lunedì 2 febbraio 2015

Cosa siamo disposte a fare per non tornare sottomesse?di Alessandra Bocchetti*

La nostra libertà è stata guadagnata. Saremo capaci di difenderla? O sarà facile riportarci «a casa»?
Come tanti sono rimasta a guardare alla televisione la grande manifestazione di Parigi. Un po’ commossa, un po’ confusa ma con la sensazione che stesse succedendo qualcosa di buono.
C’erano tutti, sono sicura, tutte le razze erano presenti, tutte le religioni e anche tutti i tipi di atei che possiamo immaginare. Ma qualcuno mancava. Anzi qualcuna mancava. Sono stata attenta, ho cercato con intenzione in quel mare di gente almeno una donna che portasse il velo ma non l’ho trovata. Non dico il velo pesante, che non sarebbe stato possibile, ma quello che lascia scoperto tutto il viso. Delle donne con il velo sicuramente c’erano i loro mariti, i loro figli, i loro padri ma loro no. Eppure sono sicura che stavano condividendo tutto, la commozione, la rabbia, la speranza di un mondo senza odio. Ma lì non c’erano. Erano a casa, perché «a casa» è il loro mondo, il loro posto.
C’erano invece, mi dicono. Erano poche, una piccolissima parte di quella marea umana. La televisione non le ha mai inquadrate, almeno nelle immagini che sono arrivate in Italia. Peccato, perché sono state molto coraggiose e libere. Ma perché le cercavo così ansiosamente in quella marea umana? Devo ora spiegare quella mia assoluta necessità.
Non vorrei stare ora nei panni di Houellebecq. Certo guadagnerà un sacco di soldi, ma sono sicura che non avrebbe mai desiderato uno scenario simile per l’uscita del suo libro. Il suo libro è una profezia di perdita, racconta come l’Occidente a poco a poco verrà guadagnato dall’Islam. Solo pochi anni e la Francia, dice, avrà un presidente della Repubblica islamico sia pur moderato, e le donne di nuovo «a casa», sottomesse alla volontà e padronanza degli uomini.
Onestamente devo dire che non ho letto ancora il libro di Houellebecq, penso che lo farò, ma da quello che se ne racconta, e dal modo in cui se ne racconta, che è anche già molto significativo, c’è una cosa che mi fa scandalo. Il fatto che le donne siano rimesse «a casa», le donne occidentali, dico noi, perché di noi si parla a questo punto, viene rappresentato come un fatto quasi meccanico, una deriva facile, senza grandi complicazioni, senza lacrime né maledizioni. Prima dentro, poi fuori, poi di nuovo dentro come fossimo dei corpi inerti, senza desideri, senza volontà, corpi facilmente spostabili. E’ questa l’impressione che diamo? Come mai oggi ci si può ancora immaginare che si possa prescindere dalla volontà delle donne, dai nostri desideri, dal nostro amore per il mondo? La nostra immagine è così ancora debole? Le radici della nostra libertà sono ancora così corte?
Certo la libertà delle donne è cosa nuova, una manciata di anni di fronte al peso della storia. Che le ragazze ascoltino, per favore.
Una donna francese, che oggi è lì a place de la Republique per la dignità di tutti, fino al 1968 ha avuto bisogno del permesso di suo marito per firmare un assegno. Sembra incredibile, no? Sembra incredibile che fosse cosa saggia picchiare una donna se questa donna magari saggia non sembrava. Siamo state proprietà degli uomini per lunghi secoli della storia, nel nome e nei fatti. Abbiamo avuto anche noi i nostri califfi prima di poter viaggiare, votare, scegliere, decidere, leggere scrivere e fare di conto. La nostra libertà è stata guadagnata. Ed ecco la domanda: saremo capaci di difenderla? O sarà facile riportarci «a casa»? Dove potremmo arrivare? Saremmo capaci di uccidere per la libertà delle donne?
