Il
12 marzo ho partecipato a questa conferenza, presso l’Università
Statale di Milano:
Cristina
Obber ha ribadito l’importanza di continuare ad occuparci di
stereotipi di genere, che sono trasversali, senza confine di ceto,
livello culturale o professionale. Ci sono ancora tanti piccoli
tasselli che compongono il puzzle della discriminazione per genere:
dobbiamo ancora fare molta strada per superare questi elementi che ci
separano da una piena eguaglianza e partecipazione. Nonostante la
percezione diffusa, sono tanti gli elementi che ci portano a dire che
c’è ancora un grande bisogno di affrontare queste tematiche, per
scardinare secoli di stereotipi di ruolo e gabbie culturali che hanno
impedito alle donne di essere pari e di dare un proprio autonomo e
essenziale contributo al progresso della società. Ognuno di noi, nel
privato, ma anche nella vita professionale, può dare il proprio
contributo al cambiamento culturale necessario per risalire la china.
Secondo il rapporto Gender Global Gap del 2014, del World Economic
Forum, l’Italia è al 69° posto su 142 Paesi. Per questo è
importante essere medici consapevoli, capaci di andare oltre il mero
aspetto tecnico, facendo meglio il proprio lavoro. Consapevolezza che
parte da sé come individui e arriva nell’ambito lavorativo.
L’intervento
deciso e concreto di Mercedes Lanzillotta è stato ricco di spunti di
riflessione e di azione. Perché soprattutto di azione concreta si
tratta e su questo dobbiamo investire le nostre energie. Conosciamo
tutti cosa sia la relazione annuale sull’applicazione della Legge
194.
Ne
aveva fatto un’analisi molto interessante Eleonora Cirant, che mi
fa piacere riproporvi (qui).
L’ultima
relazione ci riporta un numero: 102.644 IVG nel 2013, dato da
prendere con le pinze, perché la relazione ha dei buchi, i dati non
sono completi, non tutte le strutture/regioni riescono a fornire dati
in materia. Eppure secondo il Ministero, il numero dei medici è
sufficiente a garantire un servizio adeguato su tutto il territorio
nazionale. Scarsa conoscenza di cosa avviene in Italia? Fate voi.
Mercedes
Lanzillotta ci porta a riflettere sui dati e su quel -56,3% di IVG
tra il 1984 e il 2013. Questa percentuale va letta anche alla luce di
una riduzione della natalità in Italia, per cui il numero delle IVG
in proporzione non è da considerarsi poi tanto basso.
Dal
1978 ad oggi la 194 è stata svilita e attaccata da più fronti.
–
riduzione del numero di consultori e delle loro attività. Vedasi il
caso lombardo di cui ho più volte parlato.
–
proliferazione dei cimiterini dei feti;
–
smisurato numero di medici obiettori.
Al
Niguarda dove son tutti obiettori, chiamano medici dal Sacco per
garantire l’applicazione della 194. Con un business che cresce a
spese del corpo delle donne.
Su
questo blog e altrove si è spesso sottolineato come vi sia un
pericoloso ritorno alla clandestinità. Con tutto quello che comporta
l’aborto senza le opportune cure e assistenza. L’aumento degli
aborti spontanei parla chiaro: 1/3 di questi si stima che sia stato
procurato. Si torna alle mammane o ai farmaci venduti al mercato. Si
stimano circa 15.000 aborti clandestini. Siamo tornati al faidate e
alla clandestinità. Sono aperti ben 188 procedimenti penali per
violazione della 194.
Costringere
le donne italiane o europee alla migrazione territoriale per poter
interrompere la gravidanza è un’altra violenza inaccettabile.
Abbiamo
problemi a reperire la pillola del giorno dopo, per quella dei cinque
giorni dopo si sono imposti nuovi ostacoli, per la RU486 è prevista
l’ospedalizzazione con quello che comporta.
Mercedes
Lanzillotta ci ha parlato del boom di cliniche private convenzionate
sorte in Puglia per sopperire alle domande di IVG, che il pubblico
non riesce a soddisfare per il numero elevato di obiettori. Obiezione
che sembra concentrarsi nel pubblico, e magicamente diventa rara nel
privato. E c’è un giro di milioni di euro intollerabile.
