venerdì 31 ottobre 2014

FEMMINISTE 4.0Emma Watson? Jennifer Lawrence? Non sono queste le feministe che stai cercando (Roxane Gay - The Guardian)


Non c'è niente di sbagliato se donne o uomini famosi fanno propaganda al femminismo, ma queste ambasciatrici e questi ambasciatori del "marchio" sono una porta verso il femminismo, non il movimento stesso.
Recentemente, una giovane donna mi ha chiesto come potremmo rendere il femminismo più accessibile agli uomini.
 Le ho detto che non mi importa di rendere il femminismo più accessibile agli uomini.
 In verità, non mi importa di rendere il femminismo più accessibile a nessuno.
Quello che mi interessa è fare in modo che le libertà di cui gli uomini godono liberamente diventino completamente accessibili alle donne, e se gli uomini - o le celebrità - che si proclamano femministi sono diventati il cucchiaino di zucchero per mandare giù la pillola, che sia.
Mi infastidisce, tuttavia, che si sia disposti ad abbracciare il femminismo o i messaggi femministi con più facilità solo quando vengono consegnati nel pacchetto giusto – che spesso include: giovinezza, un particolare tipo di bellezza, la fama e/o l’autoironia.
 Trovo frustrante che l'idea stessa che le donne godano degli stessi diritti inalienabili degli uomini sia così poco attraente da necessitare che la persona che rivendica tali diritti debba incarnare gli stessi standard che noi abbiamo messo in discussione.
 E’ esasperante che ci sia bisogno di ambasciatori del marchio e testimonial per rendere il mondo un luogo più giusto...

giovedì 30 ottobre 2014

Global Trends 2014: i diritti delle donne e il loro ruolo nella società di Patrizia Chimera -