Vi racconto quello che mi spaventa. I diritti si possono perdere, magari non di colpo, ma poco a poco. A poco a poco è arrivato il fascismo, e così è arrivato il nazismo perché le idee più tremende per affermarsi devono guadagnare l’anima delle persone, i corpi non bastano. Il vero potere non si esercita sui corpi ma sulle anime, mutando i desideri e i sogni della gente e per questo ci vuole tempo, un tempo lento. Con gli ebrei hanno cominciato con le caricature, anche gli ebrei ne ridevano. Poi un giorno dissero che gli ebrei non potevano tenere in casa animali domestici, un altro giorno che gli ebrei non potevano sedersi sulle panchine dei giardini pubblici, un altro giorno ancora che non potevano mandare i loro figli a scuola… e così… e così … La fine di questa storia la conosciamo tutti. Eppure se avessero raccontato tutto questo ad un uomo degli anni ’20, ad un tedesco, non ci avrebbe mai creduto.
Ci riporteranno «a casa» così ? A poco a poco? Un giorno ci diranno che le donne non possono più guidare una macchina, un altro giorno che non possono avere il passaporto, un altro giorno che saranno possibili solo alcune professioni … Molte donne, che si trovano in queste condizioni ancora oggi , sono molto vicine a noi, in senso geografico intendo.
Guardiamo lo stesso mare. Ah!…Quanti rideranno di quello che sto dicendo, increduli, proprio come quel tedesco degli anni ’20.
Ma io la domanda la rifaccio. Potremmo scivolare così? O siamo disposte a lottare? A morire per questo, a morire e a far morire, come tante donne hanno fatto per tutte quelle rivoluzioni da cui poi alla fine sono state sempre tradite. Per questa rivoluzione che è la nostra, cosa siamo disposte a fare?
Se un giorno una mediazione ci dovrà essere fra Oriente e Occidente sarà sul corpo delle donne, perché è il controllo sul corpo delle donne l’oggetto del contendere. Il corpo delle donne è preziosissimo per gli uomini, non solo perché garantisce la discendenza, ma perché nel gioco delle parti a lei è stata assegnata quella che serve a confermare la forza di lui, la sua supremazia, il suo potere. E questo gioco, come la fonte dell’eterna giovinezza garantiva freschezza e bellezza a tutti, garantisce anche agli uomini più sprovveduti e più imbecilli, i più poveri di spirito quella forza immaginaria che fa dire loro: io possiedo, io comando, io do il nome. La produzione di forza simbolica della sottomissione delle donne è enorme. Per tutti gli uomini la tentazione è grande. Gli uomini sono molto deboli.
In Occidente ci troviamo in un passaggio difficile dove gli uomini devono rinunciare alla loro supremazia. Passaggio epocale. Forse non ci rendiamo neanche noi donne conto della nostra rivoluzione in atto. E questa inconsapevolezza è un grande rischio. Qui non ci vuole il falso femminismo, quello che pensa alle donne, qui ci vuole il femminismo vero, quello che fa pensare le donne. Possiamo dar luogo a un nuovo Rinascimento, aprire lo scenario inedito di un diverso e più vero stare insieme tra uomini e donne, dove nessuno è servo all’altro, oppure possiamo sprofondare nel disastro. Molto dipende da noi .
Il rischio è sempre là, nella nostra specialità. Perché noi siamo state le serve che hanno amato i loro padroni, le prigioniere che hanno amato i loro carcerieri, le oppresse che hanno amato i loro despoti, lungo tutto il corso della storia, con poche eccezioni. Questo amore che è insieme tenerezza, affetto, pietas è quello che mi fa capace di guardare il viso dei fratelli Kouachi e di sentire che sono ragazzi, poveri ragazzi, ingannati e perduti, che meritano anch’essi le mie lacrime.
Questo ci perderà ancora una volta? O sarà invece proprio quello che ci salverà, che potrà salvare tutti, uomini e donne. Perché, se è il corpo delle donne l’oggetto del contendere, proprio per questo solo il corpo delle donne può essere frontiera invalicabile alla barbarie del dominio come fondamento dei rapporti umani. Ma questo sarà possibile solo se noi donne sapremo difendere la nostra libertà. Solo se saremo capaci e forti da scoprire, fare resistenza e combattere quei grandi e piccoli attentati che quotidianamente la nostra libertà riceve.
