lunedì 23 febbraio 2015

Ragazze oltre gli stereotipi, l'informatica non è solo per maschi di Barbara Sgarzi

Sono appena il 15% le studentesse italiane iscritte a corsi di informatica. La programmazione non era materia per donne, ma qualcuno cerca ora di fare la differenza. E l'Italia è seconda al mondo per numero di eventi di formazione organizzati, rivolti soprattutto a più piccoli. Poca teoria e molta pratica, meglio se in gruppo
GENDER GAP INFORMATICO
«Lavoro da tre anni come programmatrice e sì, qualche battutina sessista c’è sempre. Ma non mi scoraggio: so che è solo questione di tempo. E di vincere sul campo, mostrando le mie competenze», ammette Stefania Gabrielli, 31 anni, marchigiana trasferita a Bologna per studiare informatica. Per realizzare quello che era un sogno fin da bambina, ha lavorato un anno per raccogliere i soldi che servivano all’iscrizione universitaria.
Non si scappa: se già in professioni dove lo squilibrio di genere è minore le donne sono costrette a dimostrare qualcosa in più dei colleghi uomini, nel campo dell’informatica è praticamente un obbligo. Lo riassume bene Marta Mulas, sociologa che ha trasformato la sua tesi di laurea nell’ebook Maschiacci. La costruzione del genere nel lavoro informatico. «Ho intervistato molte donne informatiche tra Milano, Bologna e Cagliari e sono emersi elementi comuni. La diffidenza sulle loro capacità tecniche, che le porta a lavorare di più, stare in ufficio più a lungo. E la necessità di giustificare una scelta così particolare: molte mi hanno detto che fin da piccole erano appassionate di giochi e passatempi maschili, quasi ad ammettere di essere un po’ “strane”», racconta l’autrice.
PER CAMBIARE, PARTIAMO DAI BAMBINI
Una situazione che si può riequilibrare solo con un maggior numero di donne nel settore. Perché la realtà sta cambiando, ma lentamente: secondo i dati di Almalaurea, le studentesse iscritte a corsi di laurea del gruppo disciplinare scientifico sono il 34,8% ma la percentuale crolla per la laurea specifica in scienze tecnologiche e informatiche: 15,2%. Solo 29 laureate su 1.000 ottengono un diploma universitario di primo livello nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (contro 95 uomini su 1.000) e solo 4 su 1.000 lavorano effettivamente nel settore. Non parliamo di fare carriera: il 19,2% degli addetti del settore ICT ha un capo donna, contro il 45,2% in altri settori (dati dalla ricerca della Commissione Europea Women active in the ICT sector, 2013).
Forse anche per questo molte programmatrici, tra cui la stessa Gabrielli, sono mentor di realtà come CoderDojo, l’associazione che insegna ai bambini a programmare fin dai 7 anni. Spiega Barbara Laura Alaimo, co-fondatrice di CoderDojo Milano, pedagogista e madre di tre figli: «Per scelta, i nostri eventi sono aperti a maschi e femmine; pensiamo si possa entrare nel coding senza differenze di genere. Ma i dati ci dicono che fino agli 11 anni le bambine sono il 30% dei partecipanti. Dopo, il rapporto diventa di 1 a 5. Sarà interessante vedere se, negli anni, le ragazze aumenteranno, segno di un’evoluzione nella società. Per quello che vediamo, il blocco è sempre dei genitori, che pensano ai corsi di programmazione come a cose “da maschi”. Le bambine in aula sono molto interessate e prontissime ad assorbire la logica del pensiero computazionale, che è utile in molte discipline, non solo per programmare».
LA COSA PIÙ IMPORTANTE? CREARE DEI MODELLI POSITIVI