Cosa ne pensano i cittadini europei e non solo dei diritti delle donne? Quali credono debbano essere i loro ruoli nell'odierna società e quale il contributo che possono portare? Ecco cosa emerge da un recente sondaggio.
Il Global Trends 2014, un sondaggio condotto in tutto il mondo su tematiche fondamentali e importanti, ci presenta un quadro chiaro su quello che pensano i cittadini in merito al ruolo della donna nella società. Tre, infatti, le domande poste agli intervistati che riguardano proprio l'universo femminile.
Le domande del sondaggio Global Trends 2014, infatti, si sono soffermate sull'uguaglianza di genere, sul ruolo delle donne nella società e sulle donne di potere: più di 16mila persone hanno risposto alle domande poste, semplicemente dicendosi d'accordo o meno alle tre diverse affermazioni proposte loro. Come saranno andate le cose?
Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini e dovrebbero avere lo stesso potere degli uomini
A questa domanda la maggior parte degli intervistati ha risposto dicendosi d'accordo con affermazioni sacrosante, che ribadiscono l'uguaglianza tra l'uomo e la donna, sia per quello che riguarda i diritti sia per quello che riguarda il poter ricoprire ruoli di potere nella società. Ai primi posti Svezia e Spagna, con il 91% degli intervistati che si è detto d'accordo.
Seguono Francia, China e Canada, al 90% e poi Belgio, Gran Bretagna e Italia all'89%. Un gradino sotto la Germania, con l'88%, mentre negli Stati Uniti e in Australia è d'accordo l'85% della popolazione intervistata. Un po' peggio vanno le cose in Giappone: anche se il risultato è "positivo" ad essere d'accordo con queste affermazioni è il 63%, contro il 25% che si dice decisamente contrario.
Un dato allarmante per un paese avanzato come il Giappone. Altrettanto allarmante la situazione in Russia, con un 74% che è d'accordo e un 19% che non lo è. Tutto sommato, almeno a parole, l'Italia ne esce fuori in maniera positiva: solo l'8% non crede che l'uguaglianza sia giusta. Ma ripeto, solo a parole...
Il ruolo delle donne nella società è quello di essere buone madri e mogli
I dati che emergono da questa domanda rispecchiano pienamente le risposte date alla precedente. In prima posizione, infatti, troviamo la Russia: nel paese di Putin il 73% degli intervistati crede che il ruolo delle donne nella società dovrebbe limitarsi a quello di fare la madre e la moglie, contro un 22% che non è d'accordo. Male le cose anche in India e Cina, dove il "sì" è pari rispettivamente al 56% e 54% e il no rispettivamente al 39% e 42%.
Il Giappone, ultimo nella precedente classifica, si salva un po' con questa domanda, anche se il sì è ancora molto alto, con un bel 38%. Gli Stati Uniti propongono una percentuale di intervistati d'accordo con l'affermazione pari al 36%, stessa percentuale della Turchia, che però ha una percentuale più alta di contrari (61% contro 56%): da un paese come gli USA, il paese delle opportunità per tutti, ci saremmo aspettati qualcosa di meglio.
E le nazioni europee? Nel Vecchio Continente il ruolo della donna, almeno a parole, non dovrebbe limitarsi solo a quello di madre e moglie: in Gran Bretagna ne è certo il 68% degli intervistati, contro il 24% di persone che invece concordano con l'affermazione posta nella domanda, mentre in Italia è ben il 73% contro il 22%. Le percentuali salgono in Francia, Spagna e Svezia, superando l'80% e ponendo di fatto questi paesi come i più "avanzati" dal punto di vista delle pari opportunità.
Le cose andrebbero meglio se più donne occupassero posizioni di responsabilità nei governi e nelle compagnie
A sorpresa al primo posto di questa classifica si pone l'India, che crede, con il 69% degli intervistati, che le donne dovrebbero avere più potere: del resto stiamo parlando di un paese che spesso ha visto al potere figure femminili molto forti. Anche in Turchia la maggior parte delle persone è d'accordo con questa affermazione. E indovinate un po' chi c'è in terza posizione? Ebbene sì, c'è l'Italia, che a parole, da quanto emerge in questo sondaggio, è paladina dei diritti delle donne e delle pari opportunità anche nei ruoli più importanti della società, ma poi quando andiamo ad analizzare i fatti c'è ancora molto da lavorare sulle quote rosa, spesso non garantite.
La classifica prosegue poi con il Brasile (64%), la Spagna e il Sud Africa (60%), la Svezia (57%), la Francia (56%) e la Gran Bretagna (54%). Gli Stati Uniti, invece, arrivano a malapena a superare di un punto percentuale il 50%. 51% a pari merito con la Polonia. Maglia nera alla Russia, dove del resto i ruoli di potere sono spesso o quasi sempre in mano agli uomini, e all'Argentina: entrambi i paesi si attestano al 38%, mentre per il paese europeo ben il 42% delle persone non crede che le cose andrebbero meglio se le donne fossero al potere.
Sorprende il dato tedesco: in Germania da anni c'è una donna al potere e il paese ha goduto finora di ottima salute o, almeno, di una salute meno cagionevole di quella di paesi limitrofi. Ebbene, nonostante l'era di Angela Merkel in Germania il solo il 43% degli intervistati crede che le donne al potere migliorino la situazione, contro il 34% delle persone che invece non lo crede.
Global Trends 2014 è l’elaborazione di un ampio sondaggio condotto da Ipsos MORI: oltre 16mila interviste condotte fra il 3 e il 17 settembre 2013, 20 paesi del mondo coinvolti, un “panel” statistico composto da un pubblico di cittadini e consumatori attivi sul web e fortemente connessi. Il progetto, molto ambizioso, fotografa lo stato dell’arte su una serie di comportamenti e tematiche di rilevanza mondiale (dall'ambiente alla salute, dall'attivismo politico ai brand). E si propone di lanciare il dibattito su quel che sarà in futuro.

