliezze.
Sto semplicemente dicendo che ormai è una vita che ci siamo impegnate in questa battaglia, e ne stiamo scontando il prezzo -- lo scontiamo sulla nostra serenità interiore, sulla nostra sanità mentale, sui nostri rapporti e sulle nostre carriere. Noi non siamo uomini, noi vogliamo cose diverse da loro, e noi possiamo offrire cose diverse. Se non riconosceremo queste differenze non faremo altro che condannarci da sole al fallimento.
Un "bravo" padre è colui che è in grado di cambiare un pannolino sporco, e che si presenta agli incontri fra genitori e insegnanti della scuola di suo figlio. Invece a me non è mai capitato di sentire qualcuno che definisse "brava" una madre. Tutto ciò che le madri fanno non è altro che routine, uno standard, e non merita quindi alcuna menzione speciale. Ma se nei confronti dei nostri uomini abbiamo delle aspettative tanto basse, perché poi di fronte a noi stesse ci prefiggiamo degli standard talmente irraggiungibili? Dobbiamo smetterla di renderci martiri della nostra stessa causa, perché non è così che si vincono le cause. Vorrei tanto che la smettessimo d'appuntarci orgogliosamente sul petto le nostre vite stressate come se fossero medaglie al valore, e ci trattenessimo dall'attribuire tutto questo valore al principio del "multitasking".
Detto francamente, se proprio vogliamo essere come gli uomini, non dovremmo far altro che restarcene a casa dei nostri genitori, facendo il minimo indispensabile, dandoci da soli una pacca sulle spalle per il benché minimo successo, scaricando sugli altri la colpa di qualsiasi nostro fallimento, e andare a farci una birra.
Gli uomini e le donne non sono uguali... sono diversi. Come le mele e le arance. Sì, siamo tutti frutti, ma solo con alcune di noi potrai preparare una torta di mele decente.
Tutta questa tiritera del cresci-le-tue-figlie-come-faresti-coi-tuoi-figli non ha alcun senso. Quand'è che abbiamo deciso che esiste un prototipo ideale d'essere umano, e che questo debba essere maschile? Allora perché nessuno cresce i propri figli come farebbe con delle figlie?
Molte donne della mia generazione sono state "cresciute come figli". Ci hanno mandato alle scuole e ai college migliori che i nostri genitori potevano permettersi. Non ci hanno semplicemente incoraggiato ad essere ambiziose, ma ci hanno insistito parecchio su. Ci è stato chiesto di sognare, e noi abbiamo sognato in grande. Ci è stato detto che avremmo potuto fare tutto quello che facevano gli uomini, e per un periodo di tempo incredibilmente lungo ci abbiamo anche creduto. Ci siamo prese dei buoni voti, ci siamo guadagnate i posti di lavoro più prestigiosi, e li abbiamo svolti bene. Ci siamo sposate gli uomini che ci siamo scelte, e loro ci hanno "permesso" di spiegare le ali in modi in cui le nostre madri non avrebbero mai potuto neanche sognarsi all'interno dei loro matrimoni.
E poi abbiamo avuto dei bebè.
Avere un figlio è la cosa più caratteristica del proprio genere che una donna possa fare -- e per quanto siano carini, i bebè afferrano qualunque idea tu possa esserti formata in merito all'uguaglianza fra uomo e donna, te la sbattono in testa finché non ti passa del tutto, e alla fine tu ti riduci a un mucchio di ormoni materni, nello stesso identico modo in cui è accaduto a innumerevoli altre donne prima di te. Solo che oggi è tutto molto peggio.
"Perché stiamo sempre lì a sperare che la madre se ne vada, alla ricerca d'ulteriori modi per trasformarla in una 'donna in carriera', mettendosi in fila per poter andare a svolgere tutte le attività che svolgono gli uomini?".
I bambini non hanno la minima idea del fatto che oggi, essendo nati nel ventunesimo secolo, dovrebbero trattare diversamente le proprie madri. Avere un figlio continua quindi a portare con sé il medesimo carico di lavoro: il parto resta un'impresa difficile, e gli impulsi biologici di una madre continuano a legarla al figlio con la stessa forza prevista dalla natura. Ma le nostre aspettative nei confronti delle donne adesso sono molto diverse. Perché in teoria loro dovrebbero essere degli uomini.
Ci si aspetta che siano degli uomini, ma non possono neanche smettere di esser donne. Ciò che ne consegue è che in India oggi la donna con le più alte competenze, la più istruita ed economicamente indipendente risulta anche terribilmente impreparata ad affrontare la propria realtà.
Tante delle battute che si fanno sul conto delle donne si basano sul presupposto che siano umorali, irrazionali, e che non sappiano mai ciò che che vogliono. In realtà la cosa non è per niente divertente -- perché in tutta onestà non abbiamo veramente idea di ciò che vogliamo. La natura ci ha programmato perché restassimo in quasi costante prossimità fisica dei nostri figli, dotandoci di un feroce istinto di protezione e nutrimento. Il capitalismo e la gamma delle sue definizioni di successo c'impongono di non assentarci dal lavoro e di darci sempre dannatamente da fare. I nostri genitori ci hanno detto che avremmo potuto essere i loro "figli", ma sarebbero proprio loro i primi ad allarmarsi se mai ci azzardassimo a trascurare le nostre abitazioni, i nostri figli, e se smettessimo d'essere le loro "figlie". Così siamo sempre, sempre lacerate.