C’è un fatto grave che segna ancora profondamente la nostra cultura: il nome della madre viene fatto sparire. Questo deve cambiare. Anche il nome della madre deve dare senso allo stare al mondo dei figli, proprio per un mondo migliore. Non credo più a una parola di quegli uomini che si dichiarano favorevoli alla libertà delle donne e che non mettano in atto questo cambiamento subito, che non lo ritengano un’urgenza. E’ una prova, è un test. Sono stufa di salamelecchi, di falsa attenzione, di condiscendenza, di chiacchiere.
Quando guardo i miei figli curare con amorevole grazia i loro bambini, penso di aver fatto un buon lavoro, penso di aver migliorato il mondo. Voglio fare una campagna pubblicitaria su questo. Tanti grandi manifesti da per tutto: Un padre e il suo bambino malato, e il pay off che dice: «Curalo, sarai un uomo migliore». Un padre che aiuta la sua bambina a fare i compiti: «Aiutala, sarai un uomo migliore». Con un bambino che piange: «Consolalo, sarai un uomo migliore». E così via. Crescere un figlio non è un servizio, è un’opera. Cerco finanziatori.
La nostra scuola è una scuola da califfi, dove si impara che il mondo tutto, la storia, l’arte, gli eventi sono stati fatti da uomini. Le donne vengono completamente private di senso. Le grandi pensatrici, poete, filosofe, artiste sono ignorate, sistematicamente taciute. E la storia poi è la storia quasi esclusivamente del potere e delle lotte per guadagnarlo. La scuola deve cambiare. E’ fondamentale nutrire ragazzi e ragazze di un buon cibo. Mi perdonino quegli insegnanti eccellenti capaci di un equilibrato racconto. Lo so che ci siete, che lavorate come pazzi, ma siete troppo pochi e siete troppo poveri. Anche questo deve cambiare.
Mi devono anche perdonare quelle donne che in questi anni si sono adoperate per darci un Dio possibile, un Dio da amare, un Dio felice della nostra libertà. Non ho saputo vedere l’importanza politica di questo lavoro. Solo ora la scopro. Ho sempre pensato che si potesse fare a meno della religione e questo è sempre vero per quanto mi riguarda, ma i terribili fatti del presente mi spingono ad essere più prudente. Certo per le donne libere ci vuole un Dio migliore. Anche Dio deve cambiare.
Ed eccomi a voi bambine che un giorno vi hanno messo alla vita una cintura di tritolo e vi hanno ucciso e vi hanno fatto uccidere. Siete state scoppiate. Tutta la stampa non vi ha dato grande attenzione. In tempi di orrore è stato un orrore come un altro. Ma c’è un dolore in più per me. Avevate dieci anni, un corpo già impegnato in quell’impresa difficile, a volte disperante, a volte gioiosa di diventare donne. Disperante perché c’è una pedagogia crudele per le bambine: quella di dover piacere. E gioiosa, perché è soprattutto l’idea di un mondo che ci sta aspettando a farci crescere. Questa è l’adolescenza.
Come vi hanno scelto? Forse eravate senza grazia, forse non piacevate a nessuno o non c’era nessuno che vi amasse? O è stata la sorte, o il caso. Avete avuto paura? Vi hanno costretto? Avete pianto? Il cuore vi batteva forte? Vi tremavano le gambe? O vi hanno imbrogliato e vi hanno detto che era un gioco? E allora siete andate sorridendo verso quel mercato, un gioco bello che poi ci sarebbe stato un premio. Certo a voi non hanno potuto promettere il Paradiso con tante vergini per la vostra gioia.
Già, dove vanno le donne dopo morte secondo la religione islamica? Non lo so, mi dovrò informare. Bambine mie, piccole bambine tortorelle. Perdono.
(buio)


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