martedì 28 ottobre 2014

Reyhaneh Jabbari: "Cara, mamma, dona i miei organi. E poi dammi al vento" di Valentina Ravizza


L'ultimo audio-messaggio dell'iraniana giustiziata per impiccagione per aver ucciso l'uomo che voleva stuprarla è una toccante lettera alla madre piena d'amore per lei. La ragazza ricorda gli ultimi orribili 7 anni in carcere e chiede che «cuore, occhi, reni e quant'altro possa servire venga dato in dono». E nessuna tomba su cui piangere
«L’ultima pagina del libro della mia vita» l’ha voluta scrivere lei stessa. Reyhaneh Jabbari, la 26enne che sabato è stata impiccata in Iran perché “colpevole” di essersi difesa da un tentativo di stupro, ha detto addio alla madre Sholeh Pakravan con un toccante messaggio audio (registrato ad aprile ma reso noto solo dopo l’esecuzione grazie all’impegno degli attivisti del Consiglio Nazionale di Resistenza iraniano). Ripercorrendo i suoi sette anni negli inferi delle prigioni di Teheran, a partire da quella sera in cui tutto ebbe inizio: quando Morteza Abdolali Sarbandi, un ex agente dell’intelligence, l’attirò nel suo appartamento con la scusa di offrirle un incarico come interior designer e tentò di abusare di lei.
«Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti, e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza». La “colpa” di Reyhaneh Jabbari è non essersi arresa: né di fronte al suo aguzzino, né al processo, quando le fu offerta la possibilità di salvarsi dichiarando di essersi inventata tutta la storia dello stupro. «Ho imparato che a volte bisogna lottare. Mi ricordo quando mi dicesti di quel vetturino che si mise a protestare contro l’uomo che mi stava frustando, ma che quello iniziò a dargli la frusta sulla testa e sul viso fino a che non era morto. Tu mi hai detto che per creare un valore si deve perseverare, anche se si muore». Reyhaneh aveva fiducia nella giustizia. La stessa giustizia che l’aveva dipinta come «un’assassina a sangue freddo» (lei che non uccideva nemmeno gli scarafaggi ma li allontanava da casa tenendoli per le antenne) e che l’ha portata alla forca con la febbre (come ha scritto sua madre su facebook. «Questo paese per il quale tu hai piantato l’amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento».

Ma prima di dire addio a questo mondo Reyhaneh ha espresso il suo ultimo desiderio, per il quale, lei che aveva imposto alla famiglia di non implorare mai i giudici, chiede di arrivare fino alla supplica purché venga esaudito. «Mia dolce madre, cara Sholeh, l'unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via».

