domenica 13 marzo 2016

8 marzo | Le donne e il lavoro La spinta (e la fatica) delle over 55 Negli uffici crescono sempre di più di Rita Querzè

C’è la generazione del rimpianto. È quella delle trentenni che rinunciano ai figli perché tenere insieme tutto è troppo difficile. Nel 2015 sono nati 488 mila bambini, mai così pochi dall’Unità d’Italia. Ma c’è anche la generazione della rabbia rassegnata. Quella delle cinquanta-sessantenni. Donne che, anche volendo, non si possono dimettere da nonne. Tantomeno da figlie. E nemmeno da madri.
È questa la categoria delle invisibili. Stanche, sotto pressione. Spesso pronte alla resa. Perché da una parte il mondo del lavoro ti chiede di esserci, e con regole d’ingaggio sempre più pressanti. Dall’altra la voglia di tenere le posizioni ci sarebbe. Ma le energie mancano. La riforma Fornero ha fatto salire nell’arco di sei anni (dal 2011 al 2017) l’età della pensione di vecchiaia da 60 anni a 66 e 7 mesi. A casa però ci sono i nipoti: le famiglie stanno tagliando le spese per asilo nido, colf e babysitter e l’aiuto dei nonni (più spesso delle nonne) diventa sempre più indispensabile. Inoltre ci sono i genitori anziani. Anche loro bisognosi di cure.

Le statistiche sul lavoro lo ribadiscono di trimestre in trimestre: la classe di occupati in aumento costante è quella dei 55-64enni. È appunto l’effetto Fornero. Che pesa, però, in maniera diversa tra donne e uomini. Le over 55 al lavoro erano 522 mila nel terzo trimestre ’95 e sono diventate 1,498 milioni nel terzo trimestre dell’anno scorso. Più 287% in venti anni. Un milione in più di cinquanta-sessantenni ancora negli uffici e nelle fabbriche. Nello stesso periodo i coetanei al lavoro sono aumentati, ma di meno: più 159% (da 1,39 a 2,21 milioni). Se nel terzo trimestre ‘95 erano donne il 27,3% degli over 65 al lavoro, oggi la quota è salita al 40,4%.

In tutto questo l’Italia non è sola. Il fenomeno, seppure in un contesto molto diverso, ha preso forma anche negli Stati Uniti. Come ha rilevato nei giorni scorsi un’inchiesta del Wall Street Journal, nel 1992 le americane over 65 al lavoro erano una ogni dodici. Oggi sono diventate una su sette. Qui poi le donne restano al lavoro oltre la pensione.

Ma torniamo in Italia. In un Paese ancora lontano dal poter considerare vinta la sfida del lavoro femminile, l’aumento delle impiegate potrebbe essere considerato una buona notizia. In realtà, le nuove regole della previdenza mettono le ultracinquantenni al lavoro davanti a un doloroso dilemma. Tenere duro davanti al triplo ingaggio ufficio-nipoti-genitori anziani — in nome dello stipendio e anche di un’equità dei ruoli all’interno della famiglia. Oppure mollare. E tornare a casa. Niente busta paga (per chi se lo può permettere). Ma anche meno stress.
È così che ragionano le supporter del modello «Opzione donna». Introdotto come sperimentazione nel 2011, questo sistema ha consentito a 28 mila donne tra 2009 e 2014 di andare in pensione in anticipo (57 anni per le dipendenti e 58 per le autonome) ma con il sistema contributivo, cioè accontentandosi di una pensione più bassa del 30%. Nel 2015 la sperimentazione si è chiusa ma c’è chi la vorrebbe riaprire.
«Secondo l’Inps siamo in 36 mila interessate a questa exit strategy — racconta Maria Antonietta Ferro, tra le animatrici del gruppo Facebook che chiede la proroga di opzione donna al 2018 —. Non stiamo pretendendo nulla che non ci spetti, vogliamo solo riprenderci i soldi versati con i nostri contributi. Non un euro in più. Ma restare nella prigione del doppio o triplo ruolo sta diventando insostenibile».
«A monte di tutto resta il problema della non equa divisione dei compiti di cura — fa presente Claudio Lucifora, docente di Economia alla Cattolica di Milano —. Fino agli anni 80 e ai primi 90 si è avuta un’accelerazione nel riequilibrio dei compiti. Ora questo processo è inspiegabilmente rallentato. In economia c’è chi teorizza che sia più efficiente una forma di specializzazione che affidi alle donne i compiti di cura. Insomma, c’è tanta strada da fare. E le cinquanta-sessantenni sono sotto pressione se non altro perché in casa si trovano ancora prigioniere di vecchi modelli di divisione dei compiti».
«Non contestiamo l’idea di una età della pensione uguale per tutti — sottolinea Marisa Montegiove, a capo del gruppo donne di ManagerItalia, sindacato dei dirigenti —. Il problema è che si è arrivati a questo senza darci i servizi e i supporti necessari. E senza aver lavorato abbastanza sul tema della condivisione». Intanto il governo sta pensando a forme di flessibilità per chi vuole uscire prima dal lavoro. Avrebbe senso declinarle solo al femminile? «No — risponde la dirigente —. Il modello Opzione donna non può essere la soluzione». Certo le dirigenti hanno dal lavoro soddisfazioni superiori alla media. Molte altre donne potrebbero pensarla diversamente.
http://27esimaora.corriere.it/articolo/8-marzo-le-donne-e-il-lavorola-spinta-e-la-fatica-delle-over-55negli-uffici-crescono-sempre-di-piu/

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