Possiamo lottare quanto ci pare, ma contro la biologia il dibattito non lo vinceremo mai. Dov'è il riconoscimento dell'importanza del ruolo che una madre riveste all'interno di una casa nel periodo della crescita di un figlio? Perché trattiamo le madri come se all'interno della vita di un bambino fossero un elemento rimpiazzabile da un padre presente o da un sistema d'assistenza all'infanzia efficiente? Non si tratta di una questione di "genere", come invece direbbero alcune delle mie amiche femministe - l'effetto che il pianto di mio figlio esercita su di me non è lo stesso che avrebbe su suo padre. E se mi sfidate su questo tema sono pronta a scendere in guerra.
Com'è allora che non siamo disposti a riconoscere quest'aspetto essenziale dell'esser donna, e non lasciamo che entri a far parte della nostra realtà? Perché stiamo sempre lì a sperare che la madre se ne vada, alla ricerca d'ulteriori modi per trasformarla in una 'donna in carriera', mettendosi in fila per poter andare a svolgere tutte le attività che svolgono gli uomini?
Quand'ero piccola mia madre mi diceva spesso che avrei dovuto scegliere una carriera "adatta a una donna". Come quella di un'insegnante o di un medico in un ospedale pubblico - come lei - di modo che sarei potuta rincasare a un "orario decente", trovando del tempo libero da poter trascorrere, in generale, a casa. All'epoca il suggerimento mi mandava su tutte le furie, ma adesso mi suona come un consiglio terribilmente sensato. Di fronte a tutte le cose che oggi ho bisogno di fare, e voglio fare, se mi trovassi a svolgere un lavoro che non fosse in grado d'offrirmi questo genere di benefit, sarebbe un incubo - e infatti per tante donne lo è.
"[L]'effetto che il pianto di mio figlio esercita su di me non è lo stesso che avrebbe su suo padre. E se mi sfidate su questo tema sono pronta a scendere in guerra".
Mi trovo a lavorare all'interno di un settore che rappresenta a tutti gli effetti un baluardo dell'eguaglianza uomo-donna, con ampi margini per i propri dipendenti, fra i quali i benefit di maternità. Il mio capo è una persona eccezionalmente accomodante, che non solo mi permette di avere un lavoro, ma una carriera, con tutta la flessibilità di cui posso aver bisogno. Quando mi soffermo a riflettere su come io sia riuscita ad ottenere questo posto, la risposta è un po' una combinazione di mera, fortunata casualità con il fatto che, prima che avessi un figlio, nella mia carriera sono riuscita a compiere delle scelte piuttosto avventurose, finendo per acquisire una serie di capacità che oggi mi rendono preziosa agli occhi del datore di lavoro.
Gran parte di tutto questo è accaduto a causa di una felice coincidenza, ma in retrospettiva avrei tanto voluto che qualcuno mi avesse dato dei consigli, quando ancora ero intenta a valutare le mie alternative di carriera, o a programmare quelle che sarebbero state le mie mosse successive nell'ambito degli studi e nel mondo del lavoro. Avrei voluto che qualcuno m'avesse avvertito che in seguito sarebbe giunta una fase della vita in cui le decisioni da prendere nel corso della carriera avrebbero avuto ben poco a che fare con le mie priorità professionali, e tutto a che vedere con altre questioni prevalentemente non-negoziabili -- e che mi avessero spiegato come prepararmi.
Forse è arrivato il momento di presentare alle nostre figlie la verità su ciò che significa essere una donna, e insegnare loro a non doversene mai scusare.
Potremmo cominciare smettendola di negare loro le nostre differenze, e insegnando come affrontare la propria realtà. Cioè come riuscire ad essere economicamente indipendenti, trovando un lavoro che abbia un senso per sé, e che sia capace d'entusiasmarti, come avere la capacità di tenere sempre un piede dentro -- e allo stesso tempo come esser presenti per il proprio figlio, senza pestare così tanto sull'acceleratore da spezzare qualcosa, da qualche parte dentro di sé. Nella vita questa è una capacità essenziale, ma alle nostre ragazze nessuno gliela insegna.
Non si tratta di moderare l'ambizione, quanto di superare degli ostacoli. Però si tratta anche di fornire una definizione alternativa del concetto stesso d'ambizione, allineandola a ciò che le donne vogliono davvero - non a ciò che s'insegna loro ad anelare. D'individuare e ricavarsi degli spazi per se stesse man mano che le circostanze vanno mutando, d'esser consapevoli della propria biologia e di prepararsi al meglio a ciò che essa scaglierà loro contro, di saper chiedere aiuto man mano che le tradizionali strutture familiari si vanno disintegrando, di chiedere orari di lavoro flessibili, di saper formare le proprie capacità lavorative in modo tale da riuscire ad assicurarsi quel genere di flessibilità, di smetterla di sentire di doversi scusare quando ci si allontana [dal lavoro] o quando poi vi si ritorna nel momento in cui i nostri corpi e i nostri cuori ce lo chiedono, di non sentirsi obbligate a lottare contro i propri istinti naturali solo perché ci si ispira a un qualche prototipo ideale di donna in grado d'impegnarsi e di riuscire ad avere tutto ciò che vuole.
