domenica 17 agosto 2014

Discutiamo sì, ma niente “conflitti generazionali” di Lea Melandri


Le logiche oppositive non appartengono solo a quella che è stata considerata la “terribile necessità” della guerra, del razzismo, del sessismo, dei fondamentalismi di ogni specie, ma attraversa purtroppo tutte le formazioni sociali, economiche, politiche e culturali, creando divisioni fittizie e ostilità immaginarie. È il caso della “campagna uguale e contraria” – femminismo e anti-femminismo- che dagli Stati Uniti è arrivata in questi giorni alle prime pagine dei giornali italiani e su questo blog.
Basta dare un’occhiata agli slogan che passano sui social network per capire quanto sia facile schierarsi, sorvolare sulla complessità del tema e sulla storia che vi è cresciuta sopra nell’arco di oltre un secolo.
La prima generalizzazione indebita è quella che costruisce poli opposti, come se si trattasse di blocchi omogenei al loro interno. In realtà, il femminismo ha visto succedersi, intrecciarsi e scontrarsi teorie e pratiche diverse; lo stesso si può dire dei movimenti che, in vari contesti geografici e culturali, lo hanno criticato e combattuto. Parlare riduttivamente di un conflitto generazionale -madri e figlie- è fin troppo facile, ed esime dalla fatica di vedere se in quegli slogan, l’un contro l’altro armati, non ci siano invece domande, intuizioni, aspettative, che avrebbero bisogno solo di analisi più approfondite per capirsi.
Mi limito ad alcuni esempi. Il femminismo di cui le giovani di #Womenagainstfeminism dicono di «non aver bisogno» sembra avere essenzialmente due volti: quello dell’emancipazione – «uguaglianza»,«parità di genere»- e quello «irato, rancoroso», che vede solo vittime e aggressori, che in alcuni casi ribalta la discriminazione in prepotenza. Il riferimento è quasi sempre ai «club delle seconde mogli», e ai pochi diritti dei padri divorziati.
Nel primo caso, basterebbe ricordare che l’ “imprevisto” rappresentato dal movimento delle donne negli anni ’70 è stata proprio la critica all’emancipazionismo, a una integrazione che, non mettendo in discussione l’ordine esistente, lasciava soltanto a loro il doppio aggravio di cura della famiglia e lavoro extradomestico. Con ciò cadeva anche il dilemma «uguaglianza/differenza»: parità intesa come assimilazione al modello “neutro” – cioè maschile-, e “differenza” come tutela di un soggetto debole. Ma c’è di più: una radicalità nell’analisi della relazione tra i sessi che prospettava traguardi liberatori per entrambi, autonomia da modelli di femminilità e virilità imposti.
La necessità di uscire da ruoli, identità di genere nemiche della vita nella sua interezza, era già emersa con chiarezza nei documenti di fine anni ’60, prima che la pratica dell’autocoscienza ne facesse oggetto di riflessione individuale e collettiva. Nel Manifesto programmatico del Gruppo Demau (1967) si legge: «Le caratteristiche ora attribuite di forza all’uno e all’altro sesso (anche se già appaiono negli individui atteggiamenti contraddittori a queste attribuzioni) si determineranno infatti spontaneamente come tendenze caratteriali e non come preparazione forzata a compiti distinti. Questo per dire che il problema femminile sarà risolto proprio nel momento in cui verrà superato e perciò abolito. Quando verranno cioè prese, su una prospettiva diversa da quella dell’integrazione, decisioni sostanziali sul valore dell’attributo “femminile” e di quello “maschile” nel contesto di una vita sociale basata sull’individuo di specie umana e non sulla diversità sessuale».
«Emancipazione dell’uomo; in quanto il maschio è a sua volta privato di vaste possibilità umane. Come la donna non ha raggiunto la propria maturità senza conquistare a sè valori finora negatile, così l’uomo non possiederà sufficienti strumenti di giudizio e comprensione se non conquisterà quelli da lui finora disprezzati, o invidiati, come “femminili”. Anche l’uomo, inoltre, di fronte all’emancipazione femminile, si potrà trovare in situazioni di sfruttamento e squilibrio».
È una forzatura trovare qualcosa di simile negli slogan delle giovani anti-femministe di oggi, quando dicono di non “odiare” gli uomini, di non volerli giudicare basandosi sulla violenza di pochi, quando scrivono sui loro cartelli di voler essere «individui e basta»?
Se c’è ignoranza di un lungo percorso di idee e pratiche sulla questione dei sessi, dobbiamo riconoscere che non sta da una parte sola: il femminismo che continua a mettere al centro l’uguaglianza, e quindi la tutela dei diritti del sesso svantaggiato, che ha premia talvolta la “rivalsa” femminile in nome del “politicamente” corretto, ha contribuito non poco a cancellare persino la memoria di quella rivoluzione culturale e politica che è stata la “presa di coscienza” di un dominio legato alle relazioni più intime: i corpi, la sessualità, le relazioni famigliari. Se le generazioni venute dopo dicono che non sono più “oppresse”, vuol dire che il processo di liberazione da una visione maschile interiorizzata del mondo ha prodotto dei cambiamenti, che vanno riconosciuti e valorizzati. Non possiamo ignorare il fatto che oggi la violenza degli uomini si abbatte quasi sempre su decisioni, scelte femminili di libertà, e che, per quanto in numero limitato, sono ora gli uomini stessi a interrogare la cultura patriarcale che ha amputato in loro aspetti essenziali dell’umano. E infine: il selfie, che sembra così lontano dalla riflessione dei gruppi femministi di origine sull’esperienza personale, non potrebbe essere visto invece, sotto alcuni aspetti, come una continuità dell’autocoscienza, della ricerca di un sè ancora da scoprire?

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