lunedì 27 ottobre 2014

Iran, cosa muore con Reyhaneh di Monica Lanfranco

Sono migliaia le donne e le bambine che muoiono per la violenza che subiscono in famiglia (più spesso) o per mano di sconosciuti ogni giorno sul pianeta, nel silenzio o nel disinteresse del loro paese e della comunità internazionale. Il pensiero è insopportabile, così come lo è quello per ogni ingiustizia compiuta sulle persone e sull’ambiente, e per questo non possiamo costantemente avere in mente sangue e dolore: se lo facessimo sempre saremmo già alla pazzia.
Però è vero che quando la vittima della violenza ha un volto e un nome ciò dà corpo e spessore alla realtà che si elude ogni giorno, e scegliendo di non abbassare lo sguardo o di coprirsi le orecchie l’impatto del reale è ineludibile, se si ha una coscienza.
Alla Secular Conference di Londra, indetta da alcune reti laiche tra le quali One Law for all, Women living under muslim laws e Secularism is a women issue la studiosa Karima Bennoune, docente arabo americana di legislazione internazionale ha scelto di parlare delle vittime del fondamentalismo facendo scorrere dietro di lei i volti di uomini e donne di varie provenienze geografiche, attiviste e attivisti per la laicità, che hanno trovato la morte negli ultimi anni per mano degli islamisti.
Non c’è stato nulla di enfatico o di eroico nel breve racconto delle biografie: Karima ha chiesto che si ricordino queste persone perchè fare memoria è un gesto politico prioritario per avere futuro e ricordare che “la libertà di vivere senza il giogo dell’ideologia religiosa non è realtà in molti luoghi del pianeta. Non si tratta di fede – ha scandito – ma di fanatismo, di politica, e di regime”.
Fa impressione il coraggio di Reyhaneh Jabbari, la donna iraniana impiccata dal regime perché, avendo reagito e ucciso il suo stupratore, si è rifiutata di aver salva la vita ‘riabilitando’ la memoria dell’uomo ritrattando l’accusa di violenza. Reyhaneh non ha ceduto, pur nella solitudine della sua cella, dopo anni di reclusione e forse di tortura, all’umanissima tentazione nella quale cadde la pur fiera e determinata Olympe de Gouges: tre secoli fa l’autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, condannata a morte per questo dai ‘rivoluzionari’, tentò di avere risparmiata la vita affermando di essere incinta. Alcuni precedenti negli anni scorsi che si erano risolti positivamente, tra i quali quelli di Safiya Husaini e Meriam Yehya Ibrahim avevano fatto sperare in una svolta favorevole. Ma in tempi di Isis e di febbre fondamentalista l’occasione, nel regimi teocratico iraniano, per ribadire che non si sgarra era servita sul piatto d’argento.
Così la forca per Reyhaneh è l’allungarsi della scura ombra del terrore e dell’inumanità che rischia, come si è stato detto a Londra, di travolgere il mondo.


sabato 25 ottobre 2014

Sesso, “giovani italiane ignoranti. Falsi miti su orgasmo femminile e contraccezione”di Stefania Prandi

Secondo vari esperti ed istituti di ricerca, nel nostro Paese la mancanza di programmi di educazione sessuale nelle scuole genera scarsa consapevolezza del proprio corpo e dell'affettività. E dalla scarsa confidenza tra le coppie etero derivano vaginismo, anorgasmia e matrimoni bianchi
Le giovani donne italiane sono poco consapevoli della propria sessualità e del proprio corpo. In questo non si differenziano dalle inglesi che, secondo una ricerca di The Eve Appeal, non sanno esattamente dove si trovi la propria vagina. “Contrariamente all’immagine che viene diffusa di ragazzine intraprendenti e aggressive, la maggior parte delle adolescenti di oggi ha scarsa coscienza di sé a livello fisico – spiega Mario Puiatti, presidente dell’Associazione italiana per l’educazione demografica (Aied). – Si tratta di un ritorno indietro nel tempo. Esaurita la spinta femminista degli anni Settanta, che aveva fatto della sessualità un cavallo di battaglia, la mancanza di un programma educativo nelle scuole si fa sentire. Restano soltanto le famiglie a parlare ai giovani di sesso ma, a causa dei molti tabù anche legati all’educazione cattolica, le informazioni vengono date poco e male. Il risultato è che pur vivendo nell’epoca della pornografia diffusa le giovani donne, così come i giovani uomini, sono parecchio ignoranti”.
Secondo una ricerca della Società italiana di ginecologia ed ostetricia (Sigo) soltanto il 30% delle italiane under 25 ha ricevuto informazioni corrette, da medici e insegnanti, riguardo alla sessualità. Il 42% del campione analizzato non ha usato alcuna protezione contraccettiva durante il primo rapporto sessuale. Questo dato va messo in relazione con l’aumento delle malattie sessualmente trasmissibili che in 2 casi su 3 si presentano proprio negli under 25. Le ragazze sono particolarmente vulnerabili a questa età sia per fattori ormonali sia per una maggiore fragilità del tessuto che riveste il collo dell’utero, meno resistente e più permeabile ai germi aggressori. Da un convegno della Società europea di contraccezione (Esc) emerge inoltre che resistono una serie di credenze che vengono diffuse anche tramite internet: il 30% delle adolescenti crede che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo e il 7% pensa che i lavaggi con la Coca-cola possano funzionare come spermicida.
Elisabetta Todaro, psicologa dello staff dell’Istituto di sessuologia clinica (Isc), si occupa di educazione nelle scuole e dice che “il livello di ignoranza è incredibile. Chiediamo agli studenti di raffigurare la zona riproduttiva femminile con un disegno e quasi tutti fanno tre linee incrociate, senza considerare né il taglio delle varie parti né gli organi interni. Sono gli istituti a chiamarmi perché l’educazione si rivela il modo migliore per affrontare una serie di problemi che includono anche la violenza. Durante gli incontri fornisco spiegazioni sui metodi contraccettivi, sull’affettività, su quello che si condivide durante un rapporto”.
Secondo Todaro l’immagine che i ragazzi e le ragazze hanno della sessualità è distorta: gli adolescenti maschi, per esempio, credono che alle teenager importi soltanto la qualità della prestazione e sono preoccupati in modo ossessivo delle dimensioni dei genitali. “Senza contare che se un ragazzo ha avuto molte partner è ben considerato mentre lo stesso non vale per una ragazza”.