"Ma poi in realtà che c'è di male nei lavori "women friendly"? Se sono "friendly" nei confronti delle donne non dovrebbe forse essere una cosa buona?".
Nulla di quanto sopra serve a negare l'importanza della lotta per il riconoscimento delle pari opportunità e dei benefit di maternità da parte delle nostre istituzioni, né si tratta di un ragionamento che mira a spingere le ragazze a svolgere esclusivamente lavori "women friendly". Ma non sarebbe bello se, crescendo, sapessimo già di doverci un giorno trovare a combattere queste battaglie? Magari alcune di noi finirebbero per compiere altre scelte, e magari altre no. Però ciascuna di noi potrebbe prendere decisioni più informate.
Ma poi in realtà che c'è di male nei lavori "women friendly"? Se sono "friendly" nei confronti delle donne non dovrebbe forse essere una cosa buona?
Una mia amica si dice convinta che "offendendo il movimento femminista" io stia rendendo un pessimo servizio alle donne. Non sto facendo niente di simile. E - c'è da esserne grati - il movimento femminista è sufficientemente sfaccettato, e ha già trattato tutti questi aspetti in numerose opere... solo che noi ci siamo dimenticate di tutte le sue sottigliezze.
Sto semplicemente dicendo che ormai è una vita che ci siamo impegnate in questa battaglia, e ne stiamo scontando il prezzo -- lo scontiamo sulla nostra serenità interiore, sulla nostra sanità mentale, sui nostri rapporti e sulle nostre carriere. Noi non siamo uomini, noi vogliamo cose diverse da loro, e noi possiamo offrire cose diverse. Se non riconosceremo queste differenze non faremo altro che condannarci da sole al fallimento.
Un "bravo" padre è colui che è in grado di cambiare un pannolino sporco, e che si presenta agli incontri fra genitori e insegnanti della scuola di suo figlio. Invece a me non è mai capitato di sentire qualcuno che definisse "brava" una madre. Tutto ciò che le madri fanno non è altro che routine, uno standard, e non merita quindi alcuna menzione speciale. Ma se nei confronti dei nostri uomini abbiamo delle aspettative tanto basse, perché poi di fronte a noi stesse ci prefiggiamo degli standard talmente irraggiungibili? Dobbiamo smetterla di renderci martiri della nostra stessa causa, perché non è così che si vincono le cause. Vorrei tanto che la smettessimo d'appuntarci orgogliosamente sul petto le nostre vite stressate come se fossero medaglie al valore, e ci trattenessimo dall'attribuire tutto questo valore al principio del "multitasking".
Detto francamente, se proprio vogliamo essere come gli uomini, non dovremmo far altro che restarcene a casa dei nostri genitori, facendo il minimo indispensabile, dandoci da soli una pacca sulle spalle per il benché minimo successo, scaricando sugli altri la colpa di qualsiasi nostro fallimento, e andare a farci una birra.
martedì 1 dicembre 2015
Fatima Mernissi, il femminismo islamico e le battaglie dal basso di Nina zu Fürstenberg
La scrittrice e sociologa marocchina Fatema Mernissi si è spenta il 30 novembre, all’età di 75 anni. Conosciuta in Italia e nel mondo soprattutto per i suoi romanzi, Fatema Mernissi ha lasciato un’impronta importante nel pensiero femminista islamico, di cui è considerata una delle apripista. Tra i suoi libri tradotti in italiano: Le donne del profeta, (ECIG, 1992), La terrazza proibita, (Giunti, 1996), L’harem e l’Occidente, (Giunti, 2000), e Islam e democrazia (Giunti, 2002). Pubblichiamo qui di seguito l’intervista che Nina zu Fürstenberg raccolse per il n° 115 di Reset.
RABAT – «Non mi importa dell’Occidente, dei musulmani in Europa, di Hirsi Ali; non m’importa della laicità né della democrazia “delle bombe”». Questo grido di protesa contro le democrazie occidentali, la loro arroganza e il tradimento dei valori umani non proviene da un fanatico fondamentalista, ma dalla scrittrice e sociologa marocchina Fatima Mernissi: «Sono un’intellettuale e uno spirito libero». Parla, e intanto mi guida per la sua amata e affollata medina, il mercato di Rabat, dove il rosa vivido degli abiti spicca, forte e brillante, quanto la sua popolarità e il suo carattere, e commenta ritrovando il suo abituale entusiasmo mite: «Guarda, questi giovani indaffarati, sono tutti esperti di nuove tecnologie. Il Marocco e il mondo arabo stanno cambiando. Osserva il dinamismo della nuova medina digitale. Ho bisogno del tuo punto di vista, dello sguardo di un estraneo per comprendere meglio la mia realtà».