Quindi
che fare? Zingaretti ci aveva provato, consentendo l’obiezione solo
a livello di operatività tecnica. La delibera è stata bocciata dal
Consiglio di Stato, dopo aver ricevuto l’approvazione dal TAR della
Regione Lazio. Nichi Vendola qualche anno fa aveva provato a bandire
un concorso aperto solo ai non obiettori, tentativo fallito e
sanzionato dal Tar.
Anziché
flagellarci e non far niente, occorre trovare una soluzione alle
crepe della 194, che sia conforme alla nostra Carta. La legge 194 è
una legge ad impianto costituzionale, fondata sul secondo comma
dell’art. 3 della Costituzione italiana, per questo è molto
complicato intervenire su questo testo. Inoltre, la Corte Europea dei
diritti dell’uomo nel 2011 stabilisce che “gli stati membri sono
tenuti a organizzare i loro servizi sanitari in modo da assicurare
l’esercizio effettivo della libertà di coscienza del
professionista della salute”.
E’
normale che nelle strutture pubbliche non si applichi la 194? Se hai
delle forti motivazioni religiose, che senso ha scegliere una
professione che implica certi compiti, che vanno contro la tua
coscienza? Giuste le obiezioni che pone Mercedes Lanzillotta.
La
strada per avere un servizio h 24 che applichi la 194 è quella di
bandire concorsi che prevedano una quota del 50% di posti riservati
ai non obiettori (in linea con la proposta di Marina Terragni di
qualche mese fa), prevedendo altresì tempi di “riposo” per gli
obiettori, per evitare che si occupino unicamente di IVG.
Molto
interessante l’intervento di Maria Rosaria Iardino sul tema della
medicina di genere e più in particolare sui trial clinici, affinché
tengano maggiormente conto delle specificità fisiologiche delle
donne nei test dei farmaci, nei quali è ancora molto bassa la
presenza di donne, specialmente nelle prime fasi dei test dei
farmaci. Le case farmaceutiche motivano in vari modi la scarsa
presenza delle donne nei test (possibili gravidanze, menopausa, ciclo
mestruale, eventuale introduzione di ormoni). In realtà è
essenziale che sin dalle prime fasi dei test (assorbimento,
distribuzione nel corpo, metabolizzazione ed eliminazione del
farmaco, definizione della dose ottimale) si verifichi il
comportamento del corpo delle donne. Questa discriminazione può
portare a gravi conseguenze. Una simile attenzione andrebbe applicata
anche ad altri due gruppi di pazienti: bambini e anziani. Non è
sufficiente ri-dosare un farmaco sulla base del peso corporeo,
occorre verificare tutti i fattori e ricalibrarli su organismi
diversi da quelli di adulti in buona salute.
Cambiare
le modalità dei trial è inizialmente più dispendioso per le case
farmaceutiche, ma indubbiamente questo costo verrà ripagato nel
tempo, perché si tratta di una prassi virtuosa e volta a migliorare
l’efficacia stessa dei farmaci.
Accolgo
l’invito di Maria Rosaria Iardino: la scelta della professione
medica deve avere come obiettivo la salute e non la carriera
personale. Un maggior numero di donne, significa un miglioramento,
una maggior attenzione a un’ottica di genere ai problemi.
A
tutte le donne che restano silenti e attendono una grossa
mobilitazione delle donne in Italia prima di attivarsi personalmente,
dico: le donne siamo tutte noi, tutte noi dobbiamo muoverci, senza
aspettare il movimento di massa, perché quel movimento siamo noi,
solo se lo vogliamo e ci crediamo. Quando si attendono le Altre, non
si sta capendo che le Altre siamo noi tutte. Sembra quasi che si
attenda la venuta delle Aliene, disposte a liberarci e a darci
diritti. Se non ci aiutiamo da sole, facendo rete tra di noi,
facendoci sentire in ogni occasione e in ogni modo, nessuno penserà
a noi, ricordiamocelo!
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