Nel chiuso delle coppie eterosessuali l’ignoranza e la scarsa confidenza creano una serie di problemi. Tra questi il cosiddetto vaginismo. “Una situazione sempre più diffusa tra le pazienti – spiega Adele Fabrizi psiecoterapeuta dell’Isc – che, a causa della mancanza di consapevolezza dei propri genitali e dell’elasticità della vagina, hanno paura di provare dolore durante il rapporto di penetrazione. Assistiamo così a un aumento dei matrimoni bianchi: persone che stanno insieme da anni e che non riescono ad avere figli pur desiderandoli”. Frequente è anche l’anorgasmia. “Vige la credenza che esistano due tipi di orgasmo, quello vaginale e clitorideo, mentre invece ce n’è uno solo ed è dato dalla stimolazione dell’organo propulsore femminile che è la clitoride. Falsi miti – conclude Fabrizi – che si possono combattere solo con la corretta informazione e l’educazione”.

venerdì 24 ottobre 2014

I figli le scattano una foto sulla spiaggia: scopre una cosa sconvolgente

La mamma Bridgette White, sul suo blog, ha raccontato una storia incredibile, che dovrebbe far riflettere tutte le madri che, come lei, per stare dietro ai figli hanno perso di vista l’amore per se stesse. Un giorno Bridgette, controllando la galleria del suo cellulare, ha trovato una foto e
scopre una cosa sconvolgente
Ecco la sua reazione:
All’inizio ero sconvolta. Chi mi aveva fatto quella foto orribile?
Ero talmente disgustata da me stessa che stavo per scoppiare a piangere.
Stavo per eliminare la foto, quando mio figlio entra nella stanza.
Gli chiedo: “L’hai fatta tu questa foto?”
Giro lo schermo in modo che possa vederla. Lui fa un sorriso smagliante.
“L’ho scattata a Tahoe” replica.
“Eri così bella sdraiata sulla spiaggia. Dovevo fartela per forza mamma”
“Se vuoi fare delle foto con il mio cellulare devi chiedermelo prima” rispondo.
“Lo so,” replica. “Ma mamma, davvero, non vedi come sei bella?”
Guardo di nuovo la foto per capire quello che ci vede lui.
Arriva anche mia figlia a dare un’occhiata.
“È una foto da cartolina, mamma” replica sorridente. “Sei bellissima, mi piace un sacco”.
Tiro un respiro profondo.
Era esattamente ciò che avevo bisogno di sentire.
Di solito mi concentro sui difetti e le imperfezioni. Adesso inizio a vedere anche qualcosa in più.
Vedo ancora le mie cosce grasse e piene di cellulite.
Ma vedo anche una madre che ha esplorato il lago per ore assieme ai suoi figli e adesso è sdraiata esausta sulla spiaggia.
Vedo ancora le mie braccia flaccide.
Ma vedo anche le braccia di una madre che ha aiutato i suoi figli a non farsi male nell’attraversare scogli e sabbia rovente.
Vedo ancora una cicciona che cerca di nascondere i suoi problemi di peso sotto un costume da bagno intero nero.
Ma vedo anche una madre avventurosa che ama i suoi figli alla follia.
Ho lottato con il mio peso per quasi tutta la vita, come la maggior parte delle donne. È una cosa che non smetterò mai di fare. Non sono magra di costituzione. Non lo sarò mai.