Ci fermiamo in un angolo dove numerosi libri in vendita sono sparpagliati a terra. «Se vuoi capire cosa sta succedendo in questo paese, dai un’occhiata qui». Riconosco i volumi di Al Qaradawi sul lecito e il proibito nell’islam e un libro di un altro telepredicatore musulmano; e poi raccogliamo dal bancone Fear of Flying, (Paura di volare) di Erica Jong, in originale. Una icona del femminismo occidentale, globale, mentre Mernissi ha rappresentato il femminismo musulmano. Potenza della narrativa: questa autrice globale, tradotta ovunque, ancora riesce a stupirsi quando riceve e-mail da New York, da Parigi o dalla Malesia. Fatima Mernissi è stata per le donne musulmane quel che Erica Jong è stata per le occidentali. I suoi libri, Harem, Islam and Democracy e altri, hanno preparato il terreno emotivo e intellettuale su cui le donne marocchine hanno potuto combattere la battaglia per i diritti. Affinità e distanze: mentre Jong scriveva di liberazione sessuale, invocando la Zipless Fuck, il femminismo di Mernissi portava alla luce i luoghi e i passi in cui il Corano dà alle donne il diritto ai diritti.
Tuttavia, il presente di Fatima Mernissi non è assorbito affatto dai temi politici e giuridici, la scrittrice di quei saggi su islam e democrazia è assorbita oggi dalla sua gente, dal suo impegno sociale nella «Umma» locale: l’artigianato, l’hip hop, la necessità di fermare l’esodo dalle montagne dell’Atlante, l’Arte-terapia contro la depressione e lo stress, il lavoro con le Ong locali e il potere illuminante della rivoluzione delle tecnologie digitali.
Sono questi gli ingredienti della sua ricetta: «Il mio problema oggi è comprendere come combattere il consumismo che trasforma le persone in macchine. Noi tutti dobbiamo ritrovare la dimensione umana, la forza della coesione nella comunità. So che anche in Occidente si cercano risposte alle stesse domande». Per un attimo parla la scrittrice di fama internazionale che ha vissuto in America, poi torna a pensare ai giovani del suo paese: «Io sono di Fes, che è ciò che conosco meglio; vivo a Rabat. E mi voglio occupare di piccoli progetti locali, non sono una Sinbad. La sua Caravane Civique è un progetto itinerante, una libreria su ruote, che gira per le aree più remote del paese per presentare alla popolazione i libri e la bellezza delle storie locali o spiegare la nuova legge di famiglia, per illustrare la bellezza dei mestieri artigiani, la tessitura dei tappeti, e anche l’utilità di creare nuovi mercati digitali».
Fatima è orgogliosa del suo impegno sociale in numerose Ong; sta cercando sostegno per i suoi progetti. Poi ammette, quasi come il ritorno di una vecchia tentazione peccaminosa, che sta scrivendo il suo prossimo libro, riceverà inviti dai giornali e dovrà tenere conferenze in tutto il mondo. Ma il suo impegno qui rimane al primo posto: «Il mio workshop più importante ha avuto come oggetto la realizzazione di una guida turistica del paese interamente a opera di marocchini del sud. Fino ad allora infatti tutte le guide erano state realizzate da stranieri. Finalmente invece la nuova guida mostrerà come ai marocchini piace illustrare il proprio paese. Anche se alcuni dei partecipanti al progetto erano analfabeti, sono stati aiutati dagli altri. Dar loro visibilità è ciò di cui hanno bisogno; questo è il mio contro-terrorismo. Recluto aiutanti, ma guarda tu stessa». Usciamo fuori dalla Medina ed entriamo attraverso una piccola porta in uno spazio ampio pieno di dipinti: «Qui è dove Rashid vende arte e l’artigianato dei giovani artisti. Non so come riesca a mandare avanti questo posto, penso sia la nostra educazione sufi a renderci inclini a donare. C’è così tanta creatività in questo paese; guarda il dinamismo di questa medina digitale».
Ho capito che il Marocco sta crescendo rapidamente. Ovunque nascono grandi centri commerciali e, come la chiama lei, la “religione del mercato” si espande anche qui specie nelle grandi città. Ma l’emigrazione continua verso l’Europa, la Spagna, l’Italia, continua.
Molti lasciano l’Atlante e scendono giù fino Marrakesh. Perdono il contatto con la natura, con il loro bestiame, con l’ arte della tessitura dei tappeti. Ho provato ad aiutare i tessitori a creare la loro galleria digitale, come hanno fatto i tibetani, in modo che potessero sopravvivere, ma non basta. Tradizioni artigianali e creatività hanno bisogno di essere sostenute. È l’unico modo che abbiamo per evitare che le persone lascino questo paese, o il loro ambiente di montagna, per trasferirsi in città più grandi. Sono quelli che potrebbero finire in Italia. Nel 1960 solo il 9% della popolazione viveva nelle città; oggi siamo al 70%. Lo stesso fenomeno in Europa è avvenuto in un tempo compreso tra i 200 e 300 anni. Tuttavia, anche in queste nuove città allargate le persone tornano alle tradizioni e all’artigianato. E imparano a usare internet per la vendita dei manufatti realizzati, grazie anche all’aiuto della banca mondiale. Le Ong sono aumentate enormemente. Il clima è fortemente dinamico. Se lo Stato mettesse le mani su queste iniziative, le ucciderebbe, si innescherebbe un processo di corruzione. Questa attività tiene i giovani fuori dalla portata dei fanatici. I numerosi festival, gli eventi dove i giovani ballano l’hip hop, così come le mostre di arte e artigianato hanno questi stessi effetti positivi.