Non si tratta di far diventare tutti programmatori, certo, ma di far capire alla ragazze che una carriera in quel campo è possibile. Di avere un effetto di apertura e aspirazione come quello creato da Samantha Cristoforetti con la sua impresa spaziale, fatte le debite differenze. «Posto che il codice dovrebbe essere ormai visto come una lingua straniera, da inserire nei programmi ministeriali, il focus qui è più la creazione di un role model. Bisogna spezzare lo stereotipo che vede le ragazze indirizzate ancora e sempre verso studi umanistici. Ogni azione che le diriga verso le discipline STEM (acronimo inglese per science, technology, engineering, and mathematics) può essere utile», aggiunge Francesca Maria Montemagno, co-fondatrice di Pari o Dispare e nel coordinamento di Wister la rete al femminile che fa parte degli Stati generali dell’innovazione. E usa la parola magica: empowerment, trasferimento di competenze da donna a donna.
Quello che sta facendo Mariana Santos, visual storyteller e ricercatrice del Knight Center for Journalists, con le sue Chicas Poderosas. Un movimento per avvicinare le giornaliste dell’America Latina alla tecnologia e dare loro strumenti innovativi per esprimersi. Con un fiore sempre tra i capelli, gli abitini iperfemminili e una grinta inesauribile, è l’esempio vivente di come si possano conciliare competenze tradizionalmente maschili con il piacere di essere una ragazza.
NIENTE TEORIA, MA LEARNING BY DOING
Ma come si insegna a programmare tentando allo stesso tempo di abbattere il gender gap dell’ambiente informatico? «La lezione frontale non aiuta, la teoria neppure. Il mentor deve essere a fianco dell’allievo e a programmare si impara solo facendo, soprattutto in gruppo, confrontandosi, cercando gli errori, riprovando», riassume Barbara Laura Alaimo, che all’argomento ha dedicato un post molto letto e molto condiviso, Le 7 regole d’oro del mentor.
«Si insegna in modo semplice e divertente, proponendo modelli reali e tangibili e raccontando, con esempi e immagini, che l’informatica è già dentro le nostre vite, tutti i giorni», aggiunge Giorgia Di Tommaso, 24 anni, laureanda in informatica alla Sapienza e coach per la fondazione Mondo Digitale che a ottobre ha promosso una settimana di coding nelle scuole con la collaborazione della statunitense Girls Who Code. Girls Who Code vuole arrivare alla parità di genere nel settore informatico entro il 2020, formando un milione di ragazze, e per la settimana di full immersion romana ha inviato due insegnanti. «L’entusiasmo e il carisma di Elizabeth Caudle e Ashley Gavin, le due coach americane, ha contagiato tutte e il fatto che fossero così giovani (27 e 26 anni) e già così competenti ha fatto scattare l’identificazione. Le ragazze hanno capito immediatamente che c’è un modo diverso di vivere la tecnologia, non solo l’utilizzo passivo», aggiunge Di Tommaso. E lo hanno fatto in modo molto personale: «Ho seguito anche sessioni di formazione miste», aggiunge Cecilia Stajano, coordinatrice per Mondo Digitale «e ho notato che i maschi si sentono più sicuri, sentono il coding come il loro campo, ma forse per questo procedono per schemi fissi. Le ragazze, magari perché hanno meno aspettative, si buttano di più, propongono soluzioni creative. Perché tutti i giovani, com’è giusto, vogliono essere protagonisti. Con il coding possono dire la loro, diventare parte di un processo e di un risultato. Si tratta di un percorso di autoconsapevolezza; direi quasi che c'è qualcosa di filosofico.»
D’altronde, il codice è poesia, come recita il mantra di Wordpress e come teorizzò nel lontano 2002 Richard Gabriel, ingegnere informatico e ricercatore prima a Sun Mycrosistme e poi in Ibm, oltre che poeta. Nel manifesto di Paul Graham, programmatore, si legge che i coder si considerano artisti al pari di pittori e architetti. E nell’ultimo libro dello scrittore di origini indiane Vikram Chandra Geek Sublime, The Beauty of Code, the Code of Beauty si parla di codice tra linguistica, arte e storia. Siamo ancora convinti che un’attività del genere vada sbrigativamente etichettata come “da maschi”, evocando stereotipi di nerd occhialuti?.
UN’ORA DI CODICE PER CAMBIARE IL MONDO


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