Da dieci anni a questa parte non sono mai stata così grassa. Eppure…
Questa volta non permetterò che il mio peso rappresenti un ostacolo per me. Indosserò canottiere, prendisole e costumi da bagno in pubblico. Quest’estate correrò dietro ai miei figli e giocherò con loro e qualche volta mi sentirò pure bella.
Sì. Avete capito bene.
“Mi sento carina…davvero carina. Carina, intelligente e brillante.”
Be’.. non così tanto. Più o meno.
Forse perché sto invecchiando?
Forse perché ho preoccupazioni ben più grandi del mio aspetto fisico?
O forse perché i miei figli mi guardano con così tanta ammirazione.
Davvero, non ha importanza.
Non odio più il mio corpo.
È incredibile ammetterlo e ancora più difficile comprenderlo a fondo.
Non ho smesso di fare attività fisica e vivere in modo più sano. Questi sono due aspetti su cui continuerò a lavorare perché voglio rimanere qui ancora per un po’.
Tuttavia, per adesso voglio amare il mio corpo così com’è. Voglio che sia normale vedermi come mi vedono i miei figli.
Grazie mille ragazzi.


giovedì 23 ottobre 2014

STORIA DI UNA YAZIDA SCAPPATA DALL’ISIS di Giulia Argenti

15 anni e l’inferno alle spalle
Ha solo 15 anni la giovane e coraggiosa yazida scappata dalle grinfie dell’Isis che ha raccontato la sua incredibile storia all’Associated Press e al Daily Mail
La ragazza era tra le yazide rapite in agosto, per mano dei miliziani del sedicente califfato islamico. 
Un lungo percorso quello affrontato dalla yazida scappata che, separata dalle sue sorelle, anch’esse rapite, è stata portata prima a Mosul e poi a Raqqua. 
Per ben due volte ha tentato la fuga, non esitando a sparare a chi la teneva prigioniera, ma è stato inutile e la yazida è stata venduta come moglie ad un palestinese.
Con l’aiuto della governante della casa, la yazida scappata ha rubato un fucile e ha fatto fuoco sul marito uccidendolo e poi è corsa via. Non sapendo dove andare, però, la ragazza ha deciso di tornare nella casa dove era stata portata dai miliziani insieme alle altre donne. Non riconosciuta, la yazida scappata è stata è stata venduta di nuovo per mille dollari, ad un combattente saudita questa volta. Anche da questo nuovo carnefice la giovane, a cui era stato anche cambiato il nome per non renderla rintracciabile, è riuscita a fuggire dopo aver versato del veleno sulla sua tazza di tè, uccidendolo.
Fino in Turchia 
La coraggiosa yazida non ha commesso lo stesso errore due volte: è fuggita lontano questa volta, non voleva più finire nelle mani di quegli assassini, così è arrivata in Turchia e, qui, ha ritrovato il fratello. Dopo aver pagato la loro libertà con duemila dollari, i due sono stati portati da un contrabbandiere fino a Dahuk, dove si sono rifugiate centinaia di famiglie di yazidi. 
Due sorelle della ragazza sono ancora nelle mani dei tagliagole dell’Isis.