Abbiamo visto alcune zone di Rabat in cui le baraccopoli sono state sostituite con nuove abitazioni per i più poveri. Ma le donne possono lavorare oggi in queste realtà?
Con la mia Ong ci occupiamo molto di queste aree. Le donne qui hanno più possibilità. Lavorano a casa e vendono il loro cibo o vestiti per le strade. C’è una rinascita dei caffettani, moderni e tradizionali; una moda che ha prodotto un forte aumento della domanda. Le donne non sono più legate alla casa. Inoltre, per i più giovani, l’hip hop sta diventando molto importante. Non vogliono cantare soltanto in arabo ma mescolare le lingue. Inizialmente il fenomeno è stato considerato in modo negativo e alcuni di loro sono stati messi in prigione, ma si è sviluppato un importante movimento giovanile che è riuscito ad allontanare i fondamentalisti.
Creatività in aumento e movimenti artistici di massa sembrano opporsi al fanatismo religioso. Sebbene l’islam sia sempre stato molto importante per te, nei tuoi libri c’è un forte accento su un’interpretazione umanistica del corano e dei diritti delle donne.
Samuel Huntington attaccò la mia considerazione positiva dell’islam perché, dal suo punto di vista, ciò significava che io non credevo nella democrazia. Quando cominciai a studiare il ruolo delle donne nel Corano mi recai dalle autorità religiose per un consulto. Mi indicarono un passo contenuto nel sedicesimo volume, in cui una donna si rifiutava di indossare il velo sostenendo che, se Allah l’aveva creata così bella, allora probabilmente non voleva che si nascondesse. Si mostrarono aperti nei confronti della mia ricerca e mi aiutarono molto. Al contrario, le autorità politiche del tempo vietarono di indossare il velo. E questa non è libertà. L’islam non è una religione, è una visione del mondo a cui siamo legati, non c’è chiesa. L’islam non riguarda il pregare. Io ad esempio non vado in moschea ma festeggio alcune ricorrenze con gli amici. Sono credente, ma considero la definizione di «musulmana» una gabbia.
E il riformismo musulmano, potresti definirti una musulmana riformista? Consideri la laicità una risposta?
Anche il riformismo musulmano è una gabbia. E io rifiuto che mi sia tolta la libertà. Mi dicono spesso che per essere moderna dovrei diventare laica; questo a dire il vero mi fa ridere. La laicità? L’Occidente mi fa venire in mente un dio pagano e sorrido quando gli occidentali parlano di democrazia: prima ci hanno inflitto il colonialismo, adesso ci impongono la democrazia a mano armata, in Iraq. Ma non voglio emettere qui sentenze politiche, voglio parlare il linguaggio della psicologia. Concordo con Soudir Kakar, il famoso psicanalista indiano: il problema dell’Occidente è l’individualismo, di un individuo slegato dalla natura.
Tuttavia, il femminismo, la libertà individuale, il pensiero critico sono aspetti della modernità occidentale che hanno portato benefici non solo in Europa e in America ma anche nel vostro mondo.
Il femminismo non è di dominio occidentale, così come non lo sono la libertà individuale o il pensiero critico. Il primo verso del Corano recita: «Decodifica, non seguire ciecamente, comprendi e impara». Mi piace giocare con il pensiero, in fondo anche l’islam è individualista, ma il suo individualismo è puro, non c’è nessuno tra questo dio invisibile e la persona. Il primo verso del Corano dice: «Eclal», che significa appunto «decodifica tu stesso». Per secoli il mondo musulmano è stato segnato da questo principio e, negli ultimi decenni, questa nozione è stata promossa con un’aperta discussione amplificata dalle 500 tv satellitari e dalla rete. E nessuno può tenere a freno questi sconvolgenti cambiamenti. La propaganda politica è finita, l’interattività è diventata centrale. Non sono più i produttori a decidere, ma il consumatore, è lui che comanda. Ciò rende dinamica questa realtà. Anche al Jazeera deve sforzarsi di non perdere audience e pubblicità. Abbiamo 90 canali soltanto dedicati alla musica; ciò sta incidendo sulla cultura molto più delle discussioni teologiche. I mezzi di comunicazione hanno un ruolo davvero importante in questo processo.
Come mai ti sei allontanata dal femminismo?
In Marocco ci sono femministe giovani e attive che hanno agito e agiscono meglio e più di me. Io ho scritto dei libri, loro si sono impegnate per cambiare la legge. Il Marocco è stato il primo paese ad avere un giudice della sharia donna e un imam di sesso femminile. Nel 1991 ho iniziato a occuparmi dell’impatto della Tv satellitare. Credo che le donne stiano conquistando potere in questo nuovo spazio. Ciò che è importante è che abbiano ruoli chiave in questi show. Le donne nell’islam sono forti e costituiscono un potere strategico, hanno invaso la Tv, la nuova industria, e al contempo detengono il potere all’interno della famiglia.
