venerdì 22 agosto 2014

Il gesto femminista.Una lettura del libro curato da Ilaria Bussoni e Raffaella Perna


Un libro che riesce a dare una prospettiva storica, radicarsi nel presente ed evitare rigidità ideologica e nostalgia del passato.
Quello curato da Ilaria Bussoni e Raffaella Perna è un libro importante, e per diverse ragioni. Tanto per cominciare, è curato da due giovani studiose che hanno raccolto 16 contributi firmati da altrettante autrici appartenenti a generazioni diverse; pochi i nomi di ‘provata fama’.
Anche se per la maggior parte si tratta di interventi brevi, ve ne sono alcuni assai consistenti; tra questi ultimi si distingue quello con cui si apre il libro di Laura Corradi, tentativo ben riuscito di ricostruire le origini del gesto triangolare con le quattro dita: viene ricordato un convegno a Parigi agli inizi degli anni ‘70, in cui Giovanna Pala, del collettivo Pompeo Magno di Roma, risponde al provocatorio pugno chiuso di un uomo unendo i pollici e gli indici nel gesto famoso, accolta da un’ovazione entusiasta delle donne lì presenti, riprodotta in un numero dalla rivista “Le torchon brule” e in Italia sulla prima pagina de “L’Espresso” formato lenzuolo.
Altrettanto interessanti i contributi delle due curatrici. Il primo, di Ilaria Bussoni, è dedicato a indagare il valore politico-simbolico del gesto con un titolo assai efficace - “E con un gesto le donne si inventarono il sesso”. In esso, a partire dal famoso articolo di Carla Lonzi su donna clitoridea e vaginale, si afferma: “ciò che Lonzi fa è propriamente dare un nome a questo sesso non conteggiato dal precedente regime della visibilità, della dicibilità, anatomica”(p.59). Il saggio di Raffaella Perna (“Politiche del corpo”) si muove con disinvoltura tra artiste attive in un contesto internazionale. Perna ripercorre con ottima capacità di sintesi e buona conoscenza di protagoniste e questioni teoriche in gioco, i complessi meandri di un dibattito divenuto nel tempo assai complesso, tenendosi a distanza assai equilibrata rispetto a movimenti e artiste che negli anni ’70-‘80 assumevano posizioni dogmatiche e di radicalità conflittuale. Uno scambio tra femministe di età e provenienze diverse, riunite a Bologna tra il 2013 e il 2014 nel Collettiva XXX, serve ad arricchire il testo scritto di un effetto orale; indispensabile accompagnamento trattandosi di un lavoro su gesti e sessualità nello spazio pubblico.
Il libro soddisfa a pieni voti quello che, mi sembra, costituisce ormai un complesso di requisiti ineliminabili di produzione critica femminista di buona qualità: una equilibrata amalgama e combinazione tra obiettivi politici deprivata di toni ideologici; rivendicazione senza nostalgie di forti legami con la tradizione degli anni ’70; conoscenza approfondita – non infarinatura giornalistica, urgenza militante, o rivestimento accademico - delle principali questioni di natura teorica che attraversano le politiche e i saperi specialistici. L’insieme di competenze scientifiche ad alto livello - qualcosa che da tempo le generazioni più giovani formatesi nel mondo anglofono o a Utrecht hanno imparato a maneggiare stando all’estero – comincia finalmente a riversarsi nella produzione in lingua italiana, per decenni mortificata dalla presenza sporadica, per decenni poco visibile e penalizzante degli studi di genere nel nostro paese. Accanto alle ricostruzioni autobiografiche, attraverso interviste e memorie scritte, si scava nei fondi e archivi poco conosciuti di artiste e protagoniste spesso note soltanto a cerchie ristrette di amiche/ci e galleriste/i, che dalle ricerche di Marija Gimbutas sulla Grande Madre al Dinner Party ideato da Judy Chicago, giù giù fino ai monologhi di Eve Ensler e all’attivismo delle Femen hanno contribuito a elaborare e diffondere le infinite varianti intorno al tema ‘vaginale’. Il libro – ed è uno dei suoi pregi – solleva molte curiosità e non impone prospettive a senso unico. In primo luogo, ha il merito di cominciare a esplorare con genuino desiderio di indagare in profondità il periodo delle origini del femminismo, dimostrando quanto poco lavoro di ricerca al riguardo sia stato fatto in questi anni. Pur contando con magnifiche biblioteche specializzate (a Bologna), con preziosi depositi di fondi archivistici aperti al pubblico (la Fondazione Badaracco a Milano, il Centro Internazionale a Roma, tra altri), gli studi sulle origini si contano purtroppo sulle dita di una mano, e sfigurano – tenuti da parte gli irraggiungibili risultati raggiunti negli Stati Uniti e nel resto del mondo anglofono negli ultimi cinquant’anni – anche a un semplice confronto con quanto è stato fatto e continua a farsi in Francia, in Spagna, in Olanda, e in molti paesi extra-occidentali. In secondo luogo, invita a fornire ulteriori indagini su contesti extra-romani. Il sud era assai ricco di gruppi di artiste, e così Milano e Torino; cerchiamo di studiare di più questi margini niente affatto marginali.
Com’è giusto che sia, in questa raccolta la parte del leone, anche se sarebbe un errore considerare quest’unica angolatura come quella fondamentale, la fanno le donne impegnate nelle arti visive (critiche, pittrici, scultrici, registe, fotografe, attrici, performers). Centrale è il ruolo svolto dal gruppo di Rivolta femminile, dove militava Carla Accardi, e da Carla Lonzi. Di quest’ultima, in seguito ai più recenti studi sugli anni della formazione e quelli in cui componeva Autoritratto (1969) – le interviste con 9 artisti famosi – si ricostruiscono le vicende che segnarono una svolta radicale nel modo di considerare il lavoro della critica d’arte, e l’abbandono definitivo di Lonzi dalla professione per dedicarsi al femminismo: “Questo libro – scriveva Lonzi in Autoritratto – non intende proporre un feticismo dell’artista, ma richiamarlo in un altro rapporto con la società, negando il ruolo, e perciò il potere, del critico in quanto controllo repressivo sull’arte e gli artisti …”. Arricchita di materiale inedito, la vicenda viene ben ricostruita nel contributo di Vanessa Martini.
Tutto intorno c’era un pullulare di altre iniziative e di molte artiste che si muovevano con grande autonomia, attivissime all’epoca e anche dopo: non-italiane che lavoravano in Italia e italiane trasferite all’estero, insieme a tante intelligenti trait d’union tra mondi solo geograficamente lontani (Suzanne Santoro, Nikki de Saint Phalle, Ketty La Rocca, Francesca Woodman, Mirella Bentivoglio, Anne-Marie Souzeau Boetti, e molte altre). Questo libro contribuisce a farle uscire dalle stanze riservate alle poche adepte/i al mestiere e a rinnovare l’interesse per le loro opere.
Ampiamente illustrato con bellissime immagini, in gran parte dovute ad artiste, registe e fotografe che negli anni ’70 si trovavano soprattutto a Roma - Paola Agosti, Agnese De Donato, Luisa Di Gaetano – dispiace dover lamentare l’assenza di una pagina di semplici dati biografici delle autrici, come anche di una bibliografia e di un indice dei nomi, che ci auguriamo siano aggiunti in una prossima edizione.

Nessun commento: