martedì 24 febbraio 2015

Odile Decq «Un architetto donna? Sarai brava a disegnare cucine. Ho progettato musei» di Caterina Ruggi D’Aragona


«Quando comunicai a mio padre la mia intenzione di studiare architettura invitò a cena un amico architetto (uomo), che mi disse: “Una architetto donna? Buona idea. Potrà essere brava a disegnare cucine, perché le donne sono più pratiche”». Invece Odile Decq ha progettato banche (la Popolaire de l’Ouest a Rennes, il suo primo incarico importante, nel 1990, che le portò molti premi e pubblicazioni), musei (il Macro di Roma e il Frac di Rennes), ristoranti (quello dell’Opera Garnier di Parigi), padiglioni fieristici (a Lione)…. Versatilità che le è valsa il titolo di «Designer dell’anno», conferitole nel 2013 da Maison&Object, e il premio «Prix Femme Architecte» come migliore donna architetto di Francia. Una vera archistar.
Come è riuscita a vincere le resistenze paterne e quelle di chi non credeva che potesse diventare una progettista? «Se tuo padre ti dice “Non è un mestiere per donne” nasce subito la sfida». Che Odile Decq ha vinto. «Non sono sicura di esserci riuscita. Certo, so di essere diventata un’architetta, ma è un processo in continua evoluzione», dice con occhi sbarazzini cerchiati di nero, incastonati in una psichedelica acconciatura di capelli neri (il suo colore preferito).
Un’evoluzione ancora lenta, che pochi passi in avanti ha portato nell’inclusione femminile, anche in una professione che vanta da tempo illustri nomi di donne. «Quando cominciai c’era una donna ogni dieci architetti registrati in Francia. Erano i primi anni Ottanta. Oggi sono ragazze più della metà degli studenti di architettura, una percentuale che in Francia come negli altri Paesi scende sotto al 30 per cento di donne tra chi esercita la professione e non arriva al 10 per cento dei titolari di studi». Ecco perché Odile Decq crede molto nell’arcVision Prize – Women and Architecture, il premio internazionale riservato alle architette promosso dal gruppo Italcementi che quest’anno, per la terza edizione, collabora con WE-Women for Expo.
«Vogliamo che le donne diventino autrici dei loro lavori, responsabili dei loro progetti – sintetizza l’architetta – acquistando più fiducia in se stesse. C’è bisogno di visibilità anche per le progettiste affermate, per questo è importante che a promuovere questo riconoscimento, l’unico a livello internazionale, sia un grande gruppo industriale». La portoghese Ines Lobo, premiata l’anno scorso, ha ricevuto l’incarico di rifare il look alla piazza della stazione di Bergamo.
Ma si vede se a progettare un edificio è stata una donna? «Ho sempre pensato di no, nella convinzione che ogni architetto, maschio o uomo che sia, è diverso dall’altro. Ora ho cambiato idea: le donne pensano fin dall’inizio alla vivibilità, mentre gli uomini di solito guardano subito alla forma. Ma diranno che mi sbaglio». Diranno che Odile sbaglia anche quando dice che il problema non è delle donne, ma degli uomini. «Che hanno paura quando sentono di avere di fronte una donna forte». Parità ancora lontana?
Il valore aggiunto di quella «visione femminile capace di coniugare tecnologia e ambiente, materiali e forma, stile ed efficienza nella rigenerazione delle città e del territorio», evidenziata da Carlo Pesenti, Consigliere delegato di Pesenti Group, sarà messo in primo piano dal riconoscimento nato come costola della rivista arcVision. «Un impegno coerente con il nostro impegno allo sviluppo industriale non solo tecnologico, ma anche culturale e sociale», sottolinea Pesenti.
“Non premieremo l’opera più bella, né l’architetta più bella. Premieremo – spiega il direttore scientifico di arcVision Prize Stefano Casciani – la carriera di una progettista, un lavoro molto duro, difficile, in cui l’estetica rappresenta un piccolissimo coefficiente». Prima regola: le candidate devono presentare tra i progetti almeno un’opera realizzata. «Rendering bellissimi, soprattutto in Italia, spesso restano soltanto rendering», commenta Casciani.
A valutare l’impatto sociale dei progetti è una giuria di dieci donne. Cinque le architette: Odile Decq, appunto; Yvonne Farrell, cofondatrice dello studio di Dublino Grafton Architects; Louisa Hutton, socia fondatrice e direttrice di Suer
bruch Hutton e visiting professor alla scuola di design di Harvard; Martha Thorne, direttrice esecutiva del premio Pritzker per l’Architettura e vicepresidente della Scuola di Architettura e Design IE di Madrid; Benedetta Tagliabue, l’unica italiana, ma attiva a Barcellona. E cinque professioniste nei settori più vari: l’imprenditrice Shaikha Al Maskari; Vera Baboun, sindaco di Betlemme; l’attrice indiana Suhasini Mani Ratnam; Samia Nkrumah, prima donna a presiedere un partito politico nel Ghana; e, ultima arrivata, Daria Bignardi, tra le Ambasciatrici di We – Women for Expo.
Venerdì 6 marzo a Bergamo la proclamazione della vincitrice arcVision Prize – Women and Architecture, che riceverà un compenso di 50mila euro e l’opportunità di un workshop nell’i.lab, il centro di ricerca e innovazione di Italcementi Group a Bergamo.

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