I tuoi libri e in generale il tuo lavoro sul femminismo e l’islam hanno avuto molto successo in paesi come l’Indonesia o l’Arabia Saudita, in cui i diritti delle donne sono ancora marginali e dove l’adulterio viene punito con la morte per lapidazione.
L’Arabia Saudita è uno strano paese, così come lo sono Afghanistan e Pakistan. Le persone che praticano la lapidazione invece non sono solo strane, direi che sono folli criminali. Non appartiene alla mia cultura, non ne ho mai sentito parlare in Marocco. Certo i folli, come è noto, sono ovunque. Ad esempio, qualche tempo fa in Germania una donna è stata uccisa da un pazzo soltanto perché indossava il velo. Anche quella dei talebani è follia. I musulmani invece sono contrari alla violenza – ora più che mai, anche per reazione. Il ritratto di un islam sanguinario è un prodotto dell’Occidente, non appartiene al paesaggio dell’islam che conosco direttamente. Io stessa non andrei in Arabia Saudita perché lì non sarei libera. Tutto sta nella libertà di scelta – di indossare o non indossare il velo, di pregare nella moschea o celebrare le feste con gli amici. E l’islam lascia questa libertà. Se qualcuno volesse togliercela, scenderei in strada a protestare. Osserva le spiagge di Rabat, sono lo specchio della nostra società: alcune donne nuotano in bikini, altre in jeans o con una gonna lunga. Ma sono felici, gli uomini e le donne giocano sulla sabbia e si godono le vacanze. Ripongo anche delle speranze negli intellettuali occidentali poiché essi non credono di appartenere all’unico, fantastico, infallibile sistema, che tutti gli altri dovrebbero seguire. La tecnologia è stato il miglior dono dell’Occidente, poiché ha messo in moto l’individuo e la sua libertà. E credo che sia proprio questo «boom» a spaventare l’Ovest: l’islam è la bestia nascosta dell’Occidente. Perché infatti fa così tanta paura? Forse perché proietta all’esterno l’inconscio dell’Occidente? Ho scritto per la Tate Gallery un testo proprio dedicato all’inconscio.
RABAT – «Non mi importa dell’Occidente, dei musulmani in Europa, di Hirsi Ali; non m’importa della laicità né della democrazia “delle bombe”». Questo grido di protesa contro le democrazie occidentali, la loro arroganza e il tradimento dei valori umani non proviene da un fanatico fondamentalista, ma dalla scrittrice e sociologa marocchina Fatima Mernissi: «Sono un’intellettuale e uno spirito libero». Parla, e intanto mi guida per la sua amata e affollata medina, il mercato di Rabat, dove il rosa vivido degli abiti spicca, forte e brillante, quanto la sua popolarità e il suo carattere, e commenta ritrovando il suo abituale entusiasmo mite: «Guarda, questi giovani indaffarati, sono tutti esperti di nuove tecnologie. Il Marocco e il mondo arabo stanno cambiando. Osserva il dinamismo della nuova medina digitale. Ho bisogno del tuo punto di vista, dello sguardo di un estraneo per comprendere meglio la mia realtà».
Ci fermiamo in un angolo dove numerosi libri in vendita sono sparpagliati a terra. «Se vuoi capire cosa sta succedendo in questo paese, dai un’occhiata qui». Riconosco i volumi di Al Qaradawi sul lecito e il proibito nell’islam e un libro di un altro telepredicatore musulmano; e poi raccogliamo dal bancone Fear of Flying, (Paura di volare) di Erica Jong, in originale. Una icona del femminismo occidentale, globale, mentre Mernissi ha rappresentato il femminismo musulmano. Potenza della narrativa: questa autrice globale, tradotta ovunque, ancora riesce a stupirsi quando riceve e-mail da New York, da Parigi o dalla Malesia. Fatima Mernissi è stata per le donne musulmane quel che Erica Jong è stata per le occidentali. I suoi libri, Harem, Islam and Democracy e altri, hanno preparato il terreno emotivo e intellettuale su cui le donne marocchine hanno potuto combattere la battaglia per i diritti. Affinità e distanze: mentre Jong scriveva di liberazione sessuale, invocando la Zipless Fuck, il femminismo di Mernissi portava alla luce i luoghi e i passi in cui il Corano dà alle donne il diritto ai diritti.
Tuttavia, il presente di Fatima Mernissi non è assorbito affatto dai temi politici e giuridici, la scrittrice di quei saggi su islam e democrazia è assorbita oggi dalla sua gente, dal suo impegno sociale nella «Umma» locale: l’artigianato, l’hip hop, la necessità di fermare l’esodo dalle montagne dell’Atlante, l’Arte-terapia contro la depressione e lo stress, il lavoro con le Ong locali e il potere illuminante della rivoluzione delle tecnologie digitali.
Sono questi gli ingredienti della sua ricetta: «Il mio problema oggi è comprendere come combattere il consumismo che trasforma le persone in macchine. Noi tutti dobbiamo ritrovare la dimensione umana, la forza della coesione nella comunità. So che anche in Occidente si cercano risposte alle stesse domande». Per un attimo parla la scrittrice di fama internazionale che ha vissuto in America, poi torna a pensare ai giovani del suo paese: «Io sono di Fes, che è ciò che conosco meglio; vivo a Rabat. E mi voglio occupare di piccoli progetti locali, non sono una Sinbad. La sua Caravane Civique è un progetto itinerante, una libreria su ruote, che gira per le aree più remote del paese per presentare alla popolazione i libri e la bellezza delle storie locali o spiegare la nuova legge di famiglia, per illustrare la bellezza dei mestieri artigiani, la tessitura dei tappeti, e anche l’utilità di creare nuovi mercati digitali».
