domenica 15 febbraio 2015

Lesbica non è un insulto. Stereotipi, pornofantasie e repressione.

“Non sembri lesbica, sei così femminile”
“Per me le lesbiche possono fare come vogliono, basta che non ostentino la loro sessualità”
“Ma chi è che fa l’uomo tra voi due?”
“Magari è una fase…”

No, non è una fase. E non è nemmeno una moda.
Nessuna “fa l’uomo”.
Ostentare la sessualità spesso vuol dire anche solo baciarsi in pubblico.
Le lesbiche non hanno tutte i capelli corti, qualcuna si mette anche lo smalto.
Non bisogna per forza scegliere tra maschi mancati o pornofantasie per eterosessuali.
Di rappresentazioni femminili si parla spesso, analizzandone la mercificazione sotto un unico canone estetico, l’imposizione di stigma sociali. Queste rappresentazioni sono pensate e realizzate per lo più per uno sguardo attivo maschile, dunque in una prospettiva di attrazione eterosessuale, dominante nella propaganda sociale, ancor di più in quella mediatica.
Le donne rappresentate, 99 volte su 100 sono donne eterosessuali, o comunque percepite tali solo per il fatto di porle e spogliarle in funzione del piacere e del godimento di uno sguardo maschio.
Una donna lesbica subisce dunque un’ ulteriore marginalizzazione dalle rappresentazioni mediatiche e un’ennesima discriminazione nelle forme di espressione in cui viene ritratta.
Partiamo dal presupposto che per lo più le lesbiche “non esistono” ( e questo è anche il titolo di un riuscito documentario ), cioè sono per lo più invisibili o con una visibilità mediatica minima, sempre superate in ambito omosessuale dall’ apparente dominanza dell’uomo gay così come medium comanda.
Quando poi una donna lesbica si vede rappresentata, si ritrova cuciti addosso stereotipi che riguardano a tratti la sua identità femminile, a volte quella dell’orientamento omosessuale.
Se si uniscono danno vita normalmente al giudizio supremo: la troia anormale.
Quella che osa avere una sessualità fuori dalla “natura” del sesso fatto con la scusa della riproduzione e che in ogni modo sfugge al controllo patriarcale.
Ma partiamo dalle prime banalità.
Ancora oggi, la maggior parte delle persone crede che le lesbiche siano tutte maschiacce, abbiano i capelli corti, modi di fare considerabili “da uomo”, siano grezze, sfacciate, pelose. Tra i modi di fare “maschili” è incluso il bere alcolici, saper guidare, fare carriera. E che siano tutte acide, sagaci, incutendo un po’ di timore ai maschietti, proprio per una sorta di “invasione di campo”.
Tranne quelle dei film porno. Quelle no, non hanno un pelo neanche a cercarlo col microscopio, sono tutte molto femminili, fanno sesso sempre in pose a favore dello sguardo – maschile, certo, anche quello – di chi guarda, perchè in fondo non bastano neanche a se stesse. L’omosessualità femminile non estingue la considerazione delle donne quali oggetti sessuallesbo2i, ma semplicemente le porta su un campo di fantasie maschili differenti, ma che comunque hanno gli uomini come protagonisti attivi.
Le pornolesbiche esistono per eccitare le fantasie altrui. Maschili eterosessuali, ovviamente.
Per scardinare questi e altri stereotipi repressivi dell’identità delle donne lesbiche, un gruppo di donne ha lanciato un progetto fotografico dal nome “Lesbica non è un insulto”. Come racconta Martina Marongiu, una delle ideatrici, questo progetto nasce con l’idea di dare visibilità all’omosessualità femminile partendo proprio dai pregiudizi più diffusi e dimostrando, in alcuni casi, esattamente il contrario tramite le immagini, le foto, con scritte dirette ed esplicative.
Le foto ritraggono quindi corpi di donne lesbiche su cui scritte nere decostruiscono uno a uno i pregiudizi più comuni:
“Non tutte le lesbiche hanno i capelli corti”, “Con lei tocco il cielo con due dita”, “Non cercare chi fa l’uomo”, “Amo le donne non odio gli uomini”, “Sono lesbica e non è una fase”, “Non ostento, esisto”.
Martina ha scelto corpi nudi, esposti, perchè proprio il “corpo gioca un ruolo essenziale nella scoperta della propria omosessualità” e per questo ha voluto renderlo soggetto parlante proprio delle identità che contiene.
Attualmente il progetto è composto da 12 scatti, ma le artiste vorrebbero ampliarlo, anche grazie ai finanziamenti dal basso possibili con il crowfunding lanciato su bewcrowdy, dove si trovano tutte le informazioni circa la filosofia dell’opera e le sue ambizioni.
Una donna lesbica è spaccata a metà tra chi la immagina come un ometta pelosa e dal rutto libero e chi la sogna a realizzare le fantasie sull’ amore tra donne per maschietti.
Una donna lesbica deve lottare prima di tutto per esistere, poi per essere accettata, solo infine per capire i propri desideri, i propri sogni al di là di quello che le strumentalizzazioni le cercano di imporre. Fin qui sembra lo stesso percorso di una qualsiasi donna etero.
Solo che una donna lesbica per molti sarà sempre prima lesbica che donna.
E le sembrerà di doversi definire per sempre prima lesbica che donna, per rivendicare se stessa. La categorizzazione sessuale pesa ancora di più su chi viola “la norma”, che su chi la rispetta e magari si concede qualche trasgressione nel limite dell’emancipazione consentita.
Chiuse in scatole sempre più piccole, con etichette sempre più nette, come se non fosse possibile amare, fare sesso, inseguire i propri desideri fuori da un orientamento fisso e inequivocabile.
Perchè ogni infrazione alla “norma” deve essere catalogata e fissata perchè non sia nociva dell’ordine costituito, perchè sia controllabile e reprimibile.


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