Fatima è orgogliosa del suo impegno sociale in numerose Ong; sta cercando sostegno per i suoi progetti. Poi ammette, quasi come il ritorno di una vecchia tentazione peccaminosa, che sta scrivendo il suo prossimo libro, riceverà inviti dai giornali e dovrà tenere conferenze in tutto il mondo. Ma il suo impegno qui rimane al primo posto: «Il mio workshop più importante ha avuto come oggetto la realizzazione di una guida turistica del paese interamente a opera di marocchini del sud. Fino ad allora infatti tutte le guide erano state realizzate da stranieri. Finalmente invece la nuova guida mostrerà come ai marocchini piace illustrare il proprio paese. Anche se alcuni dei partecipanti al progetto erano analfabeti, sono stati aiutati dagli altri. Dar loro visibilità è ciò di cui hanno bisogno; questo è il mio contro-terrorismo. Recluto aiutanti, ma guarda tu stessa». Usciamo fuori dalla Medina ed entriamo attraverso una piccola porta in uno spazio ampio pieno di dipinti: «Qui è dove Rashid vende arte e l’artigianato dei giovani artisti. Non so come riesca a mandare avanti questo posto, penso sia la nostra educazione sufi a renderci inclini a donare. C’è così tanta creatività in questo paese; guarda il dinamismo di questa medina digitale».
Ho capito che il Marocco sta crescendo rapidamente. Ovunque nascono grandi centri commerciali e, come la chiama lei, la “religione del mercato” si espande anche qui specie nelle grandi città. Ma l’emigrazione continua verso l’Europa, la Spagna, l’Italia, continua.
Molti lasciano l’Atlante e scendono giù fino Marrakesh. Perdono il contatto con la natura, con il loro bestiame, con l’ arte della tessitura dei tappeti. Ho provato ad aiutare i tessitori a creare la loro galleria digitale, come hanno fatto i tibetani, in modo che potessero sopravvivere, ma non basta. Tradizioni artigianali e creatività hanno bisogno di essere sostenute. È l’unico modo che abbiamo per evitare che le persone lascino questo paese, o il loro ambiente di montagna, per trasferirsi in città più grandi. Sono quelli che potrebbero finire in Italia. Nel 1960 solo il 9% della popolazione viveva nelle città; oggi siamo al 70%. Lo stesso fenomeno in Europa è avvenuto in un tempo compreso tra i 200 e 300 anni. Tuttavia, anche in queste nuove città allargate le persone tornano alle tradizioni e all’artigianato. E imparano a usare internet per la vendita dei manufatti realizzati, grazie anche all’aiuto della banca mondiale. Le Ong sono aumentate enormemente. Il clima è fortemente dinamico. Se lo Stato mettesse le mani su queste iniziative, le ucciderebbe, si innescherebbe un processo di corruzione. Questa attività tiene i giovani fuori dalla portata dei fanatici. I numerosi festival, gli eventi dove i giovani ballano l’hip hop, così come le mostre di arte e artigianato hanno questi stessi effetti positivi.
Abbiamo visto alcune zone di Rabat in cui le baraccopoli sono state sostituite con nuove abitazioni per i più poveri. Ma le donne possono lavorare oggi in queste realtà?
Con la mia Ong ci occupiamo molto di queste aree. Le donne qui hanno più possibilità. Lavorano a casa e vendono il loro cibo o vestiti per le strade. C’è una rinascita dei caffettani, moderni e tradizionali; una moda che ha prodotto un forte aumento della domanda. Le donne non sono più legate alla casa. Inoltre, per i più giovani, l’hip hop sta diventando molto importante. Non vogliono cantare soltanto in arabo ma mescolare le lingue. Inizialmente il fenomeno è stato considerato in modo negativo e alcuni di loro sono stati messi in prigione, ma si è sviluppato un importante movimento giovanile che è riuscito ad allontanare i fondamentalisti.
Creatività in aumento e movimenti artistici di massa sembrano opporsi al fanatismo religioso. Sebbene l’islam sia sempre stato molto importante per te, nei tuoi libri c’è un forte accento su un’interpretazione umanistica del corano e dei diritti delle donne.
Samuel Huntington attaccò la mia considerazione positiva dell’islam perché, dal suo punto di vista, ciò significava che io non credevo nella democrazia. Quando cominciai a studiare il ruolo delle donne nel Corano mi recai dalle autorità religiose per un consulto. Mi indicarono un passo contenuto nel sedicesimo volume, in cui una donna si rifiutava di indossare il velo sostenendo che, se Allah l’aveva creata così bella, allora probabilmente non voleva che si nascondesse. Si mostrarono aperti nei confronti della mia ricerca e mi aiutarono molto. Al contrario, le autorità politiche del tempo vietarono di indossare il velo. E questa non è libertà. L’islam non è una religione, è una visione del mondo a cui siamo legati, non c’è chiesa. L’islam non riguarda il pregare. Io ad esempio non vado in moschea ma festeggio alcune ricorrenze con gli amici. Sono credente, ma considero la definizione di «musulmana» una gabbia.
E il riformismo musulmano, potresti definirti una musulmana riformista? Consideri la laicità una risposta?
Anche il riformismo musulmano è una gabbia. E io rifiuto che mi sia tolta la libertà. Mi dicono spesso che per essere moderna dovrei diventare laica; questo a dire il vero mi fa ridere. La laicità? L’Occidente mi fa venire in mente un dio pagano e sorrido quando gli occidentali parlano di democrazia: prima ci hanno inflitto il colonialismo, adesso ci impongono la democrazia a mano armata, in Iraq. Ma non voglio emettere qui sentenze politiche, voglio parlare il linguaggio della psicologia. Concordo con Soudir Kakar, il famoso psicanalista indiano: il problema dell’Occidente è l’individualismo, di un individuo slegato dalla natura.
Tuttavia, il femminismo, la libertà individuale, il pensiero critico sono aspetti della modernità occidentale che hanno portato benefici non solo in Europa e in America ma anche nel vostro mondo.
Il femminismo non è di dominio occidentale, così come non lo sono la libertà individuale o il pensiero critico. Il primo verso del Corano recita: «Decodifica, non seguire ciecamente, comprendi e impara». Mi piace giocare con il pensiero, in fondo anche l’islam è individualista, ma il suo individualismo è puro, non c’è nessuno tra questo dio invisibile e la persona. Il primo verso del Corano dice: «Eclal», che significa appunto «decodifica tu stesso». Per secoli il mondo musulmano è stato segnato da questo principio e, negli ultimi decenni, questa nozione è stata promossa con un’aperta discussione amplificata dalle 500 tv satellitari e dalla rete. E nessuno può tenere a freno questi sconvolgenti cambiamenti. La propaganda politica è finita, l’interattività è diventata centrale. Non sono più i produttori a decidere, ma il consumatore, è lui che comanda. Ciò rende dinamica questa realtà. Anche al Jazeera deve sforzarsi di non perdere audience e pubblicità. Abbiamo 90 canali soltanto dedicati alla musica; ciò sta incidendo sulla cultura molto più delle discussioni teologiche. I mezzi di comunicazione hanno un ruolo davvero importante in questo processo.
Come mai ti sei allontanata dal femminismo?
In Marocco ci sono femministe giovani e attive che hanno agito e agiscono meglio e più di me. Io ho scritto dei libri, loro si sono impegnate per cambiare la legge. Il Marocco è stato il primo paese ad avere un giudice della sharia donna e un imam di sesso femminile. Nel 1991 ho iniziato a occuparmi dell’impatto della Tv satellitare. Credo che le donne stiano conquistando potere in questo nuovo spazio. Ciò che è importante è che abbiano ruoli chiave in questi show. Le donne nell’islam sono forti e costituiscono un potere strategico, hanno invaso la Tv, la nuova industria, e al contempo detengono il potere all’interno della famiglia.
I tuoi libri e in generale il tuo lavoro sul femminismo e l’islam hanno avuto molto successo in paesi come l’Indonesia o l’Arabia Saudita, in cui i diritti delle donne sono ancora marginali e dove l’adulterio viene punito con la morte per lapidazione.
L’Arabia Saudita è uno strano paese, così come lo sono Afghanistan e Pakistan. Le persone che praticano la lapidazione invece non sono solo strane, direi che sono folli criminali. Non appartiene alla mia cultura, non ne ho mai sentito parlare in Marocco. Certo i folli, come è noto, sono ovunque. Ad esempio, qualche tempo fa in Germania una donna è stata uccisa da un pazzo soltanto perché indossava il velo. Anche quella dei talebani è follia. I musulmani invece sono contrari alla violenza – ora più che mai, anche per reazione. Il ritratto di un islam sanguinario è un prodotto dell’Occidente, non appartiene al paesaggio dell’islam che conosco direttamente. Io stessa non andrei in Arabia Saudita perché lì non sarei libera. Tutto sta nella libertà di scelta – di indossare o non indossare il velo, di pregare nella moschea o celebrare le feste con gli amici. E l’islam lascia questa libertà. Se qualcuno volesse togliercela, scenderei in strada a protestare. Osserva le spiagge di Rabat, sono lo specchio della nostra società: alcune donne nuotano in bikini, altre in jeans o con una gonna lunga. Ma sono felici, gli uomini e le donne giocano sulla sabbia e si godono le vacanze. Ripongo anche delle speranze negli intellettuali occidentali poiché essi non credono di appartenere all’unico, fantastico, infallibile sistema, che tutti gli altri dovrebbero seguire. La tecnologia è stato il miglior dono dell’Occidente, poiché ha messo in moto l’individuo e la sua libertà. E credo che sia proprio questo «boom» a spaventare l’Ovest: l’islam è la bestia nascosta dell’Occidente. Perché infatti fa così tanta paura? Forse perché proietta all’esterno l’inconscio dell’Occidente? Ho scritto per la Tate Gallery un testo proprio dedicato all’inconscio.
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